JHUMPA LAHIRI
L'omonimo


Recensioni

 

Andrea Visconti
L'Espresso
Fulvio Panzeri
L'Avvenire

Alessandro Monti
La Stampa 

Irene Bignardi
Vanity Fair
Sebastiano Triulzi
Alias
Irene Bignardi
La Repubblica 
Federica Velonà
Il Diario
Grazia Casagrande
Alice.it
Raffaella Arnaldi
Pulp
Michiko Kakutani
The New York Times

 

Andrea Visconti
L'Espresso

novembre 2003

Uscito da qualche settimana negli Stati Uniti (in Italia sarà pubblicato da Marcos y Marcos), accolto con entusiasmo dai critici e dal pubblico (ai primi posti della classifica di bestseller) è già diventato un caso e segna una tendenza. Anzi, si iscrive in quella (di cui esponente di punta è Jeffrey Eugenides, autore di "Middlesex", premio Pulitzer 2003) che racconta personaggi di identità incerta, "fuori luogo" nella provincia Usa. La Lahiri, un Pulitzer lo ha già vinto nel 2000 per la raccolta di novelle "Interprete dei Malanni".
"The Namesake" segue le vicende della famiglia Ganguli per più di tre decenni e in ogni pagina c'è qualche riferimento all'assurdità dei nomi e al desiderio di qualsiasi immigrato di confondersi nella società che lo circonda. Ma racconta anche un tortuoso processo di assimilazione nella non facile provincia dell'America, un processo fatto 

 

di rinunce e mosse false. Per il giovane indo-americano, Gogol e Nikhil non sono un nome privato e uno pubblico: il primo è un suono imbarazzante, il secondo è un'accettabile variazione di Nick, più americano.Così il tormentato protagonista di "The Namesake" diventa Nikhil per Maxine, la prima ragazza con cui ha una relazione sentimentale. Ma torna a essere Gogol quando si innamora di Moushumi, una giovane di Calcutta. Gogol abbraccia la sua identità indiana, Nikhil la respinge.
"La questione dell'identità è sempre difficile, specialmente per gente come gli immigrati che sono spiazzati dal punto di vista culturale", dice Jhumpa Lahiri: "Più cresco e più mi rendo conto di avere assimilato dai miei genitori la sensazione di essere perennemente in esilio". Per certi versi la Lahiri si sente del tutto integrata negli Stati Uniti. Ma forse per quel suo aspetto esotico avverte che i suoi interlocutori non accettano da lei la semplice dichiarazione "sono americana". Dolori della multiculturale provincia Usa.

 

 

Fulvio Panzeri
L’Avvenire
 novembre 2003

La raccolta dei racconti del suo esordio letterario è stato subito caso editoriale e ha vinto nientemeno che il premio Pulitzer. Lei è una giovane scrittrice, figlia di genitori bengalesi, cresciuta negli Stati Uniti e si chiama Jhumpa Lahiri. In Italia è pubblicata da Marcos y Marcos che dopo il primo libro, L’interprete dei malanni, centrato sul tema delle condizioni dello "straniero", con le sue necessità di integrazione e le immancabili nostalgie, ora traduce il primo romanzo, L’omonimo, da poco pubblicato negli Stati Uniti, dove è subito e meritatamente balzato in testa alle classifiche. Infatti è un romanzo di grande intensità e di forte inventiva, con una profonda capacità di indagare nell’avventura umana dei suoi protagonisti, visti nell’ottica di un quotidiano tutto da riscattare. Ed è un libro di grande attualità, che aiuta a riflettere sul tema dell’immigrazione, visto dalla parte di chi ha dovuto lasciare la propria terra, per integrarsi in una nuova realtà. È sintomatica di questo tema, che attraversa tutto il romanzo, una delle prime scene, quella della nascita del protagonista, in cui si riflette sul "diventare madre in terra straniera". Scrive la Lahiri: "Di tutta quell’esperienza, nonostante il disagio crescente, l’impressiona soprattutto la capacità del suo corpo di dare la vita, proprio come sua madre, sua nonna e tutte le antenate… 
Quello che la spaventa è crescere un figlio in un Paese dove non ha parenti, di cui sa così poco, dove la vita appare così approssimativa e grama". 
È la questione dell’identità a interessare la scrittrice, seguendo il doloroso distacco dei
protagonisti dall’India in cui sono nati, vivendo

 

