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Transito all’ombra

Archivio rassegna stampa

  • 12Gen2020

    Antonio Merola - https://www.barbaricoyawp.com/post/poesia-letteratura-della-catastrofe-sulla-poesia-di-gianluca-d-andrea

    Poesia | Letteratura della catastrofe – sulla poesia di Gianluca D’Andrea

    C’è un fattaccio, che ci riguarda tutti: la nostra specie è ormai dentro fino al collo in una enorme crisi ambientale e climatica.
    Con questo articolo cercheremo di affrontare per la prima volta un caso italiano su questa tematica: la poesia di Gianluca D’Andrea.

     

    Siamo fottuti? C’è un fattaccio, che ci riguarda tutti: la nostra specie è ormai dentro fino al collo in una enorme crisi ambientale e climatica. E, se volessimo armarci di un termine retorico, potremmo considerare questa condizione come una sfida; anzi, come l’ultima delle sfide. Perché, in fondo, non è la Terra a essere davvero in pericolo, ma piuttosto il nostro habitat. «Nostro» poi… diciamo: anche nostro. Del resto, in mezzo a questa crisi, sono rimaste coinvolte anche altre specie. Con una distinzione: se la sfida della sopravvivenza di fronte alla crisi riguarda più di una specie, l’azione dell’essere umano può considerarsene la causa principale, al punto che si vorrebbe definire una volta per tutte la presente epoca geologica come Antropocene.

    Potremmo essere l’ultima generazione a dire qualcosa? Ci stiamo per estinguere… o invece ce la faremo? Questi interrogativi hanno cominciato ad angosciare la nostra quotidianità, assieme a una crescente consapevolezza verso la crisi. Cerchiamo risposte e soluzioni, proviamo ogni giorno a carpire qualcosa di più, ma come degli studenti fuori corso, in ritardo. C’è allora chi, come il critico Francesco Muzzioli, usa per esempio il termine «catamodernità». Ma se volessimo rimanere concentrati sulla letteratura e sulle conseguenze che una simile disposizione d’animo abbia per la scrittura, allora preferiremmo coniare: la letteratura della catastrofe, una definizione che è nata in seguito a una conversazione con l’amico Michelangelo Franchini, anche se non saprei più dire chi tra me e lui l’abbia nominata per prima. Proviamo però a vederci chiaro. La catasfrofe ha indubbiamente a che fare con il campo semantico del disastro e della fine. La letteratura della catasfrofe però non è una letteratura distopica. Se la distopia infatti riguarda qualcosa che potrebbe accadere, ma che ancora non è accaduto e non è detto che accada per forza, la catasfrofe è invece, almeno per ora, qualcosa di certo. Ci sono ormai autori che affrontano apertamente l’argomento e che fanno dell’argomento il focus della propria opera, come per esempio la poesia di Alexander Shurbanov. C’è poi però un altro gruppo di autori che, anche se non fa della propria opera uno strumento di aperta denuncia verso la crisi ambientale, tuttavia non può fare a meno di sentire la crisi… e perciò di risentirne. Un altro esempio, sempre dalle pagine virtuali di Yawp, potrebbe essere il poeta serbo Milan Dobričić. Con questo articolo cercheremo di affrontare per la prima volta un caso italiano che si trova a metà tra le due posizioni: la poesia di Gianluca D’Andrea. E nello specifico, quella che pare essere una trilogia a partire dalla raccolta Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016), per poi attraversare, come ammette lo stesso autore, il «ponte» di Forme del tempo (Arciplegato itaca, 2019) e arrivare agli inediti di Dentro le orme per farne semi, di cui proporremo alcuni testi in chiusura.

