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Una banda di idioti

Archivio rassegna stampa

  • 14Nov2018

    Andrea Paolucci - rocknread.it

    Una Banda Di Idioti, una citazione:

    “Quando la ruota della Fortuna gira verso il basso, vattene al cinema e dimentica tutto il resto.”

    Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui.

    È il principio primo che muove ogni altra idea, sogno e azione di Ignatius J. Reilly, uno dei massimi nemici del popolo americano di questo secolo.

    Immaginatevi una strana miscela fra un barbone, un Oliver Hardy impazzito, un Don Chisciotte grasso e un Tommaso d’Aquino perverso. Un trentenne omone munito di berretto, paraorecchie verdi e baffoni che, fra giganteschi rutti e flatulenze, si vede costretto a continui attacchi contro un’America “priva di geometria e teologia”.

    Ha un’altissima ed esagerata considerazione di sé. Si ritiene un genio anche se non produce granché a parte brani di una sorta di diario, da lui considerato un capolavoro, talmente politicamente scorretto da diventare una specie di trattato ridicolo e folle.

    “Io sono un anacronismo vivente; questo la gente lo capisce e mi diventa ostile.”

    Sua madre pensa che lavorare gli farebbe bene e Ignatius intraprende quindi una serie di lavori che lo porteranno a vivere avventure strambe, fino al più completo disastro.

    Attorno a loro, in una New Orleans anni ’60 trasformata in palcoscenico quasi dadaista, un coro greco di personaggi epici.

    Jones, negro in semischiavitù, che fulmina con una frase al vetriolo “quella nazista della padrona” del localaccio “Notti di Follia” e ci fa ridere fino a piangere.

    La signorina Trixie, ottuagenaria sempre a caccia di prosciutti pasquali e, suo malgrado, dell’eterna giovinezza.

    Myrna, anarco-femminista di New York, che sfida con un serrato carteggio anima e sesso di Ignatius.

    Santa Battaglia e l’agente Mancuso, pronti a consolarsi con partite di bowling. E poi, Yoghi, Rosvita e Batman, le Manifatture Levy, Gus Levy, signora e viziatissime figlie.

    Immaginatevi un diario del lavoratore, una summa teologica dell’assurdo, una rivolta di operai attorno a una croce eretta nell’ufficio contabilità, chilometri di archivio ridotti a zero in un minuto, un vecchio cliente umiliato senza scampo con una lettera di insolenze ineguagliabili.

    Immaginatevi una crasi tra Fante e Bukowski: avrete così solo una piccola idea di Una Banda Di Idioti e dei dialoghi inarrivabili per ritmo e sagacia che vi sono contenuti. Una vera e propria comédie humaine che tanto racconta, ancora, dell’America odierna.

    Ignatius J. Reilly è una delle figure letterarie più potenti e spassose della letteratura americana contemporanea. Ciccione, ideologo a suo modo, fannullone, arrogante e ipocondriaco, dovrebbe disgustarci con i suoi gargantueschi gonfiori, il disprezzo tonante e le sue battaglie personali contro tutto e tutti.

    Ma Ignatius, a ben vedere, non siamo altro che tutti noi colpiti da una temporanea Sindrome di Tourette, le volte in cui siamo bloccati nel traffico, sentiamo le sciocchezze al telefono di qualcuno o un vecchietto ci passa davanti alla Posta.

    Forse è vero che sono i libri che scelgono noi, e non il contrario. Mi imbattei in questo libro anni fa, su una bancarella di libri usati, durante uno scroscio di monsone in una amena isola della Thailandia.

    Una Banda Di Idioti è , ad oggi, il libro che più ho regalato e che più provo gioia nel raccontare o rileggere.

    John Kennedy Toole morì suicida nel 1969, a soli 32 anni. Ma, prima di lasciarci, ci ha consegnato un mondo buffo e tragicomico condensato in queste pagine.

    Immaginatevi un capolavoro, e poi leggetelo.