 

così in una profonda nostalgia nella provincia americana in cui si sono rifugiati. Viene rappresentata dalla Lahiri all’interno di una vicenda, straordinaria e affascinante, quella dei nomi, altro tema legato all’identità. Infatti il protagonista vive il disagio di avere due nomi come è usanza in Bengala, uno che si usa nel privato, tra i familiari e le persone più vicine, e l’altro pubblico, usato dagli estranei. Non è soddisfatto di entrambi i nomi che porta: quello pubblico è Nikhil, quello privato Gogol’, che non è propriamente un nome, ma l’ingombrante memoria di un "grande" della letteratura russa. L’ha voluto per lui il padre, ricordando la vita che gli è stata "salvata" proprio da un libro di Gogol’, durante un incidente ferroviario in India. Lontano dalle lamiere accartocciate, qualcuno vede le pagine del libro dei racconti di Gogol’, che una mano, con le ultime forze, cerca di sollevare. Dare questo nome al figlio, per il padre Ashoke, è come rendere omaggio alla vita ritrovata, un segno di luce. Il figlio non capisce le ragioni del padre e vive questo suo nome con rabbia, vergogna e imbarazzo e preferisce essere chiamato con l’altro nome, il più usuale Nikhil. L’inquieto protagonista vive però una ambivalente condizione, quella dello "straniero" in perenne esilio e il doppio nome accentua metaforicamente il senso dell’identità precaria. È come se nel protagonista agissero due soggetti e uno continuamente respinge l’identità dell’altro, legate alle tradizioni sociali e culturali che non riescono a coniugarsi. Anche in questo romanzo emerge la grande passione della Lahiri per la letteratura russa. Se i racconti erano un indiretto omaggio alla felicità straziata dell’opera cechoviana, qui il ricorso si fa più esplicito e Gogol’ diventa un emblema in grado di mettere a nudo le contraddizioni della realtà.

Alessandro Monti
La Stampa 
dicembre 2003

Sottile e tormentato, il romanzo L’omonimo di Jhumpa Lahiri fa piazza pulita delle cianfrusaglie etniche e delle ormai logore convenzioni che rendono banali le vicende amorose ed esistenziali degli emigrati indiani negli Stati Uniti, ben oltre i patemi scontati del matrimonio combinato e dei conflitti tra genitori legati alla tradizione e figli occidentalizzati. Il romanzo narra la fallita educazione sentimentale del giovane Gogol, figlio di immigrati bengalesi, così chiamato dal padre, salvatosi da un incidente ferroviario grazie a un libro dello scrittore russo: i soccorritori si accorgono che l’uomo è ancora in vita perché lo vedono muovere il volume. Vale forse la pena di notare che Charles Dickens fu coinvolto in un disastro ferroviario: chissà se la Lahiri avrà avuto in mente l’episodio, inserendo così nel romanzo una citazione criptica.
Tuttavia, il nome pesa come un macigno sul figlio, diventa il capo espiatorio di una personalità imbronciata e introversa, il segno di un’estraneità aspra che va ben oltre le semplici radici di un disagio culturale tipico di chi vive sospeso tra due culture. Benché indifferente alle proprie radici indiane il protagonista, che non a caso muta l’aborrito nome in Nikhil: ossia il nichilista, non riesce a integrarsi nell’ambiente americano snob-intellettuale frequentato dalle fidanzate, ragazze emancipate e indipendenti. Parlerei di comportamenti atavici, di irriducibili residui di cultura mnesica originaria che quasi impongono a Gogol/Nikhil silenzi e impacci, il ritorno quotidiano a ruoli d’identità non comunicativa. Perno di tanta diseducazione all’Occidente e ai suoi modi sociali di vita sembra essere la morte improvvisa del padre, addirittura causa di una regressione inconsapevole e mai dichiarata apertamente nel testo, anche se coincide con il rifiuto implicito del protagonista di adattarsi alla cultura "disordinata" degli altri.
Vi sono alcuni passaggi che definiscono in maniera esplicita lo stato di tensione e di smarrimento straniato che pervade da cima a fondo le pagine del romanzo. Da poco emigrata in America, la madre riflette che essere stranieri è "una gravidanza che dura tutta la vita […],

 

 

