Un’ultima stagione da esordienti

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  • 02Set2012

    Simeone Ballini - mangialibri.com

    Dopo aver passato tutta l’estate a far danni sul campetto sterrato del parroco, Piter Cammello, il Poggio, Donna Nuda, il Buitre Berna e tutti gli altri ragazzi dell’ AC Casola erano finalmente pronti a fare sul serio. Il Mister – un uomo la cui vita era delimitata dal triangolo calcio/bar/caccia – aveva programmato la preparazione precampionato come un unico grande allenamento: una settimana di corsa, una settimana di tiri in porta e una settimana di partitelle.

    Era un allenatore all’antica: niente stretching, piramidi, ostacoli o test di Cooper. Il suo credo tattico era il semplice ma sempre efficace “palla lunga e pedalare”. Mentre l’aspetto psicologico veniva gestito con una sola raccomandazione: “culo stretto”, qualsiasi cosa stesse succedendo. Aveva lasciato i suoi ragazzi a primavera che erano ancora dei bambini e se li ritrovava a settembre con i primi peli sopra il labbro superiore che iniziavano a spuntare. In preparazione erano riusciti ad abbattere ogni record ed a sciorinare toccate – così il Mister chiamava i colpi di classe risolutivi – mai viste nemmeno nei piedi di Maradona. I segnali erano troppo evidenti: quella sarebbe stata di sicuro una grande ultima stagione da esordienti…
    Il calcio è un gioco: mai luogo comune è stato più contraddetto, sbugiardato, massacrato dai fatti. Per capire quanto sia falsa un’affermazione del genere basta farsi un giro nei campetti di periferia nei quali genitori incattiviti offendono arbitri, allenatori e avversari in nome dell’innato talento dei loro futuri campioni milionari. In Un’ultima stagione da esordienti Cristiano Cavina cerca di dare una rispolverata a quel decrepito ma molto importante luogo comune. Da piccolo ha giocato a calcio e si è divertito. Forse i più bei ricordi della sua infanzia sono legati proprio a quello sport. Così, con lo stesso spirito con cui da bambino rincorreva un pallone su un campetto sterrato, si diverte a raccontarci la sua ultima stagione da esordienti. Certo, considerarlo un romanzo autobiografico è un po’ azzardato. Gli aneddoti del mister e dei suoi ragazzi sono così carichi di ironia, iperboli e situazioni paradossali da far dubitare fortemente che si tratti di vita vissuta. Più probabile che il tutto sia stato liberamente tratto da fatti realmente accaduti. Di veramente autobiografico però c’è la passione e l’entusiasmo infantile per il calcio. E anche se l’umorismo di Cavina probabilmente non riuscirà a toccare tutte le corde, il suo messaggio è chiaro e preciso: il calcio è ancora un gioco. Sarebbe utile farlo leggere come terapia a tutti i genitori attratti dal lato oscuro di questo sport.

  • 14Lug2012

    Piero Ferrante - StatoQuotidiano.it

    Forza Casola
    Tredici anni, uno spazio aperto, e tanti sogni. Sogni inzaccherati, incerottati, impastati come una matassa di polvere e acqua. Sogni sudati, coriacei, ruvidi come la superficie dei campetti di provincia. Sogni distratti, sogni volanti, sogni arruffati come i capelli dopo ore di calci a un pallone. L’unico Dio che non si adira ad esser trattato male, il pallone.

