PEDRO LEMEBEL
Ho paura torero


Recensioni

 

Enzo di Mauro
Alias
Sebastiano Triulzi
L'espresso
B. Marietti
La Repubblica delle Donne
Alessandra Orsi
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Grazia Casagrande
Alice.it
" A"
giugno 2007

Antonella Ottolina
" A"

giugno 2007

La Fata dell’angolo legge solo i giornali di moda, si dà le arie con occhiali da gatta, fa la seducente anche quando mangia. Non ha testa per la politica, anche se, nella Santiago di Pinochet, è difficile non far caso agli spari. La Fata è un travestito e di 

Carlos s’innamora all’istante. Lui è studente in non si sa cosa; l’importante è fingere di credergli quando dice che, dentro le casse con cui le riempie la casa tutta trine e svolazzi, ci siano solo libri. Per un amore che più puro non si può, la Fata accetta mezze verità e molti più pericoli. Questo libro di Lemebel – gioioso e drammatico, meravigliosamente sovversivo e dalla fantasia screanzata – lo vorrebbero tutti i registi. Ma è più probabile che lui – fotografo, cineasta, performer – un giorno se lo girerà da sé.

 

Enzo Di Mauro
Alias
maggio 2004

In questo esordio del 2001, ambientato al tempo dell'attentato al dittatore,
lo scrittore "en travesti" Pedro Lemebel miscela bene impegno e mélo" gay

Questo Ho paura torero (traduzione di M.L. Cortaldo e G. Mainolfi, Marcos y Marcos "Gli alianti", pp. 202, euro 13,00) del cileno Pedro Lemebel dimostra, come meglio non si potrebbe, la felice, incomparabile duttilità della scrittura romanzesca, beninteso non esclusi l'errore, la debolezza di tenuta, il ricorso ad andature corrive, l'ingenuità di fondo, l'esibito sentimentalismo. Eppure, questo cinquantenne che si guadagnò l'ammirazione e l'affetto del coetaneo Roberto Bolaño (il robusto maestro scomparso prematuramente lo scorso anno), ci consegna un efficace ordigno a orologeria fatto esplodere, a imperitura infamia, contro i generali e le loro bande di seviziatori che a lungo umiliarono vita e giovinezza di un popolo. E, nel caso di Lemebel, poi, la conclamata, esibita diversità e la combattiva militanza nel movimento gay. L'attività di fotografo, di cineasta, di performer. Il travestitismo. Il suo romanzo è figlio di una tradizione
(soprattutto sudamericana, ma non solo) che non necessariamente sente di dovere esprimere la propria critica del presente nella maniera frontale e pugilistica del corpo a corpo. Egli pensa che si possa anche essere a tal punto esorbitanti da inventariare la tragedia sotto forma di farsa o di pochade o di satira o, insomma, nei modi della più scavezzata e dolente allegoria, cosicché il qui-e-ora (specie se criminale e abietto e totalitario) ne risulti infine annichilito, quasi cancellato ­ eppure vivo e sbalzato agli occhi del lettore.
Lo strappo oppositivo, la contrapposizione, la denuncia, lo smascheramento si esercitano piuttosto e di preferenza mediante una ascesi del grottesco come trabocchetto o come arma per dare scacco alla realtà quando essa si mostri insopportabile da smarrire ogni connotato di credibilità, di affidamento, si direbbe di pertinenza alla nicchia e al rifugio dell'umano.
Ho paura torero fa ricorso al sarcasmo, alla comicità, al donchisciottismo straccione e picaresco, alla sfrenata e provocatoria alchimia dei colori ­ sete e tele e fiori si accampano a coprire il "corpo del reato" dei
cospiratori nella povera casa della Fata ­ a creare un esplosivo corto circuito, laddove il realismo si accende svaporando verso uno sfondo fantastico e tuttavia laconico, affermativo, verticale. Di fatto, nel racconto di questa vicenda nella quale si intrecciano amore, travestitismo, emulazione da set hollywoodiano, canto e discanto popolare e, non da ultimo, vocazione sovversiva, il lettore non perde nulla in quanto ad allucinata crudezza. Il camp, in altri termini, incontra qui l'attivismorivoluzionario.
Siamo nel 1986, l'anno del fallito attentato ad Augusto Pinochet. A Santiago. Una Santiago di "mezza tacca", disoccupata e affamata, sporca e polverosa. La Fata ricama e aspetta, la "testa di uccellina ossigenata" china e intenta al cucito e ai sogni ­ mentre fuori dalla stanza spari e cortei, rumori di ferraglia, tamburi battuti al ritmo della rabbia e della disperazione, blindati che avanzano, camion pieni di torturatori in borghese e fumo acre di lacrimogeni segnalano il tempo dell'abominio, della violenza, della censura, del terrore. La Fata ama le canzoni più sentimentali e ascoltandole si commuove fino alle lacrime. Ha arredato la casa pensando alle dive americane, in primo luogo a Jane Mansfield perché a lei vorrebbe assomigliare. Possiede un cappello giallo, guanti a pois gialli e occhiali con 