    Questo libro lo è.

    https://www.rocknread.it/recensione-di-una-banda-di-idioti-john-kennedy-toole/

  • 26Ott2017

    Teresa Ciabatti - Sette - Corriere della Sera

    Insomma, la più grande minaccia è la vita reale.

    Lo dimostra Ignatius O’Reilly, straordinario protagonista di Una banda di idioti di John Kennedy Toole – edizione marcos y Marcos (traduzione Luciana Bianciardi).

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  • 19Set2017

    Redazione - illibroignorante.it

    La storia è più o meno questa.
    Ci sta un tipo paffuto a cui la madre rompe ‘na cifra le palle perché secondo lei è un mezzo genio e allora lo scassa una cifra con quel modo di fare delle madri noto perlopiù come l’”essere chioccia”. Il tipo dice vabè, che palle però, proprio a me che sono un mezzo genio però, uffa però, ma poi si convince che in finale meglio una madre chioccia che una madre tossica, e quindi tira a campare.

    Studia, si laurea, si masterizza, lavora all’Università. Poi va a fare il militare, torna, lavoricchia come insegnante, scrive cose, bazzica un po’ la strada, fa secondi lavori “umili”, tipo il venditore ambulante, l’operaio, comincia a frequentare il quartiere francese di New Orleans, assaggia l’alcool e pensa: mmm, buono… Nel frattempo scrive quello che lui ritiene un capolavoro ma nessuno gielo pubblica e poco dopo, depresso, si suicida nella sua auto attappandone il tubo di scappamento. Lì lascia un biglietto con un messaggio ma quella rompicazzo della madre lo intercetta e non lo diffonderà mai.
    Circa dieci anni dopo la chiocciamadre, forse per farsi perdonare, forse perché vuole dimostrare al mondo che non si sbagliava quando andava dicendo a tutti che suo figlio era un cazzodiggènio, forse perché voleva diventare ricca e famosa, forse per altri motivi che io non essendo mezzoggènio non capisco, prende il manoscritto di quel romanzo tanto caro al figlio e lo porta da uno scrittore famoso dicendogli leggilo, l’ha scritto er mi fìo, fìdate, è fìco, ho detto fìdate, nun me fa ‘ncazza che c’ho ‘na certa età e me sento male…. Costui, in prima battuta schifato dai fogli tutti sporchi di unto e chissà cos’altro, poi avvinto dalla trama, ed infine rapito dall’opera, capisce di trovarsi dinanzi ad un capolavoro di un genio assoluto (non mezzoggènio come diceva la rompicoglioni…). Lo fa pubblicare: un successo. Un Pulitzer postumo.
    Fine della storia.

    Che però non è la trama del romanzo ma la vera storia dell’autore, John Kennedy Toole, che, sconfitto dalla vita, abbandona l’edificio. Ma non prima (per fortuna dell’umanità) di averci lasciato una perla che conserverò per sempre in quell’ostrica puzzolente che è il mio cervello. Gioiello che in maniera sopraffina, alta e delicatissima, ma anche caricaturale, va a toccare e gonfiare alcune tappe del vissuto dell’autore.
    JKT non solo scrive un romanzo divertente, dissacrante, surreale, ma ci consegna questo eroe, Ignatius (nella foto in un’interpretazione teatrale di Nick Offerman) che salirà i pochi gradini del mio immaginario ed andrà a sedersi alla destra di Graziano Biglia, direttamente sul podio dei miei personaggi preferiti di sempre per sempre neisecolideisecoliàmen.
    Ignatius Reilly, quindi, certo, ma non solo. Ci sono anche altri 5 o 6 personaggi ben delineati, e quantomeno un’altra decina da sviluppare nel seguito del romanzo che quel genio di JKT aveva previsto, lasciando tutte le porte dell’intreccio ben aperte. E invece quel cazzone del tipo della casa editrice ha detto no no no (come le Destiny’s Child sulle altalene), JKT non ha retto la botta, e io ora rimango senza seguito. Cioè, dimmi tu se ti pare normale: 26 libri di Sophie Kinsella che fa shopping, 76 libri del maghetto bacchettone inglese, 156 sfumature, e manca un seguito di questo capolavoro? Ma che mondo di merda!

