| MICHAEL
ZADOORIAN Il mondo delle cose |
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Paolo
Nori paolonori.it maggio 2010 Per dei motivi che sarebbe troppo lungo e poco interessante raccontare, mi trovo a scrivere del libro di Michael Zadoorian Il mondo delle cose un mese circa dopo averlo letto, che è una cosa che non mi era mai successo di fare. Quando l’ho ripreso in mano, pensavo che non mi sarei ricordato tanto, del libro, e mi sono molto sorpreso quando mi sono accorto che di alcuni di questi racconti (è un libro di racconti tutti ambientati a Detroit), in particolare di Cicatrici di guerra e del Campo dei misteri, io mi ricordavo esattamente il momento in cui li avevo letti, con dei dettagli che mi hanno fatto tornare in mente il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita. Il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita è stato Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, e fino a pochi anni fa io ero convinto che Harper Lee fosse un uomo, invece due o tre anni fa ho visto una sua foto sul sito di Feltrinelli ho scoperto che era una donna. Per me, mi ricordo, era stata una grande sorpresa, scoprire che dentro quelle trecento e passa pagine fitte fitte senza neanche una figura c’erano tante di quelle storie e di quelle figure che a disegnarle tutte ci sarebbe voluta una vita. E di quei momenti, che leggevo Harper Lee, io mi ricordo benissimo, mi ricordo la sedia arancione dov’ero seduto, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo mio babbo che passava con un secchio di calce, mi ricordo perfino la luce che c’era nell’aria e a ripensarci era stano, il fatto che, concentrato sul libro, io non ero fuori dal mondo, ero dentro, nel mondo: era come se il libro vivificasse quello che c’era intorno, e questa sensazione, e questa memoria visiva, io ce l’ho per tutti i libri che mi hanno molto colpito, Delitto e castigo di Dostoevskij, Poesie di Chlebnikov, Mosca Petuški di Erofeev, Casi di Charms, Il serpente di Malerba, A colpi d’ascia di Bernhard. |
Be’, quando ho riaperto Il mondo delle cose di Zadoorian, mi sono accorto che del momento in cui leggevo Cicatrici di guerra, che racconta di un vecchio americano che decide di restituire un cimelio di guerra, una bandiera giapponese, alla famiglia del soldato morto al quale l’aveva sottratta alla fine della seconda guerra mondiale, io mi ricordavo tutto: mi ricordavo l’autobus su cui ero seduto, mi ricordavo la testa bionda, gonfia di permanente, della signora davanti, mi ricordavo il caos di passanti alla fermata in via Ugo Bassi, mi ricordavo la visita che avevo fatto con mia figlia da H&M tra la lettura della prima e della seconda parte, mi ricordavo l’autobus del ritorno e la folla di gente che era salita in via Lame e un uomo che si lamentava che l’autista prendeva tutti i semafori rossi. C’è da dire, per completezza d’informazione, che mi ricordavo anche i miei occhiali, Il mondo delle cose è stato il primo libro che ho letto con gli occhiali, e può essere anche questo ad aver reso questa lettura una lettura memorabile. Ma quando ho poi letto Il campo dei misteri, qualche giorno dopo, su un interregionale che da Bologna mi portava a Reggio Emilia, agli occhiali ormai ero praticamente abituato, eppure delle cose che c’erano intorno mi ricordo tutto anche di quelle, mi ricordo il posto dov’ero seduto, mi ricordo il modo in cui cadeva la luce sui lavori dell’alta velocità alla mia destra, mi ricordo la ragazza seduta davanti a me che diceva al suo vicino che lei: “No social life”. È un libro, questo di Zadoorian, che mi ha fatto venire in mente La fondazione, il monologo teatrale postumo di Raffaello Baldini, il cui protagonista è uno che non butta via niente, uno che “tiene da conto”. Ecco Zadoorian, mi sembra, tiene da conto, mette da parte e conserva dei momenti, degli oggetti e dei personaggi appartenente marginali e in realtà memorabili, come il protagonista del racconto East side, che “Percorse il marciapiede davanti alla vetrina, senza staccare gli occhi dalle parrucche, lasciando che si fondessero l’una nell’altra. Gli piaceva quell’effetto. A un certo punto, una donna anziana uscì dal negozio. Lui guardò la sua testa, il nido nero che spuntava in cima. La donna lo fissò, pavoneggiandosi. Era orgogliosa della sua parrucca. «Bella parrucca» le disse, con un cenno della testa. «Ma non si dice» sibilò la signora, con le labbra tirate sui denti finti”.
