Un complicato atto d’amore

Archivio rassegna stampa

  • 09Ago2017

    Paola Babich - Intimità

    Libri sotto l’ombrellone.

    I titoli più “giusti” per arricchire il relax di emozioni, brividi e sogni

    Nel mondo dei sentimenti

    4. “Un complicato atto d’amore” di Miriam Toews, Marcos y Marcos, pagg 304. 18euro

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  • 21Lug2017

    Matteo B.Bianchi - matteobblog.blogspot.it

    Cosa leggo quest’estate. Alcune proposte di lettura.

    Cosa significa nascere e crescere all’interno di una rigida comunità religiosa? Miriam Towes, autrice canadese, lo racconta in questo suo terzo romanzo.

    La protagonista è Nomi, una ragazza adolescente rimasta a vivere col padre, ortodosso ma arrendevole, dopo che sia la madre che la sorella maggiore sono fuggite lasciandoli soli.

    La forza del libro sta tutta nel punto di vista della sua giovane protagonista: Nomi, che rimane in comunità solo in attesa che sua madre e sua sorella facciano ritorno, cerca di trovare mezzi per fare le esperienze che sente di dover fare, vive come assurde le regole che gli adulti seguono senza sognarsi di mettere in discussione e accoglie con sincero sbalordimento gli insegnamenti delle persone più oltranziste che si trova attorno, a cominciare da “la Bocca”, suo zio, nonché capo spirituale della comunità.

    Un libro semi-autobiografico che sceglie la strada dell’ironia quando altri avrebbero adottato quella della denuncia e ci regala il ritratto di una ragazzina fragile, coraggiosa e soprattutto molto divertente. 

  • 01Giu2017

    Lucia Castagna - Lupo Alberto

    È la storia di Nomi, sedici anni, rimasta sola con il padre dopo che la madre e la sorella se ne sono andate, e lei sa bene perché.

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  • 31Mag2017

    Marianna Patti - Repubblica Ed. Palermo

    La scrittrice canadese Miriam Toews, tradotta da Marcos y Marcos, pluripremiata e apprezzata protagonista del panorama letterario internazionale racconta il suo amore per la Sicilia.

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  • 27Mag2017

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.wordpress.com

    I mennoniti sono, tra le chiese anabattiste, ossia quelle che credono che la salvezza sia possibile solo a fronte della consapevole ricerca e imitazione di Cristo, che la giustificazione avvenga per sola fede, come nel luteranesimo, e che non si possa essere fedeli a Dio e appartenere al mondo, percepito come corrotto e corruttore, quella con il maggior numero di persone che vi aderiscono. Rifiutano il battesimo come sacramento, sono fortemente contrari soprattutto a quello dei bambini, non prestano giuramento e non concepiscono il servizio militare.

    Vicini al calvinismo, ma con una visione più ascetica, certamente i loro villaggi non paiono, almeno di primo acchito, anche perché spesso molto più che isolati, il posto più invitante dove stare quando si hanno sedici anni: ora, si dà il caso che Nomi abbia proprio sedici anni. Che sua sorella se la sia data a gambe levate. La madre pure. Il padre è rimasto in compagnia della sua solitudine. Lei non può lasciarlo. Non le resta che saltare sul tappeto elastico, preparare cene in ordine alfabetico e innamorarsi teneramente, appassionatamente, spiritualmente e carnalmente del bel Travis. Ma la libertà è un’altra cosa. Però… Miriam Toews ha scritto I miei piccoli dispiaceri, che è un vero e proprio capolavoro da ogni punto di vista: qui, per quanto sembri impossibile, si supera. Da non perdere.

  • 24Mag2017

    Dario Boemia - libreriamo.it

    Miriam Toews, “La famiglia è la cosa più importante”

    “Un complicato atto d’amore”, il romanzo della scrittrice canadese Miriam Toews pubblicato quest’anno in una nuova edizione da Marcos y Marcos…

    TORINO – Avere sedici anni, ci dice Nomi, non è facile, soprattutto in una famiglia mennonita, “la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni”. È questo che pensa Nomi, la protagonista di “Un complicato atto d’amore“, il romanzo rivelazione della scrittrice canadese Miriam Toews, pubblicato per la prima volta in Italia da Adelphi nel 2005 e ripubblicato quest’anno in una nuova edizione da Marcos y Marcos.

    Il problema è che dal villaggio Nomi vorrebbe scappare, curiosa di scoprire il mondo, ma non può, non se la sente di abbandonare, come hanno già fatto sua madre e sua sorella, il padre, fedele mennonita dolcissimo e triste. Abbiamo parlato di questo travolgente romanzo insieme all’autrice al Salone Internazionale del Libro di Torino.

    “Un atto complicato” è tornato in libreria. Come ti senti all’idea?

    È un sentimento strano e interessante. È un’ottima cosa. Ogni libro che ho scritto occupa uno spazio speciale nel mio cuore e tornare a parlare di questo libro mi riporta alla mente tanti ricordi ed è molto gratificante pensare che le persone lo stiano leggendo ancora oggi, a tutti questi anni dalla prima pubblicazione.

    Come ti spieghi questo ritorno?

    Penso che le persone trovino la comunità mennonita intrigante, esotica, come per me possono esserlo, per esempio, gli italiani. Poi è un romanzo di formazione e tante persone credo si immedesimino nei protagonisti. Oppure è per la voce ribelle di Nomi, che da un lato è curiosa e critica e dall’altro tenera e dolce e testimonia le relazioni di amore-odio che abbiamo con la nostra città, la nostra famiglia o col nostro lavoro. Non saprei esattamente. È un’ottima domanda ma sinceramente non saprei rispondere con esattezza.

    Ti piace scrivere dell’adolescenza?

    L’adolescenza è un’età di cui amo scrivere. Quelli dell’adolescenza sono anni fondamentali nella vita delle persone. Un’età complicata, perché per certi versi si è ancora bambini e per altri, invece, si è adulti e, in un certo qual modo, sofisticati. È il momento della vita in cui si è in cerca della propria identità e si tenta di definirla.

    Tornando a Nomi, è un ragazza ribelle e allo stesso tempo molto responsabile. Cosa pensi che piaccia ai lettori di questo personaggio?

    Molte persone la trovano scoraggiante, perché non riesce a prendere il controllo della propria vita, anche se in qualche modo può essere considerata una vittima della sua città. Vorrebbe lasciarla, come ha fatto sua sorella, ma non può per amore del padre. Tanti sono i conflitti che albergano dentro di lei, forse è questo che affascina i lettori.

    E al centro del romanzo c’è il concetto di famiglia.

