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Temporali

Archivio rassegna stampa

  • 05Feb2020

    Gianni Montieri - huffingtonpost.it

    Temporali, soprattutto questo siamo

     

    “[…] E tu notte che resti: è questo
    il campo di tutti o è il mio?
    Cosa esiste lì?[…]”

    Temporali, soprattutto questo siamo, anime che si barcamenano dentro una striscia molto breve di tempo, temporali molto più che temporanei, più rapidi, qualche volta tumultuosi, qualche volta siamo solo fulmini accennati che non toccano il suolo, nemmeno riusciamo a piovere, siamo nuvole grigie e alte, troppo, non concludiamo niente, il primo vento ci porta via.

     

     

     

    La domanda è cosa riusciamo a fare in questo breve passaggio, incidiamo non incidiamo ci lasciamo incidere. Sono più i segni che qualcun altro lascia su di noi che quelli che lasciamo. Restiamo giusto un po’, le cicatrici sono più belle di noi, più significative.

    I temporali, però, quelli atmosferici, quando passano lasciano dei segni, fissano un punto, specie se sono molto violenti. Da quel punto le persone provano a ripartire, dalle macerie qualche volta, ma anche dall’aria nuova. È proprio all’aria nuova che ho pensato leggendo la prima volta e poi ritornando su Temporali di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019). Le poesie qui raccolte rendono possibile un nuovo respiro, quello che si avverte in alta montagna (immagino che direbbe Poletti che ama le cime, le vallate sotto i monti) o davanti al mare dopo una burrasca (direbbe e dice chi scrive che al mare c’è nato).

    “[…] Il respiro tornerà come all’inizio,
    dove c’erano i talenti,
    prima delle scale,
    della porta, del corridoio.”

    Cristiano Poletti torna con un libro di poesia dopo sette anni, la precedente raccolta si intitolava Porta a ognuno (L’Arcolaio, 2012), in mezzo c’è stata molta critica letteraria, saggi e la curatela del documentario su Fabio Pusterla pubblicato sempre da Marcos y Marcos nel 2019. Mi pare che il poeta di Treviglio abbia fatto ancora più suo quel messaggio del titolo della sua precedente raccolta, Poletti porta a ognuno di noi quello che il tempo e le occasioni della vita gli hanno riservato.

    Si offre attraverso il verso, con la particolare nudità e la – contemporanea –  riservatezza che il verso poetico consente. Lo fa partendo dal discorso più intimo – quello che racconta delle pene, del suicidio, della solitudine, della gravità del mondo quando pare respingerci – che amplia man mano, l’io non esiste senza gli altri, vengono chiamati alcuni amici cari, persone care o non più care, luoghi, viaggi che sono salvezza, che sono conoscenza.

    Compare a un certo punto la storia che interviene a vario titolo, ma soprattutto perché con la sua certezza, con il suo essere stata, con il suo non essere per natura modificabile, conforta. Ecco Temporali è soprattutto un libro sul desiderio di conforto, sulla spiegazione del conforto e che, una volta letto, conforta.

    “[…] Fuori infuria la storia.
    Nella coda degli occhi
    una parola ti tiene.”

    Avevo letto e commentato qualche anno fa alcuni testi che poi ho riconosciuto nel volume, testi che erano già pronti e che davano un’idea di quello che Poletti stava andando a costruire. Fin da allora avevo immaginato la tensione verso un noi, come se il poeta stesse maturando la convinzione che l’io conta solo quando si estende, quando si moltiplica. Scrissi già allora di maturità, di desiderio di conforto, e scrissi di straniamento. Lo straniamento in queste poesie a una duplice accezione.

    “[…] Dentro il nostro Occidente
    ciò che è nato è smarrito; tornate,
    caviamo alla nebbia secoli, e secoli
    portateci nell’alba.”

    La prima è quella, naturalmente, più generica e riguarda l’effetto che la poesia ben scritta produce su chi legge. Un attimo, almeno un attimo, di smarrimento di allontanamento dalla realtà, da quello che abbiamo davanti agli occhi, per vedere di più, vedere meglio, avere più chiare le cose, come scriveva Raboni. Andare oltre le nostre scrivanie, le finestre, le strade, vedere, vedere più in là. Sperare.

    “[…] Aprire, chiudere,
    smettere, riavviare
    sono le chiare fasi di un pensiero
    meccanico, matematico e storico. […]”

    La seconda è uno straniamento che viene dalla condivisione. Se in questo tempo si va smarriti andiamoci insieme, tutti noi, chiunque siamo. Stammi vicino Lenin, stammi vicino Marc Bloch, stammi vicino Milo De Angelis, stammi vicino amico Corrado (il poeta Corrado Benigni), stammi accanto vicino di casa, non andartene mai tu che per primo scappasti da Berlino est, e tu Bruguel vieni con me a Bergamo alta, e tu Aldo Moro spediscimi il memoriale, lo leggerò, e tu Primo Levi continua a salvarmi, statemi vicini voi tutti, voi sconosciuti. Troviamo insieme il modo di orientarci, di smettere di perderci o impariamo a perderci per trovare qualcosa.

    “E poi? Ti ricordi?
    Tale è lo stato
    mortale, il supremo
    nostro venir meno. […]”

    Temporali è un libro sicuramente maturo, colto, pieno di riferimenti novecenteschi, un libro dal respiro ampio, che –  seppur costruito partendo dal vissuto, dalla memoria personale e storica – guarda al futuro, lo fa con una certa, invidiabile, luminosità.

     

     

    https://www.huffingtonpost.it/entry/temporali-soprattutto-questo-siamo_it_5e3a866fc5b67068295418e8

  • 22Gen2020

    Gian Paolo Grattarola - MANGIALIBRI

    TEMPORALI

     

    Ai temi alti e duri della vita e della morte, del congedo e dell’assenza, il poeta rivolge uno sguardo indiretto: “O forse è un’altra la metafora che occorre / per la stessa ragione, o religione, / ma in un ritmo diverso: / le infinite vasche / che ora nuoto e vuoto / polmoni e tossisco / sotto sopra avanti / indietro tossisco / la mia storia e tutta / la vita immortale”. Uno sguardo obliquo e tormentato, tragico e nostalgico cha spazia tra il mondo di fuori e il mondo che si porta dentro, come è quello di un eterno viandante, di un artista senza casa se non la poesia che cristallizza gli indugi e le riflessioni: “Nel sempre di un sentiero e adesso / nel grigio di uno scheletro, / con i vuoti, gli a capo, l’eco / di quanto fu. / Amore, vieni con me in questa pagina. / fa’ di questo / un luogo risolto dal tempo”. Il suo incessante peregrinare non segna in verità alcuno sradicamento dalle proprie incertezze, né un approdo sicuro. Il suo è un cammino introspettivo, accompagnato da un costante ripiegamento intimistico, nel quale si riflette la voce di una spiritualità inquieta che prende le mosse da un senso di acuto smarrimento che resta irrisolto: “Pur nelle variazioni sue, / al passaggio dell’ora, col sentiero che gira, / la sostanza è la stessa, e ognuno è / nel paesaggio di un’idea. / Si va verso una promessa / città di pietra, un villaggio, fa cenno / l’amico che ci guida…

     

     

     

    Ritengo anch’io, come afferma l’illustre firma di Fabio Pusterla nella breve nota introduttiva che compare sulla bandella del libro, che Temporali costituisca “un libro maturo e forte”. La raccolta poetica offre una tavolozza sicuramente ricca sul piano delle scelte tematiche e varia su quello della resa stilistica. Essa si configura come un’articolazione, e basta scorrere l’indice delle composizioni per rendersene conto, che va dalle suggestioni del sogno alla riflessione esistenziale, dalla necessità del confronto autentico con l’esistenza al richiamo evocativo alla poesia alta di Lucrezio, Dante, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi, Paul Celan, Primo Levi, Iosif Brodskij e Milo De Angelis; dalle impressioni di viaggio alle incursioni nelle geografie del ricordo in un continuo rimando tra il dato autobiografico e l’avvenimento storico. Temporali è un libro che vorrebbe dare conto della vita per come si presenta, sensazione dopo sensazione, turbamento dopo turbamento, nella speranza di poter superare lungo il tragitto l’impasse di un pensiero che non riesce ad afferrare l’abisso mirabile e doloroso dell’esistenza. E che si chiude, dopo vano peregrinare, quando è il pathos a venire in primo piano nell’impossibilità di dipanare il viluppo inestricabile dei ricordi di paesaggi, storie e moti interiori, toccando punte di intenso lirismo poetico.

     

  • 20Dic2019

    Alessandro Canzian - Laboratorio di Poesia

    Temporali – Cristiano Poletti

    Temporali, Cristiano Poletti (Marcos Y Marcos 2019).

    Temporali è il nuovo lavoro poetico di uno dei più promettenti autori contemporanei che abbiamo in Italia. Non solo per l’acquisita ed evidente capacità stilistica di costruire un verso non di rado impeccabile, ma soprattutto per la capacità di variarlo nella medesima opera costruendo un percorso dinamico e variegato.

    Cristiano Poletti infatti passa dal verso esteso (spesso endecasillabo) al verso breve, dal testo compatto alle terzine a quasi una poesia ininterrotta senza eccessi per arrivare addirittura a prose poetiche (che tanto piacciono ai poeti contemporanei) mantenendo comunque un timbro chiaro, riconoscibile, una voce nettamente distinguibile e identificabile.

    Questo a livello d’opera nel suo complesso, ma la medesima cosa si potrebbe dire dei singoli testi dove il metro viene variato e appoggiato ad allitterazioni e assonanze ben calibrate, studiate, arricchite dall’uso di ripetizioni che (chi scrive poesia lo sa bene) rappresentano sempre un rischio altissimo:

    Fuga, o ritorno

    Tu torni dove tornano nel vento
    di tutti i nostri amori le figure
    e i fiori. O tu non torni,
    sapranno riferire. In quale luce

    tu, voce, stai avvicinandoti muta
    alla fonte del fiato? Lì sei nata,
    formi da poco parole e in natura
    di buio cresci, e non muori o divieni,
    tu taci sulla strada.

    La sfiori non il vento
    al limite del fiato
    la voce dei tuoi giorni,
    la ferma solitudine dei giorni.

    Voci

    Un grande pomeriggio
    arrivano col pane, mezzo pane.
    Tutto il tavolo è in ordine. Da tempo
    li aspettavamo. Qui
    per una strana forma
    di contrappasso troveranno cena
    e caldo. E intanto parlano, ci dicono
    di un’ombra, l’ombra scesa, che scendeva
    sempre nel centro del cucchiaio.
    Il cavallo del tempo è vuoto e noi
    vogliamo esser riempiti.
    L’oro allora si versa nella voce e l’ombra
    si traduce in luce, in un fiato
    venuto su dal fondo.
    Forma dell’ombra, o luce, tu nell’oro
    sola t’intendi, e in questa ellissi
    temporale che è lotta per la vita
    che è sempre e si tramanda
    liberaci tu, salvaci.

    All’attenzione formale Poletti fa corrispondere una stratificazione di piani di lettura a livello contenutistico (privato, sociale, storico) che solo apparentemente si affastellano sia nell’insieme sia nel medesimo testo (Le parole prese singolarmente all’interno del dettato poetico, così come talvolta i singoli versi, non sono sempre di immediata comprensione, cioè non rispondono a un logico accostamento di senso, tanto che viene da chiedersi quale sia l’intento del poeta. Si potrebbe rimanere stupiti da alcune scelte linguistiche, da una sorta di inesattezza latente, dice Luisa Debenedetti in una recensione su librierecensioni.com). In realtà gravitano come satelliti attorno a delle immagini/metafore chiave ben definite, quasi pilastri d’appoggio del rapporto di Poletti col mondo: Dio, i temporali, il tempo.

    Per quanto riguarda il concetto di Dio leggiamo velocemente i testi dove si fa riferimento sia esplicitamente a Dio sia in senso più lato alla religione e alla fede:

    Corridoio, con due citazioni

    Un discorso religioso, ma niente fantasie.

    In casa, una volta entrato, ho trovato
    una perdita. Ora
    cerco il suo luogo nascosto.

    Con le mani cerco, mani che hanno pensato
    e hanno toccato, hanno preso.

    Forse trovano la verità: non
    nel passato, dov’è già scritta.
    Nemmeno nel futuro, impossibile,
    il futuro è un luogo vuoto.