un’attesa perenne […] una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato, e impegnativo". Con ottica speculare, il figlio apprende, durante una conferenza sui romanzi indiani in lingua inglese, che gli emigrati ABCD, American-born Confused/complicated deshi: indiano disorientato/combattuto nato in America, non sono in grado di rispondere alla domanda "Di dove sei?". Di ritorno da viaggi periodici in India Gogol e famigliari "si sentono ancora di passaggio, sconnessi dalle loro vite, […] racchiusi in un’intimità che solo loro quattro condividono".
Mi sembra che la morte del padre chiuda infine il cerchio stretto da tale intimità angusta e soffocante, che non è neppure nostalgia del passato: un vestito portato per una stagione ormai trascorsa e di colpo diventato ingombrante, inutile. Gogol è dunque il gemello di se stesso ipotetico, il doppio di un originale che è andato perduto, in una tragica commedia ormai senza scambi d’identità.
Con Propositi matrimoniali di Kavita Daswani si ritorna invece nel romanzo etnico alla Bollywood, si veda il film Monsoon Wedding, con la commedia farsesca, ma a sdolcinato e convenzionale lieto fine, incentrata sulle grottesche peripezie per assicurarsi un marito decente di una giovane ricca di Bombay. L’atmosfera, che si vorrebbe sofisticata, in cui si svolge il balletto del "match-making", termine di Indian English con cui si designano le manovre di sistemazione matrimoniale, rimanda agli ambienti "urbanite" e "socialite", ossia dell’alta borghesia di Bombay, già descritti sino a esaurimento dai romanzi mondani di Shobha Dé. Tanto varrebbe tradurre gli originali, tipo Socialite Evenings, invece che proporre vulgate di seconda mano.
Se non altro propositi matrimoniali è divertente senza prendersi troppo sul serio, come invece fa la Divakaruni con i suoi pastrocchi telenovelistici. Stupisce che recensori italiani abbiano commentato con fervore il romanzo: si tratta forse di un orientalismo di ritorno, incentivato anche da una certa prospettiva ambigua della scrittrice, che non si capisce bene se prenda in giro la sua cultura o se invece l’accetti e la salvi dopo averci riso sopra.

Irene Bignardi
Vanity Fair

dicembre 2003

Da circa quattro anni esiste un piccolo club ufficioso, quello degli ammiratori di Jhumpa Lahiri: una giovane scrittrice indiana che, con il libro di racconti "L'interprete dei malanni", ha conquistato un pubblico di fedeli, oltre a vincere il prestigioso Premio Pulitzer.
Jhumpa Lahiri è di famiglia indiana, ma vive negli Stati Uniti, dove ha studiato. Conosce quindi di prima mano il disagio, le illusioni, la fatica dell'immigrazione.
Tutto ciò lo ha già raccontato benissimo nei suoi racconti e torna a farlo col suo nuovo libro nella scala più complessa e più ampia di un romanzo. Qui si incarna in un personaggio maschile, Nikhil Gogol Ganguli, di origine bengalese ma nato a Boston, figlio di un padre professore in un piccolo college e di una madre rimasta radicalmente indiana e donna di casa. Si chiama Gogol perché il padre amava molto l'autore de "Il cappotto" e perché era di Gogol il libro che il padre stava leggendo nel momento di un tragico incidente ferroviario in cui stava per perdere la vita. Ma questo nome è anche la sua sfortuna.

Perché suona strano, non è indiano e nessuno sa a cosa faccia riferimento. Il rifiuto del protagonista di chiamarsi Gogol e il suo ribattezzarsi Nikhil fanno da filo conduttore alla sua progressiva occidentalizzazione, al suo tentativo di americanizzarsi. Persino i suoi incontri con le ragazze di cui si innamora e disamora (come la fascinosa Maxine, che lo porta nel sofisticato mondo del Village) e al matrimonio con una ragazza indiana. Una scelta, quest'ultima, che sembrerebbe chiudere il cerchio con un ritorno alle origini. Non è così. Il tarlo dell' "altrove", il disagio della non appartenenza continuano a lavorare. Come il tormento del suo nome, di cui solo alla fine del romanzo, Gogol riesce a comprendere pienamente il senso e il messaggio. Finissima nell'analisi dei gesti quotidiani, nella descrizione delle motivazione, dei sogni che muovono i protagonisti della sua storia, Jhumpa Lahiri disegna con grande precisione e tenerezza umana un mondo di valori in bilico tra Oriente ed Occidente, fra tradizione e globalizzazione. Il risultato è un libro semplice e avvincente ai cui  personaggi il lettore si affeziona come a persone reali. Come probabilmente sono.

 

 

