Undici treni

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  • 23Mar2017

    Il Post libri - ilpost.it

    “Ricordati una cosa sola”

    Un capitolo dell’ultimo libro di Paolo Nori, “Undici treni”

    Marcos y Marcos ha pubblicato il libro Undici treni di Paolo Nori, scrittore, traduttore e blogger del Post. Il libro è ambientato a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna: il protagonista, Stracciari, racconta la sua vita al vicino Baistrocchi, il narratore del romanzo, che incontra nel bar sotto casa, talmente squallido che i due lo hanno ribattezzato Tristobar. Il racconto arriva a Baistrocchi come una sequenza di file audio registrati da Stracciari e inviatigli per posta elettronica dopo la sua partenza da Casalecchio; il libro si compone così della trascrizione di questi file, che Baistrocchi sbobina e organizza in capitoli del libro, aggiungendo delle note a commento di alcuni passaggi.

     

    Questo è l’inizio del racconto di Stracciari.

    Zio campanaro, stanotte questo bagaglio non vuol funzionare, no, spetta, adesso funziona… pronto pronto pronto.
    Dài.
    Cominciamo.

    Allora: era il periodo che mi chiamavo Stracciari e ero nato a Medicina, e era un periodo che mi era successa una cosa che era stato come essere trasferiti in un mondo con un’altra atmosfera, con un’altra legge di gravità, come avere un corpo con un altro peso specifico e era stata una cosa non tanto piacevole, devo dire.
    Era successo in agosto, un giorno che un mattino, la prima cosa che avevo letto al mattino era stata una mail che mi informava che era nato il primo comparatore di Funerali e Agenzie funebri on line, “Il miglior modo di dare ai tuoi cari l’ultimo ciao” c’era scritto, e io avevo pensato “I miei cari? Che cari?”
    L’avevo detto a un mio vicino di casa che mi aveva detto «Se non lo sai tu».
    Non lo sapevo.
    Mi piaceva, essere Stracciari.
    Mi piaceva molto il giubbetto, di Stracciari, che era un giubbetto con un’etichetta che c’era scritto “100% poliestere”.
    Era una cosa semplice, modesta, il poliestere non è un materiale pregiato, non era di cashmere, non ho mai avuto niente, di cashmere, non perché non mi piacesse, non avevo niente contro il cashmere, solo che non ce l’avevo, un giubbetto cento per cento di cashmere, avevo un giubbetto cento per cento poliestere e quel fatto lì, che fosse cento per cento poliestere, nell’etichetta c’era scritto in trenta lingue diverse.
    In ceco: “100% polyester”.
    In ungherese: “100% poliészter”.
    In polacco: “100% poliester”.
    In finlandese: “100% polyesteriä”.
    In bulgaro: “100% полиестер”.
    Erano quelle, le cose che mi piacevano.
    Perché erano inutili, forse, ma era così bella, quell’etichetta lì, chissà quanti traduttori ci avevano lavorato.

    «Ricordati una cosa sola» mi diceva ogni tanto mio babbo, e poi diceva la cosa che mi sarei dovuto ricordare.
    Sarà successo, nei ventidue anni che io e mio babbo siam stati tutti e due in questo mondo, adesso non so di preciso, ma se dovessi dire un numero, direi che sarà successo un centinaio di volte, e tutte le volte era una cosa nuova, la cosa sola che mi sarei dovuto ricordare.
    E io, di tutte quelle cento cose sole che mi sarei dovuto ricordare, mi ricordavo solo la prima frase: “Ricordati una cosa sola”.
    Mio babbo non sarebbe stato contento.
    Meno male che non lo sapeva.
    Era morto.

    Forse non ci aveva lavorato neanche uno, di traduttori.
    Forse l’avevano fatto con i traduttori automatici che ci sono adesso dentro i computer.
    Che è una cosa però comunque che a me piace perché il mio giubbetto, in un certo senso, vuol dire che è contemporaneo, da un certo punto di vista.
    Cioè è un giubbetto del 2016, anche se poi è più vecchio, cioè sarà di quattro anni fa, grossomodo.
    E li dimostra tutti, gli anni che ha, però a me mi piace così tanto.
    Con quell’etichetta lì, poi.

    Mio babbo era strano, come babbo.
    I babbi della sua generazione, in generale, lui era nato nel 1945, e i babbi della sua generazione, in generale, erano della gente che faceva fatica, a parlar coi suoi figli.
    Ecco lui, no.
    No.
    Non faceva fatica.
    «Ricordati una cosa sola» mi diceva continuamente.
    Erano i figli, nel senso di io, che facevano fatica a ascoltarlo, povero babbo.
    Mica sempre, però.

    C’eran delle volte, lui, mio babbo, quando parlava con mia mamma, a mia mamma mio babbo c’era una frase che le diceva spesso, che era una frase che io non me la son mai dimenticata, «Täs zò, un pär d’ori» le diceva.
    Dialetto.
    «Taci, un paio d’ore».
    Una frase memorabile.
    Che se mi avesse detto, mio babbo, «Ricordati una cosa sola: täs zò, un pär d’ori, d’ogni tànt» (Ricordati una cosa sola: taci, un paio d’ore, ogni tanto), io credo che me la sarei ricordata, la cosa sola che mi dovevo ricordare.
    Invece adesso son qua che mi mancano quel centinaio di cose sole che mi devo ricordare, non mi trovo benissimo.

    Quello lì era un periodo che ascoltavo tutti ma non parlavo con nessuno, solo con un mio vicino di casa che si chiamava Baistrocchi che era un comico1 ma un comico strano, era appena uscito di prigione aveva un sacco di cose da raccontare lui mi sembrava che facesse il contrario di come facevo io, che parlasse con tutti non ascoltasse nessuno.

