William saroyan

La commedia umana

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Alf76, MaSeDomani.com, ottobre 2012
Luigi Pizzi, letteraturaecinema.blogspot.com, marzo 2012
Daniela Origlia, Il Foglio, novembre 2010
Salvatore Lo Iacono,
A sud'europa, novembre 2010

Ruggero Bianchi,
TuttoLibri la Stampa, ottobre 2010
Gianfranco Franchi, lankelot.eu, ottobre 2010 


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Luigi Pizzi
letteraturaecinema.blogspot.com
febbraio 2012

Homer è un ragazzino di quattordici anni pieno di entusiasmo. La famiglia Macauley, da cui proviene, è modesta: il babbo è morto e il fratello maggiore è partito per la Seconda guerra mondiale; eppure tutti si dedicano con energia a quel che va fatto: la mamma alle galline come all'arpa, la sorella agli studi e al pianoforte, e Ulysses è il fratellino più curioso del mondo. Homer, che di giorno frequenta il liceo, la sera si tuffa in bicicletta alla volta dell'ufficio del telegrafo, dove lavora come portalettere. Pochi giorni, e già si rivela come il messaggero più veloce della West-Coast. Entra così nel mondo degli adulti: il suo segreto è prendere sul serio le cose e i sogni per diventare qualcuno, anzi, capire di esserlo già. 




Eclettico, istrionico, egocentricissimo, William Saroyan è stato probabilmente l’unico scrittore della Storia a rifiutare il Premio Pulitzer, con la seguente motivazione: “Sono fiero che i giurati abbiano pensato a me: peccato che abbiano scelto l’opera sbagliata”. Saroyan nacque povero e divenne ricchissimo vendendo a Hollywood i diritti cinematografici di alcune sue opere. Praticamente certo che non sarebbe mai morto, decise di lasciare tutti i propri beni a una fondazione che porta il proprio nome perché non venisse dimenticato. La commedia umana è la sua opera più celebre, e nella collana Gli alianti è stata ristampata dodici volte.

Gianfranco Franchi
lankelot.eu
ottobre 2010 

“Ciascuno ha una casa diversa. Qualcuno a est, qualcuno a ovest, qualcuno a nord, qualcuno a sud. Noi stiamo a ovest”. “L'ovest è meglio?”. “Non lo so. Non sono mai stato da nessun'altra parte”. “Ci andrai?” “Un giorno”. “Tornerai?”. “Certo”. “Volentieri?” “Certo”. “Perché?” “È sempre bello ritornare, ecco perché” (Saroyan, “La commedia umana”, 8, p. 39).
C'è una bellissima definizione di Saroyan, firmata da John Fante, che riesce facilmente a sedurre il neofita. "La mano di Saroyan è piena di rabbia, una rabbia armena eppure americana: e soprattutto, la sua scrittura è fantastica, lirica fino all'ultimo punto, all'ultima virgola". Uno legge una cosa del genere, scritta da Fante, e non può non nutrirsi della scrittura di WS. Almeno, per me è così.
William Saroyan (1908-1981) è stato un artista capace di incarnare con tenacia e determinazione il sogno di tanti emigranti: quello di riuscire, nonostante tutte le incredibili avversità e tutte le difficoltà di crescere senza padre, in una famiglia poverissima, in una nazione nuova, a diventare qualcuno e qualcosa. Un mestiere dopo l'altro, Saroyan riuscì a diventare un artista amato da tutti. E lasciò libri come questo, che altro non sono se non un grande tributo a un sentimento umano spesso dimenticato e frainteso, e in realtà di straordinaria centralità: la compassione. Per ogni cosa.
Nel 1943, a otto anni di distanza dal suo esordio, la raccolta di racconti “The Daring Young Man on the Flying Trapeze”, vide la luce “La commedia umana”. Saroyan prima si dedicò al soggetto e alla sceneggiatura del film. Non si parlava di nessun libro. L'artista si ritrovò estromesso dal progetto e subito si concentrò su una versione romanzesca dell'opera. È questa. E della sceneggiatura cinematografica mantiene la grande freschezza dei dialoghi, non ci piove. M'è testimone l'incipit del pezzo.
Il romanzo è ambientato a Ithaca. Ithaca, California. “La vita, a Ithaca – e in generale nel mondo – segue un disegno che a prima vista parrebbe senza senso, per non dire folle, ma a mano a mano che i giorni e le notti formano i mesi e gli anni questo disegno acquista una forma e un senso” (34, p. 222). E a Ithaca incontriamo Homer, Ulysses ed Helen. Sorpresi? Non dovreste. Entriamo nella quotidianità del piccolo Homer Macauley, quattordici anni, cresciuto senza padre, di suo fratello Ulysses, nemmeno cinque anni, della sua innamorata Helen; di suo fratello grande, che sta al fronte, e della sua famiglia. Una famiglia che fa una gran fatica a sbarcare il lunario, e per questo il ragazzo si mette presto a lavorare. È un ragazzino, è adolescente, ma studia e lavora. Studia e lavora. E che lavoro si ritrova a fare, proprio in quegli anni difficili? Il fattorino dell'ufficio del telegrafo. Tradotto? È quel povero cristo che deve andare, casa per casa, per consegnare notizie indesiderate alle famiglie. In quel periodo la notizia triste per eccellenza è che il figlio o il nipote o il marito sono caduti in guerra...