Sebastiano Triulzi
Alias
dicembre 2003

Estate del '95, New Hampshire: in una piccola radura, circondata da un muro di pietra e rivestita d'un legno ormai scolorito, c'è la casa-rifugio (quella delle vacanze) di Gerald e Lydia. L'ora volge al desio e persino l'aria, "dolce" e "pigra", appare in sintonia: seduti sulla sdraio, i piedi nudi, i libri sparsi nell'erba, i due sorseggiano vino godendosi lo spettacolo d'un grande intenso lago blu. Eppure l'occhio che li osserva nota che sono abbronzati e dimagriti, nota che indossano vestiti succinti: quando Gerald e Lydia si accorgono dei nuovi arrivati - la figlia Maxine e il fidanzato Gogol - li accolgono con il più classico dei "Benvenuti in paradiso". È questa una scena madre del romanzo "L'omonimo" (Marcos y Marcos, trad. di Claudia Tarolo, pp. 345, ¤15, 50), seconda prova, dopo "L'interprete dei malanni", di Jhumpa Lahiri.
Il punto di vista, che percepiamo straniante, è quello del protagonista Gogol. Perché se la scena appartiene forse al nostro immaginario, certamente non fa parte del suo: egli è infatti figlio di bengalesi emigrati da Calcutta alla fine degli anni Sessanta e trapiantati nel gelo del New England. Sappiamo come la comunità indiana sia tra quelle che più si sono inserite nell'american way of life: e questo in virtù del suo alto grado d'istruzione. Allo stesso tempo sappiamo come la società a stelle e strisce forzosamente incorpori immigrati nei propri valori: inglobare per unificare, compattare intorno a una idea, una economia; di qui anche un'integrazione che non è mai piena, definitiva, e dove la contaminazione è sempre a senso unico. La trasformazione della famiglia di Gogol in un tipico nucleo suburbano statunitense, che festeggia Halloween e il giorno del Ringraziamento, avviene nel romanzo, per gradi, alla stregua di un processo inesorabile. Lo stesso Gogol si sente americano: ha studiato nelle scuole statunitensi, dove ogni mattina giurava fedeltà alla bandiera americana e imparava a memoria brani della Dichiarazione d'Indipendenza; ha perso la verginità al college, ha fumato spinelli e amato i Beatles, si è laureato alla Columbia… E i pochi simboli della tradizione (il sari e il bindi indossati dalla madre), o i radi viaggi a Calcutta o le 

 

rumorose cene con altri bengalesi, li ha sempre mal sopportati. Ora è un architetto che vive a New York: nel mondo liberal di Maxine, nel suo stile di vita fatto di vini delicati e forti, di conversazioni su libri e mostre e buoni ristoranti, di risvegli nella casa dei genitori in stile neo-greco dalle parti di Chelsea, e di discorsi, l'estate, di notte, accovacciati sulle rive del lago, con gli occhi rivolti alle stelle, Gogol crede di essere finalmente libero. 
Eppure non è così. Era stata sua madre, Ashima, a centrare il punto: "essere stranieri" è come "una gravidanza che dura tutta una vita - un'attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia".
E poco importa se in questo romanzo postcolonialista, che parla di padri e di figli che divengono adulti e seppelliscono i padri, l'amara epifania di questa non-appartenenza giungerà per Gogol proprio con la morte improvvisa del padre; e poco importa, anche, di come un'altra casa (l'appartamento in cui aveva vissuto il padre negli ultimi mesi, e i suoi oggetti: la foto di famiglia sul frigo, un sacco di riso e uno di lenticchie, il Time accanto al letto) sarà agnizione per lui di quella incomunicabilità tra classi, vigente negli Stati Uniti: a noi preme riflettere proprio su quella condizione universale che è l'essere stranieri e che l'autrice restituisce come sfogliando un album di famiglia; sorta di docudrama senza conflitti, dove tutto si percepisce a un grado zero - ma non meno di zero - dei sentimenti.
Ha notato Franco Cordelli come i racconti della Lahiri siano "votati alla normalità", confluiscano sempre "nel punto di stasi tra due nodi drammatici, là dove la vita quotidiana scorre nella sua uniformità". Non troveremo il maestro di scuola che tutti i giorni, alla stessa ora, apre le imposte di casa; né la guardia che attraversa ogni mattina la strada con la sciabola nel panciotto, né i cavalli di posta che di notte o di giorno si avviano sempre allo stesso stagno: eppure la sensazione è che qui (ma anche altrove) si voglia in un certo senso rifare il dramma borghese. Sostituendo tuttavia al canone dell'impersonalità quello dell'impermeabilità: dove i lettori, in questo universo in cui le cose accadono solo in superficie, trovano supremo conforto, ma restano, in profondità, come gli stessi protagonisti, sostanzialmente intangibili.

 

 

Irene Bignardi
La Repubblica 
gennaio 2004

L’inizio della carriera letteraria di Jhumpa Lahiri non avrebbe potuto essere più fortunato. Il suo primo libro, L’interprete dei malanni, una serie di racconti sulla nostalgia della diaspora indiana, sulla difficoltà di vivere "altrove", sullo scontro tra due culture, quella della patria bengalese e quella del benessere apparente del punto di arrivo nel mondo, le ha conquistato immediatamente un premio Pulitzer – per non citare altri riconoscimenti, come il premio del New Yorker al "Debutto dell’anno", e il PEN/Hemingway Award. E da allora – era il 2000 – esiste una sorta di piccolo club ufficioso, quello dei suoi ammiratori.
Perché Jhumpa Lahiri, che è di origine bengalese, vive negli Stati Uniti, e conosce quindi in prima persona il disagio, il disorientamento e la fatica di vivere in una terra non sua con alle spalle una cultura non dimenticata, non rappresentava al suo debutto solo l’ennesima scrittrice di talento che aggiunge il suo nome alla prolifica famiglia dei narratori in lingua inglese di origine indiana, ma rivelava una grazia di scrittura e di analisi tutta speciale, e una qualità di introspezione di particolare finezza.
Il mondo e il clima di L’interprete dei malanni ritorna, amplificato alla dimensione e alla complessità di un romanzo di formazione, con L’omonimo (in originale The Namesake, Marcos y Marcos, pagg. 384, euro 15,50). Questa volta Lahiri si cala in un personaggio maschile, Nikhil "Gogol" Ganguli, di origine bengalese come lei, ma nato a Boston, figlio di un padre, immigrato di prima generazione, che insegna in un piccolo college, e di una madre rimasta radicatamente indiana e donna dicasa, vestale di un matrimonio "combinato" che è diventato amore.
La stranezza del suo nome – Gogol – è dovuta all’amore che il padre del protagonista portava per l'autore di Il cappotto, e perché nel 