la montatura seminata a brillantini. E, felice come una diva, li indosserà quando il rivoluzionario Carlos la inviterà per un picnic in campagna, all'aperto, su una collina sopra la città. O, almeno, lei così crede, mentre l'uomo conosce la vera ragione di quel sopralluogo.Come un agrimensore egli misura i passi del Dittatore, ne segue i percorsi e gli spostamenti. Lo vuole stanare e uccidere. Eccolo il mélo al servizio della giustizia proletaria.
La fantasia screanzata di Lemebel non ci risparmia i dialoghi surreali tra Pinochet e la logorroica, vanitosa, vacua consorte che vorrebbe svecchiarlo almeno nell'abbigliamento, magari cercando di convincerlo a indossare coloratissime magliette cubane. Mentre lui preferisce, nel suo parossistico "nirvana hitleriano", ascoltare le più celebri marce militari, chiuso a pensare come frantumare i nemici che vogliono frantumarlo. La Fata di politica non sa nulla, ma è pronta a servire alla causa del macho Carlos, incontrato per caso in un emporio, la "bocca di giglio bagnato". Lui comincia ad affidarle casse su casse ­ misteriosissime ­ e strani arnesi tubolari che lei trasforma (ignara dapprima e poi consapevole come una sposetta) in altari floreali su cui spicca il color fucsia. Sembra giunto il momento della gloria amorosa, per lei, figlia di un fascista costituzionale che non sopportava il suo passo fru fru. Lei ora "così immobile e silenziosa, così Cleopatra superba di fronte a Marco Antonio. Così Salomè coperta di veli per il Battista". La sua casa d'angolo, nella Santiago incendiata di quei giorni, diventa il luogo cruciale di una cospirazione destinata a fallire benché di poco. Ed è lei il motore (la vestale) di questo romanzo rivoltoso e scomposto, irritato e doppiamente ferito e nutrito di strepitosa iattanza politica.
Prima ­ avverte Lemebel ­ "c'erano venti pagine scritte alla fine degli anni Ottanta, rimaste a lungo confuse tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici che hanno macchiato di rosso la calligrafia romanzesca delle loro parole".
Dalla dura sfera di quel presente annegato nel sangue e nel silenzio senza fine dei desaparecidos, rotto solo dall'urlo delle madri e delle mogli irriducibili, ecco che quel mucchietto di fogli dimenticati rivede la luce e
prende forma e si dilata finché può, senza dimenticare ovviamente fard e rossetti e sottovesti e mutande e le salette dei cinematografi di periferia, tra merda e sperma, dove mani abili o incerte si cercano e bocche si chinano sulla patta del vicino di posto. Lemebel getta in faccia all'eterno fascismo anche questa seconda forma di cospirazione clandestina e di resistenza, a suo modo eroica. Sotto questo aspetto, vertiginosa è la scansione parallela delle ore che precedono l'attentato. Mentre Carlos se ne sta sulla collina, con i compagni,
appostato e pronto a colpire l'auto del dittatore, la Fata ormai consapevole, in un miserabile caveau dell'amore a pagamento, stringe il cazzo di un ragazzino. E se l'attacco armato di Carlos manca il bersaglio, quello schizzo bianco va a segno e colpisce in pieno volto il generale assassino. Ho paura torero immortala, nel segno del camp più svergognato e selvaggio, la figura di una rediviva Didone en travesti.
Come una salamandra, la Fata attraversa due fuochi, quello della passione impossibile e quello della dittatura. Ne esce certo ammaccata, benché incolume. Ma "ogni aristocratico vero possiede, in sommo grado, il senso dell'economia che è quanto dire della praticità": queste parole antiche di Giacomo Debenedetti (in Profeti) bene si adattano a descrivere chi ha dato prova di "grande speditezza e snellezza e disinvoltura", chi insomma si è impegnato in "cose necessarie". "Raramente ­ annotava il grande critico ­
voi vedrete un aristocratico che si mette a fare l'utopista...".
Sebastiano Triulzi
L'espresso
giugno 2004

"De Perlas y Cicatrices" è il titolo di una serie di racconti dal vero di Lemebel. Attivista dei diritti dei gay, performer, giornalista, Lemebel in Cile è un mito. Negli anni della dittatura fondò "Le Cavalle dell'Apocalisse", incubo della cattolicissima borghesia per le irruzioni in piume e paillettes ai ricevimenti ufficiali (leggendaria la cavalcata, nudo, fin davanti alla Moneda). Poveri, analfabeti, travestiti, puttane popolano i suoi racconti, ed è a questa folla altrimenti silenziosa, testimone e vittima del disastro politico cileno, che egli dà voce.
È da poco in libreria "Ho paura torero"  dove 

