| CRISTIANO
CAVINA Alla grande |
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Marco Belpoliti Alla grande di Cristiano Cavina è un libro scanzonato, leggero, divertente, che sta su con nulla; una di quelle storie che, se sbagli anche di poco, colano a picco in modo inesorabile. Invece lui, ventinovenne di Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, non sbaglia un colpo. T’incanta con il suo periodare breve, rapido, conciso, ricco di metafore infantili, perfettamente calato nella testa e nella voce del protagonista, Bastiano Casaccia, una specie di Gianburrasca, ingenuo ed estremo, leggero e terribile, artefice di piccoli e grandi guai, sempre proteso verso avventure mirabolanti. Alla grande racconta una storia già letta molte volte, da Collodi a Gianni Celati, la storia di un’infanzia turbolenta, con tutto il piccolo olimpo dei parenti, il paese che fa da sfondo, l’arciprete e il vigile urbano, il maresciallo dei carabinieri, il professore di scuola media, i compagni di classe e la ragazzina amata. E tuttavia il libro gira perfettamente, per via della voce del tono di Bla – soprannome di Bastiano – che racconta di se stesso e di tutti gli altri essendo intorno a sé un mondo sospeso tra fiaba e romanzo, un universo fatto di pochissime e povere cose, prolungato, amplificato e riempito dalla sua fantasia. |
È un libro che non sfigura a fianco di storie illustri come Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino o il recente Io non ho paura di Ammaniti, due libri che, in un modo o in un altro, possiedono la forza del racconto sorgivo, primigenio, magico. Cavina semmai affronta una prova ancora più ardua, perché non ha la grande storia sullo sfondo o il motivo del romanzo giallo a cui appendere le sue vicende d’infanzia. Il suo libro si legge solo sul linguaggio, sul ritmo della prosa, sulla capacità di spalancare davanti a noi un mondo che di suo sarebbe provinciale e desolato; una piccola patria dell’anima, di cui Bla è il Buddha, la divinità che lo anima e insieme lo chiude, che lo riconduce addomesticato al suo io: legislatore unico della realtà. Il finale pinocchiesco vede Bla rinchiuso in una casa per ragazzi difficili, dopo che ha sparato in bocca e negli occhi a un altro ragazzo del silicone rubato dal magazzino, con cui pensava di saldare i pezzi di un immaginario sottomarino al fine di recuperare un fantomatico tesoro in fondo a un laghetto. Fugge poi ritorna, trasformato, adulto, ma sempre sospeso su quel bilico incantato tra malinconia e comicità, sempre carico di quella fantasia con cui si ostina a metter mano al reale. |
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Roberta
Paraggio |
Ma, per Bastiano e per la sua inesauribile fantasia, tutto diventa mitico, e il mistero paterno gli sembra indizio giusto per una nuova operazione di spionaggio. Poi, c’è Mirko Contoli, secchione e damerino, bersaglio preferito, rivale in tutto ma sempre perdente, lui non sa come si vive in Viale Neri, lui ha una casa con dentro un castello di Lego. E, più importante di tutto, ci sono le gite al lago, una pozzanghera lercia dove far immergere un sogno, Bomba, sul suo maxipigna ha progettato tutto, un sommergibile vero per andare a ripescare, tra la melma, un sacchetto pieno di monete. Bisogna costruirlo assolutamente, quella busta preziosa saprà risolvere tutto, la luce tornerà in Viale Neri, a casa Casaccia, ma non quella metaforica, tornerà la corrente elettrica vera e propria, quella che è stata tagliata per le troppe bollette non pagate. Cristiano progetta, si vede fiero mentre inonda di monetine tutte le case popolari. Tra un’impennata e un sopralluogo il sommergibile si fa sempre più vicino, ma uno scivolone, una piccola deviazione sembra rendere tutto più complicato. Forse doveva andare così, forse il suo Signore si è distratto, fatto sta che la vita del Bla subisce una deviazione. Disarcionato dalla Turboberta, è arrivato il momento di crescere, di smetterla con le storie esagerate, di riflettere. Chissà. Ma, ci piace pensare che non sia così, che questa bella commistione tra Pinocchio e Sandokan non diventi un Mirko Contoli, non indossi panni seri e grigi, e che mai e poi mai smetta di sognare sogni semplici e sommergibili. Cristiano Cavina, “Alla grande”, Marcos Y Marcos 2010 Giudizio: 3.5 / 5 – Piratesco periferico |
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E.
