Tutto in ordine e al suo posto

Archivio rassegna stampa

  • 06Ago2017

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.wordpress.com

    “Lui lo teneva in mano – il gallo stava lì, paziente, docile – e passando le dita sotto le piume color zenzero e sulla pelle bianca e trasparente ne esplorava delicatamente il petto, il dorso e il lungo collo, massaggiandoli, tastandoli, frizionandoli e carezzandoli, finché gli occhi della bestiola non si illanguidirono e la sua testa si sollevò e ricadde giù come quella d’un vecchio seduto accanto al focolare“.

    “Tutto in ordine e al suo posto“, Brian Friel, Marcos y Marcos, traduzione, cura e postfazione di Daniele Benati. Drammaturgo, scrittore, formatosi anche a Belfast, insegnante in vari istituti nella contea di Londonderry, morto ottantaseienne due anni fa, Brian Friel ha saputo raccontare l’esistenza come pochi altri.

    E lo fa ancora, perché la fortuna della letteratura è quella di non perire mai. Di essere sempre nuova, sempre diversa, sempre attuale, viva, un fertile terreno che attende solo che con pazienza i semi che vi sono stati gettati diano fiore e frutto. Basterebbe Ballando a Lughnasa, sua opera talmente famosa che ne hanno tratto persino un film con una certa Meryl Streep, per giustificare una carriera e definirla ottima. La sua è straordinaria. Tutto in ordine e al suo posto, titolo di per sé già di manifesta brillantezza, è una raccolta di dieci racconti. Uno più bello dell’altro, perfettamente amalgamati, fra dolce e amaro, riso e pianto. È sufficiente soffermarsi a considerare, per rendersene conto, l’incipit del primo, in quelle tre righe o poco più in cui si tratteggia con un’esplosione di colori e in due parole la figura di una donna che nessuno si stupì che non fosse disperata quando il marito ubriacone e violento venne investito e fatto secco: lì dentro c’è tutto un mondo. Di sentimenti, passioni, emozioni. Non sovvengono alla mente ragioni valide per non leggere questo libro.

  • 30Lug2017

    Paolo Mauri - Robinson

    Destini amari in terra d’Irlanda.

    Degno erede della grande tradizione letteraria del suo Paese, Brian Friel in “Tutto in ordine e al suo posto” ci regala una galleria di perdenti che lascia il segno. In un mondo ancora arcaico.

    La letteratura irlandese ha un sapore particolare. Spesso è quello della miseria che vuol dire fame e disperazione e voglia di annegare nell’alcool quel che resta di una giornata piena di fatica e di disincanato. È come se agli uomini non fosse concesso mai di evadere dai rituali spesso arcaici della loro vita.

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  • 18Giu2017

    Nunzia Palmieri - alfabeta2

    Brian Friel, fallire al meglio

    Un cappello da mago, un quadrato di panno nero, quattro fogli di cartone, una maschera, un dentone, un pacchetto di palloncini gonfiabili sparsi in un prato nella notte silenziosa. Un bambino di dieci anni raccoglie ogni cosa e cerca di rimetterla al suo posto. Poi stringe fra le mani un coniglio malconcio e lo deposita con cura nella scatola legata alla bicicletta. M. L’Estrange, l’illusionista, è disteso per terra, senza forze, ubriaco fradicio ma capace ancora di tenersi aggrappato alle parole con un guizzo: «A quanto pare, amico, il mio destriero e io abbiamo preso strade diverse».

    Il bambino lo ha aspettato come ogni anno per assistere al suo spettacolo di magia nella scuola elementare di Beannafreaghan, dove suo padre è direttore e insegnante: seguire l’illusionista nei suoi vagabondaggi è il sogno che il bambino insegue da sempre, ma adesso che M. L’Estrange e suo padre si sono affrontati, pieni d’alcol e di vecchi livori, in un litigio violento, quel sogno sembra destinato a non durare a lungo. Negli stessi anni ma in un altro luogo d’Irlanda, nella contea settentrionale del Donegal, una donna di mezza età accarezza un piccolo gallo, che ha allevato come un figlio assecondando la passione del marito per i combattimenti e le scommesse clandestine. È un animale straordinario, un lottatore nato, ma lo hanno appena fatto scontrare con la bestia più grossa e feroce di tutto il Paese. Ora è pieno di ferite, agonizzante, e non è detto che riuscirà ad arrivare vivo al termine di quel viaggio in automobile che sarà per Annie l’inizio di una nuova vita. Sempre nel Donegal, nella cittadina di Mullaghduff, Harry Quinn alleva un colombo con il quale vuole vincere il campionato nazionale d’Irlanda, e ancora nella stessa contea, lungo un promontorio che corre parallelo alla costa atlantica, in un luogo denominato «la valle delle allodole», quattro uomini si preparano a disseppellire il cadavere di un aviere caduto in guerra per riportarlo in Germania. Quella valle in primavera è uno dei posti più belli del mondo, «con il mare che si perdeva lontano nel cielo caldo e un sole alto e limpido che creava uno sfavillio di luci sulla campagna cosparsa di rocce di granito», un posto dove anche quando si è già morti e sepolti «la vita continua a palpitare tutt’intorno».