    Per me la famiglia è la cosa più importante di tutte. La mia famiglia, i miei genitori, mia sorella, anche se alcuni di loro sono morti, per me sono ancora vivi nella mia mente, nel mio cuore, nella mia immaginazione. Prendermi cura della mia famiglia, sapere che mi sto prendendo cura della mia famiglia, anche della memoria della mia famiglia, mi dà conforto, e vivo ogni giorno con la consapevolezza di avere il loro amore. Eppure, allo stesso tempo, la famiglia può condurti alla pazzia, è un microcosmo ricco di conflitti, arriva sempre un momento in cui vogliamo liberarcene, vogliamo rompere i ponti, vogliamo andarcene,anche se è proprio nella famiglia che possiamo rilassarci, essere noi stessi. Amo scrivere della famiglia, con le sue tensioni, fragilità e carica d’amore. Nella famiglia ci può essere tanta sofferenza, tanto dolore, ma anche tanto amore.

    Interessante è il modo col quale gestisci il tempo nel romanzo. Un tempo che non è definito, salti temporali che sono spesso di vari anni, eppure dotato di una certa fluidità. Come ci lavori?

    Apprezzo molto che tu l’abbia notato, perché è una cosa su cui ho lavorato molto quando ho scritto questo romanzo. Andare avanti e indietro nel tempo nella memoria di Nomi, seguire i ricordi di Nomi, senza specificare cosa è immaginato e cosa è reale. Non volevo rendere espliciti i vari passaggi. Non volevo spiegare quando la narrazione è al passato, quando è al presente, quando Nomi immagina e quando non immagina. Volevo che fosse un racconto fluido, come uno flusso di coscienza. Questa era la struttura di cui avevo bisogno per questo libro, che è stato scritto dal punto di vista di una ragazza di sedici anni. Ho cercato di ricreare in qualche modo quello che credo succeda nella testa di una ragazza di quella età.

     

  • 23Mag2017

    Marta Cervino - Marie Claire

    L’amore è più forte del dolore

    La scrittrice canadese Miriam Toews ci parla del suo libro Un complicato atto d’amore, di cosa vuol dire crescere tra i mennoniti, di Lou Reed e di come si sopravvive all’assenza.

    Nella mia personale lista delle scrittrici da conoscere – ma non conoscere e basta, proprio quelle con cui vorrei passare le serate ascoltandole parlare di vita e serie tv – c’èMiriam Toews.

    Ci penso da quando ho letto In fuga con la zia (uscito 8 anni fa da Marcos y Marcos), ne ho avuto conferma con I miei piccoli dispiaceri, in cui racconta come solo come lei sa fare, mischiando l’incanto al dolore, momenti di ilarità folgorante alla tragedia, la malattia mentale e il suicidio della sorella (che si è tolta la vita esattamente nel modo e in cui nel 1998 l’aveva fatto il padre) e ora con Un complicato atto d’amore (che viene ripubblicato in Italia sempre da Marcos y Marcos) il romanzo che l’ha lanciata nel mondo e che racconta la storia di Nomi, 16enne che vive a East Village, una comunità di mennoniti conservatori, ne ho l’assoluta certezza.

    Anche perché qui c’è la Toews in essenza: c’è, rielaborata dalla finzione, un pezzo di lei che tra i mennoniti della comunità di Steinbach (Manitoba, Canada), ci è cresciuta davvero e da cui se n’è andata sbattendo la porta dopo il diploma, al contrario di quello che avviene nel libro dove ad andarsene sono la madre e la sorella di Nomi che rimane con Ray, il padre da sempre «diviso tra la donna che ama e la fede che lo aiuta a funzionare», in una casa da cui spariscono anche i mobili. A East Village paese in cui i turisti d’estate vengono a vedere com’è «la vita semplice», dove le cose che non si possono fare sono molte di più di quelle che si possono fare, e troneggiano gli elenchi di regole di Menno, il fondatore, che doveva essere «strafatto di sciroppo per la tosse quando ha steso questi elenchi che per qualche motivo inspiegabile sono sopravvissuti nei secoli» Nomi sogna Lou Reed e New York. Per sfuggire alla domanda che riguarda il dove possano essere la madre Trudie e la sorella Tash fa uso di droghe (moderatamente) e della fantasia (smodatamente). Percorre le strade del paese salutando tutti come fosse un addio, facendo le prove generali per quando se ne andrà davvero, indossa la felpa della sorella e chiude la zip lasciando solo una fessura per la sigaretta come se quella felpa fosse un bozzolo protettivo, ora che quello in cui credeva e sognava «che avremmo vissuto insieme per sempre, felici, in cielo con Dio, senza dolore, né tristezza né peccato» è andato in frantumi.

    Narrato così – per capire bene come scrive la Toews bisognerebbe allegare un file audio – sembra un libro senza speranza. Ma non è vero perché Un complicato atto d’amore strazia (la famiglia Nickel presenti e assenti – Nomi, Ray, Tash e Trudie – si accoccola intorno al cuore) – ma trasuda di poesia diffusa, di inquadrature sghembe da cui dare lettura e narrazione del mondo. E risuona dentro di noi perché Nomi è indiscutibilmente unica ma insieme è tutte le ragazzine del mondo goffe, sensibili, dure e fragili, che sgomitano contro i paletti per conquistarsi un posto dove stare.   
Quando la incontro vorrei stare lì a guardare il suo sorriso – sorride molto Miriam Toews e la sua faccia sembra un cielo senza nubi – capire come funziona il suo pensiero laterale, qual è il filtro da cui guarda le cose. Poi penso a Nomi e comincio.

    Signora Toews di Menno dopo aver letto il suo libro sappiamo un po’ di cose «immaginate il ragazzo più disadattato della scuola che mette su un movimento separatista: il suo manifesto mette al bando i mezzi di informazione, il ballo, il fumo, i climi temperati, il cinema, gli alcolici,  il rock and roll, il sesso a scopo ricreativo, il nuoto, il trucco, i gioielli, il biliardo, le gite in città e l’andare a dormire dopo le nove. Ecco quello è Menno fatto e finito. Grazie tante, Menno». Ma com’è davvero vivere in una comunità di questo tipo? Ci sono molti modi di essere mennoniti. Ci sono quelli più conservatori che non hanno la corrente elettrica, non guidano ma si muovono solo con carri trainati da cavalli, vivono in luoghi isolati senza nessun tipo di comfort moderno. E poi ci sono le comunità come la mia, simile a quella del libro, conservatrice ma un po’ più aperta. È una società fortemente maschilista: le donne stanno a casa, servono l’uomo… La vita sostanzialmente è lavorare duro e andare in chiesa. Eppure, nonostante questi aspetti che critico fortemente, ci sono cose che amo.

    Per esempio? Quanto ero libera da piccola: in una comunità così ristretta tutti mi conoscevano, conoscevano i miei genitori, i rapporti erano molto stretti, e quello per noi bambini era una specie di paradiso. E poi il loro senso dell’umorismo: i mennoniti hanno uno humour molto particolare, tendono a guardare le cose in modo un po’ storto, e questo mi manca molto.