A. Paul trashicmagazine.it febbraio 2012 Stefano Benni, Pinocchio, I ragazzi della via Paal: ho già bruciato la metà dei riferimenti presenti nelle recensioni più attendibili e mainstream, posso cominciare a produrne una mia partendo da zero. Scavando nella memoria è difficile non trovare barlumi della nostra infanzia: croste di sesta generazione su un ginocchio, un regalo che ci è particolarmente stato sulle balle, un amico che puzzava di biscotti e gorgonzola. Altra storia è ricordare il pensiero infantile; quei sillogismi stupidi e fantastici che a sei anni seguivamo e accettavamo come assiomi di logica straordinariamente ovvia. Cavina ci ha scritto su il suo primo romanzo: “ALLA GRANDE” (2003) editore Marcos y Marcos (10.000 copie vendute, tradotto anche in francese). Capisco che accostare un’opera originale a qualcosa di già esistente è sempre sbagliato e non-professionale ma non rispondo a nessun editore delle mie azioni, quindi lo faccio: questo libro è colmo di continui richiami a Fellini e a tutto ciò che riguarda la già enormemente (e forse mai abbastanza) trattata magia della Romagna del passato. Per carità, i richiami sono involontari, ma come si fa a non pensare ad Amarcord leggendo il libro? E’ impossibile. Cavina è un narratore prima che un romanziere, bisogna dirlo. Il ruolo di cantastorie romagnolo nudo e crudo lo esenta dal cercare qualsiasi invenzione di trama visionaria, per potersi così dedicare totalmente alla descrizione romantica e ironica dei personaggi e delle ambientazioni, al meglio. Mentre le conclusioni di cui sopra possono risultare affettate e me ne dispiaccio (ma quelle sono), una caratteristica indubbiamente comune al Federico Regista (4 orizzontale, 7 lettere) è l’uso frequente del dialetto arci-romagnolo, scelta azzeccata perché come disse il poeta Raffaello Baldini “…certe cose accadono solo in dialetto”. E’ così. |
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Claudio
Vulpio
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«Il protagonista, Bastiano, un po' è come me: soffre perché non ha mai conosciuto suo padre e perché vede sua madre sbattersi da una casa all'altra, a lavare e stirare panni, con l'incubo delle bollette da pagare. Un po' è come avrei voluto essere: meno timido e un po' più audace, e anche più gioioso». Parlando di sé, Cavina in realtà parla di tutti quei ragazzi italiani che oggi hanno 30,40 ,50 anni e che dalla vita non hanno mai avuto nulla gratis. Che come lui hanno fatto i chierichetti, i garzoni e mille altri lavori occasionali, con molte più cose in comune da Nord a Sud di quanto in genere non si creda: Giancarlo Antognoni e Moreno Argentin, le Big Bubble e le Emme Esse, Devilman e Starski e Hutch, Orzowai e Indiana Jones, il «libro del sapere» Conoscere Insieme, i quaderni Maxipigna e le mountain bike, Topolino e Big Jim. E il trattore Somec-Carraro rosso. Ma anche i libri. «Tutti. Leggevo e leggo tutti quelli che mi capitano a tiro dice Cristiano . Da poco ho scoperto Gadda, Bianciardi, Dumas, Tolstoj. Dio, cosa mi ero perso». Ma chi lo ha fatto «uomo» sono stati Stephen King, «un genio, soprattutto in It per come parla dei bambini e dei loro sogni»; Goffredo Parise, Osvaldo Soriano, John Fante e Kurt Vonnegut, «uno che ti cambia il corso della vita». Ma il più grande di tutti, «quello che se lo incontro gli dico: faccio tutto ciò che vuoi te», dice Cristiano, è Eduardo Galeano. «Da lui ho imparato che scrivere è salvare le cose della nostra vita, ringraziare gli altri, chiedere perdono per gli errori commessi». Per comprarsi questi libri, Cristiano «accantonava» parte della paga da pizzaiolo, senza dir nulla a nessuno. Ma anche gli altri studi, quelli regolari, Cristiano ha dovuto pagarseli da solo. I cinque anni delle scuole superiori e i due alla scuola di scrittura Holden di Torino: tutte le settimane, cinque giorni a Torino e poi, col treno via Bologna, due in pizzeria, a Casola. «Una vitaccia. Ma mi considero una persona fortunata. Scrivo e sano le ferite che mi porto dentro». Alla Holden se ne sono accorti subito che Cavina era la risposta vivente alla domanda oziosa se scrittori si nasce o si diventa, e lo hanno preso in squadra. Proprio nella squadra di calcio della Nazionale scrittori con Mari, Baricco, Favetto, Lucarelli, Voltolini... Cavina gioca, manco a dirlo, in un ruolo di fatica. Mediano. Alla grande, però. |