    Comunque vabè, fatevi un regalo e leggete questa perla. Ma soprattutto drizzate le orecchie perché la cosa molto strana è che fino ad oggi nessuno ne abbia ricavato un film o una serie tv. E secondo me, appena Hollywood smette di cagarsi addosso coi più remoti supereroi dei più remoti pianeti del cazzo, qualcosa uscirà fuori, a parte le sole messinscene teatrali.
    E allora, quando uscirà il film o la serie tv (perché uscirà!…) voi con aria di superiorità infinita e ghigno inamovibile potrete dire la frase migliore di tutte e cioè: no, non ho visto il film, però ho letto il libro.
    Perché d’altronde è per momenti come questi che si vive.

    “Nonostante tutto quello che hanno dovuto subire, i negri sono una popolazione davvero piacevole. Non che io abbia molto a che fare con loro, in quanto mi accompagno soltanto con i miei pari o con nessun altro, e siccome non ho pari, sono sempre solo”

  • 09Ago2017

    Emanuele Ferrari - imprenditori.it

    Tre altrove

    Iniziamo da New Orleans, seguendo Ignatius Reilly, eroe perseguitato da Una banda di idioti (Marcos y marcos) di John Kennedy Toole, pachiderma che si muove per le strade vestito da pirata vendendo hot dog di cui è il solo acquirente, mentre a casa scrive improbabili diari, lettere minatorie all’ex fidanzata e progetti di rivoluzioni destinate al fallimento, una madre che gioca a bowling e si ubriaca di moscato.

    Poi ci trasferiamo nell’est Europa, dove un proiettile sparato da una pistola cosmica ha creato la Zona, luogo onirico che vede muoversi Roscio Schouart, alla ricerca di reperti abbandonati dagli alieni durante una Visita: trappole magnetiche, sfere che avverano i desideri, gelatina di streghe in Picnic sul ciglio della strada (Marcos y marcos) dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki.
    Infine un posto davvero tranquillo: Ligonchio, Appennino Reggiano. Il mondo che racconta Silvano Scaruffi, nel suo romanzo capolavoro Le pecore si contano a maggio (Abao Aqu) è fatto di gente di paese, ognuno con il suo bel soprannome: c’è chi incanta i rospi, chi si cala in tuta da sci nei bocàri, groppi inestricabili di bosco, e scompare. Chi invece trova un varco dimensionale tra l’attaccapanni e il cesto delle calze, chi stana i cinghiali, chi studia i lumaconi che infestano gli orti, chi gioca a carte tutto il giorno, chi dice non ha senso guardare il panorama, perché il panorama siamo noi.

  • 14Mar2017

    Anna Fusari - rivistagradozero.com

    John Kennedy Toole era morto già da sette anni quando, nel 1976, il manoscritto del suo romanzo Una banda di idioti, giunse fra le mani dello scrittore americano Walker Percy.

    […] quando insegnavo a Loyola, una signora che non conoscevo cominciò a tempestarmi di telefonate. Mi proponeva una cosa assurda: […] si trattava di suo figlio che era morto lasciando un intero romanzo, piuttosto voluminoso, scritto agli inizi degli anni Sessanta: la signora voleva che lo leggessi. Quando le domandai perché avrei dovuto leggerlo, mi rispose: “Perché è un grande romanzo”.

    Fu la madre di Toole a mettersi in contatto con Walker Percy, dopo che suo figlio aveva deciso di togliersi la vita a soli trentadue anni. Il suicidio di Toole – come altri celebri suicidi nel mondo della letteratura contemporanea (si pensi a D.F.Wallace) – assume un significato simbolico. Se si guarda al personaggio di Ignatius Reilly, protagonista di Una banda di idioti, si scopre un ritratto obeso e delirante dell’America contemporanea, così come doveva apparire agli occhi di Toole: una gigantesca comunità di idioti, mangiatori di hot dog, stolidi guardatv, razzisti e amanti del bowling. Non c’è un solo personaggio all’interno del romanzo che non incarni uno stereotipo negativo dell’America del XX secolo. Se ad un malcontento comune si aggiunge la sensibilità artistica di uno scrittore, non è difficile immaginare quali siano state le cause che indussero Toole al suicidio. Eppure, leggendo Una banda di idioti, non si penserebbe mai che lo stesso autore che ha scritto pagine di così intelligente e disinibita ironia abbia anche solo potuto pensare di togliersi la vita.

