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barbal Come una pietra che rotola |
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Goffredo
Fofi Questa pietra di frana è il libro di esordio di una notevole scrittrice catalana, che per lungo tempo ha narrato campagne e monti del suo paese prima di arrivare a Barcellona e alla sua confusione o modernità, come già accade nelle ultime pagine di questo romanzo in prima persona che sembra una storia vera. Conxa viene affidata dai genitori, contadini poveri, a una zia senza figli e al marito di lei, contadini anche loro in un paese distante, e cresce tra campi e animali, in una Spagna arcaica e dura. E quand’è tempo si sposa con un giovane muratore e falegname,da cui avrà tre figli e che, quieto repubblicano, sarà ucciso durante la guerra civile. |
Conxa invecchia, gli zii muoiono, e le figlie e il figlio si sposano. Lei finirà i suoi giorni in una portineria della grande città, quando dalla campagna oramai fuggono tutti. “Barcellona, per me, è una cosa molto buona. È l’ultimo gradino prima del cimitero”. Forse Maria Barbal ha pensato a Un cuore semplice di Flaubert, di cui non ha ovviamente la misura stilistica. Ma si capisce il grande successo che in patria arride da anni a questo romanzo tutto al femminile, narrazione di un passato che ha riguardato milioni di persone – il mondo contadino e la sua fissità, bellezza, durezza – e che, in Europa, non sembra riguardare più nessuno. |
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Valeria
Parrella Storia di Conxa, dai Pirenei a Barcellona
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– povera figlia di pastori senza istruzione, ma con un’enorme considerazione del mondo e della sua dignità intrinseca – fino agli inoltrati Anni 80, quando arriva a Barcellona. In mezzo, non solo la sua vita e la struggente storia del suo matrimonio, ma anche la guerra civile spagnola e soprattutto la tragica impossibilità, per gli ultimi della terra, non già di raggiungere il regno dei cieli, ma anche solo di comprenderlo. Da non perdere. |
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Francesca
Lazzarato Una
vita di donna tra campagna e metropoli È
uscito nel 1985 e da allora ha collezionato più di cinquantacinque
edizioni in diverse lingue, tre premi importanti e diversi adattamenti
teatrali (l'ultimo andrà in scena a gennaio al Tnc di Barcellona) ma
solo adesso Pedra de tartera, uno dei più longevi e fortunati fra i
best-seller in lingua catalana, appare anche in italiano (Come una
pietra che rotola, Marcos y Marcos, pp.151, euro 14) nell'eccellente
traduzione di Gina Maneri, che ha reso con esattezza la prosa sommessa
di Maria Barbal, nata nel 1949 in un paesetto dei Pirenei e barcellonese
di adozione. |
Un'esistenza povera e semplice, la sua, scandita da nozze e morti, dalla fatica delle donne che crescono figli, sbrigano o dirigono ogni lavoro, tacciono e resistono. Finché la guerra civile strappa a Conxa l'amatissimo marito, fucilato da gente feroce che parla un'altra lingua, il castellano, e a lei tocca per intero la cura di quelli che restano, in solitudine e, come sempre, in silenzio. In centocinquanta pagine e con pochi tocchi delicati, la Barbal disegna una figura femminile a suo modo potente, e allo stesso tempo traccia il ritratto di un mondo perduto, della cui sparizione Conxa diventa il simbolo quando, ormai vecchia e rinchiusa in una oscura portineria cittadina, conclude la sua storia con una frase che è quasi un epitaffio: «Barcellona per me è una cosa molto buona. L'ultimo gradino prima del cimitero». |
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Brunella
Schisa Un romanzo
scarno e commovente sulla tragedia che provocò un milione di morti È sempre terribile estirpare i vecchi dalle loro case, anche se queste sono quattro pietre in una campagna spopolata. Ma Conxa che ora vive a Barcellona ricorda con grande nostalgia un’epoca epica e tragica. Gli inizi del XX secolo, quando a 13 anni viene spedita a vivere da una zia perché i suoi hanno troppe bocche da sfamare. Comincerà per Conxa una vita faticosa nei campi. Ma l’incontro con Jaume le farà conoscere la felicità del matrimonio e della maternità spazzata via dalla guerra civile. Jaume verrà portato via da una milizia franchista e Conxa e i suoi tre figli internati in un campo di prigionia. La tragedia irrompe e in poche pagine. Maria Barbal, scrittrice catalana, ci sprofonda nell’orrore di una guerra e ce la racconta (nel suo romanzo d’esordio finora inedito in Italia) dalla parte dei deboli. Cosa
le ha ispirato questa storia? |
Che
tipo di relazione ha con il mondo che lei descrive? Lei
racconta la guerra civile attraverso la gente semplice e usa una prosa
piatta. È stata una scelta o è il suo stile?