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Silvia
Del Ciondolo Pulp maggio 2010 Se io fossi Rita, bibliotecaria moglie di Zadoorian, avrei un bel da fare il fine settimana a spolverare un imprecisato numero di oggetti usati e vintage di cui la casa è colma. Sì, perché lo scrittore diventato di culto per passaparola, condivide con i suoi personaggi la passione per gli oggetti di modernariato. Ossessione, più che passione, a dir la verità. Ma come non capirlo? E di questa ossessione narrava il primo libro, Second hand: quando recuperare oggetti abbandonati significa prendersi cura di animali orfani, purtroppo anche dovendoli sopprimere. Tale era la storia di Theresa, fidanzata del protagonista Richard, proprietario di un negozio di fantastiche cianfrusaglie, naturalmente a Detroit. Dell’amore per l’universo retro-kitch, di Detroit e della morte parla anche la raccolta di racconti Il mondo delle cose. Esatto. ho detto raccolta di racconti, scritti in tredici anni, da prima di iniziare Second hand, fin dopo la pubblicazione di In viaggio contromano. Ecco, prima o poi ci si doveva arrivare. |
È sicuramente molto difficile scrivere qualcosa dopo un successo come Second hand, ma lo è ancora di più se sei riuscito a mettere perfettamente a segno anche il secondo colpo. La storia di Ella e John, due vecchietti che scappano per un’ultima vacanza in camper sulla Route 66, in barba ai figli medici, è davvero un gioiello raro. Quindi l’entusiasmo non rimane quello delle prime due letture, ma vi assicuro che ho polverizzato in una manciata di ore anche i diciassette racconti de Il mondo delle cose. Alcuni li ho percepiti come assolutamente familiari, altri mi hanno sorpreso, e non poco. Uno su tutti? “Discinesia”, ovvero la malattia che altera i movimenti, provocando tic e spasmi incontrollabili. Ne soffre una sessantenne che ha cercato di mettere a valore questo suo handicap in un modo davvero originale. Che ovviamente non vi svelo. Ma potrei parlarvi anche di “Origliare”: e se davvero esistesse da qualche parte il letto fortunato, su cui chiunque potrebbe concepire un figlio? Insomma, con questi racconti la carrellata di ossessioni e personaggi dello scrittore junker si arricchisce di tante altre storie d’amore e splendido ciarpame. |
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Giovanni
Dozzini europaquotidiano.it aprile 2010 La Detroit minimalista di Zadoorian Detroit è una città sconfitta dalla storia che non sa far altro che abbandonare all’oblio le vestigia di un passato glorioso e ingombrante. Via
i vecchi palazzi, via le vecchie fabbriche, rottami di ferro e cemento
ovunque, vuoti, svuotati di vita e di senso. Poi
c’è questa gente pragmatica e un po’ dimessa del Midwest che la
popola da cima a fondo, i ricchi bianchi che se possono scappano verso
la periferia o ancora oltre, i poveri neri che si ritrovano ad affollare
i quartieri del centro, e tutti gli altri. Il mondo delle cose
(traduzione di Michele Foschini e Gioia Guerzoni, Marcos y Marcos, 272
pp., 16.50 euro) è una mappa della città in forma di racconti, il
cartografo risponde al nome di Michael Zadoorian. Uno scrittore
americano fino al midollo, che sferra fendenti a destra e manca con
disinvoltura, tratteggia vite a scampoli e si compiace del respiro corto
della propria lingua.
