Tutti romani tutti romanisti

Archivio rassegna stampa

  • 17Nov2017

    Valerio Curcio - ilromanista.eu

    Il romanzo su Cesar Gomez che parla dell’ambiente romano.

    “Tutti romani tutti romanisti” di Andrea Cardoni raccoglie le leggende sul difensore spagnolo ma è in realtà un’opera su Roma e il suo ambiente: cioè tutti noi.

     

    Un libro su Cesar Gomez? Ma te sei pazzo. Chissà quante volte se l’è sentito dire Andrea Cardoni, l’autore di “Tutti romani tutti romanisti”, pubblicato da Marcos y Marcos, un romanzo che non è un romanzo. O che perlomeno è un romanzo, ma anche un piccolo saggio di sociologia della comunicazione nel mondo del calcio. Roma è una città famosa per il suo deleterio e famigerato Ambiente (sì, con la maiuscola), una comunità pronta a portarti alle stelle per poco e a trascinarti al suolo per molto meno. Anche per una partita sola. Quella giocata da Cesar Gomez nel 1997: il derby perso 1-3 in cui il difensore spagnolo si rese responsabile di una pessima prestazione.

    Il libro di Cardoni non è un romanzo normale, perché non c’è voce narrante e non c’è trama. È una raccolta di interviste anonime che prende le mosse da una ricerca: scoprire qualcosa di più su una leggenda: «Dice che un tifoso è andato a Trigoria e gli ha detto “te faccio n’autografo?”». Dalle pagine trapela l’inganno dell’autore, che ha chiesto agli intervistati di raccontargli di Cesar Gomez e in realtà si è fatto raccontare di Roma, della Roma e del suo ambiente, cioè tutti noi.

    È un romanzo, sì, ma collettivo: alla fine l’intervistato sembra quasi che sia uno solo, una voce corale che ci racconta di una Roma minore, quella dei giocatori che meriterebbero quasi di non essere ricordati e che alla fine diventano antieroi. E come gli eroi, anche gli antieroi si portano appresso un alone di leggenda: negli anni in cui Gomez non giocò più e si godette le sue “vacanze romane”, così come dopo la scadenza del contratto, fioccarono le storie su di lui. «S’è aperto ‘na concessionaria coi sordi della Roma» era solo la più ricorrente.

    “Tutti romani tutti romanisti” ha vari livelli di lettura e non ci sono linee guida: sta al lettore orientarsi. Lo si può leggere per ascoltare l’intelligenza creativa dei romani; lo si può studiare come un saggio sulle leggende metropolitane; lo si può infine prendere come un impietoso ritratto dell’Ambiente. Ma in fondo a tenere in piedi tutta l’opera – di cui presentiamo un estratto – è il silenzioso e divertito sorriso dell’autore che ascolta le storie degli intervistati. Tra cui, è il caso di dirlo, c’è anche Cesar Gomez.

    0. Un autografo

    Dice che un tifoso della Roma una volta andò al campo di allenamento della squadra a Trigoria, aspettò che i giocatori uscissero dal parcheggio per fermarsi a fare gli autografi e quando vide il difensore César Gómez, da due anni alla Roma e con una sola presenza in campionato con la sconfitta al derby, gli disse: “A César Gómez, se ciai na penna te faccio l’autografo”.

    Nota dell’ascoltatore

    Chi è il tifoso che ha fatto l’autografo a César Gómez? E, soprattutto, che fine ha fatto César Gómez? Le risposte date dagli intervistati e qui narrate si basano su personali versioni di fatti, memorie, leggende e fregnacce riguardanti città, calciatori, autosaloni, tifosi, santi, squadre, non tifosi, pupazzi Romoli e autografi. Le ottantuno voci che seguono sono fedeli trascrizioni di cose che potrebbero essere successe solo nella testa di chi ha raccontato, nelle orecchie di chi ha ascoltato e registrato o tra le pagine di chi sta leggendo.

    5. Una foto

    L’unica cosa, però non lo scrivere, no, l’autografo no. Con César Gómez no. Però mi sono fatto una foto. Con Carlos Bianchi. Eh lo so. Ma mo non è che lo metti sul giornale? A parte che tanto il nome mio mica te l’ho detto.