    È interessante notare che se la fine distrugge ogni memoria, perché non può più esserci qualcuno a ricordare, D’Andrea fa del transito verso la fine una questione di memoria scordata; cioè di ignoranza. Ecco per esempio un j’accuse esplicito: «La tv degli anni Ottanta tentò/ di rubarci la memoria». C’è allora qui un primissimo transito, per ora solo nazionale, che porta dieci anni dopo gli italiani a godersi con ingenuità il loro presente, sotto gli effetti ignorati e accennati del cambiamento climatico: «Negli anni Novanta ho cominciato/ a fare bagni di crema solare,/ di sole intensivo, d’intenso cremare -/ ustionato, fervente, indirizzato/ a una possibile rovina». Se però la catastrofe agisce ed è agita globalmente, gli occultamenti della catastrofe non sono da meno. D’Andrea comincia dall’Italia per transitare ancora una volta e coinvolgere, in un secondo e sempre esplicito j’accuse, il nostro sistema economico: «l’Occidente era già formato./ Mentre rubavamo in un tabacchino/ il pacchetto ci esplose tra le mani,// imparai così la colpa e il destino,/ l’allarme del benessere e il possesso». Imparare diviene improvvisamente uno schock, una esplosione, perché imparare coincide con il ricordare; l’aprire gli occhi con il trauma. Ma cominciando a ricordare, D’Andrea si arma a questo punto di una lente di ingrandimento per tentare meglio una inquadratura temporale, necessaria alla ricostruzione storica: «Erano questi gli anni, trenta-vent’anni fa,/ per approssimazione la spinta individualistica/ spenta negli abusi per mantenere ricche/ le vecchie risorse» e dove di conseguenza «Il resto del mondo è il resto». Una vola riapertolo, il trauma bisogna guardarlo dritto negli occhi. Così D’Andrea può zompettare dalla questione della memoria scordata a un’aperta denuncia ecologica prima nazionale: «mentre un tanfo da sud/ mi ricorda la strada dei rifiuti» (corsivo nostro, n.d.r) e poi globale «allora l’aria/ infettata si mescolava al fiato/ vegetale»; fino alla triste e paradossale situazione politica in cui quasi tutti gli Stati si trincerano in un discorso tanto identico quanto esclusivo, costringendo anche le altre specie viventi a comportarsi allo stesso modo: «l’acero resisteva/ ai dibattiti xenofobi». Dove non esiste una collaborazione, vige la terribile regola dell’ognuno per sé. Eccolo qui il trauma: scoprire di essere causa comune della possibile fine della specie, scoprire in dettaglio che cosa abbiamo fatto, renderci conto che mentre ciò accadeva noi ci trovavamo con la mente altrove e infine assistere alle assurdità del trinceramento, anziché a una collaborazione tra uomini e tra specie diverse. Massimo Sandal inoltre, citando uno studio americano di Daina Mazutis e Anna Eckardt (2017), rincara la dose quando scrive che: «La verità è che la sfida del riscaldamento globale era già persa fin dall’inizio. Non perché non potessimo gestirlo meglio – potevamo – ma perché non siamo nati per questo. Noi Homo sapiens non siamo fatti, semplicemente, per gestire questo problema». Non essere in grado di salvare il nostro habitat oppure essercene accorti semplicemente troppo tardi; per coloro che ancora danno una possibilità alla specie umana, bisogna allora recuperare la memoria, certo, ma ora che ce ne siamo resi conto il tempo stringe e potremmo trovarci a farlo di fretta, ad arrabattare. È un problema che D’Andrea si pone seriamente, anche perché ciò lo riguarda in prima persona come insegnante in una scuola media: per contrastare una memoria scordata, c’è bisogno di ricordare. Ma che cosa? Transito all’ombra è una raccolta che si interroga anche sulle diverse forme che la memoria può assumere, per cercare di cogliere infine un significato univoco. Prendiamo per esempio un argomento da lezione: l’impero romano e il fatto che anche «i nomi romani/ scompaiono con la luce magmatica/ dei secoli»: è questa volontà di essere ricordati attraverso la propria grandezza, la memoria? Quando chiesi a Milan Dobričić come mai, secondo lui, anche davanti all’evidenza della catastrofe nessuno facesse niente, mi rispose con queste esatte parole: «I nostri leader hanno un unico scopo: di essere ricordati nella storia, nel bene o nel male, ma pur sempre ricordati. È facile essere ricordati facendo qualcosa di drastico e negativo. Purtroppo». Ricostruire le gesta dell’impero romano potrebbe servirci allora non tanto per ricordarne la grandezza, quanto per interrogarci sul retaggio di una forma mentis che ha finito per condizionare la globalità contemporanea: in breve, il desiderio di grandezza ci viene da qualche cultura in particolare, come quella romana, o è universale? Desideriamo essere grandi più di quanto abbiamo a cuore il destino del pianeta. Rimanendo a noi: non ci interessa salvare i ghiacci della Groenlandia, ma predare il tesoro che nasconde. Oppure, con le parole di Dobričić: ci va bene essere ricordati come coloro che non hanno salvato la Groenlandia, purché verremo ricordati. Ma da chi? Ci troviamo infatti davanti un aut aut: chi ci sarà a ricordare un’umanità estinta? Abbiamo solo accennato un primo esempio di forme possibili di memoria e già siamo accerchiati dalle domande. Peraltro, al poeta urge andare a lezione; il tempo lo incalza. Se poi la lezione è un momento vivo in cui si condivide una memoria, ci si potrebbe chiedere che differenza ci sia tra il ricordarsi di una esperienza fatta in prima persona e il tramandare invece una esperienza che ci è stata invece tramandata da altri: «Forse perché non conosco i miei nonni,/ le nonne sono il ‘senza’ del pudore/ che i genitori avrebbero occultato,/ ma so che Guerra è brutta, con distacco.// Questi li chiamo ricordi, nel freddo/ degli anni, c’era l’Ucraina, l’Ucraina/ c’è». Esperienza diretta e tradizione sarebbero quindi due forme diverse di memoria? Il nostro è un tempo che ha l’assoluto bisogno di risposte. E invece più D’Andrea ragiona sulla memoria, meno riesce a ricordare. È il momento che la «catastrofe» in persona entri in scena: «Neanche il tempo di sostare, al penultimo/ giorno dalla catastrofe, rinvengo/ e mi trovo nella sala d’aspetto/ di una scuola elementare» (corsivo nostro, n.d.r.). La campanella è suonata e il poeta, confuso, deve cominciare a tramandare comunque qualcosa: «Ricordo/ la possibilità di relazione e le persone conosciute,/ i ragazzi e i fantasmi dei ragazzi./ La fine del mondo giunge di continuo». «Catastrofe», «fine del mondo»… o scenari come questo: «Ci accampammo per alcuni giorni/ tra le macerie, ai margini di altre dimensioni». Eccoci giunti in pieno nel campo semantico della letteratura della catastrofe, che si fa esplicito, come sopra, o implicito, sotto forma di una ambigua percezione che la fine si stia avvicinando, senza capire bene quale fine sia, ma che porta comune a scene di priscosi collettiva come questa in cui: «la maestra sentiva/ tutti ogni giorno». Perché interrogare ogni alunno ogni giorno? Da dove viene una fretta simile? Oppure, ora che è D’Andrea a essere dall’altra parte della cattedra, a scenari di apatia generazionale in cui: «Le schegge che da questo sopravvivere/ appaiono scomparendo nello schermo,/ nei display sempre accesi in cui gli occhi/ dei ragazzi sono immersi/ come radici in un campo». C’è quasi una comicità paradossale, in questa scena: il maestro preoccupato di una lezione di cui non importa niente a nessuno. Ci sarebbe da dare ragione a Filippo La Porta, quando in Disorganici. Maestri involontari del Novecento (Edizioni di Storia e Letteratura, 2019) accusa la mia e quelle successive di essere delle generazioni che non riescono più a guardare a qualcuno come a un maestro. Ma qui la questione è altra: l’ignoranza che ci mostra D’Andrea non è generazionale, ma collettiva… e non a caso ci propone le immagini di due classi in due tempi diversi; questa ignoranza, spesso voluta, indotta da altri, ci ha portato a non capire fino a che punto abbiamo ridotto il nostro habitat; per contrastare l’ignoranza bisognava, bisogna e bisognerà recuperare la memoria; ma davanti a che cosa la memoria sia, la nostra ingoranza dilaga. Ogni opera aperta è, in fin dei conti, una grande domanda senza risposta. Con Lettera a mia figlia il testamento del poeta diviene un monito: «Cara piccola Sofia […] Non ascoltare chi dirà che nulla/ è questa fine, perché sarà la fine». Non credere mai all’ignoranza significa ereditare le domande che finora il poeta si è posto intorno alla memoria; ereditare le domande, ma non le risposte. Se non fosse che a questo punto interviene la fantascienza, che può guardare al futuro ancorandosi all’immaginario: «Finì la storia […] Le sembianze dei pianeti aprivano/ spiragli al nuovo mentre il vecchio,/ era ormai evidente, era solo pattumiera./ Le famiglie e le abitazioni/ erano gli ultimi rifugi tribali,/ istinti siderali al setaccio». Leggendo questo passaggio ci sembra che a parlare sia un cucciolo di uomo che osserva le stelle: «Parlavamo minimale o tronco,/ in astratto, di traiettorie interstellari,/ membrane, lacci e buchi,/ quante soluzioni per le mani». Ma se è vero, come hanno suggerito Nicoletta Vallorani, Chiara Reali ed Emanuela Valentini durante l’incontro Quello che i criceti non fanno: donne sulla luna e altri misteri, che ormai la fantascienza stia perdendo l’appellativo di «fanta», per trasformarsi sempre di più in letteratura scientifica, allora a parlare in questi versi potrebbe persino essere il maestro che discute con la classe a proposito delle idee di Elon Musk, quando sostiene che per sopravvivere gli esseri umani dovranno diventare una specie interplanetaria… e quindi raggiungere Marte, al più presto! Sempre che ciò sia davvero una soluzione, come ci ha insegnato Ray Bradbury e come scriverà anche D’Andrea più avanti.