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Lara
Crinò STORIA ALLA CATALANA Per gustare Come una pietra che rotola di Maria Barbal non ci si deve far ingannare dalla semplicità apparente del suo essere “solo” la storia di una donna qualunque. Per scoprire che questo romanzo breve, tra i cardini della letteratura catalana contemporanea (edito per la prima volta nel 1985, ha festeggiato in Spagna la 50ª edizione) è un piccolo gioiello, è necessario vedere il mondo con gli occhi della protagonista, una contadina delle montagne di Pallars che cresce nei primi del Novecento e scopre solo da adulta di non essere al riparo dalla Storia. Come Giorgio Diritti in L’uomo che verrà, uno dei più bei film della scorsa stagione, ci ha chiesto di rivedere la ferocia della seconda guerra mondiale con gli occhi di quei contadini che furono i nostri nonni, così Barbal fa con la guerra civile spagnola e il suo dopoguerra. |
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Paolo
Collo Una storia come
tante. Piccola piccola. Conxa (Concepció) è una ragazzina catalana di
tredici anni, costretta ad andare a lavorare in campagna dagli zii. E lì
conosce Juame, si sposano e hanno tre figli. Ma scoppia la Guerra Civile,
che sconvolgerà le loro vite e le loro anime: “Arriva un momento in cui
non sapevamo se era una disgrazia quella che ci era capitata o una
colpa…” |
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Enzo
Di Mauro Maria Barbal, come un’allegoria dell’agire politico In Come una pietra che rotola – un romanzo, scritto dalla catalana Maria Barbal (classe 1949), che in patria ha raggiunto la cinquantesima edizione e l’undicesima in lingua tedesca – la storia, la grande storia, il cui vento non perdona, lascia tuttavia intatta la qualità del tempo e quella che Pasolini chiamava la «forma» della vita così come sempre era stata, con le sue infinite, eterne, meravigliose ripetizioni. Passa per intero, qui, tutta la prima metà del Novecento, con in mezzo la breve, radiosa stagione della Repubblica e poi il colpo di stato militare e la sanguinosa guerra civile e il conseguente ungo sonno franchista. Pure, l’interiorità della protagonista Conxa – è lei che racconta in prima persona – rimane intatta e immacolato il suo rapporto con le povere, essenziali cose che le riempiono l’esistenza contadina, dove le distanze tra una contrada e l’altra, tra un borgo e l’altro sembrano (e sono) incolmabili. Determinata e profonda è la sua devozione in vita e in morte per l’artigiano Juame, marito e padre, repubblicano fervente e per questo assassinato dai soldati nei giorni in cui si fronteggiarono gli ideali democratici e la brutalità fascista. Nulla vi è di invidiabile nella pratica dura e aspra di quella concretissima vita se non l’essere, appunto, una pietra che rotolando rimane integra e celeste. |
«Gli angeli della chiesa di Pallarès non avevano occhi sulle ali. Io, devo dire, le cose della religione facevo fatica a capirle, e mi perdevo quando don Miguel prendeva la parola. Attaccava a parlare e andava avanti a lungo prima di fare una pausa. Quando arrivava alla fine del discorso, da un pezzo io ero volata a casa, ai prati, o anche più lontano, agli occhi degli angeli dell’Ermita, che mi guardavano fisso perché confessassi, sinceramente, se ero stata buona»: la casa, appunto, i campi, l’infanzia che pare remota (ma in realtà non sono trascorsi che poco più di tre decenni), il bagliore a tratti d’altri occhi a fissare un destino già scritto che è di per sé emblema di anonima ma non invisibile resistenza, anzi di persistenza. Ci sono – sembra dire Conxa – fessure profondissime, inarrivabili, nelle quali abitare e intoccabili nicchie dove rifugiarsi. Così niente (e insieme tutto) cambia per lei quando alla fine si sentirà costretta, in un tardivo ed estremo inurbamento, a trasferirsi a Barcellona. Resta tutto, resta per sempre al pari di un regno che la terra non sopporta. Sotto questo aspetto, Come una pietra che rotola è una potente allegoria dell’agire politico e anche, più tatticamente, una sorta di manuale di guerriglia, senza smettere di essere una esemplare storia d’amore sostenuta, ad accentuarne la lancinante cifra, da una pressoché totale assenza di aggettivi. Il procedere scarno, come inciso e chiuso in una necessaria misura breve, in uno spazio che non consente sprechi, pare non di meno e non da ultimo una indicazione, una modalità anch’essa etica, combattente. |
