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JHUMPA LAHIRI Recensioni
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Andrea
Visconti Uscito da qualche
settimana negli Stati Uniti (in Italia sarà pubblicato da Marcos y Marcos),
accolto con entusiasmo dai critici e dal pubblico (ai primi posti della
classifica di bestseller) è già diventato un caso e segna una tendenza.
Anzi, si iscrive in quella (di cui esponente di punta è Jeffrey Eugenides,
autore di "Middlesex", premio Pulitzer 2003) che racconta
personaggi di identità incerta, "fuori luogo" nella provincia
Usa. La Lahiri, un Pulitzer lo ha già vinto nel 2000 per la raccolta di
novelle "Interprete dei Malanni".
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di rinunce e mosse false.
Per il giovane indo-americano, Gogol e Nikhil non sono un nome privato e uno pubblico: il primo è un suono
imbarazzante, il secondo è un'accettabile variazione di Nick, più
americano.Così il tormentato protagonista di "The Namesake"
diventa Nikhil per Maxine, la prima ragazza con cui ha una relazione
sentimentale. Ma torna a essere Gogol quando si innamora di Moushumi, una
giovane di Calcutta. Gogol abbraccia la sua identità indiana, Nikhil la
respinge. "La questione dell'identità è sempre difficile, specialmente per gente come gli immigrati che sono spiazzati dal punto di vista culturale", dice Jhumpa Lahiri: "Più cresco e più mi rendo conto di avere assimilato dai miei genitori la sensazione di essere perennemente in esilio". Per certi versi la Lahiri si sente del tutto integrata negli Stati Uniti. Ma forse per quel suo aspetto esotico avverte che i suoi interlocutori non accettano da lei la semplice dichiarazione "sono americana". Dolori della multiculturale provincia Usa.
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Fulvio
Panzeri La raccolta dei racconti
del suo esordio letterario è stato subito caso editoriale e ha vinto
nientemeno che il premio Pulitzer. Lei è una giovane scrittrice, figlia
di genitori bengalesi, cresciuta negli Stati Uniti e si chiama Jhumpa
Lahiri. In Italia è pubblicata da Marcos y Marcos che dopo il primo
libro, L’interprete dei malanni, centrato sul tema delle
condizioni dello "straniero", con le sue necessità di
integrazione e le immancabili nostalgie, ora traduce il primo romanzo, L’omonimo,
da poco pubblicato negli Stati Uniti, dove è subito e meritatamente
balzato in testa alle classifiche. Infatti è un romanzo di grande
intensità e di forte inventiva, con una profonda capacità di indagare
nell’avventura umana dei suoi protagonisti, visti nell’ottica di un
quotidiano tutto da riscattare. Ed è un libro di grande attualità, che
aiuta a riflettere sul tema dell’immigrazione, visto dalla parte di chi
ha dovuto lasciare la propria terra, per integrarsi in una nuova realtà.
È sintomatica di questo tema, che attraversa tutto il romanzo, una delle
prime scene, quella della nascita del protagonista, in cui si riflette sul
"diventare madre in terra straniera". Scrive la Lahiri: "Di
tutta quell’esperienza, nonostante il disagio crescente, l’impressiona
soprattutto la capacità del suo corpo di dare la vita, proprio come sua
madre, sua nonna e tutte le antenate…
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così in una profonda nostalgia nella provincia americana in cui si sono rifugiati. Viene rappresentata dalla Lahiri all’interno di una vicenda, straordinaria e affascinante, quella dei nomi, altro tema legato all’identità. Infatti il protagonista vive il disagio di avere due nomi come è usanza in Bengala, uno che si usa nel privato, tra i familiari e le persone più vicine, e l’altro pubblico, usato dagli estranei. Non è soddisfatto di entrambi i nomi che porta: quello pubblico è Nikhil, quello privato Gogol’, che non è propriamente un nome, ma l’ingombrante memoria di un "grande" della letteratura russa. L’ha voluto per lui il padre, ricordando la vita che gli è stata "salvata" proprio da un libro di Gogol’, durante un incidente ferroviario in India. Lontano dalle lamiere accartocciate, qualcuno vede le pagine del libro dei racconti di Gogol’, che una mano, con le ultime forze, cerca di sollevare. Dare questo nome al figlio, per il padre Ashoke, è come rendere omaggio alla vita ritrovata, un segno di luce. Il figlio non capisce le ragioni del padre e vive questo suo nome con rabbia, vergogna e imbarazzo e preferisce essere chiamato con l’altro nome, il più usuale Nikhil. L’inquieto protagonista vive però una ambivalente condizione, quella dello "straniero" in perenne esilio e il doppio nome accentua metaforicamente il senso dell’identità precaria. È come se nel protagonista agissero due soggetti e uno continuamente respinge l’identità dell’altro, legate alle tradizioni sociali e culturali che non riescono a coniugarsi. Anche in questo romanzo emerge la grande passione della Lahiri per la letteratura russa. Se i racconti erano un indiretto omaggio alla felicità straziata dell’opera cechoviana, qui il ricorso si fa più esplicito e Gogol’ diventa un emblema in grado di mettere a nudo le contraddizioni della realtà. |
