LA PIÈCE DI DÜRRENMATT MESSA IN SCENA DA GUICCIARDINI CON RIGILLO
L’ Imperatore che svendeva gli eroi
In assenza di fonti primarie di rilievo, a Romolo Augustolo nel suo Decadenza e
caduta dell’ Impero romano Edward Gibbon dedica mezza riga. Questo vuoto, per Friedrich Dürrenmatt, deve essere stato uno stimolo. Fu l’ ultimo imperatore e di lui nulla ci viene tramandato! Nulla o poco, beninteso.
Abbastanza, in ogni caso, perché Romolo, un nuovo e paradossale Marco Aurelio, possa ordinare che in attesa dei
terribili Germani vengano distrutti gli archivi. Tanto, commenta, ci penseranno
gli storici futuri. Sto parlando di Romolo il Grande, che Dürrenmatt scrisse nel 1949 e ora ripropone Roberto Guicciardini. Torno a vedere
questa commedia, tra le sublimi del Novecento, a distanza di ventitrè anni: nel 1984 ne era regista Giovanni Pampiglione e protagonista Mario
Scaccia. Il problema di Romolo il Grande è enunciato dal suo autore: è che l’ imperatore non diventi «troppo presto simpatico al pubblico». Il senso della commedia, in quel catastrofico crepuscolo di Roma, è proprio questo, che nulla vi può essere di divertente e, pure, tutto lo è, o lo diventa, per virtù di Dürrenmatt, o per virtù del suo filosofico eroe. Secondo Guicciardini (ma non capisco se si riferisca
allo spettacolo o al testo), l’ ideale di eroismo di Romolo «si propone al pubblico in maniera molto divertente: l’ idea centrale della commedia, quella dell’ eroe misconosciuto da tutti nella sua vera grandezza, viene esposta facendo uso
di gag cabarettistiche e di esagerazioni grottesche». A chiunque Guicciardini si riferisca, io queste gag per fortuna non le ho
viste, men che meno se ne leggono nel testo. Romolo, dice Dürrenmatt, «è un tipo spiritoso, rilassato, umano»; ma anni dopo preciserà che per lui non si tratta di «presentare un uomo spiritoso». E Mariano Rigillo cammina proprio così, sul filo del rasoio. Lascia cadere le sue perle, dice le cose più tremende (dal punto di vista dell’ ovvietà bellico-storica) ma sembra tenere in serbo qualcosa per dopo, qualcosa di più pepato, di più pungente, una sorpresa. Insomma, Romolo Augustolo spenna la sua corona d’ oro; abbatte gli idoli; svende i busti degli eroi e dei poeti; demolisce l’ idea che vi siano cose più importanti della pollicoltura, cui si dedica, e del giardinaggio; comunica alla
figlia (Liliana Massari) che la fedeltà all’ uomo amato è più importante della fedeltà alla patria, soprattutto a una patria che più non esiste; chiarisce alla moglie (Anna Teresa Rossini) che il loro fu un
matrimonio di convenienza: lei voleva diventare imperatrice, lui si proponeva
di liquidare Roma e la romanità. Il massimo degli effetti di scandalo Romolo lo ottiene quando al fidanzato
della figlia Emiliano (Pietro Faiella), un soldato valoroso di fronte all’ avanzare di Odoacre, confida: «In te scorgo la più grave e decisa obiezione contro chi, come me, non intende opporre resistenza,
perché in te vedo l’ uomo che subisce continuamente violenza, la vittima del potere tante volte
disonorata e offesa». Ma poco dopo lancia il suo finale atto d’ accusa a Roma, vera fonte della violenza da Emiliano subita. Poche settimane fa
ci siamo imbattuti nell’ Eliogabalo di Artaud messo in scena da Luigi De Angelis. Mi ha fatto molta
impressione, a distanza ravvicinata, incontrare il Romolo di Dürrenmatt. Quell’ Eliogabalo era estremista e sanguinario (per le sue complesse ragioni) e perciò stesso affascinante. Questo Romolo è estremista e deciso a vendere cara la pelle per difendere le ragioni sue, di
non resistente, di non belligerante. Artaud scriveva prima della guerra. Dürrenmatt subito dopo. Proprio perché meno fiammeggiante di Eliogabalo, proprio perché è com’ è, diretto, quieto, chiaro fino all’ oltraggio, ritengo Romolo più profondo e più toccante. ROMOLO IL GRANDE di Dürrenmatt/Guicciardini Teatro Argentina di Roma
Cordelli Franco
18 marzo 2007 - Corriere della Sera