    E trema con le mani un’ansia
    per niente intelligente.

    Nel quadro di una casa dentro l’aria
    adesso rientro: è il nostro
    Occidente.

    Il respiro tornerà come all’inizio,
    dove c’erano i talenti,
    prima delle scale,
    della porta, del corridoio.

    Di una poesia, andandosene

    Vi divorò, la fede. In stracci e verbi
    eravate e stavate per dire
    qualcosa
    quando la riedizione del muto vi richiamò
    a gran voce. Poeti,
    è di un deserto questa storia…

    Senza scrivere sapevate,
    già avevate amato per sempre. Altrove
    è un’eternità
    il lavoro dell’acqua, dare al prato l’ortica,
    all’uomo il muschio che bacia la pietra.

    Fine partita

    Una bandiera lasciata sul campo,
    abbandonata, a fine partita.
    Il tifoso l’avrà dimenticata
    in un eccesso di tristezza, o di gioia.

    Nell’episodio pensavo a me
    come oggetto smarrito della storia.

    O forse è un’altra la metafora che occorre
    per la stessa ragione, o religione,
    ma in un ritmo diverso:
    le infinite vasche
    che ora nuoto e vuoto
    polmoni e tossisco
    sotto sopra avanti
    indietro tossisco
    la mia storia e tutta
    la vita immortale.

    Otto anni

    Questa terra capace
    tra l’autostrada e il suo diesis.
    La mattina, la brina, sono solo
    pochi anni a dividerci.
    Verso Trieste ora
    la fede continua: amerai ancora,
    dice la strada, sarai ricambiato.
    E adesso
    dentro un tremolio dell’aria
    ci chiediamo cosa mangeremo.
    La torta annunciata e altro
    ancora. Intorno i libri,
    una sera che ha un nome.
    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.
    Ti chiamo. Chiama.

    Dove

    Fiume e nebbia, nostro inverno
    che fai
    scuri i segreti e i rami.
    Questa pianura, la nostra
    fine, fiume e vita caduti qui, su un viso.

    Finirà nella
    religione di un giorno solamente
    il disegno non vano.

    E il campo
    tutto è un falsopiano. Sotto il velo
    nelle ragioni del bianco del cielo.

    Un cerchio

    Quest’acqua è così, è un cerchio,
    e tu devi girarci dentro.
    Intorno cornici, uomini e terra
    con tutto il tempo che hanno
    nel piano di Dio.
    Entro in questo cerchio anch’io
    e senza contare seguo
    le volontà.

    In uno strappo dei polmoni
    non si tocca.

    La laveria

    Vado in un luogo risolto dal tempo.
    Sopra muri
    diroccati
    muschi e altri procedimenti dell’acqua, sorgenti
    in questa mente come da un’età dei libri.
    Come in quel libro dov’è scritto
    di ricordi in letargo è pieno il corpo
    accade anche qui.
    Tra le elementari schiave di noi,
    cose,
    vedo nella loro la nostra
    piccolissima vita.
    Nel sempre di un sentiero e adesso
    nel grigio di uno scheletro,
    con i vuoti, gli a capo, l’eco
    di quanto fu.
    Amore, vieni con me in questa pagina,
    fa’ di questo
    un luogo risolto dal tempo,
    e di Dio e di me
    tra le ossa il corpo d’aria.

    Per fede

    Prima di te e di me.
    Fu lo stesso
    tra passione e croce: dirci
    trasformatevi, forza, continuate,
    continua a riformarsi il grande
    sapere, sentire nei nervi
    che è bene cadere,
    che il chiodo è fisso al muro della vita.

    Ed è qui,
    è anche questo,
    fin qui si sale.

    L’uomo è in queste stazioni
    l’immagine di Dio, che cade
    dentro i corpi, le orografie, i mondi,
    le rappresentazioni.

    Dove arriverete

    I.

    Nel silenzio di tutti
    prendo parola io,
    lo Stato.
    Basta con il cielo, la fede, la fede
    nel cielo è annientata. Non Dio per noi
    decidiamo noi.

    Noi
    lungo le torri di guardia osservammo
    varchi riempiti di carne, osservammo
    l’andirivieni di donne e di servi.
    Come in un sogno, e nel suo disordine
    in lontananza un lupo e i cavalieri
    che si avvicinavano mentre urlava
    il vento.

    Come si evince dalla lettura il Dio, e in senso più lato la religione e la fede, non sono in Poletti un riferimento a un’identità specifica quanto una giustificazione possibile di ciò che è stato e che è. Non a caso infatti viene citata, in epigrafe a un testo, una frase molto emblematica di Milo De Angelis: Ciò che è accaduto è imprevedibile quanto ciò che avverrà.

    Perché in Poletti il problema (e la cifra della sua poesia, o una delle cifre) è proprio il doversi rapportare con una realtà accaduta e in fieri. Sia che si parli a livello personale sia che si parli a livello sociale, laddove entrano in gioco dinamiche più complesse e ampie ripetto a quelle private.

    Particolarmente emblematici, in questo, diventano i versi:

    Forse trovano la verità: non
    nel passato, dov’è già scritta.
    Nemmeno nel futuro, impossibile,
    il futuro è un luogo vuoto.

    […]

    Il respiro tornerà come all’inizio,
    dove c’erano i talenti,
    prima delle scale,
    della porta, del corridoio.

    […]

    Nel silenzio di tutti
    prendo parola io,
    lo Stato.
    Basta con il cielo, la fede, la fede
    nel cielo è annientata. Non Dio per noi
    decidiamo noi.

    Più che provvidenza il Dio di Poletti, la religione inevitabilmente correlata ad esso e la fede che altrettanto inevitabilmente deve esistere come cornice di esso, sono un’alterità che ne giustifica l’osservazione, e la perplessità. Perché quella di Poletti non è mai un’analisi precisa ma è più una contemplazione laica della possibilità religiosa (che spesso si confonde con una necessità non religiosa ma esistenziale) pur di fronte alla consapevolezza dell’abisso del presente e del futuro.

    Dove il senso più chiaro (e che rappresenta uno dei succitati strati contenutistici) è proprio l’attesa più o meno arresa e modulata attraverso echi letterari sottilmente evocati:

    Aprile

    Quinto piano in pianura: l’orizzonte
    puntato contro, come un’arma.
    Un aprile così limpido. Sembra

    cambino altitudine le montagne
    a vederle, a indicarle dal balcone.
    E con le montagne gli anni, incompiuti.

    Guarda, in fondo
    una più alta delle altre, ecco, è lo sparo.
    La neve ancora, in lontananza. Sporca,

    non normalmente neve, ma una mano
    di bianco slavato, un altare, un fiato,
    qualcosa che si spezza.

    Come un’intermittenza: ritornare
    è solo un’insistenza, sulle perdite.
    E ormai è spezzato il respiro,

    che voci
    torneranno
    da dove, da che valle, oltre lo sparo?

    Ma il cuore, l’entusiasmo
    preme al di là del profumo del glicine,
    oltre la Russia e il viola dei lillà.

    Non serve aver guardato.
    Il bambino non calcola, non resta.
    È già via, lontano,

    il silenzio lo vuole, l’ombra sua
    chiama il suo nome, con voce potente.
    Sente

    come in origine cantava
    ed era Oriente, origine, orizzonte.
    Anche attraverso questo, la grazia.

    Solo attraverso
    questo,
    essere soli.

    In questo testo ad esempio non possiamo non ricordare l’Aprile è il mese più crudele eliotiano quanto lo sparo caproniano verso o l’occhio (il gelo) di Dio? del franco cacciatore. In un continuo spostarsi tra il piano privato e quello sociale consapevole della storia. Tommaso Di Dio, a proposito di questo, in una sua recensione al libro ha scritto:

     

    È in questo senso che la parola poetica di Poletti ha a che fare con la preghiera. Oggi che nel discorso pubblico la preghiera è oggetto di fraintendimento, se non di continuo sacrilegio, alcuni poeti forse sono i soli che continuano a pregare, ovvero a fare del linguaggio un sacrificio. […] Non si tratta qui di una poesia “devota”, non ha da difendere nessun Dio Poletti, figurarsi; ma questa è una poesia che ha continuamente a che fare con l’attesa di una voce. […] Attendere la voce è predisporsi ad una scrittura che ha come fondamenta l’ascolto: non di sé, ma di ciò che esula, che fuori orbita, che transita, entrando e uscendo, aprendo e chiudendo il giro della mente. Quella di Poletti è una poesia che è dappertutto un’invocazione di voci: si chiede alle voci di raggiungere la pagina, di farsi presenti, di darsi a vedere, di sedersi qui con i mortali a mangiare. E contemporaneamente, proprio in virtù di questo ascolto, la poesia di Poletti è misura di un rapporto infinito fra il sussulto feriale e un altrove immortale, glaciale, spropositato.
    (dal Blog di Poesia di Luigia Sorrentino – Rai)

     

    Le altre due immagini/metafore fondamentali del libro sono riportabili al titolo: Temporali. Ed è lo stesso Poletti a suggerirne il doppio significato:

    Voci

    Un grande pomeriggio
    arrivano col pane, mezzo pane.
    Tutto il tavolo è in ordine. Da tempo
    li aspettavamo. Qui
    per una strana forma
    di contrappasso troveranno cena
    e caldo. E intanto parlano, ci dicono
    di un’ombra, l’ombra scesa, che scendeva
    sempre nel centro del cucchiaio.
    Il cavallo del tempo è vuoto e noi
    vogliamo esser riempiti.
    L’oro allora si versa nella voce e l’ombra
    si traduce in luce, in un fiato
    venuto su dal fondo.
    Forma dell’ombra, o luce, tu nell’oro
    sola t’intendi, e in questa ellissi
    temporale che è lotta per la vita
    che è sempre e si tramanda
    liberaci tu, salvaci.

    Referto

    Venne su ogni figura un temporale,
    così, improvvisamente,
    mentre tutto era in polvere.
    Cose e persone e l’ora
    si stringeva scurendosi e correva
    nell’arco di un azzardo
    a darsi il corpo, del corpo il referto,
    lo scopo delle mani, l’universo
    in una stanza piena di sudore.
    Così di un mio segreto
    amore di una notte
    provavo a raccontarti e adesso
    ti scrivo che ricordo:
    i due a fine temporale
    non si sono più rivisti.
    Oltre il momento d’acqua, il corridoio
    di pioggia che fu specchio, se ne vanno
    nel timore di amare, gli uomini.
    E il caldo insiste,
    da secoli urla noi,
    afferma e nega, scompare, ritorna
    in rima ingenua, dice che è del male
    una radice, amore, e non ha cuore.

    Andata e ritorno, carcere

    Casa, ghiaccio, arrestabile sera,
    inverno che vedi
    la mia mano nascosta
    in un coltello, vedi,
    la colpa è in un’ombra e nel viso.

    E tu, notte che resti: è questo
    il campo di tutti o è il mio?
    Cosa esiste lì? Chi
    nel mio non uccidere
    più, nel mio autunno? Sei
    l’ombra d’estate? Tu
    lontano temporale vieni
    in questa lunga siccità
    addormentami.

    Segmento

    Un gesto ti perde in un vento
    raro qui ed è
    un segmento o l’intera tua vita
    che vedi dal vetro, e pensi
    che fu come furono
    ferme e crudeli le stelle e la nera tua
    notte, principio di tutto e di un verso.

    È in un gesto il tuo perderti, e qui.
    In un verso, è questo
    il faticoso sempre sconosciuto
    valico della morte vera.
    Negli anni solitari la nostra era
    moltitudine: ognuno pensavi
    entrasse in un’aria di
    regni scomparsi e colline, di foglie,
    di fiume.

    Perdersi.
    E questa è la via, questa la
    calligrafia che ha il nome di nessuno
    sul libro di gennaio, verità
    di un cielo chiuso dentro il verde
    di parete di ospedale.

    E ti perdi, e trascendi,
    tramandi un testamento
    di suoni ripetuti, in metri e metri
    di nuovi corridoi. Così ti sono
    accanto vite precedenti
    e tutto quello che senti va
    in una vecchia paura dei
    temporali.

    Otto anni

    Questa terra capace
    tra l’autostrada e il suo diesis.
    La mattina, la brina, sono solo
    pochi anni a dividerci.
    Verso Trieste ora
    la fede continua: amerai ancora,
    dice la strada, sarai ricambiato.
    E adesso
    dentro un tremolio dell’aria
    ci chiediamo cosa mangeremo.
    La torta annunciata e altro
    ancora. Intorno i libri,
    una sera che ha un nome.
    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.
    Ti chiamo. Chiama.

