MICHAEL ZADOORIAN

Il mondo delle cose

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Eleonora Bottini, romacastelli.it, luglio 2010

Silvia Del Ciondolo, Pulp, maggio 2010

Paolo Nori, paolonori.it, maggio 2010

Giovanni Dozzini,
europaquotidiano.it, aprile 2010
Enrica Brocardo
, Vanity Fair, marzo 2010 - intervista p.1 p.2 p.3
Gianfranco Franchi
, Lankelot.eu, marzo 2010
Marco Petrella
, L'Unità, marzo 2010 - recensione a fumetti tav.1 tav.2 
Damir Ivic
, Il Mucchio, marzo 2010  
Marta Topis, Urban, marzo 2010
Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it, marzo 2010 
Marta Cervino,
Marie Claire, marzo 2010  
Valeria Parrella,
Grazia, marzo 2010  
Camilla, librisulibri.it, marzo 2010

Brunella Schisa, Il Venerdì di Repubblica, febbraio 2010 -
intervista

Tiziana Lo Porto, D-La Repubblica delle Donne, febbraio 2010

 

 

pareri dei librai
Libreria Atlantide, marzo 2010

 

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Paolo Nori
paolonori.it

maggio 2010

Per dei motivi che sarebbe troppo lungo e poco interessante raccontare, mi trovo a scrivere del libro di Michael Zadoorian Il mondo delle cose un mese circa dopo averlo letto, che è una cosa che non mi era mai successo di fare. Quando l’ho ripreso in mano, pensavo che non mi sarei ricordato tanto, del libro, e mi sono molto sorpreso quando mi sono accorto che di alcuni di questi racconti (è un libro di racconti tutti ambientati a Detroit), in particolare di Cicatrici di guerra e del Campo dei misteri, io mi ricordavo esattamente il momento in cui li avevo letti, con dei dettagli che mi hanno fatto tornare in mente il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita.
Il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita è stato Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, e fino a pochi anni fa io ero convinto che Harper Lee fosse un uomo, invece due o tre anni fa ho visto una sua foto sul sito di Feltrinelli ho scoperto che era una donna.
Per me, mi ricordo, era stata una grande sorpresa, scoprire che dentro quelle trecento e passa pagine fitte fitte senza neanche una figura c’erano tante di quelle storie e di quelle figure che a disegnarle tutte ci sarebbe voluta una vita. E di quei momenti, che leggevo Harper Lee, io mi ricordo benissimo, mi ricordo la sedia arancione dov’ero seduto, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo mio babbo che passava con un secchio di calce, mi ricordo perfino la luce che c’era nell’aria e a ripensarci era stano, il fatto che, concentrato sul libro, io non ero fuori dal mondo, ero dentro, nel mondo: era come se il libro vivificasse quello che c’era intorno, e questa sensazione, e questa memoria visiva, io ce l’ho per tutti i libri che mi hanno molto colpito, Delitto e castigo di Dostoevskij, Poesie di Chlebnikov, Mosca Petuški di Erofeev, Casi di Charms, Il serpente di Malerba, A colpi d’ascia di Bernhard.





Be’, quando ho riaperto Il mondo delle cose di Zadoorian, mi sono accorto che del momento in cui leggevo Cicatrici di guerra, che racconta di un vecchio americano che decide di restituire un cimelio di guerra, una bandiera giapponese, alla famiglia del soldato morto al quale l’aveva sottratta alla fine della seconda guerra mondiale, io mi ricordavo tutto: mi ricordavo l’autobus su cui ero seduto, mi ricordavo la testa bionda, gonfia di permanente, della signora davanti, mi ricordavo il caos di passanti alla fermata in via Ugo Bassi, mi ricordavo la visita che avevo fatto con mia figlia da H&M tra la lettura della prima e della seconda parte, mi ricordavo l’autobus del ritorno e la folla di gente che era salita in via Lame e un uomo che si lamentava che l’autista prendeva tutti i semafori rossi.
C’è da dire, per completezza d’informazione, che mi ricordavo anche i miei occhiali, Il mondo delle cose è stato il primo libro che ho letto con gli occhiali, e può essere anche questo ad aver reso questa lettura una lettura memorabile. Ma quando ho poi letto Il campo dei misteri, qualche giorno dopo, su un interregionale che da Bologna mi portava a Reggio Emilia, agli occhiali ormai ero praticamente abituato, eppure delle cose che c’erano intorno mi ricordo tutto anche di quelle, mi ricordo il posto dov’ero seduto, mi ricordo il modo in cui cadeva la luce sui lavori dell’alta velocità alla mia destra, mi ricordo la ragazza seduta davanti a me che diceva al suo vicino che lei: “No social life”.
È un libro, questo di Zadoorian, che mi ha fatto venire in mente La fondazione, il monologo teatrale postumo di Raffaello Baldini, il cui protagonista è uno che non butta via niente, uno che “tiene da conto”. Ecco Zadoorian, mi sembra, tiene da conto, mette da parte e conserva dei momenti, degli oggetti e dei personaggi appartenente marginali e in realtà memorabili, come il protagonista del racconto East side, che “Percorse il marciapiede davanti alla vetrina, senza staccare gli occhi dalle parrucche, lasciando che si fondessero l’una nell’altra. Gli piaceva quell’effetto. A un certo punto, una donna anziana uscì dal negozio. Lui guardò la sua testa, il nido nero che spuntava in cima. La donna lo fissò, pavoneggiandosi. Era orgogliosa della sua parrucca. «Bella parrucca» le disse, con un cenno della testa. «Ma non si dice» sibilò la signora, con le labbra tirate sui denti finti”.

