Arkadi e Boris Strugatzki
Picnic sul ciglio della strada


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Pulp
FULVIO PANZIERI
Letture
 

 

Fulvio Panzieri
Letture
aprile 2003

Nel 1979 esce uno straordinario film di Adrej Tarkovskij. S’intitola Stalker e mette in scena il viaggio simbolico di uno scrittore e di uno scienziato verso una "Zona" proibita, accompagnati da uno stalker, cioè da colui che conosce questo luogo segreto e ha la forza per scoprirne le tracce nascoste. Tra bianco e nero e colore, girato con la telecamera in movimento quasi rallentati, il film del grande regista russo mette in scena una simbolica ricerca di una terra in cui sia ancora possibile credere alla forza del miracolo. Sarà solo lo stalker, alla fine, ad avere la costanza necessaria per proseguire il viaggio. Sia lo scrittore sia lo scienziato si dimostrano scettici.
L’idea del film, la storia di questa metafora della contemporaneità che, negli ultimi vent’anni, è diventata quasi un archetipo, tanto da registrare molte manifestazioni, letture e messe in scena teatrali, nasce da un romanzo di una coppia di autori sovietici, i fratelli Arkadi e Boris Strugatzki, senz’altro i 
maggiori rappresentanti 

del genere fantastico nella letteratura russa del Novecento. Del resto i due fratelli firmano anche la sceneggiatura del film di Tarkovskij, che giunge a un livello simbolico, a un affondo morale molto più stringente di quello che appare nel tessuto romanzesco.
l romanzo, pubblicato agli inizi degli anni Settanta, ora ritorna nelle librerie italiane, con il titolo originale, che rimanda al contesto che ha dato origine alla metafora. Infatti i due fratelli immaginano che nel mondo si siano formate, in luoghi diversi, varie "Zone", il cui territorio è stato radicalmente trasformato, dai resti tecnologici lasciati dagli extraterrestri, con le conseguenti modifiche della temperatura e del suolo stesso. La "Zona" diventa quindi un luogo inaccessibile, sorvegliato, nel quale possono entrare solo gli stalker, soggetti autorizzati. Troppe però sono le intromissioni da parte del potere e lo stalker protagonista del romanzo sceglie di stare al di fuori della legge, per compiere da solo, l’ultima sfida, quella di raggiungere il luogo inaccessibile, per svelarne i segreti o per trovare nuove possibilità in quel metaforico luogo che sta a significare la forma abbagliante dell’ignoto
Alessandro Bertante
Pulp
aprile 2003

Ci sono romanzi che con il passare degli anni acquistano d’importanza. Il loro valore, considerato con un’ottica diacronica, diventa testimonianza, perché in grado di riflettere le paure, i sogni, le emozioni dominanti di un periodo storico. Di questa ristretta categoria letteraria fa sicuramente parte Picnic sul ciglio della strada, romanzo scritto nel 1971 dai fratelli russi Boris e Arkadi Strugatzki e dal quale il regista Tarkovskij nel 1980 trasse il film Stalker. A Marmont, una normalissima cittadina industriale, sono arrivati gli extraterrestri. Nulla di cruento e spettacolare, si sono fermati un poco e sono ripartiti. La "visita" ha coinvolto altre cinque località del nostro pianeta che hanno sviluppato caratteristiche particolari: sono le "zone", luoghi magici e pericolosi dove avvengono bizzarri fenomeni e agiscono forze incomprensibili alla scienza terrestre. Mentre le autorità delimitano e sorvegliano le aree interessate alla visita, per potere raccogliere e studiare gli strani oggetti dimenticati dagli extraterrestri, ci sono dei contrabbandieri, gli stalker, che 

Fentrano abusivamente nelle zone per impossessarsi di tutto ciò che riescono a trovare, rivendendolo al mercato clandestino. Red Schouart, in arte "Roscio", è uno dei migliori stalker in circolazione, un veterano, uno che è riuscito a sopravvivere a decine di incursioni, quando la maggior parte degli stalker muore invece dopo due o tre tentativi.
antasioso, ma anche claustrofobico e angosciante, Picnic sul ciglio della strada è uno dei migliori esempi di letteratura fantastica contemporanea, riuscita espressione dei timori maturati nei confronti del progresso tecnologico, in un’epoca caratterizzata dall’escalation nucleare delle due superpotenze. Non sembra esserci più fiducia nella scienza, l’uomo rimane una piccola creatura alle prese con entità e tematiche troppo più grandi di lui. Preso atto della totale incomprensione delle leggi che regolano l’universo, non resta che arricchirsi, lasciando troppe domande senza risposte. Ai margini della "zona", vero e proprio archetipo della narrativa fantascientifica, una comunità corrotta e vigliacca procede stancamente alla ricerca del benessere materiale, accontentandosi degli "avanzi" di una società superiore. Che quasi non si è accorta della nostra esistenza.
Mauro Martini
Alias
marzo 2003