    C’è ancora qualcosa di mennonita in lei? Ovviamente sì. Da giovane la mia tendenza è stata rinnegare tutto. Mano a mano che crescevo mi sono resa conto che qualcosa dovevo accettare. Tra l’altro la gente mi identifica come mennonita dal cognome e questa cosa non solo mi caratterizza ma fa parte di me. Mi sono i sono rimaste molte cose. Per esempio? La fede e il senso di comunità, anche se io li applico a contesti più politici, vengono da lì.

    Parliamo della sua protagonista. Quanto le somiglia Nomi? Parecchio. Per scrivere di Nomi 16enne ho dovuto recuperare la sedicenne che ero con tutte le dinamiche di un’adolescente. Un’adolescente in una comunità piena di muri da abbattere, a partire dalla chiesa. A differenza di Nomi però mia madre e mia sorella non se ne sono andate in quel modo.

    Nomi ama Lou Reed, e sogna New York, Tash la sorella, ama John Lennon al punto che come forma di ribellione in chiesa invece di Gesù Cristo ripete il nome del cantante dei Beatles. Lei da che parte sta? Da quella di Lou Reed! Ancora non posso credere che sia morto. Però ora che ci penso è interessante notare come tutti i cantanti che amo da Lou Reed a David Bowie, a Prince, siano morti. Per fortuna Neil Young è ancora vivo.

    Nomi non è una grande cuoca. Quando la madre e la sorella un’estate vanno a lavorare in un campo estivo cristiano, Nomi e suo padre inaugurano il giochino alfabetico. Ovvero nutrirsi di cibi le cui iniziali seguono le lettere dell’alfabeto: la A di aringhe, la C di cioccolata… Ora che la madre e la sorella se ne sono andate per sempre, Nomi prepara prevalentemente verdure. Lei che rapporto ha con la cucina?  
Pessimo, sono una cuoca orrenda. Per me era stressante, mi ossessionava quasi, cucinare ogni giorno per i miei figli. Per fortuna il mio compagno è un ottimo cuoco e quindi posso respirare un po’. Però adesso con noi c’è mia madre e devo pensare a lei. Insomma: ho smesso di cucinare per i miei figli e mi tocca ricominciare per lei… Sono contenta di essere in Italia anche per il cibo. Poi però, non so come sia possibile, ogni volta che torno a Toronto, a casa, provo a fare la pasta e non mi riesce mai.

    Nomi vive a East Village un posto in cui «non c’è posto per il mezzo. O sei dentro o sei fuori. O sei bravo o sei cattivo. Anzi, bravissimo o cattivissimo». Lei la vita di mezzo l’ha trovata? Nomi ha solo due possibilità: o aderirete a tutte le regole, a tutti i dettami sociali o deviare leggermente. Non è una ribelle, è una nomale 16enne ma in quel tipo di società qualunque trasgressione ti mette addosso l’etichetta di selvaggio, outsider. Per me è lo stesso. Voglio vivere in maniera libera e tranquilla e togliermi di dosso questo senso di peccato, punizione che mi è stato inculcato da piccola, e non è una cosa facile.

    C’è riuscita? Be’ certo, stare a Toronto mi rende molto più libera come artista, scrittrice e donna. Ma viviamo in una società che tende a indirizzarci sempre. Siamo continuamente sottoposti a restrizioni, anche se non ce ne rendiamo conto. È difficile stabilire cosa sia davvero essere liberi.

    Nei suoi libri si parla molto di perdita, mi riferisco a soprattutto a I miei piccoli dispiaceri. Come si sopravvive all’assenza? È una battaglia continua, qualcosa che non ha mai fine. Mi devo continuamente ricordare di dire sì alla vita. Devo riportare alle mente quello che hanno fatto mio padre e mia sorella e accettarlo, farlo mio in qualche modo, rispettarlo. In questo modo li sento più vicini  a me. Anche la scrittura mi aiuta, mi mette in relazione con le altre persone, attenua la solitudine. Quello che devo fare, la necessità che sento, è vivere la vita anche per loro. Mio padre e mia sorella non ci sono riusciti ma mi hanno trasmesso questo amore per la vita. Lo devo fare anche per loro.

    Tornando a Un complicato atto d’amore: Tash e Trudie se ne sono andate. Nomi resta. O forse deve restare perché loro se ne sono andate. Ci vuole più coraggio ad andare via o a rimanere? Dipende dalle persone. Ci sono due modi di scomparire: andare via o uccidersi. Rispetto sia la scelta di restare che quella di prendere un’altra strada. Io sono andata via ma ci sono molti miei cugini, parenti, amici che continuano a vivere nella comunità in cui sono cresciuta  – tra parentesi ora il mio paese che è diventato una città e si possono persino bere alcolici, Nomi sarebbe contenta! – sono felici e amano quella vita per cui della loro decisione devo farmi una ragione. Da giovane la disprezzavo, ripetevo cosa ci state a fare qui, andatevene, adesso invece capisco che devo rispettarla. Ma, per ripondere alla domanda, non so quale sia la più coraggiosa tar le due azioni. Quando sono partita non mi sentivo coraggiosa ma terrorizzata: stavo lasciando tutto quello che conoscevo. Sentivo di non appartenere a quella comunità ma non appartenevo nemmeno al mondo esterno.

    A un certo punto si legge: «L’amore, come lo sballo dell’acido in confronto a un trip di erba scadente, dura più del dolore. Sì, è così. L’amore è tutto». L’amore dura più del dolore? Sì certo. Il dolore è un mostro da affrontare, con cui fare i conti. Ma in tutte le sue forme, l’amore per la vita, il dare agli altri, il renderli felici, è qualcosa di più alto, è il vero senso dell’esistere. Sembro un po’ una fricchettona a dire questo, però è così.

    Qual è stato l’atto d’amore più complicato nella sua vita? Il suicidio di mio padre. Mio padre con la sua malattia, la sua depressione, si rendeva conto che stava peggiorando la salute già fragile di mia madre che soffriva di cuore. Capiva perfettamente il rischio che le stava facendo correre. Ovviamente se fossimo stati lì lo avremmo supplicato di non farlo. Ma lui ha preso questa decisione per proteggere mia madre dal rischio di rendere la sua vita ancora peggiore. È stato un atto d’amore davvero complicato.

  • 21Mag2017

    Laura Goria - iltorinese.it

    “Il mio è un “dark humor” un modo di trattare l’assurdità della realtà. A volta è ridicola e va di pari passo con la sofferenza”

    Della vita e della morte, l’ironia di Miriam Toews

    E’ di una dolcezza infinita Miriam Toews. Bella senza un filo di trucco, esprime semplicità e una forza titanica. La famosa scrittrice canadese, nei frenetici giorni del Salone del libro di Torino, ha incontrato i suoi lettori alla libreria Borgopò; in un avvolgente giardino, cornice perfetta per il senso di serenità che lei emana.

