pedro lemebel

Ho paura torero

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Fiorella Fumagalli, Tuttomilano - La Repubblica, gennaio 2012
Pedro Lemebel, Il Manifesto, luglio 2010

Ana Ciurans, Blow up, gennaio 2010, intervista
Fabio Bozzato,
Alias, gennaio 2010, intervista 1 parte 2 parte
Alfredo Ronci, Il paradiso degli orchi, settembre 2009 
Antonella Ottolina, "A", giugno 2007

Bruno Arpaia,
Il Sole 24 ore, giugno 2006

Linnio Accorroni,
Stilos, giugno 2006
Sebastiano Triulzi, L'Espresso, giugno 2004 
Mia Peluso,
La Stampa Tuttolibri, giugno 2004

Alessandra Orsi, Marie Claire, giugno 2004

Grazia Casagrande, Alice.it, giugno 2004
Enzo di Mauro, Alias, maggio 2004
Benedetta Marietti, La repubblica delle donne, maggio 2004

 

il parere dei lettori

Gruppo di lettura reale di Anobii Milano detto Milanobii, ottobre 2011
Benedetta Marietti
La Repubblica delle Donne
maggio 2004

In questo esordio del 2001, ambientato al tempo dell'attentato al dittatore,
lo scrittore "en travesti" Pedro Lemebel miscela bene impegno e mélo" gay.
Siamo nell’86, in una Santiago primaverile, sconvolta da cariche dell’esercito, manifestazioni di protesta in nome dei desaparecidos, slogan di libertà, mobilitazioni sindacali e marce studentesche. In una soffitta macilenta in un quartiere in rovina vive la Fata dell’angolo, travestito di mezza età dall’animo sensibile. È proprio a casa sua che Carlos, un militante del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, conosciuto per caso, si riunisce clandestinamente con i compagni rivoluzionari. Stanno preparando un attentato (che poi fallirà miseramente) contro il dittatore cileno Pinochet, ormai in carica da tredici anni. Pur intuendo la verità, "lei" non gli fa domande, perché sia accontenta di avere vicino quel giovane sensuale e affascinante.  

 




Lui va avanti per la sua strada ma si lascia corteggiare dalla leggerezza e dalla follia di quella "donna" così dolce e servizievole. E così intorno all’amore sofferto e impossibile di questa coppia si snoda Ho paura torero, che per certi versi ricorda Il bacio della donna ragno di Manuel Puig. Ma nel libro c’è anche un’altra coppia, più tradizionale ma priva di sentimenti: quella formata da Pinochet, in preda a incubi notturni e a paure di morte, e dalla moglie petulante, logorroica e modaiola.
Pedro Lemebel, intellettuale di sinistra cileno e travestito lui stesso, attivista gay amatissimo dai suoi contemporanei, ci consegna un romanzo duro e struggente che mescola realtà e finzione, e che in un periodo di guerre e di democrazie in pericolo dovrebbe essere letto per capire dove non vorremmo mai arrivare.

