Via con me

Archivio rassegna stampa

  • 14Ott2016

    Rebecca Sella - Gioia

    Se lo sceriffo è il cattivo

    Daniel Alfredson, il regista della fiammeggiante trilogia (svedese) di Millennium, firma con Gone with me un piccolo gioiello (al cinema), tratto dal libro di Castle Freeman (Marcos & Marcos, pp. 224, €14,50), tutto girato tra pioggia, neve e fango, utlizzando i toni del blu e del grigio.

    Leggi l’articolo completo

  • 01Nov2011

    Redazione - Letture pirata

    Il Vermont è un piccolo stato degli Usa, situato nella regione del New England. Il nome deriva dal francese e significa monte verde, proprio come la catena delle Green Mountains che attraversa lo stato.

    Lo stato figura in 45a posizione come superficie e in 49aposizione come popolazione (608.827), tra i 50 stati dell’Unione, ed è l’unico stato del New England a non affacciarsi sull’Oceano Atlantico. Il Vermont confina con il Massachussets a sud, il New Hampshire ad est, New York ad ovest, e il Canada a nord (Quebec). La capitale dello stato è Montpelier, mentre la città più grande è Burlington. E sul Vermont le prime righe delle pagine di Wikipedia ad esso dedicare (a proposito, qualcuno mi saprebbe dire perché si pronuncia Wikipèdia e non Wikipedìa, con l’accento sulla “i” come enciclopedia? Mah!). In questa piccola città dove Freeman ambienta “Vieni via con me” c’è Blackway, un brutto tipo, violento, tarato, forse in preda ad un delirio d’onnipotenza. Blackway ritiene di poter fare quello che vuole convinto com’è che tutti lo temano e intanto lui spadroneggia e si sceglie una vittima. La piccola cittadina del Vermont un tempo era fiorente, ma ora è in piena decadenza: la grande falegnameria che occupava tutti i maschi adulti della cittadina e i soli ad avere un lavoro sono i boscaioli che tagliano alberi in continuazione senza che nel paesaggio si vedano le devastazioni della deforestazione. La cittadina non viene mai nominata dai personaggi che ci si riferiscono genericamente chiamandola “questo posto”, ne sono così consapevoli che sognano di venderla per intero, loro compresi, smontandola e ricostruendola a una città attrazione che ricostruisce le atmosfere del tempo che fu. In quel posto c’è anche Lillian, bella, alta, molto attraente di cui Blackway si invaghisce… lei ne è terrorizzata, il bullo le ha sgozzato la gattina, distrutto l’automobile e sottoposta ad ogni genere di vessazioni… ma il terrore di Lillian non deve essere poi così tremendo perché decide di rivolgersi allo sceriffo Wingate che però, pur non essendo esattamente un pavido, preferisce evitare le rogne e la invita a cercare aiuto da Whizzer, il proprietario della segheria nella quale, pur producendo al minimo da anni, continua ad andarci ogni giorno con un gruppo di squinternati perditempo… ecco, i dialoghi di questa combriccola sono senza dubbio le parti più esilaranti del libro. In qualche modo Lillian convince Whizzer ad aiutarla così lascia la segheria con Nate il Grande, un ragazzotto enorme che non teme il ras della cittadina e Lester, un vecchietto che conosce un sacco di trucchi per cavarsela in ogni occasione, un tipo tosto insomma… Sembra che vi stia riassumendo l’intero romanzo, ma in realtà non è ancora accaduto nulla di quello che leggerete… In effetti non sapete ancora nulla, ma leggete questo libro,: scoprirete perché Blackway perseguita Lillian, cosa le è accaduto assieme al suo ex boy friend Kevin e soprattutto perché il male imperversa nella cittadina fino a farne una specie di suo principato… Si legge d’un fiato e il ritmo impresso da Freeman alla sua scrittura lascia veramente senza fiato… è uno di quei libri che ci costringere a fare le ore piccole e che ci portiamo dietro ovunque andiamo. A me ha fatto venire in mente Cormac McCharty, mica roba da niente, no?

  • 01Nov2011

    Roberto Barzi - Lettera.com

    In un villaggio del Vermont una giovane donna viene perseguitata da un delinquente. Chiesto aiuto allo sceriffo, quest’ultimo le consiglia di rivolgersi ad un vecchio, proprietario di una segheria.