    Fine temporale

    Ho pregato un riflesso in te,
    forse era il mio ma
    credendo solo a questo tavolino sparecchiato
    è stato inutile. Eppure
    non sono materiale, guarda,
    neanche la spesa ho sistemato
    e nel ripostiglio è caduto tutto.

    Penso sia anche piovuto.
    Era annunciato per oggi, previsto
    che venisse e smettesse.

    Su questo tavolino scrivo
    a te riscrivo se possibile
    felice di questo
    fine temporale.

    Altro corridoio

    Lo incontro, ancora una volta.
    Parla
    e ha un suo ordine muto.
    È amore, che di un amore ripete
    la parola respingimento. Dimmi,
    sei mai entrato in questo corridoio
    di uomini e cose
    attese e scomparse?

    Agli infettivi,
    sotto orizzonti nostri custodi
    che a temporali rinviano e agli amori
    false testimonianze fanno dire,
    dedico. Dall’oblio
    una lunghissima esistenza.

    Sogno, o preghiera

    Luce che bruci perduta nel limpido
    amore passante o morte grandissima
    finalmente lì
    negli occhi del non scrivere,
    cenere di un giorno
    di un volto di paese,
    un velo steso sei
    attesa e temporale,
    la metrica di tante
    immaginate fughe.

    Negli anni un nervo

    È stata una città e tutto un ritorno
    verso casa, verso sera.

    Era una strada, nel bianco del caldo
    nell’impermanenza di due ore
    diverse.
    Dentro, l’immagine di un ragazzo.

    Ed era
    stringere negli anni un nervo, fissando
    il fuori in fiamme col tremore
    dei temporali negli occhi.

    Storia

    È stato lui, il ragazzo che è entrato. La vita adesso affonda nel cuscino. È entrato nel giardino, una volta. È stato amore anche così. La terra, il suo tenerci in silenzio, quella sacca di male che esiste. Uno poi cerca la cura, non si spiega lo sconcerto. Che poi è stata la brina, il ghiaccio mai più rivisto, il sorridente andato. Non distante c’è il canale della Muzza e qualcuno nel suo andar via. Tutto qui l’arco delle esistenze temporali: un dormire nella bocca, perché erano gesti.
    Vai nei terreni, corpo, voce. Ricordati di noi, esposti alla storia. Cosa vorranno dire ora una matita, ora una mano? In questo mondo che ruota e senza stelle la testa è piena di pioggia. Lì, dove finisce il canale, guarda. Dalle nostre labbra pende il nome della Storia.

     

    Senza dimenticare il testo Alto Ticino, luglio che per lunghezza non riporto per intero:

    […]
    È stato il nostro parlare,
    nostra la colpa, nel chiedere. E lei:
    – Dura due ore… se ne va, poi torna.
    Parla di temporali e guarda il Prévat,
    la ragazza della capanna. Il monte
    appuntito nel cielo, ecco la sua
    natura, dura pietra grigia e scura
    che vuole nuvole nuove,
    ripristinati freddi.
    Così anche noi guardiamo
    in quella direzione, dove l’attesa va
    infilandosi in un’altra cornice.
    […]

    E similmente il testo Luglio 2017 dove il termine temporale acquisisce un ulteriore significato:

    […]
    Pensa, l’altro versante. Da qui non si direbbe.
    Si sale negli affetti e la via
    piega verso il ventoso: è il nervo grande
    petroso, tempia, osso temporale.
    Svoltiamo allora
    in questo luglio.
    […]

    Andando a leggere con maggiore precisione:

    in questa ellissi
    temporale che è lotta per la vita

    […]

    Venne su ogni figura un temporale,
    così, improvvisamente,
    mentre tutto era in polvere.

    […]

    i due a fine temporale
    non si sono più rivisti.
    Oltre il momento d’acqua, il corridoio
    di pioggia che fu specchio, se ne vanno
    nel timore di amare, gli uomini.

    […]

    Tu
    lontano temporale vieni
    in questa lunga siccità
    addormentami.

    […]

    Così ti sono
    accanto vite precedenti
    e tutto quello che senti va
    in una vecchia paura dei
    temporali.

    […]

    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.

    […]

    Penso sia anche piovuto.
    Era annunciato per oggi, previsto
    che venisse e smettesse.

    Su questo tavolino scrivo
    a te riscrivo se possibile
    felice di questo
    fine temporale.

    […]

    Agli infettivi,
    sotto orizzonti nostri custodi
    che a temporali rinviano e agli amori
    false testimonianze fanno dire,
    dedico.

    […]

    un velo steso sei
    attesa e temporale,
    la metrica di tante
    immaginate fughe.

    […]

    Ed era
    stringere negli anni un nervo, fissando
    il fuori in fiamme col tremore
    dei temporali negli occhi.

    […]

    Tutto qui l’arco delle esistenze temporali: un dormire nella bocca, perché erano gesti.

     

    Emerge chiaramente che il temporale come evento atmosferico rappresenta l’accadimento, l’imprevisto e l’imprevedibile (si ricordi la succitata citazione da De Angelis) nella realtà, che a tratti destabilizza e a tratti rincuora. È quella realtà ineluttabile che ha bisogno di giustificazione (come visto prima tale giustificazione prende il nome/vestigia di Dio, religione, fede) ma che si incarna nella vita sia a livello somatico (è il nervo grande / petroso, tempia, osso temporale) sia a livello esistenziale (in questa ellissi / temporale che è lotta per la vita).

    Soprattutto quando Poletti cita l’ellissi temporale ci fa comprendere quanto il momento meteorologico sia forma e metafora dei momenti della vita senza per questo scendere in spiegazioni dettagliate (ed è uno dei pregi di Poletti). Al lettore il parallelo tra l’accadimento temporalesco con le sue dinamiche più evidenti (ad esempio la più volte citata pioggia) e la vita in quanto trascorso, in quanto tempo che passa con tutto ciò che inevitabilmente succede. E che pretende un rapporto, una relazione inevitabile.

    In questo il rapporto anche con la Storia, vissuta non come successione di accadimenti politici ma umani inseriti in un contesto che ne cita le pieghe, le fondamenta minutamente biografiche:

     

    […]
    Tutto qui l’arco delle esistenze temporali: un dormire nella bocca, perché erano gesti. Vai nei terreni, corpo, voce. Ricordati di noi, esposti alla storia. Cosa vorranno dire ora una matita, ora una mano? In questo mondo che ruota e senza stelle la testa è piena di pioggia. Lì, dove finisce il canale, guarda. Dalle nostre labbra pende il nome della Storia.

     

    L’uomo è esposto alla storia come ai temporali, come al tempo, all’amore, alla perdita. Ne è esposto e non può esimersi dal prenderne atto, dall’osservare la relazione che si instaura.

    Duecento anni dopo, un altro episodio:
    io che ha preso nome,
    rasoio dei temi e del tempo,
    l’antico libro del sangue e del volto.
    Ecco, la storia. E adesso
    nell’altra stanza c’è un uomo, il suo corpo
    pieno di ore è dentro la sua età.
    Cerca, cerca mortali
    orbite di cinque sei settecento.
    Epoche, oceani, battesimi, spazio.
    Lo chiama un’infinita estate.
    Lo hanno chiamato.

    Una relazione che non rifiuta la propria presenza ma nemmeno la espone, né la ostenta. L’io in Poletti è un inevitabile punto di osservazione che non ingombra in quanto proiettato all’esterno, alla realtà. Basti vedere i titoli delle sette sezioni:

    Religione di un giorno
    Viaggi
    Dediche
    In sogno
    Un luogo
    Altitudini
    Storia

    Un percorso poetico che dall’io prende come punti di riferimento la poesia (Poeti, / è di un deserto questa storia… / Senza scrivere sapevate, / già avevate amato per sempre), il tempo, la vita (Ormai è giorno e nella sua magia / chiede ancora la pagina infinita / e che il suo nome sia / tempo, punto, vita), gli altri, gli amici (Tu canti adesso / una canzone di puro mattino. / Il catalogo delle finestre sulla notte / tanto aperto si è chiuso. / Istante della voce, voce del sempre, lettere), il sogno, la musica (Ma è come in una foto fuori fuoco / la nostra carne. E noi siamo / non strisce di parole / ma musica, musica), i luoghi (Ora, è giorno. Dentro il giorno c’è la notte degli altri, cose accadute qui veramente, non quello che succede nella mente. Come da dietro un sipario, da uno strappo scompari e appari, campo per ognuno di lavoro, di prova, in cui si recita smisurata e superba in un atto di linguaggio la vita), i periodi (È così che ti penso, ancora dentro la casa. Fuori è quasi Natale, c’è la nebbia che stanca gli uomini. In un’ostensione aspetto che venga fortissimo il vento. Anche un giorno soltanto. Chi ha gridato nel vento sa. Faccio un respiro, grande), la storia (Chi è nato dal ventre aperto / della storia non ha specchi puntati contro gli occhi, / a Bernauer Strasse passa, fotografa attento / quel che vuole senza per questo ricevere / un riflesso accecante. / Non così per Schumann, / lo Springer, sfuggito / al sigillo che avrebbe dovuto amare).

    Per capire meglio la questione dell’io in Poletti, oggi fondamentale all’interno del panorama poetico contemporaneo, è bene rileggere alcune frasi di Guido Mazzoni scritte in riferimento a Il profilo del rosa di Franco Buffoni (In Roberto Cescon, Il Polittico della memoria. Studio sulla poesia di Franco Buffoni, Pieraldo Editore 2005):

     

    In generale, Il profilo del Rosa racconta l’uscita dai confini dell’io, la scoperta che il reale è altro e indominabile: l’esperienza del bambino che incontra i conflitti primari e i limiti della persona, quella dell’adolescente che con fatica e dolore scopre chi è davvero, che cosa e chi desidera, e poi quella dell’uomo che ha ormai un destino e che comincia a sentire, nell’indebolirsi della memoria, lo scorrere del tempo. I suoi temi sono l’incontro con la morte, con la violenza, con il desiderio che domina l’io, ma anche con le cose nella loro verità, «senza il nome che hanno». La forma del trauma è l’espressione naturale di un contenuto anch’esso traumatico, perché la scoperta dell’alterità del mondo è sempre dolorosa. Sul suo rovescio si legge infatti l’irrilevanza di ogni biografia, l’insufficienza della vita personale.

     

    Tali affermazioni benissimo si accostano anche a Temporali sottolineando un’illuminata esigenza (ormai pregnante in diversi autori) di partire dall’io uscendo dall’io stesso. Si tratta di un ribaltamento della scala di valori dominante dove, per la maggior parte, notiamo degli ego che reputano il mondo un loro satellite, mentre in Poletti (come a livelli più raffinati in Buffoni) l’ego è lo strumento indispensabile del rapporto con l’alterità, con il mondo, ma non ne è il fine.

    E come in Buffoni anche Poletti ne soffre gli scarti, le crepe, l’insufficienza della vita personale che in Poletti diventa temporale e necessità di giustificare (per comprendere) l’esistenza di tale alterità.

    Che Poletti in qualche modo vive appieno anche nella destabilizzazione non solo temporale, ma addirittura geografica ricordando il miglior Sandro Pecchiari di Le svelte radici (Samuele Editore 2013):

    Otto anni

    Questa terra capace
    tra l’autostrada e il suo diesis.
    La mattina, la brina, sono solo
    pochi anni a dividerci.
    Verso Trieste ora
    la fede continua: amerai ancora,
    dice la strada, sarai ricambiato.
    E adesso
    dentro un tremolio dell’aria
    ci chiediamo cosa mangeremo.
    La torta annunciata e altro
    ancora. Intorno i libri,
    una sera che ha un nome.
    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.
    Ti chiamo. Chiama.

    Pochi amici

    Cosa s’intende con mancato, inutile.

    Tentammo negli inverni:
    strappare dalla nebbia, con la mente
    qualcosa, forse tutto di noi. Fosse
    nostro o meno e a un punto chiaro il destino
    stava la nebbia in pianura, restava.
    Finì così un periodo. Noi tentammo.

