Tre matti

Archivio rassegna stampa

  • 04Gen2015

    Rebecca Romanò - paroletestuali.wordpress.com

    L’ultima uscita della casa editrice milanese Marcos y Marcos, Tre matti: Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, a cura di Paolo Nori, è un libro emblematico e assurdo, proprio come i suoi protagonisti. Paolo Nori, traduce, cura e riunisce tre racconti dei tre più grandi autori russi dell’Ottocento, rispettivamente “Le memorie di un pazzo”, “Il sogno di un uomo ridicolo” e “Memorie di un pazzo”. Le tre narrazioni, molto diverse tra loro a livello di contenuto ma simili in quanto a stile linguistico, delineano le vite di tre signori i quali, chi per una ragione chi per l’altra, chi da sempre, chi da un momento preciso della propria esistenza, chi per finta, chi davvero, chi cosciente, chi no, sono vittime della loro pazzia.

    Lo stesso scrittore parmigiano così presenta i protagonisti di questa fiera dell’irragionevole: “Una cosa bellissima è il fatto che questi signori, il matto di Gogol’, quello di Dostoevskij e quello di Tolstoj non contano niente, non hanno nessuna influenza e ogni tanto è un sollievo, avere a che fare con gente del genere”. Effettivamente si tratta di personalità apparentemente sterili, sobrie, esseri umani che appaiono inutili e passivi, divorati dalla loro stessa pazzia. Il matto di Gogol’ è un impiegato di 42 anni e la sua occupazione consiste nel fare la punta alle penne dei suoi superiori. Eppure, dentro di sè, custodisce un mondo, che non va di pari passo con quello reale, ma che costituisce una gran bella alternativa ad esso, nel quali i cani sanno scrivere e c’è un mese chiamato Martobre. Ciò che accomuna questi tre racconti, oltre al filo conduttore della pazzia, è il geniale realismo. I tre protagonisti sono tre matti; in quanto matti, non possono fare a meno di raccontare la loro storia in maniera del tutto assurda, scansando la logica e seguendo solo il proprio pensiero, quello di un matto, appunto. La follia è qui sinonimo di creatività e condizione naturale degli uomini ma sconosciuta a questi. Così comincia il secondo racconto di Dostoevskij, del 1877: “Sono un uomo ridicolo. Adesso dicono che sono matto. Sarebbe anche una promozione, magari, se non fosse che per loro son rimasto ridicolo come prima“. Ognuno con il suo privilegiato punto di vista, questi tre matti non ci raccontano ciò che accade nella loro vita, ma nella loro mente. Sfogliando le pagine di questo libro, si ha l’impressione, spesso e volentieri, di perdere il filo del discorso tanto da essere costretti a rileggere ciò che è appena stato letto. Cosicchè questo libricino dalla copertina tanto enigmatica quanto appropriata, diventa un vero proprio testo da studiare minuziosamente armandosi di matita e gomma da cancellare.

  • 22Dic2014

    Natalia La Terza - Nuovi Argomenti

    Ogni tanto è un sollievo

    Nell’introduzione a Tre matti, Paolo Nori presenta i tre protagonisti scrivendo: «Una cosa bellissima è il fatto che questi signori, il matto di Gogol’, quello di Dostoevskij e quello di Tolstoj non contano niente, non hanno nessuna influenza e ogni tanto è un sollievo, avere a che fare con gente del genere». E i tre racconti raccolti in 160 pagine da Marcos y Marcos: “Le memorie di un pazzo”, “Il sogno di un uomo ridicolo” e “Memorie di un pazzo” possono darci conforto ovunque ci troviamo, perché il libro sembra fatto per entrare nella tasca del cappotto.

    Tra il matto di Dostoevskij, che maledice il gas perché illumina tutto e parla da solo dandosi consigli su come poggiare bene una candela; il matto di Tolstoj, che quando deve dormire fuori da casa sua sta male per il fatto che la stanza dove deve dormire sia quadrata; e quello di Gogol’, che passa le sue giornate a studiare l’epistolario della cagnolina dell’innamorata, è con lui, il febbrile Aksentij Ivanovic che vorremmo avere a che fare due volte.
    Quando arriva il 32 Ms noan, febbraio 349

    Il pazzo di Gogol’ è un impiegato di 42 anni, che come attività principale sembra svolga quella di fare la punta alle penne dei suoi superiori e come pensiero fisso ha la figlia del capo, Sophie. La sua storia la leggiamo nel suo diario, che inizia il 3 ottobre di un anno imprecisato – che poi è il 1833 – continua a novembre, arriva presto a dicembre, si trasforma nell’anno 2000, il mese quello di aprile, il giorno 43, e comincia martobre, diventa Madrid, e finisce il 32 di Ms noan, febbraio 349.