    Dopo le spiegazioni di rito la ragazza decide di fronteggiare il suo persecutore, aiutata solo da un giovane tutto muscoli e poco cervello, e da un anziano bizzoso, ma molto smaliziato.
Via con me: Non è un paese per giovani 
L’avevano mandata fin lassù con un ragazzo che non era andato oltre la quinta elementare e un vecchio che riusciva a stento a camminare. Non l’avrebbero protetta, nemmeno se avessero potuto. Nessuno di loro. Non ce l’avrebbero fatta. 
Parafrasando il capolavoro dei fratelli Coen, sicuramente non è un paese per giovani quello in cui è ambientato il romanzo di Castle Freeman Via con me. Un villaggio rurale del Vermont giunto al limite della fatiscenza, come lo è ormai la maggior parte della popolazione che lo abita e, soprattutto, come appaiono i veri protagonisti della vicenda: piuttosto avanti con l’età, ma con un sacco di esperienza alle spalle. Una storia, questa, posta in precario equilibrio fra le atmosfere noir e il thriller mozzafiato, ma con abbondanti aggiunte di fine umorismo ed un pizzico di surrealtà, un elemento quest’ultimo originato sia dall’intricata situazione, narrata con estrema bravura dall’autore, sia dallo strano paesaggio che avviluppa nelle sue spire gli interpreti del romanzo. Una storia che inizia con Lilian, una giovane donna dai lunghi capelli che si trova in guai seri: un certo Blackway – un bastardo che “significa rogne” – la perseguita ormai da giorni inseguendola dappertutto, distruggendole il finestrino dell’auto, sgozzandole perfino la sua adorata gatta, e certamente non si fermerà qui. Per questo motivo la ragazza si rivolge allo sceriffo Wingate in cerca di aiuto e protezione, ma senza ottenerla poiché la legge non può far nulla contro le semplici intenzioni del persecutore. Wingate le consiglia però di rivolgersi al vecchio Alonzo Boot – meglio conosciuto col soprannome di Whizzer, padrone di una segheria in disuso e costretto ormai da anni su una sedia a rotelle -, per raccontargli i suoi guai e chiedergli se per caso lì in giro c’è un certo Scotty Cavanaugh, il solo che la potrebbe seriamente aiutare. La donna, seppur poco convinta, si reca alla segheria, ma una volta giunta sul posto si ritrova circondata da vecchi, quanto ciarlieri beoni. Nonostante ciò, spinta dalla disperazione, spiega a Whizzer e soci il suo dramma e domanda loro se c’è Scotty. Le rispondono che lui non c’è, ma al suo posto – inteneriti dalla peripezie della ragazza, nonché colpiti dalla sua avvenenza – si offrono volontari Lester, un vecchietto assai scaltro e Nate il Grande, un ottimo figliolo “più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore”, che colma questa lacuna grazie ad un fisico prorompente. La giovane, dopo vari tentennamenti, si vede costretta ad affidarsi a questa strana coppia di protettori, con tanto di benedizione di Whizzer. Inizia così il loro epico viaggio sulle tracce del famigerato Blackway, tra tetre e misteriose foreste, insediamenti umani ormai abbandonati, vecchi motel convertiti in squallidi centri di prostituzione e di affari poco puliti, autofficine trasformate in bar dall’aspetto di bunker. In questi luoghi lo strano terzetto si imbatterà, non senza innumerevoli pericoli – contrastati con arguzia dal vecchio Lester – soltanto negli ambigui amici e soci di Blackway. Proseguiranno poi sulle sue tracce giungendo in un’ampia zona boschiva in cui ben pochi si avventurano, un posto ideale per farne un rifugio perfetto. E proprio in questo luogo maledetto si svolgerà il dramma finale, che vedrà protagonisti Blackway e Nate il Grande, ma con la decisiva partecipazione di Lester e, soprattutto, del suo ultimo quanto risolutivo espediente. La velocità narrativa del racconto, composto con un linguaggio secco ed incisivo, combatte efficacemente l’inerzia e la desolazione dei luoghi, nei quali gli spazi sconfinati, il tempo e i vari personaggi appaiono come bloccati. Così come la crudezza degli eventi e delle azioni sembrano discordarsi dalla serenità e dalla impassibilità con cui Whizzer e soci vivono e commentano la vicenda. Tutto questo, assieme ai dialoghi serrati, dà al romanzo quella vena così irrazionale quanto travolgente, che sorprende il lettore per tutto lo svolgersi dei fatti narrati. Gli strani individui che si ritrovano nella segheria di Whizzer rivestono nel racconto il ruolo di un assurdo quanto burlesco coro greco, con il loro continuo brusio di sottofondo, tra una bevuta e l’altra. Le loro continue ed apparentemente bislacche conversazioni si alternano alle avventure dei tre protagonisti, rivelandone i numerosi retroscena e traendone le opportune conclusioni. Più ci si appresta al finale del romanzo e più questa continua successione fra gli eventi narrati e quelli vissuti in presa diretta s’infittisce, in un intensificarsi di tensione. Un romanzo da leggere di getto, soffermandosi però sulla raffinata scrittura e sulla perfezione dei suoi dialoghi, veri punti di forza dell’interessantissimo libro.

