BORIS VIAN 

La schiuma dei giorni

 

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Giulia Pacella, Elle, novembre 2009
Michele Bonaventura, Lankelot.eu, gennaio 2007
Donatella La Viola, Repubblica, agosto 2005
Giuseppe Scaraffia, Il Sole 24 ore, agosto 2005
Giuseppe Montesano, Diario, maggio 2005
Gianni Mura, La Repubblica, aprile 2005
Grazia Casagrande, Wuz.it, aprile 2005
Idolina Landolfi, Il Giornale.it, settembre 2005



Gianni Mura
La Repubblica - L'Almanacco dei libri
aprile 2005

La schiuma dei giorni, una straziante storia d'amore, in parte autobiografica
Le vite vissute da Boris Vian


Gira e rigira, anche rileggendo La schiuma dei giorni di Boris Vian a tantissimi anni dalla prima volta, bisogna dare ragione a Queneau: è il più straziante dei romanzi d'amore. Ma non è solo un romanzo d'amore. Dentro ci si ritrovano tanti ingredienti del cocktail-Vian (irripetibile, non c'è dubbio): i giochi di parole, il surrealismo, l'amore per il jazz e la patafisica del suo carissimo Jarry, una forte irrisione della morale corrente, un antimilitarismo coltivato negli anni della breve vita di Vian (1920-1959) in cui la Francia era spesso in armi (seconda guerra mondiale, Indocina, Algeria).
La storia è semplice. Colin (diminutivo di Nicolas, ma in francese significa anche merluzzo) è un giovane ricco, nullafacente, con tanto di cuoco coltissimo che cita Gouffé e prepara anticipazioni di cucina futura (la salsa alla crema di mango e ginepro cucita dentro involtini di tessuto di vitello). Nella casa ci sono topi parlanti, ma non bisogna formalizzarsi. Nella premessa al libro Vian dichiara: «La storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi». Non lavora, Colin, ma ogni tanto inventa qualcosa, come il pianococktail. Ha un amico, Chick, che spende tutti i risparmi (e anche i prestiti di Colin) nell'acquisto di opere di Jean Sol Partre ("Il vomito", rilegato in pelle di puzzola, "Il tanfo", ma nel parossistico e devastante finale anche pipe, pantaloni del filosofo esistenzialista). Il buffo è che, nelle mille cose della sua breve vita, Vian ha avuto Jean Paul Sartre come direttore (a Temps modernes ). Colin s'innamora di Chloé, la sposa, ma nel viaggio di nozze verso il Midi Chloé comincia a tossire, s'ammala. Le sta crescendo una ninfea nel polmone destro. 

 





Quel fiore mortale può essere combattuto solo dal profumo di altri fiori. Sempre innamoratissimo, ma anche sempre più povero (i fiori costano) e disperato, Colin accetta i lavori più pesanti e impensabili. Cova canne di fucile, che si sviluppano solo col calore del corpo umano. Ma viene licenziato perché il suo amore sforna canne che terminano con una rosa d'acciaio. Fa il messaggero di cattive notizie con un giorno d'anticipo, finché vede il suo indirizzo nel lavoro da sbrigare e capisce che Chloé morirà il giorno dopo. Le ultime pagine, il funerale da poveri che fa da contrappunto angoscioso al matrimonio da ricchi, con gli stessi protagonisti, sono per me tra le più belle del libro, insieme all'appartamento di Colin e Chloé che si restringe progressivamente e non lascia passare il sole man mano che la morte di Chloé s'avvicina e la calda pienezza dell'amore si consuma.
E sarà anche per questo lirismo scoperto, per questo canto all'incanto totale dell'amore, che La schiuma dei giorni è così letto dai giovani. Pure, alla sua prima apparizione non andò oltre le 1.500 copie. Boris (sua madre Yvonne, melomane, l'aveva chiamato così pensando a Boris Godunov) fu un genio parzialmente compreso e un uomo affamato di vita, consapevole che una grave malattia di cuore non gli avrebbe lasciato il tempo di invecchiare. Alla luce di questi dati si potrebbe anche leggere La schiuma dei giorni in chiave autobiografica (il polmone come il cuore, l'appartamento che si restringe) e d'altra parte le chiavi di lettura sono tantissime in rapporto al tantissimo che Vian è stato. Trombettista, ingegnere, traduttore, giornalista (solo di scritti sul jazz, con l'anagramma di Bison ravi, Bisonte estasiato, 696 pagine), giallista-scandalo con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, drammaturgo, attore, chansonnier (oltre 500 canzoni, la più famosa resta Le déserteur ), autore teatrale, poeta, direttore di casa discografica. Nelle foto ha l'aria di un signore serio che sta per mettersi a fare le boccacce. "Pauvre Boris" cantava Jean Ferrat, quanto successo postumo. La miglior chiave di lettura per La schiuma dei giorni è non averne, o buttarle via tutte. Basta leggerlo, e si resta felicemente feriti.