    Lui diceva che i mestieri, in quel periodo lì, anche i traduttori, Baistrocchi il suo mestiere era il comico ma faceva anche il traduttore, dal russo, e secondo lui, secondo Baistrocchi, per lui i traduttori nel giro di pochi anni sarebbero stati sostituiti tutti da dei robot che avrebbero fatto il mestiere molto meglio di come erano abituati a farlo gli uomini e senza sudare, senza disperdere energia, con la fredda energia dei robot che erano nati per quello «Robot viene dalla parola ceca robota che sai cosa significa?» mi chiedeva Baistrocchi.
    «No» gli avevo detto io «non lo so».
    «Significa lavoro» mi aveva detto lui.

    E diceva che sarebbero spariti molti mestieri, come già cominciavano a sparire, i casellanti, i bibliotecari, i cassieri dei supermercati, gli scambisti, nel senso di quelli che scambiavano i soldi per il cambio, come si chiamano, i cambisti, lì, i cosi, quelli che quando vai all’estero ti cambiano i soldi, sostituiti dai cambi automatici, dalle macchinette, e i fotografi, sostituiti dalle macchine fotografiche automatiche, i tassisti, sostituiti dai piloti automatici, i piloti degli aeroplani, anche loro, le hostess, sostituite da delle hostess automatiche, simpatiche, loro, mica come le hostess vere che ci son delle hostess, quando prendi un aereo, che si danno tanta di quell’importanza che sembra che siano delle neuroscienziate, altro che delle hostess, diceva Baistrocchi.
    Non c’entra niente con la cosa che mi era successa.

    Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»
    E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.
    «Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»
    «E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.
    «Sì» gli aveva detto il giornalista.
    «E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»
    «No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».
    «Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.2
    Zio campanaro, che testa che aveva.

    Che io, non lo so, per farli contenti, bastava che gli dicesse che il calo degli iscritti a lettere era il segno della sempre minore significanza della letteratura nel mondo moderno che era un segno positivo, dal suo punto di vista, che lui era sempre dietro a parlare dell’importanza della condizione di marginalità3, per chi scrive, solo che lui, secondo me, non voleva davvero essere marginale, che quello ci riusciva benissimo, voleva essere originale, che quello si sforzava tantissimo, per essere originale per prendere delle posizioni che era l’unico a prenderle, Baistrocchi.

    I miei cari.
    Non è che mio babbo non mi fosse caro, a me piaceva, mio babbo.
    Anche Baistrocchi, mi piaceva.

    Noi, secondo me, adesso io non lo so, di preciso, ma se dovessi dire qual è, noi, la prima cosa che ci caratterizza, come individui, ammesso che noi si sia degli individui caratterizzati, che non so se è vero, credo che molti siamo degli individui poco caratterizzati, ma lasciamo perdere, quello che volevo dire che noi, quello che ci caratterizza, prima di tutto, secondo me, come individui, è il modo in cui guardiamo il mondo e la gente.
    Il mio babbo, per dire, guardava il mondo e la gente in un modo come per dire che si faceva come diceva lui, e basta.
    E se per caso te non eri d’accordo, lui non faceva mica niente, lui ti guardava e taceva.
    E te, nel senso di io, o mia mamma, non facevi mica niente, lo guardavi, tacevi, abbassavi la testa gli davi ragione, anche quando non aveva ragione, che non è che succedeva sempre ma succedeva, e quando succedeva, non era neanche colpa sua, di mio babbo, era che lui si era così abituato, a aver ragione, che era convinto di aver ragione anche quando non ce l’aveva.
    Ecco.

    Il mio vicino di casa, invece, era uno che aveva uno sguardo, sul mondo e sulla gente, che era uno sguardo come per dire “Ma il mondo, ma la gente, le cose che fanno, ma non si rendono conto che non andrebbero fatte come le fanno loro ma come le faccio io?”
    “È incredibile” sembrava che dicesse il mio vicino di casa, Baistrocchi, si chiamava Baistrocchi.
    Un po’ come mio babbo, dopo tutto.
    Una specie di variante, ma con una variazione minima che comportava il fatto che Baistrocchi, lui, mio babbo se non eri d’accordo con lui si zittiva, ti guardava e taceva, Baistrocchi non lo concepiva neanche, il fatto che tu non fossi d’accordo con lui, con Ermanno Baistrocchi, che era un blogger, perché aveva un blog, era uno youtuber, perché aveva un account su YouTube, era stato un twitterer, perché aveva avuto un account su Twitter, era stato, molto tempo prima, un facebooker, perché aveva avuto, molto tempo prima, un profilo Facebook, non era mai stato un instagrammer, perché non aveva mai avuto un account su Instagram però era un traduttorer, perché faceva delle traduzioni, e un romanzer, perché scriveva dei romanzi, cioè in parole povere, era un comico, se così si può dire.

    Come traduttorer, Baistrocchi era traduttorer dal russo e, ultimamente, anche dal ceco, anche se dal ceco aveva tradotto una parola sola: robota.
    Voleva dire lavoro.

    Lui, diceva Baistrocchi, tutto secondo lui dipendeva dal posto dove uno nasceva difatti una delle prime cose che mi aveva chiesto quando ci eravamo conosciuti «Dove sei nato, te?» mi aveva chiesto.
    Io, quello lì era il periodo che ero nato a Medicina, «A Medicina» gli avevo detto.
    «Quindi sei» mi aveva detto Baistrocchi «come si chiamano gli abitanti di Medicina? Medicinali?»
    «No» gli avevo detto io «medici».
    «E le femmine?»
    «Dottoresse».
    Lui, Baistrocchi, mi aveva guardato, aveva scosso la testa aveva detto: «Mavaffanculo».4

    Mi piaceva, quando Baistrocchi mi mandava affanculo.
    Io, devo dire, in generale, mi piaceva, quando mi mandavano affanculo.

