Transito all’ombra

Archivio rassegna stampa

  • 01Ott2017

    Antonio Devicienti - Atelier

    Gianluca D’Andrea: non è di me che voglio parlare.

    Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo con- tinuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri.

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  • 20Giu2017

    Antonia Santopietro - zestletteraturasostenibile.com

    Intervista a Gianluca D’Andrea – Sulla Poesia

    Si è tentato più volte anche da queste pagine di fornire una definizione di Poesia, qual è la sua?

    Dare una definizione di poesia mi è impossibile. Per provare a rispondere, partirei piuttosto dall’opposto di una definizione, da uno sconfinamento. In un’intervista di qualche mese fa provavo a riflettere sulla consistenza di “traccia” del segno poetico e sull’irrimediabile arbitrarietà che ne caratterizza il limite più evidente. Ecco, ora aggiungerei che il rischio di arbitrarietà è il giusto contrappeso di una forza d’animazione del reale che la poesia rende attiva attraverso la parola, la sua disposizione nel mondo.

    Lo sconfinamento, cui facevo riferimento, penso faccia i conti con un esubero di senso che la poesia a volte contiene e, altre volte, trasforma in un più scabro lasciare spazio: al reale, al mondo, all’altro. Secondo un adagio, che estrapolo da un verso di Wallace Stevens, «la sua mera selvaggia presenza anima il mondo che abita», ecco la poesia anima il mondo del linguaggio (quello che “abita”, appunto), di un linguaggio che sta, però, al margine del mondo, non nell’appariscenza della comunicazione informativa, bensì in quell’intercapedine tra il rumore e il silenzio, sempre sul bordo del fallimento. In un recente saggio, uscito per Sellerio lo scorso aprile, Ben Lerner scrive: «La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento», io non credo che essa sia sempre una tale testimonianza, però ritengo cha abbia il compito di comprendere l’evenienza del fallimento, se così non fosse, non risponderebbe a un altro dei suoi compiti, forse il principale, quello della veridicità e della sua, appunto, fallibilità.

    Come considera il panorama poetico attuale e in che ambito si inserisce la sua proposta poetica?

    Una risposta, in questo caso, richiederebbe uno spazio d’approfondimento maggiore. Per questo posso rimandare ai miei lavori critici, più che altro tentativi di orientamento in una situazione, quella italiana degli ultimi decenni, di cui è impossibile ancora stabilire le direzioni. Certo, sembrano emergere alcune tendenze, come il recupero di una linea novecentista che è già stata definita “neoclassicismo moderno”, un’inclinazione che tenta di ricomporre obiettività e scomparsa del lirismo in una sintesi, e in cui la presenza di un soggetto poetante è ridotta all’evidenza scabra degli eventi (penso a Mazzoni, Gezzi, ecc.). Un versante più riconoscibile, in mezzo alla costellazione di molteplici voci, è quello legato all’esperienza di GAMMM, per la scomparsa del soggetto e tutta a favore di un’oggettività straniante (tra i nomi di spicco citerei Giovenale, Bortolotti, ecc.). Chiaramente sono solo generalizzazioni, e anche gli autori citati hanno già dei percorsi personali riconoscibili di là da scuole o linee d’appartenenza, perché l’orientamento è tutt’altro che certo, infatti mi viene da pensare a nomi che potrebbero situarsi tra i due versanti appena abbozzati, come Italo Testa o, in un versante più discorsivo, alcuni autori di area lombarda. Resta che la frammentarietà e gli abbozzi di un canone forse sono rappresentativi di un disorientamento che valica i limiti del linguaggio specifico della poesia e ne traduce le problematiche in un più ampio disagio antropologico. Ecco, forse l’impossibilità di rintracciare caratteri condivisibili e canonizzabili, è qualcosa che riguarda un mutamento in atto nelle nostre capacità di confrontarci col mondo e l’impossibilità di abbracciarne risvolti e sfaccettature in un’unica visione. Per questo ho parlato di costellazione, in questo caso si può avere un quadro di rifermento generico ma per niente stabile e, soprattutto, parcellizzato.

    Sulla mia posizione all’interno delle varie dinamiche, anche per i motivi appena esposti, ma non solo, non ho molto da dire. È sempre difficile, infatti, trovare una collocazione al proprio operato, certo ho delle preferenze che emergono sia dalla mia produzione poetica, sia da quella critica (cui rimandavo in precedenza e della quale si hanno molte testimonianze in rete e che sto iniziando a sistemare per eventuali pubblicazioni, la prima delle quali dovrebbe avvenire alla fine del 2017), ma questo non mi consente un’autodefinizione, ancora più difficile della definizione di poesia di cui sopra.

    Può descrivere il suo percorso e cosa la ispira maggiormente?

    Da quanto espresso finora, e come si noterà dal titolo del mio ultimo libro, uno dei termini ricorrenti nella mia esperienza attuale è “transizione”. Forse, ora che ho raggiunto la soglia dei quarant’anni, potrei descrivere il mio percorso come l’effettivo spostamento, spaziale e temporale, di un’identità. Sono io stesso a mutare in conseguenza di transiti fisici (molti traslochi) e, di conseguenza, psicologici. Altro “spostamento” decisivo: la paternità, con tutto quello che comporta in termini di prove, cadute, rese per proteggere, indirizzare, in una parola “educare” (decisivo per me l’insegnamento come esperienza esistenziale, oltre che professionale) mia figlia. Non credo di dover aggiungere altro, se non che a guidarmi è una necessità di dire il mondo, la relazione con l’alterità, quindi. Se non fosse per questo non scriverei neanche un verso.

    Come nasce un verso?

    Come ho provato a dire nella risposta precedente, dalla necessità di dire, il che comporta una ricerca sulle parole degli altri che corrobora la relazione. Uno studio costante sulla parola e la curiosità per il mondo (che è anche un prendersi cura, una paternità?) possono far scaturire i versi. Almeno per ora a me succede spesso così.

    Ci descriva brevemente l’ultimo lavoro Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016)

    Ho detto molto del “transito” che appare nel titolo. Probabilmente l’ombra con cui sembra completarsi il percorso è la stessa parola, l’incapacità di dissolversi o rapprendersi in una definizione fissa. Poi il libro è strutturato in sezioni che oscillano costantemente tra l’apprensione per il reale, la sua storia frammista di micro eventi personali e macro eventi collettivi, e l’angoscia e la speranza che scaturiscono dalla mia immersione nel contesto. Forse è poco, ma posso parlare di percezioni che non riescono pienamente a cogliere il senso dell’operazione sottesa a Transito all’ombra, né riesco a rivelare di più per mia incapacità, è come se l’opera una volta allontanatasi dal suo autore vivesse di vita propria, sempre più fuori fuoco, fino alla scomparsa definitiva.

    D’altronde, e concludo con Zanzotto, un maestro a cui tanto devo per l’evoluzione della mia scrittura, non conta l’autore ma il suo atto, l’opera che è giusto viva di vita propria: «soltanto se c’è una speranza che qualche cosa duri e abbia a valicare le curve del futuro, si ha l’atto poetico…»

  • 10Giu2017

    Mauro Carlangelo - atelierpoesia.it

    Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra, Milano, Marcos y Marcos, 2016, collana Le Ali
    lettura di Mauro Carlangelo
    Intervento letto alla presentazione del volume presso “Il tempo del vino e delle rose”, Napoli, Piazza Dante; incontro organizzato da Bruno Galluccio e Rosanna Bazzano nell’ambito della rassegna di poesia ospitata da “Il tempo del vino e delle rose – bistrot letterario”.

    Il titolo innanzitutto mi colpisce: «transito» può essere inteso come passaggio all’ombra, al riparo di qualcosa, ma potremmo parafrasare, il sintagma, forzando un po’ il senso, in transito nell’ombra, verso la morte.
    L’epigrafe tratta da Mandel’stam introduce il lettore nella struttura profonda del testo: memoria non solo individuale, o meglio, individuale solo per permettere di aprire finestre sulla memoria collettiva: «La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale». Il libro si dipana a partire da questa soglia del testo che è l’epigrafe, per cui se c’è il personale va inquadrato nella storia di una generazione.

    A pag. 17 della raccolta si legge infatti:

    Sentivo dire di Franco, in Sicilia
    il Tirreno era il mare dell’infanzia,
    non sapevo di Ustica, la Spagna,
    però, mi dava gioia, quei mondiali,
    disprezzo alla parola dittatura.
    La TV degli anni Ottanta tentò
    di rubarci la memoria, riuscendo
    a cancellare con velocità
    ogni appiglio, distanziando in un limbo
    di benessere le generazioni.

    La storia scorre attraverso lo schermo; «schermo» è il termine che ricorre 6 volte nel libro e che segna anche il passaggio storico dalla TV ad altri strumenti elettronici della rivoluzione informatica: a p. 20 si parla dei videogiochi a 12 anni, di “rispegnere lo schermo” del vuoto della fine, che può essere il rivivere, per analogie, quei ricordi negativamente, pensando agli altri schemi e schermi dell’oggi.  Altrove, a p. 26, leggiamo:

    Il ragazzino preferiva il lettore di e-book
    per il viaggio, questione di comodità,
    un’accensione da seicento tomi,
    la memoria perdeva radiazione
    ed energia.

    Ancora ricavo un senso negativo da questi versi, il perdere «radiazione ed energia» lo posso interpretare semplicemente come dispersione di un’autentica memoria, di una interiorizzazione dell’appreso.
    Ritorniamo al personaggio, o io lirico, del ragazzo che sente parlare in TV del dittatore Franco mentre è in Sicilia, della strage di Ustica del 1980, dei Mondiali di Spagna dell’82. Nel tempo una generazione, più di una generazione, si è formata prima sullo schermo televisivo, oggi su quello di un tablet, di un smartphone. Ma quello che interessa qui è che la TV, lo schermo tenta (uso volutamente il presente, il poeta dice “tentò”) di rubarci la memoria. Nel momento in cui racconta il mezzo mediatico falsifica anche ciò di cui parla, velocizzando le informazioni, riducendole a spettacolo. Questa è un’interpretazione apocalittica fin troppo ovvia ma quel «tentò / di rubarci la memoria» sembra naturalmente richiamarla. Poi il sintagma «il limbo del benessere» apre una finestra sull’euforia reaganiana degli anni’80, euforia occidentale in senso lato: sono gli anni del rampantismo, dell’illusione della ricchezza al di sopra di tutte le crisi che sono sempre dietro l’angolo e per diversi popoli sono perenni. E nel libro si parla anche di clochard, all’opposto, di povertà, dell’odore autentico degli escrementi associati alla salita in un bus di un barbone: può essere questa «presenza» il segno dell’autenticità di chi soffre, lontano da una casa, dall’equilibrio piccolo borghese, dal piccolo o grande successo a tutti i costi, lontano dalla «meta» che vogliamo raggiungere calpestando i deboli e i “vinti” della fiumana della vita (Verga) o semplicemente restando indifferenti:

    Il bisogno sull’Autobus
    che portava a Porta Garibaldi,
    con la soglia antica dell’escremento
    esposta alla corrente.
    Annusai la presenza
    improvvisa, l’alterità
    ferace differiva per fermare
    lo spostamento
    e invase la dimensione
    attraente della meta.

    L’attenzione alla storia allora, letta in modo critico, dalla parte dei deboli, vale come premessa generale. Ma ad una lettura più attenta sembra valere per molte parti del libro. La prima sezione La storia, i ricordi, in dodici parti, parla di una «discesa dell’infanzia», ma in questo periodo si può ascoltare dai genitori la loro difficile esperienza individuale che s’inquadra nella storia della guerra; per sineddoche compare l’Ucraina cui toccò, come parte più debole dello Stato sovietico, il più alto numero di morti;  adesso, vien detto, il suo territorio è attraversato dal gas sovietico: l’economia figlia di quel periodo, di quell’equilibrio, si mantiene instabilmente su quelle fondamenta (guerra o guerriglia ancora in corso  Russia-Ucraina): passato presente si toccano sempre in questa poesia. E il ricordo passa sempre attraverso lo schermo: l’atomo, la scissione, la bomba atomica viene accostata all’esplosione di un pacchetto tra le mani di ragazzi che l’hanno rubato al tabacchino, forse si tratta di piccoli esplosivi natalizi. La storia minima e la grande storia si richiamano per analogie con un effetto di straniamento. Poi i versi trattano (p. 15) della pace familiare, dopo l’evocazione della guerra:

    La vita è anche il richiamo, cortili
    di voci, le partite tra bambini […].

    In questi ricordi non può mancare il luogo d’origine; in interventi critici sul volume pubblicati sul sito di Marcos y Marcos (in particolare si legga quello di Devicienti) Messina è collegata al testo III della sezione: non mi sembra un modo edenico di narrare il ricordo: in Quasimodo, ad esempio, passato dalla Sicilia a Milano l’Eden è la Sicilia, l’esilio è il Nord; un poeta più giovane, di oggi,  dice invece della Sicilia ciò che si potrebbe dire anche della Campania e di altri luoghi martoriati del Sud, degradati dalla circolarità dell’emergenza rifiuti  ̶  in questo periodo anche Roma  ̶  oppure, peggio ancora, contaminati per sempre dai rifiuti tossici (Provincia di Napoli e Caserta):

    un tanfo da sud
    mi ricorda la strada dei rifiuti,
    il loro essere raccolti in sacchi,
    incubati, prodotti, mai smaltiti.

    In questa sezione si affacciano poi alcuni elementi da romanzo (in versi) di formazione, le prime esperienze sentimentali:

    baci di cui chiedevo, non sapevo
    e non si rivelavano, sbocciavano,
    appassivano, senza mai saperlo.

    In questo romanzo di formazione non possono mancare le esperienze scolastiche importanti (p. 21) per uno che ha poi deciso di fare l’insegnante: «e la maestra ci interrogava tutti, senza scampo»; mentre scorrono questi anni di formazione le guerre, le carneficine continuano: «Le carneficine continuavano come residuo / di un passato carnale, residui balistici / da smaltire come fossero ultimi rifiuti industriali». La storia oscilla tra orrore e banalità (o la banalità del male): «Negli anni Novanta ho cominciato / a fare bagni di crema solare», versi che si leggono a fianco di altri di grave (auto)accusa come: «Ho frullato anch’io  uomini e donne» (p. 23) o si trovano allusioni alla legge Merlin: “case chiuse” (ivi): l’idea di questo cortocircuito tra tragedie della storia, orrori e banalità è quella di una «rovina», termine che conclude questo testo lungo, il VI, p. 21, insomma ritorna il tono apocalittico. Stesso tono a p. 24 componimento successivo:

    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio.

    Esplosioni e grattacieli mi hanno fatto pensare alle “due torri”, al settembre 2001; poi le “frontiere” in questi versi, orizzonte delle tante discussioni di questi anni e delle tante tragedie di migranti, mentre a p. 26, testo VIII si trova il sintagma: «dibattiti xenofobi». La lotta al diverso, allo straniero si è innestata anche sulla paura inoculata ai fini delle guerre preventive, sulla paura del terrorismo universale, così che la guerra preventiva ha alimentato e non sconfitto il terrorismo, e le frontiere, di cui si parla nel libro, “devono” essere chiuse a tutti poiché tutti sono un pericolo, tutti sono ormai potenziali terroristi.
    Sempre a p. 26 c’è un passaggio molto interessante e ben costruito su un neologismo, «antropotamia», che viene spiegato nelle note d’autore: coniato su mesopotamia (terra tra i due fiumi), luogo delle prime documentazioni scritte,  sottolinea la dipendenza dall’acqua della civiltà umana;  dal Vietnam al Giordano, terre di guerre terribili passate e presenti, il mondo ha origine dall’acqua, aggiungerei la storia dei conflitti si ripete circolarmente come in uno specchio d’acqua. Infatti può esistere un narcisismo collettivo legato all’idea di nazionalismo (inserito per di più in un contesto di conflittualità religiosa) così come  esiste quello individuale. E le conseguenze sono parimenti distruttive. A p. 30 leggiamo: «Aprivano e chiudevano le frontiere», si riferisce al 2015, alle frontiere di Francia e Svizzera, alla questione degli immigrati, dei richiedenti asilo; leggiamo il verso: «Tutti in fuga sul brusio con altri fascismi». Questi versi sono da sottoscrivere, non da commentare. Sullo schermo intanto come in uno zapping scorrono altre immagini di anni che precedono queste catastrofi, Tarantino e Pulp Fiction, personaggi dello sport come Alberto Cova, tutto sembra mescolarsi senza un senso. Credo ci si possa riferire con questi versi a una sorta di occultamento generale della verità (lo «scandalo annegato» di Ustica che ricorre due volte), come anche a una “anestetizzazione” delle coscienze portata a termine dai massmedia mentre invece la tragedia c’è, anzi non è mai finita:

    qualcuno aveva la stessa fame
    del secondo dopoguerra. (p. 31).

    «Eccidio, omofobia, femminicidio» (p. 32). Sembra di leggere i giornali, ascoltare la TV ancora: «l’annientamento telecomandato di ras», è detto, come quello di Saddam Hussein e Gheddafi che fanno detonare altre polveriere, altri attentati terroristici, aggiungo. Il seguito di questi eventi è una serie di commenti, di geroglifici su internet, faccine che commentano questi drammi, tutto perde senso, più che memoria, come detto in precedenza.
    Nella sezione Dittico, a p. 37, il testo Trasposizione (o l’identità del poeta) ci conduce altrove con un nuovo transito: si parla di una figlia e poi si passa ad altro, all’identità del poeta oggi; credo che il personaggio lirico s’identifichi con un ragazzo che vende accendini ai semafori o si evoca questo personaggio come correlativo del soggetto, mi si perdoni il gioco di parole, del poeta oggi che parla da un luogo d’ombra o di morte: Chi è questo poeta? Un emarginato dalla comunicazione, dal successo commerciale, che brucia le sue poesie come fazzoletti abusivi:

    Dopo un giorno di lavoro
    brucio i fazzoletti abusivi
    e raccolgo parole da uno schermo,
    ustionato da tutti i contatti.

    Immagini, i ricordi è il titolo della sezione a p. 39: mi sembra composta da quadri che scorrono come impressioni;  nella nota d’autore si può leggere la precisazione in merito. Sono evocati a p. 42 la figlia e la moglie, quadri, ricordi, cioè, che vengono cancellati nello stesso istante pur positivo, per cui non ci può essere speranza, la propria speranza di ricordare qualcosa che resti; forse rimane però la speranza che qualcuno guardi, come il lettore, «da un altro spiraglio». Tutto scorre, transita appunto, e il viso della bambina, la figlia, a p. 43: «è diverso, cambia come il giorno», finirà nel nulla che è l’eterno. I ricordi sono sempre in transito, sono accompagnati da spostamenti (a p. 48): Treviglio presso Bergamo, dove il poeta vive si contrappone a Messina, il luogo d’origine:

    la Sicilia si accende tra le fiamme
    più reali nel ricordo, paesaggi
    mediterranei attivi nel passato

    e questo fuoco che tutto consuma, producendo miraggi (a p. 49) è tipico del paesaggio siciliano, oserei accostarlo,  ma non so se c’è un ricordo diretto, tanto è famoso quel passo trasformato in luogo comune, al brano del Gattopardo che parla del sole della Sicilia che dominando incontrastato per mesi produce quel carattere tipico dei siciliani teso al sonno, al sonno della morte, all’immobilismo; qui, però, mutatis mutandis si allude al movimento, al transito:

    Un passo avanti ancora nel frascame
    e si accendono ricordi e passioni,
    sogni, sale, in consistenza del fuoco

    Non so se quella di Gianluca sia una poesia civile credo che ogni poesia che si ponga come scopo «l’utile» in senso manzoniano, possa esserlo. E in questa pagina compare a contrasto la parola “indifferenza”, come caratterizzazione occidentale di un’epoca. Una condanna.
    Interessante è il testo Zingonia (p. 59): città progettata negli anni Sessanta tra integrazione industriale e urbanistica poi fallita, abitata oggi da numerose etnie. Si legge qui un passaggio da tenere a mente: «l’origami disegna gru, s’immilla»: vale a dire la piegatura della carta in forma di gru si ripete mille volte, «s’immilla», termine dantesco, ma le gru, è detto nella nota d’autore, hanno «valore augurale, soprattutto l’origami che la rappresenta, se ripetuto mille volte, potrebbe garantire la guarigione da ogni malattia. Mille gru per mille etnie». Qui il commento si integra perfettamente con la poesia. Premesso che è positivo già l’augurio, c’è ancora da auspicarsi, ed esprimo un mio pensiero personale, che questo messaggio diventi gesto. La poesia non è solo parola nella mia convinzione attuale. È gesto in divenire, transito che deve portare ad un approdo. Serve a migliorarci. E questo messaggio non è retorica ma semplice impronta di umanità quando viene da «un docente scalcagnato come me», (p. 60), come dice il personaggio lirico nel quale facendo lo stesso mestiere mi sono rivisto; la definizione me ne ha poi richiamata un’altra, celebre, quella di Gozzano: «sono un coso a due gambe». Meno il poeta si solleva tra bossi, ligustri e acanti e più è credibile. Così credibile è il messaggio messo dal personaggio lirico in bocca alla figlia:

    I tuoi giochi e la ricerca
    di un consenso sono l’umanità
    che è sola nell’individuo, corale
    nella necessità.
    Tutti siamo piccoli, Sofia,
    e abbiamo poco o niente da dire,
    eppure questo fiato, così buffo,
    è il dovere che ci unisce e dissolve.

    Il fiato, il nostro respiro, quando abbiamo coscienza della nostra buffa piccolezza, in senso leopardiano e pirandelliano («piccoli» poi è anche un termine chiave del Vangelo), ci può far perdere illusioni pericolose, quelle di essere il centro di qualcosa, l’epicentro di qualunque potere, illusioni cui seguono sempre distruzioni, mentre conta solo il «dovere» di essere uomini, esseri viventi che respirando si dissolvono in bolle d’aria, in fretta, in un soffio, come nella nota novella di Pirandello.

    Mauro Carlangelo, nato nel 1965, vive a S. Paolo Bel Sito (NA); poeta e critico, ha curato con Enzo Rega il volume: La poesia a scuola. A colloquio con i poeti, Stango Editore, Roma, 2003; ha pubblicato di poesia In Margine (Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 1997), Antidoto (Campanotto, 2000, pref. di U. Piersanti), la plaquette Alla madre (L’Arca e l’Arco, 2003), Il giardino e i passi (Archinto, 2014, pref. di M. Cucchi). Collabora alla cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università “L’Orientale” di Napoli dove ha conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica. I suoi filoni di ricerca hanno riguardato il petrarchismo del ’500 (Di corte in corte. Per una lettura dell’opera poetica di Colantonio Carmignano, L’Arco e l’Arco, 2012), il Quasimodo poeta e giornalista (Rifare un mondo, ed. Sinestesie, 2013) di cui ha curato l’edizione di due rubriche: i Colloqui su «Tempo» (2012), e Il falso e il vero verde su «Le Ore» (2014, in corso di stampa), Scotellaro, d’Annunzio e altri. Nel 2013 è stato pubblicato ‘Liberi di dire’ (ed. Sinestesie), un raccolta di saggi su Fontanella, Piersanti e Volponi, Neri, Cucchi, De Angelis.

  • 28Mag2017

    Mario De Santis - puntocritico2.wordpress.com

    “Transito all’ombra “di Gianluca D’Andrea è un libro di ricerca, senza essere sperimentalista. Definire non serva a classificare definitivamente, ma a misurare la trasformazione che un testo compie nel panorama della letteratura presente. Allora possiamo azzardare nel dire che questa raccolta va ad occupare uno spazio di sollecitazione psichica che un tempo aveva l’elegia, perché si colloca su un versante decisamente memoriale.

    Tuttavia l’elaborazione formale insegue anche una riflessione sul linguaggio e il tempo “in atto” – dando conto del suo titolo, cercando una costruzione “isotropica” della sintassi e delle scelte strutturali.  Tutto il libro, costruito in più sezioni (“LA STORIA, I RICORDI”; “DITTICO”;  “IMMAGINI, RICORDI” “ERA NEL RACCONTO”; ZONE RECINTATE”: “ALTRO DITTICO”; NOTTURNI”) segnate già nei titoli da questo intento di attraversamento memoriale del trentennio di storia italiana recente, ma con un accento che resta al fondo lirico, nel senso che il suo grumo percettivo è sempre di un singolo “io”, quello dissolto, disseminato del tardo novecentesco, per niente centrale e forte, che si definisce anche nel suo stesso rammemorare. Quasi travolto da questo fiume, dalla materia di realtà che – come il presente caotico – diviene per quell’io una selva oscura collettiva di cui alla fine, nell’ombra, tutti noi pure siamo della medesima sostanza (da subito accenni ad un Guerra, all’Ucraina, ai nonni non conosciuti: “questi li chiamo ricordi” scrive D’Andrea nella prima poesia “c’era un giocare che era già ricordo/e poi il futuro che si immaginava. / Tuttora vivo il brivido che vaga, /ma nel solo passato che conosco”).

    Da questo presente fragile e opaco, muove la trasfigurazione degli eventi che hanno luogo proprio nella dialettica delle apparenze memoriali e testuali, di un’esistenza singola che si colloca come in coincidenza dell’autore nel paesaggio storico italiano tra la fine degli anni 70 e l’oggi. Una storia che procede per compressione e choc di accumulazioni di sineddoche, immagini spezzate e affastellate. Lirica del dopo-la lirica, come nella definizione dell’antologia di poesia italiana fatta da Enrico Testa.

