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BORIS
VIAN La schiuma dei giorni
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Gianni
Mura La Repubblica - L'Almanacco dei libri aprile 2005 La schiuma dei giorni, una straziante
storia d'amore, in parte autobiografica
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Giuseppe
Montesano Libertà totale Freschezza
adolescenziale con frou frou da cartone animato surrealista, bollicine
indifferentemente di champagne o Coca-Cola con fettine tagliate sottili
dalla tarte-aux-jeux-de-mots del maestro Queneau, guizzi di humour noir
gentilmente malinconici e una fantasia coloratissima come in un
Doganiere Rousseau scrittore: è La schiuma dei giorni di Boris
Vian, che ritorna in libreria nella bella traduzione di Gianni Turchetta
e con la bella e innamorata prefazione di Ivano Fossati.
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Ma la fiaba senza lieto fine di Vian non si regge sulla vicenda, quanto sui bizzarri personaggi che la popolano: dal cuoco Nicolas, autore di raffinatissime ricette all’inizio del libro e costretto alla fine a cucinare zuppe precotte; il collezionista fanatico di opere di Jean-sol Partre, ovviamente Jean-Paul Sartre, che si rovina per comprare libri come «un’edizione della Scelta Preliminare prima del Rivoltone-di-stomaco di Partre, redatta su rotolo di carta igienica»; e una folla di preti avidi e comici, di poliziotti violenti e stralunati, di animali parlanti e di topi tristi che si suicidano facendosi ghigliottinare dai denti di gatti bonari. Ma dietro la sua svagata giocosità, Vian riesce a far passare una spesso esilarante critica all’intero meccanismo sociale, dal moto operista del lavoro come salvezza («Si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti». «Allora sono scemi», disse Chloé. «Sì, sono scemi. È per questo che sono d’accordo con quelli che gli raccontano che lavorare è il massimo...») al già fiorente illusionismo della «managerialità» («Lei sa perché assumiamo personale?». «No», disse Colin. «Neanch’io», disse il direttore. «Devo chiedere al mio vice-direttore...»), alla religiosità fasulla dei ricchi («Con cento dobloncini riuscirò ad avere una cerimonia decente?», disse Colin. «Facciamo centocinquanta», concluse il religioso. «È deplorevole, sarà una cerimonia schifosa. Lei mi disgusta, è troppo tirchio...».), dimostrando che il romanzo può essere come la valigia di un prestigiatore: ci entra ed esce di tutto. Geniale dilettante, Vian ha lasciato nei suoi libri le tracce di una lezione-non lezione che diventa sempre più difficile da seguire, quella della libertà totale in letteratura. In tempi di censure e autocensure di scrittori e non, il suo vagabondare a tentoni per le vie della reverie, eccessivo, imperfetto ma vitale, è più istruttivo di tanta funerea seriosità da prigionieri appassionati alle loro cellette: il suo jazz gentile, ormai couler du temps, suona ancora giovane. |
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Idolina
Landolfi
ilGiornale.it settembre 2005 «Signor Presidente/ \/ non per farvi
adirare/ ma è bene che vi dica:/ La decisione è presa,/ io voglio
disertare./ \ Mendicherò la vita/ per le strade di Francia/ e dirò alla
gente:/ Rifiutate di obbedire/ Rifiutate di farla,/ non andate alla
guerra,/ rifiutate di partire»: sono le parole famose del Disertore, una
delle canzoni scritte da Boris Vian e da lui stesso cantate, o da altri
interpreti, come Serge Reggiani. Parole che gli valsero naturalmente,
all’epoca, fischi e denunce, urla di «In Russia! In Russia!» in alcuni
teatri - e pensare che di qui a qualche anno (siamo nel 1954) Vian sarebbe
diventato un autore, e un personaggio, di culto per la generazione
protestataria e non solo.