    Un po’ credevo che dipendesse da me, un po’ credevo dipendesse anche dal periodo in cui ero venuto al mondo, che io, la prima parola straniera che avevo imparato, io, probabilmente era ‘Austerity’. Mia mamma mi parlava sempre dell’austerity come di uno dei periodi più belli della sua vita. Le domeniche senza macchine, che si andava a piedi, per lei erano un incanto, una specie di festa che la città era dentro una bolla che le dava tutta una faccia diversa.
    Austerity.
    Dove volete che vada, uno così?

    Mi piaceva molto, Baistrocchi.
    Mi piacevano molto, quelli con cui lavoravo e i miei vicini di casa, ma non mi piacevano perché erano belli, Baistrocchi non era bello, mi piacevano perché era della gente che non l’avevi scelta, ti era capitata per caso e li dovevi sopportare e sopportare, io, non so come mai, era una cosa che, zio campanaro, mi piaceva, a me, sopportare, e mi piaceva soprattutto sopportare la gente che ti era capitata per caso, come quelli con cui lavoravi, o il babbo, o la mamma, o i vicini di casa, invece la gente che la sceglievi tu, non lo so.
    Come Lidia.

    Lidia.
    Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia?
    Cosa sei, una regione dell’Asia minore?
    Un regno dell’Età del ferro?
    Tuo babbo faceva il fontaniere a Sassari.
    Lidia.
    Ah, è un bel nome, va’.
    Zio campanaro.

    Baistrocchi, lui, una cosa che mi piaceva, che lui ripeteva sempre le stesse cose.
    Io credo che tutti, più o meno, ripetessimo sempre le stesse cose, ma Baistrocchi di più, e una cosa che diceva sempre Baistrocchi non l’aveva detta lui, Baistrocchi era difficile che dicesse delle cose che diceva lui, lui diceva delle cose che le avevan dette degli altri, e quella cosa lì in particolare l’aveva detta un comico francese che una volta aveva raccontato cosa succedeva quando qualcuno che hai scelto, che te ne sei innamorato, e che ti ha scelto anche lei, che si è innamorata anche lei, o perlomeno ti ha detto di essersi innamorata, quando quella lì d’un tratto sceglie di scegliere un altro e ti lascia, che sono cose che ogni tanto succedono, son successe a tutti, io credo.
    «Una persona scompare, e il mondo si ripopola»5 aveva detto più o meno una volta un comico francese, aveva detto Baistrocchi.
    E io avevo pensato che era vero.

    Che tutte le volte che qualcuna mi aveva lasciato, e mi era successo una volta sola, a dire il vero, era successo così anche a me. Lei era scomparsa, e era spuntato il mondo.
    Come se una relazione fosse una scatola protettiva, un imballaggio, una confezione che è vero, si stava meglio, più riparati, più al caldo, ma non si vedeva un cazzo.

    Invece adesso, da soli, io tutti i giorni mi sembrava che succedesse qualcosa, non so per esempio in quei giorni, sotto casa mia, avevano aperto un’agenzia di pompe funebri, e io mi ero chiesto, non avevo mai capito bene cos’era una start up, ma un’agenzia di pompe funebri che apriva poteva essere considerata una start up?, mi ero chiesto.
    E l’avevo poi chiesto a Baistrocchi, lui m’aveva detto che non lo sapeva.
    Che lui, quando c’era bisogno, non sapeva mai niente, Baistrocchi.
    Zio campanaro.

    1 Stracciari, sia qui che più avanti, quelli che scrivon dei libri, non solo io, anche gli altri, non so perché li chiama tutti comici.

    2 Non ero contento.

    3 In quel periodo lì avevo fatto un corso sulla letteratura popolare, e uno dei compiti che avevo dato era stato Descrivete in cinque righe la letteratura popolare, e uno dei partecipanti, che si chiamava Daniele Marchi, aveva scritto: “Erano anni che ormai la crisi durava, ma quella sera era decisa a troncare, così non si poteva continuare.
“Anche quella sera Popolare era uscito con gli amici, o almeno così sosteneva, e Letteratura in casa ad aspettarlo come sempre. La macchina si fermò qualche minuto dopo la mezzanotte davanti alla loro abitazione comprata con mille sacrifici molti anni prima quando Letteratura e Popolare avevano un progetto di vita assieme. I primi dissapori iniziarono quando Popolare si mise a frequentare quello che lui diceva essere il nuovo che avanzava. Quello che Letteratura non sopportava non erano queste nuove compagnie, era l’ansia di Popolare di piacere a tutti i costi e con più piaceva, più Popolare si allontanava da Letteratura.
“Popolare uscì dal suo suv e si incamminò nel vialetto che lo conduceva alla loro casa. Capì subito come stavano le cose quando vide le tre valige sul pianerottolo. Non entrò neanche per chiedere spiegazioni caricò le tre valige sulla macchina e partì sgommando. Letteratura dietro al vetro della cucina non riuscì neanche a piangere. Non si videro mai più”.

    4 Confermo.

    5 Grégoire Bouillier, Rapport sur moi, Paris, Allia 2002, traduzione di Paola Vallerga, Milano, Isbn 2009.

  • 17Mar2017

    Redazione di Omnimilanolibri - omnimilanolibri.com

    Undici treni da non perdere

    Giocoso e originale, musicale ed audace, Paolo Noriarriva in libreria con Undici Treni e investe i lettori con le sue storie intrise di vita. Le sue solite righe, si direbbe, se non fosse che l’espressione suona come a dire che sono noiose, mentre quelle dell’autore non lo sono affatto.