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Alessandro
Monti Sottile e tormentato, il
romanzo L’omonimo di Jhumpa Lahiri fa piazza pulita delle cianfrusaglie
etniche e delle ormai logore convenzioni che rendono banali le vicende
amorose ed esistenziali degli emigrati indiani negli Stati Uniti, ben
oltre i patemi scontati del matrimonio combinato e dei conflitti tra
genitori legati alla tradizione e figli occidentalizzati. Il romanzo narra
la fallita educazione sentimentale del giovane Gogol, figlio di immigrati
bengalesi, così chiamato dal padre, salvatosi da un incidente ferroviario
grazie a un libro dello scrittore russo: i soccorritori si accorgono che l’uomo
è ancora in vita perché lo vedono muovere il volume. Vale forse la pena
di notare che Charles Dickens fu coinvolto in un disastro ferroviario:
chissà se la Lahiri avrà avuto in mente l’episodio, inserendo così
nel romanzo una citazione criptica.
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un’attesa
perenne […] una parentesi aperta in quella che era stata la vita
normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta,
sostituita da qualcosa di più complicato, e impegnativo". Con ottica
speculare, il figlio apprende, durante una conferenza sui romanzi indiani
in lingua inglese, che gli emigrati ABCD, American-born Confused/complicated
deshi: indiano disorientato/combattuto nato in America, non sono in grado
di rispondere alla domanda "Di dove sei?". Di ritorno da viaggi
periodici in India Gogol e famigliari "si sentono ancora di
passaggio, sconnessi dalle loro vite, […] racchiusi in un’intimità
che solo loro quattro condividono". Mi sembra che la morte del padre chiuda infine il cerchio stretto da tale intimità angusta e soffocante, che non è neppure nostalgia del passato: un vestito portato per una stagione ormai trascorsa e di colpo diventato ingombrante, inutile. Gogol è dunque il gemello di se stesso ipotetico, il doppio di un originale che è andato perduto, in una tragica commedia ormai senza scambi d’identità. Con Propositi matrimoniali di Kavita Daswani si ritorna invece nel romanzo etnico alla Bollywood, si veda il film Monsoon Wedding, con la commedia farsesca, ma a sdolcinato e convenzionale lieto fine, incentrata sulle grottesche peripezie per assicurarsi un marito decente di una giovane ricca di Bombay. L’atmosfera, che si vorrebbe sofisticata, in cui si svolge il balletto del "match-making", termine di Indian English con cui si designano le manovre di sistemazione matrimoniale, rimanda agli ambienti "urbanite" e "socialite", ossia dell’alta borghesia di Bombay, già descritti sino a esaurimento dai romanzi mondani di Shobha Dé. Tanto varrebbe tradurre gli originali, tipo Socialite Evenings, invece che proporre vulgate di seconda mano. Se non altro propositi matrimoniali è divertente senza prendersi troppo sul serio, come invece fa la Divakaruni con i suoi pastrocchi telenovelistici. Stupisce che recensori italiani abbiano commentato con fervore il romanzo: si tratta forse di un orientalismo di ritorno, incentivato anche da una certa prospettiva ambigua della scrittrice, che non si capisce bene se prenda in giro la sua cultura o se invece l’accetti e la salvi dopo averci riso sopra. |
Irene
Bignardi Da circa quattro anni
esiste un piccolo club ufficioso, quello degli ammiratori di Jhumpa Lahiri:
una giovane scrittrice indiana che, con il libro di racconti
"L'interprete dei malanni", ha conquistato un pubblico di
fedeli, oltre a vincere il prestigioso Premio Pulitzer. |
Perché suona strano, non è indiano e nessuno sa a cosa faccia riferimento. Il rifiuto del protagonista di chiamarsi Gogol e il suo ribattezzarsi Nikhil fanno da filo conduttore alla sua progressiva occidentalizzazione, al suo tentativo di americanizzarsi. Persino i suoi incontri con le ragazze di cui si innamora e disamora (come la fascinosa Maxine, che lo porta nel sofisticato mondo del Village) e al matrimonio con una ragazza indiana. Una scelta, quest'ultima, che sembrerebbe chiudere il cerchio con un ritorno alle origini. Non è così. Il tarlo dell' "altrove", il disagio della non appartenenza continuano a lavorare. Come il tormento del suo nome, di cui solo alla fine del romanzo, Gogol riesce a comprendere pienamente il senso e il messaggio. Finissima nell'analisi dei gesti quotidiani, nella descrizione delle motivazione, dei sogni che muovono i protagonisti della sua storia, Jhumpa Lahiri disegna con grande precisione e tenerezza umana un mondo di valori in bilico tra Oriente ed Occidente, fra tradizione e globalizzazione. Il risultato è un libro semplice e avvincente ai cui personaggi il lettore si affeziona come a persone reali. Come probabilmente sono.