    Cerco sempre di intervistare scrittori che amo; ma raramente affascinano e colpiscono come lei. Disponibile, profonda e intelligente… da baciare e abbracciare. E’ una vita segnata in partenza quella di Miriam Toews, nata in una rigida comunità mennonita ai margini del mondo, dalla quale è fuggita a 18 anni. Poi le difficoltà dell’esilio e 2 grandi tragedie: il suicidio del padre (nel 1998) e dell’unica sorella (nel 2010). Da queste stigmate è nata una delle scrittrici più interessanti e coinvolgenti del panorama letterario internazionale, vincitrice di prestigiosi premi, tradotta in 15 lingue e, in Italia, autrice di punta dell’editore Marcos y Marcos. Nata nel 1964 a Steinbach in Manitoba, un villaggio nella zona centrale delle praterie canadesi, figlia di un discendente diretto dei primi coloni in fuga dall’Ucraina a fine 800, cresce stretta nelle maglie della rigida disciplina dei mennoniti.

    La più numerosa delle chiese anabattiste, che vive come nel 500: rifiutando elettricità, auto e mondo esterno, nell’ottica che la vita si riduca al lavoro e a prendersi cura della famiglia. Come scrive la Toews in “Un complicato atto d’amore” , “… la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a 16 anni” sorta perché “500 anni fa, in Europa, un tizio di nome Menno Simmons si è messo di buzzo buono per inventarsi una religione tutta sua..”.

    In casi come questi la vita offre due sponde: restare e uniformarsi…o fuggire. Ed è quello che fatto l’autrice. Nella sua vita ci sono 2 lauree (in Lettere e Cinema, e in Giornalismo) e l’intermezzo da attrice protagonista nel film “Luz Silenciosa”, voluta a tutti i costi dal regista Carlo Reygadas; esperienza che le ha ispirato il romanzo “Mi chiamo Irma Voth”.

    Ma la sua grandezza è nei romanzi fortemente autobiografici in cui l’humor è la cifra con cui maneggia pagine di vita difficili, come il suicidio della sorella e sullo sfondo anche quello del padre in “I miei piccoli dispiaceri”; la fuga e rapporti familiari difficili in “Un complicato atto d’amore”.

    Nascere in una comunità mennonita cosa ha significato e cosa proprio non sopportava?

    «Non mi sentivo libera. Appena finita la scuola, anche se ancora non ero sicura di voler diventare un’artista, sapevo già che avrei fatto qualunque cosa pur di vivere in un ambiente libero soprattutto dal punto di vista mentale. Da un lato quello era l’unico mondo che conoscevo e sentivo il senso di appartenenza, dall’altro avvertivo di dover scappare. Ero anche molto impaurita ed è stato difficile. Sono andata a Montreal, la città canadese più liberale, l’opposto del mio paese conservatore, e percepivo continuamente questo contrasto».

    Si può dire che la scrittura per lei sia catartica e l’aiuta a metabolizzare la vita?

    «Si proprio perché mi permette di dare un senso alle mie emozioni e soprattutto alle mie esperienze; in un certo senso mi consente di riordinarle. Attraverso i romanzi riesco a fare un po’ di ordine nella mia caotica vita».

    Se una persona che amiamo non vuole più vivere, amarla vuol dire trattenerla o lasciarla andare?

    «La mia famiglia ed io abbiamo tentato in ogni modo di dissuadere mia sorella, ma lei voleva proprio morire e ha fatto di tutto per riuscirci. Ho cercato di convivere con il dolore per il suo suicidio, di capirlo e di rispettare la sua scelta. So che in realtà l’unica via per dare sollievo al suo dolore era farla finita».

    Come dirimere il conflitto tra l’idea che abbiamo il diritto di decidere della nostra morte e le responsabilità nei confronti delle persone che ci vogliono bene e che ne soffriranno?

    «Ovviamente mio padre ed io abbiamo affrontato questo conflitto e fatto di tutto per evitare la morte. Voglio sottolineare che la scelta spetta alla persona che soffre, ma questo non vuol dire che chi si suicida non ami i suoi cari. Solo che quando proprio non ce la fa più deve lasciarsi andare completamente. Sono convinta che bisognerebbe legalizzare la morte assistita, cosa che è avvenuta in Canada mentre scrivevo il libro».

    Nel suo paese cosa prevede la legislazione in materia?

    «Ora il suicidio è legale, con l’assistenza di un dottore, tutte le firme necessarie e per persone che non possono avere più alcuna cura. Invece per le malattie psichiatriche non è così. Se non è provato che la malattia sia incurabile, e per i medici è complicato stabilirlo, la situazione è ancora parecchio difficile».

    Cosa si può obiettare a chi definisce il suicidio una scelta egoistica?

    «Dal mio punto di vista non lo è, proprio perché ci sono vari tipi di suicidio e comunque sono persone che soffrono e continuerebbero a soffrire. Una sorta di dolore psichico davvero insopportabile. Non qualcosa di egoistico; ma accettare la propria sofferenza e poi lasciarla andare».

    Cos’ha capito dei suicidi nella sua famiglia? Qual è il male di vivere?

    «Io non soffro di depressione e disturbo bipolare come mio padre, ma ho tratto una lezione: continuare ad essere felice e gioiosa. Lui e mia sorella avrebbero voluto questo per me, anche se loro ne erano incapaci».

    Suo padre e sua sorella si sono suicidati entrambi e nello stesso modo: si è geneticamente condannati, esiste il suicidio nel Dna di una persona?

    «Ci ho pensato e ripensato e ci sono studi che provano l’esistenza di qualche collegamento. Il suicidio è sempre esistito e continuerà ad esserci. Forse con il progresso medico si riuscirà a prevenirlo».

    Sofferenza fisica e psicologica hanno pari diritto alla morte?

    «Non credo ci sia una grande differenza, anzi per me non c’è. Ho letto statistiche di altri paesi che dimostrano come il dolore psichico possa essere tale da giustificare la morte assistita e che moltepersone vi ricorrano per farla finita».

    Nel romanzo“I miei piccoli dispiaceri” si contempla l’idea del suicidio assistito e la voce narrante promette alla sorella disperata che la porterà in Svizzera per una dolce morte. Ma sarebbe stata in grado di farlo se ne avesse avuto il tempo e come lo considera?

    «Mia sorella me lo chiese e la mia prima risposta è stata ”no”. Le dicevo che magari la situazione sarebbe migliorata e le cose sarebbero cambiate. Lei però continuava ad implorarmi ed era più che determinata a morire. La tragedia che poi sia morta da sola poteva essere evitata e questo rimane un mio rimorso».

