"

w5x7n2 - nur1w8 - vjqnas - 8uabi1 - 30cnu8 - 8dr0z3 - iilud5 - tvqbj1

Temporali

Archivio rassegna stampa

  • 07Dic2019

    Yari Bernasconi - RSI.ch

    Al crocevia dei linguaggi

    Cristiano Poletti racconta la sua ultima, importante raccolta poetica “Temporali”.

    Ascolta il podcast completo qui

  • 06Dic2019

    Emanuele Franceschetti - Critica Impura

    Su “Temporali” di Cristiano Poletti

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce. È a partire da uno dei versi a mio avviso più intensi di Temporali (Marcos y Marcos, 2019), di Cristiano Poletti, che può muovere un breve focus sul nuovo libro in versi del poeta bergamasco. Già a partire dalle possibili oscillazioni di significato celate nel titolo della raccolta (evento atmosferico, precipitazione, ovviamente; ma anche, e insieme, ciò che si da’ nel tempo, nel perennemente transitorio delle cose) è possibile ragionare su alcuni dei momenti significanti (e significativi) che il testo offre in lettura.
    Le cose della vita devono farsi voce. Sono le coordinate umane ed esperienziali – di cui le sette ‘sezioni’ del testo lasciano intravedere un itinerario – che permettono di articolare lo spazio del testo (e del paratesto): i luoghi e gli spazi, i viaggi, i destinatari della scrittura, le figure evocate nei testi, le comparse, le citazioni in esergo sempre capaci di innestare un’interlocuzione con le voci degli altri. Quella di Cristiano Poletti è una poesia che invoca e rammemora, dunque, mai cedendo alla nominazione-fiume del mondo e delle cose, né ad alcun gioco auto-riflessivo. Al contrario: chi “dice” e si fa voce, in queste pagine, è oggetto smarrito della storia, certo, ma al mondo e ala storia che infuria non vuole rinunciare (Fuori infuria la storia. / Nella coda degli occhi / una parola ti tiene: questa la chiusa fulminea e tragica di uno dei testi della sezione Religione di un giorno); piuttosto domanda ascolto ed attenzione, tiene e trattiene “l’altro” stretto nelle maglie della propria interlocuzione lirica.
    A spingere (a premere sulla voce, appunto), mi sembra, è una forza che muove dall’incompiutezza umana senza negarla o mascherarla. Accogliendola, invece, ponendola quasi come inevitabile “rovescio” (impossibile non pensare al Camus di L’Envers et l’Endroit: non c’è amore di vivere senza disperazione di vivere) o completamento. Per questo la voce chiede, domanda, insiste (Come un’intermittenza: ritornare/è solo un’insistenza, sulle perdite. / E ormai è spezzato il respiro,/che voci/torneranno/ da dove, da che valle, oltre lo sparo?), persino tenta un canto ascensionale, una preghiera, con incursioni nelle parole dell’indicibile (Va per eterno l’anima in giro nel giro di un volto. / È il suo termine/ fisso nella vita dei nervi, un farsi / segreto delle campagne, la notte; ma anche […] ed è qui / è anche questo / fin qui si sale / L’uomo è in queste stazioni / l’immagine di Dio, che cade / dentro i corpi […]).
    Questo campo di forze e tensioni è destinato da Poletti ad una partitura che non cerca soluzioni univoche e costruzioni ricorrenti: in piena aderenza al “temporale” delle cose (e alla natura multiforme dell’esperienza umana) si realizzano invece diversi esiti di tono, metro e forma: dal respiro spontaneamente endecasillabico al verso brevissimo, quasi bruciato sul nascere; dalla lingua più tradizionalmente (ed elegantemente) lirica alla gittata prosastica, fino agli “innesti” dialettali che ancora una volta situano i versi in uno spazio realmente esperito, dove nulla è trasposto o camuffato. Fino ai frequenti procedimenti anaforici e allitterativi ([…] sei qui / tornato / nella fiamma / di chi ti ama e ti amò. Ti amò / la polvere dove sono […]; oppure […] sistemate / tutti / gli inversi anni, anni […] Su, / benedetti, benedite / cosa aspettate / la mano con la mano), che somigliano a piccoli luoghi di smisura, in cui la lingua cerca la sonorità “primitiva” del lamento, dell’invocazione. Ecco: nell’adesione intera – ma mai ingenua o formalmente sgrammaticata – al tragico, in un’adesione che è partecipazione; qui, forse, sta la cifra più autentica e netta del libro di Poletti, in merito al quale non mi sembra inopportuno né inattuale tornare a Jaspers (Del tragico): «La coscienza tragica non è un assistere indifferente, soltanto intellettivo. È un prendere conoscenza, in cui io stesso mi trasformo, secondo il modo con il quale credo d’intendere, con il quale guardo e sento […]».