    Poi sole, grattacieli dei nostri anni.
    Nei giorni, i pochi carichi di vento, col vento
    profezie e fumi, muri.
    Era così, luminosa o no Bergamo.
    Chi ha lavorato stanco, per avere
    tutta la colpa chiusa dentro il cuore
    (ora tanto difficile da aprire),
    chi senza avviso per non ritornare
    ha deciso di andare
    nel cuore aperto al nero, ed è per sempre.

    O vicini o distanti,
    il disimpegno è comunque servito.
    Dentro il nostro Occidente
    ciò che è nato è smarrito; tornate,
    caviamo alla nebbia secoli, e secoli,
    portateci nell’alba.

    Scendiamo

    Giù, verso Bergamo. Dentro l’anello dei corpi santi, poi sopra le mura, per incontrarvi. Bergamo di pietra, tu ci ripeti, insisti, ripeti continuamente che non ci siamo incontrati. Ma dove siete? Il vostro ininterrotto suono e noi qui. Non resta che pregare, in fondo, come si può, e io posso balbettare. E voi? Se siete parole, vi prego, diventate epigrafi.

     

    Una destabilizzazione che rappresenta non solo lo spaesamento di fronte alla realtà ma anche la necessità di rilessicarsi di fronte all’alterità, al mondo. Dove la necessità di affrontare la relazione (che è anche la possibilità della consapevolezza, cosa estremamente preziosa in un uomo oltre che in un poeta) viene in qualche modo risolta da Poletti (senza grosse né definitive dichiarazioni, ma con la sua usata delicatezza di tono) attraverso la possibilità della voce.

    Perché è tale possibilità, che è anche cura, a dare senso all’io e all’alterità. Se infatti in maniera del tutto emblematica il libro si apre con i versi:

    Un discorso religioso, ma niente fantasie.

    In casa, una volta entrato, ho trovato
    una perdita. Ora
    cerco il suo luogo nascosto.

    Con le mani cerco, mani che hanno pensato
    e hanno toccato, hanno preso.

    Forse trovano la verità: non
    nel passato, dov’è già scritta.

    […]

    Il respiro tornerà come all’inizio,
    dove c’erano i talenti,
    prima delle scale,
    della porta, del corridoio.

    Che escludono la voce ma inseriscono l’elemento della scrittura (ribadito nel secondo testo: Scivola all’infinito presente / una malattia. Scriverne?), in chiusa invece leggiamo:

    Epoche, oceani, battesimi, spazio.
    Lo chiama un’infinita estate.
    Lo hanno chiamato.

    Con una voce che chiama che trova riscontro in ben 11 ricorrenze nell’intera opera. Ricorrenze che partono dal terzo testo (che altrettanto emblematicamente mette in relazione muto e voce appellandosi ai poeti):

    Di una poesia, andandosene

    Vi divorò, la fede. In stracci e verbi
    eravate e stavate per dire
    qualcosa
    quando la riedizione del muto vi richiamò
    a gran voce. Poeti,
    è di un deserto questa storia…

    Senza scrivere sapevate,
    già avevate amato per sempre. Altrove
    è un’eternità
    il lavoro dell’acqua, dare al prato l’ortica,
    all’uomo il muschio che bacia la pietra.

    Passando per uno dei testi più importanti in Temporali:

    Neve (per una fotografia di Richards)

    Dormono secoli di appunti
    sotto la neve. Lì
    non c’è più nessuno, solo frammenti,
    affanni di un passato.

    È una casa, vedete,
    e al centro c’è una vita resistita nel suo darsi.

    Pastorale del freddo, case, case
    abbandonate.

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce,
    sembra dire: è occulto il fine.

    Era questo, vedere. Giusto qui
    al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

    Fino al penultimo testo in prosa poetica:

     

    […]
    Vai nei terreni, corpo, voce. Ricordati di noi, esposti alla storia. Cosa vorranno dire ora una matita, ora una mano? In questo mondo che ruota e senza stelle la testa è piena di pioggia. Lì, dove finisce il canale, guarda. Dalle nostre labbra pende il nome della Storia.

    La voce è la possibilità dell’uomo di oltrepassare non solo il tempo e il temporale (per rimanere all’interno dell’immagine/metafora) ma anche di esistere all’interno dell’imperscrutabile, dell’inatteso, dell’imprevedibile. Di andare oltre l’ipotesi dell’uomo definito come l’immagine di Dio, che cade / dentro i corpi, le orografie, i mondi, / le rappresentazioni.

    http://www.laboratoripoesia.it/temporali-cristiano-poletti/

  • 20Dic2019

    Milo De Angelis - Doppiozero

    Cristiano Poletti, Temporali

    Temporali di Cristiano Poletti è un libro scisso, un libro che incarna poeticamente l’io diviso dell’autore, la frattura della sua visione. Da una parte c’è la storia, il viaggio, l’avventura, il respiro del nostro tempo, persino lo sport, che Cristiano Poletti ha praticato a lungo come atleta e come appassionato…da una parte dunque c’è un mondo aperto, vitale, curioso, continuamente in cammino, con una prospettiva di speranza o di utopia. Dall’altra invece c’è l’anima buia di Cristiano Poletti, l’anima smarrita, brancolante, assediata dal nulla, l’anima che si avvicina a Lucrezio, Leopardi, Celan – per citare tre autori presenti in questo libro – l’anima ossessionata dal tema del suicidio, della vita che si interrompe senza ragione e senza pietà, pura ingiustizia dell’essere.

     

    E tutto questo è insolito, tanto più in un autore come Cristiano Poletti, legato al Cristianesimo e a una lettura religiosa della nostra esistenza, conoscitore ed esploratore di libri e luoghi biblici. Ma è uno strano cristianesimo, quello di Poletti, un cristianesimo che si nutre di ombra e turbamento, l’antitesi della fede che tende all’inno o alla celebrazione. È un cristianesimo semmai legato a Kierkegaard, a Jaspers, a Bernanos, a Bresson, a Luzi, a Ermanno Olmi, autori drammatici e interroganti, solitari, lontani dalle consolazioni della comunità, autori semmai vicini a Dreyer e a Bergman e alle loro solenni domande sul destino dell’uomo e sulla sua incerta trascendenza. E devo dire che le poesie del libro più legate a quest’ultima dimensione, a questa zona spinosa e trafitta dell’esistenza umana, sono le poesie che preferisco. Le troverete soprattutto nella prima sezione e in quella intitolata Un luogo. Ma a ben guardare queste poesie spezzate e portatrici di una lesione appaiono in tutto il libro. Anche nella sezione più storica e contingente, intitolata appunto Storia, dove domina il tema del viaggio e dello sguardo esploratore, un testo come Fino a un pallone gonfiato ci getta all’improvviso in mezzo ai corpi che non respirano, ai corpi annegati o sfracellati. E può anche accadere che nella stessa poesia ombra e luce, rinascita e precipizio si stringano in un abbraccio inseparabile. Penso a testi come Referto; Fuga, o ritorno; Altitudine; Quadro, lago; Segmento; Otto anni, testi percorsi dal tema del viaggio, con tutti i suoi chiaroscuri e le sue ambivalenze.

    Il viaggio in Poletti può essere conoscenza e scoperta, visione entusiasta di nuove terre ma anche un girare a vuoto, una falsa partenza, un falso movimento o peggio un pretesto per non guardare se stessi e restare immobili dietro la maschera di un altro luogo, secondo le celebri parole di Orazio: caelum, non animum mutant qui trans mare currunt (“mutano soltanto il loro cielo e non il loro animo, quelli che attraversano i mari”). Il motivo del viaggio è svolto in tutte le sue forme, nelle sue riuscite come nei suoi fallimenti. Può essere un viaggio in Nepal, in Germania o in Palestina, ma più spesso è un’arrampicata in montagna – sulle montagne bergamasche o ticinesi care a Cristiano Poletti – che trova la sua espressione più compiuta nella sezione del libro intitolata Altitudini.

    Prendiamo ad esempio due poesie come Luglio 2017 e Aprile, dove le ombre del male chiamano il nostro nome e nello stesso tempo udiamo un canto orientale di origine e di grazia e restiamo lì sospesi, aggrappati a una roccia, in bilico tra la vetta e il precipizio (pagina 70). Ogni scalata è un’avventura nella parte ignota di noi e del mondo, esperienza di solitudine e silenzio, cammino verso il limite delle proprie forze fisiche e spirituali, intreccio zen di anima e corpo: i chiodi piantati nella roccia formano un sentiero della conoscenza, duemila metri della nostra vita, come ha scritto Cesare Maestri, il grande scalatore degli anni cinquanta, il ragno delle Dolomiti, creatura solitaria e coraggiosa che si arrampica verso il cielo attraverso l’urlo pietrificato della montagna.

    E poi, strettamente connesso al tema del viaggio, appare il tema del ritorno, colto anch’esso in tutta la varietà delle sue forme. Può essere un ritorno sterile, pura conferma di ciò che abbiamo lasciato, tempo inerte che ha bloccato la metamorfosi e gira a vuoto nell’ingranaggio guasto della sua identità. Ma può essere, al contrario, un ritorno fruttuoso che riesce a trovare cose mai viste prima, riesce a svelare un segreto. E quello del segreto, della parte nascosta, dell’altro volto di ogni cosa, è un motivo caro a Cristiano Poletti, un motivo musicale direi, un basso continuo che attraversa le pagine di questo libro, il motivo del volto celato di una cosa, il volto invisibile a un primo sguardo frettoloso, quello che resta in ombra e ci invita dal profondo. Ecco, tornare forse significa fermare lo sguardo, metterlo a fuoco, cogliere la totalità del suo oggetto, il percepito e insieme l’impercepibile, ciò che sfugge a una comune ispezione e si offre soltanto agli occhi del conoscitore. Ecco, svelare un segreto. Non a caso, nella poesia citata in precedenza, Poletti mette in epigrafe una frase del Petrarca latino, che in una lettera del 1336 scrive solus ergo in partem domus abditam perrexi (“da solo perciò mi inoltrai nella parte nascosta della casa”) aggiungendo che lì e solo lì avrebbe potuto scrivere una lettera. Il luogo nascosto, il secretum, come luogo della scrittura e della verità.

    È un tema agostiniano – e infatti nella lettera si parla di Sant’Agostino – ed è un tema che riguarda molti autori cari a Poletti, da Tasso a Leopardi, Pascoli, Campana, Caproni, tutta una linea notturna della nostra poesia di cui Cristiano si è nutrito, aggiungendo qui che il ritorno è un formidabile strumento per penetrare in questa oscurità, un vero e proprio cammino iniziatico, dove le cose che non avevamo visto nel viaggio di andata si manifestano nel viaggio di ritorno attraverso la rimembranza che aveva preparato a lungo questo incontro. Incontro con le cose ritrovate e con noi stessi. Tra le poesie animate da questo tema – e ce sono molte nel libro – vorrei ricordare Una persona (pag.42) che riprende la bella Lettera dallo stesso luogo (pag.57) letta da Cristiano all’inizio di questo incontro. Per concludere, vorrei accennare a un breve poesia, quasi un frammento, che appartiene anch’essa al regno dell’invisibile (Una tua domenica, p. 62) ed è l’esempio perfetto di uno sguardo che avviene da un luogo riparato e sapiente, sguardo che coglie al volo una fanciulla sull’altalena e sente che lei è felice di essere raggiunta. E questo sguardo rimane lì, senza venire allo scoperto, senza esibire il suo autore: puro sguardo amoroso che percepisce la bellezza e pura bellezza lieta di essere percepita, scena infantile senza identità, senza vanto e senza nome.

    Nella cavità di una tua domenica, Padova, ero lì. E lei, come realtà o no. Era nell’ombra come dentro un colore, sull’altalena ad aspettare l’angelo. Il mio onore è essere stato lì per un istante, sotto l’argine, vederla e capirne il desiderio. Quella ragazza, il suo sentirsi raggiunta, o raggiungibile. Aspettiamo quel che non si vede, ali che non si vedono. E lui ci ascolta.

    E non piove, ci dondola nel caldo.

    Questo testo nasce da una presentazione del libro di Cristiano Poletti alla Casa della Poesia di Milano, 6 novembre 2019, di cui conserva il tono orale con tutti gli strappi, le ripetizioni e a volte anche le inesattezze del parlato.