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Sebastiano
Triulzi Estate del '95, New
Hampshire: in una piccola radura, circondata da un muro di pietra e
rivestita d'un legno ormai scolorito, c'è la casa-rifugio (quella delle
vacanze) di Gerald e Lydia. L'ora volge al desio e persino l'aria,
"dolce" e "pigra", appare in sintonia: seduti sulla
sdraio, i piedi nudi, i libri sparsi nell'erba, i due sorseggiano vino
godendosi lo spettacolo d'un grande intenso lago blu. Eppure l'occhio che
li osserva nota che sono abbronzati e dimagriti, nota che indossano
vestiti succinti: quando Gerald e Lydia si accorgono dei nuovi arrivati -
la figlia Maxine e il fidanzato Gogol - li accolgono con il più classico
dei "Benvenuti in paradiso". È questa una scena madre del
romanzo "L'omonimo" (Marcos y Marcos, trad. di Claudia Tarolo,
pp. 345, ¤15, 50), seconda prova, dopo "L'interprete dei
malanni", di Jhumpa Lahiri.
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rumorose cene con altri bengalesi, li ha sempre mal
sopportati. Ora è un architetto che vive a New York: nel mondo liberal di
Maxine, nel suo stile di vita fatto di vini delicati e forti, di
conversazioni su libri e mostre e buoni ristoranti, di risvegli nella casa
dei genitori in stile neo-greco dalle parti di Chelsea, e di discorsi,
l'estate, di notte, accovacciati sulle rive del lago, con gli occhi
rivolti alle stelle, Gogol crede di essere finalmente libero. Eppure non è così. Era stata sua madre, Ashima, a centrare il punto: "essere stranieri" è come "una gravidanza che dura tutta una vita - un'attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia". E poco importa se in questo romanzo postcolonialista, che parla di padri e di figli che divengono adulti e seppelliscono i padri, l'amara epifania di questa non-appartenenza giungerà per Gogol proprio con la morte improvvisa del padre; e poco importa, anche, di come un'altra casa (l'appartamento in cui aveva vissuto il padre negli ultimi mesi, e i suoi oggetti: la foto di famiglia sul frigo, un sacco di riso e uno di lenticchie, il Time accanto al letto) sarà agnizione per lui di quella incomunicabilità tra classi, vigente negli Stati Uniti: a noi preme riflettere proprio su quella condizione universale che è l'essere stranieri e che l'autrice restituisce come sfogliando un album di famiglia; sorta di docudrama senza conflitti, dove tutto si percepisce a un grado zero - ma non meno di zero - dei sentimenti. Ha notato Franco Cordelli come i racconti della Lahiri siano "votati alla normalità", confluiscano sempre "nel punto di stasi tra due nodi drammatici, là dove la vita quotidiana scorre nella sua uniformità". Non troveremo il maestro di scuola che tutti i giorni, alla stessa ora, apre le imposte di casa; né la guardia che attraversa ogni mattina la strada con la sciabola nel panciotto, né i cavalli di posta che di notte o di giorno si avviano sempre allo stesso stagno: eppure la sensazione è che qui (ma anche altrove) si voglia in un certo senso rifare il dramma borghese. Sostituendo tuttavia al canone dell'impersonalità quello dell'impermeabilità: dove i lettori, in questo universo in cui le cose accadono solo in superficie, trovano supremo conforto, ma restano, in profondità, come gli stessi protagonisti, sostanzialmente intangibili.