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Fulvio
Panzeri
Il pizzaiolo di Casola Valsenio con Alla grande è la sorpresa più bella della stagione Casola Valsenio si trova
in Romagna, a due passi da Faenza. Lì è nato un nuovo scrittore, una
delle rivelazioni più sorprendenti della nuova narrativa italiana. Si
chiama Cristiano Cavina, classe 1974, di professione pizzaiolo. Dopo un
primo romanzo passato inosservato, esce ora con Alla grande
(Marcos
y Marcos, pp. 208, euro 13,00) che riprende temi e atmosfere di un
racconto che Cavina pubblicò nell’antologia natalizia edita da Marcos y
Marcos, affrontando così il rischio di stare al fianco dei grandi nomi
della letteratura mondiale. Una sfida confermata dal romanzo, che
affascina per la scrittura scabra, essenziale, iperrealista, lontana dalle
mode giovanilistiche e dagli abusi che di esse si sono fatti in questi
anni. |
Anche qui troviamo vite grame, segnate dagli stenti. Con il suo sguardo a volte ironico e divertito, altre volte sognante, Cavina sposta però l’atmosfera verso l’avventura, in una rilettura tutta contemporanea di un classico come I ragazzi della via Paal. Protagonista è Bastiano Casaccia, detto anche Bla, che vive con la madre, ha una grande nostalgia del padre che non ha mai conosciuto e sfreccia veloce sulla sua bici. Con gli amici sogna di costruire un sommergibile con i bidoni della spazzatura e con i copertoni di un vecchio trattore, per andare in fondo al lago in cui pensa sia nascosto un sacco di monete d’oro. C’è molto altro nel romanzo: i rapporti tra le bande dei ragazzi, il tema del bullismo, l’attenzione verso chi è in difficoltà, ma vibra soprattutto una fantasia che trasforma la voglia di un mondo migliore in un singolare sguardo poetico. |
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Lorenzo Mondo A suo modo, questo di
Cristiano Cavina, è un romanzo di formazione. Racconta la storia, non di
un burattino come Pinocchio che diventa ragazzo, ma dell'eroe di un
romanzo avventuroso (così sogna di essere il ragazzo protagonista) che
diventa uomo. Alla grande, come recita il titolo del libro, ripetendo l'intercalare spavaldo di
Bastiano, detto Bla; attraverso
una serie di prove ben altrimenti dure di quelle che toccano a un
immaginario pirata o pistolero. Abita in un paese della «bassa»
romagnola, case popolari, alloggio miserabile. Con i due nonni malandati,
la madre trafelata a stirare panni per i vicini, tenere dietro al figlio
scavezzacollo. Non conosce suo padre, a ogni inchiesta si sente rispondere
che fa il mestiere di disoccupato o vagabondo. Apparentemente il ragazzo
non soffre, lo vediamo sfrecciare e sgommare sulla sua bicicletta come se dovesse raggiungere con ali di vento un paese diverso. |
Come capita davanti a un quadro della Madonna che sale in cielo: «Era dal 1600 che si preparava a decollare, con le braccia spalancate e lo sguardo perso, quasi malinconico. Dopo quattrocento anni ancora non si era mossa di un centimetro». Dove trapela tra l'altro un rapporto, confidenziale fino all'irriverenza, con l'Aldilà, ispirato dall'insegnamento del catechismo e dalle pratiche religiose. Il libro di Cavina prende vita da questa baldanza, in cui si avverte appena una punta di acidula perplessità. Una baldanza espressa anche nel linguaggio che, senza essere particolarmente inventivo sul piano lessicale, è prodigo di immagini ravvicinate e tese, dotato di una ellittica energia, nelle descrizioni e nei dialoghi (ma sembra eccessiva, poco plausibile a tratti la saccenza argomentante del ragazzo che discorre con il bonario arciprete). La «conversione» di Bla, l'uscita dal suo mondo fantastico, nasce dall'incontro, imprevedibile in un quartiere che appariva così solidale, con la cattiveria. Quando, sottoposto alle crudeli angherie dei più grandi, Bastiano scopre anche in sé, per reazione, la possibilità di fare il male. Ospitato in una casa di accoglienza per minori, l'emulo di Sandokan si rassegna a lotte più domestiche e riflessive. Si preoccupa della famiglia alla quale hanno tagliato per morosità i fili della luce, si conforta con le lettere di una compagna di scuola che sogna di sposare quando sarà cresciuto, impara a esercitare la pazienza. Si affaccia appena un'altra storia, che appartiene alla prosa meno avvincente della maturità e che non potrà fare a meno di piegarsi, con qualche malinconia, sui giorni svagati e immemori dell'età breve. |