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Gianfranco
Franchi “Pedra de tartera” (1985; It, Marcos Y Marcos, 2010) è stato il libro d'esordio della scrittrice catalana Maria Barbal, letterata classe 1949. S'è trattato d'un esordio amatissimo, nel tempo, e non solo dal suo popolo: stando a quanto leggiamo in bandella, “Come una pietra che rotola” ha conosciuto oltre cinquanta edizioni in lingua catalana, undici in lingua tedesca. Mancavano due grandi lingue occidentali, l'inglese e l'italiano. Questo 2010 è stato il loro anno. Sull'Indipendent, il 18 Luglio, leggevamo: “Thanks to Peirene Press, a small independent publisher, Stone in a Landslide has been translated into English, courtesy of Laura McGloughlin and Paul Mitchell, for the first time. It is a heartfelt lament for those rural poor transformed over the last century into a poorer urban class”. Nel Mediterraneo, nella sempre più claudicante repubblica democratica italiana, la storia non è stata dissimile: a pubblicare il libro ha pensato il piccolo editore indipendente Marcos Y Marcos, da Milano. Che potrebbe e dovrebbe essere una grande ispirazione per i suoi giovanissimi colleghi inglesi, considerando quanta esperienza ha accumulato, in tanti anni, sul campo: e quanta credibilità ha saputo guadagnare. In Rete ho notato che di Peirene Press si dice già adesso un gran bene anche al semplice livello dei lettori forti (cfr. BookGazing). Sprizzano intelligenza ed europeismo. Che il Regno Unito sia loro leggero. Chiusa la parentesi editoriale, veniamo all'opera. Incipit. “A casa eravamo in tanti e si notava. Evidentemente qualcuno era di troppo. Io ero la quinta di sei fratelli e, come diceva la mamma, ero venuta perché Dio l'aveva voluto e bisogna accettare la Sua volontà. Maria, che era la prima, si occupava della casa quasi più della mamma, Josep era l'erede e Joan studiava in seminario. Quanto a noi tre più piccoli, avevo sentito un mucchio di volte che eravamo più di peso che d'aiuto”. E in quella casa la mamma conosceva soltanto due cose, “lavoro e risparmio”. Non conosceva l'ozio. E lavorava molto più del padre, perché a lei spettavano sia i campi, sia preparare da mangiare per i tanti bambini, sia badare a tutte le piccole cose di casa. La narratrice, Concepciò detta Conxa, si ritrova a vivere dalla zia, che bambini non ha potuto avere. Siamo nei primi anni Dieci del secolo scorso. Prende e parte, tredicenne, lasciandosi tutto il suo mondo alle spalle – un mondo fatto di “tanta gente e poco pane”, e di strane scuole in cui s'era costretti a parlare e scrivere in castigliano, non in catalano. Viene accolta in una grande casa in cui si dà da fare, sbrigando tutte le faccende, proprio come le è stato insegnato: “Facevo tutto come me l'avevano insegnato, senza metterci un solo gesto mio che potesse apparire come una mancanza di rispetto” (p. 36). Viene accolta in una grande casa da una zia praticona: convinta com'è che sia meglio un tozzo di pane secco che tutti i fronzoli del mondo, è il grande esempio per chi, crescendo, deve scegliere cosa essere e come stare al mondo. Passano cinque anni. Nessuno parla di ritorno. In compenso, i ragazzi del paese cominciano a puntarla: è un buon partito, è bella. Con Jaume è colpo di fulmine. Lui è soltanto un artigiano, questo potrebbe essere un problema. Gli zii si convincono quando ascoltano la sua proposta: consegnarsi mani e piedi al lavoro necessario in casa e nei campi: “Si legò con me a una terra e a due persone abituate a fare e disfare senza chiedere niente a nessuno” (p. 61). Nascono due bambine, a breve distanza: infine arriva un maschietto.