A rigore gli elementi di genere ci sono tutti: una misteriosa Visita di extraterrestri che a partire da Deneb, l’alfa della costellazione del Cigno, ha creato sei Zone in cui, a fronte di un’apparente normalità, si registrano fenomeni fisici e biologici assolutamente inspiegabili per la mente e per le conoscenze dell’uomo; uno spiegamento di forze multinazionale sotto l’egida dell’Onu che, preso atto dell’impossibilità di capire, si limita a impedire ai curiosi di penetrare là dove sarebbero inevitabilmente destinati a soccombere; una nuova figura di contrabbandiere, lo stalker, che frequenta le Zone e ne esporta clandestinamente i ritrovati di una tecnologia estremamente più avanzata da rivendere in compiacenti mercati paralleli. Insomma, Picnic sul ciglio della strada dei russi fratelli Strugatzki (Arkadj e Boris) ha dal 1972 tutte le carte in regola per essere considerato un classico della fantascienza sovietica. A patto però di tener ben presente che, più di ogni altra, la SF made in URSS ha sempre fatto in modo di non invischiarsi eccessivamente nei grovigli tecnico-scientifici in senso stretto, e ha privilegiato l’elemento puramente fantastico inserendosi in una lunga tradizione letteraria che quantomeno parte da Nikolaj Gogol’. Ovvietà che pure vanno ricordate nel momento in cui è possibile rileggere il Picnic, che in Italia ebbe una breve vita editoriale nel 1988 come n. 1066 della collana "Urania" (peraltro con il titolo Stalker), e oggi ricompare nei più solidi "alianti" di Marcos y Marcos (traduzione di Luisa Capo, pp. 208, Euro 13,00). D’altronde, che siano passati trent’anni dalla prima edizione moscovita fa la differenza. Riesce più facile liberare il testo dalla suggestione di voler ritrovare tra le righe quel che l’ortodossia dell’epoca non consentiva si dicesse apertamente. E se ne può gustare la lettura per quel che esso è, vale a dire una riflessione serrata sulla debolezza dell’uomo e sulla sua estrema capacità di adattamento come unica risorsa per non soccombere di fronte a tutto ciò che ne mette in pericolo l’esistenza.
Tema caro ai due autori che già nel 1967 vi si erano dedicati con il celebre La seconda invasione dei marziani, eloquente sottotitolo: Quaderni di un uomo di buon senso, testo che, pensato come continuazione ideale della wellsiana Guerra dei mondi, mostrava il modo in cui i marziani, modificata la loro strategia, riuscivano senza far ricorso alla violenza a rendere schiavi gli uomini, riducendoli per di più a una sorta di felicità coatta dettata dal loro innato filisteismo. Anche in Picnic la Visita, che ha sconvolto le certezze della scienza terrestre e ha mutato la vita del genere umano, in realtà non ha lasciato alcun segno visibile sugli uomini, che continuano a esistere facendo finta di nulla. Solo gli stalker, mettendo a repentaglio per denaro la propria vita, si oppongono a questa generale ipocrisia e continuano a infrangere la barriera che divide la Zona dal resto del pianeta. Soprattutto non vogliono ridursi al rango degli insetti di un prato ai margini di una strada, sconvolti dal rapido passaggio di una brigata di esseri umani impegnati in un picnic (è la metafora che dà il titolo al romanzo). Per loro resta importante mantenere la Zona all’interno dell’esperienza umana, anche se di esperienza inafferrabile ancora si tratta. La vicenda si svolge nella non meglio precisata cittadina di Harmont (e non Marmont come la traduzione dice) e segue nell’arco di otto anni l’evoluzione di uno stalker, Redrich
 Schouart, che passo dopo passo scopre la sua ragione di vita nella sfida costantemente lanciata alla Zona. Una sfida persa in partenza e pagata a caro prezzo con l’allontanamento dalla comunità e una figlia colpita da una mutazione genetica dovuta senza dubbio alle incursioni del padre. Ma al tempo stesso una sfida che consente di conservare una coerenza etica ancor più preziosa a fronte della corruzione in cui invece precipitano gli abitanti della cittadina. Fino la tentativo estremo, la conquista della Sfera d’oro, la meraviglia più ambita dell’intera Zona, in grado di trasformare in realtà il più recondito desiderio di ogni uomo.
Andrej Tarkovskij, che al Picnic ha dato imperitura fama usandolo come punto di partenza per il suo film più tormentato, Stalker, del 1979, ha lavorato a lungo sul testo degli Strugatzki e, come confermano i suoi quaderni (ora pubblicati in Diari. Martirologio 1970-1986, a cura di A.A. Tarkovskij, traduzione di Norman Mozzato, Edizioni della Meridiana, pp. 720, Euro 32,00), cominciò a pensare a una trasposizione cinematografica fin dal 1974. Il regista non era nuovo alla riduzione di trame fantascientifiche all’osso di disagi esistenziali e spirituali, propensione che lo aveva portato allo scontro con il polacco Stanislaw Lem ai tempi di Solaris, ma è certo che nel caso di Stalker egli non fa che portare alle estreme conseguenze quello che gli autori avevano trattenuto nell’ambito del genere. Spariscono nel film tutti i ritrovati tecnologici della Zona e soprattutto sparisce la fisicità dei pericoli che essa presenta. Resta, ispirata dall’ultimo capitolo del romanzo, la traversata alla conquista della Stanza che, al pari della Sfera d’oro del libro, trasforma i desideri in realtà: traversata in cui lo stalker è affiancato da uno scrittore e da uno scienziato in cui molti a suo tempo hanno voluto vedere Aleksandr Solzenicyn e Andrej Sacharov. In realtà, per quello che è il suo ultimo film sovietico prima del trasferimento in Occidente, Tarkovskij porta sullo schermo una serrata resa dei conti con l’utopia: lo strenuo tentativo da parte dell’uomo di raggiungerla per veder realizzare i propri desideri, salvo rendersi conto poi della sua impraticabilità.
In questo senso si giustifica anche il cambiamento di titolo. Per gli Strugatzki il centro dell’interesse è la Visita e la sua riduzione a "picnic sul ciglio della strada" a fronte di un’umanità che continua poi indifferente la vita da insetto; nel romanzo lo stalker è sì protagonista, ma solo per meglio evidenziare, a contrasto, la generale indifferenza. Per Tarkovskij invece lo stalker è il vero motore dell’azione perché è l’unico perfettamente consapevole dell’inutilità di raggiungere la Stanza e della pericolosità dell’impresa, della possibilità che essa degeneri. Non a caso il racconto cinematografico è dominato dalla memoria del Porcospino, lo stalker che, raggiunta la Stanza per riportare in vita il fratello ucciso dalla Zona, viene invece reso ricco e, messo di fronte alla palese evidenza della propria avidità, non regge alla scoperta e si impicca. Malgrado tutto ciò, lo stalker è costantemente riportato alla Stanza, perché come recita l’esergo del romanzo – una citazione da Robert Penn Warren curiosamente espunta dall’edizione italiana: "Sei costretta a fare il bene dal male, perché non c’è più di che farlo". Una linea di riflessione che inserisce saldamente Picnic sul ciglio della strada nella tradizione del fantastico russo. In fin dei conti anche Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov parte dal Mefistofile goethiano, "una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente opera il Bene".
Marco Enrico Giacomelli
Corriere della fantascienza
27 marzo 2003