  • 01Ago2011

    Fabio Donalisio - Rolling Stone

    Mettici una ragazza nei guai, tipa da zampate e timidezze insieme. Mettici un ragazzotto semplice e enorme. Mettici un boscaiolo, alla fine del sentiero…

    Leggi l’articolo completo

  • 20Lug2011

    Serena Calabrò - Mangialibri

    Lillian è una bella donna, ma non è solo tutta apparenza. Molto attraente, dai capelli lunghi fino al fondoschiena, è altrettanto forte e risoluta, qualità fondamentali soprattutto quando si ha a che fare con Blackway.

    Perché lui è un uomo che incute paura al solo pronunciarne il nome, figura quasi mitica di una città che lo teme ed evita di pestargli i piedi. Evidentemente Lillian ha fatto qualcosa che ha scatenato la sua ira e il suo orgoglio personale. Blackway le ha quindi ucciso la gatta e la sta perseguitando perché, a detta di lei, vuole ucciderla. Come prassi vuole quando si parla di una donna tosta, la bella Lillian decide di non farsi sottomettere dal timore che Blackway, ex poliziotto, ha deciso di infonderle. La cosa più semplice è quella di rivolgersi alla legge, una legge che, però, sembra ignorare il problema o vuole semplicemente nasconderlo. Da qui Lillian si imbatte in un gruppo di uomini, perlopiù avanti nell’età, che a detta di molti sono gli unici che possono aiutarla a risolvere il problema. In effetti così non sembrerebbe dato che non fanno altro che stuzzicarsi tra loro e andare alla vana ricerca dell’uomo. Inizia un vero e proprio viaggio in cui Lillian si trova catapultata, tra situazioni paradossali e l’inseguimento dell’aleatorio Blackway. Il motivo del rancore dell’uomo nei confronti della bella Lillian non è subito chiaro, almeno fino al momento in cui non verrà fuori il nome di Kevin, ex fidanzato della donna. Che Lillian abbia omesso qualche dettaglio? Tra caos e situazioni a dir poco esilaranti la ricerca continua, fino a quando il gruppo non otterrà la testa di Blackway. Nel vero senso del termine…
    Una sola protagonista femminile per questo romanzo di Castle Freeman. Vieni via con me è la storia di un inseguimento, alla ricerca di un uomo che non conosceremo mai, se non alle ultime pagine. In realtà protagonisti assoluti sono i componenti di una strana combriccola, la stessa che dovrebbe risolvere i problemi della bella Lillian. Dialoghi serrati, quasi assurdi e al limite del concepibile, caratterizzano delle pagine in cui il ritmo è il padrone assoluto. Botta e risposta immediati, fraintendimenti, giochi di parole e vaneggiamenti. Sembra quasi impossibile che, primo o poi, il gruppo riuscirà a far fuori il celeberrimo Blackway. Si tratta di una figura quasi evanescente, mai definita, ma raccontata costantemente attraverso allusioni e parole di terzi, esperienze vissute e racconti. A tratti quasi parodistico, Freeman sfrutta la potenzialità di dialoghi quasi da noir, riletti con una punta di ironia e sarcasmo. Sullo sfondo di una storia che potrebbe essere assolutamente seria e da fiato sospeso, Vieni via con me diventa parodia, trionfo dell’assurdo, in cui tutto è ammesso, anche degli improbabili salvatori. Sfiora l’incomprensibilità in alcuni punti in cui le voci si sovrappongono e i flussi di coscienza (e che coscienza) si fanno quasi assillanti e urlati. Una sorta di “odissea” in cui il senso sta nel movimento, nel viaggio e nella contaminazione di personalità assortite, piuttosto che nell’obiettivo finale. La cattura e l’uccisione di Blackway sono semplicemente la giusta e scontata conclusione di un romanzo in cui questo personaggio diventa semplicemente parte del contorno, utile solamente a creare lo squilibrio iniziale. Squilibrio che, anche alla fine, non può far altro che restare irrisolto.

