CRISTIANO CAVINA

Alla grande

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E.A. Paul, trashicmagazine.it, febbraio 2012
Roberta Paraggio, statoquotidiano.it macondo la città di libri, dicembre 2011
Edyth Cristofaro, martelive.it, ottobre 2010
Paola Antoniali, Messaggero Veneto, luglio 2003
Fulvio Panzeri, Famiglia Cristiana, maggio 2003 
A. F., D-La Repubblica delle Donne, maggio 2003
Marco Balpoliti, L'Espresso, maggio 2003
Claudio Vulpio, Corriere della Sera, aprile 2003
Lorenzo Mondo, La Stampa, aprile 2003
Antonio Rizzolo, Letture, aprile 2003

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Marco Belpoliti
L'Espresso
maggio 2003

Bastiano è un Gianburrasca

Alla grande di Cristiano Cavina è un libro scanzonato, leggero, divertente, che sta su con nulla; una di quelle storie che, se sbagli anche di poco, colano a picco in modo inesorabile. Invece lui, ventinovenne di Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, non sbaglia un colpo. T’incanta con il suo periodare breve, rapido, conciso, ricco di metafore infantili, perfettamente calato nella testa e nella voce del protagonista, Bastiano Casaccia, una specie di Gianburrasca, ingenuo ed estremo, leggero e terribile, artefice di piccoli e grandi guai, sempre proteso verso avventure mirabolanti. Alla grande racconta una storia già letta molte volte, da Collodi a Gianni Celati, la storia di un’infanzia turbolenta, con tutto il piccolo olimpo dei parenti, il paese che fa da sfondo, l’arciprete e il vigile urbano, il maresciallo dei carabinieri, il professore di scuola media, i compagni di classe e la ragazzina amata. E tuttavia il libro gira perfettamente, per via della voce del tono di Bla – soprannome di Bastiano – che racconta di se stesso e di tutti gli altri essendo intorno a sé un mondo sospeso tra fiaba e romanzo, un universo fatto di pochissime e povere cose, prolungato, amplificato e riempito dalla sua fantasia. 







È un libro che non sfigura a fianco di storie illustri come Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino o il recente Io non ho paura di Ammaniti, due libri che, in un modo o in un altro, possiedono la forza del racconto sorgivo, primigenio, magico. Cavina semmai affronta una prova ancora più ardua, perché non ha la grande storia sullo sfondo o il motivo del romanzo giallo a cui appendere le sue vicende d’infanzia. 
Il suo libro si legge solo sul linguaggio, sul ritmo della prosa, sulla capacità di spalancare davanti a noi un mondo che di suo sarebbe provinciale e desolato; una piccola patria dell’anima, di cui Bla è il Buddha, la divinità che lo anima e insieme lo chiude, che lo riconduce addomesticato al suo io: legislatore unico della realtà. Il finale pinocchiesco vede Bla rinchiuso in una casa per ragazzi difficili, dopo che ha sparato in bocca e negli occhi a un altro ragazzo del silicone rubato dal magazzino, con cui pensava di saldare i pezzi di un immaginario sottomarino al fine di recuperare un fantomatico tesoro in fondo a un laghetto. Fugge poi ritorna, trasformato, adulto, ma sempre sospeso su quel bilico incantato tra malinconia e comicità, sempre carico di quella fantasia con cui si ostina a metter mano al reale.

Roberta Paraggio
statoquotidiano.it – macondo la città dei libri

dicembre 2011

Alla grande Bla!
Questa volta il Bla l’ha fatta grossa, ma quel silicone era fondamentale per la costruzione della sua impresa. Forse non voleva far del male a Mone, ma lui, grande grosso e prepotente si era divertito troppo a prenderlo in giro e malmenarlo. Bastiano Casaccia, detto il Bla è il protagonista di Alla grande (MarcosyMarcos), primo romanzo del ravennate Cristiano Cavina, che, anche se di anni ne ha ben 37, sa scrivere con la penna canzonatoria di un ragazzino irresistibile.
L’adolescenza di Cristiano è tutto un progettare avventure salgaro/emiliane, al posto delle tigri ci sono i ragazzotti di periferia sempre pronti a scazzottate, invece delle navi, la Turboberta, bmx dalle roboanti sgommate, compagna di mitiche derapate. Gli amici di sempre, le balle colossali, la nonna immobile ma guardinga, Cristiano Cavina, prima di essere scrittore è un osservatore, un ascoltatore attento, diverte e narra, racconta un mondo misero ma amichevole, rissoso ma bonario, poverissimo ma spensierato. Nelle case popolari vive tutto un mondo di astrusi personaggi, ad ognuno dedica un piccolo passaggio, il protagonismo di poche righe che rende questo romanzo la descrizione più calzante della vita in un piccolo condominio periferico, dove i ragazzi giocano da soli per strada e vanno a scuola in bicicletta, e dove il bullismo non è ancora un fenomeno da talk show.
C’è il Mago Mamola, c’è Saura, c’è Noemi che è un po’matta, c’è una madre che è sempre stanca, ci sono i vicini litigiosi, e c’è un papà che di nome fa non si sa come e di lavoro il disoccupato. 