 



“Non era colpa sua. Aveva il compito di consegnare telegrammi. Eppure era pronto a farsi interamente carico dell'accaduto. Nello stesso tempo avrebbe voluto tirarsi indietro e dire 'sono soltanto un portalettere, signora Sandoval. Mi dispiace molto doverle portare un telegramma come questo, ma è il mio lavoro'” (5, p. 26).
Non è facile, a quattordici anni, venendo da una situazione famigliare ed economica così disastrosa e delicata, con l'energia assurda di chi vuole diventare qualcosa o qualcuno, e tutta la smania di poterlo diventare, dover accettare un incarico del genere. Ma questo è il destino di Homer, nella Ithaca di quegli anni. Gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Si sente, sulle prime, sopraffatto: soffre per la sofferenza delle persone che ha incontrato, non sopporta che accada niente di così ingiusto e insensato – è frustrato alle stelle, e non sa come rimediare. Ed è così piccolo che “non è neppure sicuro di voler continuare a vivere”. È allora che si risveglia il sentimento supremo. La compassione: “non soltanto per quella povera donna, ma per tutte le cose, per il loro modo atroce di consumarsi e morire”. S'accorge di questo, come un piccolo Buddha, e piange. Con grazia, con semplicità. Saroyan qui dà il massimo:

“Di colpo era sulla bicicletta, pedalava energicamente lungo la strada buia con le lacrime agli occhi, imprecando sommessamente. Una volta all'ufficio postale, le lacrime erano finite, ma tante altre cose si erano messe in moto, e certamente non si sarebbero fermate. 'Altrimenti, tanto varrebbe che fossi morto anch'io', gridò, come se si rivolgesse a qualcuno duro d'orecchi” (p. 29).

“La commedia umana” è, credo, il grande romanzo iniziatico della compassione, non solo un affresco sociale romantico e spaccacuore. È il romanzo in cui il nostro protagonista impara a guardare le persone che vivono nella sua cittadina, e impara a guardarle con compassione, pregando che non accada loro niente di male. E solo allora smette di piangere, di disperarsi per la nostra sorte. Perché Homer capisce che nel mondo ci sarà sempre dolore. “Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore dal mondo. Un uomo meschino non lo vedrà nemmeno, tranne che in se stesso. E un uomo malvagio, per sua disgrazia, porterà al mondo altro dolore, seminandolo ovunque andrà. Ma non è colpa di nessuno, mi sa, perché nessuno ha chiesto di venire al mondo” (26, p. 169).
Saroyan riesce a raccontare la normalità della sofferenza, la normalità assurda della morte in guerra, la dolorosa normalità della crescita, in un libro che parla con grande semplicità di fenomeni e sentimenti molto complessi. E riesce a far sciogliere un po' di ghiaccio nel cuore dei più disillusi. Non sembra, ma è tanto.

Daniela Origlia
Il Foglio
novembre 2010

Bella umanità quella che ci racconta William Saroyan, che si aiuta quando ce n’è bisogno, che non si piange addosso, che si consola con una bella chiacchierata, con una passeggiata o con un cinema. Siamo in America nel ’42, i tempi sono duri, anche se la guerra è lontana, ma il tono non è quello cupo - tipico del neorealismo - di una miseria senza speranza, o rabbioso di denuncia delle ingiustizie sociali, o ancora di un vuoto esistenziale, c’è invece un forte senso di solidarietà, di valori etici, di volersi bene, di rendere la vita più bella per quanto possibile e di apprezzare le poche cose buone che restano.  Saroyan  riesce a non scivolare in un buonismo un po’ melenso, alla Franck Capra per intenderci: i suoi protagonisti non sono né eroi senza macchia e senza paura, né santi. Sbagliano, soffrono, ridono, cadono, si rialzano, imbrogliano, si prendono in giro; non sono dei vinti, reagiscono in modo vitale alle prove più dure. ‘Tutto gli appariva strano, affascinante e senza logica. Era il suo mondo. Strano, pieno di erbacce e spazzatura, ma bello’,  attraverso gli occhi di Ulysses, quattro anni, il piccolino della famiglia Macauley, vediamo il  giardino di casa sua  in Santa Clara Avenue, alla periferia di Ithaca, California, e poi la sua famiglia e tutti gli abitanti. Il fratello Homer, quattordici anni, fa il liceo e s’è trovato anche un lavoro perché di soldi ce n’è pochi. Fa il postino e scorrazza in bicicletta alla velocità della luce. Al direttore dell’ufficio del telegrafo che gli chiede se gli piace questo mestiere risponde: ” Se mi piace? Mi piace più di qualsiasi altra cosa. Come minimo si conosce gente di ogni genere. E un mucchio di nuovi posti’. Non gli viene neanche in mente di essere una vittima, si butta con entusiasmo nella nuova avventura. Essere un messaggero può anche essere penoso. Arriva il primo di una lunga serie di telegrammi dal Ministero della difesa che annunciano alla famiglia la morte di un eroe di guerra. 





