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PAOLO
NORI La meravigliosa utilità del filo a piombo |
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Luca
Mastrantonio Il Riformista maggio 2011 Nel
suo discorso pubblico “Noi e i governi” cita Simone Weil e la peste
della contrapposizione per cui su ogni cosa si può essere solo pro o
contro. Sembra l’interruttore dell’Italia di oggi. Pro o contro
Berlusconi, non c’è soluzione? Ci
fa una classifica ragionata o almeno un elenco degli argomenti più
dirimenti, contrappositivi? Chiesa Cattolica, Travaglio, Grillo… Lei
mette a confronto la dittatura sovietica, che però con lei fu più
liberale della democrazia americana, almeno sulla circolazione delle
persone. Ci vuole raccontare altri paradossi tra Urss e Usa, democrazia
dittature…? È
stato poi negli Stati uniti? Ci può raccontare sue riflessioni? E della
Russia post-putiniana cosa pensa? Davvero
finire in manicomio per un reato politico è la stessa cosa che finire
sulla sedia elettrica per un reato penale? Posta la tragedia della morte
di un innocente davvero non c’è differenza tra uno stato che ha nel suo
codice il reato politico e uno che non ce l’ha? |
Davvero senza governo si può godere pienamente di libertà? Non si vivrebbe sotto la legge della giungla? Non ho mai provato. L’approdo all’anarchia, se ci sarà, ed è auspicabile, secondo me, ma non ci sarà, secondo me, inizia, innanzitutto, dal cambiamento del nostro modo di pensare. Bisognerebbe provare a vivere, io credo, avendo fiducia nel fatto che l’uomo è buono. Non credo che ci arriveremo mai, io non credo che ci arriverò mai, ma credo che, almeno per me, valga la pena di provarci, anche se non ci arriverò mai, anzi, proprio sapendo che probabilmente non ci arriverò mai, mi sembra valga ancora di più la pena di provare. Oggi
la contrapposizione in blocchi, culturali e/o religiosi è tra Occidente e
Islam. È più o meno reale della contrapposizione di ieri tra Ovest ed
est? Lei
ha vissuto anche in Algeria e in Iraq del “maledetto” Saddam. Come
segue e che riflessioni suscitano in lei le rivolte arabe? Anarchia,
voglia di libertà, ribellione alle dittature? Umberto
Eco ha detto che Berlusconi più che a Mubarak, dittatore egiziano,
andrebbe semmai paragonato a Hitler perché dittatore eletto
democraticamente dal popolo. Berlusconi, per lei, cos’è? A lei fanno più
ridere le barzellette di Berlusconi o quelle di Eco? Lei
scrive, citando anche un sindacalista importante, che il Premier è un
alibi per molti, perché viene indicato come la causa di tutti i mali. Se
non è il male, che cos’è? C’è rimedio ai malati immaginari? Sa
cos’è generazione TQ? In caso negativo, un incontro tra 100
intellettuali o sedicenti tali (tra cui chi le scrive) tra i 30 e i 45
anni. Si è parlato molto di spazi pubblici di intervento, di cultura in
tv, di scuola e di ricambio generazionale… Molte riflessioni ruotavano
sul mercato, demonizzato da alcuni – “basta scrivere di ogni libro che
è un capolavoro” -, negato da altri – “il mercato purtroppo non
esiste, dunque non è un problema”. Cos’è per lei il mercato? A parte
quello del pesce… Con
i giornali lei ha un rapporto complesso e controverso. Da “Libero”,
cui collabora nonostante gli strali ostili di Andrea Cortellessa, a “Gli
Altri” con cui ora ha smesso di collaborare. Passando per
“Repubblica” che non gli passò un pezzo politico. Ci vuole riassumere
questi tre episodi? Nel
suo blog lei aggiorna i suoi lettori sullo stato di “salute”, arriva
addirittura a pesarlo, del libro Vita di Moravia scritto da Alain Elkann.