Ma, per Bastiano e per la sua inesauribile fantasia, tutto diventa mitico, e il mistero paterno gli sembra indizio giusto per una nuova operazione di spionaggio. Poi, c’è Mirko Contoli, secchione e damerino, bersaglio preferito, rivale in tutto ma sempre perdente, lui non sa come si vive in Viale Neri, lui ha una casa con dentro un castello di Lego. E, più importante di tutto, ci sono le gite al lago, una pozzanghera lercia dove far immergere un sogno, Bomba, sul suo maxipigna ha progettato tutto, un sommergibile vero per andare a ripescare, tra la melma, un sacchetto pieno di monete.
Bisogna costruirlo assolutamente, quella busta preziosa saprà risolvere tutto, la luce tornerà in Viale Neri, a casa Casaccia, ma non quella metaforica, tornerà la corrente elettrica vera e propria, quella che è stata tagliata per le troppe bollette non pagate. Cristiano progetta, si vede fiero mentre inonda di monetine tutte le case popolari. Tra un’impennata e un sopralluogo il sommergibile si fa sempre più vicino, ma uno scivolone, una piccola deviazione sembra rendere tutto più complicato. Forse doveva andare così, forse il suo Signore si è distratto, fatto sta che la vita del Bla subisce una deviazione. Disarcionato dalla Turboberta, è arrivato il momento di crescere, di smetterla con le storie esagerate, di riflettere. Chissà. Ma, ci piace pensare che non sia così, che questa bella commistione tra Pinocchio e Sandokan non diventi un Mirko Contoli, non indossi panni seri e grigi, e che mai e poi mai smetta di sognare sogni semplici e sommergibili.
Cristiano Cavina, “Alla grande”, Marcos Y Marcos 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Piratesco periferico
E. A. Paul
trashicmagazine.it

febbraio 2012

Stefano Benni, Pinocchio, I ragazzi della via Paal: ho già bruciato la metà dei riferimenti presenti nelle recensioni più attendibili e mainstream, posso cominciare a produrne una mia partendo da zero.
Scavando nella memoria è difficile non trovare barlumi della nostra infanzia: croste di sesta generazione su un ginocchio, un regalo che ci è particolarmente stato sulle balle, un amico che puzzava di biscotti e gorgonzola.
Altra storia è ricordare il pensiero infantile; quei sillogismi stupidi e fantastici che a sei anni seguivamo e accettavamo come assiomi di logica straordinariamente ovvia.
Cavina ci ha scritto su il suo primo romanzo: “ALLA GRANDE” (2003) editore Marcos y Marcos (10.000 copie vendute, tradotto anche in francese).
Capisco che accostare un’opera originale a qualcosa di già esistente è sempre sbagliato e non-professionale ma non rispondo a nessun editore delle mie azioni, quindi lo faccio: questo libro è colmo di continui richiami a Fellini e a tutto ciò che riguarda la già enormemente (e forse mai abbastanza) trattata magia della Romagna del passato. Per carità, i richiami sono involontari, ma come si fa a non pensare ad Amarcord leggendo il libro? E’ impossibile.
Cavina è un narratore prima che un romanziere, bisogna dirlo. Il ruolo di cantastorie romagnolo nudo e crudo lo esenta dal cercare qualsiasi invenzione di trama visionaria, per potersi così dedicare totalmente alla descrizione romantica e ironica dei personaggi e delle ambientazioni, al meglio.
Mentre le conclusioni di cui sopra possono risultare affettate e me ne dispiaccio (ma quelle sono), una caratteristica indubbiamente comune al Federico Regista (4 orizzontale, 7 lettere) è l’uso frequente del dialetto arci-romagnolo, scelta azzeccata perché come disse il poeta Raffaello Baldini “…certe cose accadono solo in dialetto”. E’ così.





