LUKE RHINEHART
L'uomo dei dadi


Recensioni

 

Ruggero Bianchi
Tuttolibri/La Stampa 
maggio 2004

Un romanzo dell’America Anni 70, una perfida satira che coinvolge hippy e zen, mode e illusioni che hanno per sola regola il Caso.
VOCE narrante e protagonista assoluto di L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart è Luke Rhinehart. Nella vita, Rhinehart (che in realtà si chiama George Cockroft) è un ex-docente di psicologia presso la Columbia University e altre seriose università americane, che ha deciso di lasciare l’insegnamento per vivere a bordo di un trimarano e frequentare le comunità hippy in ogni angolo della terra. Nel romanzo, che risale ai primi anni ‘70, è invece uno psicoanalista affermato che, attratto dalla filosofia zen, dal fascino dell’Yi-ching e dalle suggestioni più eretiche delle teorie di Reich e di Laing, decide di praticare in prima persona, fino alle conseguenze estreme, una singolare variante della teoria del caso da lui casualmente scoperta, con risultati (naturalmente!) del tutto imprevedibili. I dadi cui a poco a poco decide di affidare ogni scelta anche minima lo condurranno infatti in un primo momento a sacrificare e perdere tutto - famiglia, professione, amicizie, prestigio, dignità e potere - per poi tutto recuperare all’ennesima potenza, in attesa che nella sua esistenza si spalanchino nuove, inimmaginabili pagine del suo singolare "Libro dei Mutamenti". Giocando su un beffardo gusto dell’eccesso di sapore quasi rabelaisiano, L’uomo dei dadi si presenta fin dall’inizio come un lavoro perfido e irriverente che annienta sia in chiave ideologica ed etica sia a livello verbale ogni concetto di limite, escludendo in una sorta di estasi dionisiaca e dissacrante l’idea stessa di proibito dal proprio orizzonte mentale e comportamentale. Un atteggiamento che nasce da un ragionamento semplice in se stesso ma apocalittico nelle sue applicazioni: il disagio mentale e sociale scaturisce dalla depressione e dalle frustrazioni di un ego compresso e insoddisfatto, che per realizzarsi o comunque omologarsi deve sempre porsi in conflitto con altre pulsioni più o meno latenti al suo interno e che pertanto si autocondanna all’infelicità. Ma se affidiamo ogni nostra scelta a un "altro" (il caso,

il lancio dei dadi), ci sottraiamo alla tirannia dell’io e a qualsiasi responsabilità, ci trasformiamo in esecutori di una volontà "esterna" che ha tutti i requisiti di Dio, sia pure un dio capriccioso, profanatorio e amorale. Basta insomma riscrivere i testi sacri, a cominciare da quelli biblici, sostituendo al nome di Dio il verbo de Caso. Questo appunto fa Luke Rhinehart, "l’uomo dei dadi", in un crescendo frenetico e delirante che lo porta a sottomettersi con l’assoluta dedizione del più devoto degli anacoreti ai comandamenti più materialistici e profani del suo Signore del Gioco: promiscuità, devianza sessuale, stupro, delitto, follia. E siccome chi scopre nuove verità è ansioso di insegnarle agli altri e di diffonderle, il neofita si fa ben presto apostolo e missionario del nuovo vangelo, rischiando così di minare i fondamenti stessi della convivenza civile e di spianare la strada all’avvento del Caos e al crollo dell’Occidente.In questa perfida satira di taglio e dimensioni ciclopiche e dagli obiettivi ambigui se non contraddittori (la nuova psicologia con le sue concessioni alle mode e le sue divagazioni nei territori del magico e delle scienze eretiche; la cultura degli hippies con le sue derive radical chic o psichedeliche; il perbenismo asfissiante della "sana" democrazia americana con i suoi orientamenti neofondamentalisti o comunque sottilmente illiberali e le sue miopi regolamentazioni della political correctness), il discorso e il percorso di Rhinehart si snodano con esilarante coerenza e irridente lucidità per i sentieri di un tragicomico avvincente che pone il lettore in un divertito e preoccupato conflitto con se stesso, i propri gusti e i propri valori. Divertito, perché il vortice del racconto, grazie anche a una comicità trascinante che investe la qualità stessa della scrittura, non gli dà respiro né gli consente di emettere giudizi o di avventurarsi in valutazioni etiche. Ma proprio per questo, magari nelle pause tra un capitolo e l’altro, preoccupato, allorché avverte a mente fredda di subire placidamente le tentazioni di tutti i classici peccati capitali: di esser sull’orlo, tra uno sghignazzo e l’altro, di lasciarsi sedurre da ogni forma possibile di vizio contro ogni possibile virtù.



Scheda del libro

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