 

Silvia Del Ciondolo
Pulp
maggio 2010

Se io fossi Rita, bibliotecaria moglie di Zadoorian, avrei un bel da fare il fine settimana a spolverare un imprecisato numero di oggetti usati e vintage di cui la casa è colma. Sì, perché lo scrittore diventato di culto per passaparola, condivide con i suoi personaggi la passione per gli oggetti di modernariato. Ossessione, più che passione, a dir la verità. Ma come non capirlo? E di questa ossessione narrava il primo libro, Second hand: quando recuperare oggetti abbandonati significa prendersi cura di animali orfani, purtroppo anche dovendoli sopprimere. Tale era la storia di Theresa, fidanzata del protagonista Richard, proprietario di un negozio di fantastiche cianfrusaglie, naturalmente a Detroit. Dell’amore per l’universo retro-kitch, di Detroit e della morte parla anche la raccolta di racconti Il mondo delle cose. Esatto. ho detto raccolta di racconti, scritti in tredici anni, da prima di iniziare Second hand, fin dopo la pubblicazione di In viaggio contromano. Ecco, prima o poi ci si doveva arrivare. 




È sicuramente molto difficile scrivere qualcosa dopo un successo come Second hand, ma lo è ancora di più se sei riuscito a mettere perfettamente a segno anche il secondo colpo. La storia di Ella e John, due vecchietti che scappano per un’ultima vacanza in camper sulla Route 66, in barba ai figli medici, è davvero un gioiello raro. Quindi l’entusiasmo non rimane quello delle prime due letture, ma vi assicuro che ho polverizzato in una manciata di ore anche i diciassette racconti de Il mondo delle cose. Alcuni li ho percepiti come assolutamente familiari, altri mi hanno sorpreso, e non poco. Uno su tutti? “Discinesia”, ovvero la malattia che altera i movimenti, provocando tic e spasmi incontrollabili. Ne soffre una sessantenne che ha cercato di mettere a valore questo suo handicap in un modo davvero originale. Che ovviamente non vi svelo. Ma potrei parlarvi anche di “Origliare”: e se davvero esistesse da qualche parte il letto fortunato, su cui chiunque potrebbe concepire un figlio? Insomma, con questi racconti la carrellata di ossessioni e personaggi dello scrittore junker si arricchisce di tante altre storie d’amore e splendido ciarpame.
Giovanni Dozzini
europaquotidiano.it
aprile 2010

La Detroit minimalista di Zadoorian

Detroit è una città sconfitta dalla storia che non sa far altro che abbandonare all’oblio le vestigia di un passato glorioso e ingombrante.

Via i vecchi palazzi, via le vecchie fabbriche, rottami di ferro e cemento ovunque, vuoti, svuotati di vita e di senso. Poi c’è questa gente pragmatica e un po’ dimessa del Midwest che la popola da cima a fondo, i ricchi bianchi che se possono scappano verso la periferia o ancora oltre, i poveri neri che si ritrovano ad affollare i quartieri del centro, e tutti gli altri. Il mondo delle cose (traduzione di Michele Foschini e Gioia Guerzoni, Marcos y Marcos, 272 pp., 16.50 euro) è una mappa della città in forma di racconti, il cartografo risponde al nome di Michael Zadoorian. Uno scrittore americano fino al midollo, che sferra fendenti a destra e manca con disinvoltura, tratteggia vite a scampoli e si compiace del respiro corto della propria lingua.
Se dicevano che Carver era un minimalista allora anche Zadoorian è un minimalista, se per minimalismo si intende la capacità di cogliere i significati nucleari dei fatti e degli atti più piccoli, comuni, la capacità di riconoscere il valore nascosto dietro l’incedere della quotidianità più spicciola, allora, beh, sì, qui si tratta di minimalismo.

 







Le antologie di racconti non funzionano più da un pezzo, nel mercato dei libri, però stavolta vale la pena provare: c’è un’intera città da scoprire poco a poco, e soprattutto c’è un autore che riesce a cambiare oggetto e messa a fuoco senza cambiare il suo modo di vedere, e così ti tiene incollato allo scorrere delle pagine fino alla fine.
Le persone e le dinamiche sociali e sentimentali di cui narra spaziano in modo notevole, anche se per lo più Zadoorian si concentra sulla middle class partorita dalla parabola del clamoroso ventesimo secolo di Detroit. È l’America decadente ancora a metà del guado tra il secondario e il terziario, che non sa come contrastare le sue devastanti emorragie interne, quelle di popolazione (oggi a Detroit vive metà della gente che ci viveva cinquant’anni fa) e di idee di sviluppo su tutte. È il mito della Rust Belt che tramonta raccontato attraverso microscopiche storie di quartiere, di rigattieri e vecchi veterani di guerra, di matrimoni in crisi e speleologi urbani post-industriali. Zadoorian, che col romanzo Second Hand in patria è diventato un piccolo autore di culto, è un testimone attento e credibile. Il mondo delle cose è un libro da leggere.