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E come un fulmine a ciel sereno – si fa per dire: lo scenario descritto, sin qua, è stato semplicemente l'espressione della durezza della vita rurale, e delle sue rare soddisfazioni, e della sua magnifica semplicità – entra in scena la politica. Entra in scena la politica in un momento nefasto, per la storia catalana e spagnola. Quello del franchismo. Jaume era iscritto a Esquerra Republicana, il partito di governo in Catalogna. Il presidente del partito “è un uomo vicino alla gente che lavora e soprattutto alla gente che lavora la terra”, si chiama Lluis Companys. Jaume è uno che crede nella rivolta del popolo. Quale popolo? “Popolo vuol dire la gente, tutti gli uomini e le donne che vivono in questo paese” (p. 106). Jaume pagherà con la vita per i suoi ideali e per le sue convinzioni. La sua famiglia si ritroverà imprigionata, e poi costretta a ripartire senza il suo faro, senza l'amato marito, senza l'amato padre. La narratrice ci racconta, con la stessa semplicità e la stessa franchezza spese per descrivere la vita nel paesino, e la vita nei campi, il faticoso sentiero per tornare alla normalità, per restare fedele all'esistenza che sempre e sola aveva conosciuto. E si ritrova ad accettare, a un passo dalla vecchiaia, di dovere abbandonare la sua terra per ritrovarsi a vivere a Barcelona, “una casa dove le finestre non danno sulla strada”, “un pane piccolo che finisce ogni giorno e latte in bottiglia, bianchissimo, senza panna e con un sapore leggero”, “un rumore senza parole e un silenzio pastoso pieno di ricordi concreti”. È l'ultimo passo prima del congedo dalla vita – l'ultima tenace resistenza ai rovesci della sorte. Abbandonata la terra, i figli del popolo finiscono a vivere in servitù, in città. È una sorte peggiore. “Come una pietra che rotola” è un romanzo breve, popolare ed elegiaco, d'una fragilità amabile – espressione d'una semplicità profonda che sembra sussurrare la possibilità che possa esistere davvero una narrativa “realista”, e che possa parlare a tutti: perché non impugna una bandiera politica, o almeno, come in questo frangente, lo fa con una tale incoscienza e una tale spontaneità che non si può che sorriderne. E presto il sorriso si tramuta in amarezza, perché quell'incoscienza e quella spontaneità portano comunque alla fine: alla punizione più atroce e assurda e infame, la condanna capitale. Il complimento migliore che si possa fare a questo libro è che spinge a simpatizzare con l'incoscienza, la vivacità, l'antieroismo e la spontaneità dei catalani, non con l'ideologia d'una o d'un'altra parte. Io in questa storia leggo le vicende di povera gente che si ritrovava (e si ritrova) a dover parlare una lingua non sua nelle scuole, e si ritrovava a faticare per sopravvivere massacrandosi nei campi, vagheggiando un futuro diverso – qualcosa di meno faticoso, di meno pesante, di meno opprimente. E infine vedo un mostro totalitario che decide di catturare e uccidere un'espressione di questa cultura fatta di fame di libertà, di autonomia, di giustizia. E uccidendola, fatalmente, finisce per eternarla. L'unica consolazione è questa – assieme alla gentilezza grande, e alla semplicità assurda, della voce che ci racconta la sua storia. Edizione esaminata e Brevi Note Maria Barbal (Tremp, Pallars Jussà, ESP 1949), scrittrice e insegnante catalana. Questo libro fu la sua opera prima, nel 1985. Maria Barbal, “Come una pietra che rotola”, Marcos Y Marcos, Milano 2010. Traduzione di Gina Maneri. Copertina di Lorenzo Lanzi. Collana “Gli Alianti”, 180. Prima edizione: “Pedra de tartera”, 1985. |
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Gianni
Biondillo Cooperazione dicembre 2010 La Spagna di Conxa Le cinquanta edizioni di questo romanzo d’esordio, Come una pietra che rotola (ed. Marcos y Marcos), stanno a dimostrare come Maria Barbal abbia, forse inconsapevolmente, scritto un romanzo di culto della letteratura catalana, che solo ora, dopo un quarto di secolo, viene finalmente stampato in Italia. Piccolo romanzo, nel numero delle pagine, ma con un’ambizione, raccontare una vita che riassuma l’intero Novecento iberico, che da le vertigini. Perché Maria Barbal ce la fa. Affidandosi alla cultura storia del suo lettore (questo è il patto), e più probabilmente al lettore catalano che conosce sulla pelle della sua famiglia quanto la storia sia stata violenta in quella zona del mondo, l’autrice riesce con pennellate impressioniste a raccontarci la vita di una semplice contadina, Conxa, eroina suo malgrado, icona di un mondo antico eppure vicinissimo. Ci si affeziona subito alla sua voce, dato che con timida educazione l’autrice si dissolve nell’io narrante della sua protagonista. |