    L’humor come istruzioni d’uso alla vita…lei come ci riesce?

    «Il mio è un “dark humor” un modo di trattare l’assurdità della realtà. A volte è ridicola e va di pari passo con la sofferenza. E’ proprio l’oscurità che accompagna la luce del mondo».

    Com’è stata la sua esperienza di attrice e perché non ha continuato?

    «E’ stata una cosa anomala ed estemporanea. Il regista mi ha chiamata proprio perché non voleva un’attrice. Semplicemente ero una ragazza mennonita nei panni di un’attrice casuale. Un’esperienza interessante ma non quello che volevo davvero fare, che è scrivere»

    A quando il suo prossimo romanzo e su cosa?

    ….E qui la sua editrice la blinda…annunciando solo che è già stato scritto. Quando sarà in libreria non è dato saperlo….certo è che lo stiamo aspettando e non vediamo l’ora di leggerlo.


  • 20Mag2017

    Armando Besio - la Repubblica

    Cresciuta nella “sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni”, una comunità mennonita di stampo patriarcale, in cui anche la tessera della Biblioteca era considerata “passare di segno”, la scrittrice canadese Miriam Toews torna in libreria con la ristampa di uno dei suoi libri più autobiografici, “Un complicato atto d’amore”.

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  • 12Mag2017

    Roberta Scorranese - Corriere della Sera

    Che destino può avere una ragazza che nasce e cresce in una comunità di mennoniti di Manitoba (Canada occidentale) dove fa un freddo cane e la tua religione ti impedisce di ascoltare dischi e truccarti, per non parlare della televisione?

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  • 10Mag2017

    Giuditta Casale - giudittalegge.it

    Un complicato atto d’amore

    Leggere un libro della stessa scrittrice, dopo aver amato smisuratamente il precedente, è cosa che mi mette sempre in uno stato d’allerta. Sarà all’altezza delle mie aspettative? Varrà la pena? Continuerò ad amarla?

    “I miei piccoli dispiaceri” (Marcos y Marcos) di Miriam Toews fa parte di quei libri che si sono stampati nel cuore, mi corrispondono in pieno, nonostante la particolarità della vicenda narrata. Un romanzo su un valore in cui io credo tantissimo: il rapporto tra due sorelle, che solo la morte può mettere alla prova, e non è detto che lo vinca. Un libro per me talmente importante che non sono riuscita neppure a parlarne sul blog, perché presa dalla difficoltà di strutturare in parole la complessità dei sentimenti e la pienezza delle riflessioni, la profondità dei riverberi che quella storia aveva sedimentato in me. A volte, si sa, la cosa migliore è il silenzio, che tutto contiene.

    È stata Roberta Solari, dell’ufficio stampa di Marcos y Marcos, a convincermi, senza neanche saperlo, a leggere il nuovo libro di Miriam Toews, “Un complicato atto di amore”, tradotto con piena felicità da Monica Pareschi e dato alle stampe a fine marzo, ma che in realtà è uno dei primi romanzi scritti, il terzo per la precisione.

    Nomi è come Yoli, solo che è più giovane e un po’ più incazzata – mi dice, quando ho visitato la bellissima sede della casa editrice, in uno dei miei giri milanesi.

    E se pure non tocca le vette di “I miei piccoli dispiaceri” che si pone in una fase di più confermata maturità, anagrafica e professionale, di Miriam Toews, “Un complicato atto d’amore” è un romanzo che proprio nel confronto con l’altro trova un ulteriore piano di sviluppo, una completezza di visione, e larghezza di sguardo. A partire dal rapporto tra le due sorelle, che in questo è accarezzato ed emerge solo a tratti con vivezza, per essere poi lasciato nel non detto, esaminato da uno prospettiva di assenza che lo rende pressante e di sostegno narrativo.

    Abito con mio padre, Ray Nickel, in quella casa di mattoni a un piano sulla statale dodici. Persiane azzurre, porta marrone, una finestra rotta. Niente di che. I mobili continuano a sparire, però. È l’unica cosa interessante.

    Manca metà della famiglia, la metà più bella.

    Leggiamo nelle prime righe del romanzo, e poche pagine dopo:

    Trudie non abita più qui. È andata via poco tempo dopo Tash, la mia sorella maggiore. Io e Ray non sappiamo dove sono. Certo, sappiamo che Tash è andata via con Ian, il nipote del professor Quiring. È un tipo dinoccolato e ha un furgone rosso Econoline della Ford. Invece Trudie sembra che se ne sia andata da sola.

    La storia è quella di un padre e una figlia, all’interno di una comunità mennomita con le sue rigidità e regole inderogabili. Un padre ortodosso e mite, che cerca un suo spazio, dopo essere stato abbandonato dalla moglie. Lo trova apparentemente nella sottrazione: vendendo i mobili della casa, nella speranza di fare spazio, di trovare pace, di liberarsi dai ricordi, di immaginarsi un’idea di futuro,  di arginare la disperazione, che sopita e celata gli ruggisce dentro silenziosamente. Accanto a lui Nomi, ribelle e inadeguata alla sua stessa ribellione, infantile e intuitiva, alla ricerca di sé attraverso la mancanza delle due figure femminili di riferimento: la madre e la sorella. Con la responsabilità del padre, che sente ma a cui non riesce a dare risposte adeguate.

    “Un complicato atto d’amore” è uno straordinario romanzo di formazione, in cui la limitata e claustrofobica comunità mennonita rende più travagliato e approfondito lo scavo interiore, regalando al lettore personaggi di straordinaria caratura nel bene e nel male, in assenza e in presenza, nelle parole e nei silenzi. Persone fragili, anche quando sembrano essere forti e dalle inamovibili certezze, come la Bocca, lo zio di Nomi e fratello della madre, Trudie, che è il punto di riferimento di East Village, che sembra decidere e stabilire le sorti della comunità, dettarne le regole e le punizioni, ma l’intransigenza che mostra di fronte alle manchevolezze altrui non è che il risultato per essere stato vittima della ferocia dell’amore e del mondo.

    Noi siamo mennoniti. Per quel che ne so, è la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni. Cinquecento anni fa, in Europa, un tizio di nome Menno Simons si è messo di buzzo buono per inventarsi una religione tutta sua e lui e i suoi seguaci olandesi polacchi e russi sono stati ammazzati di botte o costretti a conformarsi, finchè alcuni sono venuti a cacciarsi proprio qui dove sono io adesso. Ironia della sorte, hanno chiamato questo posto East Village, il nome del quartiere di New York dove vorrei tanto abitare.