    43. Na robba bruttabrutta

    Cianno da dì loro de César Gómez, sti burini sbiaditi. Ma poi chi gliel’avrebbe mai detto che dopo quasi ventanni, al derby che s’erano acchittati, gli avrebbe segnato uno che faceva lo stesso ruolo suo, de César Gómez, che se chiama Gambambigua? Lo chiamamo così, Gambambigua, che non lo sai? Ciavevano provato a acchittasse la data del derby come gli pareva a loro, con Lotito che ha fatto quello che gli pareva, così riposavano più giorni prima del derby. […] Il gol de Yanga-Mbiwa ha rivendicato mica solo César Gómez, ma pure Marco Lanna che j’aveva fatto vince un derby su rigore quando la prese in area con le mani al novantesimo, me pare. Ci avevano fatto pure la canzone “Agguanta la palla con la mano Marco Lanna” con la musica della maccarena. Adesso, Lanna, l’hanno fatto vedere qualche tempo fa in televisione che faceva la vecchia gloria della Sampdoria: è tutto stempiato.

    45. Ventidue

    César Gómez a Roma ciaveva er 22 sulla maglia. Davero? Ciò preso? Pensa te che m’è rimasto impresso.

    47. Plurimarche

    César Gómez? La prima cosa che mi viene in mente è una cosa legata molto a quello che è il tifo che c’è in questa città, cioè: il dopo di César Gómez. César Gómez si vociferava che avesse sottoscritto un contratto con la Roma che non finisse mai. Fu eterno, sto contratto. Io in realtà non l’ho mai saputo quanti anni di contratto cià avuto César Gómez, però quello che era più importante è che lui co quei sòrdi ciavesse aperto tipo un autosalone. Nessuno ha mai verificato sta cosa, però dice: “Oh, César Gómez, dice che ha aperto un autosalone”, ma tipo fori Roma, verso i Castelli. Nessuno ha mai verificato ste notizie per cui s’è creata sta sorta di realtà parallela per cui César Gómez era proprietario di un autosalone. E poi chissà con quali credenziali un centrale difensivo, de dubbio valore tra l’altro, sapesse invece qualcosa de macchine. E lì chiaramente sta storia prende na strada particolare perché: e se César Gómez se fosse fatto passà per un calciatore per ottenere un contratto con l’Aesseroma mentre il suo vero obiettivo iniziale era in realtà proprio quello de aprì un autosalone ai Castelli, mettiamo a Cecchina?

    63. Tutti romani tutti romanisti

    Tutti romani e romanisti li vojo, i giocatori della Roma. Come quell’altri là, eh, pure loro sò spagnoli, anzi no, sò baschi. Che è? Il Bilbao? Eh, fatte conto come er Birbao, tutti romani e romanisti. Poi non me ne frega gnente se vai in serie B, ma vòi mette? [rimette la mano destra tesa perpendicolare tra la fine della bocca e l’inizio della guancia sinistra e questa volta muove anche il collo] Anzi, mejo ancora sarebbero se fossero tutti testaccini, anche se adesso a Testaccio chi ce trovi? Ma comunque: tutti romani e romanisti, pure se annamo in serie B, non me ne frega niente, ma almeno restamo noi. Tu me capisci che se io volevo vince ero della Juve o der Barcellona o del Real Madrid. E invece io sò della Roma perché qua ce sò nato e perché mi padre era della Roma, perché pure se ner dienneà della Roma c’è quarcosa da rivedè, pure se m’avveleno, io sò fatto de quella robba là e ho già vinto, hai capito? Io ho già vinto così. Chi è nato a Roma è della Roma. Perché, vedi? La Lazio qui a Roma è un concetto astratto: la Lazio nella realtà nun esiste, il laziale non esiste. In fondo un laziale che è? È un romanista che nun vole ammette d’essese sbajato. Hai capito?

    70. Uno de quelli

    De César Gómez me viene in mente che s’era aperto la concessionaria a Roma sull’Aurelia, no? Com’era la storia che se diceva? Che s’era aperto la concessionaria dopo che aveva smesso er contratto con la Roma? Sapevo quello. […] Vabbè, sta cosa dell’autografo è possibile, la sapevo pur’io sta cosa, ma quelle però sò le battute che fanno ride, avoja. Noi lo comprammo dal Tenerife, no? Com’era la famosa storia dei due Gómez? Me viene in mente che poteva esse stato er Mortadella che ha fatto una cosa del genere, però non gliela posso accollà così.