Cosa rappresenta, per lei e per i media italiana, per l’editoria
italiana, il A.E.? In
tv cosa guarda? Cosa le piace? Vespa o Santoro? E di Fazio? Lei è mai
stato invitato da Fazio? Sa che un passaggio da lui vale centinaia di
migliaia di copie? Quale libro le piacerebbe portare da Fazio? L’ultimo
libro che non ha letto, perché non l’ha voluto leggere? Un libro che
consiglia e perché? Un libro che sconsiglia? |
La
Repubblica Bologna
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Superando il riserbo istintivo e la timidezza dell'accento emiliano, il terreno del racconto diventa anche il piacere che succeda qualcosa, tra le parole e la vita, tra le parole e la musica, che siano percussioni, clarinetti, o il canto delle mondine. Il libro è un dialogo a una sola voce. Accerchiato dai boscaioli che potano alberi con la motosega, mentre cerca di concentrarsi, l'autore racconta di ogni cosa, (perché non succede niente di brutto a scrivere) anche della casa di Flavio, con le voci che lo chiamano dalla strada, e che ce l'hanno proprio con lui. Con la scrittura di Nori accade che i lettori ascoltano, sentono le parole, l'emozione e la sincerità di chi si espone senza esibirsi mai. |
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Massimiliano
De Ritis magicbusmagazine.it maggio 2011 E' strano iniziare la lettura di un
libro al contrario, leggendo una nota nelle ultime pagine. Eppure, non lo
è così tanto se si pensa a La meravigliosa utilità del filo a
piombo di Paolo Nori, il volume edito di recente da Marcos y Marcos.
Il libro raccoglie sei discorsi scritti e "parlati", creati
dall'autore su commissione e concepiti esplicitamente per essere letti
(rigorosamente) ad alta voce. Nella nota conclusiva del libro troviamo
tutti i riferimenti ai festival, agli incontri e alle presentazioni in cui
l'autore/lettore ha sublimato la narrazione nell'esperienza delle reading,
la scorriamo come si farebbe con le liner notes del libretto di
un cd, per risalire ai luoghi che hanno ispirato quella musica, in una
ideale mappa di significati. |
Parlando della tua passione per il jazz, descrivi nel libro la differenza che passa tra chi suona questa musica, (“e vestiti così, da persone normali, salivano sul palco e suonavano”), e chi suona rock in generale, in cui è costretto ad indossare un abito, un'uniforme da divo, che lo renda riconoscibile al suo pubblico. Per la stesura di questo libro anche tu hai provato a smettere l'abito del Paolo Nori/ scrittore, o come dici di chi “per mestiere scrive libri”? Faccio fatica a vedermi, ma non mi sembra di aver smesso degli abiti, per scrivere questo libro. Non saprei dire, tra l'altro, quale sia l'abito del Paolo Nori scrittore, come dici tu; io credo di essere in una posizione pittosto marginale, fuori dal cono di luce dei riflettori, e questo fatto, che da un lato può essere considerato negativo, ha molti lati positivi, tra i quali, mi sembra, la possibilità di vestirsi come si vuole. Uno dei tanti dubbi che lasci
al lettore riguarda sicuramente il destino del liscio: perchè secondo te
dopo anni di pizziche e tarante questo pezzo di cultura italiana non si
affaccia al mainstream? Una Citröen due cavalli
grigia e nera, una bicicletta, un treno. Le tue storie sono sempre “in
“movimento”. Il modo in cui ti sposti influenza la tua scrittura? |
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Florinda
Fiamma Cos’hanno in comune un museo di arte contemporanea (da spiegare ai cechi), le frontiere (e il liscio emiliano), la fantascienza, la DDR e l’anarchia? In effetti nulla se non il fatto che sono temi di alcuni dei discorsi tenuti in pubblico da Paolo Nori che, dopo Pubblici discorsi appunto (uscito per Quodlibet qualche anno fa), esce con una nuova raccolta per Marcos y Marcos. Il Nori che abbiamo amato follemente per Bassotuba non c’è, Si chiama Francesca questo romanzo e Grandi ustionati torna per uno dei suoi frequenti appuntamenti editoriali e fa una sorta di dichiarazione di stile: “Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe”. È indubitabile che le sue braghe, o il suo carattere scrittorio, Nori lo abbia trovato, dopo averlo creato e cesellato, e ora è sempre più in bilico sul conflitto tra l’Emilia da cui proviene e l’Unione Sovietica cui è legato per vita e studi (“le componenti emiliane che abitavano dentro di me e le truppe sovietiche che erano entrate dentro di me”). |