    La scelta metrica è libera con prevalenza d irregolarità, anche di endecasillabi nella prima sezione, e in generale una distensione ampia, narrativa, del verso, che ha in Fabio Pusterla – non a casa direttore della collana in cui esce per Marcos y Marcos il libro – il punto di riferimento post-Sereni per molti poeti delle generazioni recenti. Il risultato che ne consegue, molto riuscito e compatto nelle prime tre delle sette sezioni del libro, è una sorta di inseguimento della profezia del tempo futuro, contenuta in germinazioni, nei flash remoti del passato. La memoria è non un semplice museo o magazzino, ma un dispositivo del conoscere il senso stesso della storia e del presente. La storia è dentro una fuga e “neanche il tempo di sostare/al penultimo/ giorno dalla catastrofe, rinvengo/ e mi trovo nella sala d’aspetto/ di una scuola elementare”. Dentro questo risveglio l’io annaspa nel groviglio di immagini del passato e percezioni del presente, dove ogni singolo frammento del passato è lo scintillare di un impensabile non-ancora.  Si comprende meglio dunque la citazione di Mandel’štam posta a principio dell’intera raccolta: “Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato” – in realtà D’Andrea sta nell’ attraversamento storico e rimugina non tanto NEL passato, ma la materia del passato, il ricordo è ciò che proprio nel testo poetico, nella sua ricostruzione interrogante, intende l’accaduto sotto il segno della possibilità – che seppure cieca, è sempre possibilità di redenzione.

    Nell’epoca del dissolvimento teleologico e in assenza di teologia, si procede sovraccarichi di stimoli, immagini, figure, percezioni. Difficile però distinguere cosa è “evento” come lo chiama ad un certo punto il poeta, cosa è un fatto, anche un dettaglio, inserito in una dinamica di relazione individuale e collettiva con il mondo, da questo punto di vista la poesia di D’Andrea si colloca in quel versante in cui si ambisce a diventare evento di evento, fino a far baluginare una precisa idea epistemologica sulla facoltà stessa di percezione che accanto a fulminanti considerazioni, dense di concetti, solo talvolta forse un po’ troppo concettuali, prova ancora a fare poesia in cui l’accadere stesso dei versi è anche  strumento e luogo per la memoria. Non senza un sottofondo etico, nelle intenzioni, pensandola sempre come puntello alle rovine.

      Nelle accelerazioni del tempo presente l’occhio dell’io insegue la curva ottica in cui si rifrangono visioni altre, prospetti di futuro, ma prima che quel futuro accadesse quando ancora erano in ombra nel passato.  L’alone ha accenti elegiaci o malinconici, quasi da classico proustiano (“gli odori”) con la presenza naturale, del Sud delle origini, con le sue contraddizioni storiche di un” libeccio” sentito tra i “rifiuti” in una passeggiata verso il mare, un’accumulazione che è “fine di un’epoca” ma annuncia anche la fine tout court della possibilità, dopo quel momento, di poter formulare un concetto di epoca (“la tv degli anni ottanta tentò/ di rubarci la memoria”).

    “Transito all’ombra “però va letto anche come epica minima ma civile, nel contrappunto alle appercezioni con cui D’Andrea rilegge la traiettoria del tempo storico italiano, immobile nell’essere transito, soffocato da cumulo senza sviluppo, come appare il magma di macerie mentali che l’Io-poeta cerca di contenere nel procedere dei versi come procede la crescita di una coscienza “tra le altre notizie, Maradona, il doping/ lo sport si sfascia, il tanto amato/ “. L’attualità del panorama storico italiano immobile, inchiodato, depresso anche nei suoi miti immaginari, incapaci di produrre più mito vero, icone (“un tocco immateriale in tutto il corpo/ fatto immagine senza consapevolezza”) paesaggio di fantasmi e carneficine, nel marasma di residui.  Dove la ricerca di un lampo di apertura utopica avviene solo se dentro uno sguardo memoriale.

    Se ci è stato cancellato “con velocità ogni appiglio” per capire il nostro percorso di vita, distanziando in un limbo di benessere le generazioni che sono venute insieme a questo azzeramento di memoria, ecco che il patrimonio del passato pur nelle macerie confuse di un ricordo, illumina la sterminio del reale e ci restituisce un’illusione vitale, che l’esistenza proceda, si trasformi.

    Ecco quindi nel testo una costellazione di momenti e ricordi, attimi sospesi dell’infanzia, quando la sensazione del déjà-vu di allora era invece energia di trasformazione, il desiderio che qualcosa accadesse. Il senso di “smarrimento” che invece l’io registra oggi col suo accumulo di ricordi altrimenti inerti è il transito confuso di chi è come il rifugiato in un presente che non è patria, abbandonata per sempre quella da cui proviene. La patria è l’epoca, potersi collocare col pensiero in un’epoca, non semplicemente in una spiaggia colma di relitti.

    Questo riguarda un movimento percettivo continuo, tra Sogno e visione come quando l’io si osserva mentre passeggia con la figlia e la moglie in un parco: ciò che nel momento in cui accade è anche la percezione di un ‘irripetibilità” come pure accadeva “nei videogiochi a dodici anni/” quando l’io non faceva che “rispegnere lo schermo” vivendo il senso di un vuoto della fine. Cosa siamo ci è dato dal sentire, ma senza presunzione di centralità soggettiva: l’epoca si compone, la speranza dell’io che si fa da parte è che “qualcuno/colga da un altro spiraglio il quadro/che il tempo senza tempo si ricordi/ in molti modi” ma “anche “senza la mia stessa speranza. Sottrazione dell’io ma desiderio di una coscienza diffusa.

    Ma cosa fa di un dettaglio un’esperienza? Non solo condensa di attimi, ma visione?  Nel tempo dell’inesperienza che viviamo, è possibile il “cambio di prospettiva” che vada oltre “alcuni atti innocui di eroismo” che erano solo “conati”? Qui dentro il tempo della “spinta individualistica” che arriva da lontano, l’io è “frullato” nelle sue stimolazioni senza senso. Da “venti trent’anni fa” – continua nel suo meditare-rammemorante l’io, c’è stato un massiccio assorbimento verso “il passaggio di millennio” di tentate cose, piccoli eventi come pure sono le “esplosioni nere” dei “grattacieli”. Non s’è dato pensiero di una storia: “da allora/niente/una scomparsa, idee allusive”. Con cripto-citazione di Zanzotto, gli unici pronostici che riusciamo a fare sono quelli del “meteo” accampati come siamo “per alcuni giorni tra le macerie”. Se c’è un ‘utopia, ovvero “altre dimensioni”, non lo sappiamo. Siamo come dei migranti in fuga, in attesa ai margini, in una sosta del transito.

    E’ un poeta consapevole e riflessivo Gianluca D’Andrea, la sua poesia funziona nel già-dato del procedimento linguistico del suo dispositivo, ma forse per istinto pedagogico il poeta poi ribadisce chiaro, traslando – e forse rallentandola un po’ – la lirica verso soste da poemetto civile come quando precisa “Finì la storia, iperbole quarantennale/ di generazioni, micromode, subculture”.

    Tutto lo sguardo volto indietro, cerca il confine critico verso una verità latente di questa non-appartenenza di accampati. Che siano i ritorni in Sicilia o il lavoro in Lombardia a Treviglio, in questa dimensiona a-nostalgica, di uno spazio sfinito dall’incessante immobilità d’essere sempre “che è lo stesso/sempre un altro”. Qui, in questa terra desolata e nostrana, il brusio in cui si accumula il “dopoguerra fisso” con il fluxus televisivo di decenni immersi in programmi e tribune elettorali, gare sportive, cosce di ragazze, la scuola, il disgelo, Tarantino, la marjuana, la fine millennio e in mezzo da Ustica alle Twin Towers, tutti solo in attesa “della prossima catastrofe mediatica”

    Fino ad arrivare a un tempo presente in cui tutto questo accumularsi viene colto (con uno dei riferimenti che pure ci sono sparsi, a volte un po’ criptici) nel presente dei i “cancelli” e delle “mele” (ovvero Gates e Apple) e lo “schermo nero” della virtualità di connessi è unico terreno d’esperienza.  Ecco la falsa illusione con cui si ripresenta il mondo che ci appare un micro-mondo in cui alla fine globalmente viviamo, stretti in una costellazione planetaria “di borghi fantasma” una dissolta magmatica provincia totale, appesa ai “tablet” e ristretta dentro programmi televisivi – e “il resto del mondo è il niente”.

    Se nelle sezioni centrali del libro anche attraverso luoghi della biografia (Treviglio, Zigonia, emblemi di un abortito sviluppo storico italiano) si vira proprio verso una dimensione solo memoriale, risultando meno d’impatto rispetto alla prima parte, nella sezione finale, con sette brevi “Notturni” si chiude il libro su uno sguardo che si fa interno, verso il buio, sguardo che si posa sulla “bambina addormentata”. Dentro quel buio, che ha lasciato fuori il “formicolio” che come il brusio dei testi precedenti, arriva il rumore bianco del mondo, nel passo chopiniano di queste ultime poesie: si accetta il fantasma, la sua forza immaginifica ma anche l’inevitabile distanza che è ogni forma di percezione e sentimento – anche verso cose e persone più care. E’ questa irriducibile distanza a consegnare l’Io ad un buio in cui “essere nessuno, avvertire/ e scorgere me nella notte” e di fatto a riconsegnarsi al medesimo “nucleo sprofondato” che il poeta avverte in sé, pure in questo caldo momento protetto. Anche qui è la stessa sostanza della Storia e dell’esperienza tra memoria e percezione con cui si è misurato là fuori, anche qui manifesta in una forma – immagine, forse mai totalmente esperienza. Illusione verso un dove, certo, ma pure consapevolezza lucida (e tragica) che tutto è irriducibile distanza di questa immagine della realtà e dunque innanzitutto “è sapere la violenza/ e contaminare e inviare a niente”

  • 12Mag2017

    Gabriele Belletti - zestletteraturasostenibile.com

    Transito all’ombra

    «Recando passati e passando»:una resa in visione del mondo

    L’esergo (p. 9) che apre la raccolta di Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016), dichiara, quasi fosse brano di poetica esplicita, un’intenzione.

    L’autore lascia infatti a Mandel’štam il compito di esprimere il suo (primo) pensiero e, con esso, la sua volontà: la rinuncia a considerare un destino e una storia come meramente personali e optare per un procedere distante da chi «l’ombra sua non cura», capace invece di attraversare l’ombra stessa, evitando il «niente» in cui le parole potrebbero finire («le parole finiscono nel niente / oppure si agganciano in noi»,Cambriano, p. 62).

    Il transito prende effettivamente le mosse nella prima sezione, La storia, i ricordi, dove il soggetto, con la sua voce, si disloca in un passato stratificato, per riportare nel presente, in anni «‘serraturizzati’ a blocchi» (XII, p. 34), un canto da tempo interrato. Chi lo canta, infatti, si reca in una posizione di retroguardia rispetto all’oggi in cui vive e attraverso cui, lente, interpreta ciò che è stato (dinamica questa che ricorda per certi aspetti il D’Ormesson de Le rapport Gabriel). Da una tale postazione, l’autore ri-porta ricordi assemblati in paesaggi individuali e collettivi, ricostruisce e si ricostruisce scavando in un humus comune. L’assemblaggio permette di ricomporre anche un noi-agglomerato («ci riconoscevamo negli scoppi», I, p. 14), una sorta di comunità coetanea e giocosa, colta in formazione col soggetto in un contesto mutevole («Il gioco già mutava in clangore», IV, p. 18), in cui sono spesso altri, dall’alto, a decidere («Aprivano e chiudevano le frontiere», X, p. 30).

    L’io si muove in una rete di «ricordi improvvisi» (V, p. 19) – in cui l’attuale Rete non era ancora presente – producendo una poesia vivacemente geologica (ma non fossile). In essa è incarnata una riflessione sulla natura della storia (collettiva) e dei ricordi (individuali) dell’autore e dei lettori che come lui hanno fatto esperienza di quei paesaggi. Allo stesso tempo – e qui si ravvisa una prima intenzione pedagogica – il soggetto rimembrante allestisce il suo transito di fronte alla nuova generazione che questa rete non afferra – ma è afferrata già dall’altra Rete.

    Un tale procedere non può tralasciare – in un atto di onestà rispetto al proposito iniziale – la messa in discussione della natura del soggetto di emissione e della sua stessa voce, con l’intento di eludere qualsivoglia individualismo. Il Primo dittico si presenta così come una sorta di epistemologia della voce poetica. Nel primo dei due testi che lo compongono si esalta un “io-nucleo” che, agendo, diviene se stesso («io sarà il nucleo / per cui posso essere me stesso», Trasposizione (o l’identità del poeta), p. 37). Il poeta-padre riceve il motivo di un tale fare poesia dalla figlia – come è confermato anche in diversi luoghi della raccolta. Questa bambina che pedala («Mia figlia pedala», Ibidem) indica l’importanza dell’azione e del sentire, della compromissione con l’esperienza che porterà il genitore fino all’ustione e a una continua e doverosa trasposizione («ustionato da tutti i contatti», Ibidem). Il tempo presente e il tempo futuro di questa prima lirica paiono suggerire l’attuale scelta dell’autore, distante dall’imperfetto di una condizione superata, oggetto del secondo componimento, L’identità (o trasposizione del poeta, p. 38). Lì l’io si trova(va) in contatto perenne con sé stesso, tanto da non poter avanzare – nessun «triciclo» qui – ma solo calpestare «i propri passi».

    Ciò che è cantato nel dittico si fa propedeutico anche al prosieguo della silloge. Nella sezione successiva, Immagini, i ricordi, composta da un museo di «quadri di vita quotidiana» (Nota dell’autore, p. 104), il «nucleo» soggettivo sente e agisce («mi muovo», La storia dell’immagine, p. 41), accumulando immagini e ricordi polimorfi, fatti di sensazioni scomponenti («l’odore sfalda il racconto»,Visuale, p. 46) e ricomponenti («Treviglio sfuma dal fuoco delle voci / e diventa un film sottile», Altro viaggio, p. 48). Non sono però, come si diceva, ricordi intrappolati, fossilizzati, tutt’altro. Essi possono addirittura agire, dando vita ad accensioni momentanee («i ricordi si accendono in istanti», «si accendono ricordi e passioni», Il fuoco (ritorno in Sicilia), p. 49) e tangendo concretamente il presente («un ricordo cola materia / sul presente», Autunni d’interno (o Cubismi), p. 53). Nel muoversi e trasporsi nelle trame dei «quadri» esposti, il soggetto forma il suo sguardo inevitabilmente “cubista”, conscio della «diversificazione che ogni spostamento può produrre» (Note, p. 104) e che «lo spostamento / si concretizza in gesti, / in azioni sensibili» (Cambriano, p. 62).

    Nel corso della composizione inter-dimensionale, la bambina torna a presentarsi, confermandosi soggetto privilegiato delle riflessioni poetiche del padre (la figura di Sofia ricorda, sia per il cubismo sotteso sia per la relazione autore-figlia, la Paloma picassiana). Anche lei è parte del transito del poeta ed è come lui toccata dal cambiamento e dalle circostanze, indispensabili per divenire quel che si è. Alla luce dell’universalità e inevitabilità della trasposizione, il poeta non può far altro che ammettere una sicura «resa» che, però, non è da intendersi solo come un arrendersi di fronte al cambiamento, ma anche come possibilità della poesia di “rendere” («la lingua diventa l’eco di un campo», La resa, p. 44), restituire una visione consapevole (Visione, p. 46) dei movimenti categoriali implicati (Temporale estivo, pp. 50-51). La (p)resa in visione del mondo attraverso il linguaggio della poesia pare allora scelta gnoseologica atta a rendere conto di un fitto e precario reticolo di ombre e moniti luminosi («Mi ripeto la vita della luce / è la legge da noi non preparata, / un monito che si può accompagnare / ai gesti quotidiani», L’altra immagine, p. 52), ma anche a educare a valori imprescindibili («osserva tanto», «ciò che senti ricordalo», Lettera a mia figlia, p. 63).

    Dopo aver iniziato poeticamente il lettore alla complessità della visione, il soggetto osa avvicinarsi in maggior misura alla propria quotidianità, riuscendo ad evitare – ancora per coerenza alle intenzioni iniziali – il possibile sconfinamento nel privato racconto di sé. In Era nel racconto (titolo della quarta sezione), infatti, pur denunciando passati ombrosi, rimasti “in potenza” o transitori – passati che hanno toccato la sua stessa biografia – egli non rinuncia a cogliervi motivi e moniti universali, che si presentano sotto forma di luminose speranze (Zingonia, p. 59) o di fiducia nelle relazioni umane («Ricordo / la possibilità di relazione e le persone conosciute» (Concorso (e alla fine, la fine del mondo), p. 60). A cucire relazioni e legami è un fiato poetico messo al servizio del ricordo, un fiato-filo che unisce nonostante la consapevolezza della fragilità / mutevolezza dei legami, siano essi inter-dimensionali, inter-personali, inter-generazionali (Gli alberi, i ragazzi, pp. 64-68) e inter-spaziali (VI. Braccare lo spazio, Giotto, pp. 76-80).

    Anche tra Zone recintate (altra sezione della raccolta) questo fiato non cessa di creare legami. Il soggetto che lo emette, qui trasposto tra monumenti e luoghi visitati, varca e canta confini mobili («ho arricchito il mio confine, / ho perso il mio confine», Errare, un urlo, p. 75, «confini malleabili», IV. Trento, in Europa, p. 74), mentre Sofia, indifferente alle colte stratificazioni imbastite dal padre (Perugia (sud), p. 83), ancora una volta indica un suo modo possibile di transitare in quelle zone. La bambina, infatti, non vuole e non può essere addomesticata dalla Storia, rilascia il suo urlo per le strade come monito di indipendenza («Mia figlia urla / per le strade», Trieste, Lubiana, p. 77), «come volesse / uscire dal mondo», V. Errare, un urlo, p. 75). Gli impulsi im-mediati a cui lei si affida – rimandanti a elementi elettronici, ma anche fisiologici – apparentemente senza storia, ma vivi nello stesso tempo del genitore, producono legami dalla natura più effimera e rapida, dove la luce di uno «schermo microscopico» (VIII. Perugia (sud?)) – ultima “zona recintata” – si impone con crudele giocosità su dimensioni più “lente” e maestose.

    La raccolta si chiude col prevalere, solo apparente, dell’ombra, di cui si riempiono i componimentiNotturni. L’autore termina il suo canto e si raggruma riflettendo nella sua propria casa, al termine del suo quotidiano transito. È compito ancora della bambina, qui addormentatasi, di chiamare il padre a riconsiderare il suo stare. Mentre il genitore la guarda e la canta («un altro sguardo / alla bambina addormentata», II, p. 92), lei riesce a far intravedere una via di fuga dagli strati complessi e mondani, a richiamare il padre alla resa nel suo sonno senza storia, leggero e, a suo modo, luminoso.

  • 09Mag2017

    Lorenzo Materazzini - Poesia 326

    Che si tratti di un cammino in linea retta, di un circolo vizioso o di una spirale ascendente, il Transito all’ombra di Gianluca Dell’Acqua ha il merito dell’immediatezza e dell’onestà.

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  • 19Apr2017

    Angelo Rendo - Nabanassar

    Invece ombra, questo essere a metà. Una sosta, quasi a rischiararsi e ristorarsi, credi. Ma all’ombra il poeta indugia troppo; non un transito ma una “seduta”, più mestiere che vocazione.

    Una storia, la sua, che è talmente irrorata dalle più diverse tracce mnestiche da caricarsi sul dettato e ingarbugliare la forma, che quasi mai combacia con la sostanza.

    È evidente che la malìa filosofemica affascini questa poesia e la sporchi, a quando una bonifica? Inoltre, la contemporaneità con tutti i suoi gingilli e le sue perfidie batte sotto, titilla il civismo poetico, ma non si scioglie nel verso, resta a mo’ di slogan.

    XI

    Eccidio, omofobia, femminicidio,
    propaggini patriarcali,
    benvenute effrazioni del dolore
    sempre procrastinabili le scelte,
    ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
    Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
    la classe estinta in testate esiziali,
    chiacchiere esorbitanti, nausea.
    Ogni fatto morto, ogni effetto
    estorto. Il dato certo risorto
    in un battito irreperibile,
    aquile bianche beccano lo zolfo
    e il pietrisco dei Balcani;
    silenzio d’Europa e connivenza
    aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
    confezionate a triplo strato
    con pascoli di capre, markor, argali
    a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
    dei complotti. Piangevamo
    il distanziamento intellettuale,
    l’alibi e l’annientamento telecomandato
    di ras afroasiatici.
    Il seguito fu un’origine fragorosa
    di acronimi e sintesi verbali,
    geroglifici, emoticon, messaggi
    connessi in una trama arcipelago.
    Bottiglie da un territorio archiviabile,
    nella presenza ridotta del respiro
    umorale, degli odori coperti.
    Un guizzo di tempesta, i tropici
    ai poli e il boh sempiterno
    sotteso a ogni risposta.
    (pag. 32)

    Tutto questo sferragliare viene temporaneamente interrotto da un dittico, il poeta si ferma e si guarda allo specchio. È il momento migliore del libro. La storia è incontenibile, i ricordi non possono afferrarla, le immagini non si riannodano al puro istinto.

    L’identità (o trasposizione del poeta)

    Sentiva di spostarsi e accadimenti
    intercedevano per lui che si spostava,
    sospinto dalla piena presenza
    di se stesso. Impercettibilmente
    ad agire era un moto secondario,
    che diventava consistente e si perdeva.
    Camminava pienamente.
    Si alternava in tutto il movimento
    la sensazione vera di non essere
    se non se stesso in contatto perenne,
    come accade nelle passerelle
    agli aeroporti dopo un giorno
    in piedi a calpestare i propri passi.
    (p. 38)

    Quindi, la sezione “Immagini, I Ricordi”: si entra nel vivo del fuoco. Presente nume Stevens. Qui c’è controllo, resa, mentre altrove è spesso imperfetta. Qui l’aria si rarefà e uno stato di sospensione fa capolino:

    Temporale estivo

    L’odore di terra bagnata –
    chi non lo ricorda? – s’infiltra
    e in queste pareti risponde
    perentoriamente altra aria,
    recando passati e passando
    mi dice la terra e il suo spazio.

    Il tempo, che sembra volersi
    aprire di slancio, rallenta
    e piano sorvola strutture,
    futuri intuibili, quadri,
    imposte, gli oggetti di vita
    raccolti scompaiono e accede
    il tremito nuovi di antichi
    scenari, ritorno che zoppica,
    infine interviene, dapprima
    sul vuoto, ricorda gli odori,
    sostiene se stesso e presenzia
    cadute involute al presente.

    Il tempo e lo spazio, membrane,
    respirano passi e cadenze
    ma come in un suono sospeso
    che aspetta di cogliere strade,
    passaggi, gli odori che passano,
    ricordi di soglie che sembrano
    scomparse, che sembrano eterne.

    Così della terra bagnata
    mi resta da dire il ricordo
    che nei pochi spazi s’appressa
    e scivola presto dall’ora
    all’oggi, attraverso il ritorno
    di questo mio essere in terra,
    sia monito o sia promemoria
    ripete un sentire diverso.
    (p. 50)

    La storia, le immagini, il racconto: il ricordo a tentare di sostenerle; ma già in “Era nel racconto” la struttura del libro sembra essere divorata dal poemetto che chiude la sezione; è come se l’esile equilibrio su cui si fonda questo ‘transito’ venisse sconvolto dalla marea montante di detriti alluvionali.

    Il libro potrebbe finire, sfigurato, con questa sezione; invece se ne apre un’altra, “Zone recintate”. Poesie disperse, come quelle dell’ultima sezione (“Notturni”), delle quali si sarebbe fatto volentieri a meno.

    Una poesia fatta di relazioni sconnesse, afflitta da lungaggini, “accampata nel semibuio”.

  • 27Mar2017

    Domenico Cipriano - Sinestesieonline

    Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra

    Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano 2016) è la nuova raccolta di poesie di Gianluca D’Andrea. Un libro che presenta una scrittura rapida, capace di condensare gli eventi, sommarli, perché il lettore li possa aprire rapidamente come un ventaglio e poter ricostruire la memoria personale e collettiva.

    Leggi tutto l’articolo

  • 23Mar2017

    Alberto Fraccacreta - succedeoggi.it

    Com’è viva la poesia!

    Nella giornata dedicata alla poesia, si scopre che la più nobile delle arti gode ottima salute. Anche in ambito editoriale: e questa è la sorpresa maggiore. Perché non si può vivere senza poesia…

    Non è vero che la poesia è morta. Oggi 21 marzo, primo giorno di primavera, come ogni anno, è fissata la Giornata mondiale della poesia: e a ragione. Perché? Perché quest’ultima ha a che fare con l’inizio, con la fioritura, con il tempo delle attese. E davvero sembra che quest’anno la magistra di tutte le arti rinverdisca per grazia di una serie di iniziative editoriali che vanno a svellere il vecchio pregiudizio secondo cui la poesia crei un buco economico nelle case editrici.

    Il numero di marzo di Poesia è dedicato ad alcune riflessioni, a cura di Nicola Crocetti, ideatore e direttore della storica rivista, sul Nobel a Bob Dylan. Segue la traduzione del libro VI dell’Eneidedi Seamus Heaney, che sarebbe stata il cuore pulsante dell’ultima silloge del grande irlandese, se non fosse scomparso pochi mesi prima della stampa. Poesia, inoltre, è a un passo dal compiere i trent’anni di attività: il primo numero fu pubblicato nel 1988 e nel 2008, durante le celebrazioni per i vent’anni, Tony Harrison (uno dei maggiori poeti viventi inglesi) dichiarò: «Sono stato in tutti i Paesi del mondo e conosco tutte le riviste di poesia del mondo, ma posso dirvi che Poesia è la più bella di tutte».

