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DAVIDE LONGO Recensioni
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| Marco
Belpoliti L' Espresso |
Giovanni
Pacchiano Il sole 24 ore |
Ermanno
Paccagnini Corriere della Sera |
Mario
Baudino Specchio |
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Giulia
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Marilia
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| Marco
Belpoliti L’Espresso dicembre 2004 GIALLO COME IL DESTINO Davide Longo è uno scrittore dal passo lento e calmo e dal periodare breve e secco. Scrive badando a dire solo l’essenziale, così che le sue opere possiedono una moralità intrinseca, la stessa che si ritrova nei racconti di Silvio D’Arzo. Al suo secondo romanzo, "Il mangiatore di pietre", Longo conferma di amare i personaggi solitari e duri, perdenti di qualità. Così era Pietro, protagonista di "Un mattino ad Irgalem", e così e Cesare, il contrabbandiere di una valle del Piemonte al confine con la Francia, protagonista del "Mangiatore di pietre". Il libro racconta una storia gialla; inizia infatti con un omicidio, quello di Fausto, un giovane spallone a cui Cesare, che lo ritrova riverso nel torrente, è legato sin dalla nascita. Come nei gialli di Simenon, in questo romanzo il delitto è il modo per far venire a galla i rapporti tra le persone, le amicizie, gli odi e i tradimenti di una piccola |
comunità. Funziona proprio perché il delitto nonè lo scopo, il fine del racconto, con i suoi portati di esagerazione, come accade in molta letteratura noir di oggi, ma una forma necessaria che non prevarica mai i personaggi. Longo possiede uno sguardo austero, una visione del mondo che mescola malinconia e severità, struggimento e senso del destino. Questo perché la lingua che usa è asciutta come la storia che racconta. Per fare un paragone, Longo scrive nello stesso modo in cui Morandi dipinge le sue bottiglie: meditando. Tuttavia le riflessioni non sono mai nel quadro, o sulla pagina, bensì fuori, al di là; si trovano a portata del lettore, ma bisogna incamminarsi per raggiungerle, come accade in tutti i romanzi che hanno al centro l’idea di destino. La storia di Longo è imperniata su un doppio destino, quello di Cesare, uno di quei déraciné che possiedono una propria radice in un passato perduto, nel mondo contadino e nel paese, e Sergio, un giovane che ne ripercorrerà inconsapevolmente i passi. "Il mangiatore di pietre" è un libro vero, leggerlo significa incontrare un mondo, un piccolo cosmo. | ||
Giovanni Pacchiano Il sole 24 ore novembre 2004 STORIA DI ANIME FUGGITE DA UN CONFINE Valle Varaita, in Piemonte, ai confini con la Francia, verso la fine degli anni Ottanta. Un gruppetto di persone sta salendo con fatica verso il colle, oltre il quale c’è la frontiera: sono uomini, donne e due bambini, clandestini extracomunitari. Li accompagnano due passeur, un uomo di mezza età e un ragazzo, o poco più. È una splendida notte di luna d’autunno; con la neve che è un "vetro purissimo", su cui passa l’ombra di qualche nuvola; è l’incanto della natura, dolorosamente astratta rispetto alle sofferenze del mondo. Li vediamo arrivare sul colle, poi piegare verso una cresta esposta: di lì restano tre ore di discesa per raggiungere la salvezza. Ma rimbalza nell’aria una detonazione: c’è qualcuno che gli sta sparando addosso, appostato dietro una roccia. Ecco il gruppo sbandarsi nel panico: c’è chi dietro il passeur più anziano, Cesare, s’è gettato giù dal versante francese; mentre Sergio, il ragazzo, è scivolato senza controllo per un angusto canalone. Sulle spalle ha un bambino piccolo, la cui giovane sorella (occhi bruni, bellissime, impassibile, e "labbra di legno scuro" che lo hanno fatto innamorare) si è buttata appresso a lui, sino in fondo, a un falsopiano. Per fortuna sono illesi. E però chi ha sparato è ancora là in alto, dietro il suo riparo… È la scena più bella ed emozionante dell’ottimo, sorprendente romanzo (il secondo, dopo l’esordio di Un mattino ad Irgalem, una convulsa storia africana) di Davide Longo, Il mangiatore di pietre. Un romanzo costruito con notevole, voluta sobrietà di mezzi; con scrittura nitida, fatta di brevi frasi e molti a capo: intervalli che cantano, riempiti dell’attesa di qualcosa che deve arrivare. |
C’è in questa storia di anime fuggitive
– e non solo i clandestini, ma, anche e soprattutto due passeur,
che sono i protagonisti del libro - , il modello della grande narrativa di
confine di Francesco Biamonti. Un autore fra i pochissimi eccellenti
scrittori italiani di fine millennio e ancora non abbastanza riconosciuto.