     

    https://www.ilromanista.eu/news/as-roma/1311/il-romanzo-su-cesar-gomez-che-parla-dellambiente-romano-tutti-romani-tutti-romanisti-andrea-cardoni

  • 06Ago2017

    Marco Mogetta - ilfattoquotidiano.it

    Fa decisamente caldo, usate dei libri per rinfrescarvi.

    Fa decisamente caldo. Eppure non sono ancora emersi casi di combustione spontanea causati dai libri. Potete quindi arrischiarvi, in questo agosto luciferino, a portarne con voi un certo numero senza trasformarvi in pire votive, e utilizzandone anzi le pagine come ventilatori d’emergenza, mazze scaccia insetti, cuscini da spiaggia o seducenti inviti al confronto su un treno. Ah, i libri e le loro infinite funzioni.

    Un titolo perfetto per gli appassionati di calcio, con l’esperimento ai limiti del possibile dello scrittore Andrea Cardoni, che con “Tutti romani tutti romanisti– Il romanzo di Cesar Gomez”, edito da Marcos y Marcos ricostruisce, in maniera dissacrante e realistica ai limiti del fantozziano, la breve eppur leggendaria epopea del difensore spagnolo tra i giallorossi.

    Come scavando nei meandri di un’allucinazione collettiva, Cardoni estrapola ricordi dai tifosi nel tentativo di restituire almeno una dignità storica a uno dei casi più eclatanti di bidone calcistico mai appioppato in Italia. Nella speranza di ritrovare il genio che, all’uscita dall’allenamento, attese il giocatore per dirgli che se avesse avuto una penna gli avrebbe fatto l’autografo.

  • 08Lug2017

    Giancarlo Mancini - Alias- il Manifesto

    Una leggenda alla rovescia. Sgangherata, sopra le righe, ossessiva, masochistica, irrimediabilmente nostalgica. Parla di tutto questo e di molto altro ancora (o forse semplicemente di cosa ha significato essere romanisti tra gli anni novanta e gli anni duemila) Tutti romani, tutti romanisti di Andrea Cardoni (Marcos y Marcos, € 16).

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  • 06Lug2017

    Christian Elia - qcodemag.it

    Un libro attorno al calcio e alla romanità

    Questo è un articolo di parte. Perché sono romanista, non romano, perché Andrea Cardoni è un compagno di viaggio. E ha scritto un libro intelligente. Che non è semplice come dirlo.

    Edito da Marcos Y Marcos, Tutti romani, tutti romanisti, parte da una storia, piccola, per allargare lo sguardo a un mondo intero, in un modo che non è comune.

     

    Il contesto: stagione calcistica 1997 – 1998, il derby di andata è fissato per il 1 novembre. In estate, dopo il solito carosello di nomi, da ‘vorrei ma non posso’, al tecnico della Roma Zeman viene recapitato un difensore centrale spagnolo, tra i protagonisti della parabola affascinante del Tenerife, piccolo club capace di grandi imprese.

    “Cesar Gomez, il suo nome. Pagato 6 miliardi, firma un contratto quadriennale da 1,6 miliardi all’anno. E gioca, in quei quattro anni, solo tre partite. Due scampoli di gara e un’unica grande occasione: il derby”.

    Titolare per l’assenza dei difensori che giocavano sempre, Aldair e Petruzzi, assieme a un’altra meteora del calcio romano, Christian Servidei. Finisce male, la Roma perde 3-1, il povero Gomez diventa un’icona. Negativa.

    Ed è qui che sta il talento narrativo di Cardoni. Parte per un viaggio nella memoria, tra mito e realtà, alla ricerca di voci che ricordassero il difensore spagnolo.

    Ne esce un affresco potente, di romanità militante, non solo in senso calcistico. C’è tutto: la grande capitale che ancora non ha perso la sua dimensione strapaesana, il ponentino dei pettegolezzi e delle leggende metropolitane, l’ironia come risposta agli spigoli della vita.

    “Anche gli alibi, in fondo. Perché a questo povero Gomez qualcuno un contratto lo ha fatto e lui l’ha solo fatto rispettare, messo ai margini della squadra, senza accettare mai una cessione”.

    Ecco che diventa lui il bersaglio delle frustrazioni, un capro espiatorio, ma sempre con quel distacco ironico, a cavallo tra tragedia e farsa.

    Un campionario di voci, di battute, di visioni della vita. Il calcio, alla fine, come potente traduttore dello sguardo sulla quotidianità, più spiegazione che metafora.

