|
Arkadi e Boris
Strugatzki
Recensioni
|
|
Fulvio
Panzieri Letture aprile 2003 Nel 1979 esce uno straordinario film di
Adrej Tarkovskij. S’intitola Stalker e mette in scena il viaggio
simbolico di uno scrittore e di uno scienziato verso una "Zona"
proibita, accompagnati da uno stalker, cioè da colui che conosce
questo luogo segreto e ha la forza per scoprirne le tracce nascoste. Tra
bianco e nero e colore, girato con la telecamera in movimento quasi
rallentati, il film del grande regista russo mette in scena una simbolica
ricerca di una terra in cui sia ancora possibile credere alla forza del
miracolo. Sarà solo lo stalker, alla fine, ad avere la costanza
necessaria per proseguire il viaggio. Sia lo scrittore sia lo scienziato
si dimostrano scettici. |
del genere
fantastico nella letteratura russa del Novecento. Del resto i due fratelli
firmano anche la sceneggiatura del film di Tarkovskij, che giunge a un
livello simbolico, a un affondo morale molto più stringente di quello che
appare nel tessuto romanzesco. l romanzo, pubblicato agli inizi degli anni Settanta, ora ritorna nelle librerie italiane, con il titolo originale, che rimanda al contesto che ha dato origine alla metafora. Infatti i due fratelli immaginano che nel mondo si siano formate, in luoghi diversi, varie "Zone", il cui territorio è stato radicalmente trasformato, dai resti tecnologici lasciati dagli extraterrestri, con le conseguenti modifiche della temperatura e del suolo stesso. La "Zona" diventa quindi un luogo inaccessibile, sorvegliato, nel quale possono entrare solo gli stalker, soggetti autorizzati. Troppe però sono le intromissioni da parte del potere e lo stalker protagonista del romanzo sceglie di stare al di fuori della legge, per compiere da solo, l’ultima sfida, quella di raggiungere il luogo inaccessibile, per svelarne i segreti o per trovare nuove possibilità in quel metaforico luogo che sta a significare la forma abbagliante dell’ignoto |
|
Alessandro
Bertante Pulp aprile 2003 Ci sono romanzi che con il passare degli anni acquistano d’importanza. Il loro valore, considerato con un’ottica diacronica, diventa testimonianza, perché in grado di riflettere le paure, i sogni, le emozioni dominanti di un periodo storico. Di questa ristretta categoria letteraria fa sicuramente parte Picnic sul ciglio della strada, romanzo scritto nel 1971 dai fratelli russi Boris e Arkadi Strugatzki e dal quale il regista Tarkovskij nel 1980 trasse il film Stalker. A Marmont, una normalissima cittadina industriale, sono arrivati gli extraterrestri. Nulla di cruento e spettacolare, si sono fermati un poco e sono ripartiti. La "visita" ha coinvolto altre cinque località del nostro pianeta che hanno sviluppato caratteristiche particolari: sono le "zone", luoghi magici e pericolosi dove avvengono bizzarri fenomeni e agiscono forze incomprensibili alla scienza terrestre. Mentre le autorità delimitano e sorvegliano le aree interessate alla visita, per potere raccogliere e studiare gli strani oggetti dimenticati dagli extraterrestri, ci sono dei contrabbandieri, gli stalker, che |
Fentrano abusivamente nelle zone per
impossessarsi di tutto ciò che riescono a trovare, rivendendolo al
mercato clandestino. Red Schouart, in arte "Roscio", è uno dei
migliori stalker in circolazione, un veterano, uno che è riuscito a
sopravvivere a decine di incursioni, quando la maggior parte degli stalker
muore invece dopo due o tre tentativi. antasioso, ma anche claustrofobico e angosciante, Picnic sul ciglio della strada è uno dei migliori esempi di letteratura fantastica contemporanea, riuscita espressione dei timori maturati nei confronti del progresso tecnologico, in un’epoca caratterizzata dall’escalation nucleare delle due superpotenze. Non sembra esserci più fiducia nella scienza, l’uomo rimane una piccola creatura alle prese con entità e tematiche troppo più grandi di lui. Preso atto della totale incomprensione delle leggi che regolano l’universo, non resta che arricchirsi, lasciando troppe domande senza risposte. Ai margini della "zona", vero e proprio archetipo della narrativa fantascientifica, una comunità corrotta e vigliacca procede stancamente alla ricerca del benessere materiale, accontentandosi degli "avanzi" di una società superiore. Che quasi non si è accorta della nostra esistenza. |