     

    Riesce ad essere riconoscibile tra mille, dando la sensazione di felice abitudine, ai lettori che già lo conoscono, senza mai stancare. Se la vita ad ogni angolo dissemina piccole sorprese, Nori le sa non solo cogliere e raccontare come pochi altri grazie ad un ritmo che le rende “da romanzo” anche se esattamente le stesse che nella propria vita si trovano banali.

    Il protagonista di Undici Treni è Stracciari, un uomo che fornisce un punto di vista diverso sul mondo che tutti vedono uguale ogni giorno, sarà forse perché ama i silenzi e li registra come fa con i suoni più quotidiani, quelli di un modem e dei collant, quelle delle voci registrate che ci accompagnano sui mezzi come all’entrata in banca.

    Dal punto di vista di Stracciari, Nori guarda a Baiastrocchi, null’altro che il vicino di casa, già noto a chi è un affezionato frequentatore degli amici dell’autore. Tra il Tristobar e i ricordi di Stracciari, sulla scia di frasi sdrucciole e giochi di parole divertenti ma che fanno riflettere sull’impoverimento della lingua scritta e parlata, il libro pubblicato da Marcos y Marcos editore dura una emozione e ne lascia tante a cui aggrapparsi quando il tran tran quotidiano annoia.

    Guardando il mondo con l’ironia intelligente dell’autore, si vede la gente presa tra “lavòring, macchining, supermarketing e poco bankomating”, si sorride notando parole parassite sulle bocche di tutti e si conferma la stima per uno scrittore che non si tradisce ma, come lettori che vogliono crescere, non ci tradisce. E gli “Undici treni”? Da non perdere, capitolo per capitolo.

  • 16Mar2017

    Andrea Pennywise - unantidotocontrolasolitudine.blogspot.it

    Gli Undici Treni di Paolo Nori tra ironia e parola.

    Il Tristobar non è il luogo migliore nel quale incontrarsi, un ambiente alquanto bizzarro in cui due uomini e diverse vicende dalle innumerevoli direzioni si intrecciano. Stracciari e Baistrocchi, i protagonisti di questa storia, proprio qui uniscono le loro strade, avvicinandosi e allontanandosi, seguendo gli Undici Treni di Paolo Nori (marcos y marcos).

    Per definire l’ultimo libro dell’autore emiliano potrebbe essere per me facile parlare di un romanzo divertente, scanzonato, dai toni leggeri. Una lettura di intrattenimento piena di avvenimenti godibili. Nulla di più sbagliato.
    Questo l’ho capito quando ho pensato alla commedia all’italiana, un filone che ha storicamente interessato il cinema nostrano, sfociando, con qualche sporadica eccezione, nella nostra letteratura. Oggi questa peculiarità, la vena ironica dal retrogusto amaro che tanto piace a noi lettori, si palesa soprattutto nei vari gialli dei numerosi commissari. Della tradizione di una letteratura più ironica invece, rimane forse, uno sporadico Stefano Benni. In tutto questo non avevo ancora scoperto l’intelligenza di Paolo Nori.

    Questi undici treni sono macchinati da personaggi non nuovi ai lettori più appassionati poiché questo par essere uno dei tanti tasselli che compone l’universo noriano. Un macrocosmo da affrontare come sfida e al tempo stesso come gioco.

    (…) io non ho una testa, ho una casa di tolleranza.

     

    Questa una delle innumerevoli confessioni di Baistrocchi grazie alle quali dare una definizione precisa al tipo di predisposizione necessaria all’esperienza di lettura.

    Gli scrittori saranno i comici, le espressioni saranno parassite, la sintassi sarà un segno distintivo. Ecco alcune delle caratteristiche con un unico comune denominatore: il legame con la parola.

    La trama non è importante, non in questo caso, sembra quasi superflua quando queste parole così distorte sono in grado di divertire così tanto. Alcune vengono modellate, altre inventate, alcune tradotte per mutarne il significato senza seguire nessun tipo di regola al di fuori della cura, dell’intelligenza appunto.

    Lecito chiedermi come potesse apparire la realtà di fronte una descrizione anomala. Ho trovato questa risposta nella definizione di un rapporto.

    Come se una relazione fosse una scatola protettiva, un imballaggio, una confezione che è vero, si stava meglio, più riparati, più al caldo, ma non si vedeva un cazzo.

    Come se, aggiungo io,  ci nascondessimo dietro le nostre certezze, dietro quelle parole che sappiamo di saper dominare, non accorgendoci delle possibilità offerte dall’ignoto. Necessario sarà il coraggio di avviarsi verso di esso, magari su un treno, all’ascolto di una delle tante registrazioni piene di frasi adatte a qualsiasi tristobar. Quelle che nella loro distorsione sono capaci di mostrarci la vera realtà del mondo.

  • 07Mar2017

    Eleonora Molisani - TuStyle

    È scomparso il mio vicino

    Con il suo stile “parlato” e le sue storie surreali torna Paolo Nori.

     

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  • 01Mar2017

    Pietro Russo - CriticaLetteraria.org

    Una vita parassita: “Undici treni” di Paolo Nori

    Undici treni di Paolo Nori potrebbe essere la storia di questi viaggi in treno del protagonista, Stracciari nato a Medicina di professione operatore video. Ma forse è un racconto che parla d’altro: di buchi neri, della relazione con una sarda che si chiama come una regione dell’Asia minore (Lidia), di come Stracciari (che non si chiama davvero così) è diventato Stracciari, della strana amicizia con il “comico” (leggi: scrittore) Baistrocchi dietro il quale è facile riconoscere lo stesso Nori.