In questo lavoro parla e commenta le sue letture, da Todorv e i formalisti russi a Chlebnikov e a Sklovskij, anche attraverso citazioni da Tolstoj: “Nella vita umana l’essenziale non sono i fatti ma le parole”. E tra fatti e parole anche Nori sceglie queste ultime, forse proprio per l’inconsapevole lezione che gli diede suo nonno, che gli fa comprendere quale sia la meravigliosa utilità del filo a piombo, secondo l’intelligenza che viene su nei cantieri e lo splendore della semplicità. Dei sei discorsi della raccolta l’ultimo, Noi e i governi, è il più bello e ispirato, sull’anarchia, la tirannia, la democrazia e sulla vita di Daniil Charms, uno scrittore di San Pietroburgo ritenuto degenere e antisovietico e finito in manicomio. Nori è diventato questo tipo di scrittore: infaticabile, continuo, incurante delle aspettative e delle regole del mercato. Un libro, questo, per gli amanti di Nori, che mischia sempre di più vita, romanzo, letture, realtà e invenzione, e sembra che vada progressivamente in direzione degli amati Disastri di Charms. |
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Francesca
Matteoni Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2011) è un libro di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario. Infatti “per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. |
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Benedetta
Ferrucci |
E allora, ci sono queste quindici cartelle da riempire e Nori saccheggia un saggio di Fruttero e Lucentini “Incontro ravvicinato con la fantascienza”. Umile, alla fine. Fa parlare chi ne sa. E ti racconta come ci è arrivato, che non è mica poco, è una condivisione del processo di scrittura, intima come cosa. Ma ti può far saltare i nervi se non ti liberi di un po' di sovrastrutture quando ti ci accosti… Solo così e solo se non prendi quello che ti viene detto sul serio riesci a fare il salto richiesto da questo scrittore, che non ti parla mai direttamente di qualcosa. Che sceglie sempre la via meno immediata. Perché “quello che non può essere detto dev'essere taciuto”. E non va bene neanche usare i tre puntini per alludere a. Si parla di qualcos'altro e, il più delle volte, se ne esce galvanizzati. Certo, con Nori si corre un po' il rischio che se ti piace alla fine può dire qualsiasi cosa. E i discorsi su carta forse perdono molto dell'aura che si crea quando vengono pronunciati, quindi secondo me tre puntini no, due sì. Le cose migliori di questa raccolta sono l'incipit e il discorso finale. L'incipit, “Specchi” si intitola, sono tre pagine in cui Nori ci spiega cos'è la scrittura parlando dell'importanza di trovare o di restare in un paio di braghe giuste. Su un altro registro, come in un controcanto, l'ultimo, commovente, discorso “Noi e i governi”. Perfetto, davvero. |
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Andrea
Coccia |
Anche Giacometti diceva che le sue statue erano un modo per imparare a guardare. Forse è un modo per prendere coscienza della propria incapacità, cioè che molte delle cose che facciamo le facciamo male, senza prestarci attenzione. Cosa vede nel futuro del libro con l’arrivo degli ebook? Non so prevedere esattamente cosa succederà, ma credo che non si debba aver paura. Io sono stato per lungo tempo contrario ai telefoni cellulari, adesso se dovessi dire perché non lo so, in qualche modo mi sembravano quasi un’offesa. Le persone che avevano il cellulare mi sembravano dei nemici, quasi come se non appartenessero alla mia classe sociale. Ovviamente era una cazzata enorme, dipendeva dal fatto che quando compare una cosa nuova - in me, ma credo anche nella maggior parte di noi, si scatena una dinamica che Lombroso, in un suo scritto sugli