|
Mauro
Martini Alias marzo 2003 A rigore gli elementi di genere ci sono tutti: una misteriosa Visita di extraterrestri che a partire da Deneb, l’alfa della costellazione del Cigno, ha creato sei Zone in cui, a fronte di un’apparente normalità, si registrano fenomeni fisici e biologici assolutamente inspiegabili per la mente e per le conoscenze dell’uomo; uno spiegamento di forze multinazionale sotto l’egida dell’Onu che, preso atto dell’impossibilità di capire, si limita a impedire ai curiosi di penetrare là dove sarebbero inevitabilmente destinati a soccombere; una nuova figura di contrabbandiere, lo stalker, che frequenta le Zone e ne esporta clandestinamente i ritrovati di una tecnologia estremamente più avanzata da rivendere in compiacenti mercati paralleli. Insomma, Picnic sul ciglio della strada dei russi fratelli Strugatzki (Arkadj e Boris) ha dal 1972 tutte le carte in regola per essere considerato un classico della fantascienza sovietica. A patto però di tener ben presente che, più di ogni altra, la SF made in URSS ha sempre fatto in modo di non invischiarsi eccessivamente nei grovigli tecnico-scientifici in senso stretto, e ha privilegiato l’elemento puramente fantastico inserendosi in una lunga tradizione letteraria che quantomeno parte da Nikolaj Gogol’. Ovvietà che pure vanno ricordate nel momento in cui è possibile rileggere il Picnic, che in Italia ebbe una breve vita editoriale nel 1988 come n. 1066 della collana "Urania" (peraltro con il titolo Stalker), e oggi ricompare nei più solidi "alianti" di Marcos y Marcos (traduzione di Luisa Capo, pp. 208, Euro 13,00). D’altronde, che siano passati trent’anni dalla prima edizione moscovita fa la differenza. Riesce più facile liberare il testo dalla suggestione di voler ritrovare tra le righe quel che l’ortodossia dell’epoca non consentiva si dicesse apertamente. E se ne può gustare la lettura per quel che esso è, vale a dire una riflessione serrata sulla debolezza dell’uomo e sulla sua estrema capacità di adattamento come unica risorsa per non soccombere di fronte a tutto ciò che ne mette in pericolo l’esistenza. Tema caro ai due autori che già nel 1967 vi si erano dedicati con il celebre La seconda invasione dei marziani, eloquente sottotitolo: Quaderni di un uomo di buon senso, testo che, pensato come continuazione ideale della wellsiana Guerra dei mondi, mostrava il modo in cui i marziani, modificata la loro strategia, riuscivano senza far ricorso alla violenza a rendere schiavi gli uomini, riducendoli per di più a una sorta di felicità coatta dettata dal loro innato filisteismo. Anche in Picnic la Visita, che ha sconvolto le certezze della scienza terrestre e ha mutato la vita del genere umano, in realtà non ha lasciato alcun segno visibile sugli uomini, che continuano a esistere facendo finta di nulla. Solo gli stalker, mettendo a repentaglio per denaro la propria vita, si oppongono a questa generale ipocrisia e continuano a infrangere la barriera che divide la Zona dal resto del pianeta. Soprattutto non vogliono ridursi al rango degli insetti di un prato ai margini di una strada, sconvolti dal rapido passaggio di una brigata di esseri umani impegnati in un picnic (è la metafora che dà il titolo al romanzo). Per loro resta importante mantenere la Zona all’interno dell’esperienza umana, anche se di esperienza inafferrabile ancora si tratta. La vicenda si svolge nella non meglio precisata cittadina di Harmont (e non Marmont come la traduzione dice) e segue nell’arco di otto anni l’evoluzione di uno stalker, Redrich |
Schouart, che passo dopo passo scopre
la sua ragione di vita nella sfida costantemente lanciata alla Zona. Una
sfida persa in partenza e pagata a caro prezzo con l’allontanamento
dalla comunità e una figlia colpita da una mutazione genetica dovuta
senza dubbio alle incursioni del padre. Ma al tempo stesso una sfida che
consente di conservare una coerenza etica ancor più preziosa a fronte
della corruzione in cui invece precipitano gli abitanti della cittadina.