    Insomma, “Undici treni” avrebbe potuto anche intitolarsi “Absit iniuria verbis”, ad esempio, come il refrain che scandisce i nodi salienti del libro. Che l’offesa stia lontana dalle parole. A Stracciari infatti piace più che altro registrare silenzi e suoni; e, nei servizi televisivi per una emittente locale emiliana, anche immagini di un’Italia ai margini, periferica, in abbandono e abbandonata. Forse reminiscenze cinematografiche nel segno di Antonioni, maestro dell’incomunicabilità filmica come lo è Stracciari di quella verbale e non. La paura inconfessata che il protagonista di Nori si porta dietro, come un’eredità difficile da gestire, è proprio quella di offendere, di fare del male; di arrendersi, con le parole e con i fatti, alla fatalità dell’iniuria.

    Per questo motivo occorre distanziarsi da quella che fino ad allora era stata la sua vita, quindi crearne una nuova dove la ex convivente “quasi moglie” diventa una regione dell’Asia minore e Arturo Mezzadri, nato a Ospitaletto di professione grafico, si trasforma nel suo doppio Stracciari, senza che per questo ci sia una ripartizione netta come tra Jekyll e Hyde. Il male, se c’è, sta tutt’al più nelle parole. In quelle dette e soprattutto in quelle taciute. E in quelle che non ci appartengono.

    Questo è ciò che sembra dirci Nori non tanto tra le pieghe quanto in una lunga nota paratestuale di questo racconto. Si è in presenza del male quando la lingua diventa “parassita”, vive di vita propria, cioè alle spalle del soggetto parlante, generando così uno scollamento tra la realtà e la sua rappresentazione, tra la cosa e la parola, tra l’io e il linguaggio. Scrive infatti Baistrocchi-Nori:

    […] m’era venuto in mente di quando avevo fatto l’attore, in teatro, nove giorni, nel 2007, a Napoli, e avevo un regista che mi aveva fatto vedere che io avevo dei gesti parassiti, cioè gesti che vivevano su di me senza che me accorgessi […]. E dopo, a ripensare a quella cosa che mi aveva detto il regista, io mi ero accorto che quando parlavo, e quando scrivevo, davo voce a delle espressioni parassite, che vivevano su di me senza che me ne accorgessi. (p. 80)
    La storia di Mezzadri-Stracciari si può dunque risolvere in questa constatazione meta-letteraria: Stracciari è, narrativamente parlando, un parassita; una forma marcatamente iperletteraria a cui Nori presta la parola e in modo particolare lo stile eccessivo, esibito, circolare della sua scrittura. Absit iniuria verbis.

  • 27Feb2017

    Melissa Minò - sulromanzo.it

    Il ritorno di Paolo Nori e della sua strana lingua

    Undici treni è il nuovo romanzo di Paolo Noripubblicato dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos. In copertina, sullo sfondo firmato da Luca Mengoni, un disegno di Arturo Mezzadri sotto la scritta “To Soréla Entertainment”. È questo il primo impatto del lettore con il libro e se abbiamo incontrato l’autore in altre occasioni, sappiamo bene cosa aspettarci.

    Paolo Nori, di nuovo, offre al lettore pagine e pagine di quella strana lingua fatta di ripetizioni, virgole e subordinate che gli è propria. Un andirivieni di dettagli e pensieri che non portano mai troppo lontano dalla riva ma permettono di cogliere ogni volta una sfumatura nuova, più sottile e delicata nascosta nella semplicità delle cose di tutti i giorni.

    Nella periferia di Casalecchio di Reno c’è una via in cui sorgono una clinica privata e un ospizio, poco più avanti ha aperto i battenti anche un’agenzia di pompe funebri il cui slogan è “Il miglior modo di dare ai tuoi cari l’ultimo ciao”. Sempre in quella via della periferia di Casalecchio di Reno c’è un ristobar soprannominato Tristobar il cui barista, Speedy Perquindi, è famoso per l’estrema lentezza e la particolare propensione all’uso continuo di “perquindi”. A pochi passi da tutte queste felici attività abita, come ormai sappiamo dai precedenti romanzi, Ermanno Baistrocchi che, tornato in libertà dopo quattro anni di prigione, stringe amicizia con un certo Stracciari, inquilino del suo stesso palazzo.

    Baistrocchi, in questa nuova avventura, si trova a fare la parte dello “strumento” silenzioso (fatta eccezione per qualche intervento a piè di pagina) anziché essere, come siamo abituati, il protagonista. A lui viene infatti affidato il compito di srotolare sulla carta le registrazioni che Stracciari, un giorno all’improvviso, inizia a mandargli come allegati di mail altrimenti vuote. Succede infatti che Stracciari si ritrovi a non poter più vivere la vita di prima perché «la vita che avevo prima, mettiamo che fosse un oggetto di latta, la vita, avevan piegato la latta con cui era fatta la vita di prima e non si poteva più usare» e siccome «con quel viaggio in treno finiva la vita che ero nato a Medicina e mi ero chiamato Stracciari» pensi di affidare a Baistrocchi la testimonianza sonora di quella sua breve esistenza. Seguiamo così il flusso di pensiero di un uomo che ha cambiato almeno due volte il corso della sua vita, lo ascoltiamo mentre semplicemente racconta il quotidiano affaccendarsi di un’esistenza fatta di piccoli momenti a volte esilaranti, a volte profondamente drammatici.