Giuseppe Montesano
Diario
maggio 2005

Libertà totale

Freschezza adolescenziale con frou frou da cartone animato surrealista, bollicine indifferentemente di champagne o Coca-Cola con fettine tagliate sottili dalla tarte-aux-jeux-de-mots del maestro Queneau, guizzi di humour noir gentilmente malinconici e una fantasia coloratissima come in un Doganiere Rousseau scrittore: è La schiuma dei giorni di Boris Vian, che ritorna in libreria nella bella traduzione di Gianni Turchetta e con la bella e innamorata prefazione di Ivano Fossati.
E la traduzione, per assaporare la spuma letteraria di Boris Vian, è essenziale, giocata com’è la sua scrittura su un uso continuamente ma lievemente deformato della lingua, nel gioco tra le allusioni agli slang giovanili della Parigi degli anni Cinquanta e l’ironico rimescolio di jazz «negro» e Saint-Germain de près, di esistenzialismo e di mito americano, di scherzo appassionato e di malattia mortale. La storia di La schiuma dei giorni è una sorta di parodia affettuosa dello Huysmans À Rebours shakerata con aromi di Scott Fitzgerald e di surrealismo nero prevertiano: il suo protagonista, Colin, è un ventunenne dandy fitzgerladiano ricco e blasé, che si innamora della bellissima Chloé e la sposa, finché dopo giorni di felice frizzantezza Colin diventa sempre più povero e Chloé si ammala: una pianta le spunta da un polmone soffocandola...

 

 







Ma la fiaba senza lieto fine di Vian non si regge sulla vicenda, quanto sui bizzarri personaggi che la popolano: dal cuoco Nicolas, autore di raffinatissime ricette all’inizio del libro e costretto alla fine a cucinare zuppe precotte; il collezionista fanatico di opere di Jean-sol Partre, ovviamente Jean-Paul Sartre, che si rovina per comprare libri come «un’edizione della Scelta Preliminare prima del Rivoltone-di-stomaco di Partre, redatta su rotolo di carta igienica»; e una folla di preti avidi e comici, di poliziotti violenti e stralunati, di animali parlanti e di topi tristi che si suicidano facendosi ghigliottinare dai denti di gatti bonari.
Ma dietro la sua svagata giocosità, Vian riesce a far passare una spesso esilarante critica all’intero meccanismo sociale, dal moto operista del lavoro come salvezza («Si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti». «Allora sono scemi», disse Chloé. «Sì, sono scemi. È per questo che sono d’accordo con quelli che gli raccontano che lavorare è il massimo...») al già fiorente illusionismo della «managerialità» («Lei sa perché assumiamo personale?». «No», disse Colin. «Neanch’io», disse il direttore. «Devo chiedere al mio vice-direttore...»), alla religiosità fasulla dei ricchi («Con cento dobloncini riuscirò ad avere una cerimonia decente?», disse Colin. «Facciamo centocinquanta», concluse il religioso. «È deplorevole, sarà una cerimonia schifosa. Lei mi disgusta, è troppo tirchio...».), dimostrando che il romanzo può essere come la valigia di un prestigiatore: ci entra ed esce di tutto.
Geniale dilettante, Vian ha lasciato nei suoi libri le tracce di una lezione-non lezione che diventa sempre più difficile da seguire, quella della libertà totale in letteratura. In tempi di censure e autocensure di scrittori e non, il suo vagabondare a tentoni per le vie della reverie, eccessivo, imperfetto ma vitale, è più istruttivo di tanta funerea seriosità da prigionieri appassionati alle loro cellette: il suo jazz gentile, ormai couler du temps, suona ancora giovane.
Idolina Landolfi
ilGiornale.it
settembre 2005