anarchici, chiama “misoneismo”, cioè l’avversione al nuovo. Per molto tempo ho dato spazio a questo sentimento, ma ora mi sembra una stupidata. Mi interesso di ebook, ma non solo, ho fondato insieme ad un mio amico, Alessandro Bonino, una casa editrice ebook. Cerchiamo di lavorare bene di fare dei buoni prodotti. Gli ebook delle grandi case editrici costano un sacco di soldi per il momento e non sono leggibili su tutti i supporti, e allora che senso ha? Il mio libro di einaudi che è uscito nel 2010, I malcontenti, in versione cartacea costa 16 euro e 13,99 in ebook. Vuol dire che se uno ha uno sconto minimo nella sua libreria o se lo compra su amazon spende di più per l’ebook che per la versione cartacea. Che senso ha? In ogni caso, non posso sapere cosa succederà, credo però che la forza dei Demoni di Dostoevskij non dipenda minimamente dal supporto. Certo, siamo abituati alla carta, i libri sono comodi e piacevoli da leggere, però anche l’ebook in fin dei conti è un oggetto utile, anche in viaggio. Sono sicuro che i due supporti non si elideranno a vicenda, continueranno entrambi. Una delle sua cifre stilistiche più decise è l’uso della ripetizione, una figura retorica che avvicina decisamente il suo stile al parlato. Qual è il motivo di questa sua scelta? Non credo di essere particolarmente attratto da questa figura retorica, credo piuttosto che questa figura retorica sia una di quelle che usiamo di più quando parliamo. Credo che in Italia ci sia ancora una discreta differenza fra la lingua scritta e parlata una differenza che ad esempio in russo non c’è. Il russo scritto e parlato sono due lingue quasi uguali. Quando leggi l’incipit di un qualsiasi classico della letteratura russa dell’Ottocento anche un bambino di 5 anni lo capisce. Se io penso invece a una poesia italiana, il 5 maggio di Manzoni, per esempio: Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro… Che cosa ne capisce un bambino? Questa è una questione di storia della lingua, non è una cosa naturale, a noi sembra naturale perché fin da quando siam piccoli siamo abituati a leggere nei libri una lingua più ricercata, ma la lingua è bella tutta. E io volevo la possibilità di fare dei libri con una lingua semplice e complicata insieme, ma vera, non una lingua distillata, non mi va di lavorare sul fumo. Volevo la possibilità di mettere in un libro anche le cose che si dicevano sotto casa mia. A Parma qualcuno entra in un bar e dice “Son stato a Reggio, son stato”. Questo modo di parlare, con tante ripetizioni è una cosa che in prosa non è accettata, c’è stata una specie di crociata. Mi viene in mente la prima traduzione di American Psyco, nella prima pagina compare tre volte la parola bus, il primo traduttore italiano ha tradotto il primo bus “autobus”, il secondo “corriera” il terzo “torpedone”. Allora già “autobus” e “corriera” sappiamo che sono due cose diverse, e poi “torpedone”? In un contesto come questo un lettore italiano potrebbe non immaginarsi che si stia parlando dello stesso autobus, e allora perché succede? La ripetizione è una figura fonica molto potente, e allora perché dobbiamo privarci di tutto questo? |
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Desiree
Capozzo «Secondo me, la cosa più triste che
può capitare a uno che scrive dei libri, in vita, è diventare uno
scrittore importante. Assumere quel tono e quell’aria lì che sembra che
dica “Guardatemi guardatemi come son bello come sono intelligente come
sono anticonformista come sono al di sopra di tutto e fiero delle mie
scelte”». |
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Andrea
Bressa Già il titolo suona parecchio curioso: |
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Nunzio
Festa “LA
MERAVIGLIOSA utilità del filo a piombo”, è questo il meraviglioso
titolo del nuovo libro di Paolo Nori. Libro che Marcos y Marcos manda in
libreria il prossimo 24 marzo. |