    È l’Irlanda di Brian Friel, piena di orrori e meraviglie, come appare nella raccolta di racconti tradotti magistalmente da Daniele Benati e presentati dall’editore Marcos y Marcos con il titolo Tutto in ordine e al suo posto. Sono storie ambientate a volte in luoghi riconoscibili, altre volte affidate a toponimi immaginari ma sempre ancorati a paesaggi che si presentano ai nostri occhi con estrema nitidezza, in un’Irlanda resa universale dal talento di Friel. Le vicende sono accomunate dal tema della disillusione che stempera i grandi entusiasmi e le passioni perseguite con la caparbietà che hanno i bambini, quando si trovano immersi nel grande sogno cui vorrebbero affidare tutto il loro avvenire. Ognuno dei personaggi che troviamo in queste meravigliose storie irlandesi si imprime nella memoria con una forza sorprendente, per la straordinaria capacità che Friel possiede di chiudere un’intera esistenza nel giro di una vicenda esemplare, che si snoda con l’andamento piano della vita quotidiana, aprendosi di tanto in tanto a momenti imprevedibili di magia.

    Sono temi, personaggi e immagini guida ai quali Friel ha affidato anche i suoi lavori teatrali, quelli che gli hanno dato la notorietà. Fondatore, insieme a Stephen Rea e Seamus Heaney, della Field Day Theatre Company, Brian Friel (1929-2015), quasi sconosciuto in Italia, è uno dei più grandi autori contemporanei di lingua inglese, le cui opere sono rappresentate da più di mezzo secolo nei maggiori teatri del mondo, da Dublino a Broadway:Philadelphia Here I Come (1964), Lovers (1967),The Freedom of the City (1973), Faith Healer (1979),Translations (1980), Dancing at Lughnasa (1990), vincitore di tre Tony Awards e portato sugli schermi dal regista Pat O’Connor, hanno assicurato a Friel un posto fra i massimi drammaturghi dei nostri giorni. I suoi personaggi memorabili, insieme santi, ubriaconi, artisti, veggenti, ciarlatani, ansiosi di vivere una vita che inevitabilmente li tradisce umiliandoli, tenendoli ai margini o scartando anche solo di poco rispetto alle loro aspettative, sono dotati «di un potere o di una conoscenza non assoggettabili e che anzi li aliena dal contesto sociale rendendoli figure minacciose e temute», come scrive Benati nella sua bella postfazione.

    Il fallimento dei progetti, dei sogni, delle semplici velleità è una costante di Friel ma, grazie alla sensazione di stupore e di sorpresa felice che si rinnova leggendo ciascuna di queste storie, viene il sospetto che il fallimento dei personaggi sorregga di volta in volta il riscatto del racconto. I piccoli inciampi o le grandi derive dei destini si portano appresso dei ripari di dolcezza che impediscono a queste vicende di ricadere nel novero delle tragedie senza redenzione: l’impressione che ci lasciano è piuttosto quella di una felicità resistente, che si deposita nonostante tutto in un mondo la cui asprezza è temperata dalla presenza di piccoli d’uomo e di animali, come il colombo appena nato che offre una testina da accarezzare, l’apprendista mago che si fa consolare seduto sulle ginocchia della madre o il figlio di Joe che si perde nel bosco «dongando» una torre, in un gioco misterioso inventato attorno alla tana di un coniglio. Non manca in nessuna vicenda una forma diffusa di accudimento, che si trasmette quasi per osmosi dalle donne, agli uomini e ai bambini, ma anche agli elementi naturali, agli oggetti domestici, alle modulazioni del paesaggio, passando attraverso lo stile di scrittura, limpido e misurato di Friel, che Benati ha saputo rendere con grande intelligenza e sensibilità in una traduzione capace di restituire appieno la meravigliosa esattezza dei dettagli e il potere d’incantamento che le cose della vita, anche nelle circostanze più terribili, portano sempre con sé, con la forza inesauribile delle grandi illusioni.