    Tre poesie da Temporali (Marco Y Marcos 2019)

    Decalogo sei

    Decalogo sei
    mondo in errore
    e passato.

    Passate
    nell’avere amato mai e sempre
    voi che siete dieci
    piegate
    dita, un tamburellare di continuo
    avete già fatto
    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.
    Sono anni, spiegatevi,
    avete e avete avuto
    con voi per perdere le rose
    e i notturni. Sistemate
    tutti
    gli inversi, anni, anni
    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,
    benedetti, benedite
    cosa aspettate
    la mano con la mano.

    Una parola

    Parola, una,
    anche tu, anche tu.

    Nei vestiti strappati ai gomiti,
    cose che ti hanno messo, hai detto.
    Negli abiti che poi hai messo, da uomo
    fino al suono
    di “mille”. I mille
    abiti che hai messo
    li vedi adesso in una stanza e con loro sei
    in un piccolo disegno.

    Fuori infuria la storia.
    Nella coda degli occhi
    una parola ti tiene.

    Per fede

    Prima di te e di me.
    Fu lo stesso
    tra passione e croce: dirci
    trasformatevi, forza, continuate,
    continua a riformarsi il grande
    sapere, sentire nei nervi
    che è bene cadere,
    che il chiodo è fisso al muro della vita.

    Ed è qui,
    è anche questo,
    fin qui si sale.

    L’uomo è in queste stazioni
    l’immagine di Dio, che cade
    dentro i corpi, le orografie, i mondi,
    le rappresentazioni.

    https://criticaimpura.wordpress.com/2019/12/06/su-temporali-di-cristiano-poletti/

  • 03Dic2019

    Roberto Carnero - Avvenire

    Fra spirito e corpo, i versi di Poletti

    Nella sua ultima raccolta di poesie, Temporali (Marcos y Marcos, pagine 102, euro 20), Cristiano Poletti ha il merito di ripercorrere episodi tragici che hanno punteggiato la storia del Novecento, con particolare riferimento agli anni del Muro di Berlino, ma non solo: anche la figura di Aldo Moro riemerge con intensità nella poesia intitolata Caetani.

    Leggi l’articolo completo

  • 25Nov2019

    Redazione - Nuovi Argomenti

    Cristiano Poletti, Temporali

    Sei poesie da Temporali di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019).

     

    Neve (per una fotografia di Richards)

    Dormono secoli di appunti
    sotto la neve. Lì
    non c’è più nessuno, solo frammenti,
    affanni di un passato.

    È una casa, vedete,
    e al centro c’è una vita resistita nel suo darsi.

    Pastorale del freddo, case, case
    abbandonate.

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce,
    sembra dire: è occulto il fine.

    Era questo, vedere. Giusto qui
    al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

    *

    Referto

    per Arianna

    Venne su ogni figura un temporale,
    così, improvvisamente,
    mentre tutto era in polvere.
    Cose e persone e l’ora
    si stringeva scurendosi e correva
    nell’arco di un azzardo
    a darsi il corpo, del corpo il referto,
    lo scopo delle mani, l’universo
    in una stanza piena di sudore.
    Così di un mio segreto
    amore di una notte
    provavo a raccontarti e adesso
    ti scrivo che ricordo:
    i due a fine temporale
    non si sono più rivisti.
    Oltre il momento d’acqua, il corridoio
    di pioggia che fu specchio, se ne vanno
    nel timore di amare, gli uomini.
    E il caldo insiste,
    da secoli urla noi,
    afferma e nega, scompare, ritorna
    in rima ingenua, dice che è del male
    una radice, amore, e non ha cuore.