«Signor Presidente/ \/ non per farvi adirare/ ma è bene che vi dica:/ La decisione è presa,/ io voglio disertare./ \ Mendicherò la vita/ per le strade di Francia/ e dirò alla gente:/ Rifiutate di obbedire/ Rifiutate di farla,/ non andate alla guerra,/ rifiutate di partire»: sono le parole famose del Disertore, una delle canzoni scritte da Boris Vian e da lui stesso cantate, o da altri interpreti, come Serge Reggiani. Parole che gli valsero naturalmente, all’epoca, fischi e denunce, urla di «In Russia! In Russia!» in alcuni teatri - e pensare che di qui a qualche anno (siamo nel 1954) Vian sarebbe diventato un autore, e un personaggio, di culto per la generazione protestataria e non solo.
In lieve ma fondamentale anticipo su tutto, il geniale, versatilissimo autore francese; il che gli ha impedito di varcare, almeno da vivo, le soglie del successo, ovvero del giusto apprezzamento da parte dei più (i pochi, Queneau, Paulhan, lo stesso da lui bistrattato Sartre, il Jean-Sol Partre della Schiuma dei giorni, non avevano dubbi sul suo valore). Del resto anche la morte è giunta presto, nel 1959, prima dei quarant’anni: morte annunciata per il malato di cuore; che così ha vissuto con il piede fisso sull’acceleratore, come su quelle belle macchine che gli piacevano tanto.
Scrittore di romanzi e di teatro, autore di canzoni, cantante e attore, trombettista jazz e critico in testate le più varie, da Les Temps Modernes di Sartre a Jazz Hot (da lui ribattezzata Jazote), dove scrive pezzi audaci e trascinanti, fatti del suo amore per il jazz, che molto contribuì a far conoscere a Parigi (anima, tra l’altro, di caves come Le Tabou o il Club Saint-Germain, dove vennero a suonare suoi amici di nome Duke Ellington, Charlie Parker, Miles Davis), e del suo amore per la lingua, per le parole, che deforma, stiracchia, stravolge in un modo tutto suo - facendo la disperazione dei traduttori, i quali sovente non trovano di meglio che lardellare la pagina con una caterva di note esplicative.
L'écume des jours è proposto adesso in Italia da Marcos y Marcos (La schiuma dei giorni, traduzione di Gianni Turchetta, pagg. 268, euro 13,50). Nella Schiuma dei giorni compaiono, variamente trasfigurate e metaforizzate, le tematiche fondanti di questa natura di straordinario ribelle, eversore della propria e delle altrui coscienze; tanto che una delle definizioni del romanzo può essere a buon diritto quella data da Daniel Pennac nell’intervista che chiude l’edizione odierna: «un atipico diario personale». E un’altra, altrettanto corretta, quella di Queneau, che lo aveva definito «il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei».
Il libro è molte cose, e ad ogni rilettura ne risulta con maggiore evidenza uno degli aspetti. È costruito come una favola; non necessariamente surrealista in senso moderno perché il surrealismo è componente prima delle favole di ogni tempo. E Vian, tutt’altro che parvenu della cultura, si serve di situazioni e personaggi antichi come l’universo ma ripresentati in modo vivissimo, smagliante, per dire ciò che vuole dire, per squadernare sotto il naso del lettore il libro dell’esistenza così come lui la intende. 

 