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Irene
Bignardi L’inizio della carriera
letteraria di Jhumpa Lahiri non avrebbe potuto essere più fortunato. Il
suo primo libro, L’interprete dei malanni, una serie di racconti
sulla nostalgia della diaspora indiana, sulla difficoltà di vivere
"altrove", sullo scontro tra due culture, quella della patria
bengalese e quella del benessere apparente del punto di arrivo nel mondo,
le ha conquistato immediatamente un premio Pulitzer – per non citare
altri riconoscimenti, come il premio del New Yorker al
"Debutto dell’anno", e il PEN/Hemingway Award. E da allora –
era il 2000 – esiste una sorta di piccolo club ufficioso, quello dei
suoi ammiratori.
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momento di un
terribile incidente ferroviario che ha rischiato di ucciderlo, era Gogol l’autore
che il padre stava leggendo. Questo nome bizzarro gli complica la vita –
ma è anche vero che assomiglia alla lontana ai nomi
"semplificati", come Ganguli, che gli inglesi del Raj si erano
inventati per rivolgersi ai bengalesi dai nomi troppo complicati per loro. Ed è da questo nome – e dal rifiuto del medesimo, dalla decisione del protagonista di ribattezzarsi Nikhil – che parte la sua ribellione e la sua progressiva e accidentata occidentalizzazione. Gogol-Nikhil vuole essere totalmente americano (lo è di nascita e di passaporto), essere "uguale", indistinguibile, omogeneizzato. Il suo processo di assimilazione passa attraverso gli incontri con le ragazze di cui si innamora e disamora – come la fascinosa Maxine, che lo porta nell’eccentrico mondo del Village – , culmina nel matrimonio con una ragazza indiana, che sembra chiudere il cerchio di un ritorno alle origini, incrocia i minuti e rispettosi scontri con la tradizione familiare, mentre il tarlo della non appartenenza continua lavorare, così come l’imbarazzo per il nome che i genitori gli hanno imposto, di cui solo alla fine del romanzo Gogol capisce pienamente il senso e il significato. Jhumpa Lahiri, forse per adesione personale all’esperienza umana che descrive, sa penetrare con grazia e finezza psicologica nel gioco di lealtà in conflitto, di esperienze quotidiane, di comici incidenti, di piccole tragedie che costeggiano la strada dell’americanizzazione (incompiuta) di Gogol, disegnando con tenerezza e precisione di sfumature un personaggio in bilico tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente, tra marginalità e voglia di appartenenza. E scrive con semplicissima eleganza, in un tempo presente che coinvolge lo spettatore come testimone di una storia umana che riguarda una così gran parte del mondo di oggi, diviso tra il sogno della globalizzazione e la dolceamara zavorra dei valori della tradizione. |
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Federica
Velonà |
la precoce consapevolezza di non volersi
accontentare del ristretto mondo dei propri genitori, con i loro amici
bengalesi, il loro estremo pudore di coppia, la loro nostalgia priva di
oggetto, ma anche la scoperta che non desidera essere incorporato nello
scintillante mondo di Maxine, la fidanzata newyorchese che sembra avere
"il dono di accettare la propria vita".La madre di Ashoke criticava la passione del figlio per la letteratura e
diceva che sarebbe morto con un libro in mano. Lui invece con un libro in
mano si era salvato.
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Grazia
Casagrande |
grazie
soprattutto alle due maternità, di inserirsi nella realtà in cui vive.
