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saroyan La commedia umana |
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Luigi Pizzi letteraturaecinema.blogspot.com febbraio 2012 Homer è un ragazzino di quattordici anni pieno di entusiasmo. La famiglia Macauley, da cui proviene, è modesta: il babbo è morto e il fratello maggiore è partito per la Seconda guerra mondiale; eppure tutti si dedicano con energia a quel che va fatto: la mamma alle galline come all'arpa, la sorella agli studi e al pianoforte, e Ulysses è il fratellino più curioso del mondo. Homer, che di giorno frequenta il liceo, la sera si tuffa in bicicletta alla volta dell'ufficio del telegrafo, dove lavora come portalettere. Pochi giorni, e già si rivela come il messaggero più veloce della West-Coast. Entra così nel mondo degli adulti: il suo segreto è prendere sul serio le cose e i sogni per diventare qualcuno, anzi, capire di esserlo già. |
Eclettico, istrionico, egocentricissimo, William Saroyan è stato probabilmente l’unico scrittore della Storia a rifiutare il Premio Pulitzer, con la seguente motivazione: “Sono fiero che i giurati abbiano pensato a me: peccato che abbiano scelto l’opera sbagliata”. Saroyan nacque povero e divenne ricchissimo vendendo a Hollywood i diritti cinematografici di alcune sue opere. Praticamente certo che non sarebbe mai morto, decise di lasciare tutti i propri beni a una fondazione che porta il proprio nome perché non venisse dimenticato. La commedia umana è la sua opera più celebre, e nella collana Gli alianti è stata ristampata dodici volte. |
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Gianfranco
Franchi “Ciascuno
ha una casa diversa. Qualcuno a est, qualcuno a ovest, qualcuno a nord,
qualcuno a sud. Noi stiamo a ovest”. “L'ovest è meglio?”. “Non lo
so. Non sono mai stato da nessun'altra parte”. “Ci andrai?” “Un
giorno”. “Tornerai?”. “Certo”. “Volentieri?” “Certo”.
“Perché?” “È sempre bello ritornare, ecco perché” (Saroyan,
“La commedia umana”, 8, p. 39). |
“Di
colpo era sulla bicicletta, pedalava energicamente lungo la strada buia
con le lacrime agli occhi, imprecando sommessamente. Una volta
all'ufficio postale, le lacrime erano finite, ma tante altre cose si
erano messe in moto, e certamente non si sarebbero fermate. 'Altrimenti,
tanto varrebbe che fossi morto anch'io', gridò, come se si rivolgesse a
qualcuno duro d'orecchi” (p. 29). |
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Daniela
Origlia Bella umanità quella che ci racconta William Saroyan, che si aiuta quando ce n’è bisogno, che non si piange addosso, che si consola con una bella chiacchierata, con una passeggiata o con un cinema. Siamo in America nel ’42, i tempi sono duri, anche se la guerra è lontana, ma il tono non è quello cupo - tipico del neorealismo - di una miseria senza speranza, o rabbioso di denuncia delle ingiustizie sociali, o ancora di un vuoto esistenziale, c’è invece un forte senso di solidarietà, di valori etici, di volersi bene, di rendere la vita più bella per quanto possibile e di apprezzare le poche cose buone che restano. Saroyan riesce a non scivolare in un buonismo un po’ melenso, alla Franck Capra per intenderci: i suoi protagonisti non sono né eroi senza macchia e senza paura, né santi. Sbagliano, soffrono, ridono, cadono, si rialzano, imbrogliano, si prendono in giro; non sono dei vinti, reagiscono in modo vitale alle prove più dure. ‘Tutto gli appariva strano, affascinante e senza logica. Era il suo mondo. Strano, pieno di erbacce e spazzatura, ma bello’, attraverso gli occhi di Ulysses, quattro anni, il piccolino della famiglia Macauley, vediamo il giardino di casa sua in Santa Clara Avenue, alla periferia di Ithaca, California, e poi la sua famiglia e tutti gli abitanti. Il fratello Homer, quattordici anni, fa il liceo e s’è trovato anche un lavoro perché di soldi ce n’è pochi. Fa il postino e scorrazza in bicicletta alla velocità della luce. Al direttore dell’ufficio del telegrafo che gli chiede se gli piace questo mestiere risponde: ” Se mi piace? Mi piace più di qualsiasi altra cosa. Come minimo si conosce gente di ogni genere. E un mucchio di nuovi posti’. Non gli viene neanche in mente di essere una vittima, si butta con entusiasmo nella nuova avventura. Essere un messaggero può anche essere penoso. Arriva il primo di una lunga serie di telegrammi dal Ministero della difesa che annunciano alla famiglia la morte di un eroe di guerra. |
Come può Homer dire a una madre che il figlio è morto? Forse c’è un errore… La donna non vuole crederci. Gli offre dei dolci. Lo abbraccia come se fosse il suo bambino. ‘ Senza capire perché, sopraffatto com’era da tutta la vicenda, si sentì male, gli veniva da vomitare. Non era infastidito dalla donna; quello che stava succedendo appariva così ingiusto e insensato, che non era neppure sicuro di voler continuare a vivere’. Quando, dopo mezzanotte, torna a casa, c’è la mamma ad aspettarlo per sapere com’è andata. ‘Non è giusto che una cosa possa ferirti così’; sta dalla sua parte, ma lo tratta da uomo, non da infante bisognoso di protezione: adesso che il padre è morto, che il fratello più grande è al fronte, tocca a lui comportarsi da capofamiglia, non arrendersi e capire. Ci sono un sacco di brave persone che senza darsi tante arie, senza retorica, possono insegnarci a vivere semplicemente col loro esempio e ad amare. Non importa se a scuola o in una gara sei il primo, se conquisti più ragazze o guadagni più soldi, volere tutto significa essere sempre scontenti; quel che conta è essere se stessi e provare pietà. ‘Un uomo che non piange di fronte al dolore del mondo è un uomo per modo di dire. Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore del mondo’. Ithaca,la cittadina dove è ambientato il romanzo, non è solo la patria del piccolo Ulysses, ma di un’infinità di razze diverse che si mischiano e restano se stesse. Durante le feste, italiani, greci, serbi, armeni ( Saroyan è di origine armena), americani si riuniscono in gruppi, ciascuno con la propria musica e le proprie danze. Alla fine si lanciano tutti in sfrenati swing, jive e boogie-woogie. |