    La Lettura del “Corriere della Sera” organizza, con la collaborazione di Timreading, la rassegna di poesia Percorsi diVersi. Ieri, per tutto l’arco della giornata, si sono tenuti reading nei tre atenei milanesi e al Castello Sforzesco e a Palazzo Reale. Durante le letture sono state distribuite ventimila cartoline con i componimenti di dieci grandi autori, scelti da Nicola Crocetti. Martedì 21 è il turno di sei personaggi della cultura e dello spettacolo, tra cui Milo De Angelis, che saliranno sul palco del Teatro Parenti per svelare le loro liriche più amate.

    Garzanti torna ad aprire i battenti della sua celebre collana con Giampiero Neri,Via provinciale, silloge che vede nella «memoria, prima di tutto, il luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana», commenta Antonio Riccardi. Guanda inaugura una nuova collana di tascabili della poesia con la stampa de La foresta dell’amore in noi, testo inedito del maggiore scrittore arabo odierno, il siriano Adonis. «È la lingua/ che mi abita in tuo nome – ha fatto scorrere/ il suo sangue in me in tuo nome – ha cantato/ i nostri corpi e quel che c’è stato tra me e te». Il superamento del sentimentalismo si scontra con la necessità di un trionfo immanente del corpo, nel suo dimostrarsi una selva intertestuale da cui cogliere i significati occulti dell’intero universo.

    Se le Edizioni Sur sono in procinto di mettere in commercio le liriche del grande romanziereRoberto Bolaño, Einaudi ripropone Il prato bianco del marchigiano Francesco Scarabicchi, legato ai toni elegiaci, per certi versi frostiani, di un mondo ancora vivido e incontaminato: «Porto in salvo dal freddo le parole,/ curo l’ombra dell’erba, la coltivo/ alla luce notturna delle aiuole».

    Daniele Piccini raccoglie le parti più significative della sua esperienza poetica, assommandole alle nuove incisioni, in Terra del desiderio per Nomos Edizioni. Il desiderio è la tensione essenziale con cui cogliere la decisività dell’atto letterario, come suggerisce lo stesso autore diLetteratura come desiderio, importantissimo testo critico che rivisita le maggiori esperienze della letteratura italiana di ogni tempo con una chiave ermeneutica davvero preziosa. Per Piccini il desiderio è la categoria interpretativa del reale sia all’interno di una comuneWeltanschauung, sia nella rarità dell’occhio poetico. «Eppure è un tempo ancora mite:/ vorrebbero accostarsi, qui, tra noi». L’opportunità del “tempo mite” fa sì che il poeta, svincolato dai ceppi dell’orfismo, riesca a cogliere il reale nella sua semplicità trasfigurata, mai dimentica del viaggio e dell’ascesa verso il pieno compimento. «Io non so ancora, nemmeno con questo,/ decidermi a crearti, a liberarti/ dal viluppo che cieco ti contiene:/ libertà è il tuo aspettare, il tuo ignorare/ anche la luna, che presto sarebbe/ tua consigliera, lacrima dei cieli». Il tema verticale e leopardiano della luna, del suo dialogo silenzioso con una presenza-assenza femminile si veste della teoria del sogno di Borges e mescola, alla ricerca luziana di una lingua pura e di un’esperienza poetica totale, il tema stilnovista della “donna del ciel” che scende dall’alto per salvare l’uomo.

    Le Edizioni Carteggi Letterari mandano alle stampe tre plaquette: Corre alla sua sorte di Cagnone, Pettorine arancioni e altre poesie di Buffoni, Guida allo smarrimento dei perplessi di Magrelli. Nanni Cagnone esibisce una prosa poetica elettrica e fulminea, à la René Char dei Fogli d’Ipnos. «Nient’altro che un barlume, un dileguato albore – se concede accanto la nudità del suo segreto, prontamente si stanca». Trazioni vertiginose e oracolari che, spesso, sono mitigate da accenti più concreti, i quali avvicinano questa sequela di visioni anche alle Stations di Heaney. A proposito di prose d’ispirazione poetica, Edizioni della Sera (casa editrice indipendente) pubblica Miseria nera, due taccuini di Paul Verlaine, per la prima volta tradotti in italiano. Questo è l’incipit de I miei ricoveri: «Per lo meno non era stata colpa della letteratura, che lo avrebbe riempito d’oro e di onori, ma un pochino la sua propria e quella altrui, non le pare, cara signora? – se si era trovato al ricovero». Verlaine narra di un viaggio di lavoro in Olanda e dei suoi assidui ricoveri in ospedale, descritti alla luce confusa del sogno d’infanzia, sotto la lente d’ingrandimento della malattia che spesso ha i connotati della troppa lucidità.

    Si avverte una forte denuncia delle cose e un alto senso dilacrimae rerum nelle liriche diFranco Buffoni, dominate dalla funzione mortale di una civiltà di cui sembrano perdersi terribilmente le tracce. Il senso di straniamento con il proprio corpo e con l’altro ingiunge ad un’amara, ancorché sarcastica, riflessione sull’individualismo del tempo odierno: «Narciso/ Riflesso nel laghetto/ Moltiplicato per mille narcisismi/ Non del volto, ma del giro-vita-petto».Valerio Magrelli, invece, prosegue – dopo Il sangue amaro – con la sua linea “scientifico-perplessa”, cagionata dal disagio della presenza, dall’incessante fagocitare ed espellere oggetti che la modernità presenta come indicatori di un rimando impossibile. «I brutti gabinetti/ di certi ristoranti di paese,/ che hanno di speciale?// Confinano col niente. […] Anonimi sacrari/ dove arrivo al confine con me stesso». Benché il linguaggio esibito tenda alla nominazione nuova e coraggiosa, permane un petrarchismo di fondo che serra la parola all’interno di un congegno limnico nel quale, come Pollicino, ci si perde in vista di un dettato assoluto. A proposito delle “ossessioni” magrelliane commenta D’Andrea: «L’impossibilità di una delucidazione linguistica del mondo inizia nel momento stesso in cui si prova a parlarne, rendendo l’oggetto sempre più sfuggente».

    Proprio Gianluca D’Andrea con Transito all’ombra, edito da Marcos y Marcos, tenta una via di fuga in uno sfondo esistenziale in cui «tra disperazione e speranza la vicenda umana dantescamente “s’immilla”», come spiega Fabio Pusterla. Il transito, cioè l’espressione iterata dell’estremo accesso, aperto sul «desiderio di non esserci», come un specchio, «riflette atrocità di passaggio,/ a volte improvvisa una traccia,/ un buco di raccapriccio», sempre sulla via dell’unione e della dissolvenza.

    Nell’ambito della poesia dialettale, infine, così fervida e ricca nel nostro Paese, il garganico Luigi Ianzano presenta Spija nGele [Scruta il cielo], contraddistinto dalla presenza oracolare «non di un idioma astruso», ma di «una lingua madre», «il suono della terra del parto», che dal sangue della partecipazione all’esistente si schiude verso «la pienezza della lode» e della preghiera assoluta.

  • 20Mar2017

    Antonio Devicienti - carteggiletterari.it

    I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea 

    Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica

    – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo continuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri. E Transito all’ombra è altresì referto d’un attraversamento, d’un itinerario, d’un ininterrotto andare, proprio sulla falsariga dell’andare dantesco e attraverso territori che sono di volta in volta memoriali, psicologici, culturali, storici, politici. Ecco: se è forse vero che ancora adesso la produzione poetica italiana può essere anche interpretata a seconda ch’essa si approssimi più o meno a una linea petrarchesca o a una linea dantesca, Gianluca D’Andrea compie con il suo libro più recente un coraggioso tentativo di riappropriarsi della dirittura e del rigore etici danteschi per attraversare il mondo e l’Italia contemporanei anche tramite uno stile severo, privo d’infingimenti lirici e lo stile stesso è mezzo d’indagine impietosa che non indulge mai a languori, intimismi, vezzi letterari. Infatti Gianluca si misura con la difficilissima e insidiosa questione del soggettivismo e dell’io in poesia, mette in gioco tutto di sé stesso (ricordi, esperienze, luoghi cui è legato, persone care), ma sa sottrarsi alle cadute (o ai capitomboli) nel soggettivismo e nell’intimismo proprio in virtù d’uno stile sorvegliatissimo, capace di diventare acuminato scandaglio, intelligente lente d’osservazione, giusta distanza tra io scrivente e realtà osservata.

    Accade così che il bellissimo titolo c’introduca a un libro-referto molto articolato e complesso: si comincia con un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza trascolorante fino alla maturità vissute nella Sicilia peloritana a partire dagli anni Settanta sino al mutamento del millennio; si prosegue poi con l’articolazione in sezioni che esprimono tutte la scelta del poeta d’interrogarsi su sé e sul suo ruolo in quanto io poetante e, aspetto fondamentale, in quanto persona immersa in un contesto storico preciso e di esso consapevole – deriva da qui il tema e l’andamento del viaggio che innerva molte pagine, un viaggio non turistico né di svago, ma puntigliosamente conoscitivo attraverso l’Italia contemporanea, traverso episodi di vita quotidiana che ben dicono la reazione e l’atteggiamento di un pensiero in continua tensione dialettica con realtà talvolta avvilenti o nemiche o alienanti, per cui la struttura del libro sembra essere quella di una Comedìa rovesciata (il “paradiso” dell’infanzia – anche se Gianluca non la presenta né come idillio, né come eden perduto, ma come un abbandono progressivo e naturale dell’innocenza per entrare dentro la maturità; il “purgatorio” di una Penisola percorsa da nord a sud anche per i periodici ritorni “a casa”, cioè in Sicilia per le vacanze; l’ “inferno” delle situazioni stranianti o alienanti cui accennavo poco fa o della discesa negli abissi della propria interiorità o di una storia contemporanea estremamente violenta).

    Il volume si apre nel segno di Osip Mandel’štam, le cui parole costituiscono il filo d’Arianna per attraversarlo:

    Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato.
    Osip Mandel’štam
    (Il rumore del tempo, 1923-1924)

    Già il titolo della prima sezione – La storia, i ricordi (titolo perfetto, suggerito, si legge in nota, da Diego Conticello, sodale e complice, mi vien fatto di dire, di Gianluca sia durante la scrittura di Transito, che nella vita privata e, non lo si dimentichi, in questo progetto entusiasmante che si chiama Carteggi letterari) – anticipa una caratteristica di questa parte del libro in cui i ricordi personali (d’infanzia e di giovinezza) strettamente s’intrecciano con i coevi avvenimenti, per cui microstoria (personale) e macrostoria(collettiva) trovano un interessante punto di congiunzione. Ma se il dato esperienziale personale è punto di partenza per molti testi presenti nel lavoro, l’autore pone estrema cura nell’evitare qualunque forma di soggettivismo e di ombelicale effusione di pensieri e/o sentimenti: egli esercita e tiene vigile una razionalità che, esprimendosi tramite l’andamento del verso, sempre modellato sull’endecasillabo e quindi tendente al discorso ampio e articolato (non prosastico, si badi), fa piazza pulita di una poesia avviluppata su sé stessa, recupera un’idea di letteratura che (Sciascia docet) assume un atteggiamento sempre critico e agonico nei confronti d’una realtà guardata con ferma ostinazione e senza indulgenza.

    La storia, i ricordi

    I.

    A volo poi trascorse il tempo, rotolo
    da una discesa dell’infanzia, ottanta
    volte o più, nella luce del tramonto,
    accesa in un richiamo che ci accoglie.

    Forse perché non conosco i miei nonni,
    le nonne sono il “senza” del pudore
    che i genitori avrebbero occultato,
    ma so che Guerra è brutta, con distacco.

    Questi li chiamo ricordi, nel freddo
    degli anni, c’era l’Ucraina, l’Ucraina
    c’è, il gas nella rete, nel contatto,

    c’era un giocare che era già ricordo
    e poi il futuro che s’immaginava.
    Tuttora vivo il brivido che vaga,

    ma nel solo passato che conosco.
    L’atomo sterminava la paura
    del collasso, la parola scissione
    ogni tanto emergeva dallo schermo,

    ma la paura era sì quello scandalo
    che è, l’occidente era già formato.
    Mentre rubavamo in un tabacchino
    il pacchetto ci esplose tra le mani,

    imparai così la colpa e il destino,
    l’allarme del benessere e il possesso.
    Un’altra volta furono dei cani

    a inseguirci e non potemmo fermarci,
    perché oltre il cancello, nel vialetto,
    i ciottoli saltavano e la corsa

    sempre più necessaria diventò
    un vortice e sempre più accelerando
    ci riconoscevamo negli scoppi,
    in un moto cieco, nella vertigine.
    (pagg. 13 e 14)

    Si noti il fatto che Gianluca appartiene a una generazione d’Italiani che ha sentito parlare della guerra in famiglia, una generazione figlia di genitori nati durante il conflitto o poco tempo dopo la sua fine, per cui sono i nonni e le nonne (e la cosa è detta con lo stesso pudore che il poeta attribuisce ai propri genitori) coloro che esperirono la guerra, conservandone la memoria da tramandare, per via orale, a figli e nipoti; l’Ucraina viene a essere così nome geografico e distante dove accaddero le migliaia di morti dell’ARMIR in ritirata, presente però nella vita quotidiana perché da lì giunge il gas nelle nostre abitazioni: ecco, voglio far risaltare questa tecnica di rappresentazione poetica efficace e ricorrente nel libro, per cui D’Andrea accosta, dello stesso fatto, due aspetti (l’uno lontano nel tempo e nello spazio e l’altro vicino), saldando, appunto ciò che l’io lirico esperisce direttamente (a distanza ravvicinata) con quello che, invece, inserisce lo stesso io lirico entro una dimensione molto più ampia e collettiva e profonda. E poi c’è un corrispondersi tra la macrostoria (l’Occidente capitalista, la minaccia atomica) e la microstoria dei ragazzini (il furto dal tabaccaio e l’esplosione del pacchetto, poi la fuga affannatissima dai cani) in un interessante ed efficace accelerare delle immagini che trasmettono l’esplosiva energia di chi è all’inizio del proprio esistere e si affaccia a conoscere la vita e il mondo. Gli endecasillabi, strutturati poi in quartine e in terzine, sono un’altra sfida che il poeta pone a sé stesso, dal momento che egli deve rispettare sillabe e accenti, ma per raccontare e rappresentare quell’energia vitale che, infatti, trova modo d’espressione nei cambi di verso e negli enjambements, in immagini nervose e dinamiche.

    II.

    (…)

    La vita è anche il richiamo, cortili
    di voci, le partite tra bambini,

    le altre voci rientrando nella casa,
    avvolto nel calore, le gommine
    nella stanza, luce bassa in cucina,

    suoni e voci dagli schermi, gli accenti
    che cambiano nel tempo e sono scia.
    Per vederli, prima e dopo, li sogno.
    (pag. 15)

    Chi si è oggi scaturisce anche dal bambino che si è stati ieri, per cui questo passaggio del libro offre non direi dei ricordi, ma una serie di meditazioni e di assunzione di consapevolezza circa i ricordi. E (lo scrivo quale apprezzamento) manca l’indulgere alla nostalgia o alla trasfigurazione memoriale, ci sono, invece, una saldezza e chiarezza di visione capaci di descrivere Messina come segue:

    III.

    Il pettirosso e il piccione spartivano
    i quadrati di spazio nel cortile.
    Il cibo sono le tovaglie scosse,
    l’aria riposta e tutte quelle briciole

    che volano, mentre un tanfo da sud
    mi ricorda la strada dei rifiuti,
    il loro essere raccolti in sacchi,
    incubati, prodotti, mai smaltiti.

    Dal mare, poi, la brezza arriva dolce,
    sul viso la carezza si trasforma,
    da dietro, come un impaccio, colpiva

    il libeccio e il respiro, diventando
    lezzo, poteva adesso riportare
    il messaggio lontano della fogna

    che, muta e pregna, vomita nel mare.
    (pag. 16)

    Il leitmotiv dell’odore e degli odori caratterizza, vedremo, molti luoghi di Transito all’ombra, presenze materiali e corporali di un organismo-mondo articolato nelle sue bellezze e anche nelle sue immonde deiezioni.
    A seguire ecco, di nuovo, la giuntura tra macrostoria (ma ancora, data la giovane età dell’io lirico protagonista di questo passaggio del poemetto, poco compresa) e storia personale, con quella presenza della televisione che coglie bene anche il farsi di una generazione, per la quale “suoni e voci dagli schermi” hanno permeato immaginario ed esperienze:

    IV.

    (…)
    Sentivo dire di Franco, in Sicilia
    il Tirreno era il mare dell’infanzia,
    non sapevo di Ustica, la Spagna,
    però, mi dava gioia, quei mondiali,
    disprezzo alla parola dittatura.
    La tv degli anni ottanta tentò
    di rubarci la memoria, riuscendo
    a cancellare con velocità
    ogni appiglio, distanziando in un limbo
    di benessere le generazioni.
    Acini in un grappolo, carrellate
    ricolme, gli individui al loro fondo,
    tutti impegnati, da bolle, a sognare
    il proprio mondo. C’era molto sole,
    aspettavamo le vacanze estive,
    captavamo i messaggi apocalittici
    ma mai come segni d’appartenenza,
    semmai come un ricordo già avvenuto,
    ognuno poi scappava e nella corsa
    ogni atomo era un rendiconto.

    (…)

    Così giocavamo
    a nascondino nell’erba e l’odore
    acerbo del sudore a quell’età
    si mischiava alla terra, per non dire
    del mare incanalatosi in collina,
    oltre quella fiumara, nello spiazzo
    in cui trovavi i vermi nelle tasche
    e non le mani. Poi le figurine
    con cui sfidare i compagni, i cartoni
    da cui apprendere lo sport e l’amore,
    mentre il gioco già mutava in clangore,
    (…)
    (pagg. 17 e 18)

    Tengo moltissimo a far notare la sicurezza e la saldezza con cui l’autore costruisce il testo, riuscendo così a prendere la necessaria e giusta distanza dalla materia autobiografica e modulando un tono meditativo che porta la scrittura poetica a farsi strumento conoscitivo sia per efficacia di pensiero meditante che d’espressione linguistica; Transito all’ombra è un attraversare quelle regioni (insidiose) in cui l’io dell’autore ambisce a diventarenoi, la storia individuale riconoscersi in quella collettiva – a tal proposito i versi (la tivù tentò di) “rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio, distanziando in un limbo / di benessere le generazioni” sono emblematici della scelta fatta da Gianluca di riflettere, in poesia, sul tema del tempo storico e del rapporto tra le generazioni, ma anche la sua volontà d’esprimere un giudizio storico e culturale.

    Poi, dopo il racconto dell’infanzia, ecco il passaggio del millennio:

    VII.

    Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio. Da allora niente,
    una scomparsa, idee allusive.
    (pag. 24)

    Il “rumore del tempo” si riflette, sempre più intenso e presente, nell’esperienza personale, la coscienza individuale si apre alla storia a essa contemporanea cercandone le relazioni, compiendo un preciso atto di presa intellettuale sugli avvenimenti, facendo, qui, della scrittura non solo il momento della rappresentazione della realtà storica, ma anche della sua critica, rivendicando alla poesia, dantescamente mi vien fatto di dire, quella sua capacità di tenere ben aperto lo sguardo sul reale senza però lasciarsene fagocitare o subordinare, ma, usando i ferri del mestiere, dire per immagini, ritmi, variazioni d’accenti, scelte lessicali lo stare della mente pensante e poetante dentro la storia del proprio tempo. Esempio concreto in cui critica della storia, della società e della cultura s’incontrano sono i versi che estrapolo qui a seguire:

    VIII.

    (…)

    Avevamo cambiato le abitudini alimentari,
    il lavoro non ci seguiva a letto
    ed evitavamo i vecchi fogli.
    Il ragazzino preferiva il lettore di e-book
    per il viaggio, questione di comodità,
    un’accensione da seicento tomi,
    la memoria perdeva radiazione
    ed energia.
    (pagg. 26 e 27)

    Ripetiamoci, scandendoli bene a noi stessi, gli ultimi due versi: “la memoria perdeva radiazione / ed energia” – ribadisco che la rappresentazione di una determinata situazione è sempre collegata a una riflessione, riflessione sostenuta e alimentata da una scelta etica e da una cultura che, nel caso di Gianluca, è vastissima e abbraccia moltissimi campi del sapere (si vedano proprio qui, suCarteggi, per esempio le diverse parti, in continuo aggiornamento, in cui si articolano le sue “letture” e vi si riconosceranno molti spunti, riferimenti, orizzonti di Transito all’ombra); non sorprende, allora, l’enfasi posta sul ruolo della memoria né quella persuasiva metafora tratta dal mondo della fisica subatomica (radiazione ed energia) che esprime il cruccio e la preoccupazione di chi constata il “decadimento” della memoria, il suo trasformarsi in un immenso, indefinito archivio compulsabile “in rete” o, appunto, nella “memoria” di un dispositivo elettronico, ma non più preservata, coltivata e accresciuta dentro la mente umana. È chiara infatti l’idea sottesa all’intero poemetto: la vigilanza della mente è tutt’uno con la memoria, ma la memoria (individuale e collettiva) non è nostalgica contemplazione del passato, è, invece, lucida presa di coscienza sul passato e sul presente, incessante attività di riflessione dal passato al presente e viceversa, medium il linguaggio della poesia. E infatti:

    IX.

    Finì la storia, iperbole quarantennale
    di generazioni, micromode, subculture
    infiocchettate ogni dieci anni, sfumate
    in pura scia, ogni giorno, spuma.
    Si moltiplicarono i canali,
    le vicende, strali spuntati,
    puntate in serie, episodi senza trama.
    Il frammento punzecchiava gli occhi
    e lo stomaco e dava la nausea.
    (pag. 28)

    Il “frammento” è l’evidenziarsi e il farsi di un processo che al poeta appare negativo e, in tal senso, Transito all’ombra non è disgiunto dalla riflessione radicale avviata da Pound con i Cantose da Eliot con La terra desolata, continuata in Italia da Pasolinicon Trasumanar e organizzar e da Roberto Roversi con L’Italia sepolta dalla neve, da Elio Pagliarani con La ragazza Carla (ma non solo, ovviamente), e intendo riferirmi alla volontà di alcuni autori di confrontarsi con l’estrema complessità del mondo contemporaneo, che sembra davvero esplodere in migliaia e migliaia d’inafferrabili frammenti, sfuggendo a ogni tentativo di rappresentazione, eppure tale volontà poetica e poietica tende a dar vita a nuove idee e realizzazioni di poema, a una predilezione per la “forma lunga” che, nella sua difficile, insidiosa articolazione, sembra meglio corrispondere alla necessità di restituire all’architettura del testo il proprio ruolo. E Gianluca sente il bisogno di un’elencazione che incroci continuamente i due piani (memoria individuale e memoria collettiva) (mi sembra dantesca e poundiana questa scelta, pasoliniana e sereniana):

    X.

    Aprivano e chiudevano le frontiere,
    tutti in fuga sul brusio con altri fascismi.
    Il ricordo era una marea deflagrata,
    dalle miserie di un dopoguerra fisso
    al respiro del paesaggio,
    ai pic-nic sul divano davanti ai programmi
    grossi, alle immemori tribune elettorali.
    Nessuna medaglia olimpica, nonostante
    Alberto Cova, Panetta, le siepi d’oro
    di una rincorsa ad anello
    capovolto, nel doppio e triplo giro
    delle comete da orbite ripetenti.
    Le cosce delle ragazze, la scuola,
    il subbuteo e la compilazione
    dei tornei, generazione borghese
    d’almanacco, il primo pompino
    e la leccatina. Poi arrivò il disgelo,
    Tarantino alla marijuana, ricetta
    di fine millennio e inizio di altre lotte.
    (…)
    (…) a Ustica
    lo scandalo annegato dell’ultima
    guerra fredda. Tanto i focolai
    impazzano, s’inventano e furono
    torri a lasciarsi sgretolare nel riflesso
    radiale e parabolico. Nel focus
    miliardi d’impatti per giustificare
    un altro scempio nero, infine
    lo schermo spento.
    (pagg. 30 e 31)

    Si noti ancora la presenza dello “schermo”, ché in Transito all’ombra emerge quest’interessante confrontarsi da parte della scrittura poetica con lo strumento potentissimo della televisione (ma, direi, ormai anche del computer e dei vari tipi di dispositivi portatili), per cui il poeta messinese è pienamente consapevole del ruolo decisivo svolto dallo “schermo”, luogo contemporaneo del fare cultura (in qualunque modo quest’ultima venga intesa) e, comunque, in grado di cambiare in maniera profonda e radicale la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

    XI.

    Eccidio, omofobia, femminicidio,
    propaggini patriarcali,
    benvenute effrazioni del dolore
    sempre procrastinabili le scelte,
    ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
    Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
    la classe estinta in testate esiziali,
    chiacchiere esorbitanti, nausea.
    Ogni fatto morto, ogni effetto
    estorto. Il dato certo risorto
    in un battito irreperibile,
    aquile bianche beccano lo zolfo
    e il pietrisco dei Balcani;
    silenzio d’Europa e connivenza
    aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
    confezionate a triplo strato
    con pascoli di capre, markor, argali
    a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
    dei complotti. Piangevamo
    il distanziamento intellettuale,
    l’alibi e l’annientamento telecomandato
    di ras afroasiatici.
    Il seguito fu un’origine fragorosa
    di acronimi e sintesi verbali,
    geroglifici, emoticon, messaggi
    connessi in una trama arcipelago.
    Bottiglie da un territorio archiviabile
    (pagg. 32 e 33).