    L’ironia, spiazzante e fulminea, è la caratteristica più notevole di Miriam Toews. Graffiante e affilata, ma ossimoricamente intrecciata a un sorriso pieno di dolcezza e di malinconia per le sventure e per le debolezze umane, per la parte che fallisce ed erra, che deroga dal giusto seguendo le traiettorie del cuore. Trovare e dare un senso alle piccole cose, cambiare il colore al proprio paese, nel quale non si vive bene ed è facile diventare il capro espiatorio di una società che ha fatto delle punizioni e dell’emarginazione un nascondiglio per le frustrazioni e i desideri irraggiungibili, o considerati tali, in cui l’indipendenza e l’autonomia vengono tacciate come peccaminose.

    “Un complicato atto d’amore” (A complicated kindness nell’originale) mette in scena la difficoltà di essere felici, quando si vive in un paese in cui non ci si sente accolti per quello che si è, e come in “I miei piccoli dispiaceri” la vera forza e il coraggio più grande è di chi sceglie di andare via, di essere finalmente libero in un senso personale e profondo: sul furgone del proprio ragazzo come Tash, senza passaporto e le proprie cose come Trudie, o sparendo come Ray, dopo aver portato a lavare la Ford Custom 500 a quattro porte, lasciandola alla figlia Nomi come ultimo, struggente incitamento a fare la cosa giusta.

    E con Nomi, senza lasciarci andare alla disperazione che non appartiene alla scrittura di Miriam Toews anche nei momenti più disperanti e disperati, impariamo una lezione che sta lì, all’altezza del cuore e in contatto con il cervello:

    ho imparato che quello che conta sono le storie e che se riusciamo a crederci, a crederci davvero, abbiamo una possibilità di redenzione. East Village mi ha dato la fede per credere che un giorno la mia famiglia tornerà unita e felice. È sbagliato credere in una meravigliosa bugia se questo ti aiuta a andare avanti?

    In questa domanda, la forza e il portento dei libri di Miriam Toews.

  • 06Mag2017

    Annalena Benini - Il Foglio

    Avere sedici anni nella “setta più sfigata a cui si possa appartenere”

    Passare l’adolescenza in una comunità mennonita, sognare la fuga e per sempre il ritorno. Dolore e tenerezza nel romanzo indimenticabile di Miriam Toews

    L’altro giorno mentre mettevo in un cassetto i fazzoletti di mio padre freschi di bucato, ho trovato il passaporto di mia madre. Avrei preferito di no. Ai fini della mia storia, dovrebbe averlo con sé. Mi sono seduta sul letto e ho sfogliato le pagine vuote. Niente bolli. Niente località esotiche. Niente orecchie o sbavature per gli innumerevoli viaggi. Solo i dati e la foto di mia madre in bianco e nero. Se la mettessero in un manuale di psicologia sul significato delle espressioni facciali avrebbe come didascalia: Dal soggetto di evince un impudico, straziante senso di speranza.

    Miriam Toews, “Un complicato atto d’amore” (Marcos y Marcos)

    Dieci anni fa ho letto per la prima volta questo romanzo, che è stato appena ripubblicato da Marcos Y Marcos con la traduzione di Monica Pareschi. Ogni volta che, poi, ho letto la storia di una ragazzina che soffre cercando di essere felice, ho ripensato a Nomi di “Un complicato atto d’amore”. Ogni volta che ho incontrato la vita in una comunità intransigente che considera la televisione e il divertimento qualcosa da vietare, ho pensato ai mennoniti e alle loro regole, al divieto di andare al cinema, e ai modi per aggirare il divieto. E il fatto che sia vero, che Miriam Toews, importante scrittrice canadese, sia cresciuta davvero in una comunità mennonita patriarcale e fuori dal tempo, e sia fuggita a Montrèal a diciott’anni, e scrivere sia stata la sua ribellione, ma scrivere con umorismo, dolcezza, struggimento, compassione e vitalità, ha reso questo romanzo indimenticabile.

    “Noi siamo mennoniti. Per quel che ne so, è la setta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni (…) Il concetto è che dobbiamo agognare la morte col sorriso sulle labbara e nel frattempo, fino a quel benedetto giorno, la nostra vita deve essere un facsimile della morte o come minimo dell’agonia. Un sondaggio mennonita potrebbe comprendere domande tipo: preferirebbe vivere o morire di una morte crudele? Se rispondi: vivere, vedrai che il mennonita che fa il sondaggio sbatte lui il telefono in faccia a te”. Nomi ha sedici anni ed è pazza d’amore per la sua famiglia. Per sua madre, che andava incontro alla vita a braccia aperte e sbatteva selvaggiamente gli asciugamani prima ri ripiegarli, suo padre silenzioso che non sapeva quasi mai cosa dirle ma la amava da morire, la sorella ribelle con una maglietta con su scritto: “Jesus?”, e lei che sperava che questa felicità non finisse mai. Quando la madre scompare, dopo essere stata scomunicata, espulsa dalla comunità mennonita, Nomi fa un elenco dei ricordi belli. Nomi che si ritrova sola con un padre annientato del dolore, e adesso di tutta la libertà del mondo non sa che farsene. Sua madre in macchina andava troppo forte e parcheggiando si avvicinava sempre più al muro o alla barriera che aveva davanti finché andava a sbatterci col cofano. Diceva che a Montreal si parcheggia così. Non era mai stata a Montreal ma le piaceva dire Montreal ogni volta che poteva; e così tutto, i parcheggi, i tagli di capelli, i tramezzini per lei erano sempre in stile Montreal. Durante l’inverno scaldava il letto a sua figlia infilandocisi dentro per venti minuti mentre lei faceva il bagno del sabato sera. Scendeva di continuo nel seminterrato perché sul temperino elettrico c’era scritto Boston. Cantava gli inni a voce spiegata e metteva tutti in imbarazzo. Tutto questo in un mondo piccolo in cui i biglietti di Natale venivano scritti più o meno così: da un abisso di peccato e contrizione, zio Raymond.

    Nomi si rade i capelli a zero, si sdraia lungo la statale ventitré, toglie la maglietta a Travis per baciarlo lentamente, giù alle cave, e fare l’amore in riva al fiume ascoltando Lou Reed e James Taylor, si ribella totalmente ai mennoniti ma si ribella con una nostalgia straziante per la sua famiglia. Con il ricordo continuo di quello che sono stati, quando stavano insieme, cerchio d’acciaio con i dischi nascosti nel seminterrato, e tutte le minuscole trasgressioni che trasformano una casa in un luogo avventuroso, in un momento eccezionale anche dentro i recinti. Era possibile trovare tutto allegro anche se folle, quando si stava insieme. Ma un giorno la sorella maggiore, Tash, ha detto: mi sembra di impazzire, cazzo. Non ne posso più. E’ tutto falso. E sua madre, invece di dire: brucerai all’inferno, ha risposto: sì, lo so, tesoro, lo so, e ha iniziato a piangere. “Sono quasi sicura che è stato lì che ha cominciato a farmi male la faccia di notte. Come se all’improvviso la testa mi si fosse riempita di idee e suggestioni che non era in grado di contenere. O forse stavo solo soffocando”.