Enzo Di Mauro
Alias
maggio 2004

 Ho paura torero (traduzione di M.L. Cortaldo e G. Mainolfi, Marcos y Marcos "Gli alianti", pp. 202, euro 13,00) del cileno Pedro Lemebel dimostra, come meglio non si potrebbe, la felice, incomparabile duttilità della scrittura romanzesca, beninteso non esclusi l'errore, la debolezza di tenuta, il ricorso ad andature corrive, l'ingenuità di fondo, l'esibito sentimentalismo. Eppure, questo cinquantenne che si guadagnò l'ammirazione e l'affetto del coetaneo Roberto Bolaño (il robusto maestro scomparso prematuramente lo scorso anno), ci consegna un efficace ordigno a orologeria fatto esplodere, a imperitura infamia, contro i generali e le loro bande di seviziatori che a lungo umiliarono vita e giovinezza di un popolo. E, nel caso di Lemebel, poi, la conclamata, esibita diversità e la combattiva militanza nel movimento gay. L'attività di fotografo, di cineasta, di performer. Il travestitismo. Il suo romanzo è figlio di una tradizione
(soprattutto sudamericana, ma non solo) che non necessariamente sente di dovere esprimere la propria critica del presente nella maniera frontale e pugilistica del corpo a corpo. Egli pensa che si possa anche essere a tal punto esorbitanti da inventariare la tragedia sotto forma di farsa o di pochade o di satira o, insomma, nei modi della più scavezzata e dolente allegoria, cosicché il qui-e-ora (specie se criminale e abietto e totalitario) ne risulti infine annichilito, quasi cancellato ­ eppure vivo e sbalzato agli occhi del lettore.
Lo strappo oppositivo, la contrapposizione, la denuncia, lo smascheramento si esercitano piuttosto e di preferenza mediante una ascesi del grottesco come trabocchetto o come arma per dare scacco alla realtà quando essa si mostri insopportabile da smarrire ogni connotato di credibilità, di affidamento, si direbbe di pertinenza alla nicchia e al rifugio dell'umano.
Ho paura torero fa ricorso al sarcasmo, alla comicità, al donchisciottismo straccione e picaresco, alla sfrenata e provocatoria alchimia dei colori ­ sete e tele e fiori si accampano a coprire il "corpo del reato" dei
cospiratori nella povera casa della Fata ­ a creare un esplosivo corto circuito, laddove il realismo si accende svaporando verso uno sfondo fantastico e tuttavia laconico, affermativo, verticale. Di fatto, nel racconto di questa vicenda nella quale si intrecciano amore, travestitismo, emulazione da set hollywoodiano, canto e discanto popolare e, non da ultimo, vocazione sovversiva, il lettore non perde nulla in quanto ad allucinata crudezza. Il camp, in altri termini, incontra qui l'attivismo rivoluzionario.
Siamo nel 1986, l'anno del fallito attentato ad Augusto Pinochet. A Santiago. Una Santiago di "mezza tacca", disoccupata e affamata, sporca e polverosa. La Fata ricama e aspetta, la "testa di uccellina ossigenata" china e intenta al cucito e ai sogni ­ mentre fuori dalla stanza spari e cortei, rumori di ferraglia, tamburi battuti al ritmo della rabbia e della disperazione, blindati che avanzano, camion pieni di torturatori in borghese e fumo acre di lacrimogeni segnalano il tempo dell'abominio, della violenza, della censura, del terrore. La Fata ama le canzoni più sentimentali e ascoltandole si commuove fino alle lacrime. Ha arredato la casa pensando alle dive americane, in primo luogo a Jane Mansfield perché a lei vorrebbe assomigliare. Possiede un cappello giallo, guanti a pois gialli e occhiali con la montatura seminata a brillantini. 