Come può  Homer dire a una madre che il figlio è morto? Forse c’è un errore… La donna non vuole crederci. Gli offre dei dolci. Lo abbraccia come se fosse il suo bambino. ‘ Senza capire perché, sopraffatto com’era da tutta la vicenda, si sentì male, gli veniva da vomitare. Non era infastidito dalla donna; quello che stava succedendo appariva così ingiusto e insensato, che non era neppure sicuro di voler continuare a vivere’. Quando, dopo mezzanotte, torna a casa, c’è la mamma ad aspettarlo per sapere com’è andata. ‘Non è giusto che una cosa possa ferirti così’; sta dalla sua parte, ma lo tratta da uomo, non da infante bisognoso di protezione: adesso che il padre è morto, che il fratello più grande è al fronte, tocca a lui comportarsi da capofamiglia, non arrendersi e capire. Ci sono un sacco di brave persone che senza darsi tante arie, senza retorica, possono insegnarci a vivere semplicemente col loro esempio e ad amare. Non importa se a scuola o in una gara sei il primo, se conquisti più ragazze o guadagni più soldi, volere tutto significa essere sempre scontenti; quel che conta è essere se stessi e provare pietà. ‘Un uomo che non piange di fronte al dolore del mondo è un uomo per modo di dire. Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore del mondo’. Ithaca,la cittadina dove è ambientato il romanzo, non è solo la patria del piccolo Ulysses, ma di un’infinità di razze diverse che si mischiano e restano se stesse. Durante le feste, italiani, greci, serbi, armeni ( Saroyan è di origine armena), americani si riuniscono in gruppi, ciascuno con la propria musica e le proprie danze. Alla fine si lanciano tutti in sfrenati swing, jive e boogie-woogie. 
Alf76
MaSeDomani.com
ottobre 2012

E poi ci sono libri come “La commedia umana” di William Saroyan, che – se non fossi in fondo in fondo un timidone – farebbero la felicità della compagnia telefonica.
No, perché la prima tentazione una volta terminata la lettura dell’ultima facciata è stata quella di buttarmi sul telefono, comporre numeri a caso e…
“Pronto, buonasera signora, mi scusi per il disturbo, no, guardi, non voglio vendere nulla, volevo solo segnalare che ho appena finito di leggere “La commedia umana”, no, non quella di Balzac, ah ma vedo che se ne intende, bene, no, questo è un libro di Saroyan (scriva bene Sa-ro-yan con la ipsilon), è il libro più dolce e ingenuo e vero e semplice che io abbia letto nell’ultimo periodo, ecco, telefonavo solo per consigliarlo a tutti, prego, si figuri, arrivederci”
“Pronto, buonasera dottore, no, mi scusi, spero non sia orario di visite, h lei è dottore commercialista, beh, ancora meglio guardi, volevo consigliarle un libro di Saroyan, no io non lo vendo, però è un romanzo bellissimo ed emozionante, racconta di una cittadina americana nel 1942 e dei suoi abitanti, fra cui spiccano un bambino di nome Ulisse che è il ritratto della nostra curiosità infantile e rimane attaccato al cuore, e poi c’è il fratello, ah, capisco, non ha tempo, giusto, ma si segni il titolo “La commedia umana”, fra un 740 e l’altro secondo me… si, ha ragione, buona giornata”




“Si, buongiorno, mi perdoni per il disturbo, chiamavo per chiederle se ha mai letto “La commedia umana” di Saroyan… lo ha letto? Davvero? Lo ha trovato anche lei straordinario, vero? Si, si, è vero, a volte sembra di leggere l’Antologia di Spoon River in prosa, sono d’accordo, però mi scusi, visto che lei lo ha già letto e ne ha tratto gran divertimento, io proseguire con le mie interrurbane, scusi, eh…”
“Ciao, quanti anni hai? Mi passi la mamma o il papà? Grazie! Buonasera, mi scusi, ho sentito che il figliuolo ha 14 anni, ecco, io consiglierei anche a lui la lettura de “La commedia umana” di Saroyan, che il protagonista ha più o meno la sua età e fa il fattorino, e vola in bicicletta, e all’improvviso si scopre grande e sarà impossibile non sottolineare mille e mille e mille frasi, ehm… no… non è un servizio del comune per invogliare alla lettura, però non è mica una brutta idea….”
Tutti pensieri che si sono accavallati mentre allungavo la mano verso il telefono, e mi son fermato un siatnte prima di fare la figura dell’idiota. Però quelle cose lì andavano dette, e quindi eccole qui. Sa-ro-yan, ve lo siete appuntati?

Scheda del libro

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