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L’ambiente è un indefinito «altrove», e la fantasiosa moneta ivi corrente, il doublezon (tradotto dobloncione), contribuisce a renderlo ancor più tale. Vi troviamo l’animale-aiutante, il «topo grigio dai baffi neri» che è l’angelo custode dei protagonisti; e una sorta di animismo vige dall’inizio alla fine, gli oggetti non dissimulano la loro vita segreta, i vetri rotti ricrescono, le nuvole seguono gli amanti e li avvolgono dei loro profumi; i raggi del sole, immensa piovra, frugano il mondo e se ne ritraggono in fretta, se sfiorati appena dall’ombra. Vi sono passaggi che prefigurano certe invenzioni dell’odierno film di fantascienza (del romanzo fantascientifico e del thriller americano Vian era patito, e traduttore), e creature bizzarre e attualissime come il «coniglio modificato» rigurgitante pillole nell’antro del «vecchio mercante», che ha tanto dell’alchimista quanto del clinico manipolatore di geni. E c’è il viaggio iniziatico, attraverso strade impervie e fangose, in un paesaggio allucinato, e il ritorno con una malattia mortale.A dire il vero non v’è pagina che non rimandi a qualcosa del nostro immaginario; dal melodramma in cui la protagonista, malata di petto, l’innamorato povero in canna non può salvare; agli scenari di cartone di certa filmografia d’autore americana (suggestione favorita anche dall’assoluta mancanza di psicologia dei personaggi, che sono tutti nelle loro azioni); dal delirio barocco dell’ultima fantascienza alla triste visione di un futuro in cui si è privati della libertà, controllati da un eterno, vigile Occhio. Così, leggendo in particolare questo libro, ci si rende conto che Vian è padre di tante cose: sono semi fruttuosi il suo anticonformismo, la violenta critica della società, intellettuale e capitalistica (lo sberleffo nei confronti del dio denaro, a cominciare dal nome che gli dà), il deciso atteggiamento antibellico: tra i tanti lavori tentati dal personaggio Colin, quello del «covatore» di canne di fucili, che crescono dalla terra grazie al calore del suo corpo; e cosa vi ricorda il fiore che spunta invece dalla canna, visto che il Colin-Vian non è all’altezza del compito?La schiuma dei giorni è un romanzo di luce: iridata nella macchina degli sposi Colin e Chloé, fluviale nella loro casa sui tetti, a poco a poco dilava e smuore seguendo l’aggravarsi della malattia di lei (una poetica ninfea le divora i polmoni: e anche la malattia vista come fiore malvagio rimanda a tanta letteratura), trasformando la loro stanza in un’anticamera della tomba. Chloé - e Vian - moriranno per mancanza di luce, le loro finestre a poco a poco si salderanno, e per sempre: «Il suo cuore batteva forte, come stretto in un guscio troppo duro». (Ossessionato dall’immagine del cuore, Vian scriverà di qui a poco L'arrache-cœur, Lo strappa-cuore, strumento che già qui compare). Chloé avrà un funerale dei poveri, con portatori sghignazzanti e una bara a prestito (Vian, tra un decennio, sarà calato nella fossa dagli amici, a Ville-d’Avray, perché in quel bel giorno di prima estate i becchini erano in sciopero): finale tragico, nella perfetta tradizione della storia di amore e morte. Ma quello che nell’opera ricorderemo è la luce, appunto, il mondo inondato dai suoi colori, i due soli che entrano dalle finestre di Colin-Vian; la sua furiosa ansia di vita, la passione per le donne (no, per l’amore), la musica e un buon bicchiere (Je bois è un’altra sua nota canzone, che ha fatto inalberare i buoni borghesi benpensanti). «I topi della cucina, cui piaceva molto ballare al ritmo dei colpi che i raggi di sole battevano sui rubinetti, correvano dietro alle bollicine formate dai raggi che si andavano a spegnere per terra, come spruzzi di mercurio giallo». |
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Giulia
Pacella
Elle novembre 2009 Scrittore, trombettista, discografico jazz, artista eclettico e poliedrico: Boris Vian nella sua breve vita è stato un autore geniale, membro del celebre Collegio di Patafisica e personaggio di spicco nella cultura del 900 francese. A 50 anni dalla sua scomparsa, la casa editrice Marcos y Marcos – in collaborazione con la compagnia teatrale Quelli di Grock – gli rende omaggio con il primo appuntamento di Libri a teatro, una rassegna dedicata alla lettura creativa e spettacolare in cui attori teatrali interpretano brani di grandi romanzi, accompagnati da musica jazz e suggestive performance on stage. Café Vian, Omaggio a Boris Vian (questo il nome del reading) ci proporrà alcuni brani tratti dai suoi due più celebri romanzi: La schiuma dei giorni e Lo Strappacuore, reinterpretati in chiave inedita e accompagnati da alcuni temi musicali composti dallo stesso Vian. |
Alla lettura fortemente espressiva e sentimentale delle sue parole farà, dunque, da contraltare scenico la sua musica suonata dall’intensa tromba di Giovanni Falzone (che mescola abilmente il jazz a sonorità più colte e ricercate) e dal drumming delicato e inesorabile di Filippo Monico. E se in Francia le iniziative dedicate al grande artista sono decine e decine (spaziando tra balletti e concerti, dall’amatissima Juliette Gréco fino a Iggy Pop), qui in Italia l’appuntamento è per il 23 novembre (ore 19) al teatro Leonardo da Vinci di Milano. Un incontro unico e imperdibile per godere dei capolavori di un genio e riascoltare le parole pregne di vita e passione de La schiuma dei giorni. Quella che Raymond Queneau definì la più commovente storia d’amore moderna mai scritta. |
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Michele
Bonaventura
Innamorarsi di questo autore è
naturale come respirare. La schiuma dei giorni è il capolavoro di Vian,
un testo che ha il sapore dell'aforisma e la frivolezza della
contingenza. Scivola di pagina in pagina tra deliziosi non sense, e
arguzie snelle e raffinate.