Enrica Brocardo
Vanity Fair
marzo 2010


Il bello di vivere tra le rovine

«Mi piace la sensazione che le cose usate comunicano: ognuna ha una sua storia». Queste «cose» rivivono nei libri (e nella casa) di Micheal Zadoorian. Il suo obiettivo? Salvare tutto ciò che so può. A partire dalle tazze tiki.

La casa di Micheal Zadoorian è una versione 3D dei suoi libri. Di più. È una versione 3D meta-temporale dei suoi libri. Nel senso che nella sua villetta appena fuori Detroit sono successe cose che poi sono finite nei suoi libri (e fin qui tutto normale) e, viceversa, ci sono finite cose che prima erano successe nei suoi libri.
Di Zadoorian, pubblicitario part-time e scrittore, è appena uscito in Italia il terzo libro.
Il primo, Second Hand. Una storia d’amore, raccontava l’incontro tra il proprietario di un negozio di cianfrusaglie e una ragazza che lavorava come volontaria in un rifugio per cani e gatti abbandonati. Lo faceva perché amava gli animali, ma questo, paradossalmente, la costringeva a sopprimerli se nessuno si decideva adottarli. Entrambi recuperavano «cose» che la gente gettava fuori casa. Per rivenderle. lui. Per prendersene cura o toglierle per sempre di mezzo, lei.
Al centro del secondo libro, In viaggio contromano, c’era una coppia di anziani, il marito malato di Alzheimer, la moglie di cancro. Disobbedendo ai propri figli, i due salivano su un caravan per la loro ultima vacanza on the road.
Il terzo, infine, si intitola Il mondo delle cose. È una raccolta di racconti ambientati a Detroit e dintorni che Zadoorian ha scritto nell’arco di tredici anni, da quando ancora non aveva incominciato il primo romanzo a quando già aveva pubblicato il secondo. Non a caso, sparsi qui e là nei racconti, si trovano pezzi, situazioni e personaggi di entrambi i libri.
E pezzi di tutto si trovano a casa dello scrittore.
Appeso a una parete c’è un teatrino di scheletri comprato durante le celebrazioni dei giorni dei morti in Messico, dove la sua animalista disperata va a fare pace con le anime degli animali che ha ucciso. Sparse in giro ci sono le vecchie macchine fotografiche, per le quali Zadoorian ha una passione che spesso condivide con i suoi personaggi. Quasi tutto l’arredamento è composto di pezzi di modernariato o semplicemente di seconda mano. In camera da letto c’è un poster di un Elvis Presley piangente identico a quello descritto in uno dei suoi racconti. Dentro una credenza si nasconde una collezione di tazze genere tiki, ovvero polinesiano, lo stile che è citato nel titolo originale della raccolta (The Lost Tiki Palaces Of Detroit, in italiano i palazzi tiki perduti di Detroit), mentre da qualche parte in casa si nascondono due gatti randagi che Zadoorian ha salvato da morte certa.

Quando ha cominciato ad avere la passione per le cose vecchie, gli oggetti strani, di seconda mano?
Credo di averla avuta fin da bambino. Mia madre era un po’ come me, amava gli oggetti, casa nostra ne era piena, mentre mio padre era ua fotografo industriale: per oltre 45 anni collezionò scatti di luoghi, palazzi, dettagli in giro per la città.

C’è un nesso tra il fatto che le piacciono le cose usate, un po’ rovinate, e il fatto che vive da sempre a Detroit, una città in rovina, un vero e proprio simbolo di decadenza?
Sì. È il desiderio di salvare quello che puoi. Le tazze tiki, per esempio. Dopo la seconda guerra mondiale, quando molti soldati tornarono a casa dal Sud del Pacifico, lo stile polinesiano divenne piuttosto comune in America. La gente organizzava feste tiki nel cortile di casa, tutti vestiti con gonnelline di paglia e collane di fiori, comprava mobili in stile tiki, andava a mangiare nei ristoranti tiki, dentro palazzi tiki. La maggior parte di quegli edifici sono stati abbattuti. Le tazze sono piccoli pezzi di qualcosa che è andato distrutto per sempre.

 

 







Tutti scappano da questa città. Lei invece la ama. Tanto che il suo ultimo libro ha il sapore di un vero e proprio tributo. Perché?
Penso che per uno scrittore sia un buon posto dove vivere. Non ci sono aspettative qui, e questo, da un certo punto di vista, vuol dire maggiore libertà. Lo so, Detroit cade a pezzi, ma è anche un luogo dove è facile trovare ispirazione. Mi piace l’idea che si possa scovare la bellezza in mezzo alle rovine. Detroit piace molto agli artisti, la trovano affascinante. Senza dimenticare che qui puoi comprare una casa a un dollaro. La considero casa mia e la conosco benissimo: potrei fare la guida turistica.
Detto fatto. Dopo l’intervista. Zadoorian mi porta a fare un giro per la città, che è anche la capitale (in declino) dell’industria automobilistica americana. Lui guida una macchina Honda. Che è come dire che non sostiene l’industria nazionale anche se, parlando di accordo tra Chrysler e Fiat, dice che la gente, qui, ci spera e anche lui. Tanto più che proprio alla Chrysler ha guadagnato i primi soldi: «Ci ho lavorato un paio di estati, quando ero al college. Facevo il giardiniere». Lungo il tragitto indica posti che non ci sono più, casette e palazzoni in rovina, come la vecchia sede della stazione ferroviaria, i nuovi casinò e gli spazi abbandonati, trasformati in installazioni artistiche. Facciamo una sosta per dare un’occhiata alla più famosa, l’Heidelberg Project: un piccolo gruppo di case dipinte e letteralmente sommerse di oggetti di recupero, scarpe, bambole, spazzatura di ogni tipo.