Senza dimenticare che questa nuova opera di Nori si nutre, per di più, e cita personalità come Baldini, Cavazzoni, Celati, Fruttero & Lucentini, Tolstoj, Viktor Sklovskij, Kulekov, Dovlatov, Chlebnikov, Charms, Brodskij. Insomma dai russi che ama e bene conosce agli italiani che apprezza. Insomma grazie alla Meravigliosa utilità del filo a piombo sapremo che per scrivere, innanzitutto, occorre trovare la condizione intima e fisica che garantisca concentrazione. E non era scontato. Per scrivere, tra le altre cose: “dei bicchieri infrangibili, che avevano quel nome presuntuoso e così bello, e cosa avrà fatto il primo che ha visto un bicchiere infrangibile andare in mille pezzi, avrà telefonato a qualcuno?”. La Marcos y Marcos, a trent’anni di storia, si regala, dopo aver avuto grazie alla traduzione dello stesso Nori il Disastri proprio di Charms, si concede il dono di portare sugli scaffali quella che un altro scrittore e poeta dei nostri giorni, Tiziano Scarpa, ha recentemente definito come quei libri che non riesci a inquadrare per genere. Ma dei quali non puoi fare a meno. Che possono addirittura formarti. Magari il nonno di Paolo Nori non se lo sarebbe aspettato. Persino lo stesso scrittore forse non vorrebbe che fosse così. Però con questo libro usciamo dall’infausta vita dell’ordinario meccanismo mediatico. Per arrivare nel ventre delle “belle” lettere. 200 pagine inarrestabili. |
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Gea
Polonio |
E se ne parla così felicemente che l'unica cosa da fare è correre in libreria e procurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c'è quasi soluzione di continuità tra l'uno e l'altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l'umorismo e la passione sono costanti di entrambi. Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento. È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico. E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare. Per dirla con l'ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c'era tanta gente, siamo stati bene. |
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Orietta
Possanza Ho letto l’ultimo libro di Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, in uscita il prossimo 24 marzo per Marcos y Marcos. Lo avevo visceralmente letto e intervistato in occasione dell’uscita di Noi la farem vendetta, un bel romanzo che intreccia il politico, il personale e l’intimo, corredato da resoconti, testimonianze e verbali dei processi sui morti di Reggio Emilia. L’ho riapprezzato nei Malcontenti, racconto sul frantumarsi di una relazione tra due giovani impegnati a metter su il “festival dei malcontenti”, da cui il titolo, una manifestazione culturale che naufraga come la loro relazione, presagita tra l’altro fin dalla prima pagina. Mi piace molto questo autore eclettico proprio per le sue contaminazioni letterarie e linguistiche, anche se non sempre si riesce a raccontare quello di cui scrive. In un certo senso, Paolo Nori nei suoi romanzi mette sempre un po’ di sé, perlomeno è questa la percezione che se ne ha. Un autobiografismo edulcorato da vicende di pura fantasia, con uno stile e un linguaggio originali, con un ritmo talora irrequieto, talora lento e ripetitivo. Nei suoi scritti c’è un mondo multicolore in cui tuffarsi, un disorganico rincorrersi di suggestioni ed emozioni in cui è tuttavia possibile riconoscersi; da un lato è letteratura alla massima potenza e dall’altro un dilettevole prodotto antiletterario, almeno secondo certi canoni letterari. È più parlato che scritto; è colmo di digressioni; è difficile citare frammenti che rendano l’idea di quello che stiamo leggendo: l’intreccio e la trama sono oggetti puramente secondari, sono pensieri e immagini, sguardi che catturano sensazioni, occhi che guardano la realtà e la trasformano. |
