LEON DE WINTER

Il diritto al ritorno

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Eva Kent, martemagazine.it, settembre 2011
Marilia Piccone, wuz.it, marzo 2011

Giulio Meotti
, Il Foglio, gennaio 2011
Susanna Nirenstein, La Repubblica, gennaio 2011

Piero Melati, Il Venerdì di Repubblica, gennaio 2011


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Piero Melati
Il Venerdì di Repubblica

gennaio 2011

Fantastoria di Israele
Città stato sotto assedio


Uno scenario apocalittico. Lo stato di Israele è diventato un fazzoletto di terra, una città stato sotto assedio dove vivono solo vecchi, criminali e prostitute. Qui Bram Mannheim cerca disperatamente suo figlio Bennie, scomparso sedici anni prima, quando aveva quattro anni. Figlio di un premio Nobel sionista, piantato dalla bellissima moglie pediatra mezza indiana, l'uomo ha interrotto una folgorante carriera accademica dopo la scomparsa del figlio. Si trasforma in una specie di mistico, diventa un vagabondo, poi fonda «La banca», una agenzia per rintracciare bambini scomparsi. E nelle pieghe di internet, trova infine una traccia che porta a suo figlio. Attorno, un futuro dai contorni agghiaccianti, una dimensione delirante, un grido di dolore sulla spaccatura tra Israele e mondo islamico. Un libro destinato a fare epoca, quello di Leon De Winter, bestseller in Germania e Olanda, ora tradotto in Italia. Dialoghi diretti, trame tese. Scritto per diventare cinema.

Susanna Nirenstein
La Repubblica

gennaio 2011

I bambini scomparsi che tradiscono i padri

Siamo a Tel Aviv, tra venti anni o giù di lì. In una Tel Aviv assediata, in un Israele che è ormai una città-stato tanto la minaccia araba ha orami preso piede. Perfino Jaffa, la zona araba sud della metropoli è oramai un enclave solo palestinese, divisa da barriere supertecnologiche da quel che rimane del paese ebraico. 
È qui che troviamo Bram Mannheim, un tempo valente storico, insieme a Ikki (per metà uomo, per metà quasi un androide di titanio ricostruito dopo un attentato): sono a caccia di bambini scomparsi, è quello il loro lavoro. Leon De Winter, il 45enne scrittore olandese figlio di ebrei ortodossi ma laico che più laico non si può, dopo i successi dell'ironico Supertex, questa volta, con una scrittura veloce e accattivante, ci porta con passione e ritmo da thriller tra futuro e presente, tra sionismo e perplessità, nella vita accerchiata di Bram, un israeliano che cerca la normalità (pace, amore, famiglia) e si ritrova spezzato: gli è stato rapito un figlio e dopo anni e anni se lo ritroverà davanti nelle vesti del peggior nemico.

Giulio Meotti
Il Foglio
gennaio 2011 

Un film dalla forma apparente di libro “Il diritto al ritorno” dello scrittore olandese Leon de Winter. Romanzo sull’apocalisse israeliana: tra fantascienza, thrilling, visione politica finale e la tragedia di un uomo cui sparisce il figlio piccolo. Eroso psicologicamente, svanito nella geografia, sotto piogge di razzi e attentati, Israele è diventato la città-stato di Tel Aviv. Gli abitanti sono ridotti a folle di vecchi, prostitute, soldati, medici. Striminziti confini sono controllati da tecnologie che leggono il Dna. Scenario alla Blade runner, ma fatti familiari. Protagonista Bram Mannheim. Di origine olandese, immigrato in Israele. Il suo anziano padre fu Nobel per la Fisica. Flash back. Il 2004. Un Bram trentenne è docente di storia all’Università di Tel Aviv, un pacifista. Ha una moglie di bellezza straripante, un figlio neonato, una vita glamour. La moglie va a prendere il bambino all’asilo nido, Bram è in taxi. C’è la notizia di un attentato, lei non risponde al cellulare. Bram si tuffa per le strade. Sente di avere perso figlio e moglie. Corrono ambulanze, c’è una lunga colonna di fumo, corpi dilaniati, urla. Moglie e figlio sono salvi, ma la stanchezza degli israeliani precipita sulle sue spalle. L’offerta di una cattedra a Princeton allontana la famiglia negli Usa. Lì c’è una casa di campagna. Farebbe sognare. 