È solo una questione estetica o, come viene da pensare leggendo i suoi libri, ad affascinarla è il fatto che le cose usate hanno più vita dentro?
Decisamente mi piace la sensazione che questi oggetti comunicano. Tutto quello che vede in questa casa ha una sua storia. A parte il televisore a schermo piatto e il frigorifero. È pure nuovo quello anche se ha un design anni Sessanta. Prima ne avevo uno vecchio davvero, ma era troppo piccolo e consumava un sacco di corrente elettrica... Come vede, anch’io ho dei limiti. Molti oggetti e alcuni pezzi di arredamento , poi, li ho ereditati da mia madre. Quando è morta, circa tre anni fa, abbiamo dovuto svuotare la casa. Quello che potevo, l’ho portato qui.

Esattamente quello che succede al protagonista di Second Hand. Lei però il libro lo ha scritto più di dieci anni fa.
Sì, ai tempi i miei genitori erano ancora vivi. È strano in effetti. Ricordo che mentre mia sorella e io eravamo lì a rovistare in tutta quella roba, ci siamo detti: “Questa è la vita che imita la letteratura”.

Si ricorda quali altre sensazioni ha provato?
Ci sono oggetti che ti spezzano il cuore, cose che ti arrivano diritte dal tuo passato e che ti sorprendono perché te ne eri completamente dimenticato. E ci sono anche cose che non dovresti vedere perché erano troppo personali. Come lettere d’amore di mio padre. Forse non avrei dovuto leggerle, ma non ho resistito:  alla fine, è stato bello scoprire che tutto quello che avevo immaginato sulla loro relazione era vero. Mia sorella e io ci abbiamo messo due anni a decidere cosa tenere e cosa dare via.

Suo padre è morto di Alzheimer come il protagonista del suo secondo romanzo. In questo caso però è stata la letteratura che ha imitato la vita?
Uno dei racconti della raccolta, quello sul viaggio della coppia di anziani, lui malato di Alzheimer, lei di cancro, risale a molti anni fa. E sinceramente non ricordo se ho iniziato a scriverlo dopo aver saputo di mio padre , ma quando ho cominciato il romanzo, lui era già morto. L’ho scritto proprio per tornare indietro, raccontare la sua malattia.

Un modo per metabolizzare il dolore della sua perdita?
In quel periodo ero davvero depresso: non avevo più un editore, non avevo più un agente, non sapevo se sarei mai più riuscito a scrivere un altro libro. Pensai che quella era una storia che potevo scrivere. Mia madre morì poco dopo la notizia della pubblicazione, in ricovero, come già era toccato a mio padre. Più che altro mi piace pensare che il romanzo sia stato un modo per dare ai miei genitori una sorta di “happy end” che nessuno dei due ha vissuto nella realtà.

 

Damir Ivic
il Mucchio

marzo 2010

Solo per appassionati? Forse. Di sicuro Zadoorian di appassionati se n’è guadagnati parecchi anche dalle nostre parti: Second Hand è stata la prima mossa di seduzione, involontariamente furba nel suo genere, visto che era (anche) una lunga ode al collezionismo di genere, e alla mania per gli oggetti apparentemente fuori moda. In un’epoca spesso ossessionata più dagli oggetti e dai vestiti che dalle persone in carne ed ossa, il lavoro con cui lo scrittore americano si è fatto conoscere qua da noi ha fatto presto a conquistarsi lo status di culto, grazie ovviamente alla scorrevolezza e all’amabilità. Molto più decisivo nel consolidare il profilo di Zadoorian, a nostro modo di vedere, è stato In viaggio in contromano: mantenere amabilità e scorrevolezza anche ponendo come protagonisti principali due anziani con problemi di salute seri, non è da tutti. Sullo slancio Marcos y Marcos pubblica allora da noi, a meno di un anno dall’ultima uscita, anche questo Il mondo della cose. Che non è un terzo romanzo, ma una raccolta di racconti. Coi seguenti pregi e difetti di una raccolta di racconti.




Pregi, perché lavorando su più episodi dall’agile respiro Zadoorian si può esercitare a cambiare personaggi, direzioni narrative, soprattutto si può esercitare a sperimentare atmosfere più sfaccettate: utile per capire cosa gira nella sua testa al momento di scrivere e di buttare giù spunti narrativi, una sorta di catalogo degli elementi primari che compongono lo Zadoorian scrittore. Difetti, perché pochi sono gli scrittori che rendono più sulla breve distanza piuttosto che sulla lunga, e l’americano non è tra questi. Intendiamoci: questo non è un libro il cui acquisto sia inutile, mera raccolta di scarti di lavorazione; le atmosfere e i sapori zadooriani si sentono, affiora di continuo quella piacevolissima simpatia ed empatia verso l’America delle piccole cose, quella che cerca di resistere con l’umanità e un’intimidità, perplessa bontà alle stranezze e alle durezze della vita contemporanea (molto bello in tal senso il racconto Discinesia). Tuttavia, in più di una caso si sente la mancanza di uno sviluppo più deciso di trame ed argomenti. E si avverte la sensazione che si ha a che fare con affreschi che sono principalmente prove d’opera, più che opere compiute in sé.