E, felice come una diva, li indosserà quando il rivoluzionario Carlos la inviterà per un picnic in campagna, all'aperto, su una collina sopra la città. O, almeno, lei così crede, mentre l'uomo conosce la vera ragione di quel sopralluogo. Come un agrimensore egli misura i passi del Dittatore, ne segue i percorsi e gli spostamenti. Lo vuole stanare e uccidere. Eccolo il mélo al servizio della giustizia proletaria.
La fantasia screanzata di Lemebel non ci risparmia i dialoghi surreali tra Pinochet e la logorroica, vanitosa, vacua consorte che vorrebbe svecchiarlo almeno nell'abbigliamento, magari cercando di convincerlo a indossare coloratissime magliette cubane. Mentre lui preferisce, nel suo parossistico "nirvana hitleriano", ascoltare le più celebri marce militari, chiuso a pensare come frantumare i nemici che vogliono frantumarlo. La Fata di politica non sa nulla, ma è pronta a servire alla causa del macho Carlos, incontrato per caso in un emporio, la "bocca di giglio bagnato". Lui comincia ad affidarle casse su casse ­ misteriosissime ­ e strani arnesi tubolari che lei trasforma (ignara dapprima e poi consapevole come una sposetta) in altari floreali su cui spicca il color fucsia. Sembra giunto il momento della gloria amorosa, per lei, figlia di un fascista costituzionale che non sopportava il suo passo fru fru. Lei ora "così immobile e silenziosa, così Cleopatra superba di fronte a Marco Antonio. Così Salomè coperta di veli per il Battista". La sua casa d'angolo, nella Santiago incendiata di quei giorni, diventa il luogo cruciale di una cospirazione destinata a fallire benché di poco. Ed è lei il motore (la vestale) di questo romanzo rivoltoso e scomposto, irritato e doppiamente ferito e nutrito di strepitosa iattanza politica.
Prima ­ avverte Lemebel ­ "c'erano venti pagine scritte alla fine degli anni Ottanta, rimaste a lungo confuse tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici che hanno macchiato di rosso la calligrafia romanzesca delle loro parole".
Dalla dura sfera di quel presente annegato nel sangue e nel silenzio senza fine dei desaparecidos, rotto solo dall'urlo delle madri e delle mogli irriducibili, ecco che quel mucchietto di fogli dimenticati rivede la luce e
prende forma e si dilata finché può, senza dimenticare ovviamente fard e rossetti e sottovesti e mutande e le salette dei cinematografi di periferia, tra merda e sperma, dove mani abili o incerte si cercano e bocche si chinano sulla patta del vicino di posto. Lemebel getta in faccia all'eterno fascismo anche questa seconda forma di cospirazione clandestina e di resistenza, a suo modo eroica. Sotto questo aspetto, vertiginosa è la scansione parallela delle ore che precedono l'attentato. Mentre Carlos se ne sta sulla collina, con i compagni,
appostato e pronto a colpire l'auto del dittatore, la Fata ormai consapevole, in un miserabile caveau dell'amore a pagamento, stringe il cazzo di un ragazzino. E se l'attacco armato di Carlos manca il bersaglio, quello schizzo bianco va a segno e colpisce in pieno volto il generale assassino. Ho paura torero immortala, nel segno del camp più svergognato e selvaggio, la figura di una rediviva Didone en travesti.
Come una salamandra, la Fata attraversa due fuochi, quello della passione impossibile e quello della dittatura. Ne esce certo ammaccata, benché incolume. Ma "ogni aristocratico vero possiede, in sommo grado, il senso dell'economia che è quanto dire della praticità": queste parole antiche di Giacomo Debenedetti (in Profeti) bene si adattano a descrivere chi ha dato prova di "grande speditezza e snellezza e disinvoltura", chi insomma si è impegnato in "cose necessarie". "Raramente ­ annotava il grande critico ­
voi vedrete un aristocratico che si mette a fare l'utopista...".

 

Grazia Casagrande
Alice.it
maggio 2004

Siamo a Santiago, l'anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.
Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell'angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l'uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa "uccellina ossigenata", un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato, totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L'amore, un amore che non ha pretese,
il rispetto per l'amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi.
Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande,
proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione 

 


di sfoggiarli in quell'occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l'attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l'auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna. Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da
contrappunto all'odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.
Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma
è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d'amore, della più
pura e totale delle passioni; l'erotismo è lasciato all'onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l'orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.
Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.
Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l'auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l'ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.
Alessandra Orsi
Marie Claire
giugno 2004

Passione (politica) e amore: un debutto strepitoso

"Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca": a cantare a voce alta questa e altre canzoni d’amore è la "Fata dell’angolo", approdata chissà come in un quartiere popolare di Santiago, tra la curiosità degli abitanti che la osservano con simpatia e non sanno se chiamarla uomo o donna. Meglio il collaudato "checca" che senza malignità si addice all’entusiasmo con cui lei abbellisce la catapecchia dove abita, e alla cura con cui ricama tovaglie per le signore dei quartieri alti. Un personaggio che emana infinita tenerezza per la solitudine che si porta dentro, in modo discreto ma inequivocabile, eredità di una vita fatta di esperienze dure, da dimenticare. Chi meglio di lei potrebbe mantenere un segreto? Questo deve aver pensato Carlos, uno studente che le si avvicina chiedendole di ospitare alcune casse che contengono "solo alcuni libri censurati". Ma dopo le casse arrivano le riunioni, e la sua soffitta si riempie di giovani che discutono fino a notte fonda. "Devono preparare degli esami", e la Fata finge di crederci, perché nel frattempo Carlos è diventato il suo principe azzurro. Attraverso la trama di un amore impossibile e struggente lo scrittore e artista Pedro Lemebel, qui al suo primo romanzo, riesce a rievocare l’attentato fallito a Pinochet dell’86, intrecciando in modo originale e straordinario passione politica e sentimenti. Con una scrittura visionaria che lascia sperare in un film.