    Al termine della lettura dell’undicesimo testo si ha definitiva conferma non solo dell’attenzione minuziosa del poeta per la storia a lui contemporanea, ma anche della sua convinzione che la scrittura non possa essere separata dalla propria contemporaneità e, specificherei qui, Transito all’ombra è, contemporaneamente, libro in sé concluso e tappa di un percorso a lungo termine lungo il quale Gianluca intende mettere in atto la sua idea di poesia estremamente attenta agli accadimenti, impavida perché non teme di sporcarsi con le cose e con i fatti: per appartenenza generazionale e formazione culturale D’Andrea sa bene che deve fare i conti con l’eredità del Novecento e nello stesso tempo con la necessaria ricerca di un modo di fare poesia dentro un evolversi storico mutato e continuamente mutante rispetto al secolo breve; per questo quella di Transito all’ombra è una scommessa o un salto senza rete di protezione o un esperimento generoso e coraggioso – e scrivendo “esperimento” ho nella mente il verbo francese “essayer”, che vale “saggiare, scandagliare, provare” e anche “tentare” senza garanzie di successo, ma è questo, secondo me, uno dei meriti maggiori del libro (per questo parlavo di coraggio e di generosità), visto che la poesia del poeta messinese abbandona in maniera risoluta il porto sicuro di stilemi, temi e immagini collaudati.

    La seconda sezione (Dittico) è, in maniera del tutto coerente e consequenziale, una riflessione sull’identità del poeta, questione molto avvertita da Gianluca il quale appartiene a quella schiera di poeti convinta che il problema della responsabilità della scrittura non vada eluso (malgrado la smaccata marginalizzazione della poesia) e che il poeta stesso, in quanto persona-che-scrive, sia eticamente obbligato a interrogarsi su sé stesso e sul rapporto tra l’io, la scrittura e il mondo. Ecco com’è strutturato il dittico, posto non a caso tra il poemetto appena attraversato dalla nostra lettura e la successiva sezione:

    Trasposizione (o l’identità del poeta)

    Il fatto di essere non sussiste
    esiste l’essere come un fatto
    del sentire. Allora io sarà il nucleo
    per cui posso essere me stesso,
    non il triciclo abbandonato in strada
    accanto ai bidoni ustionati.
    Mia figlia pedala.
    Io è le mutande del ragazzo
    al semaforo che vende accendini.
    Dopo un giorno di lavoro
    brucio i fazzoletti abusivi
    e raccolgo parole da uno schermo,
    ustionato da tutti i contatti.
    (pag. 37)

    L’identità (o trasposizione del poeta)

    Sentiva di spostarsi e accadimenti
    intercedevano per lui che si spostava,
    sospinto dalla piena presenza
    di se stesso. Impercettibilmente
    ad agire era un moto secondario,
    che diventava consistente e si perdeva.
    Camminava pienamente.
    Si alternava in tutto il movimento
    la sensazione vera di non essere
    se non se stesso in contatto perenne,
    come accade nelle passerelle
    agli aeroporti dopo un giorno
    in piedi a calpestare i propri passi.
    (pag. 38)

    Direi che nei due testi viene messo in atto il tentativo di oggettivare (distanziare da sé, analizzare in modo freddo e rigoroso, anche impietoso) la questione; la scrittura di Gianluca è estremamente colta e avvertita (e questo è, per me, sempre un valore determinante e discriminante rispetto a tantissima letteratura – non credo nella poesia “istintiva” o “spontanea”, men che meno oggi, quando gli accadimenti e la realtà stessa pretendono da noi una presenza lucida e critica, avvertita e informata, non certo più o meno falsamente ingenua); accade così che, senza indulgere a una sorta di metapoesia (poesia su che cosa sia la poesia o come si faccia poesia), il Dittico, cogliendo la lezione di un poeta che so fondamentale per Gianluca, Bartolo Cattafi, si soffermi in queste poche pagine-cerniera sulla problematica del poeta in quanto io-vivente e in quanto io-scrittore (l’ego scriptor di poundiana memoria, appunto, ma anche quell’io su cui puntigliosamente s’interrogava Pasolini), portando a livello di coscienza il fatto che l’io possa essere e altro dagli oggetti (che può osservare con distacco) e tra gli oggetti immerso (subendone la presenza, le interrelazioni e da tutto questo venendo modificato); altro dato è l’ineludibilità dell’esperienza e della storia personali: in tal modo Gianluca mi sembra accettare il fatto che in poesia possano agire persone e possano essere rappresentati fatti legati alla biografia dell’autore, a condizione che questo sia il punto di partenza e non di arrivo.

    Dalla terza sezione, Immagini, i ricordi, andiamo ora a leggere

    La resa

    Sul viso queste linee perfette
    che la luce bagna appena.

    Linee dall’alto che sfaldano la luce
    ricadendo sulla bambina che dorme,
    sui lineamenti dritti, dolci, verticali;

    il viso della bambina è diverso
    cambia come il giorno
    come ogni giorno cambia
    per somigliare a se stessa, diversa,
    al diverso che cederà nel nulla
    che già l’accompagna, rendendo
    possibile la sua presenza attuale,
    eterna.

    Sul viso quelle linee perfette
    ogni giorno perfette nella loro incoerenza
    col perfetto che è sempre visione.

    La visione è qualcosa che si arrende;
    ancora, ogni tanto, combatto
    con la mia resa,

    la lingua diventa l’eco di un campo,
    una lancia sospesa nel lancio,
    non cade, salta.

    La resa non ha obiettivi,
    non sa definirsi, si bagna appena
    rendendo.
    (pagg. 43 e 44)

    Che cosa fa in questo testo l’autore siciliano se non, apparentemente scrivendo di sua figlia e della commossa contemplazione di lei da parte del padre, trasmettere in modo efficace il farsi della poesia? Si tratta di una luce che percorre e visualizza il cambiamento continuo, incessante del reale, per cui, paradossalmente e inaspettatamente, l’atto della poesia è una resa e la constatazione di tale resa, non nel senso che la poesia rinunci al suo grimaldello indagatore e conoscitivo, ma nel senso che proprio per continuare a essere presente a sé e al mondo essa deve arrendersi al fatto di essere un’eco della realtà – ma l’eco è anche un accrescimento o una risonanza del paesaggio e degli oggetti in esso presenti, una sorta di sonar o scandaglio che, secondo il principio di Heisenberg, non ci consentirà di conoscere in toto la realtà, ma che, comunque, ce ne restituirà una mappa di relazioni e di interrelazioni, una raffigurazione in continuo movimento, in costante transito.

    In tal senso è significativo un altro testo, il cui pre-testo è una visita all’Acquario di Genova:

    Acquario

    Passano le figure, inseguono gli eventi.
    Ombre, i bambini trascorrono
    in gesti, in un piede piegato o i passi.
    Gli uomini impiegano il tempo
    in frazioni strutturate,
    il movimento ha passioni e dolori
    e quadri che si aprono a brusii,
    flussi trapassati, sorprese
    negli scorci, membrane che respirano
    le azioni compiute;
    la giustizia si sposta nello stesso
    luogo, si sgrana in tempi impercettibili.
    (pag. 47)

    Molto interessante è che, anche qui, al di là dell’apparente referto di una scena usuale (la gita all’acquario), ci sia la riuscita messa in atto tramite la scrittura di una visione del reale che, secondo le più aggiornate interpretazioni fisico-matematiche, è strutturato in quanti che si muovono entro campi di energia, per cui la realtà quale appare ai nostri sensi (e lo si diceva poc’anzi) è frutto di relazioni in perpetuo mutamento, e sia il ritmo interno ai versi, sia le immagini presenti nel testo (si tratta delle vasche trasparenti dell’acquario pullulanti di forme di vita subacquee) sanno con efficacia restituire queste visioni marezzate e mai ferme che provengono dalla realtà che circonda l’io.

    Treviglio (la città in cui l’autore vive e lavora) e la Sicilia costituiscono due poli geografici del libro, anche se, vedremo presto, una delle prossime sezioni è dedicata a un andare nomade per alcuni luoghi d’Italia; eccola, la Sicilia, durante uno dei periodici ritorni estivi:

    Il fuoco (ritorno in Sicilia)

    Camminiamo tra muri con addosso
    le vicende di storie impossedute,
    i ricordi si accendono in istanti
    che dileguano dopo alcuni passi.
    Sento i silenzi di questi terreni,
    i campi bruciano in luce e miraggi,
    nessuna ombra proietta da persone,
    ombre stesse, fantoccini, memorie
    di spari e micce ad attentare. Facce
    mai nelle ombre incolte a ciondolare
    tra filari non identificati.
    Un passo avanti ancora nel frascame
    e si accendono ricordi e passioni,
    sogni, sale, in consistenza del fuoco.
    (pag. 49)

    Interessantissima, poi, la sequenza Trasporto stallatico in 3 movimenti, anche perché offre un esempio particolarmente riuscito d’una scrittura ch’espone volutamente sé stessa al rischio del passo falso, della caduta di tono o di gusto, e che, in maniera del tutto moderna e originale, tematizza la presenza del corpo, e dice di come il corpo, talvolta dimenticato, richiami l’attenzione della mente riconducendola al legame primordiale con il bisogno fisiologico, l’istintualità e la terra:

    O corpo glorioso, qualche santo
    dovrebbe provare amore per la
    tua merda.
    P. Valéry

    I

    Quel giorno in quel luogo
    desideravo la sosta,
    la città si misurava negli spostamenti.

    II

    Arrivò nel mezzo inaspettato
    l’odore primordiale.
    Bisogno dell’essere in stallo,
    l’essenza inventata,
    dall’uomo e il profluvio della locomozione.

    III

    Il bisogno sull’autobus
    che portava a Porta Garibaldi,
    con la soglia antica dell’escremento
    esposta alla corrente.
    Annusai la presenza
    improvvisa, l’alterità
    ferace differiva per fermare
    lo spostamento
    e invase la dimensione
    attraente della meta.
    (pag. 54)

    Il basso e l’alto si richiamano a vicenda, così come il volgare e il sublime, ancora di nuovo secondo il magistero dantesco, ancora di nuovo secondo un percorrere (un “transitare”) tutti gli stadi dell’esistere, ognuno di essi degno perché appartenente all’umano (si pensi alla ricerca di un artista come Anselm Kiefer):

    Nuvole sopra l’odore d’altezza (contraltare dinamico)

    Che può volere questa massa informe?
    V. Majakovskij

    Nuvole sopra l’odore d’altezza,
    stavolta è la mia vista
    a scegliere nel campo
    o erba o patate analogiche.

    Tutta quest’immaginazione ferve
    per desiderio di ritorno a quel luogo –
    sia casa, odore, raccolto, riposo,
    non si accontenta di nubi dall’alto.

    Sensetti magici che colgono
    dal mondo circostanze – sentore –
    l’anelito di quello interiore.

    Sentimento – parola rovinata
    che ributti le altezze aeree
    e le trasformi in grumi bianchi,
    in pallottole di gas da cui spuntano
    forme spumeggianti, pulite.
    (pag. 55)

    E il titolo mandel’štamiano del componimento a seguire introduce a un altro testo in cui l’odore è presenza alla mente di un’identità (in parallelo, si potrebbe seguire il tema dell’odore traverso le tre cantiche della Comedìa):

    Epoca

    Ancora il ricordo di bambini, ancora Beslan,
    tra l’Ossezia e il Canale di Sicilia nessuno spazio.
    Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe,
    mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi.
    Questi corpi oscillano tra le onde, nel sole,
    in questa primavera estiva, tra due continenti-gemelli,
    che rischiano il contagio dopo essere stati adottati
    da famiglie diverse, con diverse sventure.
    Eppure uguali nella stessa indifferenza
    che il terrore e milioni di ore
    ribattono sul sangue della terra
    in un solo mondo gravido di nascite
    e di altre ore.
    (pag. 56)

    La successiva sezione (Era nel racconto) trova nella scuola e nella sua quotidianità uno dei suoi cardini; propongo il testo seguente quale esemplare dell’impiego della scrittura per dare forma ed espressione verbale a momenti della giornata francamente poco confortanti; il centro del componimento e il colpo d’ala che riscatta anche la frustrazione sia personale che professionale sono i versi 8-10, i quali sono pure capaci di giustificare la dedizione alla scrittura, oltre che alla professione d’insegnante: in questi versi s’esplica la dignità della persona e la sua forza etica le quali s’oppongono risolute all’umiliazione di cui sono spesso vittime i lavoratori (qui si tratta di quelli della scuola, ma la cosa si potrebbe estendere ad altri campi professionali):

    Concorso (e alla fine, la fine del mondo)

    Il plesso, è ancora buio, non rispecchia
    l’idea che ho di Einstein, ma l’idea
    è marginale, il concorso è marginale,
    Vimercate è marginale.
    Vivo alcune ore in compagnia
    di docenti scalcagnati, come me,
    e aspiranti tali.
    Ricordo
    la possibilità di relazione e le persone conosciute,
    i ragazzi e i fantasmi dei ragazzi.
    La fine del mondo giunge di continuo,
    è l’attesa perenne, quotidiana,
    è Vimercate, Zingonia, Treviglio,
    Messina, tutto ciò che c’è tra loro,
    oltre loro.
    (pag. 60)

    E successivamente nella Luce nei viaggi (pag. 61) il poeta scriverà in chiusura del componimento: “(…) / i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi, / efficaci nella loro continuità e rapidità, nella loro incertezza” – troviamo qui una delle motivazioni del titolo del libro, evidentemente.

    La piccola Sofia, la figlia del poeta, è il legame vivo anche a livello carnale con il presente – e con il futuro; non è allora difficile riconoscere nelle parole rivolte a Sofia una sorta di dichiarazione di “poetica” esistenziale e letteraria:

    Lettera a mia figlia

    Cara piccola Sofia,
    non c’è mondo che si apre
    oltre la tua possibilità di vedere,
    per questo osserva tanto,
    comprendi i tuoi confini,
    ciò che senti ricordalo perché ti aiuti
    quando continuerai a scoprire sola
    la tua voglia di scoprire.
    Non ascoltare chi dirà che nulla
    è questa fine, perché sarà la fine.
    I tuoi giochi e la ricerca
    di un consenso sono l’umanità
    che è sola nell’individuo, corale
    nella necessità.
    Tutti siamo piccoli, Sofia,
    e abbiamo poco o niente da dire,
    eppure questo fiato, così buffo,
    è il dovere che ci unisce e dissolve.
    (pag. 63)

    Non so se Sofia sia una sorta di Beatrice per Gianluca, ma certamente proprio la bambina e anche la moglie dell’autore costituiscono due presenze femminili che l’accompagnano in questa sua andanza traverso l’Italia e anche oltre confine, disegnandosi all’interno di scenari urbani e animandoli o contrapponendovisi, stabilendo così un legame affettivo tra il poeta che osserva e il luogo osservato, ma anche tra il poeta che osserva e le persone osservate, ché molto spesso al centro dei componimenti sono proprio le persone, il loro muoversi, parlare, agire e interagire.

    Il poemetto Gli alberi, i ragazzi continua infatti e dilata una tale riflessione, ritornando inoltre sul tema della scuola e del rapporto tra insegnante e allievi (molto, molto a malincuore ne taglio dei passaggi, esso andrebbe letto nella sua interezza); non a caso la scuola (vi ho già accennato), i suoi ragazzi, le realtà personali con cui l’insegnante è chiamato a confrontarsi costituiscono un altro argine, bello e commovente, fondante e di valore del libro (e mi si perdoni, se possibile, il giudizio, lo so, estetizzante, ma credo che la bellezza, in questo lavoro, non sia un risultato da contemplare e di cui compiacersi, bensì un accadere e un processo in fieri, derivato proprio dalla scelta etica dell’autore, dal suo dialogare con le persone, con gli allievi, con la realtà); e in questo frangente mi piace riflettere su come Gianluca D’Andrea coniughi, a mio parere, le risultanze della cosiddetta “linea lombarda” con quella “borbonica”, anche vivendo nella propria biografia l’allontanamento dall’amatissima Sicilia e il convinto impegno didattico in una Lombardia che continua a essere meta d’ininterrotta immigrazione intellettuale dal Sud d’Italia: lo slancio verso il sogno e il fantastico si armonizza con il senso della realtà e della storia, l’aspetto diurno con quello notturno (proprio sette notturni chiudono il libro, vedremo). C’è una coscienza civile e politica ben vigile dalla prima all’ultima pagina, un’indomabile consapevolezza e non si dimentichi che l’intero libro si snoda nel segno dell’esergo di Mandel’štam il quale trova spesso puntuali contrappunti nelle citazioni da altri autori.

    Li fogghi si stracàncianu p’amuri:
    pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.
    Pasquale Salvatore

    Le schegge che da questo sopravvivere
    appaiono scomparendo nello schermo,
    nei display sempre accesi in cui gli occhi
    dei ragazzi sono immersi
    come radici in un campo.
    Un mondo germogliante e marginale
    che resta apparizione al desiderio
    di un’apparizione. Dove il contatto
    è un panorama collaterale
    il futuro insegue esempi,
    vene che provano la strada al tronco,
    al fiume in cui convergono correnti
    educate da altre correnti.
    Un circuito esatto, smisurato,
    un organismo che suscita il miracolo composto
    in una figura, nella sua parola.

    In una scuola di un quartiere suburbano,
    dove basso è lo scarto che separa
    i riflessi e il vero che la realtà concede,
    mi sorprendono mille vicende,
    eventi fondanti, si diceva una volta,
    emergenze che si fissano nella memoria.
    Dai gesti alle urla nella classe il gioco,

    gli insulti e le mani dipendenti da qualcosa di più ampio –
    rami che si incrociano e uomini che abbandonano
    i nodi a cui si avvolgono –
    gli sputi di una ragazza ancora bambina
    è la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza.
    I germogli della strada rastrellati in una rete
    sondabile, nenia inconsapevole
    che affonda in questo luogo
    di forte agnizione.
    (…)
    Gli oggetti sono insieme all’uomo,
    lo attraggono, lo sferzano, continuano
    la loro funzione protesica,
    eppure brilla altro sulla superficie,
    è la vita nelle relazioni che i viventi
    utilizzano con i loro strumenti.
    I ragazzi non lo sanno,
    li distruggono,
    introiettandone la fine.
    (…)
    Alcuni frutti maturano, le generazioni
    si manifestano in curve e pieghe,
    simulo un’altra vita, mi adopero per allontanare
    la consapevolezza di morire –
    mi lascio trascinare da un cosmo
    che si dissolve nell’evidenza
    di essere dissolto.
    L’albero ravviva i suoi colori,
    cosmesi, radice –
    le ragazze mascherano l’entropia,
    l’abbandono radicale che le genera,
    candidamente, la sofferenza
    di una famiglia disintegrata
    da un habitus d’origine, ecco il trucco:
    si assottigliano al sistema e aderiscono
    agli eventi fino a fuggire dentro schermi
    che oscurano nuove affezioni, o nuove agnizioni.
    (…)
    Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità
    e la risposta rimane un miraggio.
    Loro fuggono nel loro universo, il mondo
    è ricco di aperture e membrane,
    i nostri universi si divorano, tangenti
    o assiderati dal contatto fino a che appare
    una scia che ti forza nei quartieri,
    ai margini semivivi o in simbiosi con la morte.
    (…)
    L’eventualità di un lavoro o, remoto,
    un percorso di studi.
    In questi desideri e nello sconforto,
    si avvolgono i racconti dei piccoli eroi,
    raccolti alle radici, intrecciati
    al fermento, alla rinascita.
    (pagg. 64 – 68)

    Amo davvero molto, in questo libro, gli slanci intellettuali ed etici di cui la scrittura dell’autore messinese è capace, perché si tratta di una maniera di scrivere che vuole, in tempi barbari e rassegnati, riaffermare la necessità di un empito generoso e totalmente umano – non voglio essere banale, ma il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà di gramsciana ascendenza trovano ora una possibile manifestazione in poesia, facendo della scrittura anche un fatto politico, vale a dire quel riflettere e persino quel cantare, dentro la polis contemporanea, per le vittime e i deboli, contro gli atti mostruosi dei responsabili della violenza, dell’emarginazione, dello sfruttamento.

    Efficace risulta, così, la metafora delle Zone recintate come s’intitola la parte successiva del libro, ancora una volta una polis antiumana e concentrazionaria, ma abitata da menti che praticano il pensiero e la parola:

    II.

    Non è perfetta la resa,
    è il paradiso del resto
    una visione spalancata
    sull’essere noi
    e il desiderio di non esserci.
    Prendi il pensiero che si svolge
    e riflette atrocità di passaggio,
    a volte improvvisa una traccia,
    un buco di raccapriccio
    che si allarga in un movimento
    e cade rapido, immaginifico,
    un gravitone nel suo attraversamento.
    (pag. 72)

    Bellissimo il titolo del poemetto Braccare lo spazio, Giotto nel quale in una serie di testi sia in prosa che in versi Gianluca racconta di un viaggio familiare che tocca diversi luoghi d’Italia e che avrebbe dovuto culminare in una visita (mancata per una banalissima ragione) a quel vertice d’arte e di pensiero ch’è laCappella degli Scrovegni; l’aspetto interessante è che i minuscoli fatti del viaggio, anche quelli apparentemente privi di bellezza o di dignità memoriale, accadono nel segno di un tale desiderio di bellezza:

    Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.
    Jean-Luc Nancy

    Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
    Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
    Mi piace condividere con voi immagini e versi perché si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
    Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.
    (pagg. 76 e 77).

    Il breve poema in prosa che racconta della mancata visita allaCappella degli Scrovegni, di conseguenza del mancato omaggio che pure il poeta siciliano ardentemente desiderava rendere al grande pittore fiorentino, ai miei occhi assume la valenza di un ulteriore richiamo anche a Dante, e intendo dire che il testo di Gianluca mi sembra essere un umile e perciò stesso tanto più nobile e originale modo di riconoscere l’inattingibilità per noi epigoni della grandezza dei due Maestri, grandezza cui, però, continuiamo a ispirarci e che cerchiamo, seppur in minima parte date le nostre forze, di travasare nei nostri lavori – ché la scrittura stessa è un ininterrotto transitare e l’ombra è la presenza costante della morte dentro l’esistenza individuale e della violenza dentro la storia collettiva, il margine di buio irrisolto che s’annida nelle nostre vite, ma anche quella gettata su di noi appunto dai grandi, nel cui “cono” ci nutriamo e cresciamo.

    VIII. Perugia (sud?)

    Sprofondava dentro se stessa
    proprio quando arrampicarsi
    fu più comodo. Scale mobili
    (italiche?) conducono nel cuore
    di Paolo III – quello di Tiziano
    sprofondato a Napoli. Sempre
    in profondo, Rocca Paolina riemerge
    da viscere etrusche in vesti pontificie,
    in versi lucchesi. I giardini ottocenteschi,
    però, sconfinano in un panorama
    rupestre; edifici fanno capolino
    dalla storia, come funghi indigeribili.
    Noi passiamo – Corso Vannucci, il Perugino,
    Via dei Priori – e sbuchiamo, lontani
    nelle ere, davanti ai gesti tipici.
    Mia figlia, in piedi, gioca
    con i suoi impulsi, scommettendoli
    su uno schermo microscopico.
    (pag. 83)

    A questo punto (non voglio stabilire un’eventuale filiazione o derivazione o subordinazione del lavoro del poeta siciliano da e a modelli preesistenti, ma dire, propriamente, di un alveo fecondo e stimolante entro cui Transito all’ombra si colloca) a questo punto voglio sottolineare che, leggendo alcune pagine del libro, ci si sente accompagnati non solo da Dante, ma anche da Fabio Pusterla (Aprile 2006. Cartoline d’Italia), da Vittorio Sereni(L’Italia una sterminata domenica), da Franco Buffoni (penso, in particolare, a certe soluzioni e a certi temi contenuti in Roma), (Pusterla e Buffoni sono, inoltre, due persone che molto concretamente hanno seguito il farsi di Transito all’ombra), senza dimenticare le concomitanze dantesche con Luzi o con Zanzotto, né la ricerca intellettuale e di scrittura, perfettamente contemporanea al libro di Gianluca, di autori come Marco Giovenale o Giovanna Frene, interessati a un percorso attraverso l’Italia che è sia geografico che storico e sempre usando lo strumento acuminato, flessibile e inventivo del linguaggio.

    In perfetta corrispondenza con la prima parte del libro, ecco ora unAltro dittico:

    I.

    (…)
    Immagino pomeriggi nella stanza
    di mia figlia, giocando disteso
    sul lettone con lo stetoscopio
    nell’orecchio. Gli auricolari trasmettevano
    una scansione sconosciuta,
    il battito è volgare, la musica
    lenta che sconfina nel rumore
    e la morte avvertita nelle pause.
    Il suono ricomincia a punzecchiare
    i sensi. Pregno d’inserzioni, sono
    la sensualità che non avverto,
    il sigillo del movimento intimo
    e la mia firma un essere fluttuante
    che si aggira frenetico per le stanze,
    la forza centripeta, filiale.
    (pag. 87)

    II.

    E l’abbracciai quella forza
    che mi scosse, mutuando dall’inerzia
    un fruscio, poi il tocco della pelle,
    l’odore di luce liquida –
    e la rosa? – che spegne tutti i sensi,
    il fatto che i capelli sono brividi,
    provocano delicatezze sensuali,
    niente di casto ma un limite
    che solo il pensiero – e la cultura? –
    rende invalicabile.
    (…)
    (pag. 88)

    Come ogni lettore può constatare, riemerge il tema del rapporto con il mondo attraverso i sensi, lo strutturarsi dei nostri processi psichici tra conscio e subconscio, con quell’affermarsi, forte e decisivo, del pensiero e della cultura i quali, mi sembra, costituiscono l’asse portante del libro.