Fino la tentativo estremo, la conquista della Sfera d’oro, la meraviglia
più ambita dell’intera Zona, in grado di trasformare in realtà il più
recondito desiderio di ogni uomo. Andrej Tarkovskij, che al Picnic ha dato imperitura fama usandolo come punto di partenza per il suo film più tormentato, Stalker, del 1979, ha lavorato a lungo sul testo degli Strugatzki e, come confermano i suoi quaderni (ora pubblicati in Diari. Martirologio 1970-1986, a cura di A.A. Tarkovskij, traduzione di Norman Mozzato, Edizioni della Meridiana, pp. 720, Euro 32,00), cominciò a pensare a una trasposizione cinematografica fin dal 1974. Il regista non era nuovo alla riduzione di trame fantascientifiche all’osso di disagi esistenziali e spirituali, propensione che lo aveva portato allo scontro con il polacco Stanislaw Lem ai tempi di Solaris, ma è certo che nel caso di Stalker egli non fa che portare alle estreme conseguenze quello che gli autori avevano trattenuto nell’ambito del genere. Spariscono nel film tutti i ritrovati tecnologici della Zona e soprattutto sparisce la fisicità dei pericoli che essa presenta. Resta, ispirata dall’ultimo capitolo del romanzo, la traversata alla conquista della Stanza che, al pari della Sfera d’oro del libro, trasforma i desideri in realtà: traversata in cui lo stalker è affiancato da uno scrittore e da uno scienziato in cui molti a suo tempo hanno voluto vedere Aleksandr Solzenicyn e Andrej Sacharov. In realtà, per quello che è il suo ultimo film sovietico prima del trasferimento in Occidente, Tarkovskij porta sullo schermo una serrata resa dei conti con l’utopia: lo strenuo tentativo da parte dell’uomo di raggiungerla per veder realizzare i propri desideri, salvo rendersi conto poi della sua impraticabilità. In questo senso si giustifica anche il cambiamento di titolo. Per gli Strugatzki il centro dell’interesse è la Visita e la sua riduzione a "picnic sul ciglio della strada" a fronte di un’umanità che continua poi indifferente la vita da insetto; nel romanzo lo stalker è sì protagonista, ma solo per meglio evidenziare, a contrasto, la generale indifferenza. Per Tarkovskij invece lo stalker è il vero motore dell’azione perché è l’unico perfettamente consapevole dell’inutilità di raggiungere la Stanza e della pericolosità dell’impresa, della possibilità che essa degeneri. Non a caso il racconto cinematografico è dominato dalla memoria del Porcospino, lo stalker che, raggiunta la Stanza per riportare in vita il fratello ucciso dalla Zona, viene invece reso ricco e, messo di fronte alla palese evidenza della propria avidità, non regge alla scoperta e si impicca. Malgrado tutto ciò, lo stalker è costantemente riportato alla Stanza, perché come recita l’esergo del romanzo – una citazione da Robert Penn Warren curiosamente espunta dall’edizione italiana: "Sei costretta a fare il bene dal male, perché non c’è più di che farlo". Una linea di riflessione che inserisce saldamente Picnic sul ciglio della strada nella tradizione del fantastico russo. In fin dei conti anche Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov parte dal Mefistofile goethiano, "una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente opera il Bene". |
|
Marco
Enrico Giacomelli Corriere della fantascienza 27 marzo 2003 Tarkovskij girò Stalker,
selezionando dal romanzo alcuni elementi: mancavano solo sei anni al
disastro di Cernobyl. A quel cinema-cervello – così come al
testo degli Strugatzki – si potrebbero applicare le riflessioni
elaborate da Gilles Deleuze a proposito di Resnais (Cinema 2.