    Perché a tredici anni, troppi per l’infanzia e pochi per l’adolescenza, fuori tempo per i giocattoli e ancora in anticipo per le donne, non c’è fortificazione che possa tener lontani i ragazzi e il cuoio di una palla. Quando l’unico fischietto contemplato è la voce della mamma che, a sera, richiama all’ordine. A tredici anni il calcio è tutto, la lente attraverso la quale si scruta il mondo. Che è impresa facile quando il mondo si chiama Casola Valsenio, ed è un paese del ravennate di 3000 anime, dalla storia triste, incollato alle rocce dell’Appennino tosco-emiliano, malinconico come tutti i borghi montanari.
    Nel 1985, a Casola, non rimanevano che i vecchi, qualche lavoratore senza speranza, un pugno di ubriachi e un manipolo di bambini. Un castello bruciacchiato, la chiesa con il Campanile, l’oratorio con la vite pluricentenaria piantata nell’anno della scoperta dell’America, la scuola elementare, ed una scuola media che contava una sola sezione. Che, chissà perché, era la B. Lì, spalmati tra la seconda e la terza classe, s’annoiavano sui banchi gli ‘esordienti’. Bambocci scombinati e svogliati legati dalla comune militanza del settore giovanile dell’Ac Casola.
    Il Ragno della Storta, Fattura, Rigo, Piter Cammello, la Bomba, il Grande Poggio, il Buitre Bernabei, Isola, Donna Nuda. E ancora, il piccolo Cristiano Cavina, il mediano, quello a cui toccava prenderla sempre di testa. Sotto la guida del Mister, larghi delle casacche logore, si apprestavano a vivere un’ultima stagione da esordienti, quella che impone la vittoria, quella dell’impossibile sbagliare, quella del sacrificio estremo.
    Correva la metà degli anni Ottanta, le macchine polacche e qualche Ritmo furoreggiavano nelle strade, la disco era tornata di moda e, per l’Ac Casola la cavalcata prevedeva sfide su terreni impervi e attraversamenti insidiosi: campi annegati nella pioggia ed altri ghiacciati; la terribile calura della Bassa, dove tutto il paesaggio è cielo e dove non ci sono montagne a sorreggerlo; match contro giovani macellai dello stinco travestiti da calciatori e altri contro calciatori veri e talentuosi imboscati nelle compagini più improbabili. Infine, l’inferno di Borgo Ghibellino, terrore delle squadre d’ogni latitudine.
    Cavina, in “Un’ultima stagione da esordienti” (scritto nel 2006, ma edito da Marcos y Marcos da pochi mesi nella solita accattivante veste grafica), è il cantore, quasi omerico, di quest’epopea in sol minore. Un poema originale in cui si muovono eroi in formato mignon, impolverati fino nel midollo, più insudiciati del parafango di una Bmx dopo una gara di cross; attorno, bislacchi esemplari di homines aemiliani, capi ultrà fanatici e vagamente perversi, beoni da bar nelle vesti di oracoli, anziani incartapecoriti dalla guerra e dalle fatiche del lavoro, usciti di senno da un pezzo. Tutto, in Cavina, trasuda irrefrenabile ironia, ma anche odore di Emilia e tempi (neppure troppo) andati, nostalgia per le ginocchia sbucciate e le guerre di quartiere, finanche un vago senso di rimembranza malinconica per i bulli di paese, quelli della Banda della Ciminiera.
    Un librino niente male per i fanatici del pallone, per gli eterni amici d’infanzia, per i ragazzi di periferia, per le mamme incanutite precocemente a furia di strilla e arti rotti, per i padri autisti d’emergenza, per i capo condomini dalla voce possente che hanno trascorso interi pomeriggi a minacciare chi oltrepassava il confine dell’aiuola, per i cani che, dietro i cancelli, non aspettavano che di addentare le camere d’aria. Per chi, anche solo una volta, anche solo per sbaglio, ha calciato o parato una palla. E se siete l’eccezione, pazienza, potete sempre restare in disparte e leggere.

    Cristiano Cavina, “Un’ultima stagione da esordienti” , Marcos y Marcos 2012
    Giudizio: 3.5 / 5 – Gooooool

  • 20Apr2012

    Redazione - lettoredisogni.tumblr.com

    Il calcio.
    Ossessione e passione nazionale, soprattutto maschile. Passione che riporta agli anni passati quando da ragazzini bastava un pallone e quattro felpe per ricreare un campo che, nei momenti chiave di partite molto combattute, poteva ricordarti San Siro per le emozioni che ti trasmetteva segnare in quei campetti improvvisati.

    Cristiano Cavina, in un libro molto autobiografico, ci riporta a quelle stagioni dove il calcio non era un business ma solo uno sport che unisce e rafforza le amicizie. L’autore ci riporta all’ultima stagione calcistica di un gruppo di adolescenti della provincia di Ravenna, tra partite epiche, personaggi leggendari che possiamo trovare tra i giocatori e i tifosi che abitano solitamente queste realtà di provincia in tutta Italia ma che sanno essere unici nelle loro caratterizzazioni.
    Un libro che ci riporta alla gioia del giocare a calcio, alla bellezza straziante di certe partite che rimangono nei ricordi di chi le ha vissute e guardate per le gioie o le sofferenze che hanno saputo trasmettere.
    Un libro per chi ama il calcio.

  • 03Nov2011

    Redazione - BC diversaMente

    Come calciava la provincia…
Casola Valsenio è un paesotto dell’Appennino ravennate, la sua squadra di calcio giovanile è la porta d’ingresso a un’altra età, quella che viene dopo la terza media e dopo il campionato esordienti. Cristiano Cavina racconta con leggerezza e ironia quel microcosmo di una provincia che non c’è più, dove tutti hanno un soprannome e dove il calcio vuol dire campi che ti sbucciano le ginocchia, magliette stinte, amicizie forti e vite che andranno a perdersi.

    L’ultima stagione da esordienti è un affresco, dai colori forti e delicati insieme, su una stagione della vita, quella “dove più il campionato avanzava contro l’inverno, più la scuola pretendeva, non si sa a quale diritto, tempo e impegno”. C’è tanto in questo racconto (“Io sono solo il microfono attraverso il quale certe voci e certe storie si salvano e non sprofondano. Questo libro è un atto d’amore verso le persone alle quali ho voluto e voglio molto bene” ha detto l’autore) dalle chiacchiere da bar, ai cataloghi postal market spiati di nascosto per vedere le ragazze semivestite, dai conflitti familiari, alle prediche domenicali. Ma c’è soprattutto la nostalgia di un’età e di un calcio che ci hanno rubato.