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Le antologie di racconti non funzionano più da un pezzo, nel mercato dei libri, però stavolta vale la pena provare: c’è un’intera città da scoprire poco a poco, e soprattutto c’è un autore che riesce a cambiare oggetto e messa a fuoco senza cambiare il suo modo di vedere, e così ti tiene incollato allo scorrere delle pagine fino alla fine. Le persone e le dinamiche sociali e sentimentali di cui narra spaziano in modo notevole, anche se per lo più Zadoorian si concentra sulla middle class partorita dalla parabola del clamoroso ventesimo secolo di Detroit. È l’America decadente ancora a metà del guado tra il secondario e il terziario, che non sa come contrastare le sue devastanti emorragie interne, quelle di popolazione (oggi a Detroit vive metà della gente che ci viveva cinquant’anni fa) e di idee di sviluppo su tutte. È il mito della Rust Belt che tramonta raccontato attraverso microscopiche storie di quartiere, di rigattieri e vecchi veterani di guerra, di matrimoni in crisi e speleologi urbani post-industriali. Zadoorian, che col romanzo Second Hand in patria è diventato un piccolo autore di culto, è un testimone attento e credibile. Il mondo delle cose è un libro da leggere. |
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Enrica
Brocardo «Mi piace la sensazione che le cose usate comunicano: ognuna ha una sua storia». Queste «cose» rivivono nei libri (e nella casa) di Micheal Zadoorian. Il suo obiettivo? Salvare tutto ciò che so può. A partire dalle tazze tiki. La casa di Micheal Zadoorian
è una versione 3D dei suoi libri. Di più. È una versione 3D
meta-temporale dei suoi libri. Nel senso che nella sua villetta appena
fuori Detroit sono successe cose che poi sono finite nei suoi libri (e
fin qui tutto normale) e, viceversa, ci sono finite cose che prima erano
successe nei suoi libri. Quando ha cominciato ad
avere la passione per le cose vecchie, gli oggetti strani, di seconda
mano? C’è un nesso tra il
fatto che le piacciono le cose usate, un po’ rovinate, e il fatto che
vive da sempre a Detroit, una città in rovina, un vero e proprio
simbolo di decadenza?
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È solo una questione
estetica o, come viene da pensare leggendo i suoi libri, ad affascinarla
è il fatto che le cose usate hanno più vita dentro? Esattamente quello che
succede al protagonista di Second Hand. Lei però il libro lo ha scritto
più di dieci anni fa. Si ricorda quali altre
sensazioni ha provato? Suo padre è morto di
Alzheimer come il protagonista del suo secondo romanzo. In questo caso
però è stata la letteratura che ha imitato la vita? Un modo per metabolizzare
il dolore della sua perdita?
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Damir
Ivic
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Pregi, perché lavorando su più episodi dall’agile respiro Zadoorian si può esercitare a cambiare personaggi, direzioni narrative, soprattutto si può esercitare a sperimentare atmosfere più sfaccettate: utile per capire cosa gira nella sua testa al momento di scrivere e di buttare giù spunti narrativi, una sorta di catalogo degli elementi primari che compongono lo Zadoorian scrittore. Difetti, perché pochi sono gli scrittori che rendono più sulla breve distanza piuttosto che sulla lunga, e l’americano non è tra questi. Intendiamoci: questo non è un libro il cui acquisto sia inutile, mera raccolta di scarti di lavorazione; le atmosfere e i sapori zadooriani si sentono, affiora di continuo quella piacevolissima simpatia ed empatia verso l’America delle piccole cose, quella che cerca di resistere con l’umanità e un’intimidità, perplessa bontà alle stranezze e alle durezze della vita contemporanea (molto bello in tal senso il racconto Discinesia). Tuttavia, in più di una caso si sente la mancanza di uno sviluppo più deciso di trame ed argomenti. E si avverte la sensazione che si ha a che fare con affreschi che sono principalmente prove d’opera, più che opere compiute in sé.
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Brunella
Schisa Lo
scrittore collezionista di paccottiglia e ossessioni Lei è un collezionista
ossessivo come i suoi personaggi? Un’altra ossessione è
Detroit. Lei sarebbe diverso se fosse nato a Miami?
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Rayomond Carver era
dell’Oregon, eppure è il suo massimo ispiratore. Lei scrive romanzi e
racconti brevi. Che differenza c’è?