    La storia di Cesar Gomez ci parla di occasioni mancate, di come la vita sia un sorteggio finito male (la leggenda più bella sul calciatore è quella che lo voleva scambiato con un compagno del Tenerife), di come le storie del pallone e della città, di certe città, siano trame e orditi dello stesso spirito.

    Nel libro di Cardoni c’è nostalgia, c’è ironia, c’è disillusione. Nel tifo per la Roma c’è uno struggente amore per la fatica di vivere e di perdere, che come dice una delle voci raccolte: “Se volevo vincere, nella vita, mica tifavo per la Roma”.

  • 06Lug2017

    Mario Bocchetti - unaquestionedicentimetri.it

    Oggi vi presentiamo un libro ironico, appassionante e soprattutto con la voglia d raccontare uno spaccato della vita di tutti i tifosi Giallorossi che nei loro anni di grande passione hanno sempre amato i propri colori anche quando in campo c’erano calciatori del calibro di Cesar Gomez. Un indimenticato difensore famoso per aver giocato solo 81 minuti e aver avuto un autografo da un tifoso giallorosso. Questo libro si propone di raccogliere storie e soprattutto trovare il “famoso tifoso”.

     

     

    Ciao Andrea, ti chiedo subito una curiosità: come nasce il tuo “amore” per Cesar Gomez?

    Nasce da quella leggenda cha ha iniziato a girare venti anni fa a Roma di quel tifoso che andò a Trigoria al campo di allenamento della Roma, fermò la macchina di Cesar Gomez e gli disse: “A Cesar Gomez se ciai na penna te faccio l’autografo”. E poi dal fatto che Cesar Gomez è stato l’uomo sbagliato, al momento sbagliato, ma nel posto giusto perché solo a Roma potevano nascere tante leggende sul suo conto: dal mistero sul suo acquisto fino a ciò che ha fatto per tutto il resto della carriera in cui non ha più giocato a calcio nonostante un contratto altrettanto misterioso. Iniziando a fare ricerche su tutti questi misteri ho pensato che potesse essere un’occasione per poter entrare in una serie di storie sulla Roma e su Roma partendo da un personaggio considerato uno dei migliori nel suo ruolo fino a quando era in Spagna e che poi, uno arrivato a Roma, è diventato addirittura un personaggio da dimenticare al punto tale che su di lui sono state create leggende che lo fanno ricordare come simbolo degli acquisti sbagliati della Roma. E poi mi hanno sempre interessato questo tipo di leggende, il modo in cui le più persone le raccontano e soprattutto andare a vedere come poi queste siano diverse dai fatti veri, anche se non è detto che siano meno attendibili.

     

    Dalle pagine del libro sembra chiaro: il Calcio a Roma non è un semplice sport. Come descriveresti ad un non Romano il calcio della capitale?

    Non so se questa cosa vale solo per Roma. Ho visto che ci sono tanti posti nel mondo dove per molte persone “il calcio è una religione alla ricerca del suo Dio” come ha scritto Manuel Vàsquez Montalbàn. Anche se Dino Viola diceva che “chi tifa Roma non perde mai”, forse essere della Roma, a Roma, non essendo un qualcosa che che nasce dalla conquista di titoli o risultati, è più una forma appartenenza che una modo di fare il tifo. E poi forse è un po’ come ha scritto Daniele Manusia su Rivista 11 che forse, a differenza di altre squadre, “ogni romanista è tutti i romanisti” e si sente unico per questo. Riguardo al giocare a pallone, invece, penso che lo riassuma al meglio quello che ha scritto nel suo “Manuale del calcio” Agostino Di Bartolomei, capitano romano e romanista: “Si può giocare in una piazza, per strada, su di un prato, basta avere quattro sassi per fare due porte e un pallone ben gonfiato (o anche un po’ sgonfio)”.

     

    Il protagonista fantasma nel libro ha avuto tanto tempo per pensare a bordo campo, tanto che è riuscito ad aprire una concessionaria, fare il procuratore e ha provato a diventare il proprietario del Tenerife. Nelle tue interviste quale aneddoto ti ha colpito di più?