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A.F. Un tesoro fatto di spiccioli Tra gli esordienti prodige
della più recente narrativa italiana – in realtà un suo precedente
romanzo era già uscito dalla benemerita Transeuropa – si colloca il
ventinovenne Cristiano Cavina. Pizzaiolo, mestiere rivendicato con
determinazione, allievo della scuola Holden di Alessandro Baricco, Cavina
ha imparato a modo suo la lezione di tecniche di narrazione moderne e
accattivanti. In Alla grande toccai tasti del romanzo di formazione
catapultandoci direttamente in un’infanzia di provincia vista attraverso
le vicissitudini di Bastiano Casaccia. |
Cristiano è Bastiano, animo piratesco che come il suo protagonista a undici anni voleva costruire un sommergibile per recuperare un tesoro in fondo al lago: il tesoro è un sacco dell’immondizia che contiene gli spiccioli raccolti da un tossicodipendente, nel romanzo il Mago Mammola. Tutto quello che è ricordo – dalla bicicletta Turboberta al padre disoccupato mai conosciuto – Cavina lo trasfigura in una visione che ha una sua concretezza cristallina. E che appare reale proprio perché non esce mai da quel sogno sino al finale, davvero bello, tra le farfalle e forse un blu dipinto di blu, trampolino di lancio verso la vita vera. |
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Paola Antoniali Ci dispiacerebbe che questo libro
passasse inosservato al grande pubblico, perché era da molto tempo che
non leggevamo un romanzo italiano così ricco di sensibile spontaneità. |
Quello che conta comunque è vivere alla grande, come Robin Hood, come Zorro, come Sandokan, difendere i deboli (far sorridere la piccola Sura maltrattata da tutti), conquistare la propria bella (Milena Barzaglia la perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta (costruiamo un sommergibile!), essere fedele alla banda (e che banda! Bomba, Donna, Fattura… un grande equipaggio). Andasse tutto dritto il nostro Bastiano sarebbe già un supereroe dei cartoni… ma non sempre va tutto dritto, soprattutto se ti capita di vivere nelle case popolari di Casola Valsenio, di fronte al Mago Mammola con le braccia piene di lividi e buchi, nello stesso palazzo di Noemi la matta, gomito a gomito con Mone che guai se lo guardi negli occhi… Insomma a Casola ti può accadere di tutto, ci vuole un santo particolare non solo per riuscire nella vita ma anche per sopravvivere. Lasciatecelo dire: questo piccolo grande romanzo è un gioiello prezioso che vi farà sghignazzare e riflettere. In esso troverete la grinta di quando da bambini inforcavate la vostra bici da cross, la Turboberta di Bastiano, e via… verso un mondo di sogni e speranze. Se crescere poi sarà dura, non importa: Noi siamo pirati e andiamo. Alla grande!!! |
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Edyth
Cristofaro
La storia è sempre quella, un simpatico bambino pestifero, Bastiano Casaccia (Bla), che da grande vuole fare il pirata, che fa ammattire l’arciprete e la mamma, ma che ha un cuore dolce grande così, un po’ ingenuo, ma pieno di grinta e soprattutto leale. Ma poi la voglia di fare grandi cose ha il sopravvento e Bla si caccia sempre nei guai. E dov’è il suo angelo custode quando ne ha bisogno? E dov’è quel padre mai visto né mai conosciuto che fa il disoccupato? Guai a parlarne con la mamma perché si incupisce e da agnello diventa subito tigre. Un ragazzino come tanti che ha il dono di combinare guai, forse per attirare l’attenzione o, più semplicemente, per eccesso di “zelo”. L’idea un po’ balorda di stupire il mondo che lo circonda con la trovata di un sommergibile (alla faccia di Mirko Contoli, piagnone riccastro rivale in amore) da costruire per andare a pescare in fondo a un torbido laghetto, un sacco di pattume pieno di monete, così da conquistare la bella Milena Barzaglia (perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta, essere fedele alla banda (Bomba, Donna, Fattura) e restituire l’energia elettrica alla mamma, alla nonna con la gatta che giocano a fare i soprammobili e al nonno che al buio la fa sempre fuori dalla ciambella, però è la goccia che fa traboccare il vaso e che porterà a galla l’ostacolo oscuro che è annidato dentro di lui. |
