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Transito all’ombra

Archivio rassegna stampa

  • 30Lug2019

    Antonio Devicienti - Se i Poeti s'incontrano

    Gianluca D’Andrea salda nei suoi testi in versi la vicenda autobiografica con quella più vastamente generazionale e nazionale, in un dilatamento dell’orizzonte poetico che, movendo dalla propria infanzia, giunge a percepire la storia e a riflettervi secondo precise modalità di quello che potremmo chiamare un “pensiero poetante”, fermamente deciso a non richiudersi dentro l’io, ma facendo dell’io il punto di partenza per costruire una forma poematica che s’impone al lettore come un noi il quale, in continuo movimento, fa presa con ineludibile razionalità sulla realtà.

    Il paesaggio (quello italiano di questi anni, fortemente urbanizzato e industrializzato, spesso occupato dalle periferie o segnato dall’asfalto delle strade) assume una presenza significativa e oltremodo interessante, perché, erede degli esempi di Sereni e di Pusterla, di Roversi e di Cattafi, consente all’autore di evitare sentimentalismi e sbavature banalmente autobiografiche e gli permette di fare della propria scrittura in versi una sonda e uno strumento di conoscenza che si contrappongono a una pura rappresentatività del reale o a un mero percorso memorialistico.

    Percorrere la Sicilia e l’Italia, la cronaca, la storia, attraversare con la poesia le problematiche del lavoro, dell’abitare la città, coagulare nella lingua e nella scrittura in versi anche il supposto impoetico quotidiano significa porsi la questione dello scrivere in anni di caoticissimo carosello mediatico, di sfuggenti e insidiosi e insicuri strumenti d’analisi (sia essa politica, sociologica, psicologica, culturale o antropologica); è evidente una matrice dantesca, una tensione civile, un rifiuto dell’autoisolamento sui lidi della lirica bella ma innocua e tenera come una mammola: c’è, invece, un continuo vaglio critico della realtà, una salda consapevolezza storica che va ben oltre la cronaca, una convincente capacità di saldare l’esperienza personale con i cosiddetti destini generali, una consapevolezza piena, cioè, nel (mi si passi l’espressione) localizzare con precisione e con altrettale puntualità storicizzare sé stesso – e senza il narcisismo del poeta che dice “io”, ma in quanto fonte dell’esperienza che non viene ridotta al soggetto, né resa esemplare: l’attitudine anche da nomade di questa scrittura è quella di uno sguardo ampio e dialettico (che problematizza e ragiona, cioè, che dibatte e penetra), coerente con molte risultanze della poesia europea di questi anni che, superato l’attardarsi su posizioni ideologiche ormai inadeguate a spiegare il reale, cerca di comprendere proprio i rapporti storici, sociali, politici in atto.