  • 04Giu2017

    Renzo S. Crivelli - Il Sole 24 ore

    Chi è il rabdomante? Nessuno lo sa. Viene da lontano, o da vicino, ed è vestito di nero con un grande cappello floscio in testa, è “nero e bisunto”, con in mano un pacchetto segreto avvolto in un pacchetto segreto avvolto in una carta da giornale.

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  • 27Mag2017

    Michele Ronchi Stefanati - doppiozero.com

    Il gran teatro delle illusioni

    Brian Friel (1929-2015) è stato uno dei più grandi drammaturghi di lingua inglese, le cui opere sono state regolarmente rappresentate nei maggiori teatri del mondo, quasi sempre partendo dall’Abbey Theatre di Dublino, per poi approdare al London’s West End e a Broadway. Dopo i primi successi in Irlanda, il pieno riconoscimento internazionale arriva conPhiladelphia Here I Come (1964), a cui seguono, tra le altre,Lovers (1967),The Freedom of the City (1973),Faith Healer (1979) eTranslations (1980).

    Dal suo Dancing at Lughnasa, del 1990, vincitore di tre Tony Awards tra cui miglior opera, il regista Pat O’Connor ha tratto il celebre film omonimo, con Meryl Streep. Friel è stato il fondatore, insieme all’attore Stephen Rea (vi aderirà poi anche Seamus Heaney), della Field Day Theatre Company, una compagnia di teatro itinerante che si proponeva di creare uno spazio di unità per gli irlandesi, in risposta alle lotte intestine tra cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti che hanno insanguinato l’isola fino ad anni recenti.

    È uscita ora per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, autore anche di una ricca postfazione, a cui rimando. Il libro unisce dieci storie brevi uscite sul New Yorker e sul Saturday Evening Post a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, poi pubblicate da Friel prima con il titolo di Selected Stories (1979) e poi con quello di The Diviner (1983), di cui quest’edizione ha anche il merito di conservare il rapporto con l’immagine di copertina, entrambe dell’artista irlandese Martin Gale. I racconti di Tutto in ordine e al suo posto dunque precedono e preparano il successo di Friel come drammaturgo. Leggendoli risulterà chiaro, ma sempre sorprendente, perché a un autore irlandese ancora sconosciuto fosse concesso di scrivere sul New Yorker, in un’epoca in cui ci scrivevano, fra gli altri, Philip Roth e John Updike. Tanto più sorprendente se si pensa che Friel adotta una forma tradizionale di short story, facendo un passo indietro rispetto allo sperimentalismo di Samuel Beckett e Flann O’Brien, ispirandosi invece ai grandi scrittori russi dell’Ottocento, come Čechov e Turgenev, che rappresenterà anche a teatro.

    Quelli raccolti in Tutto in ordine e al suo posto sono racconti magistrali per la facilità che Friel ha nel far entrare immediatamente il lettore dentro la storia nelle primissime righe di ogni racconto, come se si accendesse una luce sul palcoscenico. I personaggi si rivelano via via con piccoli tocchi, che finiscono col creare in chi legge l’impressione di conoscerne per intero le vite – come avviene solitamente in un romanzo, mentre qui Friel lo fa nella forma breve del racconto. Friel disvela a poco a poco i personaggi attraverso brevi cenni, che richiedono estrema attenzione: tutto conta in questi racconti, nessun particolare è casuale o superfluo. Friel infatti non spiega, preferisce rappresentare i suoi personaggi lasciandoli muovere sulla scena che la sua scrittura ricrea con grande sapienza: è dai loro gesti, dai loro atteggiamenti, dalle frasi ripetute e dai pensieri rivelati che chi legge capisce dove si andrà a parare e che cosa Friel ci sta dicendo.