La storia è quella del piccolo Bastiano Casaccia detto Bla: avventuriere per vocazione e necessità. Una vita piena di vuoti è giusto riempirla con qualcosa. La nonna è un soprammobile lamentoso, il nonno poco più di un tritarifiuti vorace. Il padre ignoto diventa una buona occasione per costruirsi un super-mentore immaginario da spiattellare in faccia ai compagni di scuola; il modello in carne ed ossa invece è zio Paolo, il vitellone di famiglia dal passato inquieto.
La mamma è amore, nient’altro: il personaggio che il bambino descrive evapora fuori dalle pagine a poco a poco attraverso sensazioni che seppur infantili e primitive colgono in pieno ogni angoscia, senso di inadeguatezza e sentore di devozione estrema.
Bla è un bimbo delle case popolari, felice di esserlo, uno che come facevamo tutti (o quasi), vede in ogni (e dico “ogni”) evento, un’occasione per mostrare il proprio talento da precoce pioniere del rischio e dell’ingegno tecnico.
Un giovane pirata che ama la sua inseparabile Turboberta e vive nel suo mondo parallelo pieno di colori.
La peculiare copertina e le pagine avorio Marcos y Marcos  assorbono e rilasciano all’occorrenza note di piacere puro, caldo, sincero.
“Alla Grande” è un gioco d’avventura tutto da leggere e da scoprire, per bambini dai 6 ai 99 anni.
Tra dediche ad un passato mitico abitato da personaggi leggendari degni del miglior Silvano Ciriello di “Ovosodo” ed omaggi al romanzo picaresco, il pathos candido di Bastiano ci svela le viltà, le miserie e i desideri della vera provincia italiana. Quella grande e piccola insieme che solo i migliori registi surrealisti riuscirono a cogliere, e che oggi possiamo rivivere sulle pagine di un buon libro.

Claudio Vulpio
Corriere della Sera
aprile 2003

Tra la Romagna e il West, il pizzaiolo che sforna libri


In Romagna, a Casola Valsenio, due passi da Imola e Faenza,c'è uno scrittore vero. Si chiama Cristiano Cavina, non ha ancora trent'anni e fa il pizzaiolo alla pizzeria il Farro. Le pizze di Cristiano, quella con la
pancetta e il radicchio è la fine del mondo, metterebbero in crisi un pizzaiolo napoletano. Ma le storie che Cristiano racconta (il suo primo lavoro, Una strana stagione all'improvviso, è stato pubblicato da Transeuropa) sono ancora meglio delle pizze. Dolorose e delicate. Ironiche e sognanti. Cristiano Cavina ha un sacco di cose da dire, è autentico, scrive con lo stesso amore con cui, fin da piccolo, fa le pizze. E finisce per oscurare la pletora di scrittori i cui libri, alla fine; sono pizze e basta. E questo non tanto e non solo perché, tempo due settimane, il suo libro Alla Grande (Marcos y Marcos, 208 pagine, 13 euro) è entrato nella classifica dei primi dieci della narrativa italiana. Ma soprattutto perché Alla Grande è un racconto che a leggerlo emoziona. Può far piangere e far sorridere. Dà da pensare. Innamora.
«Ho scoperto che volevo scrivere piuttosto tardi, a diciannove-vent'anni ­ dice Cristiano Cavina ­. A scuola non andavo tanto bene. Avevo una sfilza di Insuff. e Quasi Suff. un po' in tutte le materie». Ma a differenza di Paolo Conte, che quando l'Università di Macerata gli ha dato la laurea honoris causa per i testi delle sue canzoni ha detto «Così mi sono vendicato di tutte le insegnanti di italiano che ho avuto nella mia vita», Cavina dice di essere stato salvato proprio dalla sua prof di italiano, «la» Ranieri, dell'Istituto tecnico industriale per periti elettronici di Faenza, dove poi si è diplomato. «è stata lei che mi ha incoraggiato a tirar fuori tutto quello che avevo dentro.Con lei, i miei temi di italiano sono stati un po' le mie prove generali».
Alla grande racconta l'infanzia e l'adolescenza di Bastiano Casaccia («perché questo è un libro autobiograficissimo, dove solo il mio nome è diverso da quello vero»), tra il borgo e la campagna di Casola Valsenio. «Ragazzi della via Paal» che finiranno nei guai per inseguire il sogno di costruire un sottomarino con i bidoni della spazzatura, i copertoni di un vecchio trattore Somec-Carraro rosso fuoco e del silicone. Vorrebbero recuperaredal fondale del lago un sacco di pattume che in realtà nasconde monete d'oro. Per il gusto dell'avventura, ma anche e soprattutto per mettere fine agli stenti e alla povertà delle loro famiglie, che «coabitano» al rione case popolari.