 

momento di un terribile incidente ferroviario che ha rischiato di ucciderlo, era Gogol l’autore che il padre stava leggendo. Questo nome bizzarro gli complica la vita – ma è anche vero che assomiglia alla lontana ai nomi "semplificati", come Ganguli, che gli inglesi del Raj si erano inventati per rivolgersi ai bengalesi dai nomi troppo complicati per loro.
Ed è da questo nome – e dal rifiuto del medesimo, dalla decisione del protagonista di ribattezzarsi Nikhil – che parte la sua ribellione e la sua progressiva e accidentata occidentalizzazione. Gogol-Nikhil vuole essere totalmente americano (lo è di nascita e di passaporto), essere "uguale", indistinguibile, omogeneizzato. Il suo processo di assimilazione passa attraverso gli incontri con le ragazze di cui si innamora e disamora – come la fascinosa Maxine, che lo porta nell’eccentrico mondo del Village – , culmina nel matrimonio con una ragazza indiana, che sembra chiudere il cerchio di un ritorno alle origini, incrocia i minuti e rispettosi scontri con la tradizione familiare, mentre il tarlo della non appartenenza continua lavorare, così come l’imbarazzo per il nome che i genitori gli hanno imposto, di cui solo alla fine del romanzo Gogol capisce pienamente il senso e il significato.
Jhumpa Lahiri, forse per adesione personale all’esperienza umana che descrive, sa penetrare con grazia e finezza psicologica nel gioco di lealtà in conflitto, di esperienze quotidiane, di comici incidenti, di piccole tragedie che costeggiano la strada dell’americanizzazione (incompiuta) di Gogol, disegnando con tenerezza e precisione di sfumature un personaggio in bilico tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente, tra marginalità e voglia di appartenenza. E scrive con semplicissima eleganza, in un tempo presente che coinvolge lo spettatore come testimone di una storia umana che riguarda una così gran parte del mondo di oggi, diviso tra il sogno della globalizzazione e la dolceamara zavorra dei valori della tradizione.

Federica Velonà
Il Diario
gennaio 2004

"Non sono l'unico ad aver cercato fortuna lontano da casa, e sicuramente non sono il primo. Eppure, ci sono momenti in cui mi sconcerta ogni singolo miglio percorso, ogni pasto mangiato, ogni persona incontrata, ogni stanza in cui ho dormito. Per quanto ordinario possa sembrare, ci sono momenti in cui tutto questo supera la mia immaginazione", così si chiudeva il volume di racconti intitolato L'interprete dei malanni (marcos y marcos), che aveva segnato nel 1999 l'esordio narrativo della scrittrice americana-indiana Jhumpa Lahiri, vincendo il Pulitzer.
È uscito in italiano, in quasi contemporanea con la pubblicazione americana, il secondo libro di questa autrice, il romanzo L'omonimo. In queste pagine Juhmpa Lahiri ritorna su un tema che serpeggia nei racconti, quello dell'emigrazione e delle sensazioni a esso collegate, il sentirsi fuori posto, il non sapere più a quale realtà si appartiene. Ashoke e Ashima Ganguli sono una coppia di indiani trasferitisi negli Stati Uniti. Lui è ingegnere elettronico e insegna all'università, lei sta a casa e alleva due figli. Il continuo confronto tra quello che si fa in America e quello che si fa in India, il tentativo di tenere vive le loro tradizioni, li tengono
sospesi tra i due Paesi: non diventeranno mai americani e i loro legami con l'India si affievoliranno man mano che moriranno le persone care che avevano lì.
Il punto di vista privilegiato dalla narrazione è quello di Gogol, il figlio dei Ganguli, un ragazzo rispettoso dei valori familiari e insieme determinato a cercare una sua via di integrazione. La letteratura intorno allo scontro tra i figli degli immigrati e le loro famiglie è già vasta e questo stesso filone è stato sfruttato con successo al cinema, puntando sugli effetti comici creati dalla diversità dei punti di vista tra generazioni. Ciò che contraddistingue il libro di Lahiri dalla produzione corrente è la profondità dello sguardo, la capacità davvero filmica di sintetizzare in un momento, in una sequenza la frattura che si crea tra i membri di una famiglia o all'interno di una coscienza individuale. Una festa di compleanno, la cena a un ristorante, il ritardo di un treno, una vacanza all'estero diventano occasioni per aprire gli occhi sulla realtà, per scostarsi dall'abitudine e guardare a fondo dentro se stessi.
La storia di Gogol è la storia di una serie di scoperte, alcune delle quali molto dolorose: 