    Mi hanno colpito tutti gli aneddoti in cui i personaggi hanno iniziato raccontando di Cesar Gomez e poi, presi dal racconto, si sono persi in digressioni fino a raccontare le foto appese alle pareti di casa loro, i loro riti scaramantici, i racconti dei propri nonni e della loro infanzia. Forse l’aneddoto che mi ha divertito di più è stato quello di quei tifosi che andarono fino a Trigoria e uno di loro, Claudio, che adesso fa il farmacista, prese da una parte Carlos Bianchi, l’allenatore della Roma, e gli iniziò a spiegare lo schema a rombo a centrocampo. Sono questi aneddoti, in cui sono i tifosi a ribaltare i ruoli, a firmare loro gli autografi ai calciatori o a spiegare tattiche agli allenatori, quelli che mi divertono di più. Un mio amico di Firenze mi ha raccontato una storia simile a quella da cui nasce il romanzo in cui un tifoso che è andato al campo di allenamento della Fiorentina e ha fatto lui l’autografo al difensore Comotto. Ma, come è scritto nella nota iniziale, non è detto che quello che c’è scritto nel romanzo sia successo o che qualcuno me lo abbia raccontato per davvero.

     

    Il libro è un vero spaccato tra i tifosi, attraverso le storie, i ricordi e anche la loro fantasia si può ancora ritrovare un antico sprazzo di calcio romantico. Come si potrebbe riportare alla luce?

    Non so se c’è un calcio romantico, forse lo siamo noi che lo andiamo a cercare perché lo colleghiamo a ricordi a cui siamo legati. Piuttosto se si parla del mito, forse nostalgico, del calcio come una volta mi viene in mente quello che ha detto Paolo Sollier l’anno scorso a Bologna in un evento che si intitolava “Parole e pallone” quando disse: “Non è vero che il calcio di prima era più raccontabile: è solo che oggi tutti sanno tutto di tutti e non c’è più il mistero intorno al giocatore”. Forse di diverso c’è il modo di raccontarlo e se oggi da una parte i calciatori sono diventati sempre meno avvicinabili rispetto al passato, dall’altra le loro storie oggi sono accessibili a tutti i tifosi perché ogni giocatore ha un suo canale social e lì racconta la sua vita togliendo un po’ spazio per il mistero e quindi toglie quei vuoti che prima venivano riempiti dalle voci, vere o inventate, che giravano tra i tifosi e nelle città. Forse è questo che toglie un po’ di spazio alla fantasia. Ma nonostante questo oggi ci sono altri modi per raccontare quel tipo di passione e quel tipo di emozioni: dagli Zoom di Simone Conte su Roma Tv a blog di storie come Crampi Sportivi. Tornando a Sollier ricordo fece l’esempio della storia di Wardy, una figura inattesa che ha permesso però la nascita del mito romantico del calciatore che esce da un passato oscuro e poi diventa l’eroe che si riscatta vincendo la Premier League con il Leicester.

     

    Uno dei tuoi intervistati racconta: “Dice che cià avuto più spettatori l’addio al calcio di Cesar Gomez che quello di Baresi”. Una iperbole tutta romana o una vera e propria dichiarazione romantica capace di far intuire la vera passione della capitale?

    Ce n’è un’altro che dice la stessa cosa, ma rapportando gli spettatori dell’addio al calcio di Cesar Gomez all’addio al calcio di Bruno Conti, uno dei primi addii al calcio che riempirono l’Olimpico. La cosa interessante è che queste voci sono state attribuite a due diversi giornalisti del Messaggero: Mimmo Ferretti e Piero Torri e il già dubbio su chi possa essere stato a dire questa cosa penso faccia parte del modo in cui circolano le voci a Roma. Pensando alla battuta in sé poi penso sia un certo modo di essere di certi romani.

     

    Tra tutti i calciatori che hai visto sfilare sui rettangoli verdi, quale di questi hai maggiormente apprezzato da avversario e soprattutto che ricordo hai del “Cesar Gomez” della Lazio, Paolo Negro?