    Friel lavora soprattutto per immagini e la resa psicologica sta proprio nei dettagli descrittivi: è tramite i dettagli esteriori che si aprono squarci sull’interiorità dei personaggi, ponendo il lettore di fronte a situazioni che sono certamente familiari a ciascuno, ma che raramente si tende a riconoscere: l’affettuosa riconnessione con un luogo del passato, il tentativo di salvare le apparenze, l’invidia per l’altrui condizione, il desiderio di primeggiare per rimediare ad altre mancanze, l’immaturità sentimentale o emotiva. Leggendo si riconosce con chiarezza l’Irlanda povera e rurale degli anni ’40: la pesca illegale di salmoni, i bambini raccoglitori di patate, le comunità chiuse e bigotte (il vociare di paese è reso splendidamente da Friel nel suo autogenerarsi, gonfiarsi, diffondersi rapidamente e scoppiare nel nulla), smascherate da figure di marginali, ciarlatani, maghi o rabdomanti. Si sentono i suoni del gaelico, si riconoscono i paesaggi irlandesi tra le colline e l’Atlantico, le torbiere, le valli delle allodole e le varie contee, città e villaggi, da Tyrone al Donegal, da Omagh a Killarney, da Dublino a Cork. Eppure queste storie mettono in scena una varietà di temi e situazioni di tale umanità che potrebbero essere capitate ovunque, a chiunque e in qualunque epoca.

    Sono racconti che parlano del rapporto col tempo che passa, coi ricordi, del rapporto con gli altri e con noi stessi, ma soprattutto dell’immenso e contraddittorio potere dell’immaginazione che plasma la memoria, che può creare maschere, finzioni e malelingue, alimentare fissazioni e manie, ma anche dare vita a giochi e magie, generare fantasie e progetti futuri, proteggere dall’asprezza del vivere, rassicurare dalle paure, persino far vedere un possibile superamento della morte, nel ripetersi della vita in chi viene dopo di noi.

    È ciò che accade ad esempio in Fra le rovine, dove il rapporto col tempo si dipana in tutti i suoi aspetti: partendo dal ritorno del protagonista Peter alla casa dove aveva trascorso l’infanzia, si passa prima attraverso l’immersione completa nel passato immaginato (con tanto di imbambolamento nei pensieri e risa tra sé, come se Peter rivivesse ciò che è stato), si piomba poi nella delusione causata dalla privazione del passato idealizzato di fronte alla verità del luogo nel presente e si scopre infine il passato ritrovato, cioè il senso del passato come continuità, come ripetersi della vita, resa dall’immagine del figlio che gioca nel luogo dove Peter giocava da piccolo. Sono temi anticipati già in Foundry House, dove però il protagonista Joe Brennan, tornato a vivere nella casa della sua infanzia, sceglie di non affrontare il dolore del tempo che passa, trincerandosi dietro l’illusione di un’assenza della dimensione temporale, di una fissità del tempo e delle persone: così negherà l’evidenza degli effetti del tempo sul vicino di casa signor Bernard, ormai vecchio e malato e quasi incapace di parlare.

    Le illusioni, come prodotto dell’immaginazione, sono ovunque nel libro: dall’illusione di potersi ricreare una onorabilità di Nelly Devenny in Il rabdomante, al racconto Gli illusionisti, dove i trucchi del mago nomade M L’Estrange incantano gli alunni della scuola elementare del piccolo paese di Beannafreaghan e generano nel bambino narratore la voglia a sua volta illusoria di seguire il prestigiatore nei suoi pellegrinaggi. Qui si vede anche la straordinaria sapienza narrativa con cui Friel restituisce l’incomunicabilità tra il padre del bambino e il prestigiatore, con la trovata tragicomica (e già teatrale) del passaggio dal dialogo ai monologhi simultanei e paralleli con cui i due espongono i rispettivi presunti meriti, senza ascoltare quello che dice l’altro.

    Le illusioni tornano altrove sotto forma di ambizione, brama di possesso o di vittorie, ad esempio nei “racconti di animali”, l’illusione di vincere una gara di colombi con metodi innovativi in Il sistema della vedovanza, o di allevare il gallo più forte d’Irlanda in Ginger l’Eroe, o ancora la brama di succedere all’anziana suocera come proprietario di una ricca fattoria nel racconto, che dà il titolo al libro e chiude la raccolta, Tutto in ordine e al suo posto. Episodi che mascherano i misteri interiori dei protagonisti. E ancora illusioni che alleviano le pesantezze, come nei pescatori di L’oro in fondo al mare, che credono al racconto del vecchio Con di una barca naufragata piena di lingotti, convinzione/illusione che è bene non spezzare, perché gli permette di sopportare le fatiche del loro mestiere.