 

Sebastiano Triulzi
L'Espresso
giugno 2004

"De Perlas y Cicatrices" è il titolo di una serie di racconti dal vero di Lemebel. Attivista dei diritti dei gay, performer, giornalista, Lemebel in Cile è un mito. Negli anni della dittatura fondò "Le Cavalle dell'Apocalisse", incubo della cattolicissima borghesia per le irruzioni in piume e paillettes ai ricevimenti ufficiali (leggendaria la cavalcata, nudo, fin davanti alla Moneda). Poveri, analfabeti, travestiti, puttane popolano i suoi racconti, ed è a questa folla altrimenti silenziosa, testimone e vittima del disastro politico cileno, che egli dà voce.
È da poco in libreria "Ho paura torero" dove Lemebel gioca a rifare il romanzo sentimentale. In una Santiago oltraggiata dall'esercito, un travestito "pobre y maricón" (povero e frocio) ospita nella sua misera casa Carlos, rivoluzionario in cerca di un nascondiglio dove preparare l'attentato del settembre '86, dal quale Pinochet uscirà illeso. Ne nasce un "inno all'amore impossibile" e tuttavia vissuto fino in fondo, raccontato attraverso una scrittura barocca che è come un'offerta d'amore. Il contraltare è costituito da continue incursioni in casa Pinochet: possiamo intuire il gusto, il sottile piacere dello scrittore , nel violare l'interno familiare di un dittatore tormentato dagli incubi e da una moglie querula e petulante. È lo scorcio su di un interno borghese che sa di rivalsa, di vendetta consumata con fine ironia su un piatto freddo.

Antonella Ottolina
" A"

giugno 2007

La Fata dell’angolo legge solo i giornali di moda, si dà le arie con occhiali da gatta, fa la seducente anche quando mangia. Non ha testa per la politica, anche se, nella Santiago di Pinochet, è difficile non far caso agli spari. La Fata è un travestito e di Carlos s’innamora all’istante. Lui è studente in non si sa cosa; l’importante è fingere di credergli quando dice che, dentro le casse con cui le riempie la casa tutta trine e svolazzi, ci siano solo libri. Per un amore che più puro non si può, la Fata accetta mezze verità e molti più pericoli. Questo libro di Lemebel – gioioso e drammatico, meravigliosamente sovversivo e dalla fantasia screanzata – lo vorrebbero tutti i registi. Ma è più probabile che lui – fotografo, cineasta, performer – un giorno se lo girerà da sé.