 

Brunella Schisa
Il Venerdì di Repubblica

marzo 2010


Dopo il successo del romanzo “Second Hand” l’americano non delude con i racconti

Lo scrittore collezionista di paccottiglia e ossessioni
Michael Zadoorian, cinquantenne di Detroit, è un autore straordinario. Pochi come lui sanno raccontare la vecchiaia, l’amore e la morte con tanta pietas e ironia. Scrive attingendo alle sue ossessioni, e alcuni temi trattati nel romanzo (Second Hand) li ritroviamo in questi racconti che non a caso sono intitolati Il mondo delle cose. Il collezionismo è tra queste ossessioni. Zadoorian è un temperamento originale, come i suoi protagonisti, dei junkers che si muovono tra paccottiglia accumulata nelle case dei genitori morti o in strada alla ricerca dell’oggetto straordinario che darà un senso alla loro follia.

Lei è un collezionista ossessivo come i suoi personaggi?
Sì, certo. penso che le ossessioni siano materiale per la scrittura, alcune storie di questi racconti riflettono la mia vita.

Un’altra ossessione è Detroit. Lei sarebbe diverso se fosse nato a Miami?
Certamente sì. Detroit nel bene e nel male è un’enorme parte di ciò che sono come persona e come scrittore. Sono diventato uno scrittore quando ho cominciato a scrivere di questo posto. Penso sia un luogo speciale. Qui si trova una generosità che non c’è da nessun altra parte

 





Non sta esagerando? Perché è tanto orgoglioso di Detroit?

Perché è un luogo molto creativo. Per molti musicisti, scrittori, artisti, designer, poeti Detroit è casa. Che mi creda o no, c’è qui qualcosa che ispira la creatività.

Rayomond Carver era dell’Oregon, eppure è il suo massimo ispiratore.
È vero, Carver mi ha insegnato che chiunque merita una storia e non è necessario che i personaggi abbiano delle vite affascinanti. Ma poi ho capito che io non ero Carver né uno scrittore minimalista. E così sono diventato Zadoorian e quello che mi distingue da Carver è che i miei racconti sono più divertenti e ottimisti dei suoi. Per me l’ironia è un ingrediente fondamentale della scrittura.

Lei scrive romanzi e racconti brevi. Che differenza c’è?
Quando inizio non so dove andrò a parare, il romanzo mi permette di fare volare la fantasia. Il racconto deve contenere il massimo in poche pagine.

 

 

Eleonora Bottini
romacastelli.it
luglio 2010

Dopo i romanzi "Second hand, una storia d'amore" e "In viaggio contromano" di Michael Zadoorian, la casa editrice Marcos y Marcos propone una raccolta di racconti di questo autore, "Il mondo delle cose", pubblicata nel marzo 2010. Ambientati in una "fallitissima Detroit", città in cui l'autore vive, i brevi racconti di "Il mondo delle cose" sono storie di personaggi in transito, in cambiamento e nel loro insieme dipingono un ritratto a più voci della città.
La città di Detroit ha rappresentato per anni il sogno americano. Dopo aver attraversato un grandioso boom economico nel corso dell'ottocento e nella prima metà del novecento, a partire dagli anni '60 ha subito un imponente esodo con la caduta dell'industria automobilistica. Locali alla moda, edifici industriali dell'era fordista e abitazioni sono stati gradualmente abbandonati; la popolazione attualmente è la metà rispetto a quella degli anni '50. Oggi il suo destino può essere associato a quello delle ghost town americane, città storiche in cui restano solo le tracce di una gloria trascorsa, un era di boom economico e sociale, al tramonto del quale sono state abbandonate, spesso del tutto.
L'ho sorvolata recentemente in aereo - non conoscevo la sua storia - e guardandola dalle nuvole ne sono rimasta colpita: una vasta distesa di basse case uguali occupavano lo spazio fino all'orizzonte come un'infinita catena di montaggio che, nell'avvicinarsi durante la discesa, ci accoglieva nella sua dimensione atemporale. Lo spazio della città, replicandosi all'infinito come in un gioco di specchi, evocava una dimensione di sospensione che mi è rimasta impressa.
Leggendo più tardi "Il mondo delle cose" ho ritrovato nelle narrazioni lo stesso sfondo emotivo di sospensione, quasi spettrale, della città vista dall'alto. I personaggi si muovono su tale sfondo ma, con le loro storie, riescono a movimentarlo, rendendoci partecipi della sua celata complessità e vitalità. Tra fabbriche abbandonate, quartieri residenziali, periferici e pericolosi dei meandri di Detroit, incontriamo personaggi in transito che attraversano un silenzioso mutamento interiore.
Ci cattura allora l'amicizia tra un ragazzo che non sa come usare il suo tempo e una signora, amante della birra e del cibo piccante, affetta dal morbo di Alzheimer la quale, per non sprecare la sua energia in eccesso, ha iniziato a dipingere quadri che vengono fuori materici e dinamici dalle sue turbolente pennellate, come spinte da una forza "altra". 