Tarkovskij girò Stalker, selezionando dal romanzo alcuni elementi: mancavano solo sei anni al disastro di Cernobyl. A quel cinema-cervello – così come al testo degli Strugatzki – si potrebbero applicare le riflessioni elaborate da Gilles Deleuze a proposito di Resnais (Cinema 2. L’immagine-tempo, 1985, trad. it., Milano 1997, cap. 8, pp. 226 e segg.), ma questa è un’altra storia.
Veniamo alle vicende del romanzo. Il radiante Peelman – dall’omonimo Nobel per la fisica – indica le sei Zone interessate dalla Visita aliena: "Come se qualcuno avesse sparato sulla Terra sei colpi di pistola". In esse operano le istituzioni scientifico-militari, ma anche gli stalker: novelli ‘contrabbandieri’" (Alessandro Bertante, in "Pulp", 42, 2003, p. 35), "quei giovani disperati, a proprio rischio e pericolo, penetrano nella Zona e si portano via tutto quello che trovano". Infatti, anche se nelle Zone "il sole splende come su qualsiasi altra terra e sembra che nulla sia cambiato", vigono in esse inesplicabili leggi non-euclidee e pullulano gli oggetti dotati di misteriose qualità. È ancora Peelman a suggerire un’eloquente metafora per spiegare la Visita, "un picnic sul ciglio della strada cosmica": quegli strani fenomeni sono l’equivalente di ciò che, agli occhi degli insetti, sarebbero i rifiuti abbandonati da qualche bivaccatore. Così oggetti come l’inesauribile etak col quale vengono alimentate le automobili, "sono risposte piovute dal cielo a domande che ancora non siamo in grado di porre".
L’atipico stalker protagonista è Redrich Schouart di Marmont, piccolo centro industriale alla cui periferia c’è una Zona. La posizione di Roscio è estremamente chiara: "Se una persona lavora, lavora sempre per qualcuno, è uno schiavo e basta". Per 

questo, dopo un ennesimo soggiorno carcerario e tragiche vicende familiari, avrà enormi difficoltà a integrarsi nella nuova situazione: se "il vecchio stalker era un uomo infelice e derelitto, che con ostinazione animalesca strisciava a pancia in giù per la Zona a guadagnarsi millimetro dopo millimetro il suo gruzzoletto", grazie alla cibernetica "il nuovo stalker è un figurino in cravatta, un ingegnere [che] se ne sta seduto da qualche parte a un chilometro dalla Zona". Anche la Zona si fa ancora più ambigua: "Ora nessuno sa più che cosa sia, se una ferita, un tesoro, una seduzione infernale, il vaso di Pandora, il demonio, il diavolo…"
Grazie al binomio Strugatzki-Tarkovskij, la Zona e la Visita sono divenuti archetipi della science-fiction. Ma non solo: insieme allo Stalker, essi sono vere e proprie "icone verbali contemporanee" (Emanuele Trevi, "Il fascino perverso dell’off-limits", in "Il Manifesto", 30 gennaio 2003, p. 14), perché rappresentano un preciso approccio etico e politico al rapporto con l’Altro (parlare di extra-terrestri significherebbe procedere per via negativa), con la tecnologia e il controllo sociale. Non è un caso che Jean-Luc Nancy scriva: "…l’esasperazione ritorna in modo diverso, dalle bidonville si è avvicinata verso i sobborghi e le periferie, verso le zone di ogni specie. (…) La città si dissolve in una conflagrazione o in un groviglio di zone, nella loro geometria variabile che sfida la geografia, che serpeggia in tutte le direzioni" (La città lontana, 1999, trad. it., Verona 2002, p. 35).
Sostituiremo allora il motto "Ognuno per sé e Dio per tutti" con quello di Werner Herzog "Ognuno per sé e Dio contro tutti" (come recitava il titolo originale dell’Enigma di Kaspar Hauser)?
Boris (1925-!991) era un astronomo e viveva a Leningrado. Arkadi (1933), esperto di cultura giapponese, risiede a Mosca.
Marco Dellantonio
www.lettera.com
marzo 2003