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Tutto cambia con la salute di Chloé, gli amici invecchiano, la stanza nuziale cambia forma e si restringe, avvizisce. Colin, non volendo rassegnarsi perderà tutto, denaro, talento, dignità, accettando lavori sempre più umilianti, dalla fabbrica d'armi in cui i fucili si nutrono di uomini, al servizio informativo che annuncia le disgrazie con un giorno di anticipo. L'amico Chick sprofonderà sempre più nella sua maniacale adorazione di Parte, dimentico della realtà, mentre questa si fa sempre più assurda e lugubre. Chloé morira e il fuoco divorerà quanto resta del giorno. A fianco delle numerose frivolezze, delle allusioni e delle citazioni, registriamo uno stile graffiante e sarcastico, che non risparmia critiche severe. Ecco come Vian descrive Jean Paul Sartre: Partre [...] passava le sue giornate a bere e a scrivere con altre persone come lui, che vengono a bere e a scrivere, bevono the marino e alcool dolci, il che evita loro di pensare a cosa scrivono e c'è molto via-vai, questo rimescola le idee di fondo e ne si pesca l'una o l'altra, non bisogna eliminare il superfluo, un po' di idee e un po di superfluo, si diluisce. La gente assorbe più facilmente [...] Così, inanellando affondi incisivi ed elegantissimi fronzoli, anche nella tragedia più nera, nella morte e nell'annientamento di ogni significato, Vian non rinuncia ad una comicità che strappa più di un sorriso e che sorprende ad ogni riga con nuove burlesche invenzioni. Perché, sembra voler dire tra le righe, la realtà è infinitamente più assurda di qualsiasi libro. |
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Grazia
Casagrande
Wuz.it aprile 2005 La
prefazione di Ivano Fossati (che, tra i tanti, ha avuto anche il merito
di far conoscere una splendida canzone di Vian in questo periodo
attualissima Il disertore) introduce il lettore non solo nel
libro, ma nell’atmosfera, nella cultura, nella società da cui questo
romanzo è stato generato. I 39 anni di vita di Boris Vian lo hanno
visto scrittore, trombettista jazz, ingegnere, autore di 50 canzoni,
cantante, ballerino, discografico, giornalista e critico e tutte le sue
molteplici personalità (che si specchiano anche nei tanti pseudonimi)
appaiono nel “ritmo strettissimo” del romanzo e
nella”concentrazione allucinogena” di sensazioni visive e sonore
della scrittura . Il surrealismo diffuso, l’irrisione delle mode
culturali, sempre sottese alla deformazione dei nomi, indicano che
l’attenzione da rivolgere a Vian deve andare ben oltre la letteratura
e assumere una valenza sociologica. |
“L’ouverture e la liturgia erano scritti su temi classici di blues. Per la liturgia dell’Impegno, Colin aveva chiesto che si suonasse l’arrangiamento di Duke Ellington di un motivo famosissimo: Chloé”. All’uscita dalla chiesa l’aria fredda fa tossire Chloé che si rifugia in macchina (i cui finestrini comandati da appositi bottoni possono cambiare continuamente colore) ad aspettare Colin: è la seconda volta che Vian fa tossire la sua protagonista, preparando così, il lettore al tema dominante della seconda parte del libro. Il viaggio di nozze è caratterizzato dal freddo che la ragazza avverte con sempre maggiore insistenza. Nel frattempo l’altra vicenda d’amore, quella tra Chick e Alise, entra in crisi: colpevole l’eccessiva passione di lui per l’ineguagliabile Jean-Sol Partre. Ma lo scrittore troverà la sua giusta fine e il lettore parteggerà di sicuro per l’assassina incendiaria Alise. Passa qualche mese, tutto sembra scorrere regolarmente, gli acquisti di stagione, i divertimenti, quando improvvisamente Chloé cade ammalata. Colin ne è sconvolto, “niente di grave” dice Nicolas per rassicurarlo, ma dopo le visite (piuttosto inconsuete) di due medici è chiaro che la situazione è molto critica: una ninfea si è annidata nel polmone destro della ragazza, il suo crescere e il suo fiorire la potranno portare alla morte. Anche la casa tutt’intorno a lei si è come ammalata: la luce non trova più possibilità d’entrare, i muri si stanno restringendo, di conseguenza le stanze stanno diventando piccolissime. Chloé viene operata, liberata dalla prima ninfea, ma anche l’altro polmone è attaccato dalla mortifera bellissima pianta. A questo punto tutto inizia a disgregarsi e i vari personaggi a morire. Era la giovinezza di Chloé a dare vita a ciò e a chi la circondava e quando lei muore tutto, con lei, si dissolve: quando muore l’amore, nulla ha più senso d’esistere. |