La scelta di un veterano di guerra, oramai anziano, di inviare la bandiera del soldato giapponese da lui ucciso, cinquant'anni prima, al nipote di questo. E ancora la scoperta di un maestoso tesoro da parte di un pubblicitario, collezionista di oggetti domestici degli anni '50 e '60, che scende per la prima volta in quarant'anni nella cantina in cui sua madre, scomparsa da poco, gli ha nascosto una miriade di oggetti dell'epoca. Una volta nella cantina avvertirà, in modo nuovo, quello che il suo amore per gli oggetti lo aveva aiutato a tenersi nascosto: il fuggire della vita di fronte al tempo.
Zadoorian narra, con ironia e leggerezza, il bisogno di mettere nelle cose la nostra personale lotta contro la perdita e l'assenza. 
Gli oggetti della città sono parte dei personaggi e hanno il potere magico di mantenere la staticità equilibrante delle loro vite, nascondendo parti mute dei rapporti e significati di vita sottaciuti. In certi momenti, però, gli stessi oggetti possono farsi teatro della perdita di quell'equilibrio necessario per coprire la paura di una fine. Solo a questo punto "le cose" acquistano la possibilità di raccogliere su di sè punti di svolta dei personaggi.
La lotta contro la perdita può farci nascondere il personale bisogno di cambiamento, perchè insieme ad una paura viene nascosto anche un desiderio.
La narrazione di esperienze simili ci raggiunge da una città come Detroit, che ne esce ammaliante più che mai: Detroit è il filo che lega e interseca i significati delle storie, il tessuto nel quale si ritrova il loro anello mancante, quando si è pronti a riconoscerlo. La città esiste come sfondo, come costante e in certi momenti può fungere da oggetto di risonanza del cambiamento, in modo particolare per ogni storia.
L'essenza spettrale di questa Detroit silenziosa sta allora nel suo "presentificare una presenza" che è stata e ora non c'è più. La sfida dei personaggi dei racconti è scoprire che si può cambiare, trasformando la sensazione di qualcosa che se n'è andato in un nuovo significato.
Ogni personaggio possiede infatti, insieme a un qualcosa che non è stato liberato, anche invisibili strade per trasformarlo. Così "il mondo delle cose" ci può indicare che esistono segreti per non perdersi, e che magari è possibile trovare una strada.

Gianfranco Franchi
Lankelot.eu

marzo 2010


Detroit. Detroit poteva essere un buon titolo italiano per il terzo libro di Michael Zadoorian, l'outsider esploso, post fertile passaparola, già all'altezza del suo fulminante esordio, “Second Hand”, e sopravvissuto con maturità (non solo con dignità) al secondo romanzo, “In viaggio contromano”. Stavolta il nostro junker preferito affronta il momento della vanità: la raccolta di racconti. Vanità e basta? Niente ciccia? Non del tutto. Diciamo che protagonista è Detroit, e protagonista è il coraggioso tentativo di un mezzofondista di misurarsi sulla distanza veloce. Il passo rimane quello del romanziere, ma l'affetto nei confronti dell'artista apprezzato qualche anno fa convince a fare finta di niente, a cercare tracce (solo prodromiche? Chissà. La filologia ha bisogno di dati, e di date) della sua verve, e della sua personalità autoriale. Se ne riconoscono, come già hanno opportunamente rilevato Tiziana Lo Porto su “D”, Valeria Parrella su “Grazia”, Marta Cervino su “Marie Claire”, la Schisa sul “Venerdì” (in vena di letture freudiane, in differita di 110 anni: “Zadoorian è un temperamento anale”, scrive, respingendo – sospetto – anche il fan più implacabile. Schisa!) e Damir Ivic sul “Mucchio”, che pure mostra qualche perplessità. Che condivido, mantenendo il suo stesso entusiasmo. Zadoorian, sarà il cognome armeno (sbaglio?), sarà il suo grande esordio, mi è ferocemente simpatico. Sospetto che leggerei volentieri anche la sua lista della spesa. So già che la scriverebbe con una penna di un certo livello, sicuramente non una stilografica. Chissà che scarabocchi fa, a proposito. Mi piacerebbe studiarli. Diceva Nato Frascà che dagli scarabocchi si capiscono un sacco di cose. Un'altra volta vi parlo di Nato Frascà.

“Il posto dove vivo è pieno di oggetti che vengono dalla casa dei miei genitori e da quelle di altri, magari dei vostri. Mi piacciono particolarmente gli oggetti dei primi anni Sessanta, quando i miei erano nel fiore degli anni: brava gente bianca della buona borghesia che viveva in un bel quartiere bianco e borghese di Detroit. Gli oggetti appartenuti a loro sono la mia attuale ossessione: mobilio Danish Modern e Limed Oak, soprammobili in lucite e a mosaico, plastica maculata oppure a motivi concentrici, oggetti ovoidali dell'età dei jet, così ridicolmente seri nella loro affermazione di appartenenza al sogno americano” (Zadoorian, “Il mondo delle cose”, racconto eponimo, incipit).