Conosceremo l’infanzia di stenti, i primi turbamenti adolescenziali, l’amore, la guerra civile, la vecchiaia di Conxa, e la sentiremo, con affetto, come una di casa. Il piccolo, piccolissimo dell’esistenza di una persona qualunque che diviene emblema universale della precaria condizione umana. Maria Barbal riesce in tutto ciò decidendo di usare una lingua scarna, favolistica, capace di comunicare con chiunque, senza orpelli da letterato. Scelta stilistica, però, non naif. L’autrice usa con cognizione di causa il discorso indiretto libero, di modo che il lettore trovi una immediata empatia con la protagonista, con la vita del popolo catalano e la sua mentalità. Con Come una pietra che rotola rivivremo distanze, per noi viaggiatori globali, oramai dimenticate: dai Pirenei a Barcellona, non ci sono pochi chilometri, insomma, ma un universo simbolico e storico che attraverseremo accompagnati dalla storia e dalla vita di questa piccola, amabile contadina. |
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Marina
Lomunno temperamente.it marzo 2012 Quando questo romanzo breve uscì in Spagna, nel 1985, si inserì subito come elemento di discontinuità nella tradizione prettamente ‘urbana’ della letteratura catalana dell’epoca: Come una pietra che rotola segna il ritorno alla campagna, cuore pulsante della Catalogna di inizio Novecento, tempo immobile scandito dall’alternarsi delle stagioni e dalle fatiche quotidiane, improvvisamente sconvolto da due drammi: la Storia e la Modernità. In 150 pagine accompagniamo Conxa, protagonista del romanzo e voce narrante, dall’infanzia agli ultimi anni di vita. Quinta figlia di una famiglia numerosa e poverissima, a tredici anni viene affidata agli zii un po’ meno poveri e senza figli propri. Dalla zia, amorevole ma fin troppo pratica e abituata a decidere su tutto e per tutti, impara il lavoro in casa e nei campi; si inserisce presto nel nuovo contesto sociale, sebbene questo sia chiuso e abituato a vedere il mondo esclusivamente nell’ottica della ‘roba’ e della necessità, e si predispone al futuro: il matrimonio, i figli, la fatica. La pietra che rotola è lei, Conxa: compiuta e immobile fino a quando qualcuno, il tempo, non le dà un calcio che la fa finalmente muovere e rotolare verso il suo destino. Il destino di Conxa è Jaume, amore grande e sincero della sua vita, dal quale ha tre figli. Grande lavoratore, buon padre e marito, Jaume è anche un idealista: Conxa è a disagio quando lui le para di rivoluzioni, popolo, regimi da abbattere. |
Sono argomenti difficili e che si rivelano pericolosi quando il colpo di stato militare fa scoppiare la guerra civile. Jaume viene arrestato e ucciso; Conxa viene deportata con le due figlie maggiori, ma riusciranno a salvarsi e dovranno ricominciare a vivere senza Jaume e con addosso i segni incancellabili degli eventi. O forse no: il tempo cancella tutto, la vita va avanti. Il mondo sta cambiando, le campagne si spopolano, Conxa vive la seconda grande frattura della sua vita: l’approdo in città, che coincide con la vecchiaia, cioè vivere di ricordi, sentire che gli altri non hanno più bisogno di te. La cosa notevole di questo romanzo è lei, Conxa: tutt’altro che eroica, tutt’altro che speciale, si mantiene nei limiti che le sono stati imposti, ma i suoi sentimenti sono vivi, il suo rapporto con la natura profondo. Il suo punto di vista nel corso del romanzo cresce, si evolve con lei: Conxa diventa adulta, il suo sguardo coglie la complessità e le sfumature. La Storia e la Modernità irrompono, ma i dualismi e le ideologie restano sullo sfondo, perché non è il caso di prendere posizione, Conxa non l’ha mai fatto, sempre impegnata a sopravvivere. Si narrano pensieri: la traduzione è ottima nel suo rispetto della punteggiatura sconnessa, nella resa dei passaggi rapidi da un argomento all’altro, naturali nel flusso continuo del pensiero, dell’assoluta linearità ed essenzialità del racconto. Non c’è letterarietà, non ci sono grandi disegni stilistici: in parole semplici si può raccontare il percorso di una pietra che rotola e arriva a valle, nonostante tutto. |