«Il protagonista, Bastiano, un po' è come me: soffre perché non ha mai conosciuto suo padre e perché vede sua madre sbattersi da una casa all'altra, a lavare e stirare panni, con l'incubo delle bollette da pagare.
Un po' è come avrei voluto essere: meno timido e un po' più audace, e anche più gioioso». Parlando di sé, Cavina in realtà parla di tutti quei ragazzi italiani che oggi hanno 30,40 ,50 anni e che dalla vita non hanno mai avuto nulla gratis. Che come lui hanno fatto i chierichetti, i garzoni e mille altri lavori occasionali, con molte più cose in comune ­ da Nord a Sud ­ di quanto in genere non si creda: Giancarlo Antognoni e Moreno Argentin, le Big Bubble e le Emme Esse, Devilman e Starski e Hutch, Orzowai e Indiana Jones, il «libro del sapere» Conoscere Insieme, i quaderni Maxipigna e le mountain bike, Topolino e Big Jim. E il trattore Somec-Carraro rosso. Ma anche i libri. «Tutti. Leggevo e leggo tutti quelli che mi capitano a tiro ­ dice Cristiano ­. Da poco ho scoperto Gadda, Bianciardi, Dumas, Tolstoj. Dio, cosa mi ero perso».
Ma chi lo ha fatto «uomo» sono stati Stephen King, «un genio, soprattutto in It per come parla dei bambini e dei loro sogni»; Goffredo Parise, Osvaldo Soriano, John Fante e Kurt Vonnegut, «uno che ti cambia il corso della vita». Ma il più grande di tutti, «quello che se lo incontro gli dico: faccio tutto ciò che vuoi te», dice Cristiano, è Eduardo Galeano. «Da lui ho imparato che scrivere è salvare le cose della nostra vita, ringraziare gli altri, chiedere perdono per gli errori commessi». Per comprarsi questi libri, Cristiano «accantonava» parte della paga da pizzaiolo, senza dir nulla a nessuno. Ma anche gli altri studi, quelli regolari, Cristiano ha dovuto pagarseli da solo. I cinque anni delle scuole superiori e i due alla scuola di scrittura Holden di Torino: tutte le settimane, cinque giorni a Torino e poi, col treno via Bologna, due in pizzeria, a Casola. «Una vitaccia. Ma mi considero una persona fortunata. Scrivo e sano le ferite che mi porto dentro». Alla Holden se ne sono accorti subito che Cavina era la risposta vivente alla domanda oziosa se scrittori si nasce o si diventa, e lo hanno preso in squadra. Proprio nella squadra di calcio della Nazionale scrittori con Mari, Baricco, Favetto, Lucarelli, Voltolini... Cavina gioca, manco a dirlo, in un ruolo di fatica. Mediano. Alla grande, però.

Fulvio Panzeri
Famiglia Cristiana
maggio 2003


Cavina e quel tesoro in fondo al lago

Il pizzaiolo di Casola Valsenio con Alla grande è la sorpresa più bella della stagione

Casola Valsenio si trova in Romagna, a due passi da Faenza. Lì è nato un nuovo scrittore, una delle rivelazioni più sorprendenti della nuova narrativa italiana. Si chiama Cristiano Cavina, classe 1974, di professione pizzaiolo. Dopo un primo romanzo passato inosservato, esce ora con Alla grande (Marcos y Marcos, pp. 208, euro 13,00) che riprende temi e atmosfere di un racconto che Cavina pubblicò nell’antologia natalizia edita da Marcos y Marcos, affrontando così il rischio di stare al fianco dei grandi nomi della letteratura mondiale. Una sfida confermata dal romanzo, che affascina per la scrittura scabra, essenziale, iperrealista, lontana dalle mode giovanilistiche e dagli abusi che di esse si sono fatti in questi anni.
Cavina ci apre lo scenario delle periferie degradate dei piccoli centri e delle cittadine di provincia e ci mostra le verità e le fatiche, le illusioni e i sogni che si annidano nelle anonime schiere delle case popolari, un po’ come faceva Testori negli anni Cinquanta, quando mostrava la forte umanità della periferia milanese. 