    Una mattina Aksentij si sveglia tardi e decide di non andare al lavoro. Passeggiando incontra Maggie, la cagnetta di Sophie, e scopre la sua passione: scriversi lettere con la sua migliore amica, la cagnolina Fidèle. Aksentij si sorprende: «Non avevo mai sentito, che i cani sapessero scrivere. Di scrivere bene è capace solo un nobile»; la insegue.
    «Cagnette schifose»

    A Pietroburgo, nelle lettere nascoste sotto le loro cucce, le cagnoline citano opere tradotte dal tedesco. Si scambiano lunghe ricette su come cucinare più saporite le ossa. Si lamentano delle scelte delle padrone; scrive Maggie: «Cara Fidèle, ancora non riesco ad abituarmi al tuo nome piccolo borghese. Com’è che non sono riusciti a dartene uno più bello?». Si preoccupano delle loro paturnie: Sophie «è sempre molto contenta di poter andare ai balli, anche se quando si veste si arrabbia quasi sempre»; e quando le fissano è perché hanno capito i loro sentimenti. Così leggendo, Aksentij scopre che Sophie è innamorata di un odiato kamer-junker, un gentiluomo di camera.

    Le lettere diventano per lui «porcherie», cose che scrivono i farmacisti. E cambia la carta delle sue manie. Legge solo giornali e passa le giornate a letto a riflettere sulle «vicende spagnole». L’idea che una donna – Isabella II per la precisione – possa sedersi sul trono spagnolo, è per lui inconcepibile. Inizia a cucirsi un mantello per presentarsi alla corte dell’imperatore. E come finisce la storia potete inventarla, oppure leggere fino a pagina 70, dove le case azzurreggiano.

  • 14Dic2014

    Gabriele Ottaviani - Mangialibri.com

    Il tre di ottobre succede un fatto straordinario. Si sveglia tardi, e quando Mavra gli porta gli stivali puliti le chiede che ore sono. Sono suonate le dieci già da un po’. Allora si sbriga a vestirsi, anche se non ha assolutamente voglia di  recarsi al dipartimento, perché già immagina la faccia scontenta del caposezione, che con tutta probabilità lo invidia perché lui sta nell’ufficio del direttore e fa la punta alle penne di sua eccellenza… È un uomo ridicolo. Anzi, ora dicono che è matto.

    Il che sarebbe anche una promozione, se vogliamo, se non fosse che in realtà per loro è rimasto ridicolo come prima. Però ormai non se la prende più: più lo deridono, più li ama… È il venti di ottobre del milleottocentottantatre. Lo hanno portato a visitare alla direzione di governatorato e sono stati espressi diversi pareri. Hanno litigato. E alla fine hanno deciso che è pazzo. Però la decisione è stata quella soltanto perché durante la visita, con tutte le sue forze, lui si è trattenuto. Per non dire quello che pensa. E lui non ha detto quello che pensa perché ha paura del manicomio, che lì gli impediscano di compiere la sua follia…
    La follia è stata elogiata da Erasmo da Rotterdam come anelito alla perfezione, spinta creativa che può salvare, cambiare e migliorare il mondo: è la ribellione alla norma che viene percepita come ingiusta e assurda. Dunque non c’è nulla di più immediato che bollare come pazzo qualcuno con le cui opinioni non si concorda. Per delegittimarlo. Per togliergli credibilità e voce. Perché non ha capito che non ha senso darsi pena per un mondo che non cambia, e che tutto sommato non va nemmeno troppo male. Tre tra i più grandi autori (Gogol’ con Memorie di un pazzo, Dostoevskij con Il sogno di un uomo ridicolo – un vero gioiello – e Tolstoj con Memorie di un pazzo) della letteratura mondiale, non solo quella di lingua russa, sono riuniti in questa edizione: ognuno di loro, nella propria produzione, ha infatti indagato, a suo modo, con accenti surreali, onirici o stranianti, la tematica della diversità, lo scarto dall’abitudine, la maglia che cede nell’impalcatura della rete della vita, l’anello della catena che non tiene, avrebbe detto Montale parlando d’altro, ma in fondo dello stesso tema: ossia della speranza di una realtà differente e più bella.

  • 21Nov2014

    Goffredo Fofi - Internazionale

    Segnalo tre bellissimi racconti, che in modi e tempi diversi hanno voluto raccontare la pazzia. Più rutilante, sbalorditivo e mimetico Gogolì, come “da dentro”, più sintetico Tolstoj, che torna al tema inquietante della morte…

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