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Eleonora
Bottini romacastelli.it luglio 2010 Dopo i romanzi "Second hand, una storia d'amore" e "In viaggio contromano" di Michael Zadoorian, la casa editrice Marcos y Marcos propone una raccolta di racconti di questo autore, "Il mondo delle cose", pubblicata nel marzo 2010. Ambientati in una "fallitissima Detroit", città in cui l'autore vive, i brevi racconti di "Il mondo delle cose" sono storie di personaggi in transito, in cambiamento e nel loro insieme dipingono un ritratto a più voci della città. La città di Detroit ha rappresentato per anni il sogno americano. Dopo aver attraversato un grandioso boom economico nel corso dell'ottocento e nella prima metà del novecento, a partire dagli anni '60 ha subito un imponente esodo con la caduta dell'industria automobilistica. Locali alla moda, edifici industriali dell'era fordista e abitazioni sono stati gradualmente abbandonati; la popolazione attualmente è la metà rispetto a quella degli anni '50. Oggi il suo destino può essere associato a quello delle ghost town americane, città storiche in cui restano solo le tracce di una gloria trascorsa, un era di boom economico e sociale, al tramonto del quale sono state abbandonate, spesso del tutto. L'ho sorvolata recentemente in aereo - non conoscevo la sua storia - e guardandola dalle nuvole ne sono rimasta colpita: una vasta distesa di basse case uguali occupavano lo spazio fino all'orizzonte come un'infinita catena di montaggio che, nell'avvicinarsi durante la discesa, ci accoglieva nella sua dimensione atemporale. Lo spazio della città, replicandosi all'infinito come in un gioco di specchi, evocava una dimensione di sospensione che mi è rimasta impressa. Leggendo più tardi "Il mondo delle cose" ho ritrovato nelle narrazioni lo stesso sfondo emotivo di sospensione, quasi spettrale, della città vista dall'alto. I personaggi si muovono su tale sfondo ma, con le loro storie, riescono a movimentarlo, rendendoci partecipi della sua celata complessità e vitalità. Tra fabbriche abbandonate, quartieri residenziali, periferici e pericolosi dei meandri di Detroit, incontriamo personaggi in transito che attraversano un silenzioso mutamento interiore. Ci cattura allora l'amicizia tra un ragazzo che non sa come usare il suo tempo e una signora, amante della birra e del cibo piccante, affetta dal morbo di Alzheimer la quale, per non sprecare la sua energia in eccesso, ha iniziato a dipingere quadri che vengono fuori materici e dinamici dalle sue turbolente pennellate, come spinte da una forza "altra". |
La scelta di un veterano di guerra, oramai anziano, di inviare la bandiera del soldato giapponese da lui ucciso, cinquant'anni prima, al nipote di questo. E ancora la scoperta di un maestoso tesoro da parte di un pubblicitario, collezionista di oggetti domestici degli anni '50 e '60, che scende per la prima volta in quarant'anni nella cantina in cui sua madre, scomparsa da poco, gli ha nascosto una miriade di oggetti dell'epoca. Una volta nella cantina avvertirà, in modo nuovo, quello che il suo amore per gli oggetti lo aveva aiutato a tenersi nascosto: il fuggire della vita di fronte al tempo. Zadoorian narra, con ironia e leggerezza, il bisogno di mettere nelle cose la nostra personale lotta contro la perdita e l'assenza. Gli oggetti della città sono parte dei personaggi e hanno il potere magico di mantenere la staticità equilibrante delle loro vite, nascondendo parti mute dei rapporti e significati di vita sottaciuti. In certi momenti, però, gli stessi oggetti possono farsi teatro della perdita di quell'equilibrio necessario per coprire la paura di una fine. Solo a questo punto "le cose" acquistano la possibilità di raccogliere su di sè punti di svolta dei personaggi. La lotta contro la perdita può farci nascondere il personale bisogno di cambiamento, perchè insieme ad una paura viene nascosto anche un desiderio. La narrazione di esperienze simili ci raggiunge da una città come Detroit, che ne esce ammaliante più che mai: Detroit è il filo che lega e interseca i significati delle storie, il tessuto nel quale si ritrova il loro anello mancante, quando si è pronti a riconoscerlo. La città esiste come sfondo, come costante e in certi momenti può fungere da oggetto di risonanza del cambiamento, in modo particolare per ogni storia. L'essenza spettrale di questa Detroit silenziosa sta allora nel suo "presentificare una presenza" che è stata e ora non c'è più. La sfida dei personaggi dei racconti è scoprire che si può cambiare, trasformando la sensazione di qualcosa che se n'è andato in un nuovo significato. Ogni personaggio possiede infatti, insieme a un qualcosa che non è stato liberato, anche invisibili strade per trasformarlo. Così "il mondo delle cose" ci può indicare che esistono segreti per non perdersi, e che magari è possibile trovare una strada. |