Però è un cantiere permanente: spese continue, le piccole tasche di docente, notti insonni, incubi premonitori raccontati allo psicanalista. In un'improvvisa fiaba nera che già tambureggia, mentre la bella moglie è all'estero e lui è in giardino al telefono, il bambino sparisce di casa. Bram si getta alla ricerca del figlio. Ora la narrazione non è sulla fine di Israele, ma sulla fine di un padre. Siamo in una nuova storia di viandanti e di hobos. Bram, la sola costante dell'avvincente romanzo, viene ritrovato e condotto in Israele. Bram ricostruisce su internet l'identità del rapitore del figlio, pedofilo. Va negli Usa, torna in segreto nel vicinato rurale dell'ex casa americana e lo ammazza come un cane. Ritorna a Tel Aviv, cerca di cominciare a vivere. Riecco il presente d'Israele. Ma c'è la normalità? La prostituta conosciuta in un bar forse lo ama, la vita di volontario in ambulanza, il socio dal corpo per metà protesi in titanio, tutto lo spinge verso il figlio: il lettore lo sente. Si alza lo sguardo sul jihad mondiale, le vie del fanatismo, il fallimento della politica israeliana di un tempo - il nostro. La splendida penna di Leon De Winter urla che Israele potrebbe non farcela. Lo dice con la commovente storia di un padre.

Eva Kent
martemagazine.it

settembre 2011

Diritto al ritorno sì, ma dove?
Un Leon de Winter in stato di grazia ci presenta per i tipi della Marcos y Marcos un thriller fantapolitico mescolato sapientemente all’annosa questione del rapporto genitori- figli.
Proiettato in un dopodomani dai contorni agghiaccianti, Il Diritto al ritorno è un romanzo assurdo eppure di tragica attualità, che racconta con freddezza e con un gelido pessimismo le spaccature tra Israele e il mondo islamico. Il conflitto israelo- palestinese assume contorni apocalittici, Israele si è ristretta alla città- stato di Tel Aviv, posta sotto assedio i cui confini sono controllati da tecnologie che leggono il Dna, e dove vivono solo vecchi, criminali, prostitute e disperati: tutti quelli che hanno potuto se ne sono andati. Bram Mannheim, figlio di Hartog Mannheim, Nobel per la Biochimica ormai divorato dall’Alzeihmer, vive ancora lì, non si rassegna alla perdita di Bennie avvenuta sedici anni prima negli Stati Uniti in circostanze poco chiare: il bambino, di allora 4 anni, è stato rapito, stuprato e ucciso, o è affogato? Con lui Bram ha perso la moglie che si è lanciata in una folgorante carriera da attrice a Mombay, la dedizione al lavoro da storico che gli era valso una folgorante carriera 





accademica e, per un lungo periodo, anche la testa, persa dietro ad una numerologia che molto ricorda dei segreti della Cabbala e ad una vita vagabonda alla strenua ricerca del figlio perduto. Ma i miracoli accadono, Mannheim risorge, fonda a Tel Aviv insieme ad Ikki “La Banca”, un’agenzia che si occupa di rintracciare bambini scomparsi misteriosamente, ricrea un rapporto col padre malato e scopre che forse quel figlio perso, non è morto. Ritrova l’amore, la rinascita alla vita dopo una vita di morte sospesa mentre lo sguardo scivola su una jihad mondiale, dove le vie del fanatismo hanno spianato la strafa al fallimento della politica israeliana di un tempo – il nostro. Una storia di speranza e disperazione, un romanzo dolente e doloroso che racconta la delusione e il raccapriccio per il futuro che potrebbe attendere il mondo. De Winter urla che Israele potrebbe non farcela e lo fa con la commovente storia di un padre, mentre proietta immagini cupe, dove né con la speranza di pace né con i fuochi di guerra si è giunti a quel diritto ebraico al Ritorno di cui la Storia tutta è intrisa. Errori antichi che ritornano e una speranza attuale che resta salda e ci ricorda che, forse, una possibilità c’è e, a volte, ci può sorprendere. Una conferma del genio di Leon de Winter, da leggere sicuramente.