la precoce consapevolezza di non volersi accontentare del ristretto mondo dei propri genitori, con i loro amici bengalesi, il loro estremo pudore di coppia, la loro nostalgia priva di oggetto, ma anche la scoperta che non desidera essere incorporato nello scintillante mondo di Maxine, la fidanzata newyorchese che sembra avere "il dono di accettare la propria vita".La madre di Ashoke criticava la passione del figlio per la letteratura e diceva che sarebbe morto con un libro in mano. Lui invece con un libro in mano si era salvato.
Alla fine di questo romanzo troviamo Gogol trentaduenne, reduce dal divorzio con un'amatissima ragazza indiana, che lo ha lasciato perché più di lui in conflitto con le proprie radici e più di lui desiderosa di altro
(emancipazione, estero, carriera, libertà sessuale...). Il protagonista va in visita alla madre che sta tornando in India e nella casa della sua infanzia si imbatte nel libro dei racconti di Gogol che il padre gli aveva regalato
per il suo quattordicesimo compleanno e, queste sono le ultime parole del libro, "comincia a leggere". Tra le tante chiavi di lettura che un libro bello come questo offre, perché non accettare anche quella che nei romanzi che amiamo e che ci tramandiamo forse per alcuni di noi c'è la patria che non troviamo nelle società costruite dagli uomini?
Il rapporto con il padre è uno dei punti chiave del libro: è un qualcosa che emerge in tutta la sua potenza solo dopo che il genitore è morto ma c'è almeno un momento in cui i due si confrontano ed è a proposito dello strano nome del figlio. Gogol odia chiamarsi come lo scrittore russo e a diciotto anni corre davanti a un tribunale per cambiare il suo nome, ma non può non restare colpito quando Ashoke si decide a raccontargli la storia che c'è dietro di esso, l'incidente ferroviario di cui era stato vittima da giovane e i fogli strappati del libro che teneva in mano (I racconti di Gogol) che avevano attirato l'attenzione dei soccorritori facendo sì che si salvasse.
 All'inizio, andando a vivere con Maxine nella splendida casa che lei divide con i raffinati genitori, Gogol, che fa l'architetto e ama le belle cose, si illude di aver trovato l'ambiente ideale, quello in cui a contare sono la cultura e una ricchezza goduta ma non ostentata.
L'improvvisa morte di suo padre però erode le certezze che Gogol ha innalzato contro la sua infanzia: Maxine e il suo ambiente perdono di punto in bianco ogni attrattiva, e lui sente che il modello dell'intellettuale americano di successo gli sta stretto almeno quanto quello dell'indiano medico o ingegnere da cui è sfuggito.

 


Grazia Casagrande
Alice.it

gennaio 2004

Un'autrice che ha vinto i premi letterari americani più prestigiosi e che in Italia è ancora troppo poco conosciuta, troppo poco almeno rispetto ai suoi notevoli meriti. Credo infatti che difficilmente si possa vedere una maggiore capacità di sintesi di culture e mentalità lontane come nella Lahiri che, anche solo dai suoi dati biografici e dalla sua esperienza di vita, rappresenta l'aspetto più positivo della globalizzazione. Nata in Inghilterra da famiglia bengalese, cresce negli Stati Uniti, dove decide di vivere. Temi a lei cari sono quelli legati all'impatto e all'inserimento nel mondo occidentale di chi arriva da una cultura così particolare come quella indiana, osservando anche come la seconda generazione sappia (possa o voglia) conservare l'identità della famiglia d'origine pur nella piena integrazione con il mondo in cui si trova a crescere e maturare. Tema centrale nei racconti del già esaminato L'Interprete dei malanni, in questo
romanzo l'autrice si sofferma ad osservare due generazioni di immigrati.
Nelle prime pagine del libro viene descritta la vita di Ashoke Ganguli che, scampato miracolosamente ad un incidente ferroviario (grazie ad un libro di racconti di Gogol che stava leggendo), decide di andarsene lontano, si trasferisce in America, ha due figli dalla giovane moglie, diventa docente universitario e conserva uno stretto rapporto con il paese d'origine pur accettando gradualmente di assumere abitudini di vita americane. Maggiori le difficoltà iniziali della moglie, turbata dalle differenze di comportamento che la circondano, desiderosa di stabilire legami con altri conterranei (cosa che in effetti avviene), fedele al modo di vestire, di cucinare, di festeggiare della propria cultura, ma capace nello stesso tempo,