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Gianfranco
Franchi |
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Tiziana
Lo Porto Parrucche
e ricordi, a Detroit
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Valeria
Parrella Racconti
di Detroit
Marta
Cervino
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Antonio
Prudenzano I librai americani l'hanno trasformato in uno scrittore di culto quando era ancora uno sconosciuto. Ora esce per Marcos y Marcos "Il mondo delle cose", il nuovo libro di Michael Zadoorian, una raccolta di racconti divertente, ottimista, ma non per questo priva di profondità, dedicata alla sua città, Detroit. Ormai l'autore de "In viaggio contromano" non ha più bisogno del passaparola, e può permettersi di respingere il paragone 'pesante' con Carver... Michael
Zadoorian è un grande narratore, tra i contemporanei americani uno dei
più amati. Anche se si sta parlando di uno scrittore, non si tratta di
un'affermazione banale. Di quanti autori italiani si può dire la stessa
cosa? Quanti tra i nostri scrittori giovani e meno giovani sono in grado
di raccontare storie semplici con tanta empatia come fa Zadoorian in
questo suo nuovo libro, la raccolta di racconti "Il mondo delle
cose", edito da Marcos y Marcos (che già aveva pubblicato gli
amatissimi "In viaggio contromano" e "Second Hand")?
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Il
52enne scrittore di Detroit, che abita in una casa sexy-vintage con la
moglie Rita, bibliotecaria, tanti gatti e migliaia di oggetti delle più
svariate origini, dedica questa raccolta alla sua città, e così ne ha
parlato in una recente intervista pubblicata dal Venerdì:
"Detroit, nel bene e nel male, è un'enorme parte di ciò che sono
come persona e come scrittore. Sono diventato uno scrittore quando ho
cominciato a scrivere di questo posto. Penso sia un luogo speciale. Qui
si trova una generosità che non c'è da nessun'altra parte...".
Marta
Topis
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Camilla Ecco, Michael Zadoorian ci è riuscito. Non che avessi dei dubbi su di lui, sia chiaro, ma neanche mi aspettavo che le short stories de Il mondo delle cose riuscissero a risucchiarmi così velocemente e fantasmagoricamente. L’autore del delizioso In viaggio contromano (che ho letto con avidità) e di Second Hand (di cui ho scoperto soltanto da poco l’esistenza) è un geniale osservatore del mondo, delle persone e delle cose. Zadoorian gioca con le parole e con le metafore, con le azioni e con i personaggi, con la fantasia e con la realtà. Già, è proprio questo che credo: per Zadoorian osservare, scrivere e descrivere è un gioco. Si diverte lui e ci divertiamo noi. Nei racconti di Il mondo delle cose ci trovate Detroit, la città in cui Zad (bellissimo soprannome che gli ho appena dato) vive. Io fossi in voi un’occhiatina a questo libro la darei.
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Libreria
Atlantide marzo 2010 Un gran bel libro, al pari degli altri suoi! Michael Zadoorian, il fantastico interprete de Second Hand e Viaggio contromano, getta invece uno sguardo comprensivo agli abitanti della città in cui vive, presentando una fantastica carrellata di gente che ha fatto pessime scelte, colpite da malattie o segnate da esperienze negative, ma da cui emerge una grande umanità. Vite qualunque, di certo non esposte ai riflettori dei media, dipinte con una mano originalissima e felice, che si intrecciano con le strade ed i luoghi della città, con i suoi problemi , la disoccupazione o le tensioni razziali. Lo sguardo dell’autore illumina con mano decisamente felice le loro cronache di vita, un occhio che non giunge dall’alto, da chi si limita a descrivere, ma da chi è sinceramente partecipe delle vicissitudini del proprio prossimo. |