    In questo libro c’è un grande dolore, ma è un dolore pervaso di esplorazione e di tenerezza. Quella che arriva molto tempo dopo, sotto forma di ricordi, e anche di gratitudine: se siamo scappati, è merito del recinto che ci ha dato la forza, per contrarietà, di andare via e diventare qualcos’altro. Ma non si è mai davvero qualcos’altro. C’è sempre ancora l’impulso di tornare, e di chiamare casa il posto dove è iniziato tutto, dove si è sognato, per la prima volta, di fuggire.

  • 03Mag2017

    Liana Messina - F

    Classe 1964, è nata in Canada in una rigida comunità mennonita, abbandonata a 18 anni per seguire la sua passione, la scrittura.

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  • 21Apr2017

    pagina99 - pagina99

    Dici mennoniti, dici Miriam Toews. La scrittrice canadese è nata e cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita, movimento
    anabattista che predica il ritorno alla purezza dell’originaria Chiesa cristiana.

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  • 10Apr2017

    La redazione di arteinsieme.net - arteinsieme.net

    Un complicato atto d’amore di Miriam Toews

    Autentica rivelazione della narrativa anglofona degli ultimi anni, Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione.

    Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosa; I miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.
Con Un complicato atto d’amore entra nel catalogo Marcos y Marcos anche lo splendido romanzo che ha portato Miriam Toews al successo internazionale; il primo in cui lei affronta il mondo ristretto e opprimente della setta mennonita in cui è cresciuta, e da cui è fuggita.

  • 09Apr2017

    Noemi Milani - illibraio.it

    Miriam Toews e l’America di Trump, in cui dominano odio e paura

    Miriam Toews torna in libreria con la nuova edizione “Un complicato atto d’amore” (13 anni dopo ancora attuale), la storia di una giovane cresciuta in una comunità di mennoniti.

    Per l’occasione la scrittrice si racconta a ilLibraio.it, e parla della sua infanzia nella comunità, riflette sui problemi delle famiglie e sui sentimenti che dominano negli Usa dell’era Trump, racconta quali sono le sue letture (cita, tra gli altri, Elena Ferrante, Yoko Tawada e George Saunders) e… – L’intervista

    Miriam Toews, autrice canadese cresciuta in una comunità mennonita – gruppo anabattista in cui si parla un dialetto tedesco, fondato in Olanda da Menno Simons e che è presente ancora oggi, soprattutto in Nord America e Paraguay  – torna in libreria con una nuova edizione del suo romanzo Un complicato atto d’amore (marcos y marcos).

    L’opera, che prende spunto dall’esperienza dell’autrice stessa, racconta le vicende di una giovane, Nomi Nickel, che vive con dolore la sua appartenenza alla comunità e che tenta in ogni modo di lasciare i mennoniti, come in passato avevano già fatto la madre e la sorella maggiore.

    Miriam Toews, oltre ad aver pubblicato romanzi tra cui In viaggio con la zia e Un tipo a posto, nel 2007 ha anche recitato nel film Silent Light del regista Carlos Reygadas, opera che racconta la vita in una comunità mennonita in Messico.

    Miriam Toews, che presto sarà in Italia per incontrare i suoi lettori, ha raccontato in un’intervista a ilLibraio.it la sua posizione nei confronti della religione, le sue riflessioni sul crescente odio verso chi è “diverso” e il suo interesse a raccontare storie di giovani donne.

    Nell’era Trump in tanti sembrano convinti che la segregazione e la xenofobia possano essere la risposta ai problemi odierni, perché?
“Mi sembra una domanda importante, a cui in tanti stanno cercando risposta con lo scopo di arginare l’onda di odio, nazionalismo e xenofobia. Tutto ciò è alimentato dalla paura nei confronti dell’altro, della perdita di sicurezza, della disoccupazione… paure che però vengono indirizzate contro il target sbagliato. Si incolpano gli immigrati, ad esempio, anziché il sistema, il modello economico disumano del capitalismo, le politiche dei nostri governi e dei nostri leader”.

    Leggendo della sua esperienza in una comunità mennonita, sembra che anche lì vi fosse una certa chiusura verso l’altro. Oggi qual è la sua posizione nei confronti della religione?“Ho visto coi miei occhi la distruzione, il dolore, l’odio e l’intolleranza che le religioni possono originare, ma ho anche visto il conforto, la consolazione, la gioia, l’amore sincero e la compassione a cui possono dare vita. Ci sono aspetti positivi che mi mancano della mia comunità mennonita e altri che invece mi fanno arrabbiare ancora adesso. Si tratta di comunità patriarcali, sospettose del mondo esterno, oppressive nei confronti delle donne e delle ragazze. Il cambiamento lì arriva molto, molto lentamente”.

    Passiamo ora al suo libro: cosa significa per lei vedere la nuova edizione di Un complicato atto d’amore, tredici anni dopo la prima?
“Ogni libro che ho scritto occupa un posto speciale nel mio cuore ed è sempre positivo vederli ritornare in libreria e acquisire nuovi lettori. E poi la nuova copertina mi piace molto”.

    Perché il suo libro continua a essere attuale?
“Finché ci saranno al mondo famiglie e religioni oppressive e autoritarismi da un lato e dall’altro il desiderio di essere liberi e amati, il mio romanzo continuerà a esserlo”.

    Nei suoi romanzi racconta quasi sempre il punto di vista di giovani donne, perché le interessa dare voce a questi personaggi?
“Ho iniziato a scrivere da giovane, quindi aveva senso che scegliessi di raccontare le storie di mie coetanee. Non potevo essere credibile nei panni di una donna anziana, perché non avevo esperienze a riguardo. Ora, però, i miei personaggi stanno invecchiando con me. Anche se credo che continuerò a scrivere anche di giovani, perché la gioventù è un campo minato, pieno zeppo di emozioni ed esperienze”.

    Tolstoj scrisse che “tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Secondo lei, questa citazione potrebbe rappresentare anche le famiglie di cui ha scritto nei suoi romanzi?
“Sì e no: anche l’infelicità può essere simile. Povertà, malattia, divorzio, solitudine, isolamento, dipendenza… sono macrocategorie di infelicità e miseria. Però credo anche che ogni famiglia ci metta del proprio: i dettagli cambiano, così come le reazioni e le risposte. Anche se le cause dell’infelicità sono sempre le stesse”.