    E ci racconta, Stracciari, nato Arturo Mezzadri, della costellazione da cui è composto il suo mondo: l’assenza che solo i sardi – e una sarda in modo particolare – sanno rendere così piena e potente, la banalità di un crimine, la bellezza delle cose insensate come un rotolo di carta igienica finito, i cartelli, la passione per i suoni (il rumore delle calze delle donne, il modem quando si mette in funzione, il nastro registrato che si sentiva in banca…). E il lettore non può fare a meno di arrivare fino all’ultima riga di questa strana storia.

  • 20Feb2017

    Giorgia Strada - voglioscriveredite.wordpress.com

    Undici treni, solo undici, vedrai.

    Che tutte le volte che qualcuna mi aveva lasciato, e mi era successo una  volta sola, ai dire il vero, era successo così anche a me. Lei era scomparsa, e era spuntato il mondo.

     

    Come se una relazione fosse una scatola protettiva, un imballaggio, una confezione che è vero, si stava meglio, più riparati, più al caldo ma non si vedeva un cazzo.

    Quando incontro nella vita, personaggi come Stracciari, posso dire di aver fatto il percorso giusto per arrivarci.

    In questa omologazione totale, una persona come lui, che rende carichi di significati personali, ogni esperienza, ogni  persona, ogni amore della sua vita, per me è ossigeno.

    Undici treni sono la cadenza dello sbobinamento.

    Undici treni, lo svolgimento della storia stessa, narrata.

    Undici treni sono quelli degni di nota, per poterci avvicinare all’estrosità del giornalista Stracciari.

    Ha con sè il candore dell’innocenza,

    ha con sè la voglia

    di trasformare

    ciò che è vita,

    in gioco.

    Creatore di definizioni tagliate sulla sua pelle: una ragazza con la quale convive per quattro anni, non ha un nome ma è l’Asia Minore, un’emozione che è composta di atomi che variano di dimensione, uno che fa arte o scrive o … è sempre un comico.

    E il suo modo di parlare ? con cadenza provinciale; un mondo che balza fuori dalla sua bocca così come la sua mente lo percepisce, senza per forza dovergli rendere la forma comprensibile ai più. Non ha conformismo, solo personalizzazione del quotidiano.

    Caratterista, che sogna di poter regalare al suo pubblico un significato, un’immagine in più.

    Chiuso dentro al suo piccolo e prezioso mondo, c’è chi potrebbe vedere in lui un autistico. Io ?Un uomo desideroso di donarsi nella sua totalità, senza sovrastrutture, senza troppi compromessi.

    Stracciare sei un po’ me, sei me nella mia voglia di non essere conformista e di dover mandare giù rospi che bloccano il respiro; me nell’aver voglia di colorare le giornate con colori brillanti e insoliti; me nel piacere di godere di ciò che la vita ci offre senza troppi artifici.

    AAA. Cercasi simil-Stracciari disperatamente !

     

  • 31Gen2017

    Nicola H. Cosentino - www.minimaetmoralia.it

    “UNDICI TRENI”, L’ULTIMO LIBRO DI PAOLO NORI

    In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

     

    L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.

    Cioè, un inconfondibile flusso di ‹‹che io›› e subordinate affastellate, e virgole da intonazione, talmente simile allo sregolato tentare del parlato infantile (o degli ubriachi) da sembrare troppo facile, per uno scrittore serio; meno che un divertissement. Eppure non c’è pochezza, né vero disordine, o impostura, in questo garbuglio accorato che per Paolo Nori è cubismo scritto: si sa, alla base di ogni Guernica c’è un Ritratto di Olga in poltrona.

    Il suo ultimo libro si chiama Undici treni (Marcos y Marcos) e come al solito parla – perché “parla”, per un libro di Nori, si può scrivere – di tutto e di niente, o meglio racconta una voce, un modo di guardarsi intorno, un carattere; i fatti sono il meno. Protagonista, dalle prime pagine, sembrerebbe il “solito” Baistrocchi, una specie di alter ego estremizzato dell’autore, presente in molte delle sue opere (la penultima è Manuale pratico di giornalismo disinformato, sempre Marcos y Marcos, 2016) e come lui scrittore, studioso di letteratura russa e “figura pubblica” del panorama culturale emiliano.

    Poco dopo, però, la prospettiva si capovolge, e Baistrocchi diventa testimone e curatore del racconto di un altro, un suo amico da bar, tale Stracciari, operatore di ripresa e fondatore della “To soréla entertainment” il cui splendido marchio badly-drawn si staglia in copertina. La vicenda personale di Stracciari si dipana verso la fine, in una manciata di pagine bellissime di narrativa pura: la parte, per intenderci, riservata agli undici treni del titolo. Il resto, ovvero tutto quello che precede il finale, è una specie di studio d’autore sulla natura delle cose, affrontato con la svagatezza consueta dello Stracciari di turno, qui più candido (e più ferito) del coprotagonista, il già noto Baistrocchi. Entrambi parlano la lingua di cui si è già scritto, e sanno esprimersi attraverso il proprio spirito d’osservazione: cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa capiamo (tutto, sembrerebbe), cosa non capiamo.