    Di Paolo Negro ricordo la sera dell’autogol al derby: era il 17 dicembre 2000 e dalla curva sud non avevamo capito granché di quello che era successo perché l’autogol lo fece sotto la curva nord, dall’altra parte dello stadio. Sì, si era capito che la palla era andata dentro, ma in tanti pensavamo che l’autogol l’avesse fatto addirittura Nesta, ma avrebbe tolto una parte fondamentale della drammaturgia di quell’autogol con Nesta che nel tentativo di rinviare, calciò la palla su Negro che fece autogol. Di quella sera ricordo che dalla curva sud avevamo visto invece benissimo e distintamente la serie di sombreri che Cafù fece su Nedved. Su Paolo Negro, che comunque ha fatto una lunga carriera in serie A e che giocò in Under 21 e in nazionale A, ricordo che quell’anno, che poi era l’anno dello scudetto della Roma, gli fu intitolata una via che faceva angolo con via Gabriel Batistuta in un quartiere di Roma che si chiama Colli Aniene. A distanza di anni c’è ancora qualcuno che se uno vuole fare un complimento a una bella ragazza e gli dice: “Sei bella come l’autogol de Paolo Negro”. L’avversario che ho apprezzato e con il quale mi sono arrabbiato di più forse è stata la Roma stessa.

     

    Chiudiamo con un’ultima curiosità legata al calcio giocato: cosa ti aspetti per la prossima stagione della tua Roma, chi potrebbe raccogliere il testimone di Totti e soprattutto a chi auguri il prossimo Cesar Gomez?

    Sono contento che il primo capitano dal prossimo anno sarà Daniele De Rossi e spero che saranno tanti i ragazzi che si faranno ispirare del suo modo di essere capitano e calciatore. E poi dopo di lui Florenzi ,che quest’anno è stato tanto sfortunato, e poi ci sarà qualcun altro dopo di loro, spero sempre romano e romanista. Il prossimo Cesar Gomez lo auguro chiunque voglia di scrivere su una passione e su una città.

     

     

    Ringraziamo l’autore Andrea Cardoni e a casa editrice Marcos Y Marcos che ha reso possibile questa bella chiacchierata. Se avete voglia di scoprire qualcosa in più su questo splendido libro vi basta semplicemente cliccare qui.

  • 28Giu2017

    Massimo Grilli - Il Corriere dello sport- Stadio

    “«A César Gomez, se ciai na penna te faccio l’autografo». Probabile leggenda metropolitana, questa domanda
    di un tifoso al misterioso difensore spagnolo (preso forse per errore) che in quattro anni giocò solo tre partite e fece in tempo a perdere un derby è il punto di partenza per un divertente viaggio nel mondo del “romanistismo”, con i suoi riti e i suoi eccessi”

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  • 05Giu2017

    Pietro Bucca - alicesenzaniente.wordpress.com

    Il caso César Gómez ci riguarda: romanisti, interisti, genoani, indifferenti.
    Ci riguarda perché è uno dei tanti estremi assurdi che ci passano sopra la testa, in tutti i settori: sei miliardi, un contratto quadriennale per un calciatore straniero che giocherà in tutto ottantun minuti, e per giunta assai sfortunati.
    Come si reagisce all’assurdo?

    Alle spese assurde, così lontane dai nostri stipendi, così lontane dagli intonaci scrostati dove studiano i nostri figli? Così lontane, anche, dal vero spirito del gioco, delle giacche buttate per terra nella piazza per segnare la porta?
    Andrea Cardoni l’ha chiesto a ottantun persone, scelte tra tifosi, non tifosi, laziali, romanisti.
    Chi è quel matto, o quel genio, che ha fatto l’autografo a César Gómez?
    Non c’è risposta, naturalmente; come ogni bufala, anche questa resta apodittica.
    Ma è come un tappo che salta, e ci trascina nella sorgente più pura della memoria romanesca, della leggenda, della rabbia, dell’emozione collettiva insostituibile nonostante tutto.
    Un romanzo corale di umorismo romano, sullo spirito e sul calcio italiano.

    L’autore

    Andrea Cardoni è di Roma ed è nato nel 1981. Ha studiato antropologia e si è occupato di certe cose in Tanzania, ha scritto e fatto video su altre cose in Italia e adesso ha a che fare con un’associazione di volontariato. Ha partecipato alla scrittura del Repertorio dei matti della città di Roma e ha la tessera numero 29 dell’associazione culturale To soréla entertainment.

  • 26Mag2017
  • 24Mag2017

    Giorgio Biferali - Il Fatto Quotidiano

    “Ci sono tifosi di calcio – diceva Agostino Di Bartolomei – e poi ci sono i tifosi della Roma”. Umorali, visionari, infantili, creduloni, romantici, sempre innamorati, con il cuore in gola, esaltati e delusi, felici e tristi nello stesso momento, come nella più classica delle storie d’amore.

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