    Gli uomini dei racconti di Friel sono del resto spesso ambiziosi e un po’ sperduti, inseguono idee balzane e poco concrete, mentre le donne incarnano la praticità, pur nell’estrema varietà delle figure femminili che appaiono in questi racconti: la solo apparente spensieratezza di Annie e la concretezza della sorella Min, la cura dei propri affetti e insieme la forza di Margo in Fra le rovine, la follia della signora MacMenamin, l’attesa e la delusione di Nelly Devenny, la calma e la risata di Judith Costigan, le maniere spicce di Rita in Foundry House.

     

    La traduzione di Benati permette di notare tutto questo, facendo apprezzare al lettore italiano la precisione della lingua di Friel. Non poteva essere altrimenti, sia per la conoscenza che Benati ha dell’Irlanda, dove ha insegnato e vissuto, sia per la sua lunga attività di traduttore: Benati ha lavorato nel tempo sull’opera di molti autori di lingua inglese, da Mark Twain a Jack London, da Delmore Schwartz a Flannery O’Connor, con particolare predilezione proprio per gli irlandesi, da James Joyce a Flann O’Brien. Eppure questa è forse la sua traduzione più bella, perché qui Benati mostra tutta la sua sensibilità nel restituire con grazia e delicatezza il testo originale in un italiano vivo, non artificiale, e al contempo efficace per il lettore italiano e rispettoso dello stile adottato dall’autore.

    La passione di Benati per la lingua, che emerge con evidenza nella sua attività di scrittore, lo mette al riparo dal pericolo di soverchiare l’autore che si mette a tradurre. All’abbellimento, al discorsivo, Benati preferisce una maggiore aderenza all’originale, persino nella struttura sintattica, per dare più concretezza alla lingua e potenza alle immagini. Allora Benati muove le frasi solo quando necessario, per esempio per rendere scorrevole un brano, ma preferisce di solito rimanere più vicino all’originale, ricorrendo agli incisi. È così che, nella traduzione da poco uscita, si mantiene splendidamente l’andamento tipico di questi racconti di Friel, gli incipit fulminanti e il tono pacato e non giudicante che segue senza forzature lo scorrere dell’esistenza.

  • 21Mag2017

    Mario Fortunato - L'Espresso

    Sincera gratitudine di lettore alla casa editrice Marcos y Marcos che pubblica e a Daniele Benati che traduce, cura e scrive un’attenta nota finale a “Tutto in ordine e al suo posto” dello scrittore irlandese Brian Friel.

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  • 28Apr2017

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    Nonostante sia uno dei grandi scrittori irlandese del Novecento, Brian Friel è poco conosciuto e tradotto in Italia. La maggior parte della sua fama è dovuta alla drammaturgia che lo ha reso famoso a livello internazionale, tanto importante da essere l’autore più rappresentato nel mondo di lingua inglese degli ultimi quarant’anni.

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  • 28Apr2017

    Leonardo Martinelli - pagina99

    Brian Friel costituisce uno di quei tipici e sfortunati casi di gigante della letteratura mondiale sconosciuti in Italia. Friel non è solo, insieme a Seamus Heaney, l’autore più rappresentativo dell’Irlanda del Nord, ma una delle colonne dell’intero panorama letterario anglosassone del Novecento.

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  • 21Apr2017

    Marco Filoni - Il Venerdì

    Una stradina, una via di mezzo fra una vera strada e un viottolo. Riflessi d’acqua sui suoi margini, a tradire uno scroscio recente. Alberi scarni, siepi austere tutt’intorno a un verde rigoglioso ma non di primavera.

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  • 09Apr2017

    Paola Rinaldi - chooze.it

    Segreti E Bugie #Sundaybooks

    Brian Friel chi?! Come scrive Daniele Benati nella postfazione a questa raccolta di racconti, è davvero incredibile che in italiano, di questo grande autore irlandese noto soprattutto per la sua produzione teatrale, ci sia quasi nulla. Per fortuna Marcos y Marcos colma in parte questa lacuna con la pubblicazione di dieci racconti, tradotti egregiamente dallo stesso Benati.