    Cristiano Poletti, Temporali, Marcos y Marcos 2019.

    https://www.doppiozero.com/materiali/cristiano-poletti-temporali

  • 07Dic2019

    Yari Bernasconi - RSI.ch

    Al crocevia dei linguaggi

    Cristiano Poletti racconta la sua ultima, importante raccolta poetica “Temporali”.

    Ascolta il podcast completo qui

  • 06Dic2019

    Emanuele Franceschetti - Critica Impura

    Su “Temporali” di Cristiano Poletti

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce. È a partire da uno dei versi a mio avviso più intensi di Temporali (Marcos y Marcos, 2019), di Cristiano Poletti, che può muovere un breve focus sul nuovo libro in versi del poeta bergamasco. Già a partire dalle possibili oscillazioni di significato celate nel titolo della raccolta (evento atmosferico, precipitazione, ovviamente; ma anche, e insieme, ciò che si da’ nel tempo, nel perennemente transitorio delle cose) è possibile ragionare su alcuni dei momenti significanti (e significativi) che il testo offre in lettura.
    Le cose della vita devono farsi voce. Sono le coordinate umane ed esperienziali – di cui le sette ‘sezioni’ del testo lasciano intravedere un itinerario – che permettono di articolare lo spazio del testo (e del paratesto): i luoghi e gli spazi, i viaggi, i destinatari della scrittura, le figure evocate nei testi, le comparse, le citazioni in esergo sempre capaci di innestare un’interlocuzione con le voci degli altri. Quella di Cristiano Poletti è una poesia che invoca e rammemora, dunque, mai cedendo alla nominazione-fiume del mondo e delle cose, né ad alcun gioco auto-riflessivo. Al contrario: chi “dice” e si fa voce, in queste pagine, è oggetto smarrito della storia, certo, ma al mondo e ala storia che infuria non vuole rinunciare (Fuori infuria la storia. / Nella coda degli occhi / una parola ti tiene: questa la chiusa fulminea e tragica di uno dei testi della sezione Religione di un giorno); piuttosto domanda ascolto ed attenzione, tiene e trattiene “l’altro” stretto nelle maglie della propria interlocuzione lirica.
    A spingere (a premere sulla voce, appunto), mi sembra, è una forza che muove dall’incompiutezza umana senza negarla o mascherarla. Accogliendola, invece, ponendola quasi come inevitabile “rovescio” (impossibile non pensare al Camus di L’Envers et l’Endroit: non c’è amore di vivere senza disperazione di vivere) o completamento. Per questo la voce chiede, domanda, insiste (Come un’intermittenza: ritornare/è solo un’insistenza, sulle perdite. / E ormai è spezzato il respiro,/che voci/torneranno/ da dove, da che valle, oltre lo sparo?), persino tenta un canto ascensionale, una preghiera, con incursioni nelle parole dell’indicibile (Va per eterno l’anima in giro nel giro di un volto. / È il suo termine/ fisso nella vita dei nervi, un farsi / segreto delle campagne, la notte; ma anche […] ed è qui / è anche questo / fin qui si sale / L’uomo è in queste stazioni / l’immagine di Dio, che cade / dentro i corpi […]).
    Questo campo di forze e tensioni è destinato da Poletti ad una partitura che non cerca soluzioni univoche e costruzioni ricorrenti: in piena aderenza al “temporale” delle cose (e alla natura multiforme dell’esperienza umana) si realizzano invece diversi esiti di tono, metro e forma: dal respiro spontaneamente endecasillabico al verso brevissimo, quasi bruciato sul nascere; dalla lingua più tradizionalmente (ed elegantemente) lirica alla gittata prosastica, fino agli “innesti” dialettali che ancora una volta situano i versi in uno spazio realmente esperito, dove nulla è trasposto o camuffato. Fino ai frequenti procedimenti anaforici e allitterativi ([…] sei qui / tornato / nella fiamma / di chi ti ama e ti amò. Ti amò / la polvere dove sono […]; oppure […] sistemate / tutti / gli inversi anni, anni […] Su, / benedetti, benedite / cosa aspettate / la mano con la mano), che somigliano a piccoli luoghi di smisura, in cui la lingua cerca la sonorità “primitiva” del lamento, dell’invocazione. Ecco: nell’adesione intera – ma mai ingenua o formalmente sgrammaticata – al tragico, in un’adesione che è partecipazione; qui, forse, sta la cifra più autentica e netta del libro di Poletti, in merito al quale non mi sembra inopportuno né inattuale tornare a Jaspers (Del tragico): «La coscienza tragica non è un assistere indifferente, soltanto intellettivo. È un prendere conoscenza, in cui io stesso mi trasformo, secondo il modo con il quale credo d’intendere, con il quale guardo e sento […]».

    Tre poesie da Temporali (Marco Y Marcos 2019)

    Decalogo sei

    Decalogo sei
    mondo in errore
    e passato.

    Passate
    nell’avere amato mai e sempre
    voi che siete dieci
    piegate
    dita, un tamburellare di continuo
    avete già fatto
    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.
    Sono anni, spiegatevi,
    avete e avete avuto
    con voi per perdere le rose
    e i notturni. Sistemate
    tutti
    gli inversi, anni, anni
    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,
    benedetti, benedite
    cosa aspettate
    la mano con la mano.

    Una parola

    Parola, una,
    anche tu, anche tu.

    Nei vestiti strappati ai gomiti,
    cose che ti hanno messo, hai detto.
    Negli abiti che poi hai messo, da uomo
    fino al suono
    di “mille”. I mille
    abiti che hai messo
    li vedi adesso in una stanza e con loro sei
    in un piccolo disegno.

    Fuori infuria la storia.
    Nella coda degli occhi
    una parola ti tiene.

    Per fede

    Prima di te e di me.
    Fu lo stesso
    tra passione e croce: dirci
    trasformatevi, forza, continuate,
    continua a riformarsi il grande
    sapere, sentire nei nervi
    che è bene cadere,
    che il chiodo è fisso al muro della vita.

    Ed è qui,
    è anche questo,
    fin qui si sale.

    L’uomo è in queste stazioni
    l’immagine di Dio, che cade
    dentro i corpi, le orografie, i mondi,
    le rappresentazioni.

    https://criticaimpura.wordpress.com/2019/12/06/su-temporali-di-cristiano-poletti/

  • 03Dic2019

    Roberto Carnero - Avvenire

    Fra spirito e corpo, i versi di Poletti

    Nella sua ultima raccolta di poesie, Temporali (Marcos y Marcos, pagine 102, euro 20), Cristiano Poletti ha il merito di ripercorrere episodi tragici che hanno punteggiato la storia del Novecento, con particolare riferimento agli anni del Muro di Berlino, ma non solo: anche la figura di Aldo Moro riemerge con intensità nella poesia intitolata Caetani.

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  • 25Nov2019

    Redazione - Nuovi Argomenti

    Cristiano Poletti, Temporali

    Sei poesie da Temporali di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019).

     

    Neve (per una fotografia di Richards)

    Dormono secoli di appunti
    sotto la neve. Lì
    non c’è più nessuno, solo frammenti,
    affanni di un passato.

    È una casa, vedete,
    e al centro c’è una vita resistita nel suo darsi.

    Pastorale del freddo, case, case
    abbandonate.

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce,
    sembra dire: è occulto il fine.

    Era questo, vedere. Giusto qui
    al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

    *

    Referto

    per Arianna

    Venne su ogni figura un temporale,
    così, improvvisamente,
    mentre tutto era in polvere.
    Cose e persone e l’ora
    si stringeva scurendosi e correva
    nell’arco di un azzardo
    a darsi il corpo, del corpo il referto,
    lo scopo delle mani, l’universo
    in una stanza piena di sudore.
    Così di un mio segreto
    amore di una notte
    provavo a raccontarti e adesso
    ti scrivo che ricordo:
    i due a fine temporale
    non si sono più rivisti.
    Oltre il momento d’acqua, il corridoio
    di pioggia che fu specchio, se ne vanno
    nel timore di amare, gli uomini.
    E il caldo insiste,
    da secoli urla noi,
    afferma e nega, scompare, ritorna
    in rima ingenua, dice che è del male
    una radice, amore, e non ha cuore.

    *

    Andata e ritorno, carcere

    Casa, ghiaccio, arrestabile sera,
    inverno che vedi
    la mia mano nascosta
    in un coltello, vedi,
    la colpa è in un’ombra e nel viso.

    E tu, notte che resti: è questo
    il campo di tutti o è il mio?
    Cosa esiste lì? Chi
    nel mio non uccidere
    più, nel mio autunno? Sei
    l’ombra d’estate? Tu
    lontano temporale vieni
    in questa lunga siccità
    addormentami.

    *

    Fine temporale

    Ho pregato un riflesso in te,
    forse era il mio ma
    credendo solo a questo tavolino sparecchiato
    è stato inutile. Eppure
    non sono materiale, guarda,
    neanche la spesa ho sistemato
    e nel ripostiglio è caduto tutto.

    Penso sia anche piovuto.
    Era annunciato per oggi, previsto
    che venisse e smettesse.

    Su questo tavolino scrivo
    a te riscrivo se possibile
    felice di questo
    fine temporale.

    *

    Quadro, lago

    Sai dove
    tra nuove altitudini e voci
    si stacca carne dalle ossa.

    Così e in dialetto si diceva
    quando improvvisamente
    ci si riconosceva in un limpido
    tornato grigio, cenere.

    In una lontananza
    di ognuno e tutti in un confine. Il lago
    adesso
    supplica ogni voce
    di tornare.
    Nei fosfori di fuori,
    pronto alla carne, alle ossa,
    c’è il lupo delle parole.

    Presto. Torna. Parla.
    Parliamo, sono qui.

    *

    Schumann

    Chi è nato dal ventre aperto
    della storia non ha specchi puntati contro gli occhi,
    a Bernauer Strasse passa, fotografa attento
    quel che vuole senza per questo ricevere
    un riflesso accecante.
    Non così per Schumann,
    lo Springer, sfuggito
    al sigillo che avrebbe dovuto amare.
    Che occhio di fulmine, il Signor Leibing
    per imprigionarlo in foto,
    diciannovenne, a metà del suo occidente,
    puntato verso la Baviera
    che scelse infine per sigillarsi
    nell’alcol, tentando un’altra fuga,
    dal rifugio della sopravvivenza.
    Finché, morto il Muro nell’89,
    venne il momento di specchiarsi
    e per amore, inevitabilmente nel ’98,
    l’attimo di strappare il sigillo,
    suicidandosi.

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva (poetarumsilva.com): una raccolta di articoli, intitolata dei poeti, è stata pubblicata per Carteggi Letterari nel 2019.
    Ha contribuito alla realizzazione del film documentario sulla vita e il lavoro di Fabio Pusterla, intitolato Libellula gentile. Per Marcos y Marcos ha curato il libro-cofanetto omonimo, edito nel 2019.

    http://www.nuoviargomenti.net/poesie/cristiano-poletti-temporali/

  • 22Nov2019

    Luca Mastrantonio - 7Corriere della Sera

    La vecchia paura (speranza) di temporali

    Chi ha radici contadine, di cieli da scrutare preoccupandosi per il raccolto, sa che la furia della natura non è uno scherzo. Nonostante ciò, ho un debole per i temporali: spaventarsi per gioco, come un bimbo, godersi il solliervo della calura.

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  • 01Nov2019

    Francesco Buffoli - Rockerilla

    Cristiano Poletti

    Temporali Marcos y Marcos

    Cristiano Poletti a dispetto dell’età vanta già un curriculum di primo piano, come documentano le sue raccolte, il saggio dedicato a Dino Buzzati, la direzione del festival Trevigliopoesia e il documentario che celebra la figura di Fabio Pusterla, il quale lo ricambia con le parole che introducono la raccolta Temporali, edita da Marcos y Marcos.