 

 

Lemebel gioca a rifare il romanzo sentimentale. In una Santiago oltraggiata dall'esercito, un travestito "pobre y maricón" (povero e frocio) ospita nella sua misera casa Carlos, rivoluzionario in cerca di un nascondiglio dove preparare l'attentato del settembre '86, dal quale Pinochet uscirà illeso. Ne nasce un "inno all'amore impossibile" e tuttavia vissuto fino in fondo, raccontato attraverso una scrittura barocca che è come un'offerta d'amore. Il contraltare è costituito da continue incursioni in casa Pinochet: possiamo intuire il gusto, il sottile piacere dello scrittore , nel violare l'interno familiare di un dittatore tormentato dagli incubi e da una moglie querula e petulante. È lo scorcio su di un interno borghese che sa di rivalsa, di vendetta consumata con fine ironia su un piatto freddo.
B. Marietti
La Repubblica delle Donne
maggio 2004

Una strana coppia contro il dittatore, negli anni bui della dittatura di Pinochet

Siamo nell’86, in una Santiago primaverile, sconvolta da cariche dell’esercito, manifestazioni di protesta in nome dei desaparecidos, slogan di libertà, mobilitazioni sindacali e marce studentesche. In una soffitta macilenta in un quartiere in rovina vive la Fata dell’angolo, travestito di mezza età dall’animo sensibile. È proprio a casa sua che Carlos, un militante del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, conosciuto per caso, si riunisce clandestinamente con i compagni rivoluzionari. Stanno preparando un attentato (che poi fallirà miseramente) contro il dittatore cileno Pinochet, ormai in carica da 

tredici anni. Pur intuendo la verità, "lei" non gli fa domande, perché sia accontenta di avere vicino quel giovane sensuale e affascinante. Lui va avanti per la sua strada ma si lascia corteggiare dalla leggerezza e dalla follia di quella "donna" così dolce e serviziovole. E così intorno all’amore sofferto e impossibile di questa coppia si snoda Ho paura torero, che per certi versi ricorda Il bacio della donna ragno di Manuel Puig. Ma nel libro c’è anche un’altra coppia, più tradizionale ma priva di sentimenti: quella formata da Pinochet, in preda a incubi notturni e a paure di morte, e dalla moglie petulante, logorroica e modaiola.
Pedro Lemebel, intellettuale di sinistra cileno e travestito lui stesso, attivista gay amatissimo dai suoi contemporanei, ci consegna un romanzo duro e struggente che mescola realtà e finzione, e che in un periodo di guerre e di democrazie in pericolo dovrebbe essere letto per capire dove non vorremmo mai arrivare.

Alessandra Orsi
Marie Claire
giugno 2004

Passione (politica) e amore: un debutto strepitoso

"Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca": a cantare a voce alta questa e altre canzoni d’amore è la "Fata dell’angolo", approdata chissà come in un quartiere popolare di Santiago, tra la curiosità degli abitanti che la osservano con simpatia e non sanno se chiamarla uomo o donna. Meglio il collaudato "checca" che senza malignità si addice all’entusiasmo con cui lei abbellisce la catapecchia dove abita, e alla cura con cui ricama tovaglie per le signore dei quartieri alti. Un personaggio che emana infinita tenerezza per la solitudine che si porta dentro, in 

modo discreto ma inequivocabile, eredità di una vita fatta di esperienze dure, da dimenticare. Chi meglio di lei potrebbe mantenere un segreto? Questo deve aver pensato Carlos, uno studente che le si avvicina chiedendole di ospitare alcune casse che contengono "solo alcuni libri censurati". Ma dopo le casse arrivano le riunioni, e la sua soffitta si riempie di giovani che discutono fino a notte fonda. "Devono preparare degli esami", e la Fata finge di crederci, perché nel frattempo Carlos è diventato il suo principe azzurro. Attraverso la trama di un amore impossibile e struggente lo scrittore e artista Pedro Lemebel, qui al suo primo romanzo, riesce a rievocare l’attentato fallito a Pinochet dell’86, intrecciando in modo originale e straordinario passione politica e sentimenti. Con una scrittura visionaria che lascia sperare in un film.
Grazia Casagrande
Alice.it
maggio 2004

Siamo a Santiago, l'anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.
Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell'angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l'uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa "uccellina ossigenata", un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato,
totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L'amore, un amore che non ha pretese,
il rispetto per l'amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi.
Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande,
proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione 
di sfoggiarli in quell'occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l'attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l'auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna.Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da
contrappunto all'odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.
Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma
è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d'amore, della più
pura e totale delle passioni; l'erotismo è lasciato all'onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l'orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.
Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un
certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.
Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l'auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l'ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.

Scheda del libro

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