grazie soprattutto alle due maternità, di inserirsi nella realtà in cui vive. L'attenzione del lettore però è subito indirizzata verso il primogenito, chiamato Gogol proprio in omaggio all'autore che in qualche modo era stato il salvatore del padre. Il piccolo "omonimo", presa coscienza della stranezza del suo nome, inizia a soffrirne moltissimo e da questo fastidio ha inizio il suo graduale allontanamento dalla famiglia e dalle tradizioni indiane. Anche il suo primo legame affettivo ha questa valenza: Maxine e la sua famiglia rappresentano infatti una mentalità e una cultura davvero all'opposto di quella in cui è cresciuto. La morte improvvisa del padre provoca nel ragazzo un vero sconvolgimento psicologico e lo induce a una particolare revisione della propria vita. 
Quando si sposa Gogol (che nel frattempo ha cambiato il suo nome in quello di Nikhil) rientra, almeno apparentemente, nei canoni della tradizione. La sposa e la festa di nozze sono tipicamente indiane, ma la giovane moglie ha un passato (e un futuro) all'insegna della totale aspirazione alla libertà e all'insofferenza per legami stabili. Il romanzo si conclude con la visione di una festa natalizia in cui è riunito ciò che resta della famiglia e con l'esigenza di Gogol/Nikhil di ritrovare, attraverso la lettura de Il cappotto, un nuovo interiore contatto con il padre e con la sua stessa identità. La bella traduzione permette al lettore di cogliere le varie sfumature psicologiche dei personaggi, pur nella sobrietà dello stile e nella scelta dell'autrice di descrivere per fatti piuttosto che per riflessioni o commenti. Il tipo di inserimento sociale qui descritto è relativo a una classe colta e di certo privilegiata di emigranti per la quale non c'è la preoccupazione del denaro o del lavoro, ma che ha la capacità e l'intelligenza di intrecciare diverse esperienze e diverse culture senza perdere di vista la ricchezza di cui è portatrice.
Raffaella Arnaldi
Pulp

gennaio 2004


Con L'omonimo, sua seconda opera dopo il Pulitzer 2000 L'interprete dei malanni, Jhumpa Lahiri torna ai temi che l'hanno resa cara ai lettori dei precedenti racconti.
Se allora l'essere trapiantati in terra straniera dei suoi protagonisti era più spesso lo sfondo su cui articolare un discorso su sentimenti diversi, qua è l'interesse principale dell'autrice, che dichiara esplicitamente di raccontare della stessa condizione di "esilio emotivo" vissuta dai propri genitori, bengalesi immigrati negli U.S.A. Gogol, il giovane protagonista, condivide con la Lahiri l'appartenenza alla "seconda generazione", quella dei figli di immigrati, che faticano a trovare un punto di contatto con le tradizioni e le nostalgie dei propri congiunti, e che lottano per trovare una identità propria. Nel romanzo il simbolo di questo conflitto interiore è il nome stesso del protagonista, distante da entrambe le culture, indiana e statunitense, 


fonte di imbarazzo e di incertezza per il giovane, chiamato con il cognome di uno scrittore russo per motivi che per molti anni gli saranno oscuri. Scoprirà che la via per l'identità vuole dire anche reinventare se stessi.Se Jhumpa Lahiri aveva già dimostrato un profondo talento per le storie intime di relazioni ed incomunicabilità, con una visione lucida e disincantata che sfiorava la crudeltà, qui mostra in più di avere acquisito una matura, dolente dolcezza. Nel respiro più ampio del romanzo l'autrice riesce a seguire Gogol e gli altri personaggi stando al passo delle loro vite quotidiane, ad appassionare il lettore senza bisogno di scorciatoie, né di una trama artificiosamente complessa. La sua scrittura gode dell'apparente semplicità di chi è perfettamente padrone dei propri mezzi (come già mostrava L'interprete dei malanni), mai banale né casuale. Lontana dal folklorismo e dall'anodinità di altri libri (e film) di autori di
origine indiana presto "globalizzati", la voce della Lahiri è una boccata d'aria rinfrescante, lo stimolo dialettico di cui il panorama letterario ha costantemente bisogno.

