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LUKE RHINEHART Recensioni
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Ruggero
Bianchi Un romanzo dell’America Anni 70,
una perfida satira che coinvolge hippy e zen, mode e illusioni che hanno
per sola regola il Caso. |
il lancio dei
dadi), ci sottraiamo alla tirannia dell’io e a qualsiasi
responsabilità, ci trasformiamo in esecutori di una volontà
"esterna" che ha tutti i requisiti di Dio, sia pure un dio
capriccioso, profanatorio e amorale. Basta insomma riscrivere i testi
sacri, a cominciare da quelli biblici, sostituendo al nome di Dio il verbo de
Caso. Questo appunto fa Luke Rhinehart, "l’uomo dei dadi", in
un crescendo frenetico e delirante che lo porta a sottomettersi con l’assoluta
dedizione del più devoto degli anacoreti ai comandamenti più
materialistici e profani del suo Signore del Gioco: promiscuità, devianza
sessuale, stupro, delitto, follia. E siccome chi scopre nuove verità è
ansioso di insegnarle agli altri e di diffonderle, il neofita si fa ben
presto apostolo e missionario del nuovo vangelo, rischiando così di
minare i fondamenti stessi della convivenza civile e di spianare la strada
all’avvento del Caos e al crollo dell’Occidente.In questa perfida
satira di taglio e dimensioni ciclopiche e dagli obiettivi ambigui se non
contraddittori (la nuova psicologia con le sue concessioni alle mode e le
sue divagazioni nei territori del magico e delle scienze eretiche; la
cultura degli hippies con le sue derive radical chic o psichedeliche; il
perbenismo asfissiante della "sana" democrazia americana con i
suoi orientamenti neofondamentalisti o comunque sottilmente illiberali e
le sue miopi regolamentazioni della political correctness), il discorso e
il percorso di Rhinehart si snodano con esilarante coerenza e irridente
lucidità per i sentieri di un tragicomico avvincente che pone il lettore
in un divertito e preoccupato conflitto con se stesso, i propri gusti e i
propri valori. Divertito, perché il vortice del racconto, grazie anche a
una comicità trascinante che investe la qualità stessa della scrittura,
non gli dà respiro né gli consente di emettere giudizi o di avventurarsi
in valutazioni etiche. Ma proprio per questo, magari nelle pause tra un
capitolo e l’altro, preoccupato, allorché avverte a mente fredda di
subire placidamente le tentazioni di tutti i classici peccati capitali: di
esser sull’orlo, tra uno sghignazzo e l’altro, di lasciarsi sedurre da
ogni forma possibile di vizio contro ogni possibile virtù.
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