E’ buono Bastiano, è buono e non lo sa, si finge supereroe sulla sua Turboberta (la sua super bicicletta), tirando sassi ai lampioni e alle finestre del nuovo comprensorio in costruzione, eppure difende i deboli come la piccola Saura, maltrattata da tutti, sogna i baci di Milli, e nella ricerca di una realtà alternativa, deforma e trasfigura, in luce di bizzarro umorismo, le persone che gli stanno attorno, l'arciprete, il professore, il vigile urbano, i ragazzotti amici e rivali, tutti disegnati con grazia e con un affetto di fondo che non tarda a venire a galla tra le parole di Gravina. Eppure finisce nei guai, quelli seri (finisce in una Casa di Accoglienza per ragazzi disturbati) e lì dovrà imparare a crescere, a diventare uomo, a trasformarsi e a prendere coscienza di sé e della realtà. Baldanza e perplessità comuni vanno a braccetto nel linguaggio popolare di Cravina, e accompagnano il lettore in quella che è la rivelazione di uno scrittore prodige che davvero non passa inosservato (il suo I frutti dimenticati è stato finalista al Premio Strega lo scorso anno). E’ un piccolo gioiello senza tempo questo romanzo “di formazione”, direbbero gli addetti ai lavori. A noi ci piace chiamarlo per quello che è: un delicato e cristallino sogno sull’infanzia rubata dalla vita, una visione che appare reale e che tiene sospesi fino all’ultima parola e all’ultimo volo di farfalle di carta ma “con ali grandi che non [hanno] problemi ad andarsene lontano”. |
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Antonio Rizzolo
Il libro di questo mese è una sorta di scommessa su un giovane autore,
Cristiano Cavina, che già si era segnalato per originalità e intensità
con un breve racconto inserito nell'antologia Il
quarto re magio (Marcos y Marcos, 2002, pagg. 304, euro 8,80). L'editore aveva
coraggiosamente
deciso di affiancare il suo nome a quello di autori classici ben più
noti, come Maupassant, Clarcke, O. Henry, Pasolini, Tondelli, Bianciardi. |
Alla fine trova esaltante anche il mestiere di disoccupato, che la mamma dopo molte insistenze rivela. Il resto della famiglia è composto dal nonno, che passa le giornate al bar, e dalla nonna, sempre seduta nella poltrona di casa. C'è anche zio Paolo, che ogni tanto fa una capatina. Per Bastiano è un "mito", un modello, benché sia solo un piccolo truffatore. Alla realizzazione del sommergibile manca anche il silicone per tappare i buchi. Bastiano lo va a rubare nel magazzino della palestra comunale. Solo che, dopo aver quasi compiuto questa "missione da agente segreto", si imbatte in Mone e nella banda dei suoi bulli. Mone prende in giro lui e i suoi amici chiamandoli "mongoli"; soprattutto Bastiano non sopporta le parole feroci contro una ragazzina handicappata sua amica e spara in faccia a Mone tutto il tubo di silicone. Per Bastiano si apre così la strada del riformatorio... Un modo di raccontare semplice e immediato, la capacità di far balenare davanti al lettore la visione fantastica del mondo che ha un ragazzino. Oltre a queste doti già accennate, che rendono il romanzo di Cavina spesso divertente e addirittura esilarante, c'è nel fondo una forte componente morale, un senso di solidarietà e di compartecipazione con la sorte dei poveri di oggi, con gli abitanti dei quartieri popolari e delle periferie degradate della città. C'è anche una specie di triste riflessione sul destino dei ragazzi di questi quartieri, che rischiano di diventare bulli insensibili e amorali come Mone e i suoi amici. Che cos'è invece che salva Bastiano? Certamente la purezza ingenua del suo sguardo, che sa vedere sempre il bene e il bello; la sua fantasia, la sua costante capacità inventiva, creativa, addirittura "letteraria". Ma c'è anche qualcos'altro. Verso la fine del libro egli sente finalmente una voce, da lungo attesa, che gli dice che può farcela «con tanta pazienza». La voce viene da «una specie di pozza d'olio in fondo allo stomaco». Aveva faticato a liberarsi della robaccia che le ostruiva il passaggio: il «groviglio di aggeggi che avevo rotto... i milioni di cocci di vetri rotti... le urla e i gemiti dei miliardi di patacche che avevo confezionato in anni di carriera». La voce della coscienza, forse la voce di quel Dio che Bastiano chiama familiarmente e di continuo «il mio Signore» e che sembrava non rispondere mai alle sue domande. |