L’immagine-tempo, 1985, trad. it., Milano 1997, cap. 8, pp. 226 e
segg.), ma questa è un’altra storia. |
questo, dopo un ennesimo soggiorno
carcerario e tragiche vicende familiari, avrà enormi difficoltà a
integrarsi nella nuova situazione: se "il vecchio stalker era un uomo
infelice e derelitto, che con ostinazione animalesca strisciava a pancia
in giù per la Zona a guadagnarsi millimetro dopo millimetro il suo
gruzzoletto", grazie alla cibernetica "il nuovo stalker è un
figurino in cravatta, un ingegnere [che] se ne sta seduto da qualche parte
a un chilometro dalla Zona". Anche la Zona si fa ancora più ambigua:
"Ora nessuno sa più che cosa sia, se una ferita, un tesoro, una
seduzione infernale, il vaso di Pandora, il demonio, il diavolo…" Grazie al binomio Strugatzki-Tarkovskij, la Zona e la Visita sono divenuti archetipi della science-fiction. Ma non solo: insieme allo Stalker, essi sono vere e proprie "icone verbali contemporanee" (Emanuele Trevi, "Il fascino perverso dell’off-limits", in "Il Manifesto", 30 gennaio 2003, p. 14), perché rappresentano un preciso approccio etico e politico al rapporto con l’Altro (parlare di extra-terrestri significherebbe procedere per via negativa), con la tecnologia e il controllo sociale. Non è un caso che Jean-Luc Nancy scriva: "…l’esasperazione ritorna in modo diverso, dalle bidonville si è avvicinata verso i sobborghi e le periferie, verso le zone di ogni specie. (…) La città si dissolve in una conflagrazione o in un groviglio di zone, nella loro geometria variabile che sfida la geografia, che serpeggia in tutte le direzioni" (La città lontana, 1999, trad. it., Verona 2002, p. 35). Sostituiremo allora il motto "Ognuno per sé e Dio per tutti" con quello di Werner Herzog "Ognuno per sé e Dio contro tutti" (come recitava il titolo originale dell’Enigma di Kaspar Hauser)? Boris (1925-!991) era un astronomo e viveva a Leningrado. Arkadi (1933), esperto di cultura giapponese, risiede a Mosca. |
|
Marco
Dellantonio www.lettera.com marzo 2003 Torna nelle librerie uno dei classici
della letteratura fantastica dell’Unione Sovietica, dopo una prima
apparizione nel 1982 e una seconda uscita per Urania nel 1988. Più noto
il film, Stalker, che ne ha tratto nel 1979 Andrej Tarkovskij, il
romanzo dei fratelli Strugatzki è un piccolo capolavoro. |
atmosfere stralunate del maestro americano letteralmente nel fango e nelle bettole di una città; dai contorni insieme confusi e spietatamente definiti. Ridotto all’osso l’armamentario di trucchi mirabolanti tanto caro ad altri scrittori del genere, i due Strugatzki ci consegnano un libro fulminante, scarno, a tratti rozzo e brutale (e lettera li ama, i libri rozzi e brutali), a tratti, invece, ambizioso (e brutale). Di fronte alla macchina che esaudisce tutti i desideri il protagonista si trova di fronte alla Domanda delle Domande. E chiede felicità per tutti, ma che cos’è la felicità? |
|
Riccardo
Valla Avanti! febbraio 2003 Ritorna in libreria il romanzo che ha
ispirato il film di Tarkoskij Stalker, definito talvolta come il migliore
del regista, anche se altri preferiscono i suoi primi film
"L’infanzia di Ivan" e "Andrei Rubliov" se non
"Solaris". Che si tratti di fantascienza è discutibile, perché
se lo è "Stalker" lo dovrebbe essere anche "Simon del
deserto" di Bunuel, che presentava un anacoreta bruscamente
trasportato in un locale notturno contemporaneo, ma si parla di
fantascienza per "default", dato che i fratelli Strugatzki ne
hanno scritto alcuni romanzi all’inizio della carriera. |