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  • 18Ott2019

    Luisa Debenedetti - Libri e Recensioni

    Temporali di Cristiano Poletti

    I Temporali di Cristiano Poletti, fenomeni naturali desiderati e minacciosi o orizzonti del pensiero legati al nostro essere smarriti lungo gli anni e i secoli eppure fissi nell’eternità di pochi istanti luminosi, disegnano un libro maturo e forte, traguardo raggiunto di un lungo cammino poetico ed esistenziale, ma anche punto di svolta, riconoscimento di sé e del proprio rapporto con l’esistente, promessa per il futuro e riscatto. La parola oscilla tra il dato autobiografico, alluso e mai esibito, e la meditazione sulla storia e sui suoi vinti; e l’intonazione del testo a sua volta sta in equilibrio su un bilico espressivo, ora tendente al picco lirico, all’immagine fascinosa, ora capace del nitore ammirevole di chi non ha più bisogno di maschere e di orpelli. Anche il dichiarato dialogo con autori antichi e moderni offre una felice varietà di stili, capaci però di fondersi in una voce sommessa e piena: Poletti convoca Dante, Petrarca, Leopardi, Primo Levi, De Angelis e molti altri, a seconda dello strumento che maggiormente la musica di un testo richiede e richiama. Lo sguardo vaga nella memoria e nel paesaggio, ricostruisce volti fuggitivi, narra frammenti di vita o affreschi di esperienza collettiva; si addentra nella “pastorale del freddo” e lì si perde e trascende. E’ uno sguardo che ha visto molte cose, che conosce il senso del limite e il brivido del desiderio illimitato; è uno sguardo che sa come “anche attraverso questo, la grazia. / Solo attraverso / questo, /essere soli”. Fabio Pusterla
    Parola, una, anche tu, anche tu.

    “Temporali” di Cristiano Poletti è una raccolta di poesie in cui autobiografia, vita e storia si avvicendano e a volte si sovrappongono all’interno di sette sezioni.
    Poletti cammina sul solco della sua esperienza personale, tra memoria e presente, nostalgia e propositi, dolore e gioia; solo un poeta che vive senza menzogna, perché fermo nella verità della poesia, può, con la sua voce, in sottigliezze calibrate e attente lavorazioni sul verso, deviare l’attenzione del lettore dai suoi personalissimi dolori e gioie a quelli universali, coinvolgendolo nel “gioco” della poesia. Caricando il lettore di fervore poetico esistenziale, l’Autore lo porta a scorrere i versi come una pista di decollo, un mantra o una preghiera laica che eleva ad affari più importanti di quelli piccoli e corruttibili in cui normalmente sguazziamo.
    Sono presenti ed hanno voce, spesso come epigrafi, altre volte all’interno dei testi, alcuni grandi poeti di ieri, la cui grandezza consiste anche nell’insinuarsi nel presente, e artisti di oggi che ricompongono il puzzle di frammenti ora di memoria ora di un gelido passato. E’ qualcosa di simbolico prendere in prestito le parole di altri: è come tirare il filo invisibile che lega ogni scrittore a un altro, e ogni uomo a un suo simile perso da qualche parte nel tempo e nello spazio. La poesia di Poletti è misurata nelle parole che sono voci e silenzi, scorre come acqua durante un temporale ma talvolta, come lava al contatto col mare, sembra solidificarsi superficialmente in un simbolismo che solo in apparenza raffredda il flusso poetico. Le parole prese singolarmente all’interno del dettato poetico, così come talvolta i singoli versi, non sono sempre di immediata comprensione, cioè non rispondono a un logico accostamento di senso, tanto che viene da chiedersi quale sia l’intento del poeta. Si potrebbe rimanere stupiti da alcune scelte linguistiche, da una sorta di inesattezza latente (che io intendo nella sua accezione positiva, un po’ come il dubbio, per vederla come Leopardi, è la strada verso la verità), ma seguendo il percorso di salita della pioggia si arriva nel luogo in cui ogni parola e ogni singolo verso si compongono in un meraviglioso scroscio di senso e significato compiuto, le nuvole temporalesche diventano spettacolari, belle e potenti pur nella tragedia che mettono in scena. Proprio in questo si evidenzia il valore del poeta Cristiano Poletti, nella sua capacità di trasformare l’insieme delle parole e dei versi da esse composte, in eccitante poesia, nonostante il simbolismo, più o meno marcato, tenda a criptare le informazioni.
    In quest’opera la scrittura, anche nelle poche accezioni di prosa-poetica, scorre sull’orlo dell’esistenzialismo e scandaglia a fondo le principali tematiche umane, tra cui l’amore, la malattia, la morte e l’incapacità di congiungersi veramente con l’esistenza stessa che, con le sue dinamiche, come ben sappiamo crea disagio. L’Autore ricorre a costruzioni figurative che sono vere e proprie architetture di pensiero, innalzate ricorrendo ad equilibri e incastri tra aggettivi e sostantivi, i verbi ne sono una parte meno evidente, ma ovviamente sostanziale: gli architravi.
    Giunti a conclusione della lettura si ha la sensazione di aver affrontato un viaggio impegnativo al termine del quale il poeta ha scaricato il proprio fardello di disagio e noi con lui; non ci vorrà molto ad accorgersi di aver viaggiato nell’universale bellezza della poesia attraverso un nostro personale percorso che il poeta ha magistralmente studiato per noi; questo è a mio avviso il compito dello scrittore: costruire la scena in cui il lettore possa entrare e farne parte.
    “E immagini senza sapere
    come da un muro o da un giro di rocce
    esca, continui a farlo il fiore.
    Immagini senza sapere e attendi
    per rivedere e capire. Così,
    finché tutto sia limpido” (pag. 76)

    https://www.librierecensioni.com/recensione/temporali-cristiano-poletti.html

  • 15Ott2019

    Vincenzo Guercio - L'Eco di Bergamo

    “Mani, acqua, corridoio le parole della mia poesia”

    L’intervista. Cristiano Poletti venerdì a Bergamo con la sua nmuova raccolta “Temporali”: “Un termine con cui si declina tutta la nostra esistenza”

    “Venne su ogni figura un temporale, /cos’, improvvisamente, / mentre tutto era in polvere…”. “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019) è il titolo, non per caso, dell’ultima raccolta di poesia di Cristiano Poletti, recentemente presentata anche ad una rassegna ormai di primissimo piano come Pordenonelegge.

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  • 28Set2019

    Federico Fumagalli - Corriere di Bergamo

    L’autore: “Un’emozione grandissima”. I versi su turbolenze “umane e personali”

    Non poteva esserci cielo migliore per i “Temporali” di Cristiano Poletti. Quello di “pordenonelegge”, la grande festa del libro della città friulana che chiude oggi la ventesima (e fortunata) edizione. Il poeta bergamasco ha presentato la sua nuova raccolta, appena pubblicata dall’editore Arcos y Marcos, in splendida copertina dell’artista Luca Mengoni, che in sintesi grafica richiama i temporali (“umani e personali”, spiega l’auotre) del titolo.

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  • 21Set2019

    Tommaso Di Dio - Rai News

    Cristiano Poletti, “Temporali”

    Sebbene in Italia se ne pubblichino ovunque, a centinaia, a migliaia l’anno, è raro leggere libri di poesia. Per chi sia un cercatore d’oro e non un divoratore compulsivo di parole a caso, non è per nulla facile imbattersi in un’opera che abbia ricevuto il battesimo del fuoco e la grazia della pazienza. Già si grida al miracolo quando, fra le migliaia di pagine che si leggono ogni anno, ci si imbatte fortunosamente anche in una sola delle due virtù sopraelencate. Ahinoi, spesso chi ha il fuoco non ha lavorato abbastanza affinché scaldi e faccia una luce ampia dalle braci; e c’è anche chi invece ha lavorato sodo, magari per anni, ma non ha quel mantice che accende improvviso, quell’aculeo insomma, che penetra e stordisce quando si è alla presenza di un verso che non sappia disperatamente di esercizio, di ricalco, “di tavolo”. Ma qui in Temporali di Cristiano Poletti, l’ultimo libro edito nella bella e importante collana di Marcos y Marcos a cura di Fabio Pusterla, bisogna dire sì: alziamo le mani. Questi sono versi animati da qualcosa di oscuro che si agita dietro le parole, un magma a lungo covato nel petto di chi le scrisse; nondimeno, queste pagine sono una ferita da cui un siero viene alla luce, levigato e liscissimo, fin quasi a raggiungere una leggerezza disarmante, una trasparenza che nondimeno non abdica all’enigma.

     

    Ed è ancora più prezioso questo libro perché gioca una partita che oggi è assolutamente fuori contesto. Temporali è infatti un libro che diremmo risolutamente anacronistico. Ed è un bene: è il segno della buona poesia, non c’entrare nulla, sembrare inessenziale alla cronaca, fuori luogo, spaesata, sbagliata. La scrittura qui non è instagrammabile, non c’è gioco di invenzione, nessuna trovata di immagini o di suoni, non c’è divertimento né spensierata deficienza, come tanto sembra andare di moda oggi, in poesia e altrove; la voce della scrittura (che qui trasuda rigorosa dal testo, densa, resinosa) non gioca a fare il pagliaccio con un lettore che si vuole ridotto a figura di spettatore plaudente o a quella di fine intenditore: come se la poesia fosse una cosa da decaduti buongustai. Questo è un libro scritto sottovoce; fatto di parole pronunciate al limite del silenzio, che non mancano mai di mostrare il loro desiderio di sparire presto: «Niente carta, alle labbra, al loro confine/ serve fermarsi, a un vero silenzio/ negli occhi» (p. 12). Sì, perché per Poletti scrivere è solo sostenere l’umiltà di un gesto, non è l’inizio e non è la fine, non è il centro: il compito della parola è quello di mostrare di scorcio; trattenere sì, ma nei suoi limiti, il frutto di un percorso interiore che intravediamo vasto ai fianchi, nei dintorni che bordano il sopraggiunto tacet alla fine del testo. Ciò che precede e segue la parola: è lì che Poletti vuole che noi gettiamo lo sguardo. Le parole servono, tutto qui, aprono una fessura, forse un deserto (p. 13). Si badi: non per questo è concessa alcuna pigrizia allo scrittore. È il contrario: per aprire, le parole devono essere messe in riga, addestrate, tenute al massimo grado di tensione e di arte, devono essere scorciate, abbreviate e compresse finanche all’escissione, finanche all’ellissi, affinché quel varco, una volta aperto, resti visibile fino alla fine.

    È in questo senso che la parola poetica di Poletti ha a che fare con la preghiera. Oggi che nel discorso pubblico la preghiera è oggetto di fraintendimento, se non di continuo sacrilegio, alcuni poeti forse sono i soli che continuano a pregare, ovvero a fare del linguaggio un sacrificio. Poletti ci avverte fin dal primo verso: «Un discorso religioso, ma niente fantasie» (p. 11). Non si tratta qui di una poesia “devota”, non ha da difendere nessun Dio Poletti, figurarsi; ma questa è una poesia che ha continuamente a che fare con l’attesa di una voce. Scrive l’autore: «Ogni cosa per vocazione preme in una voce/ sembra dire: è occulto il fine» (p. 15). Attendere la voce è predisporsi ad una scrittura che ha come fondamenta l’ascolto: non di sé, ma di ciò che esula, che fuori orbita, che transita, entrando e uscendo, aprendo e chiudendo il giro della mente. Quella di Poletti è una poesia che è dappertutto un’invocazione di voci: si chiede alle voci di raggiungere la pagina, di farsi presenti, di darsi a vedere, di sedersi qui con i mortali a mangiare. E contemporaneamente, proprio in virtù di questo ascolto, la poesia di Poletti è misura di un rapporto infinito fra il sussulto feriale e un altrove immortale, glaciale, spropositato: «sotto sopra avanti/ indietro tossisco/ la mia storia e tutta/ la vita immortale» (p. 16). Preghiere: come dire, con un lessico che ormai non comprendiamo più, “parole vere”; parole che vanno da un qui ad un lì e giungono da un lontano e si fanno prossime, vicine, abissali: «Perdersi./ Questa è la via, questa la/ calligrafia che ha il nome di nessuno» (p. 30). Così fiato e scrittura coincidono, precisamente, senza sfoggiare mai alcuna maestria, ma con la fede piena che è nella poesia, qui, nel suo metro così artefatto e costruito da anni di lavoro, solo qui, si consegna la possibilità di dire qualcosa offerto alla verità: «Nelle tue mani consegno il mio spirito,/ endecasillabo». Ed è così che la parola della poesia diventa forma, tiene («nella coda degli occhi/ una parola ti tiene», p. 42); e ci tiene uniti ad un appuntamento che non sarà mancato: «mandate lettere al loro indirizzo./ Lì chiara l’anima tornò» (p. 42).