Anche qui troviamo vite grame, segnate dagli stenti. Con il suo sguardo a volte ironico e divertito, altre volte sognante, Cavina sposta però l’atmosfera verso l’avventura, in una rilettura tutta contemporanea di un classico come I ragazzi della via Paal.
Protagonista è Bastiano Casaccia, detto anche Bla, che vive con la madre, ha una grande nostalgia del padre che non ha mai conosciuto e sfreccia veloce sulla sua bici. Con gli amici sogna di costruire un sommergibile con i bidoni della spazzatura e con i copertoni di un vecchio trattore, per andare in fondo al lago in cui pensa sia nascosto un sacco di monete d’oro.
C’è molto altro nel romanzo: i rapporti tra le bande dei ragazzi, il tema del bullismo, l’attenzione verso chi è in difficoltà, ma vibra soprattutto una fantasia che trasforma la voglia di un mondo migliore in un singolare sguardo poetico.

Lorenzo Mondo
La Stampa
aprile 2003

Sgommando sulla bicicletta e tirando sassi ai lampioni

A suo modo, questo di Cristiano Cavina, è un romanzo di formazione. Racconta la storia, non di un burattino come Pinocchio che diventa ragazzo, ma dell'eroe di un romanzo avventuroso (così sogna di essere il ragazzo protagonista) che diventa uomo. Alla grande, come recita il titolo del libro, ripetendo l'intercalare spavaldo di Bastiano, detto Bla; attraverso una serie di prove ben altrimenti dure di quelle che toccano a un immaginario pirata o pistolero. Abita in un paese della «bassa» romagnola, case popolari, alloggio miserabile. Con i due nonni malandati, la madre trafelata a stirare panni per i vicini, tenere dietro al figlio scavezzacollo. Non conosce suo padre, a ogni inchiesta si sente rispondere che fa il mestiere di disoccupato o vagabondo. Apparentemente il ragazzo non soffre, lo vediamo sfrecciare e sgommare sulla sua bicicletta come se dovesse raggiungere con ali di vento un paese diverso. 
Vuole costruire, insieme alla banda che capeggia, un sommergibile, calarsi in un torbido laghetto dove giace un tesoro. Nel frattempo tira sassi ai lampioni e ai vetri delle case in costruzione, combina malestri. Ma nella ricerca di una realtà alternativa, deforma e trasfigura, in luce di bizzarro umorismo, anche le persone che gli stanno attorno, l'arciprete, il professore, il vigile urbano, i ragazzotti amici e rivali, tutti disegnati con grazia.
Leggiamo: «Un filo denso di candela gli scese dal naso e ritornò dentro quando prese fiato, come la lingua di un camaleonte quando ha acchiappato un insetto. Lo avevo visto a Quark». La citazione di un documentario televisivo come «fonte» introduce un elemento caratteristico del romanzo: la provincia e l'infanzia vengono cioè filtrate continuamente dal cinema, dalla tv, dai fumetti, che non risparmiano le espressioni di una cultura più antica. 








Come capita davanti a un quadro della Madonna che sale in cielo: «Era dal 1600 che si preparava a decollare, con le braccia spalancate e lo sguardo perso, quasi malinconico. 
Dopo quattrocento anni ancora non si era mossa di un centimetro». Dove trapela tra l'altro un rapporto, confidenziale fino all'irriverenza, con l'Aldilà, ispirato dall'insegnamento del catechismo e dalle pratiche religiose. Il libro di Cavina prende vita da questa baldanza, in cui si avverte appena una punta di acidula perplessità. Una baldanza espressa anche nel linguaggio che, senza essere particolarmente inventivo sul piano lessicale, è prodigo di immagini ravvicinate e tese, dotato di una ellittica energia, nelle descrizioni e nei dialoghi (ma sembra eccessiva, poco plausibile a tratti la saccenza argomentante del ragazzo che discorre con il bonario arciprete). La «conversione» di Bla, l'uscita dal suo mondo fantastico, nasce dall'incontro, imprevedibile in un quartiere che appariva così solidale, con la cattiveria. Quando, sottoposto alle crudeli angherie dei più grandi, Bastiano scopre anche in sé, per reazione, la possibilità di fare il male. Ospitato in una casa di accoglienza per minori, l'emulo di Sandokan si rassegna a lotte più domestiche e riflessive. Si preoccupa della famiglia alla quale hanno tagliato per morosità i fili della luce, si conforta con le lettere di una compagna di scuola che sogna di sposare quando sarà cresciuto, impara a esercitare la pazienza. Si affaccia appena un'altra storia, che appartiene alla prosa meno avvincente della maturità e che non potrà fare a meno di piegarsi, con qualche malinconia, sui giorni svagati e immemori dell'età breve.

