STANISLAW LEM
Memorie di un viaggiatore spaziale


Recensioni

 

Repubblica
dicembre 2004
La Stampa
dicembre 2004
Il manifesto
gennaio 2005

 

Stefano Bartezzaghi
Repubblica
 dicembre 2004

"Memorie spaziali di fantascienza etica"

"Dove’ era finito il giovedì?" nel linguaggio comune siamo abituati a "perdere un venerdì", ma nella fantascienza, grazie ai paradossi temporali teorizzati da Einstein e messi in scena con molto più humor e disinvoltura dagli scrittori che l’hanno letto o ne hanno sentito parlare, nessun giorno della settimana è salvo. Stanislaw Lem non va confuso con l’altro polacco quasi omonimo Stanislaw Lec. Questo è un aforista ("Sesamo Apriti! Voglio uscire."), mentre quello, Lem, l’autore di Solaris, è uno scrittore di fantascienza, per chiamarla così. L’etichetta potrebbe infatti essere equivoca. La fantascienza più nota ha aspirazioni epiche, quella di Lem più che all’epica pare interessata all’etica. Assieme a Kurt Vonnegut, a Philip K. Dick e Robert Sheckley è considerato un maestro dell’anti-utopia: come dire che se il modello implicito della fantascienza classica è Omero quello della fantascienza anti-utopica è Jonathan Swift (che in effetti è stato un Omero delle odissee della doxa). E infatti questi

scrittori sono anche umoristi e, spesso e volentieri, di cattivo umore.
Il Gulliver di Lem si chiama Ijon Tichy ed è un viaggiatore spaziale: umano e sin troppo, essendo afflitto da un appetito quasi paragonabile a quello del Poldo di Popeye che gli dà vari problemi quando deve raggiungere il frigorifero dell’astronave durante una tempesta gravitazionale o quando all’ora di cena gli piomba in casa un secondo se stesso che arriva dal futuro.
Come ci si può aspettare nei pianeti visitati da Tichy la tecnologia si sposa a esperimenti sociologici, in un vero festival della satira più bizzarra. È un libro divertente e obliquo: segue moduli fissi, con gag da comica finale, ma li rinnova a ogni passaggio.
Sono libri (e immaginazioni) come questi (e queste) che hanno spostato una certa percezione della letteratura, assicurando transiti da generi a generi, non negandosi nessuna delle armi a disposizione del narratore, e sapendo tramutare, con gli alambicchi del sarcasmo, l’acredine in divertimento, la furia satirica in capacità analitica. "Meglio di un saggio", si sarebbe detto una volta.

Ruggero Bianchi
La Stampa
dicembre 2004

"Sulla carretta spaziale Lem, Gulliver del futuro, esplora l’idiontus erectus"

Se non fosse stato scritto prima del crollo del muro di Berlino e del disfacimento dell’URSS, verrebbe da pensare che Memorie di un viaggiatore spaziale (Marcos y Marcos, pp. 304 ) di Stanislaw Lem parli del nostro tempo al nostro tempo.
Che l’onnivoro drago cannibale descritto nelle pagine finali -servito, coccolato e riverito da un mondo di cui divora sistematicamente gli abitanti ma per il quale è indispensabile come motore di una macchina socioeconomica altrimenti condannata al collasso- non sia il miraggio veterocomunista su cui si reggeva l’impero sovietico, bensì l’incubo del terrorismo internazionale che oggi ossessiona un Occidente affascinato dalla globalizzazione.
Il fatto è che per Lem (al cui esilarante vena satirica non risparmia nessuno e nemmeno lui stesso, al punto di indurlo a identificarsi con un altro Lem, il modulo lunare, e a dichiararsi storicamente inesistente) il potere ha molte facce ma un solo gioco: si regge soltanto se si trova o s’inventa un Nemico, un polo opposto che gli consenta di attivare e usare la propria energia.
Un’energia micidiale e inarrestabile , distorta e sottratta ad ogni controllo, giacché la stanza dei bottoni è abitata da anonimi e ottusi travet, grigie varianti dell’omino di Oz.