L’ambiente è un indefinito «altrove», e la fantasiosa moneta ivi corrente, il doublezon (tradotto dobloncione), contribuisce a renderlo ancor più tale. Vi troviamo l’animale-aiutante, il «topo grigio dai baffi neri» che è l’angelo custode dei protagonisti; e una sorta di animismo vige dall’inizio alla fine, gli oggetti non dissimulano la loro vita segreta, i vetri rotti ricrescono, le nuvole 
seguono gli amanti e li avvolgono dei loro profumi; i raggi del sole, immensa piovra, frugano il mondo e se ne ritraggono in fretta, se sfiorati appena dall’ombra. Vi sono passaggi che prefigurano certe invenzioni dell’odierno film di fantascienza (del romanzo fantascientifico e del thriller americano Vian era patito, e traduttore), e creature bizzarre e attualissime come il «coniglio modificato» rigurgitante pillole nell’antro del «vecchio mercante», che ha tanto dell’alchimista quanto del clinico manipolatore di geni. E c’è il viaggio iniziatico, attraverso strade impervie e fangose, in un paesaggio allucinato, e il ritorno con una malattia mortale.A dire il vero non v’è pagina che non rimandi a qualcosa del nostro immaginario; dal melodramma in cui la protagonista, malata di petto, l’innamorato povero in canna non può salvare; agli scenari di cartone di certa filmografia d’autore americana (suggestione favorita anche dall’assoluta mancanza di psicologia dei personaggi, che sono tutti nelle loro azioni); dal delirio barocco dell’ultima fantascienza alla triste visione di un futuro in cui si è privati della libertà, controllati da un eterno, vigile Occhio.
Così, leggendo in particolare questo libro, ci si rende conto che Vian è padre di tante cose: sono semi fruttuosi il suo anticonformismo, la violenta critica della società, intellettuale e capitalistica (lo sberleffo nei confronti del dio denaro, a cominciare dal nome che gli dà), il deciso atteggiamento antibellico: tra i tanti lavori tentati dal personaggio Colin, quello del «covatore» di canne di fucili, che crescono dalla terra grazie al calore del suo corpo; e cosa vi ricorda il fiore che spunta invece dalla canna, visto che il Colin-Vian non è all’altezza del compito?La schiuma dei giorni è un romanzo di luce: iridata nella macchina degli sposi Colin e Chloé, fluviale nella loro casa sui tetti, a poco a poco dilava e smuore seguendo l’aggravarsi della malattia di lei (una poetica ninfea le divora i polmoni: e anche la malattia vista come fiore malvagio rimanda a tanta letteratura), trasformando la loro stanza in un’anticamera della tomba. Chloé - e Vian - moriranno per mancanza di luce, le loro finestre a poco a poco si salderanno, e per sempre: «Il suo cuore batteva forte, come stretto in un guscio troppo duro». (Ossessionato dall’immagine del cuore, Vian scriverà di qui a poco L'arrache-cœur, Lo strappa-cuore, strumento che già qui compare). Chloé avrà un funerale dei poveri, con portatori sghignazzanti e una bara a prestito (Vian, tra un decennio, sarà calato nella fossa dagli amici, a Ville-d’Avray, perché in quel bel giorno di prima estate i becchini erano in sciopero): finale tragico, nella perfetta tradizione della storia di amore e morte. Ma quello che nell’opera ricorderemo è la luce, appunto, il mondo inondato dai suoi colori, i due soli che entrano dalle finestre di Colin-Vian; la sua furiosa ansia di vita, la passione per le donne (no, per l’amore), la musica e un buon bicchiere (Je bois è un’altra sua nota canzone, che ha fatto inalberare i buoni borghesi benpensanti). «I topi della cucina, cui piaceva molto ballare al ritmo dei colpi che i raggi di sole battevano sui rubinetti, correvano dietro alle bollicine formate dai raggi che si andavano a spegnere per terra, come spruzzi di mercurio giallo».
Giulia Pacella
Elle
novembre 2009

Scrittore, trombettista, discografico jazz, artista eclettico e poliedrico: Boris Vian nella sua breve vita è stato un autore geniale, membro del celebre Collegio di Patafisica e personaggio di spicco nella cultura del 900 francese. A 50 anni dalla sua scomparsa, la casa editrice Marcos y Marcos – in collaborazione con la compagnia teatrale Quelli di Grock – gli rende omaggio con il primo appuntamento di Libri a teatro, una rassegna dedicata alla lettura creativa e spettacolare in cui attori teatrali interpretano brani di grandi romanzi, accompagnati da musica jazz e suggestive performance on stage. Café Vian, Omaggio a Boris Vian (questo il nome del reading) ci proporrà alcuni brani tratti dai suoi due più celebri romanzi: La schiuma dei giorni e Lo Strappacuore, reinterpretati in chiave inedita e accompagnati da alcuni temi musicali composti dallo stesso Vian. 