Gruppo di lettura reale di aNobii Milano detto Milanobii
ottobre 2011

Ho paura torero
Luogo: Halldis Gallery Via Gasparotto, 1 Milano.
Marty Questo libro mi
è stato regalato una prima volta un po di anni fa, poi è andato perduto; in seguito mi è stato ri-regalato: lho preso come un segno del destino. Lho letto in Agosto e me ne sono innamorato. Lunica pecca risiede nella traduzione, infatti in Italiano non esistono parole per definire in maniera non dispregiativa il concetto di omosessuale.
Kro
80 Però ci sono 1057 termini che si riferiscono al membro maschile :-) (forse sommando anche i dialetti).
Cxr
È bello pensare come nellimmaginario collettivo i latino-americani siano considerati machi eppure, al tempo stesso, affrontino la questione omosessuale con una visuale meno preconcetta.
Marty
Nel mondo latino e greco lomosessualità era molto frequente: per es. si discute ancora se la Lesbia di Catullo sia realmente una donna oppure un uomo. La Fata dellangolo mi ha fatto innamorare per il suo essere così romantica, passionale e carica di trasporto verso il suo uomo nonostante lui la prenda in giro. Ho trovato molto simpatici gli intercalari della storia di Pinochet.
Cxr Mi è piaciuto molto per come è scritto. È un flusso di coscienza continuo, senza discorsi diretti. Mi sono immedesimata nella Fata in quanto, ad un certo punto, non ho più badato al fatto che fosse un uomo o una donna, ma ho semplicemente vissuto la sua bellissima storia d’amore. La Fata non si prende mai sul serio, ha sempre tanta auto-ironia ed è cosciente dei propri limiti. Anche a me è piaciuto molto l’intercalare con la storia di Pinochet.
Ciclista stanco Mi è piaciuto molto. La Fata dell'angolo e i dialoghi di Pinochet, al di là della leggerezza, mostrano la realtà agghiacciante cilena di quel periodo: traspare nel dittatore il piacere per la carneficina e la scena della festa di compleanno e della torta con gli insetti è esemplificativa del personaggio. Carlos, secondo me, non è presente come personaggio. Mentre ho trovato deliziosa la Fata che, nonostante tutto quello che ha subito, trasforma qualsiasi cosa in un mondo magico.
Asclepiade
"
Ho paura torero" me la sono immaginata cantata da Renato Rascel, che concludeva tutte le sue canzoni con "È arrivata la bufera, è arrivato il temporale....". Il libro è in stile barocco, vivace, frizzante. La scelta stilistica è molto ricercata. I dialoghi tra Pinochet e la moglie rappresentano una mimesi del parlato piccolo borghese: la moglie è  metà first lady, metà donnicciola provinciale. A differenza di quanto detto dagli altri trovo lontano dalla mia sensibilità il modo di essere della Fata, anche se è un personaggio che ha avuto solo calci in faccia nella vita, ma con fantasia riesce a rendere bello anche il nulla.
Chiara desiderio Il cliché della donna geisha non mi è piaciuto.
Cxr
La Fata è capace di un amore totale, senza chiedere nulla in cambio.
Chiara desiderio La ritengo una donna geisha e una caricatura, soprattutto per il modo in cui rende bello qualsiasi cosa (centrini e foulard sulle casse, per esempio).
Palomar Non ho visto il testo in ottica femminista o meno. Mi ha dato, piuttosto, l'idea di un lungo sfogo, una confessione in forma di favola. Il/La protagonista ha un vissuto molto particolare e quando trova qualcosa a cui dedicare la propria attenzione vi si getta a capofitto. È consapevole di non avere prospettive, di essere un vinto ma non rinuncia.
Asclepiade Vedo nella Fata un poveraccio che scopre la sua omosessualità e cerca di viverla con strumenti culturali limitati. E questi suoi limiti la portano ad essere sfruttata dai rivoluzionari e a finire nei guai.
Cxr Secondo me gradualmente la Fata acquisisce una coscienza politica e quando consegna le pistole prova un piacere enorme.
Ciclista stanco Sì, effettivamente, la Fata cresce culturalmente e politicamente.
Chiara Desiderio Quando porta la tovaglia alla moglie del generale e poi se ne va è una scelta emotiva, non frutto di una maturazione culturale.
Cxr Però il gesto di prendere la foto di un desaperacidos durante la manifestazione assume un connotato di scelta culturale e politica, non emotiva.
Ettore Bilbo Faccio 2 premesse: non ho finito il libro e avevo una fidanzata sudamericana che chiamavo Fata, quindi potete capire l'effetto che mi ha fatto questo libro :-). Detto ciò, la storia è bella, lo stile è piacevole, ma sarebbe stato un bellissimo racconto: tutto questo poteva essere condensato in 50 pagine e il tutto sarebbe risultato stupendo. La Fata mi ha ricordato Holly, la protagonista di Colazione da Tiffany e penso più che la causa rivoluzionaria abbia riscoperto se stessa. Il suo percorso evolutivo la porta a fare qualcosa con la sua testa, mentre prima faceva la finta tonta.