Nel secondo periodo, che corrisponde agli
anni fino al 1970, l’interesse principale è la critica alla burocrazia,
con una serie di opere come "Storia di un triumvirato", in cui
tre piccoli impiegati finiscono per trovarsi in mano le leve del potere e
"La chiocciola sul viadotto" (in italiano Il Direttorato) in cui
è ritratta una organizzazione mastodontica ma incapace di produrre alcun
risultato, incaricata di studiare una "foresta" straordinaria e
misteriosa. Già qui si coglie l’opposizione tra le meraviglie della
Zona e la meschinità delle risorse umane.La terza fase è quella degli
anni ’70, quando i due autori trovarono crescenti difficoltà, a
pubblicare in Russia: la loro critica contro la burocrazia li aveva fatti
diventare "pericolosi" (il direttore di una rivista venne
licenziato per la pubblicazione di un loro racconto). A questa produzione
ormai priva di spunti umoristici e concentrata su ritratti allarmanti di
società appartiene "Picnic sul ciglio della strada" con la sua
sfiducia nelle capacità dell’uomo. A noi possono sembrare considerazioni ovvie, ma all’epoca, in una Russia dove perfino i libri di matematica si aprivano con un pistolotto iniziale sul marxismo della matematica, la sfiducia nella scienza non poteva non essere letta come una sfiducia nel regime comunista. E si accetta l’ipotesi che i fratelli Strugatzki fossero due idealisti che vedevano progressivamente tradite le loro speranze, sorge almeno il sospetto che con la Zona, chiusa entro una cortina, alludessero al modo in cui i loro compatrioti vedevano il mondo oltre la Cortina: come una serie di oggetti desiderabili che termina in una illusione. Del resto erano gli anni in cui i turisti facevano affari d’oro portando con sé, a Mosca, una cinquantina di biro e tre paia di jeans di ricambio. Curioso come la odierna critica – e in particolare quella "marxista ornata", dalle giravolte rococò – eviti di pensare a questo genere di cose, quando parla della Russia di ieri (e anche di oggi). In una recensione apparsa sul "Manifesto" del 30 gennaio, Emanuele Trevi proponeva alcune interpretazioni nuove dei fratelli Strugatzki, dato che secondo lui, "la ristampa di un vecchio testo si può caricare di significati effettivamente inediti". Insomma, l’estetica fai-da-te. Prima cosa scopriamo che la Zona gli fa venire in mente Cernobyl, anch’essa notoriamente chiusa al pubblico, soprattutto la barriera che chiudeva la zona rossa al G8 di Genova e che ha prodotto a sua volta i suoi stalker, e a questi: "Non c’è cancello alla lunga che possa reggergli". Come dire che alla fine del doppio salto mortale è atterrato in piedi e porgendo un mazzo di rose ad Agnoletto. Peccato che fosse sotto allenamento, altrimenti, con un paio di volteggi rococò in più, riusciva a dirci che Cernobyl non fu il frutto di quel misto imbecille tra burocrazia e industria sovietica che destava le ironie dei fratelli Srugatzki, ma anch’essa è una colpa da imputare all’abbietto e bieco governo Berlusconi. |
|
Luigi
Ippolito Corriere della Sera febbraio 2003 Lo "Stalker" è tornato.
Ventitré anni dopo il film di Andrej Tarkovskij, Marcos y Marcos
ripubblica il libro da cui la pellicola prendeva spunto. Il testo dei
fratelli russi Boris e Arkadi Strugatzki, risalente al 1972, era già
uscito in Italia alla fine degli anni Ottanta con lo stesso titolo del
film: adesso approda nelle librerie con il titolo originale, Picnic sul
ciglio della strada, e una traduzione ampiamente riveduta.