Alla lettura fortemente espressiva e sentimentale delle sue parole farà, dunque, da contraltare scenico la sua musica suonata dall’intensa tromba di Giovanni Falzone (che mescola abilmente il jazz a sonorità più colte e ricercate) e dal drumming delicato e inesorabile di Filippo Monico. E se in Francia le iniziative dedicate al grande artista sono decine e decine (spaziando tra balletti e concerti, dall’amatissima Juliette Gréco fino a Iggy Pop), qui in Italia l’appuntamento è per il 23 novembre (ore 19) al teatro Leonardo da Vinci di Milano. Un incontro unico e imperdibile per godere dei capolavori di un genio e riascoltare le parole pregne di vita e passione de La schiuma dei giorni. Quella che Raymond Queneau definì la più commovente storia d’amore moderna mai scritta.

Michele Bonaventura
Lankelot.eu
gennaio 2007

Innamorarsi di questo autore è naturale come respirare. La schiuma dei giorni è il capolavoro di Vian, un testo che ha il sapore dell'aforisma e la frivolezza della contingenza. Scivola di pagina in pagina tra deliziosi non sense, e arguzie snelle e raffinate.
Personaggio centrale è Colin, magistralmente descritto come un ragazzo quasi sempre di buon umore. Nel tempo restante dormiva, e con un nome quasi appropriato (Colin in francese significa anche merluzzo, e probabilmente il gioco di parole tra Colin e Calin (buffetto, carezza) non è casuale).
La sua storia permea queste pagine, una storia d'amore quasi perfetta ed eminentemente tragica. Un mero pretesto. A deliziare il lettore, lungo una lettura frizzante e inusitata sono gli incontri marginali e l'uso del linguaggio, i veri protagonisti di questa epopea dell'assurdo. A popolare il bestiario Vianesco troveremo uno strabiliante pianococktail capace di sfornare bevande in funzione del pezzo eseguito, armi letali che crescono solo se incubate da lavoratori umani, una coppia di pederasti d'onore a presenziare ai migliori matrimoni, un cuoco nero seduttore e maestro di vita e un macchiettistico Jean Sol-Partre, in cui il lettore non faticherà a trovare la caricatura di un noto esistenzialista.
La favola, perché di questo si tratta, evolve dall'idillio alla tragedia, tratteggiando con questo espediente più che con ogni altro la profondità dei personaggi, che da frivoli giovani altoborghesi diventeranno i protagonisti del perire di ogni speranza. La giovane sposa di Colin, gravemente malata (una ninfea le cresce nel polmone), trascinerà lentamente se stessa e l'intero suo mondo nella morte e nella disperazione.

 





Tutto cambia con la salute di Chloé, gli amici invecchiano, la stanza nuziale cambia forma e si restringe, avvizisce. Colin, non volendo rassegnarsi perderà tutto, denaro, talento, dignità, accettando lavori sempre più umilianti, dalla fabbrica d'armi in cui i fucili si nutrono di uomini, al servizio informativo che annuncia le disgrazie con un giorno di anticipo.
L'amico Chick sprofonderà sempre più nella sua maniacale adorazione di Parte, dimentico della realtà, mentre questa si fa sempre più assurda e lugubre. Chloé morira e il fuoco divorerà quanto resta del giorno.
A fianco delle numerose frivolezze, delle allusioni e delle citazioni, registriamo uno stile graffiante e sarcastico, che non risparmia critiche severe.
Ecco come Vian descrive Jean Paul Sartre: Partre [...] passava le sue giornate a bere e a scrivere con altre persone come lui, che vengono a bere e a scrivere, bevono the marino e alcool dolci, il che evita loro di pensare a cosa scrivono e c'è molto via-vai, questo rimescola le idee di fondo e ne si pesca l'una o l'altra, non bisogna eliminare il superfluo, un po' di idee e un po di superfluo, si diluisce. La gente assorbe più facilmente [...]
Così, inanellando affondi incisivi ed elegantissimi fronzoli, anche nella tragedia più nera, nella morte e nell'annientamento di ogni significato, Vian non rinuncia ad una comicità che strappa più di un sorriso e che sorprende ad ogni riga con nuove burlesche invenzioni. Perché, sembra voler dire tra le righe, la realtà è infinitamente più assurda di qualsiasi libro.
Grazia Casagrande
Wuz.it
aprile 2005