    Il romanzo di Toole è un bel paradosso. L’autore è lungi dal puntare il dito contro la società; la sua letteratura non fa denuncia né critica, le storie dei suoi idioti personaggi sono costruite con ironia, i caratteri e le azioni di ognuno di loro inducono a sorridere, talvolta, a ridere di gusto. Eppure, Toole visse i suoi trentadue anni scosso da un sotterraneo malcontento e decise di suicidarsi, lasciando ad Ignatius Reilly la sua eredità e tutti i suoi ultimi ricordi. Una grande fetta della vita di Toole è conservata in questo libro, a partire da New Orleans – luogo di nascita dello scrittore e scenario della storia -; dal suo carattere solitario e istrionico, così simile a quello di Ignatius.

    La banda di geniali idioti di Toole è un mix esplosivo di personaggi molto diversi tra loro, accomunati dalla presenza, più o meno evidente, nella loro vita del berretto verde con paraorecchie di Ignatius Reilly. Incallito bevitore di Dr Nuts, cinefilo di film spazzatura, abituale onanista, Ignatius è un idealista incompreso, che trova rifugio nella filosofia antica di Boezio e nell’aria viziata e stantia della sua cameretta in casa della madre. Il piccolo spazio privato di Ignatius è il luogo in cui questo obeso e flatulento personaggio lascia libero corso ai propri pensieri, utilizzando carta e penna o un guanto di lattice sotto le lenzuola ingiallite. Come da copione, Ignatius è vittima delle più svariate malattie psicosomatiche, tra cui – la più crudele fra tutte – l’occlusione improvvisa della valvola pilorica in situazioni di forte stress, che mette a dura prova la resistenza dei tessuti del suo stomaco, che, così otturato, finisce per gonfiarsi smisuratamente.

    La storia di Una banda di idioti prende le mosse un giorno qualunque, fuori ai magazzini D.H.Homes, nel momento in cui la ruota della Fortuna di Ignatius decide all’improvviso di girare verso il basso. A partire da questo funesto giorno, il nostro eroe ne passerà di tutti i colori: in primis dovrà – nonostante la sua incapacità fisica e psicologia di ottemperare a sì dura prova – trovarsi un lavoro, per risarcire un danno provocato da un incidente in auto con la madre (ovviamente guidava la signora Reilly, la cui visuale posteriore era completamente oscurata dal berretto verde di Ignatius, che mai e poi mai siederebbe sul sedile del passeggero, “il sedile della morte”!).

    L’ingombrante e maldestra presenza di Ignatius finisce così nelle vite di molti altri idioti personaggi: dal proprietario della Manifatture Levy, al “negro” Jones; dall’incapace agente Mancuso, al vecchio fascista Claude; dall’arzilla signora Battaglia, al circolo di delinquenti del Notti di Follia; dalla signorina Trixie, che vorrebbe solo andare in pensione, agli studi psicoanalitici delle ciglia color acquamarina della Signora Levy. Per non parlare delle vecchie storie di Ignatius, la pocodibuono-hippie-sessantottina Mirna Minkoff e lo sviatore di giovani menti Professor Talc.