È questa la lezione che apprende Ijon Ticky, solcando in lungo e in largo le galassie a bordo di una carretta spaziale più simile a una Cinquecento da rottamare che a un’astronave. Gulliver al futuro, Ticky non è né un cinico che sfoga nello scherno il suo umor nero, né un illuso in cerca di utopiche consolazioni tra Cavalli Sapienti. Non esistono, per Lem come per Swift, modelli esportabili sul nostro pianeta. Per migliorare, l’uomo non deve copiare né alieni né robot, né angeli né blob. Se vuol cambiare se stesso deve cambiare la propria storia, riscrivere il proprio passato, rimettere in discussione ogni certezza e ogni presunta verità. Chiedersi, tanto per cominciare, se l’Homo Neanderthalensis non fosse magari migliore dell’Homo Sapiens, visto che quest’ultimo, stando al parere dei più affermati zoologi intergalattici, appartiene alla specie degli Abberantia, al tipo degli Antisapientales e, via via, ai sottotipi e alle classi dei Necroludentia, delle Matriphagidae, delle Lasciviaceae (nome volgare: "Abominatiche od Osceniche "), delle Cretiniae e delle Horrorissimai. È insomma, per tagliar corto, un orripilante Idiontus Erectus nato per generazione spontanea (e qui lem concorda con i fratelli Strugatski, autori di quel Picnic sul ciglio della strada cui s’ispirò Tarkovski per Stalker) dagli avanzi di una "merenda spaziale" di escursionisti galattici costretti da un guasto a posarsi sulla Terra. Una sana lezione di umiltà che oggi non sembra affatto fuori luogo.

Luca Scarlini
Il manifesto
gennaio 2005

Stanislaw Lem torna all’attenzione con l’uscita in edicola di Solaris (traduzione Eva Bolzoni, Urania Classici, pp. 259, 4,90 €), abbacinante sequenza epifanica di "miracoli crudeli", recentemente presentata sullo schermo nell’inadeguata versione di Steven Soderbergh, mentre Marcos y Marcos ripropone invece gli incantevoli racconti di Memorie di un viaggiatore spaziale (traduzione Pier Francesco Poli, pp. 500, 17,50 €), usciti da Mondadori nel 1991. Lo scrittore polacco, affascinato da mondi paralleli e scienze inesistenti, da libri potenziali e fiabe allegoriche, dopo la solaristica inventa qui un’intera disciplina (con aree di pensiero contrapposte) dedicata all’astroesploratore Ijon Tichy. Il gioco è trasparente, visto che l’immaginario professor Tarantoga, che apre il volume con una sua prefazione, tra le varie proteste contro i suoi rivali che negano autenticità ai racconti e che lo avrebbero ostacolato nella loro divulgazione, apparenta il personaggio al barone di Munchausen e a Gulliver. I grands tours del protagonista, sempre attratto come Flash Gordon da itinerari scelti impulsivamente, lo portano quindi a contatto con civiltà diversissime, come ne l’Ottavo viaggio, in cui egli in sogno si ritrova di fronte a un tribunale interstellare, dove creature "uscite dallo scalpello di scultori astratti o magari di visionari della gastronomia" accusano il genere umano di 

mostruosità sanguinaria. Come sempre nell’opera di Lem il confronto tra modelli cognitivi diversi è cruento, anche se la sua declinazione si svolge in farsa, come accade nel Settimo, in cui una maldestra utilizzazione delle categorie degli spostamenti nel tempo produce una situazione grottesca, ma, al di sotto del travestimento futuribile e dello slancio neologistico, la presa di posizione dell’autore è filosofica e politica a un tempo. Spicca in tal senso l’Undicesimo itinerario, in cui l’avventuroso esploratore, come in una sarcastica revisione distopica de Il mago di Oz, deve affrontare un mondo di robot (detti magnifici) che odiano gli umani (alias gli appiccicosi), salvo poi scoprire che si tratta di una lugubre mascherata sfruttata per scopi economici. Siamo quindi dalle parti dell’ironia scintillante di Cyberiade (recentemente proposto sempre da Marcos y Marcos), epopea delle scombinate invenzioni dei due "poeti scientifici" Trurl e Klapaucius, che passano da un disastro all’altro e il ritmo della storia è dato dall’incapacità di seguire una serie di regole incomprensibili e assurde. Se il comunismo scientifico è riferimento delle strampalate e esilaranti dissertazioni accademiche citate, la posta in gioco in queste storie, pubblicate nel 1971, è la possibilità di un’affermazione di sé contro un apparato schiacciante. Infine le allusioni si precisano nel notevole apologo politico Utilità di un drago, metafora dello stato-padrone sovietico, in cui brilla il talento di uno dei maestri della science fiction, sempre sospeso tra pirotecnia immaginativa e analisi finissima

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