Nori è tanto amato e considerato, a ragione, come il talento della letteratura contemporanea italiana ma è ancora criticato come incomprensibile e autoreferenziale. Forse sono veri entrambi i giudizi, anche se leggere libri che non si riescono a collocare in un preciso genere, ha un fascino notevole. Ne La meravigliosa utilità del filo a piombo, una sequenza di discorsi tenuti tra il 2008 e il 2010, in luoghi emblematici e città, scrive: «Secondo me, la cosa più triste che può capitare a uno che scrive libri, in vita, è diventare uno scrittore importante, assumere quel tono e quell’aria lì che sembra che dica Guardatemi guardatemi come sono bello come sono intelligente come sono anticonformista come sono al di sopra di tutto e fiero delle mie scelte. Intellettuale, o ancora meglio: Maître à penser, ecco quelli lì, mi sbaglierò, ma quelli lì, secondo me, non mi ispirano fiducia. A me ispirano fiducia quelli che un po’ hanno vergogna, del loro ruolo pubblico, che lo guardano con sospetto e come cosa forse inevitabile, ma spiacevole molto». La voce di Paolo Nori ci conduce dentro il suo racconto «ci avvolge nelle sue spirali e ci porta dritto al cuore delle scatole di bottoni che racchiudono una vita». Autore dell’indimenticabile Basso tuba non c’è o Gli scarti e di altri libri di successo di pubblico e critica, ha esercitato per un certo tempo l’attività di traduttore dal russo. È fondatore e redattore della rivista L’accalappiacani, edita da Derive Approdi |
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Francesco
Bove A cosa serve il filo a piombo? Paolo Nori ce lo spiega La
meravigliosa utilità del filo a piombo
(Marcos Y Marcos, 2011) è una silloge di discorsi tenuti dall’autore
emiliano in diverse occasioni, interventi che non hanno nulla del
soporifero pseudo intellettualismo di tanti scrittori. |
Peccato che Nori non sia affatto esordiente bensì un autore navigato e ciò rende ancora più interessante il suo tipo di scrittura che non si caratterizza per una forte originalità ma per quegli sprazzi, quelle parentesi inaspettate buttate lì nel corso di un discorso. Idee da sottolineare per non perderle di vista, considerazioni sulla sua terra, l’Emilia, tenere e atroci, piccoli rimproveri senza malizia, come un figlio fa col proprio padre. L’eco delle canzoni di Dalida, Zanicchi, il liscio, l’Unione Sovietica, un autobiografismo spinto agli estremi che coinvolge e smarrisce il lettore, talora efficace, talvolta eccessivamente ridondante. Ma Nori non scrive per un pubblico ma per il suo pubblico, per chi riesce a stargli dietro, ed è quest’aspetto che rende unici i suoi lavori. Una scrittura incondizionata ricca di anacoluti, uno sguardo intelligente su una realtà in continuo mutamento e una proposta nutriente per menti flessibili. |
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Sergio
Rotino È
un libro di discorsi fatti (e da fare) rigorosamente in pubblico, ricco di
riflessioni sulla letteratura, sulla politica, sulla musica, sul senso
della guerra e del passato, quello che Paolo Nori licenzia sotto il
titolo, bello quanto curioso, de La
meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos
y Marcos, pp. 197, 14,50 euro). Discorsi, quindi. Non per niente oggi alle
18, alla Librerie coop Ambasciatori di via degli Orefici 19, l’autore di
Parma (che da anni però vive sotto le due torri) con al fianco
l’editore Claudia Tarolo ne legge alcuni brani. Legge, e non presenta. |
Giustamente nei cinque discorsi de La meravigliosa utilità del filo a piombo si espone e non si spiega, anzi, a mano a mano che la lettura procede, ogni posizione puramente esplicativa viene seppellita sotto un infinito oceano di digressioni. Così facendo Nori, anche attraverso citazioni prese da altri autori, crea dei cortocircuiti che danno luogo a illuminanti dichiarazioni di poetica, dalla concretezza tutta emiliana e dal vago sapore zavattiniano. Come quando ne Gli specchi (il discorso posto in apertura di volume, forse il più sentito insieme a Noi e i governi) afferma che «per scrivere, e per far arte, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardare delle cose che di solito non guardiamo mai, che diamo per scontate». Non possiamo dargli torto. |
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Andrea
Scarabelli |
Francesca