La prefazione di Ivano Fossati (che, tra i tanti, ha avuto anche il merito di far conoscere una splendida canzone di Vian in questo periodo attualissima Il disertore) introduce il lettore non solo nel libro, ma nell’atmosfera, nella cultura, nella società da cui questo romanzo è stato generato. I 39 anni di vita di Boris Vian lo hanno visto scrittore, trombettista jazz, ingegnere, autore di 50 canzoni, cantante, ballerino, discografico, giornalista e critico e tutte le sue molteplici personalità (che si specchiano anche nei tanti pseudonimi) appaiono nel “ritmo strettissimo” del romanzo e nella”concentrazione allucinogena” di sensazioni visive e sonore della scrittura . Il surrealismo diffuso, l’irrisione delle mode culturali, sempre sottese alla deformazione dei nomi, indicano che l’attenzione da rivolgere a Vian deve andare ben oltre la letteratura e assumere una valenza sociologica.
Una conversazione di Fabio Gambero con Daniel Pennac, che si dichiara segnato per sempre da La schiuma dei giorni, chiude questa edizione del romanzo: intervista tutta da leggere e da ricordare.
In breve la trama di questo sconcertante e straziante romanzo d’amore.
Colin, il protagonista, è un giovane uomo che vive in una dimensione un po’ stralunata tra ricette improbabili, un cuoco, Nicolas, che interpreta la sua funzione come un’arte, la musica jazz come colonna sonora della sua vita improvvisata, e un amico ingegnere, collezionista delle opere di Jean-Sol Partre. Chick, questo è il nome dell’amico, introduce nella storia Alise, imprevedibilmente nipote del cuoco, che chiaramente lo ha già affascinato e con cui avrà una relazione amorosa. Alla festa di un’amica comune Colin, da tempo tormentato dal proprio celibato, incontra quella che sarà la donna della sua vita, Chloe: un colpo di fulmine, una folgorazione nel giro di un ballo e i due sentono di essere fatti l’uno per l’altra. Pochi incontri e si arriva al matrimonio (siamo sul finire dell’inverno): fiori di tutti i tipi, tantissimi anche nella camera da letto destinata agli sposi, due pederasti dai “rigidi principi” invitati d’onore, un Arcivettovo di qualità, preparativi davvero inconsueti ma molto d’effetto, soprattutto i quattordici Figli della Fede sistemati ai lati dell’altare fanno davvero una gran bella figura... E poi ha inizio il rito nuziale:





 “L’ouverture e la liturgia erano scritti su temi classici di blues. Per la liturgia dell’Impegno, Colin aveva chiesto che si suonasse l’arrangiamento di Duke Ellington di un motivo famosissimo: Chloé”.
All’uscita dalla chiesa l’aria fredda fa tossire Chloé che si rifugia in macchina (i cui finestrini comandati da appositi bottoni possono cambiare continuamente colore) ad aspettare Colin: è la seconda volta che Vian fa tossire la sua protagonista, preparando così, il lettore al tema dominante della seconda parte del libro.
Il viaggio di nozze è caratterizzato dal freddo che la ragazza avverte con sempre maggiore insistenza.
Nel frattempo l’altra vicenda d’amore, quella tra Chick e Alise, entra in crisi: colpevole l’eccessiva passione di lui per l’ineguagliabile Jean-Sol Partre. Ma lo scrittore troverà la sua giusta fine e il lettore parteggerà di sicuro per l’assassina incendiaria Alise.
Passa qualche mese, tutto sembra scorrere regolarmente, gli acquisti di stagione, i divertimenti, quando improvvisamente Chloé cade ammalata. Colin ne è sconvolto, “niente di grave” dice Nicolas per rassicurarlo, ma dopo le visite (piuttosto inconsuete) di due medici è chiaro che la situazione è molto critica: una ninfea si è annidata nel polmone destro della ragazza, il suo crescere e il suo fiorire la potranno portare alla morte. Anche la casa tutt’intorno a lei si è come ammalata: la luce non trova più possibilità d’entrare, i muri si stanno restringendo, di conseguenza le stanze stanno diventando piccolissime. Chloé viene operata, liberata dalla prima ninfea, ma anche l’altro polmone è attaccato dalla mortifera bellissima pianta.
A questo punto tutto inizia a disgregarsi e i vari personaggi a morire. Era la giovinezza di Chloé a dare vita a ciò e a chi la circondava e quando lei muore tutto, con lei, si dissolve: quando muore l’amore, nulla ha più senso d’esistere.

Scheda del libro

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