Che, ligure dell’estremo ponente, ha ambientato parecchie delle sue
trame (d’obbligo leggere almeno il suo capolavoro, Vento largo)
nel mondo di una frontiera ancora chiusa tra Italia e Francia: teatro di
oscuri, spesso drammatici passaggi di notte. Storie vissute con un
malinconico e insieme furibondo lirismo. C’è un lirismo, forse più compresso, ma altrettanto doloroso, nel libro di Longo. Che è anche vicenda di stagioni, di cieli, di laboriose vite in valli che si spopolano. Ma è anche romanzo di molte ombre e poche fioche luci (il motivo ossessivo delle finestre da cui i personaggi vivono, più che vedere, uno squarcio di mondo; così come le nuvole d’improvviso si aprono a rivelare tratti di cielo azzurro: piccole, enigmatiche epifania). E che narra le storie parallele, ma destinate ad incontrarsi, di due personaggi. Uno è Cesare, detto il Francese. Che ha alle spalle una giovinezza di duro lavoro, poi di galere (ingiusta) a Marsiglia. Ritornato al paese, ha fatto per molti anni il passeur, s’è sposato per amore, ha perso la mogli, Adele, e ogni giorno vive nel suo rimpianto, lasciandosi andare. L’altro è Sergio , un ragazzo che è turbato dal ricordo martellante della madre: lei, un giorno, bruscamente, ha lasciato la famiglia; ora vive a Marsiglia, facendo la cameriera. L’assassino misterioso del giovane e ambiguo passeur Fausto, che, figlio della civiltà di oggi, è invischiato anche in traffici di droga, indurrà Cesare e Sergio a portare a compimento il suo ultimo "lavoro", lasciato a metà. E sarà per entrambi, lungo la resta del confine, il passaggio decisivo della loro vita. |
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| Ermanno
Paccagnini Corriere della Sera novembre 2004 AMORI E VENDETTE DEL PASSEUR OCCITANICO Accolto calorosamente all’esordio con Un
mattino ad Irgalem , col Mangiatore
di pietre Davide Longo (1971) offre un romanzo scabro, essenziale,
ma affascinante per la risonanza amplificata creata da tale essenzialità.
Un romanzo di dosati silenzi e minuziosa costruzione di scene (Longo è
pure sceneggiatore e regista di cortometraggi).
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confine di McCarthy) e nel ricordo
della moglie morta, ferita mai rimarginata (soli momenti di dolorosa
elegia), il suo passato di profugo a Marsiglia e di passeur,
decidendo di concludere quest’ultima missione di Fausto e svelare il
mistero della sua morte. Ne viene un romanzo ove la trama da noir vellutato si fa sottofondo per un universo di psicologie, amori e rancori, riconoscenze e vendette. Con personaggi come Sergio, poco più che ragazzo, emblema di una generazione che vuole rompere il guscio del chiuso e duro mondo valligiano fatte di violenze affettive per assaporare la vita. O Sonia, commissario venuto da fuori, il cui montante affetto per Cesare la introduce in quel mondo dai destini crudi e spietati. O un universo paesano capace di sentimenti ancestrali e crudeli. Un romanzo sul trasmigrare (lineare o adulterato) tra generazioni di tradizione e soprattutto valori, modi di essere e vivere d’una terra. Un romanzo di figure che parlano soprattutto con gli sguardi. E di silenzi. Dove fondamentalmente è lo stile: dalla scrittura eloquentemente reticente, in cui il non etto intensifica la trama. Uno stile ricco di sospensioni, che richiama il Biamonti scrittore di confine (e narratore di passeur in Le parole la notte) ma con effetto e ritmo tutto proprio a Longo. Grazie anche alla scrittura: di grande nitore, pur nell’impasto di italiano classico e del patois di quelle valli occitaniche. |
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| Mario
Baudino Specchio ottobre 2004 Una trama noir sullo sfondo della Val Varaita nel Cuneese. Arriva il nuovo, sorprendente romanzo di Davide Longo.