Torna nelle librerie uno dei classici della letteratura fantastica dell’Unione Sovietica, dopo una prima apparizione nel 1982 e una seconda uscita per Urania nel 1988. Più noto il film, Stalker, che ne ha tratto nel 1979 Andrej Tarkovskij, il romanzo dei fratelli Strugatzki è un piccolo capolavoro.
Lontanissimo dalla fantascienza algida delle saghe siderali, molto più vicino ai toni e ai modi di P.K. Dick, Picnic trascina le 

atmosfere stralunate del maestro americano letteralmente nel fango e nelle bettole di una città; dai contorni insieme confusi e spietatamente definiti. Ridotto all’osso l’armamentario di trucchi mirabolanti tanto caro ad altri scrittori del genere, i due Strugatzki ci consegnano un libro fulminante, scarno, a tratti rozzo e brutale (e lettera li ama, i libri rozzi e brutali), a tratti, invece, ambizioso (e brutale). Di fronte alla macchina che esaudisce tutti i desideri il protagonista si trova di fronte alla Domanda delle Domande. E chiede felicità per tutti, ma che cos’è la felicità?
Riccardo Valla
Avanti!
febbraio 2003

Ritorna in libreria il romanzo che ha ispirato il film di Tarkoskij Stalker, definito talvolta come il migliore del regista, anche se altri preferiscono i suoi primi film "L’infanzia di Ivan" e "Andrei Rubliov" se non "Solaris". Che si tratti di fantascienza è discutibile, perché se lo è "Stalker" lo dovrebbe essere anche "Simon del deserto" di Bunuel, che presentava un anacoreta bruscamente trasportato in un locale notturno contemporaneo, ma si parla di fantascienza per "default", dato che i fratelli Strugatzki ne hanno scritto alcuni romanzi all’inizio della carriera.
Il romanzo prende il titolo da una delle considerazioni che ci presenta: di fronte alla conoscenza e in ultima analisi alla verità, noi siamo come le formiche che consumano le briciole lasciate da un picnic; non possiamo andare al di là di quelle. Nella storia si immagina una situazione in cui gli uomini sono come le formiche dell’apologo: in alcuni punti della terra sono scesi brevemente gli extraterrestri e hanno lasciato le loro "briciole", ossia misteriosi oggetti che sembrano frutto di magia agli uomini che li studiano. Le Zone sono chiuse per motivi di studio, ma alcuni contrabbandieri gli – "stalker", i cacciatori – sono disposti a entrarvi e il romanzo parla di una di queste visite. Gli oggetti hanno un enorme valore economico, ma la Zona ha anche un aspetto che ricorda la ricerca del Santo Graal: si dice che al suo interno ci sia una sfera che permette di realizzare ogni desiderio.
È difficile dire che cosa si nasconda dietro questi apologhi senza esaminare le altre opere dei fratelli Strugatzki, due scrittori che nell’arco di una quindicina di anni sono passati da un cauto entusiasmo per il futuro a una delusione, e dalla celebrità all’ostracismo in patria, tanto che le loro ultime opere apparvero solo in Germania, pubblicate a cura di un gruppo di dissidenti.
Arkadi era nato nel 1925 e Boris nel 1933 a Batumi, sul Mar Nero; Arkadi era interprete. Boris lavorava come matematico all’osservatorio astronomico di Leningrado. In genere, la loro produzione viene divisa in tre periodi: un primo periodo di storie utopiche e ottimistiche, un secondo di narrazioni satiriche e un terzo in cui predominano visioni cupe e alienate. I primi volumi, apparsi tra il 1959 e il 1962, descrivevano le successive tappe dell’esplorazione dello spazio e dell’incontro con razze extraterrestri da parte di una Terra unita e senza classi. In questa produzione si insinua però presto il dubbio che la scienza non migliori l’uomo e di fronte alla barbarie il distacco dello studioso sia immoralmente illecito, come in un romanzo del 1964, "È difficile essere un dio".