  • 12Lug2011

    Redazione - Il Foglio Quotidiano

    Un angolo dimenticato del Vermont, un mondo di montagne e boschi infiniti.

    Leggi l’articolo completo

  • 01Lug2011

    Silvia Del Ciondolo - Pulplibri

    Avete presente le storiche puntate di Hazzard, tutte giocate fra piccoli e grandi malviventi, anziani sbevazzoni, strade in mezzo ai boschi, baite irraggiungibili e belle campagnole che vorrebbero prendere a pugni i cattivi?

    Leggi l’articolo completo

  • 12Giu2011

    Rock Reynolds - l'Unità_1

    Quando mi è capitato per le mani il divertente Via con me dell’americano Castle Freeman…

    Leggi l’articolo completo

  • 12Giu2011

    Rock Reynolds - l'Unità_2

    Quando mi è capitato per le mani il divertente Via con me dell’americano Castle Freeman…

    Leggi l’articolo completo

  • 29Mag2011

    Elena Spadiliero - La bottega di Hamlin

    Se i fratelli Coen avessero per le mani Via con me ne farebbero immediatamente un film. Si respirano Fargo e Non è un paese per vecchi nel libro di Castle Freeman, ma anche un po’ de Il grande Lebowski, dal momento che il racconto prevede anche un orecchio mozzato.

    Lillian è una tipa tosta, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Nonostante sia minacciata da Blackway, «un bastardo che significa rogne», non ha alcuna intenzione di arrendersi e si rivolge allo sceriffo della cittadina in cui vive per un aiuto. «Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri» cantava De André: Wingate se ne lava letteralmente le mani e indirizza Lillian da Whizzer, vecchio invalido a capo di un gruppetto di bizzarri individui che si riuniscono per spettegolare e bere in compagnia. Whizzer affida la ragazza alle cure di Nate il Grande, un ragazzone di enorme statura, e del vecchio Lester, un tizio che conosce un sacco di trucchetti per cavarsela in ogni situazione. Lillian non è per niente entusiasta: è convinta che Lester e Nate non siano in grado di competere con Blackway. Ma perché l’uomo ce l’ha tanto con lei? E soprattutto, cosa centra in tutta la storia Kevin, l’ex fidanzato di Lillian, «uno di quegli intelligentoni che credon che tutti gli altri siano coglioni»?
La vicenda si sviluppa su due binari distinti: da una parte, la combriccola con a capo Whizzer, riunita nella vecchia falegnameria, situata ai margini del paese; dall’altra, Nate, Lillian e Lester, alla ricerca di Blackway. Mentre Whizzer e gli amici commentano l’accaduto, fornendo al lettore importanti indizi per capire tutta la vicenda e le motivazioni alla base dei contrasti tra Lillian e Blackway, gli altri tre inseguono l’uomo per chiarire la situazione una volta per tutte. Si arriverà alla resa dei conti, con un finale degno dei migliori film western.
«Teso come l’aria fredda e rapido come un giaguaro: mai una parola di troppo»: la descrizione si accorda perfettamente a questo thriller, a tratti un po’ comico e surreale, ambientato in una tipica cittadina della provincia americana. Il ritratto della moderna gioventù è leggermente imbarazzante: Kevin è tutto tranne che un uomo degno di essere chiamato tale, Lillian una “dura” a tratti un po’ troppo saccente e Nate il Grande ha in «per me è uguale» la sua massima preferita. Gli anziani, al contrario, costituiscono il perno della storia: sarà proprio il vecchio Lester a chiudere definitivamente la disputa con Blackway, mentre il gruppo di Whizzer contribuisce a rendere il racconto divertente e scorrevole. Il futuro dovrebbe appartenere ai giovani, ma visti i personaggi ritratti da Freeman in questo libro siamo quasi lieti che quello in cui la vicenda ha luogo sia un paese di (e per) vecchi.

  • 20Mag2011

    Redazione - toBemagazine

    E’ l’inizio dell’estate in un piccolo paese del Vermont quando Lillian irrompe nell’ufficio dello sceriffo Wingate, chiedendo aiuto.