    Questi versi chiedono un lettore che voglia ascoltare, calarsi nel proprio di quanto qui si scrive. Non di certo un lettore che stia a guardare, con la lingua facile e pronta al giudizio. Un lettore che sia piuttosto un rilettore, lento, che assorba, rumini. Fa parte della bellezza di questo libro il delicato e obliquo, ma continuo, percepibile, doloroso, affondo nella biografia; mai è resa però ingombrante nel testo, anzi è tutta bruciata sulla pagina, evaporata dalla luce di un trapasso. Il dato biografico è come scomparso nelle pagine proprio a causa del tempo e del lavoro a cui la pagina è stata sottoposta; e rimane soltanto tenuto fra le pieghe e i silenzi, laddove insomma non possa essere d’ingombro a chi deve seguire un sentiero. Chi scrive infatti è in movimento, il testo è il mezzo e noi siamo chiamati a camminare con lui, lasciandoci alle spalle il fardello inutile dei giorni. «Vado in un luogo risolto dal tempo», recita l’incipit di una poesia (a p. 61). Cosa è un luogo «risolto dal tempo» se non l’area di un vuoto, un «corpo d’aria» dove stare un rimanere in una solitudine che non è abbandono? E – sembra dirci Poletti – questo corpo aereo non è mio, non è tuo, è oltre ogni pronome: «Solo attraverso/ questo,/ essere soli» (p. 70).

    A fronte di tutto, c’è la storia. In questo libro di voci, lavorato al cesello, a mano a mano che si procede nella lettura, è sempre più chiaro che ciò di cui si sta parlando non è qualcuno, ma è «il nostro/ Occidente», come si trova scritto nella poesia d’apertura. È il grande tramonto dell’eterno, del senza tempo, nella singolarità cronologica delle creature che a questo poeta interessa; così troviamo scritto in una delle più potenti poesie di Temporali il cui titolo è significativamente Per fede: «L’uomo è in queste stazioni/ l’immagine di Dio, che cade/ dentro i corpi, le orografie, i mondi,/ le rappresentazioni» (p. 77). E allora la poesia di Poletti si apre e nell’ultima sezione si fa teatro di caduti: di chi cade – come la pioggia, che cadendo accompagna il lettore attraverso tutto il libro, comparendo e scomparendo, tornando a cadere. Nell’ultima sezione, Storia, l’attenzione della scrittura è tutta dedicata a due eventi simbolo che aprono alla fine del Novecento: la caduta del muro di Berlino e l’omicidio di Aldo Moro. Le poesie qui sono scarne descrizioni di chi ha provato a scavalcare il muro e non ce l’ha fatta, come in Berlino, 22 agosto: «Inizio del film, confine./ Buio su tutti: cade/ Ida giù dalla finestra, in agosto,/ martedì ventidue. Tod.» (p. 84). Questi caduti sembra dirci Poletti ci consegnano all’epoca dell’esplosione: un tempo dove si contrappongono senza soluzione lo Stato, «il suo enorme corpo esploso/ dentro la storia», e il singolo, chiuso rannicchiato in un buio inspiegabile, come quel corpo in un baule di una Renault 4 rossa.

    Una cosa, infine. Raramente negli ultimi tempi mi è capitato di leggere una scrittura che intrattenga con alcuni poeti un rapporto così denso, così esplicitamente costitutivo.  Leggendo i versi di Poletti, si sente in eco il dialogo continuo che essi intrattengono con quelli di Milo De Angelis, di Mario Benedetti e, più indietro e meno, di Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Franco Fortini. Eppure non è manierismo e non è falsetto, non c’è insomma né nevrosi né ironia; c’è una qualità del dialogo intertestuale che sfugge alla canoniche categorie e potrebbe essere preso facilmente per epigonismo. Eppure no, l’intensità della scrittura, il suo calore avvolgente, allontana del tutto questa idea. C’è qualcosa di diverso qui: mi sembra che il poeta cerchi consapevolmente questo effetto di risonanza perché meglio la poesia aderisca ad una verità: che nessuno viene da solo, ma nasce da una strana luce, «archivio nascosto dei nostri cassetti» (p. 59). Come se Poletti ci dicesse che soltanto evocando le voci degli altri, umilmente trovandovi dunque posto, sfuggendo così alla trappola brutale dell’essere moderni a tutti i costi, la poesia può lentamente uscire dal Novecento senza nervosismi, né nevrosi, né ridicole cesure. «La scena è solo cominciata» (p. 58), sì, non è una novità: l’inizio sempre accade. Non abbiamo che queste parole già scritte da riprendere e fare nostre: finalmente, allora, «Sorridi,/ eredita la terra» (p. 12).

    ESTRATTI

    Per una donna mite

    Scivola all’infinito presente
    una malattia. Scriverne?
    Niente carta, alle labbra, al loro confine
    serve fermarsi, a un vero silenzio
    negli occhi. Sì, siate
    gentili, capaci.
    Capaci di. Gentili con.
    Avere vuoti, gli occhi,
    con lei che va e si perde come noi in noi
    l’indirizzo di sempre, l’afa, l’Adda
    dentro la veste e il letto, tutto bianco.
    O che sia invece l’ultima neve o nebbia antica,
    la malattia è un viaggio
    costoso. Sorridi,
    eredita la terra.

    Semplice

    Tu sarai all’ombra di un suicidio
    e io forse avrò amato, alla fine.

    Terra, sventura.
    Spiraglio.

    Risaliremo il destino
    tra la tomba degli angeli
    e quella degli uomini.

    Sono uguali inchiostri i nostri
    debiti d’amore.

    Fine partita

    Una bandiera lasciata sul campo,
    abbandonata, a fine partita.
    Il tifoso l’avrà dimenticata
    in un eccesso di tristezza, o di gioia.

    Nell’episodio pensavo a me
    come oggetto smarrito della storia.

    O forse è un’altra la metafora che occorre
    per la stessa ragione, o religione,
    ma in un ritmo diverso:
    le infinite vasche
    che ora nuoto e vuoto
    polmoni e tossisco
    sotto sopra avanti
    indietro tossisco
    la mia storia e tutta
    la vita immortale.

    Decalogo sei

    Decalogo sei
    mondo in errore
    e passato.

    Passate
    nell’avere amato mai e sempre
    voi che siete dieci
    piegate
    dita, un tamburellare di continuo
    avete già fatto
    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.
    Sono anni, spiegatevi,
    avete e avete avuto
    con voi per perdere le rose
    e i notturni. Sistemate
    tutti
    gli inversi, anni, anni
    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,
    benedetti, benedite
    cosa aspettate
    la mano con la mano.

    Fuga, o ritorno

    Tu torni dove tornano nel vento
    di tutti i nostri amori le figure
    e i fiori. O tu non torni,
    sapranno riferire. In quale luce

    tu, voce, stai avvicinandoti muta
    alla fonte del fiato? Lì sei nata,
    formi da poco parole e in natura
    di buio cresci, e non muori o divieni,
    tu taci sulla strada.

    La sfiori non il vento
    al limite del fiato
    la voce dei tuoi giorni,
    la ferma solitudine dei giorni.

    Una parola

    Parola, una,
    anche tu, anche tu.

    Nei vestiti strappati ai gomiti,
    cose che ti hanno messo, hai detto.
    Negli abiti che poi hai messo, da uomo
    fino al suono
    di “mille”. I mille
    abiti che hai messo
    li vedi adesso in una stanza e con loro sei
    in un piccolo disegno.

    Fuori infuria la storia.
    Nella coda degli occhi
    una parola ti tiene.

    Da Temporali, di Cristiano Poletti, Marcos y Marcos, 2019

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva; una raccolta di articoli, intitolata dei poeti, è stata pubblicata per Carteggi Letterari nel 2019.
    Ha contribuito alla realizzazione del film documentario sulla vita e il lavoro di Fabio Pusterla, intitolato Libellula gentile. Per Marcos y Marcos ha curato il libro-cofanetto omonimo, edito nel 2019.

    http://poesia.blog.rainews.it/2019/09/cristiano-poletti-temporali/

  • 19Set2019

    Redazione - Il Ciottolo

    Camminamento n. 10 – Cristiano Poletti

    Nelle tue mani consegno il mio spirito,

    endecasillabo

    di chi ha sentito

    un giorno venirgli al naso un odore

    di ansia, era amore

    Pochi versi e fulminano.  Mi sono chiesta di chi fossero, dato che la casa editrice era già una garanzia.  Per certo – detto tra me – deve essere uno di quei poeti che le parole le pesano a grammi e il verso, pensiero tensione canto che sia, è anche una questione di millimetri; per certo, detto sempre tra me, se non è già alto, è nome destinato a vette.

    Poesia schiva discreta e, non per questo, meno assertiva: il verso è nitido, ora una fiammata, ora  un corso d’acqua lento coriaceo che nulla distoglie, fosse uno specchio, restituirebbe l’immagine di due mani a nido, una poesia che, in qualche modo, si prende cura della vita.

    Così come Poeta è la devozione di attimi, un brillare della propria solitudine nella coscienza di non voler restare soli: all’apparenza, due rette parallele che un improvviso interseca e aggancia il tratto: mi resta questo bagliore di Cristiano Poletti.

     

    A domanda, ha risposto …

    Per Fernando Pessoa la poesia è un pensiero che sente e un sentimento che pensa; nel saggio di Paul Valéry Poesia e pensiero astratto, si legge lo stato della poesia è del tutto irregolare, incostante e fragile […] lo perdiamo, così come lo troviamo, per caso, come se l’io poetico fosse qualcosa che è in noi, ma nel contempo è altro da noi?

    Per rispondere, isolerei intanto nella domanda «la poesia è un pensiero», segmento al quale verrebbe voglia anche di togliere l’articolo. Sì, ecco: la poesia è pensiero, partirei da qui.

    Aggiungerei che il pensiero risente del sentimento di chi lo pensa. Io guardo al sentimento come a quell’energia che porta la persona, ciascuno, tutti, al senso (di sé, del mondo, nell’incontro di cose ed esseri). Ma come lo fa? Nascendo appunto dalla persona, mescolandosi al carattere, e così si “va a naso”, si fiuta per sentimento, ci si muove d’istinto.
    E poi, come dire, dal fiuto al fiato il passo è breve. Proprio lì nasce il pensiero, nel passaggio dall’intuito al respiro, che ritengo essere il termine essenziale per la poesia: il respiro, il ritmo che è dentro la voce e la muove.
    Dicevo, “l’incontro di cose ed esseri”. C’è una definizione, tra le tante possibili (o impossibili) della poesia, che amo molto. È di Yves Bonnefoy, che dice: «La poesia? È semplicemente il bisogno che abbiamo di incontrare le cose e gli esseri del nostro mondo ordinario, l’unico che esista, in maniera più immediata e piena di quanto permetta l’esercizio del pensiero concettuale». Allora sì, la mia scorciatoia iniziale deve chinarsi al fatto che Pessoa ha ragione, davvero «la poesia è un pensiero che sente e un sentimento che pensa».

    Quanto a Valery e all’io poetico, direi questo: amo moltissimo e da molto tempo un verso di Mario Benedetti, estratto dalla poesia che apre Umana gloria: «Qui ho lo sguardo che ama qualunque viso». Lo trovo straordinario, perché indica la necessità di un luogo insieme alla presenza dell’io (qui, qui io ho) come premessa necessaria perché lo sguardo possa esercitare un’apertura. È un’apertura che avviene perché c’è abbandono, perché l’io si lasci abitare da “qualunque viso”: è questo lo studio, la visione, è un atto d’amore.

    E poi c’è il caso, certo. Questo atto d’amore, questo “sentimento pensante”, pendola dentro e fuori il destino secondo l’offerta del caso. In proposito, restano a mio avviso valide, centratissime, le parole di Vittorio Sereni in un suo intervento datato 1980: «Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)».

    Leggo e mi sento liberato. Acquisisco oggettività. Cesso di essere io e disperso. […] Leggo come chi abdica.
    Da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa.

    Non pensi che le stesse sensazioni abitino anche chi scrive, e scrive poesia?

    Sì, si tratta della risorsa e allo stesso tempo della difficoltà che riguardano la lettura soprattutto. Difficile perché la disponibilità a uscire dalla soggettività non sempre si dà. E la lettura, poi, è a sua volta una risorsa fondamentale per la scrittura, anche per la poesia. Leggere è affondare trovandosi in una “solitudine popolata”. Splendide pagine in proposito sono quelle di Proust: ci dice di una forma di amicizia serena, di piena apertura alla confidenza. L’io si disperde? O anche solo si confonde, e se non proprio di abdicazione potremmo credo parlare ancora una volta di abbandono, del lasciarsi, almeno in parte. Nella lettura come nella scrittura: se la lettura è affondare, forse si scrive per riemergere. E il verso è esattamente la misura dettata dal respiro per risalire.