Questo racconto è nato per tutti quelli che avevano amato – e non sono affatto pochi: è diventato un libro di culto - “Second Hand”. Zadoorian torna sui suoi primi passi di narratore; scrive del suo culto per i rigattieri e per tutti gli oggetti di design (o meno) che abbiano una storia, e racconta d'una cantina speciale da saccheggiare con dolcezza, e d'un biglietto che lo invita a farlo. È una vicenda discretamente imprevedibile – non solo per l'epifania dell'aggettivo “camp”, che non ricordavo in narrativa dai favolosi giorni del primo Tommaso Labranca (“Andy Warhol era un coatto”, 1994) – e ci si ritrova in un buffo tempio, al posto d'una casa, consacrato a un passato non sempre decifrabile. A volte è bello cancellare il passato, è un esercizio creativo. Forgia la personalità autoriale.
Stesso discorso vale per un altro racconto, “Il problema di Modell”: è la storia d'un rigattiere dalla bottega disordinata e felicemente caotica, piena di vita e di creatività. Il nostro antieroe è scosso per la morte della sorella, neanche sessantenne. E quando si trova scritto qualche insulto sul furgone sa che l'unica sospettata potrebbe essere lei. Vacilla, ma si convince dell'impossibilità della cosa il giorno dopo, quando trova altri insulti (svastiche gratuite incluse) sul retro del negozio. Choc, e paura d'essere ucciso. Che sia una strategia della concorrenza? Io escluderei una performance di Manwoman. Non sapete chi è? Date un'occhiata qui. Chiusa parentesi.
Il miglior pezzo della raccolta, profondo, allegorico, iniziatico – in senso lato – è “Sviluppo”, poesia in prosa del rapporto padre-figlio, del senso della memoria, della delicatezza della personalità di chi dà la vita, e del fascino dei suoi segreti. Si gioca sul tema delle foto, forma d'arte prediletta dal padre del narratore. E sull'arte di riordinarle, dopo tanti anni, e di riscoprire sé stessi.
Niente male le infantili, erotiche e protovoyeuristiche (ma grottesche, s'intende) memorie di “Origliare”; stessa patologia, ma in salsa adulta e con non poca ebbrezza figlia della gelosia d'un marito cornuto, in “Il rumore del cuore”. C'è uno strano retrogusto d'impotenza e frustrazione in entrambe le circostanze, rimane la sensazione d'assistere a storie nate per via di qualche inadempienza. Materia per la critica psicanalitica, scivolo subito via. Ci pensa la Schisa, in casi come questi.
Non so se andrò mai negli States. Nel caso, una scappata a Detroit non me la faccio sfuggire. A costo di andare a vuoto per qualche settimana, voglio andare per negozi e interrogare l'architettura dei palazzi, e le facce di tutte le persone che incontro, per interiorizzare quel mood – vero Parise? Il mood, che gran concetto.
Dicevo. Qual è il segreto di Michael Zadoorian?
È a voi che lo domando. Non credo sia una questione di temperamento.

 

 

Tiziana Lo Porto
D-La Repubblica delle Donne
febbraio 2010

Parrucche e ricordi, a Detroit

Ci eravamo innamorati di lui leggendo l'incantevole romanzo d'esordio, Second Hand. Eravamo tornati ad amarlo con In viaggio contromano. E ci innamoriamo nuovamente leggendone i racconti raccolti nel volume Il mondo delle cose. Lui è Michael Zadoorian, bizzarro scrittore di Detroit di cui si sa che vive in una casa sexy-vintage insieme alla moglie Rita e ad alcuni gatti. E il filo conduttore dei racconti è proprio la sua città, abitata da una galleria di personaggi che ci piacciono perché sono esattamente come noi. Noi che riusciamo a lasciarci affascinare da una schiera di parrucche esposte in un negozio ("East Side"). O che quando partiamo siamo turisti, e ce ne siamo fatti una ragione ("Il parco dei misteri"). O che, semplicemente, riempiamo la casa di oggetti trasformandola in un buffo tempio del nostro passato ("Il mondo delle cose").

 

Valeria Parrella
Grazia
marzo 2010

Racconti di Detroit

Arriva in libreria il nuovo libro di Michael Zadoorian, Il mondo delle cose. Questa volta per l'autore americano sono racconti, che come tali portano una maggiore accuratezza di scrittura, senza dimenticare Detroit, la mania per le cianfrusaglie, la malinconia, la tenerezza e la forza di personaggi indimenticabili come quelli di In viaggio contromano e Second Hand.

 

Marta Cervino
Marie Claire
marzo 2010

Affetti collaterali

Lo scrittore Michael Zadoorian ha un'insana passione per le cose, ama gli anelli con i teschi, vive in una casa surrealmente zeppa di oggetti vintage (che meriterebbe un reportage fotografico). Queste short stories (tra cui Il parco dei misteri da cui ha tratto In viaggio contromano, il suo secondo romanzo) narrano di ragazzini che ascoltano copie fare l'amore nella stanza che i genitori affittano a chi ha problemi di strilità (perché, dicono, è "magica" e propiziatoria). Di collezionisti di paccottiglia che liberano casa e anima per voltare pagina. E di mariti traditi decisi a far finta di niente, ma poi costretti a fare i conti coi rumori inconsulti di un cuore che si ribella.

 

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it
marzo 2010

"Il mondo delle cose" (Marcos y Marcos), ecco i racconti ottimisti di Michael Zadoorian

I librai americani l'hanno trasformato in uno scrittore di culto quando era ancora uno sconosciuto. Ora esce per Marcos y Marcos "Il mondo delle cose", il nuovo libro di Michael Zadoorian, una raccolta di racconti divertente, ottimista, ma non per questo priva di profondità, dedicata alla sua città, Detroit. Ormai l'autore de "In viaggio contromano" non ha più bisogno del passaparola, e può permettersi di respingere il paragone 'pesante' con Carver... 