     

    Il notturno è genere musicale (e letterario) legato al concetto e alla pratica della riflessione; eccone alcuni dalla sezione conclusiva,Notturni, appunto:

    II.

    Il freddo taglia la luna,
    notte di fine autunno
    prima di un altro sguardo
    alla bambina addormentata.
    Le linee e la grazia
    arrivano da molte zone.
    Un film muto, la donna si addormenta
    come svegliarla o avvicinarci al riposo?
    La notte si addormenta in noi,
    parlerò forse
    della forza immaginifica nell’aria.
    Il mondo può crollare.
    (pag. 92)

    III.

    L’ambiente corre, poche
    vicende, non vedo animali.
    Il passato non vivente annienta
    la nostalgia. Passano in tempo,
    gli schermi e il controllo
    dopo la vista, pochi contatti.
    L’atmosfera impassibile
    vibra nel cielo scabro.
    (pag. 93)

    IV.

    (…)
    La distanza è un presentimento
    di protezione e cura.
    (pag. 94)

    VII.

    Caldo nel buio il sapore
    e la lontananza nell’immagine,
    è sapere la violenza
    e contaminare e inviare a niente.
    La luce dietro la tenda
    voci video, presenze tratte
    mentre ci accampiamo nel semibuio.
    (pag. 97)

    Con questi versi termina Transito all’ombra, ma si noti come vi sia insita proprio un’impressione di transizione, di attesa e di passaggio al nuovo libro che sta maturando, anche grazie a quei luoghi riassuntivi, nel testo, dell’intero volume: “la lontananza nell’immagine”, “sapere la violenza”, “voci video”, “presenze”, “mentre ci accampiamo nel semibuio” – è quello che abbiamo letto finora, i concetti portanti della scrittura di Gianluca, in particolare quel “sapere la violenza” che esprime la coscienza piena di cui si fa veicolo la scrittura in versi e ancora una volta non posso non pensare alla lezione dantesca, visto che, a ben pensarci, il viaggio rappresentato nella Comedìa porta il poeta a contatto continuo con colpevoli o con vittime di violenza, visto che l’Inferno è il luogo in cui si raccolgono tutta la volgarità, l’offesa, lo stupro perpetrati da esseri umani su altri esseri umani e sul mondo, e che la scrittura possiede la capacità di misurarsi con l’inferno; e quello dantesco è un transitare per i tre regni ultramondani che non sono altro se non tre stadi, spesso compresenti, dell’esistere e della storia.
    Le fotografie che corredano l’articolo sono di Letizia Battaglia e restano di sua proprietà; i rispettivi titoli sono:Nella spiaggia dell’Arenella la festa è finita, 1986; Marta, 2009; Rielaborazione, 2003; Le ortensie, Trapani, 1992;Quartiere Albergheria, 1977.

  • 10Mar2017

    Grazia Calanna - lestroverso.it

    Gianluca D’Andrea e la dimensione relazionale della parola poetica

    Suggestioni prosastiche animano un fittissimo reticolo di ricordi, «senza nostalgia». Lucidissime, le memorie intime intrecciano le memorie collettive fotografando accadimenti implacabili, epocali, «Il ragazzino preferiva il lettore di e-book / per il viaggio, questione di comodità, / un’accensione da seicento tomi, / la memoria perdeva radiazione / ed energia».

    Rievocazioni (anche) olfattive, sovviene Proust. Conduttori sensoriali, gli odori, sconfinamenti nel mistero trasfigurante della poesia. Come scrive Fabio Pusterla, direttore della collana di poesia “Le ali”, edita da “Marcos y Marcos”, «lo spazio e il tempo della raccolta hanno nomi e confini: l’Italia, tra Messina e Treviglio, il secondo Novecento e le sue crudeltà sottaciute; e tuttavia queste coordinate sfumano a tratti in altri tempi e in altri spazi più immani». Parliamo di “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea, uno dei fondatori della rivista Carteggi Letterari (in rete da febbraio 2014), per il quale si occupa di critica, nonché responsabile della collana di poesia della Casa Editrice omonima (Carteggi Letterari – Le Edizioni). Ha pubblicato: Il Laboratorio(Lietocolle, 2004); Distanze (2007); Chiusure (Manni, 2008); Canzoniere I (L’arcolaio, 2008);Evosistemi (Edizioni L’Arca Felice, 2010); [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013); Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016).

     Qual è il ricordo legato alla tua prima poesia?

    «Non saprei, perché principalmente dovrei ricordare quale sia stata la prima poesia e iniziare da cosa fosse per me la poesia allora. In realtà il punto è quello che Zanzotto in un’intervista definisce «prospettiva rastrellante che porta in un punto di fuga; qualcosa che spiazza il senso dell’ovvio, del banale e di tutto ciò che è comune», ecco io non ricordo nel mio passato nessuna “prospettiva rastrellante che spiazza il senso dell’ovvio”, ma ricordo le mie riflessioni sull’essere “comune” o “banale”, nel senso che a questo termine ha affidato Jean-Luc Nancy in La città lontana, e che hanno fatto scaturire, tra gli altri, questi versi: «vivevano i rapporti / e tutti carezzavano le ossa / i nervi rigenerati. / Occhi d’ardesia sui quali incidevano / i ricordi».

    Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

    «Su questa domanda non ho molti dubbi. In poesia, come forse per molti della mia generazione, per me fu rivelatorio leggere a vent’anni l’antologia completa delle poesie di Valerio Magrelli edita da Einaudi nel 1996, soprattutto Ora serrata retinae. Da allora in poi i legami che si sono più “consolidati” sono stati con Wallace Stevens (conosciuto durante il lavoro preparatorio alla mia tesi di laurea su Magrelli) e Andrea Zanzotto. Un’assiduità che può essere paragonata solo a quella con Dante. Altri importanti riferimenti sono alcuni filosofi, principalmente Jean-Luc Nancy. Tra i poeti in lingua italiana contemporanei apprezzo molto Fabio Pusterla e Franco Buffoni.

    Qual è – nell’arco della giornata – il momento ideale per dedicarsi alla poesia (alla scrittura)?

    «Ecco, più che alla poesia, che può arrivare in qualunque momento, forse il periodo della giornata che mi permette una maggiore concentrazione è la sera prima di addormentarmi e dopo aver letto qualcosa a mia figlia per aiutarla a sua volta ad addormentarsi. In questa dimensione di rilascio della tensione riesco a produrre un po’ di scrittura sulla poesia e qualche riflessione sul tempo in cui ci troviamo a vivere.

    Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

    Su “L’Estroverso” del 6 novembre 2016 parlavo della poesia come del «concretarsi di un’ombra attraverso un’immagine», probabilmente facevo riferimento al segno e al senso che sembra poter derivare dalla sua traccia. O meglio dal tracciato che sembra definirsi da tutta l’arbitrarietà che nel segno è implicita. Forse per ovviare a quest’arbitrarietà la poesia cerca un contatto con il reale, desidera rendersi partecipe della sua trasformazione, e qui ritorna Zanzotto, “spiazzandone il senso dell’ovvio”. Certo, per far questo il segno non può bastare a se stesso e la ri-scrittura del reale non può non abbracciare anche la dimensione di una storia collettiva che il secolo appena passato aveva fatto in modo di cancellare dalla prospettiva dell’individuo. In ogni caso, per “concretare” il segno in direzione “collettiva”, “comunitaria”, per ricondurlo al suo “fuori dal comune”, occorre riconsiderarlo dentro la cornice che lo rende possibile: «Ma come io possiedo la storia, / essa mi possiede; ne sono illuminato: // ma a che serve la luce?», ecco, forse in questa domanda “assoluta” di Pasolini si gioca il senso della poesia “attuale”.

    Quando una poesia può dirsi compiuta?

    «Vi sono stati mai degli Eroi?», questa domanda di Foscolo potrebbe fare da pendant alla domanda sulla compiutezza della poesia. Una poesia non può essere compiuta quasi per definizione, perché la sua parola è una ri-creazione continua di senso. Il suo essere “comunemente” incompiuta è il suo modo di esistere nel reale, per ritornare alla riflessione precedente. Non risponderebbe alla sua necessità di riattivazione continua di senso se si adagiasse sulla sua “conclusione”. In questo caso veramente emerge la dimensione relazionale della parola poetica, la sua esigenza di lettura, la sua necessità di un lettore.

    La poesia può (e se può in che modo) restituire purezza alla parola? Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

    Non so quale possa essere l’incarico della poesia. Forse una delle sue verità potrebbe essere quella di non dover essere “pura”. È quasi un controsenso pensare a una parola cui si debba restituire un certo nitore, una pulizia che non ha mai posseduto perché in continua trasformazione nella “sporcizia” del tempo e del reale. Chiudendo il cerchio, la parola della poesia ha il dovere di continuare a tracciare un percorso di resistenza all’uniforme e di trasporto al difforme, sempre per lo stesso motivo della pluriattivazione del senso già emersa nelle risposte precedenti.

    Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo nel quale all’occorrenza trovi rifugio/conforto?

    «The dreadful sundry of this world», un solo verso da O Florida, Venereal Soil di Wallace Stevens, non per conforto però, ma perché mi ricorda la potenzialità del mondo di potersi trasformare in una spaventosa accozzaglia, come forse è stato e continua a essere. In genere mi immergo molto volentieri nella miniera di Stevens, spuntano sempre gemme misteriose.

    E, ancora, se “Il cielo si perde dopo lo sguardo”, la poesia può colmare il divario tra l’uomo e l’ignoto?

    Non penso che la poesia abbia il compito di colmare dei vuoti, non ha nessuna funzione consolatoria. Se ha anche il valore di un percorso di conoscenza, allora qualche velo l’ha già tirato giù.

     

    Per concludere, ti invito a scegliere (riportandola) una tua poesia (da “Transito all’ombra”) per salutare i nostri lettori.

    Mi piace riportare il Dittico che parla dell’identità del poeta e della sua trasfigurazione:

    Trasposizione (o l’identità del poeta)

    Il fatto di essere non sussiste
    esiste l’essere come un fatto
    del sentire. Allora io sarà il nucleo
    per cui posso essere me stesso,
    non il triciclo abbandonato in strada
    accanto ai bidoni ustionati.
    Mia figlia pedala.
    Io è le mutande del ragazzo
    al semaforo che vende accendini.
    Dopo un giorno di lavoro
    brucio i fazzoletti abusivi
    e raccolgo parole da uno schermo,
    ustionato da tutti i contatti.

    *

    L’identità (o trasposizione del poeta)

    Sentiva di spostarsi e accadimenti
    intercedevano per lui che si spostava,
    sospinto dalla piena presenza
    di se stesso. Impercettibilmente
    ad agire era un moto secondario,
    che diventava consistente e si perdeva.
    Camminava pienamente.
    Si alternava in tutto il movimento
    la sensazione vera di non essere
    se non se stesso in contatto perenne,
    come accade nelle passerelle
    agli aeroporti dopo un giorno
    in piedi a calpestare i propri passi.

  • 09Mar2017

    Lucia Castagna - Leggere:tutti

    Un poeta è un naufrago nell’universo

    Poeta, critico, traduttore, innamorato delle parole, del suono e del ritmo che riescono a trasmettere, Gianluca D’Andrea è nato quarant’anni fa a Messina ma…

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  • 28Feb2017

    Gianfranco Fabbri - puntocritico2.wordpress.com

    La traversata dei tempi. Recensione a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea (Marcos y Marcos, 2016)

    La prima sezione di “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea, “La storia, i ricordi”, è dominata dal tempo imperfetto. Questo tempo ci dice di un passato ancora in essere – una stagione fatta di rivisitazioni legate ancora ai trucioli del presente – , in cui l’evocazione non pare insolvibile, ma sembra penetrare nelle fibre di un qualcosa che ancora non sia uscito dall’interesse problematico di chi narra. Gianluca, qui, affronta l’appena trascorso, facendo suo il concetto proustiano della madeleine.

    Infatti, attraverso l’odore dei luoghi, dell’immondizia nei cortili e del corpo acerbo degli adolescenti, il poeta ci dà buon passaggio conoscitivo in direzione delle proprie istanze formative – i primi baci, le insuperabili ansietà dei rapporti sessuali di chi non ha doppiato ancora il primo percorso dell’e-sperienza.

    Il tempo imperfetto, però, talvolta precipita in verticale, verso un passato remoto, laddove l’accadimento è un punto soltanto che fa trasparire, tra le nebbie della mitologia, gli idoli coevi: Maradona e il gioco del calcetto nei campi parrocchiali, che tanto, ancora oggi, ricordano le estetiche neorealistiche della periferia di una Roma pasoliniana.

    *

    La scrittura. Lo stile crea un sistema fibrillante che spesso evita l’accoglienza diretta di una fòla immediata. Gian Luca crea, in tal caso, una specie di aspettativa alimentata dalla reticenza. Il bilanco è tutto quanto blindato alla facile lettura. Ma non sempre; quando la penna si abbandona al sanguigno trasporto dell’urgenza, è possibile godere di quadri di serena compostezza e trasparenza:

    … “ un padre torna con un sacchetto, / nell’altra mano, la figlia / stringe (o è stretta), / accanto un’auto calpesta foglie. / …

    … “in balcone marcivano alcune sere / nocive e l’acero resisteva / ai dibattiti xenofobi / rosseggiava /” …

    **

    Nella sezione “Immagini, i ricordi”, la forma nulla può contro il trascorrere dello spazio. Qui il tempo oscilla tra un blando imperfetto e un presente che da quel passato è sradicato. Si colgono elucubrazioni di lampi di luce rifratta, di possibili perfezioni che mutano con notevole velocità il punto di vista:

    … “Il viso della bambina è diverso / cambia come il giorno / come ogni giorno cambia / per somigliare a se stessa, diversa, / al diverso che cederà nel nulla /” …

    La riflessione è il cardine di queste pagine. Si passa dagli alunni in classe all’anziano che nel parco legge il quotidiano tra i bambini che giocano. Non vi è narrazione; piuttosto si avverte il viluppo dei pensieri che identificano il fotogramma della scena. L’esito è ragionativo, come del resto anche nello scatto nitido su altri elementi, come il fuoco, il temporale estivo e gli autunni di interni esistenziali.

    **

    Dalla sezione “Era nel racconto” ci è piaciuto estrapolare questo frammento:

    … “Vivo alcune ore in compagnia / di docenti scalcagnati, come me, / e aspiranti tali /” …

    L’esempio è utile a rendere l’intero testo come un piatto misto; alle riflessioni vengono agganciate, come vagoni di un treno, piccoli scampoli di caratura narrante. La temperie, infatti, non è più segnata dal corredo di foto messinesi, ma si dipana nella mesta Lombardia della stagione nuova del poeta. La costruzione metrica ed emotiva è identica alle prime pagine: differisce soltanto lo scenario di città inedite come Zingonia, Treviglio o Vimercate. Il tempo al presente è così del tutto risolto ed è privo di note evocanti perché si nutre di ciò che il poeta vede e metabolizza nel momento stesso in cui produce la scrittura. I personaggi a lui ideali sono quelli della quotidianità giornaliera (la piccola Sofia, sua figlia, e i giochi di questa, con i quali Gianluca rivive le atmosfere della propria fanciullezza).

    Insomma, per concludere, è a questo punto che l’autore comprende il giro di vite delle proprie stagioni. I tempi grammaticali, però, non riguardano solo lui, ma servono da paradigma ad ogni uomo. La lezione alla collettività solleva l’opera letteraria dal mero senso personale al senso oggettivo ed assurge a lezione e insegnamento per tutti.

     

  • 05Feb2017

    Grazia Calanna - La Sicilia

    Memorie al di là dell’individuo e del tempo

    Suggestioni prosaiche animano un fittissimo reticolo di ricordi, “senza nostalgia”. Lucidissime, le memorie intime intrecciano le memorie collettive fotografando accadimenti implacabili, epocali, “Il ragazzino preferiva il lettore di e-book / per il viaggio, questione di comodità, / un’accensione da seicento tomi, / la memoria perdeva radiazione / ed energia”.

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  • 25Gen2017

    Gianluca D'Andrea - www.carteggiletterari.it

    Carteggio XXXVI e LETTURE di Gianluca D’Andrea (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di “Transito all’ombra”

    Il 3 gennaio 2017 Vito Bonito mi ha inviato tre foto in cui sono “registrate” le sue parole scritte “a penna” suTransito all’ombra. Quale miglior auspicio, allora, per “ricomporre” un carteggio – l’ultimo risale a luglio 2016 [qui] e parla ancora di ritorni, case, dimore e può collegarsi a quello che Cecilia Bello Minciacchi dice a proposito del “dimorare” che interessa tanto a Vito e che emerge nella sua ultima raccolta, Soffiati via, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2015: “«nessuna dimora nessuna» (p. 66), verso ancora più asfittico, chiuso com’è nella negazione reiterata che toglie ogni speranza di rinvio o di proroga: questo significa, «con Derrida, la parola enigmatica dimora, che riconduce al latino demorari (de e morari) e a quel senso di attesa e di ritardo che si porta dentro»” (C. Bello Minciacchi, Campioni # 11. Vito M. Bonito, in Doppiozero, 07 settembre 2015).

    A me non resta, allora, che continuare a riflettere sulla “NON-CASA”, riflessione che forse lega i miei pensieri a quelli di Vito, come mi è già capitato di fare in Carteggio XIX: Heimat – Stimmung (10 settembre 2014): Un “transito” che è anche un “soffio”, insomma, che può condurci alla fine di una presenza e, chissà, a un nuovo riconoscimento.
    Una LETTURA, la mia, che parla di una ripetizione, ma prima ecco le foto-parole di Vito Bonito:
    LETTURA (21): LA NON-CASA di Gianluca D’Andrea

    «colui che ‘immagina’ ora diventa propriamente colui che ‘registra’, poiché, per rimanere all’altezza di se stesso, cerca di tenere il passo di ciò che ha fatto e dell’incalcolabile potere che egli ha acquisito attraverso il suo fare, potere che però lo sovrasta».

    (Günther Anders)

    Il potere di essere liberi di fare ci rende schiavi di questo stesso potere. Il pensiero di Anders è ripreso nel 2014 da Byung-Chul Han per il quale il potere, il poter fare, non ha limiti e paradossalmente ci costringe a fare, trasformandoci in “figuranti”, soggetti sottomessi alle dinamiche di un “potere” più strutturale di altri poteri, perché intimo, scelto (vedi Byung-Chul Han, Psicopolitica, 2016).
    «Passano le figure, inseguono gli eventi» (Acquario, inTransito all’ombra, p. 47) e non trovano requie, non trovano una dimora; nel “vuoto”, eppure, risiede qualcosa, un’angoscia. Un po’ come in Heidegger, più che “fuori-da-casa”, però, l’essere è immerso in una “non-casa” che individua la nostra distanza dal contesto proprio nella nostra presenza in continuo transito, qualcosa che ci soffoca proprio quando più ampie ci sembrano le prospettive. La libertà che ci costringe a re-inventare lo spazio svuotato da responsabilità, se non le nostre: questo è un terror panico provocato, però, dalla libertà manipolatoria dell’homo technologicus che sente il peso del potere (dovere di tracciare un percorso senza fondamenti, senza una mappatura già acquisita che possa indirizzarlo. Ecco, il nostro essere senza indirizzo ci limita a una continua trasformazione («di trasporto, di trasposizione o di trasmutazione», dice Nancy inL’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 45) con cui dobbiamo fare i conti senza possibilità di ristabilire una tregua col mondo, perché immersi, anzi compartecipi e sempre più spesso protagonisti, della sua metamorfosi.
    Forse uno degli sforzi più plausibili, in questi tempi trapassati (come sempre d’altronde, è caduto anche il confine tra finito e infinito) è quello del ricordo, perché possa riverificarsi una nuova narrazione, ma anche la memoria è a rischio perché è implicita una volontà, una scelta, nel selezionare i ricordi. Forse è il momento di correre questo rischio:

    «senza memoria d’immagine,
    noi lontani da sempre
    pronti ad abbandonare la non-casa
    la certezza di affacciarsi
    in altre distanze, non nostalgia
    di un luogo che è lo stesso,
    sempre un altro».

    (Transito all’ombra, p. 29)

     

  • 19Gen2017

    Francesca Matteoni - www.nazioneindiana.com

    Tre poesie di Gianluca D’Andrea pubblicate su Nazione Indiana

    La storia, i ricordi

    III.

    Il pettirosso e il piccione spartivano
    i quadrati di spazio nel cortile.
    Il cibo sono le tovaglie scosse,
    l’aria riposta e tutte quelle briciole

    che volano, mentre un tanfo da sud
    mi ricorda la strada dei rifiuti,
    il loro essere raccolti in sacchi,
    incubati, prodotti, mai smaltiti.

    Dal mare, poi, la brezza arriva dolce,
    sul viso la carezza si trasforma,
    da dietro, come un impaccio, colpiva

    il libeccio e il respiro, diventando
    lezzo, poteva adesso riportare
    il messaggio lontano della fogna

    che, muta e pregna, vomita nel mare.

    VII.

    Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio. Da allora niente,
    una scomparsa, idee allusive:
    mura tra virtù fibrose,
    connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
    Il campo è coperto di residui,
    la polvere aspetta l’acqua che la copre.
    Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
    senza il coraggio della presa,
    volte e architravi e solchi
    e tranci di cielo rosa.
    Parlavamo minimale o tronco,
    in astratto, di traiettorie interstellari,
    membrane, lacci e buchi,
    quante soluzioni per le mani,
    proteggemmo persino i liquami
    che intanto scorrevano nei parchi,
    nei campi.
    Per anni osservammo le nuvole
    accompagnando ai pronostici
    le previsioni meteo e uscivamo
    cercando di portare a casa la pappa;
    un padre torna con un sacchetto,
    nell’altra mano la figlia
    stringe (o è stretta),
    accanto un’auto calpesta le foglie.
    Ci accampammo per alcuni giorni
    tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

    ***

    Lettera a mia figlia

    Cara piccola Sofia,
    non c’è mondo che si apre
    oltre la tua possibilità di vedere,
    per questo osserva tanto,
    comprendi i tuoi confini,
    ciò che senti ricordalo perché ti aiuti
    quando continuerai a scoprire sola
    la tua voglia di scoprire.
    Non ascoltare chi dirà che nulla
    è questa fine, perché sarà la fine.
    I tuoi giochi e la ricerca
    di un consenso sono l’umanità
    che è sola nell’individuo, corale
    nella necessità.
    Tutti siamo piccoli, Sofia,
    e abbiamo poco o niente da dire,
    eppure questo fiato, così buffo,
    è il dovere che ci unisce e dissolve.

  • 15Gen2017

    Gian Ruggero Manzoni - www.carteggiletterari.it

    “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea – Segnalazione di Gian Ruggero Manzoni

    Il transito “clandestino”, nei chiaroscuri dell’essere, di Gianluca D’Andrea, diviene la grande metafora dell’Italia dagli anni ’80 ad oggi, ma non solo, anche quella di un’Italia di sempre in cui la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo, perché, l’insieme porta in sé ben poche verità, al contrario di ciò che invece l’individualità (l’individuo), tramite memoria, ricordo, rievocazione, linee tracciate fra l’oggi e il domani, e il domani e il trascorso, può condurci a delle autenticità di analisi che si avvicinano, molto, e infine, a quella che è stata la realtà dei fatti.

    Operazione oltremodo interessante quella che D’Andrea ha condotto entro questa sua ultima raccolta in cui la dicotomia “lirismo” e “narrazione” trovano una convergenza, o, meglio, approdano a un terza via, quella del dirsi e del dire senza che canoni e neppure linee di tendenza inciampino l’andare. Perciò originale, perciò molto personale, risulta l’insieme, in cui la nostra penisola, l’essere del poeta e il nostro essere si avviluppano assieme, alla pari dei serpenti riportati in copertina, nel bel disegno di Luca Mengoni, i quali si vanno ad attorcigliare a gambe che, comunque, tentano il passo, senza che gli stessi quindi lo vadano a impedire per intero. Simbolico il tutto, come simbolico il procedere di D’Andrea, che per nulla si arrende a quello che di misterico la nostra storia ci ha consegnato e ci continua a consegnare. Poi le impennate di tono, qua e là, certe tensioni, certe rasoiate, che conducono il corso … il transito … a livelli maggiormente accusatori, oppure a planate struggenti di sentimento, ad atmosfere ritrovate, ad affetti familiari, a un sud e un nord che delineano i caratteri del poeta, siciliano di nascita ma lombardo d’adozione. Quindi i luoghi della riflessione, tipici della provincia, non certo della metropoli, i richiami diretti a personaggi, parole, lessici attuali, e di nuovo il tornare a rivangare modi esistenziali e letterari che furono e che quindi hanno dato forma al nostro presente, e ancora altre stoccate verso un futuro che s’incarna nella figlia oppure nel rapporto che egli ha, quale insegnante, coi giovani allievi che segue.