Nel secondo periodo, che corrisponde agli anni fino al 1970, l’interesse principale è la critica alla burocrazia, con una serie di opere come "Storia di un triumvirato", in cui tre piccoli impiegati finiscono per trovarsi in mano le leve del potere e "La chiocciola sul viadotto" (in italiano Il Direttorato) in cui è ritratta una organizzazione mastodontica ma incapace di produrre alcun risultato, incaricata di studiare una "foresta" straordinaria e misteriosa. Già qui si coglie l’opposizione tra le meraviglie della Zona e la meschinità delle risorse umane.La terza fase è quella degli anni ’70, quando i due autori trovarono crescenti difficoltà, a pubblicare in Russia: la loro critica contro la burocrazia li aveva fatti diventare "pericolosi" (il direttore di una rivista venne licenziato per la pubblicazione di un loro racconto). A questa produzione ormai priva di spunti umoristici e concentrata su ritratti allarmanti di società appartiene "Picnic sul ciglio della strada" con la sua sfiducia nelle capacità dell’uomo.
A noi possono sembrare considerazioni ovvie, ma all’epoca, in una Russia dove perfino i libri di matematica si aprivano con un pistolotto iniziale sul marxismo della matematica, la sfiducia nella scienza non poteva non essere letta come una sfiducia nel regime comunista. E si accetta l’ipotesi che i fratelli Strugatzki fossero due idealisti che vedevano progressivamente tradite le loro speranze, sorge almeno il sospetto che con la Zona, chiusa entro una cortina, alludessero al modo in cui i loro compatrioti vedevano il mondo oltre la Cortina: come una serie di oggetti desiderabili che termina in una illusione. Del resto erano gli anni in cui i turisti facevano affari d’oro portando con sé, a Mosca, una cinquantina di biro e tre paia di jeans di ricambio.
Curioso come la odierna critica – e in particolare quella "marxista ornata", dalle giravolte rococò – eviti di pensare a questo genere di cose, quando parla della Russia di ieri (e anche di oggi). In una recensione apparsa sul "Manifesto" del 30 gennaio, Emanuele Trevi proponeva alcune interpretazioni nuove dei fratelli Strugatzki, dato che secondo lui, "la ristampa di un vecchio testo si può caricare di significati effettivamente inediti". Insomma, l’estetica fai-da-te. Prima cosa scopriamo che la Zona gli fa venire in mente Cernobyl, anch’essa notoriamente chiusa al pubblico, soprattutto la barriera che chiudeva la zona rossa al G8 di Genova e che ha prodotto a sua volta i suoi stalker, e a questi: "Non c’è cancello alla lunga che possa reggergli". Come dire che alla fine del doppio salto mortale è atterrato in piedi e porgendo un mazzo di rose ad Agnoletto. Peccato che fosse sotto allenamento, altrimenti, con un paio di volteggi rococò in più, riusciva a dirci che Cernobyl non fu il frutto di quel misto imbecille tra burocrazia e industria sovietica che destava le ironie dei fratelli Srugatzki, ma anch’essa è una colpa da imputare all’abbietto e bieco governo Berlusconi.
Luigi Ippolito
Corriere della Sera
 febbraio 2003

Lo "Stalker" è tornato. Ventitré anni dopo il film di Andrej Tarkovskij, Marcos y Marcos ripubblica il libro da cui la pellicola prendeva spunto. Il testo dei fratelli russi Boris e Arkadi Strugatzki, risalente al 1972, era già uscito in Italia alla fine degli anni Ottanta con lo stesso titolo del film: adesso approda nelle librerie con il titolo originale, Picnic sul ciglio della strada, e una traduzione ampiamente riveduta. Un’occasione per riprendere in mano l’idea originaria da cui prendeva le mosse la visionaria opera di Tarkovskij e confrontarsi con la letteratura russa del fantastico, della quale il libro dei fratelli Strugatzki è diventato un classico, pubblicato in dodici lingue.
L’idea centrale di Picnic, come di "Stalker", è la Zona: un territorio dalle caratteristiche uniche, poco oltre la periferia della cittadina industriale di Marmont, uno dei sei luoghi del mondo visitati dagli extraterrestri, i quali, appunto come dopo 

un picnic sul ciglio della strada, hanno lasciato i propri "avanzi" sul prato. Avanzi che hanno cambiato radicalmente leggi fisiche e natura di quei luoghi. Accumulatori eterni, gusci energetici, antigravitometri sono strumenti di alto valore scientifico ed economico, prede di studiosi e trafficanti. A Marmont è nata dunque una nuova professione, quella di "stalker", "colui che si avvicina di soppiatto", che entra nella Zona a caccia degli oggetti e li rivende al miglior offerente. Ma cosa rappresenta la Zona? "La zona – aveva risposto una volta Tarkovskij – non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo si spezza o resiste". Un’interpretazione proposta è di tipo psicoanalitico, la Zona come l’inconscio, il luogo dove non vale il principio di realtà e dove attingere le verità riposte. Ma un’altra chiave la offre lo stalker protagonista del libro, Red Schouart, che prima di partire per la Zona apostrofa il suo compagno di viaggio Kirill: "Che fai, preghi?"… "E prega, prega pure! Più entri nella Zona, più ti avvicini al cielo…".