    Quali sono i libri e gli autori che ama leggere?
“Oh, ce ne sono così tanti: ho amato i libri della Ferrante, spero davvero che ne scriva altri. Più recentemente ho apprezzato le opere di Valeria Luiselli, un’autrice messicana. Mi piace anche Deborah Levy. E George Saunders. Ora sto per iniziare Memoirs of a Polar Bear di Yoko Tawada. Infine, amo leggere le biografie di scrittori e poeti”.

  • 31Mar2017

    Alessandra Beltrame - alessandrabeltrame.it

    Un complicato cammino d’amore

    Nel nuovo romanzo di Miriam Toews, Un complicato atto d’amore, pubblicato da Marcos y Marcos, c’è tutto.

    Ci sono l’infanzia, l’adolescenza, la sofferenza, il dolore. La crescita, lo sviluppo. I sogni, i desideri, le speranze, le delusioni. C’è l’amore, senza dubbio.

    Ci sono l’empatia, la simpatia. C’è una protagonista molto simpatica: si chiama Nomi

    e ne fa di ogni, spesso non per scelta ma per necessità. C’è un mondo, che è quello delle comunità religiose, dove sono forti il peccato e la colpa, e quindi tutto ne deriva, anche la sorte dei ragazzi, che devono sottostare a regole che nemmeno ai loro genitori piacciono, e che dunque entrambi subiscono, e ne traggono le conseguenze.

    C’è, al centro del romanzo, una grande storia, che è il motivo per cui il libro è bello ed è bello da leggere. E questo centro è la storia della vita stessa; che è la storia di una ragazza, Nomi. Nomi che è tutto quello che speriamo e che vogliamo sia una ragazza: è intelligenza, forza, consapevolezza; è allegria. Nomi che è distratta, come tante ragazze di oggi: un giorno perde un arrosto che aveva comprato per il padre, un altro perde la pazienza. Ma Nomi è speciale perché non perde mai il coraggio. E noi la seguiamo e la amiamo per questo.

    Nomi vive in un luogo che non ama e perciò sogna di essere altrove, come sognano tutti gli adolescenti – alzi la mano chi a 15 anni non ha desiderato di volare, saltare, emigrare in un luogo diverso da quello in cui stava -; Nomi che si immagina a New York alla corte di Lou Reed; Nomi che però rinuncia e abbozza, perché le tocca, perché ha un amore locale, perché ha un papà con cui vive e che ama. Perché anche se la mamma e la sorella sono scappate, lei ha ancora qualcosa che la trattiene a East Village. Un paese dove le uniche opportunità sono l’allevamento-mattatoio di polli e il villaggio turistico, dove si fingono comportamenti arcaici e virtuosi a uso dei visitatori, recitati a cura della ipocrita comunità mennonita alla quale Nomi appartiene.

    Nomi è tutto questo e molto di più. Anche il romanzo della sua vita, Un complicato atto d’amore, firmato da Miriam Toews, scrittrice canadese che è cresciuta in una comunità mennonita, è molto più di quello che racconta. È lacrime, è sangue, è terra. E scoperta, abbandono, disillusione; è nascita, e morte. In una parola: è vita.

    È un libro che ho letto avidamente in due giorni. Io che mi annoio spesso e lascio i libri a giacere sul comodino. Ma Miriam Toews mi aveva già entusiasmato in I miei piccoli dispiaceri. Un libro magistrale, fantastico. Duro, sincero e doloroso, come i migliori libri sanno essere. Ma anche ironico, con una scrittura pirotecnica, con una traduzione all’altezza.

    Lo stesso ho trovato in quest’ultimo romanzo, che non è nuovo, perché Miriam Toews lo ha pubblicato nel 1995, ma che io non conoscevo e che ora Marcos Y Marcos ripubblica.

    Un libro che, ora che l’ho letto, già mi manca. Leggerlo mi ha infilata in un cammino in cui mi riconosco. Un cammino che facciamo tutte e tutti. Un cammino che ho fatto anche io. Nomi è come me. Nomi sono io. Nomi cammina con me.

  • 29Mar2017

    Davide Mazzocco - booksblog.it

    “Un complicato atto d’amore”, Miriam Toews

    Marcos y Marcos pubblica il romanzo che ha come protagonista Nomi, una sedicenne che cresce con il padre in una comunità mennonita.

     

    Dopo I miei piccoli dispiaceri, In fuga con la zia, Mi chiamo Irma Voth e Un tipo a posto, con Un complicato atto d’amore entra nel catalogo Marcos y Marcos anche lo splendido romanzo che ha portato Miriam Toews al successo internazionale; il primo in cui lei affronta il mondo ristretto e opprimente della setta mennonita in cui è cresciuta, e da cui è fuggita.

    Con la sua scrittura inconfondibile, piena di lucidità e dolcezza, e di un personalissimo umorismo anche nelle situazioni più difficili, Miriam Toewsracconta la storia di Nomi, sedici anni, rimasta sola con il padre in una comunità mennonita dove hai “soltanto tre possibilità: essere buonissima, essere cattivissima o essere bravissima nel fingerti buonissima”.

    La madre, allegra e sognante, e la sorella, teatrale e ribelle, se ne sono andate, e Nomi sa perfettamente perché, ma vuole troppo bene a suo padre per abbandonarlo a sua volta, e affronta la sua realtà in bianco e nero sognando un amore possibile, New York, una vita diversa.

    Si rade i capelli a zero, toglie la maglietta a Travis per baciarlo lentamente, giù alle cave, e fare l’amore in riva al fiume ascoltando Lou Reed e James Taylor. Non può abbandonare anche lei suo padre, fedele mennonita dolcissimo e triste, che passa le serate a fissare la strada e adora la Bibbia, gli isotopi e Yeats. Solo un complicato atto d’amore potrà donarle la libertà.

    Autentica rivelazione della narrativa anglofona degli ultimi anni, Miriam Toews nasce nel 1964 in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua forma di ribellione. I suoi romanzi – pubblicati da Marcos y Marcos in Italia – hanno ottenuto numerosi riconoscimenti da parte della critica letteraria nordamericana.

  • 29Mar2017

    Laura Pezzino - Vanity Fair

    Quel paese dentro di me

    Per anni, Miriam Toews (si pronuncia “teivs”) è stata considerata solo una scrittrice comica. “Essere cresciuta come una mennonita ha alzato di molto il mio cazzate-detector. C’era una tale ipocrisia, e non se ne poteva parlare. Questo mi ha influenzata moltissimo, sviluppando un certo mio distacco ironico, un modo sovversivo di usare lo humour”.

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  • 23Mar2017

    Marta Cervino - Marie Claire

    Sognando Lou Reed – una comunità mennonita, e una 16enne dallo sguardo sghembo che somiglia molto all’autrice.

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  • 19Mar2017

    Elena Stancanelli - Robinson - la Repubblica

    Leggendo Un complicato atto d’amore di Miriam Toews, si capisce bene che una delle questioni di cui si occupa la buona letteratura sono i confini.

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