Michael Zadoorian è un grande narratore, tra i contemporanei americani uno dei più amati. Anche se si sta parlando di uno scrittore, non si tratta di un'affermazione banale. Di quanti autori italiani si può dire la stessa cosa? Quanti tra i nostri scrittori giovani e meno giovani sono in grado di raccontare storie semplici con tanta empatia come fa Zadoorian in questo suo nuovo libro, la raccolta di racconti "Il mondo delle cose", edito da Marcos y Marcos (che già aveva pubblicato gli amatissimi "In viaggio contromano" e "Second Hand")?
E' noto che Zadoorian deve ringraziare i librai americani che hanno spinto i suoi libri quando era un perfetto sconosciuto. Ma ormai il nostro non ha più bisogno di presentazioni e passaparola, ha un pubblico di lettori sparsi per il mondo che lo ama e, soprattutto, ha raggiunto una maturità stilistica che lascia senza fiato. 

 

 

 

 

Il 52enne scrittore di Detroit, che abita in una casa sexy-vintage con la moglie Rita, bibliotecaria, tanti gatti e migliaia di oggetti delle più svariate origini, dedica questa raccolta alla sua città, e così ne ha parlato in una recente intervista pubblicata dal Venerdì: "Detroit, nel bene e nel male, è un'enorme parte di ciò che sono come persona e come scrittore. Sono diventato uno scrittore quando ho cominciato a scrivere di questo posto. Penso sia un luogo speciale. Qui si trova una generosità che non c'è da nessun'altra parte...".
Nella stessa intervista Zadoorian ha anche parlato del paragone con Carver: "Quello che mi distingue da Carver è che i miei racconti sono più divertenti e ottimisti dei suoi. Per me l'ironia è un ingrediente fondamentale della scrittura...". Confermiamo.

 

 

Marta Topis
Urban

marzo 2010

Chi ha amato Second Hand - Una storia d'amore e In viaggio contromano di Michael Zadoorian - nuovo autore di culto lanciato dal passaparola dei librai americani e in Italia consacrato dalla Marcos y Marcos -sarà felice di leggere la sua ultima fatica. Divertente e sexy-vintage (come la casa in cui abita) è una raccolta di racconti ambientati nella sua Detroit il cui titolo è preso da una delle storie sulle originali manie da rigattiere che caratterizzano i suoi scritti. Ma si deve andare oltre, per rimanere affascinati nel leggere il racconto del tradimento consumato al ritmo di un cuore dal battito disgustoso, quello dell'anziana pittrice "action" affetta dal morbo di Parkinson, l'esilarante disquisizione sui numeri del lotto o la triste verità dei "Fantasmi dei palazzi tiki" (titolo originale della raccolta), locali notturni di una Detroit che non esiste più. E per i fan più accaniti, il 22 marzo a Milano (Teatro Leonardo, ore 19) inusuale performance sul romanzo d'esordio.

 

 

Camilla
librisulibri.it
marzo 2010 

Raccontare l’ordinario può essere straordinario. Ci sono volte in cui si osserva il mondo circostante alla ricerca di qualche particolare fantastico, surreale o magari paranormale. Il più delle volte, però, se ci pensate bene, è la normalità a sorprenderci. Secondo me, raccontare la normalità è difficile, e ancor di più lo è farlo nei tempi e nelle dimensioni di un racconto breve.

Ecco, Michael Zadoorian ci è riuscito. Non che avessi dei dubbi su di lui, sia chiaro, ma neanche mi aspettavo che le short stories de Il mondo delle cose riuscissero a risucchiarmi così velocemente e fantasmagoricamente. L’autore del delizioso In viaggio contromano (che ho letto con avidità) e di Second Hand (di cui ho scoperto soltanto da poco l’esistenza) è un geniale osservatore del mondo, delle persone e delle cose.

Zadoorian gioca con le parole e con le metafore, con le azioni e con i personaggi, con la fantasia e con la realtà. Già, è proprio questo che credo: per Zadoorian osservare, scrivere e descrivere è un gioco. Si diverte lui e ci divertiamo noi.

Nei racconti di Il mondo delle cose ci trovate Detroit, la città in cui Zad (bellissimo soprannome che gli ho appena dato) vive. Io fossi in voi un’occhiatina a questo libro la darei.

 

Libreria Atlantide
marzo 2010

Un gran bel libro, al pari degli altri suoi!
Michael Zadoorian, il fantastico interprete de Second Hand e Viaggio contromano, getta invece uno sguardo comprensivo agli abitanti della città in cui vive, presentando una fantastica carrellata di gente che ha fatto pessime scelte, colpite da malattie o segnate da esperienze negative, ma da cui emerge una grande umanità. Vite qualunque, di certo non esposte ai riflettori dei media, dipinte con una mano originalissima e felice, che si intrecciano con le strade ed i luoghi della città, con i suoi problemi , la disoccupazione o le tensioni razziali. Lo sguardo dell’autore illumina con mano decisamente felice le loro cronache di vita, un occhio che non giunge dall’alto, da chi si limita a descrivere, ma da chi è sinceramente partecipe delle vicissitudini del proprio prossimo.

Scheda del libro

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