EMANUELE TREVI
il Manifesto

gennaio 2003

In quella splendida «sfida all'indicibile» che è "Preghiera per Cernobyl" di Svetlana Aleksievic (E/O), più di una volta, nei racconti dei testimoni della catastrofe, si affaccia il ricordo di un libro di fantascienza, Picnic sul ciglio della strada di Arkadi e Boris Strugatzki, appena tornato in circolazione anche da noi (trad. di Luisa Capo, Marcos y Marcos, pp. 206, euro 13,00). A meno di non essere esperti di fantascienza e/o di cinema, né il titolo di questo romanzo del 1972, né il nome degli autori potranno suggerire nulla di particolare alla maggioranza delle persone. Eppure, si tratta di un vero libro germinale del nostro immaginario: almeno da quando Andrej Tarkovskij, tirando fuori dal romanzo ciò che più gli interessava, e lasciando da parte molto altro, ne ha ricavato Stalker - probabilmente il suo capolavoro. La genialità di Tarkovskij si può misurare fin dalla scelta del titolo, che privilegia una delle due grandi invenzioni dei fratelli Strugatzki, la vita e la professione dello «stalker», appunto, trasformando la misteriosa parola in una delle più affascinanti e produttive icone verbali contemporanee (come si può verificare anche solo digitandola su un qualunque motore di ricerca).
Ma non c'è stalker senza Zona - o meglio, Zona
della Visita. Questo è il secondo polo narrativo fondamentale del Picnic dei fratelli Strugatzki. Immaginiamo la nostra terra come un oggetto sferico (una palla, un'arancia...) che mentre ruota sul suo asse viene colpita da una serie di pallottole. Il corpo sferico presenterebbe una linea regolare di perforazioni equidistanti. Così sono disposte sulla superficie del nostro mondo le Zone della Visita.
Quanto ai «visitatori», definirli «extraterrestri» significa solo approfittare di una comoda via negationis. Nel senso che con questa parola ci si richiama solo a una radicale, incommensurabile alterità, senza che se ne possa dire nient'altro. Qualcuno, certamente, è arrivato da fuori, si è insediato in una porzione perfettamente normale del nostro mondo (come i
sobborghi industriali della cittadina di Marmont, dove si svolge l'azione del romanzo) e poi se ne è andato via. Gli stessi testimoni non saprebbero che dirne. Molti sono stati accecati, ma non da una luce troppo intensa, bensì da un rumore, naturalmente indescrivibile. Una strana «peste» ha decimato qualche condominio. E sembra che, se un abitante di un luogo prossimo alla Zona della Visita si trasferisce in un'altra città, lì iniziano ad accadere disgrazie a ripetizione, di ogni tipo e senza nessun rispetto per le leggi della statistica. Nessun «visitatore» è rimasto nella Zona, a quanto pare. Ma la Visita, che è insieme l'evento più indecifrabile e più importante nella storia dell'umanità, si è lasciata dietro molte tracce. La Zona, innanzitutto, pur mantenendo il suo aspetto esteriore di luogo qualsiasi di questo mondo, è diventata uno spazio fondamentalmente non-euclideo, dotato di leggi fisiche tutte proprie, e disseminato di micidiali trappole: campi magnetici e gravitazionali perversi, gelatine che divorano gli arti, ragnatele assassine...E oltre ai fenomeni, ugualmente indecifrabili ma molto più pericolosi, ci sono i moltissimi oggetti che si trovano nella Zona. Più pericolosi, per il semplice fatto che i fenomeni fisici, per quanto minacciosi e stravaganti, non varcano i confini della Zona, mentre gli stranissimi manufatti lasciati dalla Visita possono essere rubati e contrabbandati ovunque.
Questo fanno gli stalker, dunque: penetrano illecitamente nella Zona e ne fuoriescono, sempre che ce la facciano, con questa merce da rivendere sottobanco. Si tratta di una merce in apparenza futile e sicuramente incomprensibile: fatta della stessa pasta, si direbbe, dell'odradek di Kafka.
Certo, gli uomini ne possono ricavare un certo vantaggio: come accade con gli «etak», che sono delle specie di batterie, o fonti di energia, inesauribili e capaci addirittura, a determinate condizioni, di riprodursi come animali. Ma certo gli «etak» non sono stati concepiti per far camminare le nostre automobili. Come dice a un certo punto un personaggio del romanzo, probabilmente anche quando qualcuno riesce a ricavare una qualche utilità da un oggetto proveniente dalla Zona, è come se piantasse chiodi con un microscopio. Da altri di questi oggetti sembra derivare solamente un fascino che sta tra l'estetica e il sentimento oscuro dell'arcano. Come sanno bene gli stalker, c'è gente capace di pagare a peso d'oro qualunque cosa proveniente dalla Zona...
Ma il vero Graal degli stalker è una sfera dorata, caduta o lasciata lì dagli extraterrestri, all'entrata di una vecchia miniera. Questa sfera, il cui raggiungimento è costato la vita a innumerevoli stalker, è capace, a
quanto si dice, di realizzare qualunque desiderio di chi riesca ad accostarcisi. Ma siamo davvero sicuri di ciò che desideriamo? Perché la sfera sa guardare in profondo, a quanto pare, e non si fa ingannare da nessun pio desiderio, vuole realizzare solo ciò che veramente vogliamo. E se il migliore degli stalker, l'infelice Red Schouart, conosce tutte le trappole e le vie praticabili della Zona, nessuno può dire di orientarsi con altrettanta sicurezza in quell'altra Zona - se è possibile ancora più infida e inesplicabile - che ci portiamo dentro...
Boris Strugatzki, nato nel 1925, era un astronomo, e viveva a Leningrado.
Suo fratello Arkadi, più giovane, era un esperto di giapponese residente a Mosca. Quando volevano scrivere un libro, si incontravano in una locanda in una cittadina di provincia a metà strada. La loro infanzia è stata tragicamente segnata dall'assedio tedesco di Leningrado, dove il padre (che li aveva iniziati alla lettura di Wells, Verne, Conan Doyle...) morì di stenti e inedia. Come ai migliori scrittori di fantascienza del «periodo d'oro», anche ai fratelli Strugatzki piaceva fare, con i loro racconti, un po' di filosofia, e per nulla ingenua. Erano insomma pienamente immersi in
quel clima mentale che suggerì a Philip Dick la grande invenzione della "Svastica sul sole": dove la verità, che come la Natura degli antichi Greci ama sempre nascondersi, ha trovato rifugio proprio in un romanzetto di sf da quattro soldi, un libretto assurdo che si trova nelle bancarelle e che racconta una storia diversa da quella che appare sotto gli occhi di tutti...
Perché, in un mondo dove regnano i tedeschi e i giapponesi, che vinta la seconda guerra mondiale si sono spartiti l'America e hanno ridotto l'Africa a un immenso campo di sterminio, quel libro racconta uno scenario del tutto diverso: nel quale gli Alleati sono sbarcati in Normandia, hanno raso al suolo Dresda e Berlino, hanno sganciato la bomba atomica su Hiroshima... E questo romanzetto così bislacco, questo innocuo oggetto «di culto» fra le classi istruite dei vincitori, pian piano inizia ad essere percepito come un pericolo, un gesto di sovversione, una sfida a quell'ordine del mondo che è tanto più 