    Da un articolo di Gabriella Musetti

    Mi ha sempre colpito una frase di Sylvia Plath, poeta “confessionale” per eccellenza, tratta dai Diari, in cui, dopo aver ricordato che la scrittura è simile a un rito religioso la connota come una “rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere”. Mi colpisce la grande apertura di questa osservazione, in cui si legge tutta la difficoltà a coltivare rapporti confortevoli e tuttavia il desiderio forte di dare forma, attraverso la scrittura, a un riamore  per gli altri e per il mondo, non solo nella loro evidenza presente, ma nelle loro non ancora incarnate possibilità.

    È nella scelta di uscire da sé e andare nel mondo il vero – l’unico? – motivo che spinge a scrivere poesie ?

    Prima di tutto mi attrae molto il termine “religioso”, non tanto nel senso del rito richiamato da Plath ma proprio delle sue radici etimologiche: il termine religione, infatti, da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, mentre da re-ligàre significa “unire insieme”. Credo che la scrittura possa unire oscurità di linguaggio e apertura al mondo: quindi uscire da sé è necessario, per entrare nel campo abissale del linguaggio, come è necessario “andare nel mondo”. C’è un bellissimo passaggio nel ritratto filmico realizzato da Mazzacurati su Zanzotto, in cui il poeta dice (vado a memoria) che la poesia è un po’ come una lettera inviata al mondo, in cerca di destinatari, ma che potrebbe anche tornare al mittente. Mi è molto cara questa idea, perché – rispondendo così alla domanda – dichiara che andare per il mondo, che scrivere poesia, significa non solo uscire da sé ma soprattutto direi avere del mondo una visione, ossia stringersi intorno a un immaginario. Sarebbe altrimenti impossibile inviare una simile lettera. E poi i motivi che spingono a scrivere poesia possono essere diversi altri, possono essere molti; una forma di ossessione verso il linguaggio, ad esempio, ed è una fortuna. Per me è anche una forma di preghiera.

    Eppure I poeti sono considerati da molti santi a metà: con la spiritualità più fine e la coscienza più fiacca. Nel poeta, il più grande, l’esperienza poetica non si fa preghiera anche se tende a diventarlo; al contrario, chi legge quella poesia, “prega” senza difficoltà e proprio per merito del poeta. Infatti, si evidenzia spesso la natura paradossale della poesia: è una preghiera che non prega ma che fa pregare.

    (stralcio di un articolo di anni fa)

    Se così fosse, l’immagine del poeta non sarebbe granché edificante, non credi? …

    È molto difficile e bello rispondere a questa domanda, perché il nodo è complesso e stimolante.

    Vorrei dire subito, intanto, che proprio non vedo alcuna santità, nemmeno “a metà”, per i poeti. Il poeta è un essere tra gli altri, tra i tanti, umano tra gli umani e cittadino tra i cittadini. Davvero, non vedo “specialità”, eccezionalità che lo riguardi. Quel che conta è l’arte, questo sì, e mi sembra che il passaggio citato “è una preghiera che non prega ma che fa pregare” punti a esaltare questo, l’arte, con le sue aporie, i suoi paradossi.

    Tutte le possibilità edificanti, in effetti, risiedono nel testo e non nella persona che l’ha scritto (il quale vive la propria vita come tutti dentro il “grande campo dei tradimenti”).

    Autore deriva da augĕo – augēre: ecco, il merito dell’autore è essenzialmente, forse esclusivamente, nel “far crescere” attraverso il testo un motivo, una visione, un pensiero messo in forma mediante l’arte, appunto. Il resto, l’interpretazione, la lettura profonda del testo con tutto ciò che può sprigionare, fino a poter essere edificante, è a disposizione del lettore (quasi si trattasse di sua “invenzione”: la poesia è scritta, depositata/deposta sulla pagina, il libro è finito, e tocca a quel punto al lettore). Quindi, è il lettore a dare “compimento” al testo, a una poesia.

    Bio bibliografia

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (L’arcolaio, 2012); del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati L’arcolaio, 2012), delle prose critiche raccolte in dei poeti (Carteggi Letterari, 2019), del libro-cofanetto Libellula gentile, con l’omonimo documentario di Francesco Ferri dedicato al lavoro di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2019), di Temporali (collana Le Ali, Marcos y Marcos, 2019). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva. Lavora all’Università di Bergamo.

    Testi

    Da Temporali, Marcos y Marcos, 2019

    Per una donna mite

    Scivola all’infinito presente

    una malattia. Scriverne?

    Niente carta, alle labbra, al loro confine

    serve fermarsi, a un vero silenzio

    negli occhi. Sì, siate

    gentili, capaci.

    Capaci di. Gentili con.

    Avere vuoti, gli occhi,

    con lei che va e si perde come noi in noi

    l’indirizzo di sempre, l’afa, l’Adda

    dentro la veste e il letto, tutto bianco.

    O che sia invece l’ultima neve o nebbia antica,

    la malattia è un viaggio

    costoso. Sorridi,

    eredita la terra.

    Semplice

    Tu sarai all’ombra di un suicidio

    e io forse avrò amato, alla fine.

    Terra, sventura.

    Spiraglio.

    Risaliremo il destino

    tra la tomba degli angeli

    e quella degli uomini.

    Sono uguali inchiostri i nostri

    debiti d’amore.

    Neve (per una fotografia di Richards)

    Dormono secoli di appunti

    sotto la neve. Lì

    non c’è più nessuno, solo frammenti,

    affanni di un passato.

    È una casa, vedete,

    e al centro c’è una vita resistita nel suo darsi.

    Pastorale del freddo, case, case

    abbandonate.

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce,

    sembra dire: è occulto il fine.

    Era questo, vedere. Giusto qui

    al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

    Fine partita

    Una bandiera lasciata sul campo,

    abbandonata, a fine partita.

    Il tifoso l’avrà dimenticata

    in un eccesso di tristezza, o di gioia.

    Nell’episodio pensavo a me

    come oggetto smarrito della storia.

    O forse è un’altra la metafora che occorre

    per la stessa ragione, o religione,

    ma in un ritmo diverso:

    le infinite vasche

    che ora nuoto e vuoto

    polmoni e tossisco

    sotto sopra avanti

    indietro tossisco

    la mia storia e tutta

    la vita immortale.

    Decalogo sei

    Decalogo sei

    mondo in errore

    e passato.

    Passate

    nell’avere amato mai e sempre

    voi che siete dieci

    piegate

    dita, un tamburellare di continuo

    avete già fatto

    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.

    Sono anni, spiegatevi,

    avete e avete avuto

    con voi per perdere le rose

    e i notturni. Sistemate

    tutti

    gli inversi, anni, anni

    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,

    benedetti, benedite

    cosa aspettate

    la mano con la mano.

    Per fede

    Prima di te e di me.

    Fu lo stesso

    tra passione e croce: dirci

    trasformatevi, forza, continuate,

    continua a riformarsi il grande

    sapere, sentire nei nervi

    che è bene cadere,

    che il chiodo è fisso al muro della vita.

    Ed è qui,

    è anche questo,

    fin qui si sale.

    L’uomo è in queste stazioni

    l’immagine di Dio, che cade

    dentro i corpi, le orografie, i mondi,

    le rappresentazioni.

    https://ilciottolo.blogspot.com/2019/09/camminamento-n-10-cristiano-poletti.html

  • 18Set2019

    Marianna Zito - Modulazioni Temporali

    “Temporali” – Il cammino di Cristiano Poletti

    “anche attraverso questo, la grazia. Solo attraverso questo, essere soli”

    È “Temporali” il titolo della nuova raccolta poetica di Cristiano Poletti in uscita oggi 18 settembre, nella Collana di poesia Le Ali diretta da Fabio Pusterla, per la casa editrice Marcos y Marcos.

     

    Temporali come quei fenomeni atmosferici che a volte spaventano, a volte acchetano l’animo, temporali come gli attimi di tempo che scorrono inesorabilmente da noi e, ancora, temporali che si insediano nel nostro animo, residui di avvenimenti appartenuti al corso della nostra vita, ma che hanno serbato un barlume di sereno, come i due che, a fine temporale, non si erano più rivisti. Nasce da qui questa raccolta che rappresenta, per il poeta, un punto di arrivo, “traguardo raggiunto di un lungo cammino poetico ed esistenziale” come lo definisce Pusterla nella sua prefazione. Un traguardo che porta inevitabilmente a un riconoscersi, a una nuova consapevolezza di sé, nella proiezione di ciò che sarà: “si sale negli affetti e la via piega verso il ventoso”, verso un equilibrio.

    Autobiografia, vita e storia si incontrano all’interno di sette sezioni, con un linguaggio sempre pronto a mostrare la verità, grazie anche alla presenza e alla voce dei grandi poeti di ieri che continuano a insinuarsi nel presente, e quelli di oggi che ricompongono frammenti ora di memoria ora di un gelido passato, che proviamo instancabilmente a riconoscere o a vedere in una fotografia o un dipinto, dove resta soltanto un abbandono: ciò che è stato di altre vite. La perdita è un tema costante “con le mani cerco mani che hanno pensato e hanno toccato, hanno preso”, spesso legata a una mancanza di morte, a persone perdute. Una situazione che, nel momento, vanifica il futuro e porta a riflettere sulla consegna dello spirito a un’entità, un universo oltre noi, oltre la terra. Oltre i luoghi fisici che, in qualche modo, ci appartengono: le città come Padova, Mantova, Milano, Trieste, Bergamo e ancora fino ai luoghi della spiritualità, sacri per i morti, come Pashupatinath e ai luoghi dei morti, da Berlino a Srebrenica e Vukovar, fino a Roma, a noi. Sempre sperato, ambito e riconosciuto è il ritorno “verso casa, verso sera”, verso l’origine. Non sempre riuscito: un sogno, “ombra tra le dita”, respingimenti forzati, infetti da menzogne claustrofobiche.

    Temporali, acqua come vita – “la pioggia tanto attesa alla fine arriva” – come volontà, acqua che accoglie la morte e la morte per acqua, nelle terre desolate e abbandonate dalla crudeltà umana dove, al pari di un triste Spoon River, le voci dei morti continuano a narrare, a scusarsi, a vivere. Resta solo l’amore, indelebile inchiostro scritto dai poeti.

    https://www.modulazionitemporali.it/temporali-il-cammino-di-cristiano-poletti/

  • 18Set2019

    Redazione - Poetarum Silva

    “Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

    Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.

    Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
    Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

    Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

    ***

    Fuga, o ritorno

    Tu torni dove tornano al vento
    di tutti i nostri amori le figure
    e i fiori. O tu non torni,
    sapranno riferire. In quale luce

    tu, voce, stai avvicinandoti muta
    alla fonte del fiato? Lì sei nata,
    formi da poco parole e in natura
    di buio cresci, e non muori o divieni,
    tu taci sulla strada.

    La sfiori non il vento
    al limite del fiato
    la voce dei tuoi giorni,
    la ferma solitudine dei giorni.

    Otto anni

    Questa terra capace
    tra l’autostrada e il suo diesis.
    La mattina, la brina, sono solo
    pochi anni a dividerci.
    Verso Trieste ora
    la fede continua: amerai ancora,
    dice la strada, sarai ricambiato.
    E adesso
    dentro un tremolio dell’aria
    ci chiediamo cosa mangeremo.
    La torta annunciata e altro
    ancora. Intorno i libri,
    una sera che ha un nome.
    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.
    Ti chiamo. Chiama.

     

    Caetani

    Caetani, Michelangelo
    che scrisse del paradiso di Dante
    e dell’inferno
    che divenne quella via
    quella incredibile
    tomba rossa Renault
    di un nove maggio.
    Ripetendo due volte il tuo cognome
    e dicendo prima “non posso ripetere, guardi”
    nella telefonata
    si contraddiceva Morucci,
    oggi consulente informatico.
    Ma veramente a contraddirsi è stato
    lo Stato,
    il suo enorme corpo esploso
    dentro la storia.
    Moro, il fragile
    tuo corpo enorme.

     

    Cristiano Poletti, Temporali, Marcos y Marcos, 2019

    https://poetarumsilva.com/2019/09/18/temporali-cristiano-poletti/