    Con Forme del tempo siamo in un ponte tra le due raccolte; una raccolta mediana, di transito. Ci basta leggere la prima pagina, per accorgerci che quanto detto finora trova l’ennesima ragione testuale: «La peste di Atene, la guerra civile, i nazionalismi. Nei momenti critici tutto è permesso fuori dal vincolo della legge e della condivisione e la massa anonima svincola l’individuo da ogni responsabilità. Riguardiamo il vuoto dopo l’evento distruttivo, ancora e ancora. Attendiamo la ricreazione dello spazio nonostante l’assenza di limiti. L’uomo del presente, nella piena solitudine, come un’ombra che ha lasciato la sua voce, può riattivare nella memoria la necessità di relazione» (da Diario estivo). Si tratta di un testo ibrido, dove si mescolano poesie autoriali e pensieri in prosa a citazioni e riprese per intero di altri autori, per cui ci viene però sempre segnalata la fonte; e la scelta dell’ibrido avviene perché «Il mito è senza “stile”: racconta». Forme del tempo è infatti simile a un diario dell’umanità o meglio: a una collettanea di lezioni sulle forme possibili di memoria, il tentativo di arrabattare e raccontare il sapere del mondo, in modo veloce, confuso, perché l’umanità è agli sgoccioli e perché in fondo decidere che cosa tramandare di tutto il nostro pensiero in un lavoro lineare non è cosa facile: «La fine della favola sembra essere il limite definitivo da cui parte incessantemente un altro racconto» (da Il mito capitale). A chi sta parlando infatti D’Andrea? Osserviamo questa scena: «Gli ultimi giorni sono i più devastanti. Sono i ricordi di tutto ciò che finisce ed io ricordo le passeggiate tra gli uomini» (da Un racconto: ricordo d’infanzia). Qui l’umanità si dà ormai per sconfitta, prossima all’estinzione; anzi, l’estinzione è già inscenata. Ancora una volta D’Andrea lancia un j’accuse, ma la possibilità di una catarsi adesso è evaporata: «La mia generazione non si è mai svegliata dal sogno di una pace che dirottava ogni conflitto fuori dall’occidente» (da Figli e nipoti del benessere?). E così, dove è mancata la collaborazione tra uomini e tra specie diverse, il «muro di foglie è più solido della vita»:

    Non occorre più pensare al male
    che dentro di noi germoglia
    come un muro di asterie
    perché basta fabbricarsi un sole
    di armi e concessioni per sentirsi
    un sole. Quel calore che cresce
    prima dell’esplosione è il segno
    che un muro di foglie è più solido
    della vita […]

    A chi sta parlando D’Andrea? Alle piante, se potessero leggere. Perché di sicuro loro ci saranno dopo di noi. La sopravvivenza della specie umana non trova più alcuna speranza nei viaggi interstellari, perché il tempo pare troppo poco per arrivare a una tale complessità tecnologica; la catastrofe è già in atto, è già qui e allora, se una sopravvivenza esiste, è in chi potrà leggere il nostro operato e tirare le somme per noi: «Costantemente “creiamo” un nuovo cielo, una nuova terra. Non troviamo nulla, finita per sempre l’illusione della scoperta» (da Nuovo cielo, nuova terra, ma il potea cita come fonte P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale). E infine con gli inediti di Dentro le ombre per farne semi eccoci giunti davvero nella «favola senza focus, senza uomo/ nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte». A che cosa serve allora questa raccolta, se continuiamo a sostenere l’ipotesi di una trilogia poetica? Eccocelo subito svelato: «Gli esseri s’incistano in un lunghissimo cammino/ coito – nei secoli/ si analizzano per emergere/ non importa il genere». È come se D’Andrea qui ci stesse cantando il dopo della catastrofe dove «Erano costellazioni di ghiaccio/ i primi animali a essere immaginati» e in cui finalmente altre specie o le specie sopravvissute dominano indisturbate la nuova terra. Ma D’Andrea li avverte anche a non commettere gli stessi errori degli uomini, immaginando animali in giacca e cravatta: «Ecco che scappano a lavoro/ che li dimentica e succhia./ I primi orsi lungo tutti i passi/ che sappiamo e decantiamo». In questa raccolta la storia degli ultimi uomini viene raccontata come monito per coloro che ci sostituiranno:

    Come un fiume di melassa,
    il cioccolato scorre su un pianeta diviso
    in due pianeti.
    Da una parte Marte, dall’altra
    Costa d’Avorio, foreste pluviali
    e savane percorse in moto
    da trafficanti sorridenti: persone
    che rapiscono persone per persone
    che offrono ai figli di altre persone
    il lavoro di persone rapite
    e intanto altre persone arricchiscono
    da generazioni intere famiglie
    delle stesse persone […]

    O ancora: «Ci fosse un’altra strada per volare/ da un luogo a un altro,/ da un’Europa a un’altra/ pensando al Medio Oriente/ come un luogo di notti stellate./ Invece il principio dell’agonia/ passa/ proprio dall’aderenza/ di questi mondi antichi». Ma c’è un passo ulteriore, rispetto a Forme del tempo: qui le forme di memoria vengono riorganizzate in maniera collettiva. Per farlo, D’Andrea recupera l’enciclopedia online di Wikipedia, che potrebbe essere definita come il vero cuore del World Wide Web, almeno per come era stato pensato da uno dei suoi creatori: Tim Berners-Lee; uno spazio fatto di commons e di scambio condiviso e non l’internet codiretto dalle nuove multinazionali del web. Così il problema delle forme del tempo da recuperare e, arrivati fino a questo punto, da lasciare come testamento agli eredi del pianeta, trova una possibile soluzione nella sezione: Sul presente (appunti da Wikipedia), dove gli avvenimenti che hanno segnato il contemporaneo vengono raccontati anno per anno a partire dalle fonti che gli vengono segnalate. È qui che nel presente l’essere umano sta organizzando e raccogliendo il proprio sapere. Forse ciò non avviene in maniera sistematica, ma quantomeno il problema delle forme di memoria non ha più a che fare solo con il poeta e si affaccia invece sulla collettività.

    A cura di Antonio Merola

     

     

     

  • 30Lug2019

    Antonio Devicienti - Se i Poeti s'incontrano

    Gianluca D’Andrea salda nei suoi testi in versi la vicenda autobiografica con quella più vastamente generazionale e nazionale, in un dilatamento dell’orizzonte poetico che, movendo dalla propria infanzia, giunge a percepire la storia e a riflettervi secondo precise modalità di quello che potremmo chiamare un “pensiero poetante”, fermamente deciso a non richiudersi dentro l’io, ma facendo dell’io il punto di partenza per costruire una forma poematica che s’impone al lettore come un noi il quale, in continuo movimento, fa presa con ineludibile razionalità sulla realtà.

     

    Il paesaggio (quello italiano di questi anni, fortemente urbanizzato e industrializzato, spesso occupato dalle periferie o segnato dall’asfalto delle strade) assume una presenza significativa e oltremodo interessante, perché, erede degli esempi di Sereni e di Pusterla, di Roversi e di Cattafi, consente all’autore di evitare sentimentalismi e sbavature banalmente autobiografiche e gli permette di fare della propria scrittura in versi una sonda e uno strumento di conoscenza che si contrappongono a una pura rappresentatività del reale o a un mero percorso memorialistico.

    Percorrere la Sicilia e l’Italia, la cronaca, la storia, attraversare con la poesia le problematiche del lavoro, dell’abitare la città, coagulare nella lingua e nella scrittura in versi anche il supposto impoetico quotidiano significa porsi la questione dello scrivere in anni di caoticissimo carosello mediatico, di sfuggenti e insidiosi e insicuri strumenti d’analisi (sia essa politica, sociologica, psicologica, culturale o antropologica); è evidente una matrice dantesca, una tensione civile, un rifiuto dell’autoisolamento sui lidi della lirica bella ma innocua e tenera come una mammola: c’è, invece, un continuo vaglio critico della realtà, una salda consapevolezza storica che va ben oltre la cronaca, una convincente capacità di saldare l’esperienza personale con i cosiddetti destini generali, una consapevolezza piena, cioè, nel (mi si passi l’espressione) localizzare con precisione e con altrettale puntualità storicizzare sé stesso – e senza il narcisismo del poeta che dice “io”, ma in quanto fonte dell’esperienza che non viene ridotta al soggetto, né resa esemplare: l’attitudine anche da nomade di questa scrittura è quella di uno sguardo ampio e dialettico (che problematizza e ragiona, cioè, che dibatte e penetra), coerente con molte risultanze della poesia europea di questi anni che, superato l’attardarsi su posizioni ideologiche ormai inadeguate a spiegare il reale, cerca di comprendere proprio i rapporti storici, sociali, politici in atto.