Ha il fisico asciutto e l’aspetto
del montanaro, anche se è nato a Carmagnola, nella campagna di pianura,
sotto Torino, tra fabbriche, supermercati e campi dove si continuano a
coltivare i celebri peperoni locali. Del montanaro ha anche l’aria di
vaga solitudine, il riserbo sorridente e un po’ brusco: proprio come i
suoi personaggi, quelli almeno di Il mangiatore di pietre, che esce
in questi giorni per Marcos Y Marcos. Davide Longo, 33 anni, professore di
lettere con giovane moglie e figlia piccolissima (Emma ha 11 mesi), ex
allievo della scuola Holden, quella fondata da Alessandro Baricco,
giocatore di basket, musicista e sceneggiatore, è piaciuto molto alla
critica con il suo libro di esordio, Un mattino a Irgalem, che ha
vinto il Grinzane Cavour-opera prima ed è stato tradotto in Francia. L’eco di Francesco Biamonti Sembra di sentire parlare "l’attore giovane" del libro, Sergio, che venera come un maestro un uomo dalla dura scorza, Cesare, per molti anni passeur, uno che guidava oltre confine, in Francia , gruppi di clandestini. Cesare conosce tutti i sentieri, tutti gli scoscendimenti, tutti i "cumbo", i mille vallonetti che solcano le pendici dei monti. Sa anche di essere l’ultimo, uno che chiude una porta, una storia; l’ultimo della sua |
razza di taciturni
maestri. E se nel suo nome risuona il ricordo di un altro Cesare, che non
faceva il passeur "ma era un ex alpino di Saluzzo, l’uomo
che mi ha davvero insegnato a camminare", nel soprannome, "il
Francese", c’è come l’eco di un grande scrittore scomparso, che
tra Bordighera e Ventimiglia tutti chiamano"Fransé".
Davide Longo ammette: "Francesco Biamonti è uno degli scrittori che
ho amato di più". E si vede. Sembra quasi un passaggio di consegne
quello tra il compianto autore dell’Angelo di Avrigue o di Vento
largo e il giovane romanziere. Tutti e due sul confine, intrisi d’Italia,
di Provenza e di Francia, lirici ed essenziali, abituati a lavorare di
scavo.