    Fabio Pusterla ha scritto nella nota introduttiva alla raccolta: “Nervoso nella lingua e nello stile, nervoso nello sguardo che getta sulle cose, il Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea procede lungo uno stretto crinale, uno spartiacque tra io e mondo, destino individuale e storia collettiva, estrema possibilità di rappresentare o narrare e verosimile impossibilità di trovare un senso, luce e buio, dovere di memoria e dimenticanza”, giusta la lettura, ma da parte mia andrei ancor più al di là, come già ho accennato sopra. Gianluca d’Andrea non demorde. Se l’ombra ha incupito le trame rendendole “occulte”, la voglia di luminosità fuoriesce tra parola e parole, fra verso e verso, fino a dichiarare tutto il suo candore in assunti come: “il cielo si perde oltre lo sguardo”, “parlerò forse / della forza immaginifica dell’aria, “nel nero trasparente avverto, / non ci sarei, / la possibilità di dire il buio / non / la sua necessità, “la luce dietro la tenda”, fino alla chiusura della prima poesia della silloge, in cui i frastuoni della guerra (di una delle tante guerre) sono ancora presenti, ma la ricerca di un altrove incalza: “ci riconoscevamo negli scoppi, in un moto cieco, nella vertigine” … in cui quella instabilità, quel mancamento, quel capogiro risultano i prodromi di un superamento che conduce fuori dalla cupa trincea del resistere per proiettarsi contro l’attuale persistente stagnazione, contro la crisi, contro la palpabile, sociale, rassegnazione. D’Andrea è di coloro che, seppure consci della difficoltà, non si arrendono, e ciò me lo rende particolarmente caro. La conoscenza della complessità del mondo non lo arresta, anzi, diventa stimolo. Il tempo non lo attanaglia, infatti lui diventa fautore del proprio tempo e si dà ritmo e tempo. La condizione non lo vince, perché né la forma né la consuetudine ne possono arginare il transito. Così che l’andare è salvo. La mutazione ritorna costante, e costanza.

  • 06Gen2017

    Antonio Devicienti - www.atelierpoesia.it

    Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo continuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri.

    E Transito all’ombra è altresì referto d’un attraversamento, d’un itinerario, d’un ininterrotto andare, proprio sulla falsariga dell’andare dantesco e attraverso territori che sono di volta in volta memoriali, psicologici, culturali, storici, politici. Ecco: se è forse vero che ancora adesso la produzione poetica italiana può essere anche interpretata a seconda ch’essa si approssimi più o meno a una linea petrarchesca o a una linea dantesca, Gianluca D’Andrea compie con il suo libro più recente un coraggioso tentativo di riappropriarsi della dirittura e del rigore etici danteschi per attraversare il mondo e l’Italia contemporanei anche tramite uno stile severo, privo d’infingimenti lirici, petroso nel senso che lo stile è mezzo d’indagine impietosa e non indulge mai a languori, intimismi, vezzi letterari. Infatti Gianluca si misura con la difficilissima e insidiosa questione del soggettivismo e dell’io in poesia, mette in gioco tutto di sé stesso (ricordi, esperienze, luoghi cui è legato, persone care), ma sa sottrarsi alle cadute (o ai capitomboli) nel soggettivismo e nell’intimismo proprio in virtù d’uno stile sorvegliatissimo, capace di diventare acuminato scandaglio, intelligente lente d’osservazione, giusta distanza tra io scrivente e realtà osservata.
    Poeta e critico coltissimo e consapevole, Gianluca D’Andrea possiede strumenti intellettuali e psicologici di perfetta caratura per effettuare l’itinerario che Transito all’ombra è; un esempio concreto che, però, non vuole stabilire un’eventuale filiazione o derivazione o subordinazione del lavoro del poeta siciliano da e a modelli preesistenti, ma dire, propriamente, di un alveo fecondo e stimolante entro cui Transito all’ombra si colloca: leggendo alcune pagine del libro ci si sente accompagnati non solo da Dante, ma da Fabio Pusterla (Aprile 2006. Cartoline d’Italia), da Vittorio Sereni  (L’Italia una sterminata domenica), da Franco Buffoni (penso, in particolare, a certe soluzioni e a certi temi contenuti in Roma), senza dimenticare le concomitanze dantesche con Luzi o con Zanzotto.

    Accade così che il bellissimo titolo c’introduca a un libro-referto molto articolato e complesso: si comincia con un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza trascolorante fino alla maturità vissute nella Sicilia peloritana a partire dagli anni Settanta sino al mutamento del millennio e che sono tema portante d’un poemetto scandito in dodici parti dal titolo La storia, i ricordi – titolo perfetto (suggerito, si legge in nota, da Diego Conticello, sodale e complice, mi vien fatto di dire, di Gianluca) e che, appunto, dà avvio a una composizione che intreccia in maniera convincente i ricordi personali con la più vasta storia degli anni in cui il poeta è stato bambino e adolescente e oltre (“Alla fine di un’epoca il ricordo / sembra quasi rinnovare gli odori. / (…) / Sentivo dire di Franco, in Sicilia / il Tirreno era il mare dell’infanzia, / non sapevo di Ustica”, pag. 17 – “Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo / il passaggio del millennio e il livello / si ridusse in esplosioni nere, / i grattacieli” pag. 24 – “Aprivano e chiudevano le frontiere, / tutti in fuga sul brusio con altri fascismi” pag. 30); Transito all’ombra prosegue poi articolandosi in sezioni che esprimono tutte la scelta del poeta d’interrogarsi su sé e sul suo ruolo in quanto io poetante e, aspetto fondamentale, in quanto persona immersa in un contesto storico preciso e di esso consapevole – deriva da qui il tema e l’andamento del viaggio che innerva molte pagine, un viaggio non turistico né di svago, ma puntigliosamente conoscitivo attraverso l’Italia contemporanea,  traverso episodi di vita quotidiana che ben dicono la reazione e l’atteggiamento di un pensiero in continua tensione dialettica con realtà talvolta avvilenti o nemiche o alienanti (la scuola, per esempio – “In una scuola di un quartiere suburbano , / dove basso è lo scarto che separa / i riflessi e il vero che la realtà concede, / mi sorprendono mille vicende, / eventi fondanti, si diceva una volta, / emergenze che si fissano nella memoria”, pag. 64), per cui la struttura del libro sembra essere quella di una Comedìa rovesciata (il “paradiso” dell’infanzia – anche se Gianluca non la presenta né come idillio, né come eden perduto, ma come un abbandono progressivo e naturale dell’innocenza per entrare dentro la maturità; il “purgatorio” di una Penisola percorsa da nord a sud anche per i periodici ritorni “a casa”, cioè in Sicilia per le vacanze; l’ “inferno” delle situazioni stranianti o alienanti cui accennavo poco fa o della discesa negli abissi della propria interiorità).

    Ma se, dunque, il dato esperienziale personale è punto di partenza per molti testi presenti nel lavoro, l’autore pone estrema cura nell’evitare qualunque forma di soggettivismo e di ombelicale effusione di pensieri e/o sentimenti: egli esercita e tiene vigile una razionalità che, esprimendosi tramite l’andamento del verso, sempre modellato sull’endecasillabo e quindi tendente al discorso ampio e articolato (non prosastico, si badi), fa piazza pulita di una poesia avviluppata su sé stessa, recupera un’idea di letteratura che (Sciascia docet) assume un atteggiamento sempre critico e agonico nei confronti d’una realtà guardata con ferma ostinazione e senza indulgenza.

    Non so se Sofia, la piccola e talvolta teneramente monella figlia del poeta, sia una sorta di Beatrice per Gianluca, ma certamente proprio la bambina e anche la moglie dell’autore costituiscono due presenze femminili che l’accompagnano in questa sua andanza traverso l’Italia e anche oltre confine, disegnandosi all’interno di scenari urbani e animandoli o contrapponendovisi, stabilendo così un legame affettivo tra il poeta che osserva e il luogo osservato –  il breve poema in prosa che racconta della mancata visita alla Cappella degli Scrovegni, di conseguenza del mancato omaggio che pure il poeta siciliano ardentemente desiderava rendere al grande pittore fiorentino, ai miei occhi assume la valenza di un ulteriore richiamo anche a Dante, e intendo dire che il testo di Gianluca mi sembra essere un umile e perciò stesso tanto più nobile e originale modo di riconoscere l’inattingibilità per noi epigoni della grandezza dei due Maestri, grandezza cui, però, continuiamo a ispirarci e che cerchiamo, seppur in minima parte date le nostre forze, di travasare nei nostri lavori – ché la scrittura stessa è un ininterrotto transitare e l’ombra è la presenza costante della morte dentro l’esistenza individuale e della violenza dentro la storia collettiva, il margine di buio irrisolto che s’annida nelle nostre vite, ma anche quella gettata su di noi appunto dai grandi, nel cui “cono” ci nutriamo e cresciamo.

    Non a caso la scuola (vi ho già accennato), i suoi ragazzi, le realtà personali con cui l’insegnante è chiamato a confrontarsi costituiscono un altro argine, bello e commovente, fondante e di valore del libro (e mi si perdoni, se possibile, il giudizio, lo so, estetizzante, ma credo che la bellezza, in questo lavoro, non sia un risultato da contemplare e di cui compiacersi, bensì un accadere e un processo in fieri, derivato proprio dalla scelta etica dell’autore, dal suo dialogare con le persone, con gli allievi, con la realtà); e in questo frangente mi piace riflettere su come Gianluca D’Andrea coniughi, a mio parere, le risultanze della cosiddetta “linea lombarda” con quella “borbonica”, anche vivendo nella propria biografia l’allontanamento dall’amatissima Sicilia e il convinto impegno didattico in una Lombardia che continua a essere meta d’ininterrotta immigrazione intellettuale dal Sud d’Italia: lo slancio verso il sogno e il fantastico si armonizza con il senso della realtà e della storia, l’aspetto diurno con quello notturno (proprio sette notturni chiudono il libro). C’è una coscienza civile e politica ben vigile dalla prima all’ultima pagina, un’indomabile consapevolezza di marca cattafiana e non si dimentichi che l’intero libro si snoda nel segno dell’esergo di Mandel’štam “Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo”.
    II

    Eppure c’era quell’altro ricordo,
    quel desiderio che ancora m’immagino
    di toccare, la pace familiare,
    la sensazione limpida di vivere

    la pienezza e sapere riconoscere,
    dopo l’angoscia, il sentire del vuoto.
    La vita è anche il richiamo, cortili
    di voci, le partite tra bambini,

    le altre voci rientrando nella casa,
    avvolto nel calore, le gommine
    nella stanza, luce bassa in cucina,

    suoni e voci dagli schermi, gli accenti
    che cambiano nel tempo e sono scia.
    Per vederli, prima e dopo, li sogno

    (pag. 15, dalla sezione La storia, i ricordi)

    Lettera a mia figlia

    Cara piccola Sofia,
    non c’è mondo che si apre
    oltre la tua possibilità di vedere,
    per questo osserva tanto,
    comprendi i tuoi confini,
    ciò che senti ricordalo perché ti aiuti
    quando continuerai a scoprire sola
    la tua voglia di scoprire.
    Non ascoltare chi dirà che nulla
    è questa fine, perché sarà la fine.
    I tuoi giochi e la ricerca
    di un consenso sono l’umanità
    che è sola nell’individuo, corale
    nella necessità.
    Tutti siamo piccoli, Sofia,
    e abbiamo poco o niente da dire,
    eppure questo fiato, così buffo,
    è il dovere che ci unisce e dissolve

    (pag. 63, dalla sezione Era nel racconto).

    IV

    Donne mie amate, di cosa si ama
    la figura nel ricordo?
    Salta nella coscienza
    e ferisce un nucleo sprofondato,
    respira a ogni increspatura
    la superficie impalpabile
    tremante instabile. Nude
    posso osservare ma non so
    se nudo potrò osservare,
    lo sguardo nasconde o perde aderenza.
    La distanza è un presentimento

     

  • 22Dic2016

    GIULIO MAFFII - www.carteggiletterari.it

    Qualcosa si può aggiungere, c’è sempre un più in ogni pensiero. Devo riconoscere che il libro è stato ben criticato e sviscerato da penne più nobili di questa. Diciamo, a mio avviso, che siamo davanti ad una costruzione poetico-architettonica ben riuscita, anzi perfettamente riuscita. Le tre grandi suddivisioni non ingannino, il progetto è unico, fortificato e saldo-saldato. Dispiace inflazionare il dibattito critico sul testo con interventi quasi giornalieri.

    Il libro è importante ovvio, pubblicato per  la Marcos y Marcos nella collana diretta da Fabio Pusterla, ma e qui c’è il ma che getto, non è un punto di arrivo o di raccolta. Non è la somma esperienziale del vissuto-viaggio dell’autore, un girovagare nervoso tra Messina e l’ultimo luogo-non luogo. Sono sicuro che D’Andrea utilizzerà questo testo base, come punto di inizio del travel-poetico, dove le zone recintate sono ancora da visitare e raccontare anche alla piccola Sofia.

     

    Un luogo cui fu offerta una promessa
    rifiutata dal luogo; contingenze,
    si narra, che portarono al grigio
    delle fabbriche chiuse, ai primi freddi,
    a una popolazione in affanno.
    Oggi un attrito di odori ci accompagna,
    le vostre difficoltà sotto mura incomplete
    e sotto lo sguardo volatile di questo umile nord,
    più tiepido, vibratile…
    l’origami disegna gru, s’immilla.

    Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio. Da allora niente,
    una scomparsa, idee allusive:
    mura tra virtù fibrose,
    connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
    Il campo è coperto di residui,
    la polvere aspetta l’acqua che la copre.
    Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
    senza il coraggio della presa,
    volte e architravi e solchi
    e tranci di cielo rosa.
    Parlavamo minimale o tronco,
    in astratto, di traiettorie interstellari,
    membrane, lacci e buchi,
    quante soluzioni per le mani,
    proteggemmo persino i liquami
    che intanto scorrevano nei parchi,
    nei campi.
    Per anni osservammo le nuvole
    accompagnando ai pronostici
    le previsioni meteo e uscivamo
    cercando di portare a casa la pappa;
    un padre torna con un sacchetto,
    nell’altra mano la figlia
    stringe (o è stretta),
    accanto un’auto calpesta le foglie.
    Ci accampammo per alcuni giorni
    tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

     

     

  • 20Dic2016

    Antonio Lanza - www.carteggiletterari.it

    Antonio Lanza su «Transito all’ombra» di Gianluca D’Andrea

    Molto mossa la geografia lirica che innervaTransito all’ombra di Gianluca D’Andrea, terzo volume della nuova collana di poesia di Marcos y Marcos «Le ali», diretta da Fabio Pusterla. Quasi a fare da contrasto a questo scenario mobilissimo che presenta in Messina e Treviglio i suoi due poli principali e in parole come “viaggio”, “confine” e “ritorno” il fondale lessicale dell’intero libro, la copertina di Luca Mengoni sembra rappresentare l’impossibilità del movimento o quanto meno la sua limitazione. Due neri serpenti infatti, più metafisici che reali, attorti ad anonime caviglie, ne rallentano o ne condizionano o addirittura ne ostacolano il movimento.

    Il titolo e il tema della prima sezione “La storia, i ricordi”, nella quale l’autore intreccia le memorie private ai grandi eventi del secondo Novecento, mi fanno pensare che i due serpenti simboleggino la storia e i ricordi, appunto, mentre le gambe, raffigurate nella loro anonima magrezza e fragilità, siamo tutti noi, nelle nostre biografie atomizzate. Si agisce immersi nell’immenso palcoscenico della storia, con le nostre periferiche esistenze individuali, e i grandi accadimenti ci sembrano un’eco lontana, ma siamo a nostra volta dalla storia e dai ricordi condizionati, modificati, forgiati. Come se invisibili serpenti costantemente ci passassero tra le caviglie e mutassero, impercettibilmente o no, direzione, velocità, intenzione al nostro cammino nel mondo.

    Un sotterraneo sentimento di allarme, suggerito da un lessico apocalittico, percorre le dodici parti di cui la prima sezione del libro, “La storia, i ricordi”, si compone. Guerra, atomo, collasso, scissione, catastrofe, paura, scoppi, carneficine, esplosioni, rovina, macerie, impatto, scempio sono le parole scelte da D’Andrea per descrivere l’epoca storica che va dalla fine degli anni Settanta fino ai Duemila. Parole che l’autore riesce a far consuonare con immagini private, siano esse ludiche, domestiche o scolastiche, coniugando racconto e riflessione.

    Il luogo da cui l’io lirico si fa testimone di sé e di un’intera generazione è un sud globalizzato e inquinato, una porzione di mondo posta tra un mare, il Tirreno, la cui «brezza arriva dolce» ma in cui si riversa «il messaggio lontano della fogna» e una terra, Messina, in questa sezione mai nominata, nei cui campi e nei cui parchi scorrono liquami.

    Fedele alla promessa mandelstamiana, esplicitata in epigrafe, di «seguire l’epoca», D’Andrea ci racconta gli anni Ottanta di un Occidente in vertiginosa trasformazione, dall’incubo atomico («la parola scissione / ogni tanto emergeva dallo schermo») fino al «limbo / di benessere», dalle ultime propaggini della Guerra fredda rappresentate dal disastro aereo di Ustica fino ai vittoriosi mondiali spagnoli dell’82.

    Ma forse è la nascita delle TV private a sconvolgere gli assetti della società di quel decennio. La generazione di D’Andrea, che è del ’76, vive sulla propria pelle questo passaggio epocale («La TV degli anni Ottanta tentò / di rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio») senza però che abbia prima potuto forgiarsi gli strumenti intellettuali per difendersene («i cartoni / da cui apprendere lo sport e l’amore»).

    I Novanta scorrono tra ulteriori carneficine e spinte individualistiche e, attraverso gli anni Duemila, inaugurati dagli attentati alle Twin Towers («Nel focus / miliardi d’impatti per giustificare / un altro scempio nero») e dalla destituzione di Saddam Hussein, si giunge fino ai giorni nostri: l’era digitale, le «testate esiziali» di Zidane in un altro vittorioso mondiale di calcio, la chiusura delle frontiere di alcuni paesi europei.

    La sfida di restituire al lettore il rumore del tempo è ampiamente vinta. E in particolar modo, a mio avviso, nei primi sei movimenti della sezione, di più forte potenza drammatica, in cui il racconto di D’Andrea, assumendo toni profondi e partecipati, dell’infanzia e dell’adolescenza ci restituisce la pienezza del giocare furibondo («Così giocavamo / a nascondino nell’erba e l’odore / acerbo del sudore a quell’età / si mischiava alla terra») e, insieme, il vuoto che preannuncia la fine di quell’età meravigliosa («come quando il giocattolo / non parla più alla nostra immaginazione / e resta il vuoto, il buco del vuoto»).

    “Immagini, i ricordi”, altra ampia sezione dopo il breve intermezzo del primo “Dittico”, mi sembra sin dal titolo speculare a “La storia, i ricordi”. Ma se nella sezione già presa in esame D’Andrea tentava di ricostruire un’epoca storica attraverso quelle che potremmo definire micro sequenze filmiche, qui l’autore si propone di fermare una serie di ricordi personali in alcune significative istantanee.

    Dall’ossessione di ricordare («senza nostalgia» sottolinea l’autore), di preservare un particolare dal fluire del tempo e dall’altrettanto inevitabile constatazione della necessità dell’oblio nascono, come si dice nella nota finale al libro, «piccoli quadri di vita quotidiana»: una gita famigliare al parco, i lineamenti cangianti e perfetti di una bambina, una lezione scolastica non troppo coinvolgente, uno dei tanti ritorni in Sicilia.

    In versi calibratissimi e sospesi, venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica, D’Andrea mostra in questa sezione di saper cogliere la congiuntura tra eterno e istante e di riuscire magnificamente a tradurla in poesia.

    La sezione si chiude con un testo intitolato “Epoca”, in cui il dolore del ricordo dei bambini ceceni uccisi in una scuola di Beslan durante un blitz dell’esercito russo annulla la distanza tra l’Ossezia e il canale di Sicilia, dove amarissima sorte tocca ai migranti, e in particolare, ancora, ai bambini: «Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe, / mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi».

    La sezione “Era nel racconto” è l’occasione per raccontare una stagione di disagio attraverso i luoghi che l’autore via via conosce grazie alla sua professione di insegnante: Zingonia, Vimercate, un quartiere a rischio di Messina, tra discese agli inferi, attesa eterna e continui viaggi, scanditi da precariato e concorsi a cattedra. Tra le poesie più belle della sezione troviamo La luce nei viaggi: «Così rifletto questi giorni di inattività, / di bilancio, di ritorno continuo. Messina è qui, / vedo scorci sereni e fantasie di raccoglimento; i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi».

    Una inaspettata centralità assume Lettera a mia figlia. Ne è spia il richiamo in quarta di copertina dei suoi quattro versi conclusivi. La poesia è una esortazione alla figlia, la «piccola Sofia», a comprendere i propri confini per superarne i limiti attraverso l’esercizio continuo dell’osservazione, l’unica attitudine che spalanca la conoscenza della complessità del mondo. Qui D’Andrea, crediamo, non dà voce soltanto a quel che amore paterno gli detta, ma anche e soprattutto a quel che l’esperienza di educatore negli anni gli ha fatto maturare. Per cui, senza annacquare le intenzioni, Lettera a mia figlia mi pare che possa svincolarsi da una dedica strettamente familiare per estendersi a tutti i piccoli ragazzi che abitano o attraversano o sono soltanto sfiorati da questo libro: gli alunni multietnici di Zingonia e quelli disagiati di Messina, i bambini che giocano nei parchi lombardi e quelli in gita all’Acquario di Genova, i bambini di Treviglio «prima di un altro ritorno» e quelli morti a Beslan e nel canale di Sicilia, e, infine, retrospettivamente, lo stesso Gianluca bambino e la sua generazione, che «rotola / da una discesa dell’infanzia, ottanta / volte o più, nella luce del tramonto».

    «Il Transito è movimento, divenire» scrive Pusterla. Certo, lo testimonia anche la sezione successiva, “Zone recintate”, in cui una breve e intensa vacanza diventa ansia di muoversi e di conoscere (VI. Braccare lo spazio, Giotto). Ma è anche desiderio di radici e di stanzialità, Transito. Di silenzi assoluti e di raccoglimento, di singoli passi che risvegliano ricordi. E di infanzia, il vero nucleo tematico dell’opera. I serpenti di Mengoni si attorcigliano alle caviglie. Forse per non farci allontanare troppo da quell’età: «Tutti siamo piccoli, Sofia, / abbiamo poco o niente da dire, / eppure questo fiato, così buffo, / è il dovere che ci unisce e dissolve».

  • 10Dic2016

    Luca Minola - www.carteggiletterari.it

    Transito all’ombra, Gianluca D’Andrea – una nota di Luca Minola

    Irrimediabilmente la storia non si sottrae mai alle figure, al mostrarsi terminante e collettiva come in “Transito all’ombra”, nuovo libro di Gianluca D’Andrea uscito per le edizioni Marcos y Marcos nella collana “Le ali” diretta da Fabio Pusterla. Pusterla stesso firma la seconda di copertina in una sintesi efficace rilevando all’interno del testo le coordinate mosse “tra disperazione e speranza”, fulcri dell’opera.

    Il transito inquieto a cui fa riferimento il titolo rimane una delle parole chiave per inoltrarsi in questo percorso di senso, attraverso le ombre della storia riflesse nell’esperienza personale dell’autore, nell’incedere del poemetto iniziale “La storia, i ricordi”: “A volo poi trascorse il tempo, rotolo/ da una discesa dell’infanzia, ottanta/ volte o più, nella luce del tramonto,/ accesa in un richiamo che ci accoglie”. Il compimento di ogni cosa risiede nel percepire quel silenzio che ci avvolge continuamente nel reale, nell’esperienza ovattata che si proietta nella luce: “La luce interruppe il silenzio,/ la voce sentì risuonare/ la voce interrata”. Le rappresentazioni delle forme recuperano un passaggio, un incrocio che fa procedere il lettore nella memoria dei gesti. Queste immagini creano il percorso umano, l’attesa: “La tenda mossa dal vento, l’attesa/ un vecchio prega,/ attendo, all’incrocio d’ombra e luce,/ il freddo percipiente./ L’immagine non si muove,/ mi muovo e fisso/ nella memoria quel passo, fermo/ tutto il giorno in quei gesti, dimentico”.
    Vivono nella struttura del libro le presenze più intime e vicine al poeta, che tracciano il vero spartiacque fra storia e vita, fra amore e dolore. Cercando di proiettare tempi e strutture d’opera “Transito all’ombra”, insegue gli eventi, le durezze che noi stessi cerchiamo, riuscendo a riscrivere lo smarrimento che passa nelle misure che diamo alle cose, a noi stessi, piccoli e adulti, personaggi storici e anonimi. Le parole in quest’opera sono sempre tenacemente in cammino verso il luogo che respira di noi, delle nostre vite trasparenti e indifese. Gli spazi d’azione di queste poesie si diramano, passano da città d’arte e di confine sociale, a vere e proprie estensioni interiori e derivazioni del soggetto: “… il movimento ha passioni e dolori/ e quadri che si aprono a brusii,/ flussi trapassati, sorprese/ negli scorci, membrane che respirano/ le azioni compiute;/ la giustizia si sposta nello stesso/ luogo, si sgrana in tempi impercettibili”. Seguendo questo percorso, Gianluca D’Andrea entra nei “notturni”, di nuovo in ombra, nel compimento che conosce lo sguardo di una persona amata, unico nella vita: “Le linee e la grazia/ arrivano da molte zone”.