  • 01Mag2007

    Stefano Izzo - Rivista Rumore

    Alzi la mano chi non ha mai giocato a calcio sul campetto tutta terra e buche di un oratorio, o sull’asfalto sbriciolato di un parcheggio, con la porta fatta di maglioni appoggiati a terra e il fallo laterale che non esiste. C’è davvero, in Italia, qualcuno che non abbia mai scavalcato una recinzione per recuperare il pallone dopo un tiro svirgolato? Che non si sia mai sbucciato le ginocchia volando a terra dopo un contrasto con l’avversario? Be’, se esiste davvero qualcuno così, forse è meglio che non legga l’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, trentatrè anni, tra i nomi migliori della nuova narrativa.

    Perché L’ultima stagione da esordienti racconta proprio questo: l’epica quotidiana del calcio giocato a perdifiato sui campetti polverosi di provincia, dove saper usare i gomiti conta più di avere i piedi buoni e il Dio del Calcio non si vergogna di dispensare la propria magia, trasformando cross sbagliati in micidiali assist.

    La storia, siamo a metà degli anni Ottanta, è quella di una squadra di ragazzini di terza media, l’AC Casola, che ogni pronostico vorrebbe fuori dalla lotta per la vittoria finale, non foss’altro che per la divisa che indossano: casacca blu sbiadita da infiniti lavaggi, numeri che si scuciono dopo pochi minuti, calzini spaiati e guanti da giardinaggio alle mani del portiere che non può permettersi quelli buoni. Eppure, con la grinta e la fame di chi è pronto a farsi scoppiare il cuore pur di difendere la propria porta, quei ragazzini raggiungono il secondo posto in classifica e arrivano a giocarsi il tutto per tutto all’ultima di campionato. Proprio contro gli odiati rivali del Borgo Ghibellino, roccaforte infernale presidiata da undici mastini con gli occhi iniettati di sangue e i polpacci grandi come tronchi di betulla. Una sfida che significa chiudere con o senza gloria un’intera stagione della loro vita,  prima che inizino a spuntare i primi peli scuri sopra le labbra e le magliette attillate delle compagne rapiscano per sempre i loro sguardi.

  • 26Gen2007

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    C’era una volta la provincia; il suo baricentro stava in un campetto di calcio, dentro un oratorio, vicino a una scuola, nel retro di una Casa del Popolo. Ci correvano a perdifiato ogni pomeriggio cinque, dieci, dodici ragazzini divisi in due compagini: sgambettavano dietro al pallone sui campi polverosi e ghiaiosi…

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  • 12Gen2007

    Brunella Schisa - Il Venerdì di la Repubblica

    Fa il pizzaiolo da quando aveva quindici anni, lo scrittore dal 2002 ed è tra le voci più interessanti del momento. Il microuniverso in cui nasce l’opera epica di Cristiano Cavina, 32 anni, è il suo paesello Casola Valsenio, in provincia di Ravenna. Un’ultima stagione da esordienti, il suo terzo romanzo, racconta…

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  • 03Dic2006

    Fulvio Panzeri - Famiglia Cristiana

    CAVINA, QUANDO IL CALCIO ERA IL GIOCO DELLA VITA
    Un gruppo di ragazzi di terza media, nell’ormai mitico borgo di Casola Valsenio, cresce attorno al pallone e al Mister. Il nuovo romanzo del miglior giovane narratore in circolazione.

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  • 01Nov2006

    Marta Cervino - Marie Claire

    C’è odore di erba tagliata, merende rubate, caffè. Ci sono libri chiusi in fretta, borsoni sportivi portati a tracolla “come i paracadutisti”, gambe che non ne voglio sapere di star ferme…

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  • 01Nov2006

    Massimo Rota - Max

    Lui è nato a Casola Valsenio, un piccolo paese della provincia di Ravenna. Un mondo fatto di case popolari, cortili, prati, campi e strade polverose. Cristiano Cavina è partito come pizzaiolo amante della letteratura ed è arrivato a essere una delle voci più interessati e originali della scena letteraria italiana.

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  • 01Nov2006

    Piero Macchioni - Grazia

    Con il suo ultimo libro ha venduto tantissimo, ma continua a fare il pizzaiolo. Ora ha sfornato un nuovo romanzo che, attraverso il calcio, racconta come si diventa grandi in un paesino di provincia.
    Cristiano Cavina parla con “Grazia” di calcio e di donne…

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  • 01Nov2006

    Redazione - SportWeek

    Erano altri tempi, o forse soltanto altri luoghi. 1985, Casola Valsenio, provincia di Ravenna, tremila abitanti aggrappati all’Appennino.  Un gruppo di tredicenni, compagni di scuola e di squadra, divide il tempo fra partite di calcio e avide sbirciate alle signorine svestite su Postal Market

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  • 01Ott2006

    Redazione - Cosmopolitan

    I protagonisti dei libri di Cristiano Cavina hanno tutti qualcosa di lui. Soprattutto una: vivono in una famiglia interamente al femminile e non hanno padre. Perché così è andata allo scrittore romagnolo: è cresciuto con la mamma, la nonna e la zia…

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