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| Dario
Olivero repubblica.it ottobre 2004 Ci sono libri che fanno pensare che la narrativa italiana esiste ed è in buona salute. Come Il mangiatore di pietre di Davide Longo (MarcosYMarcos, 13,50). La struttura è noir con tanto di cadavere di un pregiudicato scoperto con due colpi di fucile mentre viene trascinato in un fiume di montagna. Il suo amico Cesare, finito |
a vivere su quei monti piemontesi dopo un passato
triste e burrascoso e un presente ancora intorbidito si accollerà di
scoprire la verità su quella morte. Ma sarebbe fare un torto a Longo definire la sua storia solo un noir. Cesare è un personaggio complesso, solo e triste che si specchia in quelle valli e in quelle montagne. Nei grappini e nella sambuca dei vecchi al bar, negli occhi della sua cagna nel lavello della sua cucina con i piatti sporchi di cene solitarie, nella neve che cade. Un discorso infinito e silenzioso. Senza aggettivi. |
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Giulia
Mozzato "Avrebbe potuto dire che era caduto per distrazione, oppure che un malore gli aveva fatto mancare le gambe. Ma Lino sapeva che la gente come Fausto non cade e non ha gambe che mancano. L’unica era che avesse deciso lui di vedere per ultima quella rocca e quel pezzo di bosco." Un romanzo di confine, forse
si potrebbe definire così questo testo di Davide Longo. Un romanzo
che odora di Piemonte, di quelle terre montane dure, aspre, difficili, a
volte ostili e di quella gente
abituata a essere sempre "in prima linea", la linea di un
confine che non si vede ma si sente
nell’animo. Gente che parla poco, che non riesce a esprimere sentimenti
e passioni, che vive con forza il
senso del dovere e male quello del piacere, che si arrabatta per
la sopravvivenza facendo persino lavori che superano il limite della
legalità e sforano in un altro
mondo, anche in questo caso al di là del confine. Chi non è emigrato
superando le montagne verso la
Francia o attraversando l’oceano per sbarcare in Argentina, deve fare i
conti con le risorse, scarse e povere, di
valli come quella in cui s’ambienta la nostra storia, la
Val Varaita. E deve trovare attività che siano più redditizie, come il
contrabbando. Davide Longo conosce
bene la
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montagna e lo spirito di chi la abita, ne individua i colori, gli odori, i suoni tra silenzio e grida di animali, sa come si vive e come si muore tra rocce e dirupi: ci racconta la tragica fine di Fausto, un passeur ucciso con due colpi di fucile, e le giornate di chi vuole capire il senso di questo delitto e indaga con fatica tra le montagne, nell’ombra che ne avvolge le strette e umide valli. L’inchiesta, affidata a un commissario imperscrutabile e diffidente, si svolge sul piano ufficiale, ma il lettore ne segue le tracce anche attraverso le indagini personali e i ricordi di chi ha conosciuto la vittima, primo fra tutti l’amico Cesare e poi Sergio, appena un ragazzo, testimone di un evento determinante in questa vicenda e, ancora, tutti i compaesani: qualcuno sa e non parla, altri sembrano non immaginare le cause di quell’omicidio. "Sono stati quelli del suo giro a fargli il servizio". Questa è la voce che corre in paese, questa è la traccia che cerca di seguire Cesare, malgrado le intimidazioni, per dare un senso alla morte dell’amico. Ecco: l’amicizia antica e la solidarietà, l’amore tra genitori e figli, tra marito e moglie sembrano sentimenti quasi sconosciuti in queste valli, tra queste pietre. La loro intensità, ci dice Davide Longo, va misurata in altro modo, non con i parametri abituali, ma scavando nel profondo, sotto il ghiaccio e la neve, come fa lui in questo noir che va indubbiamente molto oltre i limiti, i confini del romanzo di genere. | ||
| Piero
Negri Rolling Stone novembre 2004 Fedele allo spirito del mondo che racconta, le montagne tra Piemonte e Francia, questo romanzo di Davide Longo è benedetto da una scrittura ispirata, tutta dettagli e primi piani, chirurgicamente precisa, perfetta. E' una storia di confine, in tutti i sensi: tra paese e paese, tra un prima e un dopo, il tempo del |
contrabbando e dell'emigrazione, giustamente raccontato con un passato remoto che sigilla per l'eternità ogni azione, ogni singola parola. Sono poche, le parole. Poche quelle che si dicono i personaggi, poche quelle che il narratore usa per raccontare una storia di amori silenziosi e violenze efferate. In cui il sesso è così, "incerto come il tempo nei giorni a cavallo tra due stagioni. Lui mise quel che ricordava di sapere di una donna, lei rallentò i gesti per lasciargli il tempo di cercare ma si scoprirono presto soli". | ||
| Fulvio
Panzeri Famiglia Cristiana novembre 2004 IN MONTAGNA COL "PASSATORE" Davide Longo è una delle scoperte più
sorprendenti degli ultimi tempi. Ha solo 33 anni, ma, dopo la scuola
Holden di Baricco, si è imposto con il primo romanzo, Un mattino a
Irgalem, pubblicato da Marcos y Marcos nel 2001 e che dopo il successo di
critica in Italia è stato da poco tradotto in Francia, ricevendo
altrettanti consensi.