ferreo, a quanto pare, quanto più ha la natura di una gigantesca illusione... Non è un caso che sia nella fantasia di Dick, sia nell'esistenza reale dei 
fratelli Strugatzki, i custodi dell'ordine prima o poi inizino a preoccuparsi seriamente del potenziale eversivo di certi libercoli in apparenza fin troppo innocui. Arkadi e Boris, pur popolarissimi in patria e tempestivamente tradotti all'estero, non trovarono l'editore per alcune opere e fino all'epoca della glasnost vissero, come molti altri artisti russi, sull'ambiguo confine che separava l'ufficialità e il samizdat.Anche Picnic sul ciglio della strada è un congegno narrativo basato sul rovesciamento del senso comune. Se l'umanità è sola in un mondo indecifrabile, infatti, lo è ancora di più dopo la Visita. Nel senso che l'incoercibile alterità, l'indifferente brutalità, l'impenetrabilità concettuale del mondo in quanto tale, viene ulteriormente, e drammaticamente, ribadita proprio al momento dell'«incontro ravvicinato» tra noi e una forma intelligente di vita proveniente da un altro mondo. Altro che le musichette scambiate tra noi e loro nel film di Spielberg...La possibilità teorica - diciamo anche statistica - che esistano forme di vita aliena nell'immensità del cosmo può definirsi addirittura pacifica. Ma le lingue, i sistemi concettuali, le scale di valori? La metafora che dà il titolo al romanzo ne esprime alla perfezione la filosofia.Immaginiamo una famiglia che, appunto, faccia un picnic sul bordo di una strada. Al momento di andarsene, lasciano dietro di sé innumerevoli tracce.
Avanzi di cibo, lattine, giocattoli di bambini, un foglio di giornale... Le formiche e tutti gli altri animaletti che vivono nel prato, una volta che si è liberato il territorio, cominciano ad aggirarsi in quella che per loro è diventata una vera e propria Zona. Potranno anche appropriarsi, come fanno gli scienziati e gli stalker, di qualche detrito, e magari goderne. Ma cosa sa una formica che si arrampica, alla ricerca di un po' di zuccheri, su una lattina di Coca Cola? Alla stessa maniera si aggirano per la Zona gli uomini: incapaci di elaborare uno schema di interpretazione degli oggetti e dei fenomeni, ancorati a un pragmatismo spesso suicida...
Non fa stupore, dopo aver letto il libro, che un artista con il carattere e la sensibilità di Andrej Tarkovskij ci abbia trovato molto pane per i suoi denti. A partire, ovviamente, dal fortissimo elemento di discontinuità aperto nelle maglie del reale dall'invenzione dei fratelli Strugatzki.
Nulla irritava più Tarkovskij, d'altra parte, della domanda su cosa significasse, per lui, la Zona. Perché è proprio l'indicibilità di questo significato ad essere investita e metabolizzata dalla religiosità del regista. Che con un colpo di genio memorabile, lascia il «nostro» mondo in bianco e nero riservando uno splendido colore solo alla Zona. Perché ciò che eccede la capacità umana di razionalizzazione e le gabbie concettuali del linguaggio, si manifesta a noi come percezione della bellezza e simultaneo sentimento del pericolo. Eventi interiori di fronte ai quali il sentiero, la «porta stretta» da imboccare non è la forza del pensiero, ma l'estrema debolezza e derelizione di chi si accorge di non sapere più nulla. E con quell'assoluta naturalezza che si accompagna sempre a una necessità espressiva inderogabile, nella sceneggiatura lo stalker si trasforma in una figura palesemente cristologica. Non però, nel senso che lo stalker può fornire una salvezza di qualsiasi tipo ai suoi «clienti» condotti nella zona (uno scienziato e uno scrittore, nel film, che sotto questo aspetto risente di un allegorismo un po' meccanico).
Lo stalker-Cristo di Tarkovskij è sì un mediatore, e una «guida delle anime». Ma chi lo segue, fino al cuore stesso della Zona, si troverà condotto fino ai limiti della propria capacità di sperare, e di desiderare.
Fino, insomma, alla soglia di quella «stanza dei desideri» (così viene trasformata la sfera d'oro del romanzo) che nessuno, poi, avrà il coraggio di attraversare.
Il film di Tarkovskij, del 1980, precede di sei anni la catastrofe di Cernobyl'. La vita delle grandi metafore è imprevedibile, perché il corso del tempo le conduce a compromettersi, a impastarsi con i sussulti, le
svolte improvvise, le catastrofi del reale. In questo senso, la ristampa di un vecchio romanzo si può caricare di significati effettivamente inediti.
Leggendo assieme il Picnic sul ciglio della strada e il reportage di Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl, le analogie effettive fra le due Zone (quella della Visita, da un lato, e quella del disastro
tecnologico, dall'altro) potranno risultare addirittura stupefacenti. Tra le due, quella «reale» non produce certo una minor quantità di fenomeni inspiegabili e di leggende rispetto a quella «fantascientifica». Entrambe, inoltre, umiliano sistematicamente la nostra capacità di linguaggio, sovrastando la comprensione e la razionalizzazione. E alcuni testimoni interpellati dalla Aleksievic riconoscono immediatamente l'analogia.
«Cernobyl' ha già i suoi stalker», leggiamo a un certo punto; e da un'altra conversazione emergono queste considerazioni: «La zona è un mondo a parte...Un mondo diverso in mezzo alle altre realtà della terra...L'hanno inventata i fratelli Strugatzki, ma la letteratura ha dovuto cederla alla realtà». E questo processo di «cessione», questa reciproca permeabilità tra il piano della finzione e quello dell'esperienza, non ha mai fine, non può avere fine: perché la posta del gioco è sempre un legame fra noi e il mondo,
la possibilità di attribuirgli dei connotati e dei significati. E nel clima di duratura («enduring») apocalisse in cui i potenti della terra vogliono farci vivere, sembra proprio di assistere a una selvaggia, incontrollabile proliferazione delle Zone. La cui recinzione e impermeabilità si rivelano il fondamento e la vocazione più impellente nell'esercizio del potere contemporaneo.
 L'ordine del mondo si appropria della fenomenologia della Zona esaltandone due aspetti fondamentali: la chiusura ai «non autorizzati» e il senso di mistero, il fascino perverso dell'invisibile che ne deriva.
Paradigma totale di questa liturgia del dominio è la Zona Rossa del G8 di Genova, assieme alle modalità naziste della sua «difesa». E in questo regno della violenza, del controllo, dell'off-limits, il lavoro degli stalker si fa sempre più pericoloso, sanzionabile, tendenzialmente impossibile...
Questo, forse, è il senso politico e filosofico più profondo delle vicende di Genova: il fondamento del dominio contemporaneo risiede nel concetto di
«confine», «limite», «cancello», «sbarramento»... e tutto diventa legittimo - anche l'assassinio e la tortura - contro chi sfida questo fondamento, intende metterlo in discussione, trasgredirlo anche solo in maniera simbolica. Tempi ancora più duri del solito, insomma, per gli stalker di tutto il mondo. Ma uno stalker è uno stalker: non si fa illusioni, e ci riprova sempre. Non c'è cancello, alla lunga, che possa reggergli.