  • 09Dic2016

    Andrea Cafarella - perigeion.wordpress.com

    Tra memoria individuale e collettiva (su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea)

    Transito all’ombra (Marcos y marcos, 2016) è il terzo libro della nuova collana di poesia diretta da Fabio Pusterla: le Ali.
    Un libro che parla già dalla copertina, nella quale prende tutto lo spazio un’incisione di Luca Mengoni, (come in tutti i volumi della collana) davvero evocativa. Sul fronte troviamo l’immagine dei polpacci e dei piedi di un uomo, che evidentemente è l’autore, Gianluca D’Andrea (e di conseguenza chiunque di noi), nell’atto di compiere un passo in avanti. Tra queste gambe in movimento si avviluppano due serpenti; il tempo e i ricordi. Appare quindi sul retro, al di sopra delle code sinuose delle serpi, un estratto, gli ultimi versi diLettera a mia figlia, che sono, effettivamente, il compimento estremo di tutta la raccolta: «Tutti siamo piccoli, Sofia/ abbiamo poco o niente da dire,/ eppure questo fiato, così buffo,/ è il dovere che ci unisce e dissolve». C’è un padre, che prova a esprimere la dimensione della vita stessa: un attimo insignificante in cui nessuno ha molto da dire, in cui tutti siamo esseri piccoli, ma con la necessità imprescindibile di scioglierci e perderci nel nostro stesso essere.

    È proprio da questo punto di vista che nasce questo libro, da un’autorappresentazione intima, proposta in modo mai misterioso ma palese e luminoso, fin dall’epigrafe. D’Andrea è un poeta sincero, che dice le cose come stanno. Attinge alle parole di un’opera straordinaria quale Il rumore del tempo (Adelphi), cosa che, conoscendo il testo di Mandel’štam, sarebbe già una dichiarazione d’intenti, un patto esplicito di assenza di mascheramento e di condivisione autobiografica.
    «Non è di me che voglio parlare: […] La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale», prima di entrare tra le pagine e visitare le memorie dell’autore, egli ci pone davanti la condizione stessa da cui guardare alle immagini che ci aspettano; ci rende subito consapevoli della possibile comunione di un tempo e uno spazio; della rigenerazione insita nella compresenza, nel corpo del singolo, di tutta l’umanità e quindi dell’essenziale ritrovarsi nell’esperienza di un singolo essere, come se fosse la nostra.
    In questo solco sedimentano i versi, sussurrati, di un uomo che racconta la sua storia, le parole che nervosamente si muovono tra memoria individuale e collettiva. Lo stesso autore cesella la raccolta con delle note esplicative ed esplicite, dicendoci, senza fronzoli, che «I testi della raccolta sono stati scritti tra il 2011 e il 2015 ma appartengono a un periodo della memoria assai ampio» eliminando ogni dubbio della possibile esistenza di un apparato progettuale diverso o comunque distante dalla vita stessa.
    In questo “periodo della memoria assai ampio” troviamo costantemente una Messina, immaginario d’infanzia, che si apre a noi in visioni che pian piano diventano ricordi, riproducendo la condizione dell’allontanamento da casa, dal passato (probabilmente il tratto che, da messinese emigrato, mi ha scosso più profondamente). Ci appare una prima sezione, La storia, i ricordi, puramente visiva. Nella dimensione profondamente personale del ricordare si manifestano scintille di quella memoria collettiva di cui sopra, episodi come la strage di Ustica o la dittatura spagnola di Francisco Franco, immagini, anch’esse, che rendono il “giardinetto del condominio” della personalissima esperienza di vita di D’Andrea, il qualsiasi luogo dell’infanzia di ognuno di noi; senza spersonalizzare i luoghi ma riconducendoci ai nostri, attraverso la verità di quelli del poeta.
    La storia si stende sulle pagine delicatamente: gli episodi, le persone, le città, i viaggi sono dipinti con cura, incastonati in una struttura complessiva precisa. Tutto inizia con la storia più remota, i primi ricordi, e termina, invece, con dei Notturni, intimi, morbidi, e che sembrano far parte dell’adesso – qualunque sia il nostro adesso – riferendosi sempre a un passato che, come i serpenti di Mengoni, ci resta avvinghiato alle caviglie.
    Sono due dittici a racchiudere il vero centro di tutto il libro: tre sezioni (Immagini, I ricordi; Era nel racconto e Zone Recintate) che raccontano, che mostrano tutto ciò che sta in mezzo tra il prima e l’adesso, quel transitare all’ombra, quel «fiato, così buffo» che è la vita. Scorriamo quindi in rassegna i momenti di una vita: scopriamo il D’Andrea professore, che si ritrova davanti al sentiero apocalittico che ormai, soprattutto i giovani, hanno intrapreso, e che tutti noi stiamo percorrendo «scomparendo nello schermo,/ nei display sempre accesi in cui gli occhi/ dei ragazzi sono immersi». Una consapevolezza che proviene dai loro sguardi e che si ripercuote in tutto il ragionamento poetico, fino a postulazioni che coinvolgono il tempo umano nella sua assolutezza: «Eppure la terra è statica in milioni di anni senza noi, ci raggiunge e vomita». Il tutto è concentrato in uno sperimentalismo stilistico che è visibilmente l’unica forma possibile del contenuto di questi versi, e man mano che questa concezione ultima della storia e del mondo si apre a noi, la forma la segue e si fa prosa vera e propria, fino addirittura a includere un post (apparso inizialmente sul sito «Carteggi Letterari») approdando quindi alla lingua dei social network, utilizzata sapientemente a mo’ di diario.
    Il passato non lascia mai i versi di D’Andrea, «Messina è qui» al presente, nella misura in cui la città dello stretto è il simbolo manifesto di tutta una parte della personale storia del poeta, cui egli attinge nell’adesso, alla quale sempre aspira e alla quale, comunque, anche fisicamente, torna. Questa è la condizione del migrante, – sia nel tempo sia nello spazio, – uno stato di frustrazione necessaria, a causa della scomodità implicita del vivere un luogo che non è casa. Questa particolare e irreversibile situazione, interiore ma anche concreta, riesce a risolversi solo nell’esistenza e nel generarsi di una traccia indelebile e tridimensionale nel tutto: la piccola Sofia, sua figlia: «ho arricchito il mio confine,/ ho perso il mio confine,/ cadendo tra le braccia di mia figlia».
    Con la Sicilia alle spalle viaggiamo attraverso Trento, Perugia, Trieste, Venezia, e infine ci ritroviamo a Treviglio, sul balcone di casa del poeta, e la luce che invade tutte le pagine precedenti si assopisce lentamente, diventa semibuio e ci abbraccia, nella condizione ultima e più profonda dell’intimità, dove «La notte si addormenta in noi» e dove finalmente, ritrovandoci soli, dato l’ultimo fiato ai ricordi, al ragionamento, allo sforzo del viaggio, del movimento; dopo il transitare del nostro corpo attraverso la nostra storia, all’ombra, alfine «Il mondo può crollare».

  • 25Nov2016

    Marco Corsi - carteggiletterari.it

    Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra – una lettura di Marco Corsi

    In occasione della presentazione di “Transito all’ombra” al Laboratorio Formentini, sabato 26 novembre, ore 16, si pubblica questa breve riflessione di Marco Corsi sul libro di Gianluca D’Andrea

    «Transito» e «ombra» sono due parole che si richiamano immediatamente alla poesia. Transito con catene, la Spaziani, per inciso citeremo Human Chain di Heaney; per l’ombra forse possiamo riservarci qualche titubanza in più, essendo l’ombra un termine di cui si è appropriato certo coté ermetizzante. In Gianluca D’Andrea questi vocaboli non hanno niente di assoluto eppure la sua poesia non riesce ad abbandonarsi al quieto vivere; sa torturarsi senza fare dell’immagine un ricatto simbolizzante, perché è il contesto stesso ad essere immerso in una contemporaneità viva e visibile (giovani, ipad, partite di calcio, vecchi ritornelli…).

    Perché questo libro parla di generazioni, di una generazione nello specifico – quella dei nati nei secondi anni Settanta –, e della difficoltà di fare i conti con la storia e con talune (scomode, difficili, ma soprattutto incomprensibili) eredità. È la dimensione “stradale”, la geolocalizzazione emotiva e di pensiero in un momento preciso, l’indicazione costante di un qualche motivo a sopraffare l’esito lirico, a spiazzare, senza mai depistare. Per questo Heaney, e per questo la dimensione di una catena, per di più umana. Nelle poesie di Gianluca D’Andrea possiamo leggere un andamento naturale, nonostante la costanza del respiro e la necessità di un ritmo, perché quando parla D’Andrea ha davanti a sé un ben preciso destinatario, che è fuoco amico o nome di contrasto. Forse è la stessa vita, con il progresso dell’età, a trovare qualcosa di naturale, uno sguardo connaturato al vivere di ogni singola parola. Forse è perché si legge la virtù di un’esperienza, che talvolta siamo portati a dire che una poesia è poesia. Specie quando i suoi interlocutori la necessitano. Siano essi banalissime cose o gli affetti più esigenti. C’è, fra le tante di questa raccolta, una poesia dedicata alla figlia, nella quale forse la stessa appare piuttosto come un pretesto, ma nella quale il gesto emotivo del dare rifugge lo scarto semantico della profferta; per rifugiarsi, a sua volta, consegna. Perché forse è tutto ciò che di umano vediamo a essere ombra di se stesso: ombra nella quale transitiamo, rischiando altamente, ma senza diventare nulla. Poesia in dialogo col nulla, dunque? Ultimamente spesso ricorre in tante note e noterelle, post e messaggi, la parola “sismografo” (specie in coppia con la sua stampella “emotiva”), forse dimenticando l’uso effettivo di una macchina: ecco forse si potrebbe usarla qui perché la poesia di Gianluca monitora il crollo e non lo fa avvenire, lo determina senza avverarlo. Ecco qui la difficoltà di ogni previsione. Forse la scrittura di questo libro è sicura in virtù dei suoi maestri e anche quando la tragedia irrompe non è epoca: la tragedia è nella quotidianità perché il suo presupposto, ancora, è l’ombra. Ombra da cui si distacca, magari, anche per diventare un solo verso compiuto. Perché la vita non è passaggio, ma attraversamento che conduce da un luogo all’altro, da un senso all’altro dell’esperienza e tutte le esperienze hanno un nome e un luogo preciso. C’è una certa consonanza in questo con quanto si legge di altri poeti più o meno coetanei, di aria lombarda, ma decentrata, non milanese. Si avverte l’esigenza di luoghi dove il confronto non è fulmineo e immediato, ma dove l’ora si coagula in un rovello, in uno stadio assolato e bruciante della parola più trita. Dove nel passaggio da geografie minute si ravvisa il movimento della ragione pian piano richiamata a se stessa. E in Gianluca D’Andrea c’è una misura in più, non sappiamo se banalmente qualitativa, ma una misura che affonda le radici al sud, nella terra del barocco di cui, si sa, l’ombra e il suo tocco sono elementi necessari. E orrifici. Però bisogna considerare anche certi maestri, soprattutto quelli meno riconoscibili all’orecchio italiano, se non con l’evidenza di un messaggio, e per questo posti in esergo a singoli testi o intere sezioni, da Mandel’štam a Wallace Stevens.
    Questa non è una critica e questi non sono appunti di lettura. Questo è forse un auspicio, quello che si intravede, si vede, e si ravvede, in un libro flessuoso che prende alle caviglie senza immobilizzare, senza impantanare in sabbie mobili: prende alle caviglie come la tentazione, mai dissimulata, della poesia.

    Acquario

    Passano le figure, inseguono gli eventi.
    Ombre, i bambini trascorrono
    in gesti, in un piede piegato o i passi.
    Gli uomini impiegano il tempo
    in frazioni strutturate,
    il movimento ha passioni e dolori
    e quadri che si aprono a brusii,
    flussi trapassati, sorprese
    negli scorci, membrane che respirano
    le azioni compiute;
    la giustizia si sposta nello stesso
    luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

     

  • 20Nov2016

    Roberto Dall'Acqua - ilgiornaledelricordo.it

    GIANLUCA D’ANDREA RICORDA IN “TRANSITO ALL’OMBRA”
    Un tracciato familiare, innervato dallo scorrere del tempo, è quello percorso da Gianluca D’Andrea nelle sue liriche raccolte in “Transito all’ombra” per Marcos y Marcos Editore. Memorie d’infanzia, consumate tra cartoni animati, partite di pallone in cortile, ma anche sole e mare che porta, non solo brezza sul viso e crea un dolce respiro, ma pure lezzo d’immondizia e di morte.

    La quotidianità ritorna, quasi immutabile, ne “la maestra sentiva tutti, ogni giorno, in tutte le materie” mentre tu “non fai che rispegnere lo schermo e vivi il vuoto della fine, andando/in cerca del mistero che ti affligge, l’irripetibilità di quel mondo/che continua l’assenza e ripropone gli occhi degli scomparsi, quella luce, solo quella”. I baci, la morte, l’infanzia di una gioventù disincantata e priva di benessere reale, annegata in un buco di presenza assenza che fa vomitare eccessi. Il mondo cambia, poi? “e buone porzioni di me perché potessi ricordare, un giorno, senza nostalgia, che il mondo può restare indiscusso, senza termine che sfondi/il confine o un campo senza recinzioni”. Forse no perché tutto rimane immutabile e le schegge del tempo trascorso prendono il sopravvento, anche se foriere di cancro, futuro, inestirpabile e inevitabile. Come distanze siderali da un passato fondato dalle sequoie granite della famiglia e degli affetti che – in questi anni convulsi e veloci del terzo millennio – si sfaldano in “un orizzonte di resistenza/senza memoria d’immagine”. Il privato diventa pubblico perché la poesia di D’Andrea si tuffa nell’universo dei fatti della vita: le guerre in Afghanistan, nei Balcani, i bambini trucidati a Beslan e quelli morti nel canale di Sicilia, i temi dell’inquinamento e della presa di conoscenza di una natura che muore sotto i nostri occhi. Tutto sempre intrecciato a domande che, quasi sempre, non hanno risposta. Immagini e ricordi e fratellanza perché “Sostengo le persone per sostenermi/in un bisogno reciproco che si dimentica eppure/andrebbe inciso e letto tante volte”. Ognuno di noi, infine, è ancora un ragazzo in preda a domande: “Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità e la risposta rimane un miraggio./Loro fuggono nel loro universo, il mondo/è ricco di aperture e membrane,/i nostri universi si divorano, tangenti/o assiderati dal contatto fino a che appare/una scia che ti forza nei quartieri,/ai margini semivivi o in simbiosi con la morte”.

  • 16Nov2016

    Pietro Russo - criticaletteraria.org

    La nostalgia di un’immagine: “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea
    Nel percorso tra Treviglio e Messina, che sono i due poli geografici del Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea, così come è descritto nella poesia Altro viaggio, è possibile (almeno così ci sembra) rinvenire il fantasma o ossessione che sta dietro al titolo di quest’opera poetica. Si tratta, nello specifico, degli ultimi cinque versi della poesia ricordata sopra: “la Sicilia si accende tra le fiamme / più reali nel ricordo, paesaggi / mediterranei attivi del passato, / l’inerzia per cui Treviglio è avvenuta / dentro il ritorno al nostro nuovo approdo”. Dunque Treviglio, località dove il poeta messinese attualmente risiede, avviene non nell’hic et nunc del presente (“è avvenuta”) ma durante un nostos (che per sua natura già “attiva” il passato), un viaggio di ritorno, uno dei tanti, nella natia Sicilia. Sembra di scorgere non troppo distante l’eco del René Char dei Feuilltes d’Hypnos che, a proposito della poesia, scrive: “si abita solo il luogo che si lascia”. Il presente, che è appunto moto continuo, transito tra un prima e un dopo, è abitabile non sotto una luce piena e diretta ma al riparo di un chiaroscuro, di un’ “ombra” che appunto ricorda la nostra transitorietà di esseri immersi nel divenire del tempo.

    Con questa chiave di lettura si può provare ad aprire ermeneuticamente l’esergo di Mandel’štam posto a principio dell’intera raccolta: “Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato”. Il lettore, già nel poemetto in dodici ‘stazioni’ emblematicamente intitolato La storia, i ricordi, si trova quindi davanti a uno scacco di natura conoscitiva ed esistenziale; più l’io tenta di resistere, di sottrarsi all’esperienza del tempo (‘non è di me che voglio parlarvi’) più non può fare a meno di ricadere nella trama della ‘memoria’ che accumula avvenimenti collettivi (“la storia”) e personali (“i ricordi”). Succede allora che “la corsa // sempre più necessaria diventò / un vortice e sempre più accelerando / ci riconoscevamo negli scoppi, / in un moto cieco, nella vertigine” (I), ovvero nella “sensazione limpida di vivere // la pienezza e sapere riconoscere, / dopo l’angoscia, il sentire del vuoto” (II).

    L’epilogo, “alla fine di un’epoca” che distanzia “in un limbo / le generazioni” e “gli individui […] / impegnati, da bolle, a sognare / il proprio mondo (IV), dove la percezione della fine della storia si fa lancinante nel “passaggio del millennio” (VII) “guardando / ripetersi il mondo come uno specchio / decuplicato” (VIII), non può che essere segnato da una consapevolezza – à la Char – che ammaina le pretese di partenza: “noi lontani da sempre / pronti ad abbandonare la non-casa / la certezza di affacciarsi / in altre distanze, non nostalgia / di un luogo che è lo stesso, / sempre un altro” (IX). Ci troviamo davanti a La resa del poeta, collocata (strategicamente?) proprio al centro del libro, che racchiude il senso dell’esperienza umana e poetica di D’Andrea:

    Sul viso queste linee perfette
    che la luce bagna appena.
    […]
    Il viso della bambina è diverso
    cambia come il giorno
    come ogni giorno cambia
    per somigliare a se stessa, diversa,
    al diverso che cederà nel nulla
    che già l’accompagna, rendendo
    possibile la sua presenza attuale,
    eterna.

    Sul viso quelle linee perfette
    ogni giorno perfette nella loro incoerenza
    col perfetto che è sempre visione.

    La visione è qualcosa che si arrende;
    ancora, ogni tanto, combatto
    con la mia resa,
    la lingua diventa l’eco di un campo,
    una lancia sospesa nel lancio,
    non cade, salta.

    Nella dialettica tra l’eterno e ciò “che cederà nel nulla” di un’immagine, in questa nostalgia che è una distanza, D’Andrea sembra dichiarare la difficoltà davanti a cui si arena la scrittura incapace di tenere la “visione” (“la lingua diventa l’eco di un campo”), ovvero la perfezione fugace di tale immagine. Il ‘salto’ della lingua allora diventa l’unica via di fuga, irrazionale e svincolata da presupposti logici, da tale impasse: la “resa” che rende possibile “la sensazione vera di non essere / se non se stesso in contatto perenne”, come si legge in L’identità (o trasposizione del poeta); cioè, in ultima istanza, l’aderire, seppur in via transitoria, tra l’io e il “rumore del tempo”.

  • 12Nov2016

    Andrea Italiano - carteggiletterari.it

    “È sapere la violenza”, un’impressione di lettura su “Transito all’Ombra” di Gianluca D’Andrea

    Ho trovato un’efficace chiave di lettura di Transito all’ombra nel senso di violenza che percorre il mondo raccontato da Gianluca D’Andrea, una violenza non mostrata come un “fatto” bensì come l’ossatura portante di un corpo ricoperto dalla sua pelle. Il nostro mondo, questa società occidentale venuta a galla dalla seconda guerra mondiale e imperniata su mode e tecnologie sempre più perfette e cattive, sembra un enorme mare dalla superficie pacificata da tutta una serie di ipocrisie imposte (o autoimposte) per convincerci che abitiamo il migliore dei mondi possibili, il più felice di sempre.

    Ma, D’Andrea, ci lascia intuire che sotto (o dietro) questo “mare di felicità” vi sia un vulcano nascosto sempre sul punto di esplodere e portare alla superficie tutto il pus e il marcio che sottopelle si cova (“eccidio, omofobia, femminicidio”). Per questo trovo il suo verso (e poi l’insieme dei versi incatenati l’un l’altro) non nervoso – come invece scrive Pusterla in quarta di copertina – bensì scandito da un ritmo sincopato e un andamento lungo e lento che raggiunge spesso compostezze monolitiche minate però da lineature improvvise dalle quali s’intravede il vero nervosismo delle parole: “Illude Trieste, non vede – / Saba, Cattafi – il Novecento morto/ nell’assimilazione presente” (Trieste, Lubiana).

    Poesia emblematica di questo “mondo atroce” nel quale apparentemente nulla di atroce succede è quella che chiude il libro laddove il verso “è sapere la violenza” ci richiama a qualcosa che successivamente dovrebbe accadere; tuttavia questa consapevolezza della realtà si scioglie dopo due versi in una tenda che si richiude dietro un’umanità che si accampa in silenzio, nel semibuio. Questa fine “rassegnata” non esclude però lo stridere di qualcosa che si è intuito e che non si riesce a cancellare dalla memoria, come i morti “marciti/ sui legni, a mollo, assiderati” di tanti che “aspiravano al Natale” (La storia, i ricordi, IX) ma che al risvolto della medaglia si è rivelato (il Natale dei nostri tempi) l’ennesima illusione di un capitalismo dove tutto è ridotto a consumo, produzione, mercificazione di vite e rifiuti. Soprattutto il mondo dei ragazzi, quei ragazzi che D’Andrea conosce bene per la sua professione, mostra le stigmate di una violenza indicibile ma repressa sotto una coltre di apparente “modernizzante normalità” come quella della ragazzina con il “trucco che maschera altre negligenze/ diventando modello di eleganza” che poi è la stessa i cui sputi sono “la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza” (Gli alberi, i ragazzi).

    Ribadisco, questa duplicità del mondo del poeta è la stessa del suo linguaggio che mostra mentre cela o che nasconde mentre svela ma con un tono che mai tocca l’urlo, lo strappo, l’assenza totale di punteggiatura che potrebbe significare l’estrema disperazione di chi vuole dire tutto in un unico fiato. D’Andrea ci parla del “Male” ma con calma, con la pacatezza e la lucidità di chi vede la giustizia “che si sgrana in tempi impercettibili” (Acquario), ma anche come chi ha un dovere da espletare senza urlare, cioè raccontare alla piccola figlia Sofia quel “poco o niente [che abbiamo] da dire/ eppure questo fiato, così buffo / è il dovere che ci unisce e dissolve” (Lettera a mia figlia). Un modo di dire l’indicibile, questo di D’Andrea, di illuminare il cupo e tuttavia nulla togliere alla cupezza che mi ha fatto pensare alle tante nature morte di Giorgio Morandi, nelle quali il bianco abbacinante di bottiglie, bicchieri e ciotole apparentemente inermi (oppure simili a manichini in attesa di un giudizio) ma come attraversate da un’anima di pulsante instabilità, inspiegabile – sinistro – mistero, celava il nero indicibile di un altro tempo nero, cattivo, foriero di violenze cupe ed irredimibili che solo la poesia può descrivere nella sua essenza più profonda e disumana. Violenze nere ed irredimibili come i nostri, tanti, morti “marciti/ sui legni, a mollo, assiderati”.

  • 10Nov2016

    Matteo Bianchi - atelierpoesia.it

    Matteo Bianchi legge “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea

    La speranza obliqua

    La poesia di Gianluca D’Andrea è un esperimento. La sua ultima raccolta poetica Transito all’ombra è costruita su una struttura portante ben definita e dalla grande importanza simbolica. Il numero ricorrente è il 14: la prima parte Storia, i ricordi sommata al primo dittico dà proprio 14, così come Immagini, i ricordi e la parte Era nel racconto insieme a Zone recintate. Il numero ha a che fare con la vita privata del poeta: è proprio a 14 anni che comincia a scrivere poesie. La struttura e le sue fondamenta sembrano ben salde, ricordano una sinfonia mozartiana per la sua soavità e leggerezza. Ma ecco, con un colpo di vento, la dissonanza che fa diventare la musica atonale: l’ultima parte della raccolta Notturni, pensieri nati sul balcone di casa del poeta a Treviglio nelle notti insonni, è rappresentato dal numero 7. Il palazzo costruito da D’Andrea sembra improvvisamente crollare, il terreno sotto i piedi sdrucciolevole e le certezze venire meno. E’ proprio in questa dissonanza, in questo deserto del reale che nascono le poesie di Transito all’ombra.

    L’opera è un ininterrotto susseguirsi di piano individuale e storia collettiva: i ricordi intimi e personali del poeta sono sempre perforati da schegge impazzite di storia. Le poesie, che possono essere definite piccoli quadri di vita quotidiana, sono deformate dalla memoria collettiva, così il ricordo tutto infantile di un gioco nel cortile del palazzone di Messina, dove è nato, viene sporcato dall’immagine di Francisco Franco e Ustica. La storia, per chi come D’Andrea è cresciuto tra anni Ottanta e Novanta, ossia quando «gli individui al loro fondo,/tutti impegnati, da bolle a sognare/il proprio mondo», è inaccessibile, arriva da lontano senza dare spiegazioni. La memoria collettiva con il suo patrimonio gli è preclusa: non riesce neppure a vedere la cappella degli Scrovegni dipinta splendidamente da Giotto, ma si deve accontentare di guardarla, in una visione postmoderna, su una guida ingiallita. La copertina realizzata dall’artista svizzero Luca Mengoni mette in risalto questo fattore: le gambe di un uomo, D’Andrea stesso, in una visione pasoliniana sono immobilizzate dal serpente della storia che con le sue spire lo blocca, forse per sempre. Il suo passaggio resta all’ombra, la sua intimità è vinta dalla furia della storia. D’Andrea scrive poesie così sensoriali, che anche l’odore diventa fondamentale: al ricordo di un temporale estivo, odore di vita, si sovrappone quello dell’epoca in cui vive, odore di morte. Tutta la raccolta presenta questa stratificazione di tempi, l’accavallarsi di piano individuale e dimensione collettiva. Il poeta ci parla guardando un mondo che sta crollando, non per niente le parole «macerie» e «rovine» sono molto presenti.