Alessandra In questo testo sono presenti molti contrasti ad esempio a dei tratti molto poetici si contrappongono altri molto crudi e parecchio carnali. 
Cxr Potrebbe essere utilizzato il termine CAMP coniato da Susan Sontag.
Chiara Desiderio Ma non so se si adatta, ad ogni modo, forse non l'aveva capito neanche Susan il concetto di Camp :-) Ripensando ai diversi significati che attribuiamo alle parole, trovo che a volte noi, per troppo politically correct, abbiamo paura di utilizzare certi termini che riteniamo offensivi e questo ci porta a essere più attenti nella scelta delle parole di chi omossesuale lo è magari usa tranquillamente i termini "checca" o "frocio".
Asclepiade Mieli si definiva candidamente frocio :-)
Temujin79
Un cardinale ha detto che una bestemmia detta in toscano è poetica, in italiano no.
Krodì80 Questo romanzo mi ha ricordato il bacio della donna ragno di Puig Manuel, ma nella seconda rilettura del Torero sono emersi tutti i limiti di questo libro che, se confrontato con un titano come il Bacio, quasi manca di dignità narrativa. Non mi ha emozionato; mi è sembrato un Harmony con un più alto grado di profondità, non mi ha arricchito. La scrittura è coinvolgente ma al tempo stesso caramellosa; troppo costruita. Un florilegio di aggettivi con troppo zucchero che mi ha lasciato lamaro in bocca.
Ettore Bilbo Lo stile parte in un modo e finisce nello stesso:
è monotono.
Elena Questo libro mi ha rapito e una volta iniziato l'ho letto rapidamente e avidamente. Non ho trovato la scrittura zuccherosa ma vezzosa, meravigliosa e decadente: come sedersi su un divano dell'800.
Bettina Non mi ha sorpreso: la costruzione narrativa è prevedibile e il punto di vista è sempre quello del personaggio principale; è quindi un punto di vista unico. Nella Fata ho visto un personaggio grottesco, che cerca qualcuno d'amare.
Chiara desiderio e Cxr La Fata è capace di autocritica ed è consapevole dei propri limiti.
Chiara Desiderio Ho trovato molti cliché: la fata che ha bisogno di travestirsi per esprimere la sua femminilità, il rivoluzionario...
Asclepiade Probabilmente in quel tempo il travestimento era l'unico modo per poter esprimere il femmineo.
Cxr Ognuno esprime la femminilità a suo modo.
Ettore Bilbo L'autore non va molto in profondità.
Marty Io penso che ciò sia voluto e che in alcuni punti lautore esageri volutamente la frivolezza del personaggio per creare una macchietta, mentre in altri punti la scrittura sia molto profonda.
Palomar Mi è piaciuta molto la descrizione dell'incubo di Pinochet riguardante il condor.
Marty A parte rare eccezioni, tutti gli scrittori cileni devono fare i conti con l'incubo di Pinochet.
Sabrina
Mi è piaciuto molto il linguaggio ricercato, non l’ho trovato fastidioso, anzi rappresentativo dell’autore. Non riesco a immaginare la Fata vecchia e con la dentiera perché la trovo così bella. Onestamente non mi sono posta la domanda se rappresenti un cliché o meno: mi piace e trovo che abbia una forte speranza d’amore, ma allo stesso tempo la consapevolezza che questa sua speranza non si avvererà.
Marty
Vedo che questo libro trova consensi e dissensi, ma non lascia indifferenti e questo mi fa piacere.
Temujin79 Mi è piaciuto, non l’ho trovato deludente. È una fiaba moderna, una storia d’amore impossibile.
Chiara Desiderio Devo dire che a metà libro ho avuto un momento di stanchezza.
Cxr Ho apprezzato molto il parallelo tra lattentato a Pinochet e la descrizione del cinema "d'essai" :-)
Ciclista stanco
Il libro, a mio avviso, cerca anche di ricostruire le vicende tormentate del Cile. Nel finale troviamo proprio il dramma crescente che attraversa il paese.
Mario
Senz'altro ho preferito la Fata dell'angolo alla moglie di Pinochet.
Direi concludendo che è stata un bella serata, in compagnia della Fata che ha ricevuto da parte dei presenti un bel 7.