FULVIO PANZERI
L'Avvenire
febbraio 2003

Nel Novecento la fantascienza è stata per troppo tempo ritenuta una letteratura «di genere», un prodotto di consumo. Un errore, come dimostra la riproposta di una coppia di autori russi, Arkadi e Boris Strugatzki, due fratelli - il primo noto anche come astronomo, l'altro come nippologo -, senz'altro i più celebri esponenti della letteratura sovietica del
fantastico. Ora Marcos y Marcos riporta nelle librerie italiane il loro romanzo più conosciuto, Picnic sul ciglio della strada, dal quale il regista Andrej Tarkovskij trasse uno dei suoi capolavori, Stalker, uscito nel 1979, su sceneggiatura degli stessi fratelli Strugatzki.
Gli archetipi messi in scena dalla vicenda sono quelli della «Zona» e degli stalker, «coloro che ripercorrono le tracce» per giungere ad un luogo segreto. Nel libro gli stalker entrano in un'area vietata, «la Zona», uno dei sei luoghi al mondo visitati da creature extraterrestri, che proprio lì, quasi come dopo un picnic (da qui il titolo del romanzo), hanno abbandonato i loro resti sull'erba, provocando una mutazione dell'area interessata, dato che i resti sono strumenti di alto valore scientifico, in grado di cambiare le leggi fisiche di un territorio.

Red Schouart è uno stalker, non perché spinto da una sete di verità o di ricchezza: per lui raggiungere «la Zona» diventa la sfida suprema. È uno dei pochi esseri umani abilitati a compiere esplorazioni e raccogliere campioni in questo territorio faticosissimo, con un suolo imprevedibile e temperature a volte insostenibili. Lavora presso l'Istituto Internazionale di culture extraterrestri, accompagnando varie persone durante le sue spedizioni. In una di queste perde il suo migliore amico e decide quindi di diventare un fuorilegge, determinato a seguire il proprio destino fino in fondo, a compiere definitivamente la propria sfida per scoprire che cosa si nasconde realmente nel cuore della «Zona».
Tarkovskij, attraverso il suo film, ha trasformato questa parabola in una sorta di viaggio dantesco, mettendo in scena, accanto allo stalker, uno scrittore e uno scienziato e trasformando «la Zona» in un simbolo della possibilità della Grazia, un luogo dove i miracoli sono ancora possibili, basta credere sinceramente alla loro realizzazione. Sarà quindi assai utile al lettore mettere a confronto romanzo e realizzazione filmica, non soltanto per recuperare due opere di grande qualità e di estrema contemporaneità, ma per giungere al centro della complessa simbologia voluta dagli artisti.

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