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Michela
Piattelli La
guerra civile spagnola attraverso gli occhi di una contadina catalana
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Iniziano i presagi. Conxa fa strani incubi, la sua pace è turbata. A messa ascolta le parole ambigue del prete che parla di un “ordine stabilito” che bisogna accettare e di uomini che per cambiare questo ordine rischiano di dannarsi per l’eternità. La situazione precipita in fretta, i sermoni sono sempre più infuocati, Jaume non intende lasciare il paese. E un giorno delle persone bussano alla sua porta, parlano castigliano, se lo portano via. La moglie e le due figlie sono tenute prigioniere per un mese e mezzo, insieme ad altre donne e bambini. La vita di Conxa non sarà più la stessa. I figli crescono, si sposano, le regalano dei nipoti. Lei si lascia andare a una rassegnazione operosa, confortandosi con i ricordi degli anni più belli. Ma i tempi lentamente cambiano, la terra non garantisce più il sostentamento, i giovani preferiscono il salario e ancora una volta Conxa si piega al destino accettando quello che gli altri hanno deciso per lei: senza protestare segue il figlio a Barcellona, e scopre un mondo dove tutto è a un’ora precisa, il latte si compra in bottiglia e i cani passeggiano al guinzaglio. E nessuno ha il tempo, la voglia o la curiosità di ascoltare e ricordare. Si chiude così questo denso racconto, iniziato con un viaggio dietro una mula e terminato in un angusto appartamento di città: è una storia raccontata a bassa voce, quasi sussurrata per non disturbare. Ricca di dettagli al tempo della giovinezza e dell’amore, e sempre più frettolosa man mano che avanza la vecchiaia. Perché per Conxa la vita vera si è interrotta quando la violenza della storia ha fatto irruzione nella sua casa, e gli anni che le sono rimasti da vivere fanno solo da contorno al “silenzio più profondo”. |
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Monica
Bellomini Libreria Fogola, Pisa settembre 2010
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Beppe Marchetti Libreria massena28, Torino librinelmondo.com ottobre 2010 In quella bimba, Conxa, che si presenta nelle prime pagine di questo romanzo c’è già tutta la storia. Timida, silenziosa, rassegnata al destino che altri scelgono per lei. Giovanissima, i genitori la mandano a vivere dagli zii, un po’ più ricchi, o appena meno poveri, comunque con meno gente in casa. E Conxa crescerà lì, in una grande casa della campagna catalana. Come una pietra che rotola è il romanzo di una vita: ottant’anni, il cui cuore coincide con uno dei periodi più difficili della storia spagnola recente (la guerra civile degli anni Trenta). Raccontata in prima persona, con uno stile scarno e lirico, soprattutto condensato: forte di quell’arte di dire tanto con poche parole che hanno certe scrittrici. Ed ecco che ottant’anni di vita stanno tutte in 150 pagine. Fin da giovanissima, la vita della protagonista è dominata dal lavoro. Quello nei campi, che non lascia molto spazio ad altro. Finché non arriva l’incontro con Jaume, ragazzone allegro e spavaldo, l’amore della sua vita. Matrimonio, figli e ancora lavoro, tanto lavoro. In una grande casa dominata dalla personalità della zia, che Conxa mai osa contestare, c’è sempre qualcosa da fare.
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Poi, da un momento all’altro, tutto cambia. La guerra civile entra nella vita di questa povera gente travolgendo tutto. Sono poche le pagine dedicate a quegli anni, ma molto dense. Qui l’autrice asciuga ancor più, se possibile, il suo stile, mentre ne accentua il lirismo, come in questo passaggio, quando Conxa è deportata con le due figlie:
A guerra finita, emerge un altro grande tema di Come una pietra che rotola: la transizione tra la civiltà agreste a quella cittadina. Il lavoro nei campi, unica legge per generazioni, lascia il posto alla comodità asettica della città. Il breve capitolo su Barcellona, dove nelle ultime pagine la famiglia si trasferisce, è esemplare. Pubblicato nel 1985, Come una pietra che rotola ha avuto un grande successo (qualcosa come cinquanta edizioni) in quel pezzo di Spagna che scrive e legge in catalano . Ma non è rimasto solo un fenomeno locale: tradotto in spagnolo, tedesco, francese e inglese, ha ora finalmente un’edizione italiana. Vale la pena di approfittarne subito e procurarselo. |