Nick Voto

1 AlbyVintage 7
2 Chiara desiderio 7
3 Krodì80 6
4 Asclepiade 6.5
5 Marty 9
6 Alessandra 6.5
7 Elena 7
8 Ettore Bilbo 6
9 Marcello 7
10 Cxr 8
11 Palomar 8
12 Ciclista stanco 8
13 Temujin79 7
14 Qsecof 8
15 Bettina 6
16 Sabrina 7
17 Giuseppe
18 Erikare
19 Salvatore Gianino
MEDIA 7.12
Alfredo Ronci
Il paradiso degli orchi

settembre 2009

Mi chiedo: perché in Italia non si scrivono libri di questo genere? E che genere direte voi?
Abbiamo già parlato dello scrittore cileno: Lemebel è una figura d’intellettuale gay (ammettendo che simile espressione abbia un senso e non si voglia invece definirlo intellettuale tout court) scomodo e scassapalle, antifascista e feroce. Insomma un personaggio che da noi manca: tranne rarissime eccezioni, in Italia si assiste ancora ad una rappresentazione della realtà gaya asfittica e reazionaria, paradossalmente caricata di paillettes, ma rivolta ad un pubblico rivistaiolo.
Ho paura torero è una riproposizione (benvenuta!) della casa editrice milanese nell’ambito dell’operazione ‘tascabili’. Non possiamo non esserne entusiasti: è una storia d’amore, ai tempi di Pinochet, tra un travestito passionale, amante del canto e ricamatrice per le signore della Santiago-bene e Carlos, un militante del fronte patriottico Manuel Rodriguez, che ha commosso e convinto milioni di lettori.
Più della commozione, valga la convinzione: perché se il cuore a volte si lascia andare, come è giusto che sia, è sul principio di validità che dovrebbe indirizzarsi la nostra attenzione.
Il romanzo di Lemebel è riuscito dal momento che t(d)esta la nostra attenzione; dal momento che racconta una realtà senza sovrastrutture inutili e fastidiose: è solo una nitida fotografia di un momento storico e di un sentire condiviso.
Non escluderei il sentimento politico (lo so, discorso di questi tempi audace e forse obsoleto, ma mi sento in dovere di affrontarlo): non quello di una parte politica contro un’altra (anche se in Ho paura torero l’elemento di richiamo è anche, e soprattutto, l’atmosfera tragica e reazionaria che si avverte in Cile, sotto la dittatura di Pinochet e lo scontro con un’opposizione armata e decisa), ma quello di una coscienza sociale che ingloba le battaglie per i diritti dei più deboli.
Ha davvero ragione Lemebel quando dice: A volte, le minoranze elaborano forme alternative di contestazione, usando come arma l’apparente superficialità.

 

 

E’ vero che lo scrittore si riferiva, nello specifico, anche al suo aspetto esteriore (guardare la sua foto nella quarta di copertina), ma l’apparente superficialità di cui parla invece è un sentire politico determinato e granitico, una lucidità mentale che non ammette cedimenti. Del resto quando uno dice: non stringo la mano a nessun fascista, non pone una barriera, anzi, determina semplicemente cosa è la vita e cosa in realtà non dovrebbe esistere.
Il mio quesito iniziale vale ancora: perché in Italia non si scrivono romanzi del genere? Perché dobbiamo ancora leggere, nel 2009 e in un paese dove la violenza omofoba ormai si estrinseca in svariati modi, storie di rituali catechistici ambientati in anni cinquanta, avventure fashion in quel di Capri, dialoghi raccapriccianti rubati all’avanspettacolo canzonettistico dei più nostalgici, o presunti sbandieramenti di omosessualità ‘normale’ che rivelano invece una mesta attitudine alla fotocopiatura di modelli di comportamento stantii e tristi?
Per carità, anche in Lemebel ci sono situazioni già viste e sentite (lo scambio di ‘invettive’ tra travestiti è il consueto cicaleggio che si può ascoltare ormai dappertutto), ma santiddio quant’è potente la sua condizione di ‘diverso’ così coscienziosamente sociale, così candidamente sincero, così, e mi si passi il termine, rivoluzionario.
Alle pretese false ed ipocrite di chi cavalca i gay pride senza una determinazione politica, preferisco il gigionesco fluttuare delle anime belle della letteratura lemebelliana: che non sbandierano proclami, ma quando c’è bisogno di lottare indossano i pantaloni perché hanno coglioni e ‘controcoglioni’ da mostrare. A buon intenditor…

Scheda del libro

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