A.F.
D-La Repubblica delle Donne
maggio 2003

Un tesoro fatto di spiccioli

Tra gli esordienti prodige della più recente narrativa italiana – in realtà un suo precedente romanzo era già uscito dalla benemerita Transeuropa – si colloca il ventinovenne Cristiano Cavina. Pizzaiolo, mestiere rivendicato con determinazione, allievo della scuola Holden di Alessandro Baricco, Cavina ha imparato a modo suo la lezione di tecniche di narrazione moderne e accattivanti. In Alla grande toccai tasti del romanzo di formazione catapultandoci direttamente in un’infanzia di provincia vista attraverso le vicissitudini di Bastiano Casaccia.
Per la trama e i personaggi Cavina ha attinto direttamente dai suoi ricordi. Siamo a Casola Valsenio, Romagna, casa sua. E dentro c’è un po’ della sua famiglia, la mamma, la nonna, le case popolari, lo zio Paolo, i suoi amici, i compagni di classe. 








Cristiano è Bastiano, animo piratesco che come il suo protagonista a undici anni voleva costruire un sommergibile per recuperare un tesoro in fondo al lago: il tesoro è un sacco dell’immondizia che contiene gli spiccioli raccolti da un tossicodipendente, nel romanzo il Mago Mammola.
Tutto quello che è ricordo – dalla bicicletta Turboberta al padre disoccupato mai conosciuto – Cavina lo trasfigura in una visione che ha una sua concretezza cristallina. E che appare reale proprio perché non esce mai da quel sogno sino al finale, davvero bello, tra le farfalle e forse un blu dipinto di blu, trampolino di lancio verso la vita vera.

Paola Antoniali
Messaggero Veneto
luglio 2003

Un piccolo gioiello che riporta il lettore alle fantasie di quando si è bambini

Ci dispiacerebbe che questo libro passasse inosservato al grande pubblico, perché era da molto tempo che non leggevamo un romanzo italiano così ricco di sensibile spontaneità.
Cristiano Cavina è un giovane scrittore che, pur di esprimere la propria vocazione, si adatta a fare qualsiasi mestiere, dal portalettere al pizzaiolo. Sarà per questo che da queste pagine straborda la vita, quella vera autentica e toccante.
Recuperando il bambino che è stato, Cristiano ci racconta con le sue parole, proprio quelle che a undici anni gli frullavano in testa, la storia di Bastiano Casaccia detto Bla: un simpatico Gianburrasca dei nostri giorni che da grande vuole fare il pirata, che fa ammattire l’arciprete e la mamma, ma che ha un cuore grande così… è che poi la voglia di fare grandi cose ha il soprevvento e Bla si caccia sempre nei guai.
E dov’è il suo angelo custode quando ne ha bisogno? E dov’è quel padre mai visto né mai conosciuto? Guai a parlarne con mamma perché si incupisce e da agnello diventa subito tigre.








Quello che conta comunque è vivere alla grande, come Robin Hood, come Zorro, come Sandokan, difendere i deboli (far sorridere la piccola Sura maltrattata da tutti), conquistare la propria bella (Milena Barzaglia la perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta (costruiamo un sommergibile!), essere fedele alla banda (e che banda! Bomba, Donna, Fattura… un grande equipaggio).
Andasse tutto dritto il nostro Bastiano sarebbe già un supereroe dei cartoni… ma non sempre va tutto dritto, soprattutto se ti capita di vivere nelle case popolari di Casola Valsenio, di fronte al Mago Mammola con le braccia piene di lividi e buchi, nello stesso palazzo di Noemi la matta, gomito a gomito con Mone che guai se lo guardi negli occhi…
Insomma a Casola ti può accadere di tutto, ci vuole un santo particolare non solo per riuscire nella vita ma anche per sopravvivere.
Lasciatecelo dire: questo piccolo grande romanzo è un gioiello prezioso che vi farà sghignazzare e riflettere.
In esso troverete la grinta di quando da bambini inforcavate la vostra bici da cross, la Turboberta di Bastiano, e via… verso un mondo di sogni e speranze.
Se crescere poi sarà dura, non importa: Noi siamo pirati e andiamo. Alla grande!!!

