LUKE RHINEHART

L'uomo dei dadi

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S.M., lettera.com, settembre 2005
Daniela Oldani, Il Giornale dell'Altomilanese, giugno 2005
Ruggero Bianchi, Tuttolibri La Stampa, maggio 2004
Marina Morpurgo, Cooperazione, maggio 2004

Gabriele Romagnoli, Musica La Repubblica, aprile 2004


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primaradio.it, Marco Malvadi parla de L'uomo dei dadi

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Ruggero Bianchi
Tuttolibri/La Stampa 
maggio 2004

Un romanzo dell’America Anni 70, una perfida satira che coinvolge hippy e zen, mode e illusioni che hanno per sola regola il Caso.
VOCE narrante e protagonista assoluto di L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart è Luke Rhinehart. Nella vita, Rhinehart (che in realtà si chiama George Cockroft) è un ex-docente di psicologia presso la Columbia University e altre seriose università americane, che ha deciso di lasciare l’insegnamento per vivere a bordo di un trimarano e frequentare le comunità hippy in ogni angolo della terra. Nel romanzo, che risale ai primi anni ‘70, è invece uno psicoanalista affermato che, attratto dalla filosofia zen, dal fascino dell’Yi-ching e dalle suggestioni più eretiche delle teorie di Reich e di Laing, decide di praticare in prima persona, fino alle conseguenze estreme, una singolare variante della teoria del caso da lui casualmente scoperta, con risultati (naturalmente!) del tutto imprevedibili. I dadi cui a poco a poco decide di affidare ogni scelta anche minima lo condurranno infatti in un primo momento a sacrificare e perdere tutto - famiglia, professione, amicizie, prestigio, dignità e potere - per poi tutto recuperare all’ennesima potenza, in attesa che nella sua esistenza si spalanchino nuove, inimmaginabili pagine del suo singolare "Libro dei Mutamenti". Giocando su un beffardo gusto dell’eccesso di sapore quasi rabelaisiano, L’uomo dei dadi si presenta fin dall’inizio come un lavoro perfido e irriverente che annienta sia in chiave ideologica ed etica sia a livello verbale ogni concetto di limite, escludendo in una sorta di estasi dionisiaca e dissacrante l’idea stessa di proibito dal proprio orizzonte mentale e comportamentale. Un atteggiamento che nasce da un ragionamento semplice in se stesso ma apocalittico nelle sue applicazioni: il disagio mentale e sociale scaturisce dalla depressione e dalle frustrazioni di un ego compresso e insoddisfatto, che per realizzarsi o comunque omologarsi deve sempre porsi in conflitto con altre pulsioni più o meno latenti al suo interno e che pertanto si autocondanna all’infelicità. 





Ma se affidiamo ogni nostra scelta a un "altro" (il caso,il lancio dei dadi), ci sottraiamo alla tirannia dell’io e a qualsiasi responsabilità, ci trasformiamo in esecutori di una volontà "esterna" che ha tutti i requisiti di Dio, sia pure un dio capriccioso, profanatorio e amorale. Basta insomma riscrivere i testi sacri, a cominciare da quelli biblici, sostituendo al nome di Dio il verbo de Caso. Questo appunto fa Luke Rhinehart, "l’uomo dei dadi", in un crescendo frenetico e delirante che lo porta a sottomettersi con l’assoluta dedizione del più devoto degli anacoreti ai comandamenti più materialistici e profani del suo Signore del Gioco: promiscuità, devianza sessuale, stupro, delitto, follia. E siccome chi scopre nuove verità è ansioso di insegnarle agli altri e di diffonderle, il neofita si fa ben presto apostolo e missionario del nuovo vangelo, rischiando così di minare i fondamenti stessi della convivenza civile e di spianare la strada all’avvento del Caos e al crollo dell’Occidente.In questa perfida satira di taglio e dimensioni ciclopiche e dagli obiettivi ambigui se non contraddittori (la nuova psicologia con le sue concessioni alle mode e le sue divagazioni nei territori del magico e delle scienze eretiche; la cultura degli hippies con le sue derive radical chic o psichedeliche; il perbenismo asfissiante della "sana" democrazia americana con i suoi orientamenti neofondamentalisti o comunque sottilmente illiberali e le sue miopi regolamentazioni della political correctness), il discorso e il percorso di Rhinehart si snodano con esilarante coerenza e irridente lucidità per i sentieri di un tragicomico avvincente che pone il lettore in un divertito e preoccupato conflitto con se stesso, i propri gusti e i propri valori. Divertito, perché il vortice del racconto, grazie anche a una comicità trascinante che investe la qualità stessa della scrittura, non gli dà respiro né gli consente di emettere giudizi o di avventurarsi in valutazioni etiche. Ma proprio per questo, magari nelle pause tra un capitolo e l’altro, preoccupato, allorché avverte a mente fredda di subire placidamente le tentazioni di tutti i classici peccati capitali: di esser sull’orlo, tra uno sghignazzo e l’altro, di lasciarsi sedurre da ogni forma possibile di vizio contro ogni possibile virtù.