    La lista è lunga. A Stracciari, ad esempio, piacciono suoni e silenzi, ma se i primi se li gode (i vecchi modem, prima dell’adsl; la carta tra i raggi della bici, per simulare una motocicletta), i secondi, se intervallano l’amore, gli fanno paura. Gli piace la tenerezza, che in generale è il sentimento predominante in tutto il romanzo, ma non la passione – forse. Poi, con maggiore chiarezza, rifugge la retorica, l’intercalare, il pressappochismo, l’impulsività. Undici treni è ricco, non a caso, di personaggi che sembrano fare categoria a sé, una categoria di disattenti, ecco, contraddistinti da un parlare scialbo e da una certa pochezza espressiva: c’è chi dice ‹‹Perdunque››, chi scrive ‹‹Come dire›› e chi (il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, nel ruolo di se stesso) conia la parola ‹‹Galantuoma››. E c’è anche Alessandro Baricco che, durante la presentazione di un suo libro, stando ‹‹molto attento ai silenzi (i celebri tempi comici)››, permette a Stracciari di ripensare ai fatti suoi, alla sua storia d’amore.

    Una guerra alla lingua mal parlata, da Paolo Nori, alla lingua sprecata, un lettore occasionale non se l’aspetterebbe. Eppure è una guerra dai presupposti ineccepibili, e combattuta molto bene: la prospettiva dei personaggi noriani è quella di gente che non si dà arie, che sembra voler imparare in un mondo che non lo consente, perché (il mondo) in costante peggioramento. Ecco, Nori sembra dirci che le cose dette bene sono dette troppo male, o nel modo sbagliato, perché non comunicano niente. Undici treni, il suo nuovo arsenale, è invece scorrevole e toccante, e luminoso; e fa ridere, anche, e spesso commuovere, e in un solo, clamoroso caso fa ridere e commuovere contemporaneamente: la storia del bidet, capitolo 5, sembra uscita da una tavola pietosa del Colombo di Altan: struggente, esilarante.

    Sulla lingua, che altro dire. Questo: a me, leggere Nori, ha sempre ricordato quella frase di Gertrude Stein da Sacred Emily, ‹‹Rose is a rose is a rose is a rose››, o ancora meglio la sua versione del ‘92, ‹‹Una tetta è una tetta è una tetta››, daScritto sul corpo di Jeanette Winterson. Forse perché la forma, violata fino al paradosso, quasi allo stridio, sia in Stein che in Winterson che in Nori, apre alla lampante chiarezza del contenuto: non importa come è scritto, basta che vi sia chiaro: una rosa è una rosa è una rosa; una parola è una parola è una parola. E contro tale, lapidaria sicurezza, persino Chuck Norris, per quanto ostinato, non avrebbe potere.

  • 26Gen2017

    Violetta Bellocchio - www.illibraio.it

    Il doppio binario su cui gioca Paolo Nori

    A dominare “Undici treni”, il nuovo libro di Paolo Nori, è la lingua parlata che l’autore utilizza come punto fermo della sua scrittura da parecchi anni. E a catturare il lettore è…

    È un doppio binario quello su cui gioca Paolo Nori nel suo ultimo romanzoUndici treni (Marcos y Marcos). Da un lato c’è uno scrittore di professione, Ermanno Baistrocchi, personaggio già conosciuto ai lettori affezionati di Nori, qui impegnato in un triste ritorno alla realtà dopo quattro mesi passati ingiustamente in carcere; dall’altro c’è un vicino di casa, “Stracciari Augusto”, autore di servizi televisivi per le emittenti dell’Emilia-Romagna, un tipo in apparenza privo di forti emozioni, che con Baistrocchi condivide la frequentazione di un baraccio di quartiere e l’occasionale chiacchierata senza impegno. E poi Stracciari sparisce nel nulla, spedendo allo scrittore alcuni file audio, a cui affida il compito di raccontare una storia via via sempre più bizzarra, condita di false identità, segreti inconfessabili e dark ladies che sfoggiano nomi ordinari. (“Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia? Cosa sei, una regione dell’Asia minore? Un regno dell’Età del ferro?”)

    Riassunto così, Undici treni sembra un noir, e in effetti poco ci manca. L’autore però se la prende comoda, portandoci poco alla volta all’interno dei molti misteri di Stracciari, aprendo mille parentesi e divertendosi a far funzionare tutti i giochini letterari permessi da questa versione del “manoscritto ritrovato”: Baistrocchi scompare dalla trama dopo sei pagine.

    Per il resto del libro si limita a trascrivere le confessioni dell’amico scomparso, in cui diventa un personaggio minore simpatico e limitato, e il suo forte intervento narrativo sono le note a piè di pagina, dove arriva a smentire – o a correggere – la versione dei fatti offerta da chi non è più in circolazione. A dominare il testo, comunque, è la lingua parlata che Nori utilizza come punto fermo della sua scrittura da parecchi anni: il ritmo delle conversazioni è lo stesso del lungo monologo di Stracciari, dei ricordi (piacevoli o minacciosi) che ritornano a farsi vivi nella sua memoria, dell’attività quotidiana come video-operatore e montatore di servizi TV volti a rassicurare gli emiliani. “Loro vogliono essere tranquillizzati, loro vogliono che gli si dica che a loro, bolognesi, o ferraresi, o modenesi, o reggiani, o parmigiani, o piacentini, quella cosa lì brutta che è successa al loro concittadino, o corregionale, non succederà mai, perché loro abitano in Emilia che è un posto dove queste cose non succedono”. La bellezza del romanzo sta tutta qui, nell’apparente facilità con cui porta in scena oggetti, uomini e luoghi fisici, buttando la stessa luce opaca su fatti di cronaca nera e aneddoti tratti dalla vita quotidiana, e nella sicurezza con cui, un passettino dopo l’altro, cattura il lettore. Difficile alzare gli occhi dalla pagina senza sentirsi parte dello stesso mondo che Nori sta raccontando.