Magni Chi non conosce Paolo Nori si prepari ad ascoltare una voce particolare. E diciamo una voce non a casa: lo scrittore emiliano fa, di mestiere, anche il “lettore”, e gira l’Italia a tenere conferenze originalissime. Questo libro ne raccoglie alcune, scritte per essere declamate, infatti mentre le legge pare proprio che sia lì, con la sua ironia arguta. Nella prima racconta ai ciechi il museo d’arte di Bologna... Si sorride, si riflette. E si finisce per guardare le cose (il gatto, i vicini di casa, i politici) come se le si vedesse per la prima volta. |
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piacenzasera.it |
Il primo appuntamento è dunque quello di sabato 12 novembre con Paolo Nori e La meravigliosa utilità del filo a piombo: una raccolta di testi, reading e interventi tenuti dall’autore, che parla di letteratura russa — da Tolstoji a Dostoevskij a Velimir Chlebnikov e Daniil Charms — o di musica o di filosofia, inframezzando le sue parole con ricordi personali, sensazioni e riflessioni. Se nei romanzi Nori punta su un autobiografismo spinto e generazionale, qui rivela un talento particolare nel mescolare “alto” e “basso”, nell’affrontare temi importanti e impegnativi con un tono (solo) apparentemente svagato. |
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estense.com |
Collabora con “Il Caffè letterario”, bimestrale di letteratura ed immagini. Del 2008 sono “Mi compro una gilera” e “Baltica 9″. Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri, l’edizione dei classici di Feltrinelli di “Un eroe dei nostri tempi” di Lermontov e delle “Umili prose” di Puškin. L’evento si svolgerà presso la storica sala dell’Oratorio San Crispino, al terzo piano della libreria Melbookstore. Realizzato con il patrocinio del Comune di Ferrara, comprende anche la collaborazione con Café de la paix, che offrirà una merenda di benvenuto ai partecipanti. |
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Linda
Zicca Nuovo divertente libro di Paolo Nori, una raccolta di letture pubbliche che l’autore ha tenuto negli ultimi anni in giro per l’Italia. Una serie di discorsi sui più svariati argomenti, musei, frontiere, governi, fantascienza, la DDR e ancora braghe, boscaioli, bicchieri infrangibili, canzoni. Sarebbe riduttivo limitarsi a elencare i temi centrali di queste letture, perché al loro interno ne contengono mille altri. Tutti i discorsi procedono per digressioni ed esempi, un flusso di pensieri che si muove tra riflessioni, ricordi, citazioni, eventi storici e artistici, sensazioni. Dall’argomento iniziale ci si stacca per parlare di tutto e poi si torna lì, da dove si era partiti, senza neppure accorgersi di aver attraversato storie, mondi, esistenze per afferrare il senso completo del discorso. Lo zigzagare tra la premessa e la conclusione si trasforma in una linea retta e quel ragionamento che sembrava rocambolesco per il suo moltiplicarsi di temi e situazioni si rivela infine essenziale in tutte le sue parti. Conoscenza e comprensione passano attraverso l’esperienza della vita, il sapere si fa umile e si accompagna alla curiosità di scoprire. Così come la scrittura e il mestiere di scrivere. |
«Secondo me la cosa più triste che può capitare a uno che scrive dei libri, in vita, è diventare uno scrittore importante, assumere quel tono e quell’aria lì che sembra che dica Guardatemi guardatemi come son bello come sono intelligente come sono anticonformista come sono al di sopra di tutto e fiero delle mie scelte. Ecco quegli scrittori lì, secondo me, gli scrittori ufficiali, che sulla carta d’identità potrebbero averci scritto sotto la voce mestiere: Intellettuale, o, ancora meglio: Maître à penser, ecco quelli lì, mi sbaglierò, ma quelli lì, secondo me, non mi ispirano fiducia. A me ispirano fiducia quelli che un po’ hanno vergogna, del loro ruolo pubblico, che lo guardano con sospetto e come cosa forse inevitabile, ma spiacevole molto». E forse per scrivere, in fondo, è anche «Noi e i governi», tenuto alla Palazzina Liberty di Milano. Una riflessione sulle democrazie, le tirannie e le libertà. Sul sito della casa editrice Marcos y Marcos è possibile ascoltarne la registrazione, accompagnata dal coro delle Mondine di Novi. |