Marilia Piccone
wuz.it
marzo 2011

Tel Aviv 2024. Israele è diventata un ghetto, una striscia di terra sul mare, assediata dagli arabi. Alle frontiere ci sono delle chiuse con controlli elettronici del dna di chi vuol passare da una parte all’altra. Le ultime scoperte hanno stabilito che - rivoluzione non da poco - l’appartenenza al popolo ebraico non si tramanda più in linea femminile ma è determinata dal cromosoma Y ereditato dal padre. Non ci possono essere errori, un arabo non può passare la barriera impunemente (eppure... lo vedrete). La maggior parte dei giovani se n’è andata, nascono pochi bambini in questa terra che non ha alcun futuro e dove la crescita economica è zero: Israele è un paese di vecchi.
È questa l’ambientazione de Il diritto al ritorno, il nuovo romanzo di Leon De Winter, uno dei migliori scrittori nederlandesi, in un grigio futuro vicino. Un libro doloroso e dolente, che parla di padri e figli e della lotta senza fine tra ebrei e arabi, un libro curiosamente al maschile (le figure femminili, seppur presenti, restano nell’ombra) già nel capovolgimento del criterio per stabilire che cosa determini l’ebraicità dell’individuo - dettaglio decisivo per l’importante svolta della trama.
Nel 2024, a Tel Aviv Bram Mannheim fa l’autista volontario di ambulanze e gestisce un’agenzia per ritrovare bambini scomparsi. Perché il 22-8-2008 suo figlio Bennie, quattro anni, era scomparso. Non in Israele, ma a Princeton dove Bram aveva accettato una cattedra all’università. Bram e la moglie avevano deciso di lasciare Israele proprio per Bennie, per garantirgli un futuro sicuro, senza la paura quotidiana di attentati. Era stata una scelta difficile: andarsene sembrava un tradimento.
La vita di Bram Mannheim è divisa nettamente in tre parti: la giovinezza in Olanda come figlio del famoso premio Nobel per la biochimica Hartog Mannheim, l’epoca d’oro in cui era professore di storia in Israele con una bellissima moglie, e infine il tracollo, la pazzia in cui era precipitato dopo la scomparsa del figlio. 





Una follia razionale che usava la matematica (lui che era stato la delusione del padre per il suo rifiuto dei numeri), giocando su tutte le combinazioni possibili dei numeri che avevano a che fare con il giorno e l’ora della scomparsa di Bennie, per girare l’America alla sua ricerca. Infine era stato salvato, riportato in Israele dal padre, curato. Ma ormai non era più il professor Mannheim. Aveva perso tutto - figlio, moglie, casa, lavoro.
E siamo al 2024. Anche il brillante Hartog non è più quello di un tempo - ha l’Alzheimer. Bram, l’uomo che non riesce a sconfiggere il senso di colpa per non aver vigilato a sufficienza sul figlio, ritorna ad essere soprattutto figlio per prendersi cura del padre, quasi a tacitare ora l’altro senso di colpa, di aver deluso Hartog, di avere avuto dei contrasti con lui. E intanto, insieme al suo proprio figlio cerca i figli scomparsi di altri genitori- e mi viene in mente Sono tutti miei figli, bellissimo dramma di Arthur Miller. È un personaggio che impariamo ad amare molto, questo Bram Mannheim. Per la sua tenacia, la sua speranza immotivata, la sua umanità, la sua tenerezza, la gentilezza delle sue mani nel lavare un corpo vecchio. La stessa che avrà per pulire la sporcizia del bambino cieco e sordo in Afghanistan. Perché, dopo la scoperta che erano scomparsi pure altri bambini, figli di ex colleghi del padre, lo sviluppo della trama che non voglio rivelarvi lo porterà - finto convertito all’Islam - in quella terra dove ormai nulla si erge a frapporsi al vento che trasporta le preghiere verso la Mecca.
Un finale aperto, sorprendente. Forse si può sperare ancora. E Leon De Winter si conferma un grande scrittore.

Scheda del libro

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