    L’impronta delle zampacce di Ignatius si posa su svariate e multicolori vite della New
    Orleans degli anni Sessanta, vite di idioti o di geniali idioti come lui. Non c’è dubbio che Ignatius sia un personaggio fuori dal comune, ma, tra un rutto e l’altro, capita che la sua bocca tiri fuori barlumi di genialità. Nascosta sotto strati di grasso e gas corporei al gusto drNuts, la sua saggia natura di caparbio oppositore al falso perbenismo americano si esprime in questo passaggio del romanzo, giustificando la sua raison d’etre con grande lucidità:

    “[…] tanta gente si sente anormale solo perché non apprezza l’ultimo modello di automobile o la nuova profumazione di uno spray e loro non fanno altro che rinchiuderli, a scopo di esempio e ammonizione a tutti gli altri membri della società. I manicomi di questa paese sono pieni di povere anime che semplicemente non sopportano la lanolina, il cellofan, la plastica, la televisione e i lotti edificabili”.

    Ignatius è un insoddisfatto, cerca qualcosa di meglio dalla vita di quello che è socialmente e civilmente accettabile. Sceglie consapevolmente di essere diverso, un sabotatore della società in camicia da notte di flanella che dice “basta!” e decide di cambiare le cose… nel modo speciale in cui fa le cose Ignatius Reilly.

    Scriveva Jonathan Swift: “Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui”. Quale che sia la vera natura di Reilly – idiota o geniale – il romanzo di Toole resta un bellissimo ed esilarante spaccato di vita americana a cui è quasi impossibile sottrarsi. Una lettura intelligente, ricca, divertente. Come prometteva la signora Toole nel 1976, “un grande romanzo”!

    https://www.rivistagradozero.com/2017/03/14/j-k-toole-e-la-sua-geniale-banda-di-idioti/

  • 04Ott2014

    Flavia Peluso - Bandadicefali.it

    “Quando nel mondo appare un vero genio, si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui“, con questa frase di Jonathan Swift comincia e si sintetizza uno dei maggiori capolavori della letteratura americana del novecento, Una Banda di Idioti di John Kennedy Toole.

    Il genio in questo caso è Ignatius Reilly, un grasso ragazzone trentenne esperto di filosofia medievale che fra rutti, flatulenze e un esasperato onanismo, vive delle avventure apparentemente illogiche.
Ignatius è un intellettuale spocchioso, vittima e carnefice di una madre castrante che dovrebbe risultare antipatico fin dalle prime pagine ma che affascina il lettore al punto da costringerlo a fare il tifo per lui.
Basta poco per rendersi conto che i suoi modi violenti e volgari, i suoi accessi d’ira ingiustificata nascondono un immenso bisogno di affetto e considerazione.
Ignatius è in realtà un perdente che ha creato intorno a sé un modo parallelo, sovvertendo ogni forma di logica, per sfuggire al mito imperante del sogno americano.
Vive circondato da una banda d’idioti, una specie di circo, che si muove ai margini di una New Orleans sporca e violenta. Lui irrompe nelle vite di tutti come un uragano, le destabilizza e le coinvolge in un vortice di situazioni paradossali. I personaggi e le situazioni sono esasperati fino all’inverosimile, trasformando l’ironia in un riso amaro.
Il suo inseparabile berretto verde da cacciatore non può non rimandare al giovane Holden, condividono la stessa inquietudine nei confronti del mondo ma mentre Holden reagisce affrontando con ironia la realtà che lo circonda; Ignatius preferisce rifugiarsi nella sua stanza, tra le lenzuola sporche dei suoi umori a scrivere un libro che il mondo non capirebbe mai.
Il parallelo tra il protagonista e l’autore diventa quasi d’obbligo: John Kennedy Toole morì suicida a trentadue anni senza mai riuscire a pubblicare nulla. Alla sua morte, la madre scoprì il manoscritto macchiato di unto e di caffè e cominciò a proporlo agli editori. Quando Walter Percy fu costretto dalla donna a leggerne almeno le prime pagine, capì di trovarsi tra le mani un capolavoro e non aveva torto: allo sfortunato Toole fu riconosciuto un Pulitzer postumo.
Il messaggio di Toole è molto semplice e diretto, è una critica alla società americana che impone a ogni uomo il successo come se fosse la sola religione possibile, lasciando ai margini gli ultimi, i più deboli, chi non è stato capace di farcela. Viene fuori un ritratto di un’America razzista, imbruttita dal cibo spazzatura e dalle soap opera, mediocre fino all’inverosimile.
E’ un messaggio amaro e privo di speranza che lascia come unica via di scampo la fuga.
Termino con le parole della quarta di copertina: “Immaginatevi un capolavoro e poi leggetelo. Questo libro è un capolavoro”