    Già a guardare i titoli, qualcosa si capisce: Il rabdomante, Gli illusionisti, Ginger l’eroe… A Friel sembrano interessare i tipi strani, quelli che guardiamo un po’ con sospetto e un po’ con ammirazione, che portano scompiglio nell’ordine naturale delle cose (quello a cui si fa riferimento un po’ nel racconto che dà il titolo alla raccolta, per esempio): l’artista, il ciarlatano, il santo, l’ubriacone, il mago… Ma poi ci sono anche I raccoglitori di patate, L’oro in fondo al mare, Fra le rovine, La valle delle allodole e ci accorgiamo che anche la natura è un elemento che ricopre un ruolo importante. D’altra parte, stiamo parlando di letteratura irlandese, e Friel ne è un grande rappresentante, che riprende la tradizione dei sempre citati Joyce e Beckett, ma che poi ci mette del suo. Tanto per dire, la paralisi dell’Uomo e della società che è materia di Joyce, salta fuori nei ragazzini che vano a raccogliere patate o nei pescatori di salmoni che fanno finta di credere all’oro che sta sotto il mare; ma c’è anche la voglia di riscatto, una ricerca di vittoria, e per questo Harry alleva il suo colombo per le gare ne Il sistema della vedovanza e Billy invece si concentra su suo gallo in Ginger l’eroe (fa niente se poi magari non va tutto come sperato); e c’è la potenza della piccola crepa che si insinua nella quotidianità logora che guarda solo alle apparenza, come appunto ne Il rabdomante, che alla fine trionfa nonostante tutti facciano finta di ignorarlo. Io sono molto affezionata a La valle delle allodole, dove la natura ma anche la pietas e una sorta di nostalgia rendono più sopportabile la mancanza di senso di certe esistenze. Ma chi porta la dose maggiore di ottimismo, in Friel, sono i personaggi femminili (a me piace tanto Judith!), pragmatici e poco inclini ad accettare lo status quo, piuttosto determinati ad infischiarsene del decoro ipocrita delle piccole comunità in cui vivono, tanto da divenire l’unico vero sostegno su cui poggia l’intera famiglia. In ogni caso, quello che unisce i racconti è lo stile, la maniera di scrivere e descrivere di Friel: è uno strano modo di essere narratore, il suo , perché in realtà non percepiamo la sua presenza, eppure, alla fine, sentiamo la sua vicinanza, grazie alla tecnica che somiglia  a quella di un orologiaio, che lavora di fino sui meccanismi che noi non vediamo per darci l’ora esatta di cui però poi ci fidiamo. Ecco, senza capire come, siamo tra la grinze degli animi dei personaggi, capiamo i loro silenzi più delle loro parole e dalla loro postura, dai loro gesti, che Friel ritrae con maestria, escono le storie silenziose che poi ci portiamo via anche dopo aver terminato il racconto. Friel usa la lingua come un pittore i colori, o un regista le scene: senza incistarsi in sproloqui astratti o partire con pistolotti psicologici, Friel usa parole pulite e nitide, è leggero nelle sfumature e nelle descrizioni, e proprio perché è così retratto, così delicato e tenue, nell’immaginazione del lettore si scatenano i fuochi d’artificio. Forse è proprio Friel il mago più abile di tutti quelli che troviamo nei suoi racconti! Definito il Cechov irlandese, è sicuramente un classico da non ignorare più a lungo di quanto colpevolmente non abbiamo già fatto.

  • 04Apr2017

    Claudia di Giromondolibri - girodelmondoattraversoilibri.wordpress.com

    Brian Friel Tutto in ordine e al suo posto

    Sulla via del ritorno venne preso da un senso di solitudine. Solo una volta cedette alla tentazione di guardare dallo specchietto, ma s’era ormai fatto buio ed Errigal era già stata inghiottita dall’oscurità alle sue spalle.

    Era stato un errore tornarci (…) Perché il passato è un miraggio: una dolce illusione nella quale uno entra per sfuggire al presente (…) Cosa si aspettava di trovare a Corradinna: il recupero della sua innocenza? La conferma di un sogno? Non se lo ricordava più. Ora sapeva solo che quel viaggio era stato uno sbaglio. Lo aveva derubato di una cosa preziosa, l’immagine idealizzata che lui s’era fatto del suo passato, e al posto di quella immagine ora non c’era niente: solo la verità [Brian Friel, dal racconto “Fra le rovine”, trad. D. Benati]

    Nei dieci racconti raccolti in “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (trad. Daniele Benati, marcos y marcos, pag. 236, 18 €) l’autore nordirlandese con abilità e ironia mette in scena un carosello di personaggi e situazioni che conquistano e divertono il lettore.