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Con il suo nuovo libro, l’autore piemontese aggiunge un tassello vivo e
interessante alla ricerca su questo tema, disegnata negli ultimi romanzi
di Francesco Biamonti, che ci raccontava i sentieri notturni in un’ottica
totalmente ligure. Del resto Biamonti è uno degli scrittori amati da
Longo, il quale qui ci racconta di Cesare, della sua baita solitaria,
della scoperta del cadavere dell’amico Fausto che ostruisce la sorgente
che porta l’acqua nel suo rifugio. C’è anche il giovane Sergio che guarda al "passatore" Cesare come a un maestro e di cui, nel corso del romanzo, seguiamo le difficile scelte, in parallelo alle indagini sull’omicidio di Fausto. Il mangiatore di pietre è un romanzo di forte realismo. La montagna, oltre che ambientazione della vicenda, finisce per essere l’anima stessa della scrittura, con i suoi picchi di solitudine, con la sua durezza, con la crudeltà che spesso cela. Impone Longo come un dei veri "nuovi" narratori di talento, capace di restituirci l’anima di una realtà che, pur se lontana, ci riguarda da vicino. |
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| Bruno
Quaranta La Stampa ottobre 2004 L’ULTIMA VOLTA DEL PASSEUR OCCITANO Che cosa manca a Davide Longo? Che cosa
mancava nel Mattino di Irgalem, pur intonata storia coloniale? A mancare
è la confidenza con uomini e cose, è come se fra lo scrittore e il mondo
da lui raccontato si ergesse una vetrata, invalicabile, infrangibile. Non
bastano le diottrie al diapason né l’assoluta visibilità per afferrare
il fuoco, il sangue, il gelo fuori di casa. |
dà di
piccone su una pietre e le schegge saltano intorno e possono
ferire"), attira in scena Cesare, il Francese, una ruvida educazione
marsigliese, schedato oltralpe come sovversivo, le gitanes come un amuleto
fra le labbra, un orecchio mozzato. Fu lui a "insegnare" i
sentieri a Fausto (una volta li percorrevano le carovane del sale), sarà
lui, con il giovanissimo Sergio, il "testimone", a ultimare la
missione lasciata in sospeso dal "fuorilegge". Di agguato in
agguato verso il confine, sentendo di "appartenere a una lunga catena
di uomini che si erano spostati di notte, avevano cacciato e scrutato
nascosti nel buio fuochi accesi da altri", accompagnando innominati
"che erano stati soldati o venivano da una terra dove lo erano
tutti" (ma il caduto – qualcuno rivelerà – "s’era messo a
passare quella roba. Io con quella non ci ho mai avuto a che fare perché
prima ammazza chi la prende e poi chi la porta"). Tra coltello e grilletto oscilla Cesare, custodendo in un remotissimo forziere interiore l’ovale di lei, Adele, la moglie, onorandola in una fedeltà postuma, inseguendo ("rimase ad aspettare che il sole scomparisse nella pietra"), un crepuscolo, un passo d’addio, "senza rimorsi". Avanzando, Davide Longo restaura (qui eccelle) un microcosmo in estinzione o già estinto, su cui soffia il marin, dove si sbatte la porta per dire che si è in casa, e la segatura fresca copre il pavimento dell’osteria. E, arroccate in questo paesaggio, loro, le anime e la fabula, fili di ferro volutamente esili (l’urgenza etica ed estetica di levare), ma non sempre essenziali. Alla tortuosa ricerca di sé. Non sempre il giacomettiano ideale, il miracolo, si compie: "Grattare fino all’osso, fino all’indistruttibile". |
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