  • 04Ago2010

    Antonella Fiori - Glamour

    Da scoprire e riscoprire
    Il ritorno, dopo dieci anni, di un romanzo di culto. E una sorpresa in libreria.

    Una banda di idioti di John Kennedy Toole
    In Germania, Francia e Spagna ha venduto oltre un milione di copie. Ma il successo del capolavoro di John Kennedy Toole, suicidatosi nel ‘69, a 31 anni, dopo aver passato gran parte della sua vita a proporre il romanzo a molti editori, ha il sapore della beffa: fu la madre che riuscì a farlo pubblicare. E, nel 1981, arrivò anche il Pulitzer.

    Del libro e della sua vicenda editoriale parliamo con Marco Zapparoli, direttore della Marcos y Marcos, la casa editrice che, dopo più di dieci anni, ha ripubblicato il romanzo ormai introvabile.
    Come è arrivato a Kennedy Toole?
«Devo tutto al consiglio di un amico libraio, Lele Lomazzi. A quel punto è cominciata la caccia ai diritti. Purtroppo la madre di Toole era morta e quindi c’è voluta una vera e propria ricerca sul campo per portare a casa il libro».
    Una banda di idioti è ormai un romanzo di culto: quale pensa che sia la ragione di questo successo?
«Ignatius O’Reilly, il protagonista. Un personaggio incredibile, a metà tra Don Chisciotte e Tommaso d’Aquino, un uomo di talento che sa tutto di filosofia medievale e disprezza quello che gli sta attorno: la tv, la volgarità…».
    A che scrittore paragonerebbe John Kennedy Toole?
«Potrei dire che è un Thomas Bernard che decide di fare il buffone o forse un Salinger più serio. Ma in realtà questo libro e il suo autore non accettano paragoni».

  • 04Ago2010

    Francesco Durante - D La Repubblica

    Il nemico americano
    Tra Gargantua e Forrest Gump, con qualcosa di entrambi, si situa Ignatius J. Reilly, l’eroe di Una banda di idioti, picaresco romanzo dello scrittore americano John Kennedy Toole, morto suicida nel 1969 a soli 32 anni. Pubblicato postumo grazie all’interessamento di Walker Percy, il libro è da una ventina d’anni tra i più amati dai giovani, non solo negli Usa. In Italia fu già edito, con scarsa eco, da Rizzoli. Ora lo ripropone l’editore Marcos y Marcos, più piccolo e forse più adatto a farne l’oggetto di culto che è in molti paesi.

    Una banda di idioti (A Confederacy of Dunces) parte dalla massima di Swift che Toole mise in epigrafe: “Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui”. Il vero genio del libro è lui, Ignatius, una montagna di grasso trentenne sormontata da un cappellino verde coi paraorecchi. Ipocondriaco, saturnino, vertiginosamente pigro, è preda di strani fenomeni fisici: improvvise chiusure di “valvole” che producono spaventose flatulenze e rutti giganteschi. Lotta contro un mondo privo “di geometria e teologia”, convenzionale, meschino, televisivo, scagliando inappellabili anatemi con voce stentorea. Ma Ignatius è anche l’idiota (un idiota celeste): benché poi New Orleans, la sua città, pulluli di idioti oggettivamente più idioti, non nel senso etimologico della separatezza, ma in quello più banale dell’imbecillità. Poco conta la trama. Il libro è fatto di invenzioni, illuminazioni, imprevedibili accensioni intorno a un personaggio davvero memorabile. Che conserva tutta la sua freschezza beat e la sua spiazzante comicità. E pretende che gli si diventi complici appassionati.