    Ne “Il rabdomante” una vedova sposa in seconde nozze un uomo che appare integerrimo, mentre in realtà nasconde un segreto molto comune a tutti i nordirlandesi del paese; in “L’oro in fondo al mare” un ragazzo si unisce ad una nave che esce di notte per andare a pesca di salmoni, scoprendo amare verità.

    Nel racconto “Il sistema della vedovanza” un uomo decide di allevare un colombo per farlo gareggiare in velocità con un metodo assai particolare. “I raccoglitori di patate” è un racconto amaro sulla questione del lavoro minorile e l’abbandono scolastico; “Foundry House” è uno scritto sulle disillusioni infantili quando si cresce; ne “Gli illusionisti” un bambino scoprirà la verità riguardo al mago che ogni anno visita la sua scuola elementare.

    Anche in “Ginger l’Eroe” ci sono due uomini che allenano un gallo per farlo combattere; “Fra le rovine“, il miglior racconto della raccolta, è un bellissimo scritto sui sogni e le aspirazioni che abbiamo da bambini e che talvolta da adulti non si realizzano. “La valle delle allodole” nasconde incandevoli descrizioni dei paesaggi della costa ovest dell’Irlanda del Nord, un luogo bellissimo che si chiama Gleann-na-fuiseóg. Infine, il racconto che dà il titolo alla raccolta “Tutto in ordine e al suo posto“, ovvero la presa di coscienza di un uomo nei confronti del passato della famiglia della moglie e in parte anche di sé stesso.

    Sullo sfondo di tutti i racconti, Friel presenta e descrive un’Irlanda del Nord senza un tempo preciso, ma bellissima e romantica, in grado di far sognare il lettore.

    A settecendo metri dalla punta del promontorio, il sentiero scendeva a precipizio in una minuscola valle, un piattino di erba verde contornato da dune di sabbia giallastra, mentre il promontorio terminava in una collina alta e smussata che rompeva il vento dell’Atlantico. L’impeto del vento continuò per un po’ a risuonare nelle loro orecchie dopo che furono entrati nella valle (…) Poi si resero conto del silenzio e, non appena ne furono zittiti, udirono le allodole: non un paio, né una dozzina o una ventina, ma centinaia di allodole, tutti invisibili nella calura azzurra del cielo, come un ombrello di musica aperto su quel piccolissimo mondo [Brian Friel, dal racconto “La valle delle allodole”, trad. D. Benati]

    Eppure, nonostante lo humor con il quale Friel impregna le proprie storie arrivando quasi ad ironizzare su situazioni alquanto drammatiche, nelle vicende narrate lo svolgimento è molto simile: un personaggio umile ha dei sogni e dei progetti, ecco la grande occasione che si palesa e quindi i grandi sforzi per sfruttarla in meglio e infine il momento della disillusione o l’impatto con la realtà, spesso cruda e poco romantica.

    Possono sembrare tristi, i racconti di Friel, invece trasmettono allegria, vivacità e brio nonostante qualche nota amara. Sono storie semplici da comprendere e facili da amare, sono lo specchio di un’epoca che forse non c’è più – o forse c’è ancora – nascosta in qualche piccolo paesino della verde, luminosa e piovosa Irlanda del Nord, una società fatta di persone che nonostante le avversità della vita riescono sempre a cogliere l’aspetto positivo e a sciogliersi in una risata liberatoria.

     Ma ora, per la prima volta, li vedeva sotto un’altra luce ed erano ridicoli: due uomini di mezz’età che sprecavano la loro vita ad aspettare che un colombo tornasse a casa! Cominciò a ridere sotto i baffi. La risatina si trasformò in una risata più grossa. Alla fine rise così tanto che gli vennero a far male i fianchi, e fiumi di lacrime gli colarono dagli occhi. E, nella stretta del suo braccio, Judith rideva anche lei, e piangeva pure. E per quella mezz’ora, con tutto quel piangere, furono la coppia più felice di tutta Mullaghduff [Brian Friel, dal racconto “Il sistema della vedovanza”, trad. D. Benati]

    Titolo: Tutto in ordine e al suo posto
    L’Autore: Brian Friel
    Traduzione dell’inglese: Daniele Benati
    Editore: marcos y marcos
    Perché leggerlo: per conoscere aspetti dell’Irlanda del Nord, per affezionarsi ai personaggi che nonostante le difficoltà sorridono e perché sono racconti scorrevoli, divertenti e molto coinvolgenti, da leggere e rileggere