Edyth Cristofaro
martelive.it
ottobre 2010 

Non  finisce mai di stupire Cristiano Cravina. Con quelle parole che sembrano davvero uscire dai caseggiati delle case popolari di Casola Valsenio, Alla grande, storia moderna di un Gianburrasca nostrano riedita dalla Marcos y Marcos nella collana miniMARCOS, è in realtà un racconto dotato di estrema sensibilità, che merita davvero di essere letto con attenzione.
La storia è sempre quella, un simpatico bambino pestifero, Bastiano Casaccia (Bla), che da grande vuole fare il pirata, che fa ammattire l’arciprete e la mamma, ma che ha un cuore dolce grande così, un po’ ingenuo, ma pieno di grinta e soprattutto leale. Ma  poi la voglia di fare grandi cose ha il sopravvento e Bla si caccia sempre nei guai. E dov’è il suo angelo custode quando ne ha bisogno? E dov’è quel padre mai visto né mai conosciuto che fa il disoccupato? Guai a parlarne con la mamma perché si incupisce e da agnello diventa subito tigre.
Un ragazzino come tanti che ha il dono di combinare guai, forse per attirare l’attenzione o, più semplicemente, per eccesso di “zelo”. L’idea un po’ balorda di stupire il mondo che lo circonda con la trovata di un sommergibile (alla faccia di Mirko Contoli, piagnone riccastro rivale in amore) da costruire per andare a pescare in fondo a un torbido laghetto, un sacco di pattume pieno di monete, così da conquistare la bella Milena Barzaglia (perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta, essere fedele alla banda (Bomba, Donna, Fattura) e restituire l’energia elettrica alla mamma, alla nonna con la gatta che giocano a fare i soprammobili e al nonno che al buio la fa sempre fuori dalla ciambella, però è la goccia che fa traboccare il vaso e che porterà a galla l’ostacolo oscuro che è annidato dentro di lui.




E’ buono Bastiano, è buono e non lo sa, si finge supereroe sulla sua Turboberta (la sua super bicicletta), tirando sassi ai lampioni e alle finestre del nuovo comprensorio in costruzione, eppure difende i deboli come la piccola Saura, maltrattata da tutti, sogna i baci di Milli, e nella ricerca di una realtà alternativa, deforma e trasfigura, in luce di bizzarro umorismo, le persone che gli stanno attorno, l'arciprete, il professore, il vigile urbano, i ragazzotti amici e rivali, tutti disegnati con grazia e con un affetto di fondo che non tarda a venire a galla tra le parole di Gravina. Eppure finisce nei guai, quelli seri (finisce in una Casa di Accoglienza per ragazzi disturbati) e lì dovrà imparare a crescere, a diventare uomo, a trasformarsi e a prendere coscienza di sé e della realtà.
Baldanza e perplessità comuni vanno a braccetto nel linguaggio popolare di Cravina, e accompagnano il lettore in quella che è la rivelazione di uno scrittore prodige che davvero non passa inosservato (il suo I frutti dimenticati è stato finalista al Premio Strega lo scorso anno).
E’ un piccolo gioiello senza tempo questo romanzo “di formazione”, direbbero gli addetti ai lavori. A noi ci piace chiamarlo per quello che è: un delicato e cristallino sogno sull’infanzia rubata dalla vita, una visione che appare reale e che tiene sospesi fino all’ultima parola e all’ultimo volo di farfalle di carta ma “con ali grandi che non [hanno] problemi ad andarsene lontano”.