 

Gabriele Romagnoli
Musica La Repubblica

aprile 2004

Se date i numeri leggete qui
Procuratevi un dado e tiratelo. Se esce 1 voltate pagina e non interessatevi mai a questo libro. L’autore di L’uomo dei dadi, George Cockroft in arte Luke Rhinehart, capirà. Se invece esce 2 proseguite fino al punto e a capo: il tempo di spiegare che il testo è opera di un ex psicologo bizzarro e stanco di orgasmi e padri, transfert e sogni. Decide quindi di farsene beffe con un romanzo che proclama la supremazia del caso sulla necessità, l’analisi e la morale. Afferma che i successi di un terapeuta con i suoi pazienti sono accidentali. Di più: tutta la vita lo è e quindi tanto vale affidarla consapevolmente al caso, come fa il suo personaggio. Anziché baloccarsi tra desideri, alternative e rimpianti, assegna al destino 6 possibilità e si attiene alle sue direttive. Bella idea, no? Reggerà per 511 pagine? Leggete il libro. Volete un mio parere prima? Non ho dadi per darvelo. E vado a capo.
Se esce 3, chiedetevi se, in fondo, tutta la vita non è già fin troppo regolata dal caso e quelle che chiamiamo scelte sono in realtà le poche opzioni (meno di 6) a cui siamo stati confinati senza una logica. Quanto c’è di decisionalmente vostro nel processo che vi ha portato a conoscere, qui e ora, questo libro? Comprate il quotidiano a cui questa rivista è allegata e leggete ogni riga o siete nella sala d’attesa di un otorino e ce n’era una pila? E che cosa, in quel che state leggendo, vi farà decidere se leggere anche L’uomo dei dadi? Una frase del reticente recensore o una buona citazione (proviamo, pagina 144: 






«Dall’infanzia all’età adulta ci ingabbiamo negli schemi per evitare di affrontare nuovi problemi e possibili fallimenti. Dopo un po’ gli uomini si stufano perché non ci sono nuovi problemi. Così è la vita sotto l’incubo del fallimento»). Decidete liberamente, perché 3 è il numero della rivincita del libero arbitrio.
Se esce 4, regalate questo libro al vostro analista, al socio o alla moglie di uno di loro, con un biglietto senza parole (nel romanzo il primo dado impone lo stupro della moglie del socio analista, l’ultimo ben di peggio).
Se esce 5, aspettate a leggerlo finché qualcuno ve lo regala. Se è la moglie del vostro socio o analista, sta cercando di dirvi qualcosa. Se esce 6, tirate ancora il dado finché esce un’altra delle 5 facce/possibilità: talvolta anche il caso è un’apparenza, l’alibi di una volontà che cerca il pretesto per realizzarsi. Non fate il loro gioco, fate il vostro numero.

Marina Morpurgo
Cooperazione

maggio 2004

Non avvicinatevi a questo romanzo, se avete una cieca fiducia nel vostro psicanalista, o se siete molto religiosi, o facili a scandalizzarvi, oppure se il cinismo per voi è solo cinismo, e non una forma di disperazione. Esaurite le controindicazioni, ecco le indicazioni: L’uomo dei dadi è ferocemente spassoso, e ha il pregio di insinuare nelle coscienze più di un dubbio sulla natura della felicità, della razionalità, della normalità. Qui si racconta di uno psichiatra, il dottor Rhinehart (dietro cui si cela uno psichiatra «vero», che nella realtà si chiama George Cockroft), che in preda a una crisi depressiva decide di liberare le proprie personalità ingabbiate dalla società e dal suo ego, permettendo loro di esprimersi. Inventa così la teoria dei dadi: affida la propria esistenza al puro caso. 





Di volta in volta, il dado gli dirà come comportarsi: se da demente bavoso, da psichiatra rispettabile, da violentatore di vicine di casa, da predicatore, da rivoluzionario, da hippy rimbecillito, da assassino, da gay, da libertino. I risultati sono esilaranti, e contagiosi. Ben presto l’austera comunità scientifica - siamo negli anni Sessanta - viene infiltrata da adepti del dado, con grave scandalo. I pazienti vedono il loro terapeuta trasformarsi: «Nei primi tempi il dado mi fece esprimere liberamente i miei sentimenti verso i pazienti, rompere cioè la regola cardinale di ogni psicoterapia: non giudicare. Incominciai a condannare apertamente ogni squallida debolezza che riuscivo a trovare nei miei pazienti piagnucolosi e appiccicosi. Per tutti gli dèi, era davvero divertente». Per la città girano personalità multiple, con i dadi in tasca: un branco di pazzi, che però in fondo di tanto in tanto si comportano in modo non più folle di chi vive secondo raziocinio. E sta in questo la svitata genialità del libro.