    Leggi l’articolo completo

  • 05Mag2011

    Alex Pietrogiacomi - Il Mucchio Selvaggio

    Una specie di ghost town nel Vermont fa da scenario all’eccellente romanzo di Castle Freeman, Vieni con me, che racchiude in sé il thriller, il new western e l’avventura cavalleresca.

    Leggi l’articolo completo

  • 15Apr2011

    Diego Brasioli - Venerdì di Repubblica

    Castle Freeman, uno degli scrittori statunitensi più brillanti degli ultimi anni, ci regala un piccolo gioiello da leggere d’un fiato.

    Leggi l’articolo intero

  • 15Apr2011

    Matthew Lewin, The Guardian - Internazionale

    Raro piccolo gioiello che è in parte divertimento comico e in parte thriller mozzafiato.

    Leggi l’articolo intero

  • 23Mar2011
  • 20Mar2011

    Enrica Brocardo - Vanity Fair

    Bulli, pistole e gossip “rurale”. Arriva in Italia il thriller di Castle Freeman, con una massima da cowboy: “Le armi vanno bene solo se sei l’unico ad averle”.

    Leggi l’articolo completo

  • 15Mar2011

    Fabrizio Fulvio Bragoni - Milanonera

    Vermont, oggi. 
Abbandonata in paese dall’ex fidanzato Kevin, l’avvenente Lillian -arrivata da fuori, e dunque potenzialmente indifesa di fronte alle minacce esterne- viene presa di mira dal temibile Blackway, un bifolco ben noto negli ambienti della malavita locale, deciso a vendicarsi per qualche misterioso torto subito.

    Ritrovatasi con il finestrino dell’auto infranto e con il corpo senza vita della gattina Annabelle sui gradini della veranda, la ragazza decide di rivolgersi allo sceriffo Wingate. Ma senza prove o testimonianze dirette, non c’è niente che la legge possa fare, o almeno così la vede lo sceriffo, che però, prima di congedarla, le consiglia di chiedere aiuto e protezione al vecchio Alonzo Boot -per gli amici Whizzer-, proprietario dell’antica segheria cittadina.
Poco convinta, ma comunque decisa a tentare, Lillian salta in auto e si dirige verso la segheria: chissà che il vecchio non abbia in mente le persone giuste per metterla “definitivamente” fuori pericolo…
Raccontato in terza persona in regime di focalizzazione esterna (per di più rafforzata da “tagli” dal calcolato effetto ellittico o parallittico) e completamente incentrato sul dialogo, Via con me gioca su due piani temporali: da un lato il passato, caoticamente rivangato da Whizzer e dai suoi in una serie di (apparentemente) sconnesse digressioni (rese possibili, e anzi necessarie, dalla presenza di Conrad, testimone non informato); dall’altro il presente dell’azione, sempre (o quasi) introdotto dalla voce della protagonista Lillian. Sta al lettore rimettere insieme i pezzi, tentando di ricostruire i moventi dell’agire dei vari personaggi, sapientemente occultati in un gioco di rimandi e allusioni verbali che avanza, in un progressivo svelamento, fino all’imprevedibile finale.
Romanzo del dopo-undici settembre (la circostanza gioca un ruolo a suo modo importante nello svolgimento dell’intreccio), ambientato in tempi di crisi economica, tasso di disoccupazione in crescita e immobilismo senza via d’uscita -tempi quantomai distanti dall’incessante attività connessa al mito della “frontiera”-, Via con me mostra una chiara ascendenza western nella vaga, impalpabile, coloritura morale (espressa, però, con formidabile ironia), nel fare “americanamente” pragmatico degli attanti e in ciò che, salvo tardive smentite, pare di poter leggere come l’impolverata etica degli “eroi”.
Volendo tentare un paragone all’interno del panorama della letteratura di genere, e astraendo dalle particolarità narrative, si potrebbe forse pensare al Jim Thompson di Colpo di spunga (imprescindibile punto di riferimento per tutti i moderni autori di western), se non fosse che, al di là della piacevole e sapiente costruzione dell’intreccio, il lavoro di Freeman è essenzialmente linguistico: è nel realismo dei dialoghi, nella chiarezza della voce, anzi, delle voci dei personaggi, che l’autore mostra tutta la sua maestria.
Da segnalare l’ottima traduzione del bravissimo Daniele Benati, in grado di conservare una nota inequivocabilmente americana all’interno di un fraseggio italiano per nulla stridente e privo degli usuali (e spesso fastidiosi) calchi lessicali e sintattici.