Antonio Rizzolo
Letture
aprile 2003

"Magico" e puro lo sguardo di Bastiano

Il libro di questo mese è una sorta di scommessa su un giovane autore, Cristiano Cavina, che già si era segnalato per originalità e intensità con un breve racconto inserito nell'antologia Il quarto re magio (Marcos y Marcos, 2002, pagg. 304, euro 8,80). L'editore aveva coraggiosamente deciso di affiancare il suo nome a quello di autori classici ben più noti, come Maupassant, Clarcke, O. Henry, Pasolini, Tondelli, Bianciardi.
Ora Cavina si cimenta con la prova più impegnativa del romanzo, mantenendo però immutati i protagonisti e l'ambientazione di quel fortunato racconto.
L'io narrante è lo stesso Bastiano Casaccia, un ragazzino turbolento ma simpatico. Il luogo dell'azione è Casola Valsenio, un paese della Romagna, e in particolare l'ambiente degradato delle case popolari. In realtà il paese è lo stesso in cui è nato, nel 1974, Cristiano Cavina e non è difficile individuare nel protagonista l'alter ego dell'autore. Questo spiega anche una caratteristica peculiare del romanzo: l'estrema immediatezza e sincerità del racconto. Sembra davvero di condividere i pensieri, le sensazioni di un ragazzino. Le persone stesse, le vicende, gli oggetti appaiono trasfigurati, ridisegnati dalla sfrenata fantasia di Bastiano. Tanto che a volte è necessario un certo impegno per adeguare la banalità della nostra comprensione del mondo all'occhio "magico" con cui il protagonista lo vede.
Un semplice bidone è per Bastiano un sommergibile con il quale potrà recuperare un tesoro in fondo al lago, in realtà un sacchetto pieno di spiccioli di cui si era sbarazzato il Mago Mammola (un tossicodipendente).
Questa almeno è la voce che corre tra i ragazzi. Bastiano  subito parte con le sue fantasticherie: una volta tornato a casa «le avrei fatte piovere sulla tavola», dice, «indicandole, con il mento, senza dire una parola, come i re. Una pioggia di monete alle case popolari! Mai vista,  roba così. Tutti si sarebbero accalcati sull'uscio di casa, per vederle, anche la vedova Morini con i suoi occhi pesti e Giovannona, che era azzoppata e sarebbe guarita apposta. Ecco cosa ci voleva. Un miracolo in perfetto stile Casaccia».
Bastiano desidera veramente un miracolo, per far tornare il sorriso sul volto silenzioso della mamma, costretta a mille lavoretti per pagare le bollette e condurre una vita dignitosa. Il padre, infatti, non c'è più e Bastiano riesce a fatica a farsi dire che mestiere faceva, per potersene vantare con i compagni. 








Alla fine trova esaltante anche il mestiere di disoccupato, che la mamma dopo molte insistenze rivela. Il resto della famiglia è composto dal nonno, che passa le giornate al bar, e dalla nonna, sempre seduta nella poltrona di casa. C'è anche  zio Paolo, che ogni tanto fa una capatina. Per Bastiano è un "mito", un modello, benché sia solo un piccolo truffatore.
Alla realizzazione del sommergibile manca anche il silicone per tappare i buchi. Bastiano lo va a rubare nel magazzino della palestra comunale. Solo che, dopo aver quasi compiuto questa "missione da agente segreto", si imbatte in Mone e nella banda dei suoi bulli.  Mone prende in giro lui e i suoi amici chiamandoli "mongoli"; soprattutto Bastiano non sopporta le parole feroci contro una ragazzina handicappata sua amica e spara in faccia a Mone tutto il tubo di silicone. Per Bastiano si apre  così la strada del riformatorio...
Un modo di raccontare semplice e immediato, la capacità di far balenare davanti al lettore la visione fantastica del mondo che ha un ragazzino. Oltre a queste doti già accennate, che rendono il romanzo di Cavina spesso divertente e addirittura esilarante, c'è nel fondo una forte componente morale, un senso di solidarietà e di compartecipazione con la sorte dei poveri di oggi, con gli abitanti dei quartieri popolari e delle periferie degradate della città. C'è anche una specie di triste riflessione sul destino dei ragazzi di questi quartieri, che rischiano di diventare bulli insensibili e amorali come Mone e i suoi amici.
Che cos'è invece che salva Bastiano? Certamente la purezza ingenua del suo sguardo, che sa vedere sempre il bene e il bello; la sua fantasia, la sua costante capacità inventiva, creativa, addirittura "letteraria". Ma c'è anche qualcos'altro. Verso la fine del libro egli sente finalmente una voce, da lungo attesa, che gli dice che può farcela «con tanta pazienza». La voce viene da «una specie di pozza d'olio in fondo allo stomaco». Aveva faticato a liberarsi della robaccia che le ostruiva il passaggio: il «groviglio di aggeggi che avevo rotto... i milioni di cocci di vetri rotti... le urla e i gemiti dei miliardi di patacche che avevo confezionato in anni di carriera». La voce della coscienza, forse la voce di quel Dio che Bastiano chiama familiarmente e di continuo «il mio Signore» e che sembrava non rispondere mai alle sue domande.   

Scheda del libro

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