  • 21Gen2017

    Francesca Frediani - D la Repubblica

    IN VIAGGIO CON NORI

    Per una volta, sarà meglio cominciare dalla fine. Chi non si fosse mai accostato a Paolo Nori, lettura trascinante ma non semplice, troverà illuminanti le pagine finali di questo “Undici treni”, con le sinossi dei libri precedenti che vedevano protagonista Ermanno Baistrocchi: “La banda del formaggio”, “Siamo buoni se siamo buoni”, “Manuale pratico di giornalismo disinformato”.

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  • 17Gen2017

    Renzo Montagnoli - www.arteinsieme.net

    UNDICI TRENI

    Stracciari registra i silenzi.
    Registra anche i suoni; gli piacciono i suoni, i silenzi, le calze delle donne, la carta che si infilava tra i raggi della bicicletta per far finta di avere una moto, il suono del modem le prime volte che ci si collegava a internet, il messaggio che si sentiva quando entravi in banca “Siete pregati di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera”. Ci farebbe una mostra, di silenzi e di suoni.
    Gli piace anche quando lo mandano affanculo e quando gli dicono “Poverino”.
    Una cosa che non può sopportare, è quando gli chiedono “Come stai?” “Eh” risponde.

    Ha un giubbetto con un’etichetta con “Poliestere” scritto in trenta lingue diverse, e un vicino di casa che si chiama Baistrocchi che lo tratta un po’ male, e un bar sotto casa che loro chiamano Tristobar. Gli piace anche il Tristobar, a Stracciari. E gli piacciono quelli che fanno albering, supermarketing, funiviìng, macchining, bankomating, lavòring, antropologiìng.
    E gli è piaciuta una ragazza sarda che ha vissuto con lui per un po’ di anni e in tutti quegli anni non gli ha mai detto “Amore” o “Caro” o “Tesoro” o delle cose del genere. Al massimo gli ha detto “Disgraziato”. Se era proprio molto ma molto contenta, gli diceva “Delinquente”. E lui era così contento, anche lui.

    Paolo Nori è nato a Parma, abita a Casalecchio di Reno e ha scritto un mucchio di libri, tra romanzi, fiabe e discorsi. Gli piace leggere ad alta voce, raccontare varie cose sul suo blog (www.paolonori.it), su alcuni giornali e qualche volta in televisione. Con Marcos y Marcos ha pubblicato o ripubblicato: La meravigliosa utilità del filo a piombo, Disastri di Daniil Charms, da lui curato e tradotto, Si chiama Francesca, questo romanzo, Grandi ustionati – anche in versione AudioMarcos – La banda del formaggio, Si sente?, Siamo buoni se siamo buoni, La piccola Battaglia portatile, Manuale pratico di giornalismo disinformato, Tre matti di Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Tre giusti di Nikolàj Leskóv, Spinoza, il Repertorio dei matti della città di Milano,  il Repertorio dei matti della città di Bologna, il Repertorio dei matti della città di Roma,  il Repertorio dei matti della città di Torino, il Repertorio dei matti della città di Parma, il Repertorio dei matti della città di Cagliari, Repertorio dei matti della città di Livorno, Repertorio dei matti della città di Andria, da lui curati e tradotti. Ha curato l’antologia sui confini Ma il mondo non era di tutti?

  • 15Gen2017

    Alberto Sebastiani - la Repubblica

    Lo strano Stracciari in undici treni di Nori

    «Sto scrivendo un romanzo che il protagonista è un signore che si chiama Strazzari e è nato a Medicina, in provincia di Bologna, però si chiama anche Mezzadri e è nato anche a Parma, in provincia di Parma. È un signore che di mestiere fa il cameramen, per quasi tutte le televisioni private della città di Bologna, però fa anche il ragioniere per una grande impresa edile della provincia di Parma.»

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  • 15Gen2017

    Cesare Sughi - il Resto del Carlino

    Paolo Nori sale su “Undici treni” per raccontare le vite secondarie

    C’è un regionale che va lungo la tratta Bologna – Castelfranco. C’è, sotto casa, il bar ristorante Tristobar, con un barista che si chiama Perquindi. C’è un’umanità disadattata, schizzata, tra la follia e lo stralunamento, ritratta in dialoghi irresistibili con il protagonista Stracciari, nato forse a Medicina: «Quindi sei, come si chiamano gli abitanti di Medicina? Medicinali?». «No, medici», mi aveva detto lui. «E le femmine?», gli avevo chiesto io. «Dottoresse», mi aveva detto lui. E c’è anche la risata dello spiazzamento, di una quotidianità piena di scarti e sensi vietati e di punteggiature e sintassi libere in “Undici treni” (Marcos y Marcos), il nuovo romanzo di Paolo Nori, che lo presenta domani alle 18.30 all’Ambasciatori.

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  • 13Gen2017

    Angelo Molica Franco - il venerdì di Repubblica

    Servono undici incontri per trovare il coraggio

    Nel racconto Costruttori – che chiude la celebre raccolta Undici Solitudini (1962) – Richard Yates scrive: «Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi». La presenza di una finestra è, per Yates, la possibilità della luce nella vita di ognuno, dunque di una qualche salvezza.

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  • 12Gen2017

    Chiara Vanzetto - Corriere Della Sera

    Il nuovo Paolo Nori tra dialoghi surreali e autocritica sovietica

    Di Paolo Nori, scrittore e blogger, classe 1963, colpiscono (e affascinano) due cose: la sua scrittura «parlata», che ricalca cioè la lingua con cui si comunica quotidianamente, con ripetizioni e sgrammaticature, e il suo modo di leggere ciò che scrive (o che scrivono gli altri), con una cadenza musical-regionale – è nato a Parma – che dà vita a ogni riga, strappando sorrisi, riflessioni e ipnotizzando chiunque lo ascolti.

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