 

 

Michiko Kakutani
The New York Times
ottobre 2003

Jhumpa Lahiri's quietly dazzling new novel, "The Namesake," is that rare thing: an intimate, closely observed family portrait that effortlessly and discreetly unfolds to disclose a capacious social vision.
It is a novel about two generations of the Ganguli family, and at the same time it is a novel about exile and its discontents, a novel that is as affecting in its Chekhovian exploration of fathers and sons, parents and children, as it is resonant in its exploration of what is acquired and lost by immigrants and their children in pursuit of the American Dream.
It more than fulfills the promise of Ms. Lahiri's debut collection of stories, "Interpreter of Maladies," which won the 2000 Pulitzer Prize for fiction.
The novel begins in Boston in 1968, with the birth of a boy named Gogol Ganguli. Gogol comes by his name through a series of random accidents and misunderstandings that will come to represent for him the unexpected trajectory of his family's life.
When a letter from his great-grandmother, suggesting a formal Indian name for him, fails to arrive from India, his father, Ashoke, impulsively settles on the name of Gogol, after the famous Russian writer whose book of short stories helped save his life many years ago in India. He had been reading the book when the train he was traveling on derailed; rescuers spotted him only because they saw a page of the book flutter from his hands in the dark.
It was on that same train that Ashoke met a stranger, who gave him the advice that would change his life: "Do yourself a favor," the man said. "Before it's too late, without thinking too much about it first, pack a pillow and a blanket and see as much of the world as you can. You will not regret it. One day it will be too late."
That is how Ashoke came to be a doctoral candidate in engineering in Boston, and that is how his new wife, Ashima - whom he married in an arranged ceremony - came to start a new life in a cold, gray city in New England. Ashima tries to hide her disappointment when she first sees the tiny three-room apartment that is their home: so different, she thinks, from the homes she remembers from American movies like "Gone With the Wind" and "The Seven-Year Itch."
She is terrified at the prospect of raising a child "in a country where she is related to no one, where she knows so little, where life seems so tentative and spare."
And yet slowly, cautiously, the Gangulis make their way in America. Ashoke becomes a professor at the Massachusetts Institute of Technology. Ashima has a second child whom they name Sonali (soon to be called Sonia). And the family moves to the suburbs, buying a new house in a development.
"Their garage, like every other, contains shovels and pruning shears and a sled," Ms. Lahiri writes. "They purchase a barbecue for tandoori on the porch in summer.
Each step, each acquisition, no matter how small, involves deliberation, consultation with Bengali friends. Was there a difference between a plastic rake and a metal one?

Which was preferable, a live Christmas tree or an artificial one? They learn to roast turkeys, albeit rubbed with garlic and cumin and cayenne, at Thanksgiving, to nail a wreath to their door in December, to wrap woolen scarves around snow men, to color boiled eggs violet and pink at Easter and hide them around the house."But while their house on Pemberton Road looks like all the other houses on the street, while the Ganguli children take bologna and roast beef sandwiches to school like all their friends, the family never feels quite at home in the cozy suburb. News of their relatives in India comes through the mail or noisily by phone in the middle of the night, and there is always the sense of making do and making substitutions.
Newly made Bengali friends fill in as aunts and uncles at holiday celebrations; Rice Krispies, Planters peanuts and onions are mixed together to approximate a favorite Calcutta snack.
Being a foreigner, Ashima thinks "is a sort of lifelong pregnancy - a perpetual wait, a constant burden, a continuous feeling out of sorts."
"It is an ongoing responsibility, a parenthesis in what has once been ordinary life, only to discover that that previous life has vanished, replaced by something more complicated and demanding."
Her son, Gogol, too, feels like a perennial outsider. In his youth he tries to distance himself from his Indian roots: he does not hang out with other Indian-American students, does not think of India as home, as his parents and their friends do, but as "India," like his American friends. Yet at the same time he often feels a sense of detachment, a slight sense of apartness.
Gogol realizes, while living with a girlfriend named Maxine, that she and her well-to-do parents possess a confidence and sense of familial continuity that he and his parents will never possess. When he later begins dating a Bengali woman whom he has known since childhood, he embraces their shared ambivalence about their cultural heritage even as he realizes that their alliance is "fulfilling a collective, deep-seated desire" on the part of their families.
Although Ms. Lahiri's portraits of the women in Gogol's life are somewhat sketchy - Maxine and her parents, in particular, seem more like New York stereotypes than real individuals - she narrates the story of her hero's coming of age with enormous sympathy and aplomb, while cutting back and forth to fill in the lives of his parents, as they settle into the modest satisfactions of middle age.
She uses her unerring eye for detail to annotate their emotional lives: Ashoke's hatred of waste, which makes him complain "if a kettle had been filled with too much water;" Ashima's meticulous upkeep of three address books, which contain the names of all the Bengalis she and her husband have known over the years.
In chronicling more than three decades in the Gangulis' lives, Ms. Lahiri has not only given us a wonderfully intimate and knowing family portrait, she has also taken the haunting chamber music of her first collection of stories and reorchestrated its themes of exile and identity to create a symphonic work, a debut novel that is as assured and eloquent as the work of a longtime master of the craft.

 

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