    È da questa situazione disperata che il lettore deve tendere l’orecchio per ascoltare la voce di D’Andrea. In un’epoca di parole urlate con rabbia, il poeta ha l’obbligo morale di andare controcorrente e di parlare sommessamente, «Tutti siamo piccoli, Sofia,/abbiamo poco o niente da dire,/eppure questo fiato, così buffo,/è il dovere che ci unisce e dissolve». In questa totale solitudine, in questa profonda assenza della presenza, la voce di D’Andrea è un lungo tremolio, un sussurro a cui bisogna prestare attenzione: è la voce di un uomo che come l’angelo di Paul Klee è proiettato verso il futuro ma con un occhio in direzione del passato. In questa totale negatività che gli fa dire «eppure la terra è statica in milioni di anni senza/ noi, ci raggiunge e vomita», in questo stato di isolamento perenne che svuota il corpo, una labile traccia di speranza è presente ed è rappresentata dalla piccola Sofia, la figlia di D’Andrea. Come nella Strada di Cormac McCarthy, la salvezza arriva dai bambini che con il loro sguardo obliquo e pieno di meraviglia possono ricostruire ciò che i loro genitori hanno distrutto.

  • 06Nov2016

    Gianluca D'Andrea - lestroverso.it

    POESIA – RITMO – RESPIRO

    Parola d’Autore

    «Sto nel cuore dell’epoca, ho di fronte
    una via incerta, e il tempo crea miraggi»

    O. Mandel’štam

    Nel suo fondamento la poesia, nella sua pratica – perché ancora parlare di fondamento è assumere una terminologia abusata che richiama concetti altrettanto abusati, come sostanza, ecc. – è il concretarsi di un’ombra attraverso un’immagine. Tentando di essere più precisi: attraverso una lunga sensazione da cui si presume possa formarsi qualcosa. Aisthēsis, il nostro tatto interno – quante volte da piccolo, con i sensi completamente scoperti, sentivo giungere un’onda indescrivibile di percezione, ed era “altro” dentro me stesso? era il “noi” caproniano? («Quanto più il poeta s’immerge nel proprio io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo, appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi», G. Caproni) – forma veramente qualcosa: l’illusione della nostra presenza. Non la materia di cui sono fatti i sogni, ma più prosaicamente la materia che si affianca a un segno, fino a trasferirsi totalmente in esso, nell’artefatto che da sempre ci supera, ci schiaccia in una “disidentificazione” che, finalmente, rende fattiva la nostra scomparsa.

    Forse per questo, l’essere umano, oggi, immerso e sostenuto da una massa abominevole di artefatti, oscilla tra una resa definitiva alla verità ultima dell’oggetto, che è liberazione assoluta, e la costante frustrazione della perdita del proprio ruolo identitario, conquistato, sin dagli esordi, al prezzo di sacrifici abissali, come ad esempio la rinuncia alla verità della scomparsa, a favore del desiderio di sussistenza, del segno banale che “fa” presenza.

    La poesia non fa che confermare quell’oscillazione, ma più come il ricordo ostinato della necessità di essere dentro un quadro già definito, finito. Come fosse il raggiungimento di una massima libertà dentro il suo opposto.
    Nel passaggio dalla definizione alla liberazione nel finito, allo stesso modo «passano le figure» (Acquario, in Transito all’ombra, p. 47), ma come «ombre» e «flussi trapassati», «membrane che respirano / le azioni compiute» (ibid., p. 47) e frazionano il tempo, gli rendono giustizia nel movimento consequenziale che si sviluppa dal respiro. La nascita del ritmo risiede in questa libertà necessaria, cioè andare “a capo”, oggi, è un’esigenza che il soggetto ricava dalla, in questo caso sicuramente primaria, necessità di libertà: è la solitudine del soggetto a far sì che avvenga un ritmo e, infine, la scelta del respiro.
    Resta un’interrogazione, com’è possibile assimilare al ritmo personale un respiro collettivo? Come acquisire altro “fiato”, se non attraverso la conoscenza dell’altro nel suo racconto, nella sua storia? in una parola, nel ricordo:

     

    «Mente, de gli anni e de l’oblio nemica,
    de le cose custode e dispensiera
    vagliami tua ragion, sì ch’io ridica»

    (Tasso, Gerusalemme Liberata, I, 36)

    ma solo

    «nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato»

    (Aspettavo la storia di un quadro millenario, in Transito all’ombra, p. 42)

     

    cinque testi da Transito all’ombra, Marcos y Marcos, 2016

    La storia, i ricordi

    VII.

    Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio. Da allora niente,
    una scomparsa, idee allusive:
    mura tra virtù fibrose,
    connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
    Il campo è coperto di residui,
    la polvere aspetta l’acqua che la copre.
    Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
    senza il coraggio della presa,
    volte e architravi e solchi
    e tranci di cielo rosa.
    Parlavamo minimale o tronco,
    in astratto, di traiettorie interstellari,
    membrane, lacci e buchi,
    quante soluzioni per le mani,
    proteggemmo persino i liquami
    che intanto scorrevano nei parchi,
    nei campi.
    Per anni osservammo le nuvole
    accompagnando ai pronostici
    le previsioni meteo e uscivamo
    cercando di portare a casa la pappa;
    un padre torna con un sacchetto,
    nell’altra mano la figlia
    stringe (o è stretta),
    accanto un’auto calpesta le foglie.
    Ci accampammo per alcuni giorni
    tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

    Aspettavo la storia di un quadro millenario

    Vedevo lo spettro nell’immagine
    lenta, che rallentava gradualmente;
    per un istante le figure si muovono appena:
    case sullo sfondo, in un parco
    bambini e famiglie, madri in maggioranza,
    compiono le loro azioni.
    In un pomeriggio di aprile –
    dentro il quadro mia figlia e mia moglie
    nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
    Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
    ho il tempo di sperare che qualcuno
    colga da un altro spiraglio il quadro,
    che il tempo senza tempo si ricordi
    in molti modi, senza nostalgia,
    senza la mia stessa speranza,
    nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
    nella compassione lontana
    di chi non ne sa parlare.

    Acquario

    Passano le figure, inseguono gli eventi.
    Ombre, i bambini trascorrono
    in gesti, in un piede piegato o i passi.
    Gli uomini impiegano il tempo
    in frazioni strutturate,
    il movimento ha passioni e dolori
    e quadri che si aprono a brusii,
    flussi trapassati, sorprese
    negli scorci, membrane che respirano
    le azioni compiute;
    la giustizia si sposta nello stesso
    luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

    Zingonia

    Un luogo cui fu offerta una promessa
    rifiutata dal luogo; contingenze,
    si narra, che portarono al grigio
    delle fabbriche chiuse, ai primi freddi,
    a una popolazione in affanno.
    Oggi un attrito di odori ci accompagna,
    le vostre difficoltà sotto mura incomplete
    e sotto lo sguardo volatile di questo umile nord,
    più tiepido, vibratile…
    l’origami disegna gru, s’immilla.

    Zone recintate

    I. La luce, peli pubici

    Giorno, Peschiera, vista sul water
    nello spostamento dei raggi,
    il ritmo delle tossine dalle altre stanze,
    inoculato a forza d’isolamento.
    Archi, insenature pronte a capitolare
    in crocevia imprevedibili solo adesso,
    a scomparsa.
    Aprendo scaracchi di lago al confine
    risorge lo spettro lombardoveneto,
    in mezzo all’evo che segna
    passerelle e suoni del dopo fine.
    Tutti accesi nel cielo pubico,
    nel pelo luminoso sul bordo,
    in bilico nel semibuio.

    Note

    Acquario: quello di Genova nel 2013.

    Zingonia: località in provincia di Bergamo dove ho insegnato nel 2012/2013, famosa per il progetto integrativo (zona industriale – area urbanistica) degli anni ’60. Il progetto non fu portato a termine, adesso Zingonia è una sorta di banlieu multietnica.
    L’ultimo verso è un richiamo alla leggenda giapponese – una volta letta in classe – Tsuru no ongaeshi (La gru riconoscente); la gru ha valore augurale, soprattutto l’origami che la rappresenta, se ripetuto mille volte, potrebbe garantire la guarigione da ogni malattia. Mille gru per mille etnie.

  • 24Ott2016

    Paolo Tognola - librierecensioni.com

    Fabio Pusterla, della casa editrice Marcos y Marcos, sceglie di pubblicare, per la collana di poesia Le Ali, di cui è direttore, la raccolta Transito all’Ombra, di Gianluca D’Andrea, critico, editore e, soprattutto, poeta.
    Cinquantuno poesie suddivise in sette parti: La Storia, i Ricordi e poi Dittico, Immagini, I Ricordi, Era nel Racconto, Zone recintate, Altro Dittico e Notturni.

    Pur essendoci eterogeneità formale, il verso libero è il mezzo tecnico preferito.
    D’Andrea inizia a scrivere in endecasillabi, con un abile intreccio di ritmi discendenti e ascendenti, ma subito li abbandona, in favore di schemi e versi liberi.
    Ne scaturisce un ritmo meno musicale e più narrativo; la voluta assenza di rime e tecniche tradizionali favorisce la piena libertà d’evocazione di immagini a volte definite, a volte intenzionalmente confuse.
    La prosasticità del verso è la peculiarità formale che irrompe di poesia in poesia e ha il culmine della propria manifestazione nel ripudio di ogni schema metrico in Braccare lo spazio, Giotto e Ritorno.
    Attraverso queste non convenzioni l’autore esprime contenuti delineati, soprattutto, dai ricordi, dai quali filtra il rapporto con l’epoca in cui vive e i luoghi abitati da piccolo e quelli che abita ora.
    Anche in modo ermetico, cita eventi contemporanei, descrive la quotidianità, omaggia i suoi riferimenti culturali, ma soprattutto racconta le proprie esperienze di vita.
    Il lessico è molto curato, anche quando la scrittura sembrerebbe più istintiva, sapiente l’uso degli aggettivi.
    Opera molto personale, sicuramente poco simbolista, a tratti di spirito romantico, influenzata dai grandi poeti della nostra tradizione, forse Carducci in primis.
    Per quanto riguarda le atmosfere, invece, non possiamo che segnalare la vicinanza a Jim Carroll.
    Pregevole raccolta, merita di essere letta.
    Gianluca D’Andrea ha la capacità di intridere ogni verso di profonde riflessioni che proiettano la lettrice e il lettore nella propria sfera personale, spingono a rivivere le proprie memorie e a riflettere sul nostro ruolo in questa società che nell'”Ombra” sembra destinata a perdersi.

  • 12Ott2016

    Italo Testa - leparoleelecose.it

    Transito all’ombra

    di Gianluca D’Andrea

    [Pubblichiamo alcuni testi dalla raccolta di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra, in uscita in questi giorni per la nuova collana di poesia «Le Ali» di Marcos y Marcos].

    Acquario

    Passano le figure, inseguono gli eventi.
    Ombre, i bambini trascorrono
    in gesti, in un piede piegato o i passi.
    Gli uomini impiegano il tempo
    in frazioni strutturate,
    il movimento ha passioni e dolori
    e quadri che si aprono a brusii,
    flussi trapassati, sorprese
    negli scorci, membrane che respirano
    le azioni compiute;
    la giustizia si sposta nello stesso
    luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

    Zingonia

    Un luogo cui fu offerta una promessa
    rifiutata dal luogo; contingenze,
    si narra, che portarono al grigio
    delle fabbriche chiuse, ai primi freddi,
    a una popolazione in affanno.
    Oggi un attrito di odori ci accompagna,
    le vostre difficoltà sotto mura incomplete
    e sotto lo sguardo volatile di questo umile nord,
    più tiepido, vibratile…
    l’origami disegna gru, s’immilla.

    Zone recintate

    I. La luce, peli pubici

    Giorno, Peschiera, vista sul water
    nello spostamento dei raggi,
    il ritmo delle tossine dalle altre stanze,
    inoculato a forza d’isolamento.
    Archi, insenature pronte a capitolare
    in crocevia imprevedibili solo adesso,
    a scomparsa.
    Aprendo scaracchi di lago al confine
    risorge lo spettro lombardoveneto,
    in mezzo all’evo che segna
    passerelle e suoni del dopo fine.
    Tutti accesi nel cielo pubico,
    nel pelo luminoso sul bordo,
    in bilico nel semibuio.

    Altro dittico

    I.

    Mi spostavo eternamente connesso,
    ero strumento, sempre a un passo
    dall’innesto distruttivo. La fine
    s’innescava feroce nelle zampette
    di chi auscultava il proprio battito.
    Immagino pomeriggi nella stanza
    di mia figlia, giocando disteso
    sul lettone con lo stetoscopio
    nell’orecchio. Gli auricolari trasmettevano
    una scansione sconosciuta,
    il battito è volgare, la musica
    lenta che sconfina nel rumore
    e la morte avvertita nelle pause.
    Il suono ricomincia a punzecchiare
    i sensi. Pregno d’inserzioni, sono
    la sensualità che non avverto,
    il sigillo del movimento intimo
    e la mia firma un essere fluttuante
    che si aggira frenetico per le stanze,
    la forza centripeta, filiale.

    II.

    E l’abbracciai quella forza
    che mi scosse, mutuando dall’inerzia
    un fruscio, poi il tocco della pelle,
    l’odore di luce liquida –
    e la rosa? – che spegne tutti i sensi,
    il fatto che i capelli sono brividi,
    provocano delicatezze sensuali,
    niente di casto ma un limite
    che solo il pensiero – e la cultura? –
    rende invalicabile.
    Tutto liscio, caldo, squillante
    come t-shirt nel cassetto
    o indossate dopo ritorni da lunghi viaggi,
    da luoghi ignoti, slogati.
    Il profumo e il limite diventano dovere,
    neoformazioni fatali di giustizia,
    di corpi che riprendono la via
    al decentramento, a un’altra scomparsa.

    Note

    Acquario: quello di Genova nel 2013.

    Zingonia: località in provincia di Bergamo dove ho insegnato nel 2012/2013, famosa per il progetto integrativo (zona industriale – area urbanistica) degli anni ’60. Il progetto non fu portato a termine, adesso Zingonia è una sorta di banlieu multietnica.
    L’ultimo verso è un richiamo alla leggenda giapponese – una volta letta in classe – Tsuru no ongaeshi (La gru riconoscente); la gru ha valore augurale, soprattutto l’origami che la rappresenta, se ripetuto mille volte, potrebbe garantire la guarigione da ogni malattia. Mille gru per mille etnie.

  • 02Ott2016

    marcello mento - Gazzetta del Sud

    La poesia come estremo gesto di libertà

    La poesia come bisogno insopprimibile, come strumento indispensabile per sopperire al vuoto in cui ci si dibatte, come gesto di libertà di fronte a un mondo estraneo e codificato. Ne parliamo con Gianluca D’Andrea, poeta messinese – che da anni però vive a Treviglio -, di cui in questi giorni è uscita una raccolta, Transito all’ombra, edito dalla prestigiosa casa editrice Marcos y Marcos, che da quest’anno ha aperto la sua produzione alla poesia con la collana Le Ali.

     

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  • 01Set2016

    Francis Catalano - terreaciel.net

    Traduzione dall’italiano al francese di tre poesie tratte da Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea

     

    Transito all’ombraTRASPOSIZIONE (O L’IDENTITÀ DEL POETA)Il fatto di essere non sussiste
    esiste l’essere come un fatto
    del sentire. Allora io sarà il nucleo
    per cui posso essere me stesso,
    non il triciclo abbandonato in strada
    accanto ai bidoni ustionati.
    Mia figlia pedala.
    Io è le mutande del ragazzo
    al semaforo che vende accendini.
    Dopo un giorno di lavoro
    brucio i fazzoletti abusivi
    e raccolgo parole da uno schermo,
    ustionato da tutti i contatti.
    Passage à l’ombre_____
    TRANSPOSITION (OU L’IDENTITÉ DU POÈTE)Être n’a pas de fondement,
    existe l’être comme un fait
    de sensation. Alors je sera le noyau
    par lequel je peux être moi-même,
    non pas le tricycle abandonné dans la rue
    à côté des bidons incendiés.
    Ma fille pédale.
    Je est le caleçon du garçon
    au feu de circulation qui vend des briquets.
    Après un jour de travail
    je brûle les mouchoirs illégaux
    et recueille les mots d’un écran,
    incendié par tous les contacts.
    L’IDENTITÀ (O TRASPOSIZIONE DEL POETA)Sentiva di spostarsi e accadimenti
    intercedevano per lui che si spostava,
    sospinto dalla piena presenza
    di se stesso. Impercettibilmente
    ad agire era un moto secondario,
    che diventava consistente e si perdeva.
    Camminava pienamente.
    Si alternava in tutto il movimento
    la sensazione vera di non essere
    se non se stesso in contatto perenne,
    come accade nelle passerelle
    agli aeroporti dopo un giorno
    in piedi a calpestare i propri passi.
    L’IDENTITÉ (OU TRANSPOSITION DU POÈTE)Il sentait qu’il bougeait et des événements
    intercédaient pour lui qui bougeait,
    poussé par la pleine présence
    de soi. Imperceptiblement
    c’était un geste secondaire qui agissait,
    qui devenait consistant et s’estompait.
    Il marchait pleinement.
    Il s’alternait dans l’ensemble du mouvement
    une sensation vraie de non être
    sinon d’être soi-même en contact immuable,
    comme cela arrive sur les passerelles
    des aéroports après une journée
    debout à piétiner ses pas.
    ASPETTAVO LA STORIA DI UN
    QUADRO MILLENARIO
    Vedevo lo spettro nell’immagine
    lenta, che rallentava gradualmente ;
    per un istante le figure si muovono appena :
    case sullo sfondo, in un parco
    bambini e famiglie, madri in maggioranza,
    compiono le loro azioni.
    In un pomeriggio di aprile –
    dentro il quadro mia figlia e mia moglie
    nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
    Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
    ho il tempo di sperare che qualcuno
    colga da un altro spiraglio il quadro,
    che il tempo senza tempo si ricordi
    in molti modi, senza nostalgia,
    senza la mia stessa speranza,
    nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
    nella compassione lontana
    di chi non ne sa parlare.
    J’ATTENDAIS L’HISTOIRE D’UN
    CADRE MILLÉNAIRE
    Je voyais le spectre dans l’image
    lente, qui ralentissait graduellement ;
    pour un instant, les figures se déplacent à peine :
    maisons en arrière-plan, des enfants
    des familles dans un parc, en majorité des mères,
    accomplissent leurs actions.
    Un après-midi d’avril –
    à l’intérieur du cadre ma fille et ma femme
    dans leur coin, assises sur le gravier.
    J’attends encore un peu avant d’entrer,
    j’ai le temps d’espérer que quelqu’un
    saisisse le cadre par une autre ouverture,
    que le temps sans temps se souvienne
    de plusieurs façons, sans nostalgie,
    sans mon espérance même,
    dans l’oubli d’un souvenir dont on ne peut se souvenir,
    dans la lointaine compassion
    de qui ne sait en parler.
  • 12Ago2016

    Gianluca D'Andrea - nuoviargomenti.net

    Transito all’ombra

    Alcune poesie in anteprima da Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea, in uscita per Marcos y Marcos.

     

    ***

    La storia, i ricordi

    VII.

    Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
    il passaggio del millennio e il livello
    si ridusse in esplosioni nere,
    i grattacieli, gli uccelli, figure
    disegnate come rondini nel cielo cupo,
    fissi a un dislivello in cui le frontiere
    e gli impatti ebbero il dissapore
    del dubbio. Da allora niente,
    una scomparsa, idee allusive:
    mura tra virtù fibrose,
    connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
    Il campo è coperto di residui,
    la polvere aspetta l’acqua che la copre.
    Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
    senza il coraggio della presa,
    volte e architravi e solchi
    e tranci di cielo rosa.
    Parlavamo minimale o tronco,
    in astratto, di traiettorie interstellari,
    membrane, lacci e buchi,
    quante soluzioni per le mani,
    proteggemmo persino i liquami
    che intanto scorrevano nei parchi,
    nei campi.
    Per anni osservammo le nuvole
    accompagnando ai pronostici
    le previsioni meteo e uscivamo
    cercando di portare a casa la pappa;
    un padre torna con un sacchetto,
    nell’altra mano la figlia
    stringe (o è stretta),
    accanto un’auto calpesta le foglie.
    Ci accampammo per alcuni giorni
    tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

    ***

    Immagini, i ricordi

    La storia dell’immagine

    La tenda mossa dal vento, l’attesa,
    un vecchio prega,
    attendo, all’incrocio d’ombra e luce,
    il freddo percipiente.
    L’immagine non si muove,
    mi muovo e fisso
    nella memoria quel passo, fermo
    tutto il giorno in quei gesti, dimentico.

    *

    Aspettavo la storia di un quadro millenario

    Vedevo lo spettro nell’immagine
    lenta, che rallentava gradualmente;
    per un istante le figure si muovono appena:
    case sullo sfondo, in un parco
    bambini e famiglie, madri in maggioranza,
    compiono le loro azioni.
    In un pomeriggio di aprile –
    dentro il quadro mia figlia e mia moglie
    nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
    Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
    ho il tempo di sperare che qualcuno
    colga da un altro spiraglio il quadro,
    che il tempo senza tempo si ricordi
    in molti modi, senza nostalgia,
    senza la mia stessa speranza,
    nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
    nella compassione lontana
    di chi non ne sa parlare.

    *

    La resa

    Sul viso queste linee perfette
    che la luce bagna appena.

    Linee dall’alto che sfaldano la luce
    ricadendo sulla bambina che dorme,
    sui lineamenti dritti, dolci, verticali;

    il viso della bambina è diverso
    cambia come il giorno
    come ogni giorno cambia
    per somigliare a se stessa, diversa,
    al diverso che cederà nel nulla
    che già l’accompagna, rendendo
    possibile la sua presenza attuale,
    eterna.

    Sul viso quelle linee perfette
    ogni giorno perfette nella loro incoerenza
    col perfetto che è sempre visione.

    La visione è qualcosa che si arrende;
    ancora, ogni tanto, combatto
    con la mia resa,
    la lingua diventa l’eco di un campo,
    una lancia sospesa nel lancio,
    non cade, salta.

    La resa non ha obiettivi,
    non sa definirsi, si bagna appena
    rendendo.

    *

    Acquario

    Passano le figure, inseguono gli eventi.
    Ombre, i bambini trascorrono
    in gesti, in un piede piegato o i passi.
    Gli uomini impiegano il tempo
    in frazioni strutturate,
    il movimento ha passioni e dolori
    e quadri che si aprono a brusii,
    flussi trapassati, sorprese
    negli scorci, membrane che respirano
    le azioni compiute;
    la giustizia si sposta nello stesso
    luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

    *

    L’altra immagine

    Dalle finestre della sala da pranzo fasci di
    luce dorata si allungavano sul prato, fino
    al roseto.

    Friedrich Dürrenmatt

    Mi ripeto la vita della luce
    è la legge da noi non preparata,
    un monito che si può accompagnare
    ai gesti quotidiani. Da quest’homo

    che emerge dalle vene di una soglia,
    l’esistere nudo, la debolezza
    di tutti i momenti, di alcuni luoghi

    che nel ricordo,
    quando il flusso di luce copre i volti,
    imprimono ai lineamenti un ultimo colore,
    l’appartenenza incalcolata, cancellabile

    ***

    Zone recintate

    VI. Braccare lo spazio, Giotto

    Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.

    Jean-Luc Nancy

    Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
    Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
    Mi piace condividere con voi immagini e versi perché si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
    Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.

    *

    Ma prima del ritorno – in ogni viaggio s’intuiscono prospettive ma non si fissano quadri, ecco perché lo spazio è in tensione: da un lato l’apertura al diverso, dall’altro l’ancoraggio al passato, la radice non può essere braccata ma circondata e protetta, l’albero è solo i rami, i rami, reticolati il cui sfondo dall’azzurro dorato di quest’inizio primavera si trasforma nel bianco venato di grigio, nubi fratte, nubifragio di linee, di visuali in fuga, dirette a un orientamento senza scopo, senza nostalgia – si verifica un ultimo spostamento. 
L’entrata alla Cappella degli Scrovegni va prenotata su internet almeno 72 ore prima della visita. Non ne sapevo nulla, così fummo costretti a rinunciare alla vista “dal vivo” di quel monumento d’arte incommensurabile. Comprai un opuscolo illustrato con particolari della Cappella. Mi dibattevo, però, nella delusione, per aver mancato un impegno urgentissimo, l’occasione di manifestare il mio rispetto per l’arte del maestro fiorentino. Giotto si dibatteva per trovare uno spazio, inventò prospettive “istintuali” perché il desiderio d’orientamento, l’inserimento di figure “vive” nei loro gesti quotidiani all’interno di uno schema iconico in cerca di simmetria e monumentalità, spezza la forma: lo spazio si rigenera realizzandosi nell’imperfezione della banalità dei gesti. Il passaggio dal luogo vivo al “textum”, al volume che intreccia e raffigura, si “eterna”, si fa stasi nel cammino, dimora che accede, involontariamente, al ritorno.

    ***

    Notturni

    V.

    Sarà buio, ondate
    fuori il capovolgimento, penso
    ragazzi in balia, non posso ridire
    le nubi accerchiano stretture.
    Nel nero trasparente avverto,
    non ci sarei,
    la possibilità di dire il buio
    non
    la sua necessità.

    Immagine: Richard Long, Walking a Line in Peru, 1972.

Transito all’ombra