L'attenzione del lettore però è subito indirizzata verso il primogenito,
chiamato Gogol proprio in omaggio all'autore che in qualche modo era stato
il salvatore del padre. Il piccolo "omonimo", presa coscienza
della stranezza del suo nome, inizia a soffrirne moltissimo e da questo
fastidio ha inizio il suo graduale allontanamento dalla famiglia e dalle
tradizioni indiane. Anche il suo primo legame affettivo ha questa valenza:
Maxine e la sua famiglia rappresentano infatti una mentalità e una
cultura davvero all'opposto di quella in cui è cresciuto. La morte
improvvisa del padre provoca nel ragazzo un vero sconvolgimento
psicologico e lo induce a una particolare revisione della propria
vita. Quando si sposa Gogol (che nel frattempo ha cambiato il suo nome in quello di Nikhil) rientra, almeno apparentemente, nei canoni della tradizione. La sposa e la festa di nozze sono tipicamente indiane, ma la giovane moglie ha un passato (e un futuro) all'insegna della totale aspirazione alla libertà e all'insofferenza per legami stabili. Il romanzo si conclude con la visione di una festa natalizia in cui è riunito ciò che resta della famiglia e con l'esigenza di Gogol/Nikhil di ritrovare, attraverso la lettura de Il cappotto, un nuovo interiore contatto con il padre e con la sua stessa identità. La bella traduzione permette al lettore di cogliere le varie sfumature psicologiche dei personaggi, pur nella sobrietà dello stile e nella scelta dell'autrice di descrivere per fatti piuttosto che per riflessioni o commenti. Il tipo di inserimento sociale qui descritto è relativo a una classe colta e di certo privilegiata di emigranti per la quale non c'è la preoccupazione del denaro o del lavoro, ma che ha la capacità e l'intelligenza di intrecciare diverse esperienze e diverse culture senza perdere di vista la ricchezza di cui è portatrice. |
| Raffaella
Arnaldi Pulp gennaio 2004 Con L'omonimo, sua seconda opera dopo il Pulitzer 2000 L'interprete dei malanni, Jhumpa Lahiri torna ai temi che l'hanno resa cara ai lettori dei precedenti racconti. Se allora l'essere trapiantati in terra straniera dei suoi protagonisti era più spesso lo sfondo su cui articolare un discorso su sentimenti diversi, qua è l'interesse principale dell'autrice, che dichiara esplicitamente di raccontare della stessa condizione di "esilio emotivo" vissuta dai propri genitori, bengalesi immigrati negli U.S.A. Gogol, il giovane protagonista, condivide con la Lahiri l'appartenenza alla "seconda generazione", quella dei figli di immigrati, che faticano a trovare un punto di contatto con le tradizioni e le nostalgie dei propri congiunti, e che lottano per trovare una identità propria. Nel romanzo il simbolo di questo conflitto interiore è il nome stesso del protagonista, distante da entrambe le culture, indiana e statunitense, |
fonte di
imbarazzo e di incertezza per il giovane, chiamato con il cognome di uno
scrittore russo per motivi che per molti anni gli saranno oscuri. Scoprirà
che la via per l'identità vuole dire anche reinventare se stessi.Se
Jhumpa Lahiri aveva già dimostrato un profondo talento per le storie
intime di relazioni ed incomunicabilità, con una visione lucida e
disincantata che sfiorava la crudeltà, qui mostra in più di avere
acquisito una matura, dolente dolcezza. Nel respiro più ampio del romanzo
l'autrice riesce a seguire Gogol e gli altri personaggi stando al passo
delle loro vite quotidiane, ad appassionare il lettore senza bisogno di
scorciatoie, né di una trama artificiosamente complessa. La sua scrittura
gode dell'apparente semplicità di chi è perfettamente padrone dei propri
mezzi (come già mostrava L'interprete dei malanni), mai banale né
casuale. Lontana dal folklorismo e dall'anodinità di altri libri (e film)
di autori di origine indiana presto "globalizzati", la voce della Lahiri è una boccata d'aria rinfrescante, lo stimolo dialettico di cui il panorama letterario ha costantemente bisogno.
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Michiko
Kakutani Jhumpa Lahiri's quietly
dazzling new novel, "The Namesake," is that rare thing: an
intimate, closely observed family portrait that effortlessly and
discreetly unfolds to disclose a capacious social vision. |
Which was
preferable, a live Christmas
tree or an artificial one? They learn to roast turkeys, albeit rubbed
with garlic and cumin and cayenne, at Thanksgiving, to nail a wreath to
their door in December, to wrap woolen scarves around snow men, to color
boiled eggs violet and pink at Easter and hide them around the
house."But while their house
on Pemberton Road looks like all the other houses on the street, while
the Ganguli children take bologna and roast beef sandwiches to school
like all their friends, the family never feels quite at home in the cozy
suburb. News of their relatives in India comes through the mail or
noisily by phone in the middle of the night, and there is always the
sense of making do and making substitutions.
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