Un’occasione per riprendere in mano l’idea originaria da cui prendeva
le mosse la visionaria opera di Tarkovskij e confrontarsi con la
letteratura russa del fantastico, della quale il libro dei fratelli
Strugatzki è diventato un classico, pubblicato in dodici lingue. |
un picnic sul ciglio della strada, hanno lasciato i propri "avanzi" sul prato. Avanzi che hanno cambiato radicalmente leggi fisiche e natura di quei luoghi. Accumulatori eterni, gusci energetici, antigravitometri sono strumenti di alto valore scientifico ed economico, prede di studiosi e trafficanti. A Marmont è nata dunque una nuova professione, quella di "stalker", "colui che si avvicina di soppiatto", che entra nella Zona a caccia degli oggetti e li rivende al miglior offerente. Ma cosa rappresenta la Zona? "La zona – aveva risposto una volta Tarkovskij – non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo si spezza o resiste". Un’interpretazione proposta è di tipo psicoanalitico, la Zona come l’inconscio, il luogo dove non vale il principio di realtà e dove attingere le verità riposte. Ma un’altra chiave la offre lo stalker protagonista del libro, Red Schouart, che prima di partire per la Zona apostrofa il suo compagno di viaggio Kirill: "Che fai, preghi?"… "E prega, prega pure! Più entri nella Zona, più ti avvicini al cielo…". |
|
EMANUELE TREVI In quella splendida «sfida
all'indicibile» che è "Preghiera per Cernobyl" di Svetlana
Aleksievic (E/O), più di una volta, nei racconti dei testimoni della
catastrofe, si affaccia il ricordo di un libro di fantascienza, Picnic sul
ciglio della strada di Arkadi e Boris Strugatzki, appena tornato in
circolazione anche da noi (trad. di Luisa Capo, Marcos y Marcos, pp. 206,
euro 13,00). A meno di non essere esperti di fantascienza e/o di cinema,
né il titolo di questo romanzo del 1972, né il nome degli autori
potranno suggerire nulla di particolare alla maggioranza delle persone.
Eppure, si tratta di un vero libro germinale del nostro immaginario:
almeno da quando Andrej Tarkovskij, tirando fuori dal romanzo ciò che
più gli interessava, e lasciando da parte molto altro, ne ha ricavato
Stalker - probabilmente il suo capolavoro. La genialità di Tarkovskij si
può misurare fin dalla scelta del titolo, che privilegia una delle due
grandi invenzioni dei fratelli Strugatzki, la vita e la professione dello
«stalker», appunto, trasformando la misteriosa parola in una delle più
affascinanti e produttive icone verbali contemporanee (come si può
verificare anche solo digitandola su un qualunque motore di ricerca). |
ferreo, a quanto pare, quanto
più ha la natura di una gigantesca illusione... Non è un caso che sia
nella fantasia di Dick, sia nell'esistenza reale dei |
|
FULVIO PANZERI Nel Novecento la fantascienza è
stata per troppo tempo ritenuta una letteratura «di genere», un prodotto
di consumo. Un errore, come dimostra la riproposta di una coppia di autori
russi, Arkadi e Boris Strugatzki, due fratelli - il primo noto anche come
astronomo, l'altro come nippologo -, senz'altro i più celebri esponenti
della letteratura sovietica del |
Red Schouart è uno stalker, non perché spinto da una sete di verità o
di ricchezza: per lui raggiungere «la Zona» diventa la sfida suprema. È
uno dei pochi esseri umani abilitati a compiere esplorazioni e raccogliere
campioni in questo territorio faticosissimo, con un suolo imprevedibile e
temperature a volte insostenibili. Lavora presso l'Istituto Internazionale
di culture extraterrestri, accompagnando varie persone durante le sue
spedizioni. In una di queste perde il suo migliore amico e decide quindi
di diventare un fuorilegge, determinato a seguire il proprio destino fino
in fondo, a compiere definitivamente la propria sfida per scoprire che
cosa si nasconde realmente nel cuore della «Zona». Tarkovskij, attraverso il suo film, ha trasformato questa parabola in una sorta di viaggio dantesco, mettendo in scena, accanto allo stalker, uno scrittore e uno scienziato e trasformando «la Zona» in un simbolo della possibilità della Grazia, un luogo dove i miracoli sono ancora possibili, basta credere sinceramente alla loro realizzazione. Sarà quindi assai utile al lettore mettere a confronto romanzo e realizzazione filmica, non soltanto per recuperare due opere di grande qualità e di estrema contemporaneità, ma per giungere al centro della complessa simbologia voluta dagli artisti. |