Daniele Oldani
Il Giornale dell’Altomilanese
Giugno 2005

Lo psicanalista gioca a dadi
Il caso per Luke ha sei facce, tante quante quelle dell’antico passatempo che riesce a stravolgere completamente tutte le regole di vita. Sei le opzioni cui deve necessaria sottomissione

L’autodistruzione di un uomo. Oppure - a scelta - la sua totale e consapevole devozione a una nuova, caotica, sorprendente e faticosa filosofia di vita. Forse, sono semplicemente due facce della stessa medaglia. O forse, in tutta questa vicenda, c’è qualcosa di davvero straordinario e innovativo.
Il dubbio è lecito quando ci si immerge - e non è un termine scelto a caso - in questa curiosa e monumentale opera di Luke Rhinehart, nel libro, e per molti anni nella vita, studioso e ricercatore dell’umano equilibrio mentale. Uno psicanalista, insomma, che un bel giorno di fronte alla prospettiva di continuare nella tranquillità il proprio menage famigliare con moglie e figli, scopre il principe della casualità, ovvero il dado.
Sì, proprio quell’oggetto a sei facce che dice uno, due, tre, quattro, cinque o sei, senza lasciare dubbi sulla decisione presa. Il professor Rhinehart scopre che abbinare al lancio del dado sei decisioni invece che sei numeri può diventare un gioco appassionante, stimolante, ma anche molto pericoloso. 





Eh sì, perché se il dado - che chiede obbedienza assoluta - ti dice di andare al piano di sopra e violentare la moglie del tuo esimio collega, devi farlo. E il protagonista di questo libro lo fa. Magari scoprendo che alla suddetta moglie la proposta non dispiace affatto, anzi...
Pagina dopo pagina - e sono tante - la decostruzione dell’individualità del professore diventa totale: il dado stabilisce che quello che era uno psicanalista deve diventare in una festa un deficiente totale, oppure un anarchico o ancora la reincarnazione di Gesù Cristo.
Un libro divertente e in alcune parti molto profondo, dove accade davvero di tutto: scoprite il mondo di Luke, le sue avventure erotiche, le fondamenta delle sue teorie, le improbabili adesioni alla filosofia dei dadi. O ancora le reazioni di mogli e amanti, di colleghi e luminari, di pazienti e menti instabili. Non ci sorprende sapere che questo libro sia da molto tempo un culto per molti lettori: provate a leggerlo e fatemi sapere se riuscite a resistere all’idea di tirare un dado...

S. M.
lettera.com
settembre 2005

Una vita invidiabile, quella di Luke Rhineheart: psicanalista affermato, una moglie graziosa, due figli deliziosi, giocatore di borsa e di poker, ateo, fisico prestante ma non troppo. Eppure, varcata la soglia dei trent’anni, Rhineheart inizia a sentire la famiglia come un “nodo scorsoio attorno alla gola” ed il lavoro, gli amici, tutto attorno a lui rivela una noia mortale. Al termine di una serata di poker, prende un dado e gli affida una decisione. Da quel momento il gioco prosegue e si fa sempre più serrato…
Uscito in Italia dopo più di trent’anni dalla sua prima pubblicazione, questo romanzo da molti giudicato addirittura perverso, è pieno di situazioni esilaranti e di colpi bassi al nostro stile di vita ed ai cliché della società contemporanea. 
Affidare la propria esistenza al caso significa soprattutto allontanare da sé la mediazione di tutte le riflessioni legate alle costrizioni che la vita sociale impone. 





Certo, in questo modo il caso diventerebbe una sorta di tiranno, e noi comunque non avremmo la libertà, ma saremmo scagionati da qualsiasi tipo di responsabilità e la vita diventerebbe una continua sorpresa. 
Un libro pieno di sesso, in cui non mancano riferimenti alla cultura zen, all’yi-ching e alla teoria del caso, che risente del periodo di rivoluzione giovanile in cui è stato scritto (ricordiamo che l’autore a un certo punto della sua vita ha deciso di esercitare la professione di insegnante non più nelle università ma nelle comunità hippy).
Lucida, avvincente, assolutamente dissacrante anche se a tratti priva di di sintesi, La teoria dei dadi di Rhineheart porterebbe in breve tempo la nostra società allo sfascio totale. Eppure, non è meraviglioso chiudere gli occhi e sognarlo anche per un solo momento, questo sfascio? 

Scheda del libro

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