    *

    Andata e ritorno, carcere

    Casa, ghiaccio, arrestabile sera,
    inverno che vedi
    la mia mano nascosta
    in un coltello, vedi,
    la colpa è in un’ombra e nel viso.

    E tu, notte che resti: è questo
    il campo di tutti o è il mio?
    Cosa esiste lì? Chi
    nel mio non uccidere
    più, nel mio autunno? Sei
    l’ombra d’estate? Tu
    lontano temporale vieni
    in questa lunga siccità
    addormentami.

    *

    Fine temporale

    Ho pregato un riflesso in te,
    forse era il mio ma
    credendo solo a questo tavolino sparecchiato
    è stato inutile. Eppure
    non sono materiale, guarda,
    neanche la spesa ho sistemato
    e nel ripostiglio è caduto tutto.

    Penso sia anche piovuto.
    Era annunciato per oggi, previsto
    che venisse e smettesse.

    Su questo tavolino scrivo
    a te riscrivo se possibile
    felice di questo
    fine temporale.

    *

    Quadro, lago

    Sai dove
    tra nuove altitudini e voci
    si stacca carne dalle ossa.

    Così e in dialetto si diceva
    quando improvvisamente
    ci si riconosceva in un limpido
    tornato grigio, cenere.

    In una lontananza
    di ognuno e tutti in un confine. Il lago
    adesso
    supplica ogni voce
    di tornare.
    Nei fosfori di fuori,
    pronto alla carne, alle ossa,
    c’è il lupo delle parole.

    Presto. Torna. Parla.
    Parliamo, sono qui.

    *

    Schumann

    Chi è nato dal ventre aperto
    della storia non ha specchi puntati contro gli occhi,
    a Bernauer Strasse passa, fotografa attento
    quel che vuole senza per questo ricevere
    un riflesso accecante.
    Non così per Schumann,
    lo Springer, sfuggito
    al sigillo che avrebbe dovuto amare.
    Che occhio di fulmine, il Signor Leibing
    per imprigionarlo in foto,
    diciannovenne, a metà del suo occidente,
    puntato verso la Baviera
    che scelse infine per sigillarsi
    nell’alcol, tentando un’altra fuga,
    dal rifugio della sopravvivenza.
    Finché, morto il Muro nell’89,
    venne il momento di specchiarsi
    e per amore, inevitabilmente nel ’98,
    l’attimo di strappare il sigillo,
    suicidandosi.

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva (poetarumsilva.com): una raccolta di articoli, intitolata dei poeti, è stata pubblicata per Carteggi Letterari nel 2019.
    Ha contribuito alla realizzazione del film documentario sulla vita e il lavoro di Fabio Pusterla, intitolato Libellula gentile. Per Marcos y Marcos ha curato il libro-cofanetto omonimo, edito nel 2019.

    http://www.nuoviargomenti.net/poesie/cristiano-poletti-temporali/

  • 22Nov2019

    Luca Mastrantonio - 7Corriere della Sera

    La vecchia paura (speranza) di temporali

    Chi ha radici contadine, di cieli da scrutare preoccupandosi per il raccolto, sa che la furia della natura non è uno scherzo. Nonostante ciò, ho un debole per i temporali: spaventarsi per gioco, come un bimbo, godersi il solliervo della calura.

    Leggi l’articolo completo.

  • 01Nov2019

    Francesco Buffoli - Rockerilla

    Cristiano Poletti

    Temporali Marcos y Marcos

    Cristiano Poletti a dispetto dell’età vanta già un curriculum di primo piano, come documentano le sue raccolte, il saggio dedicato a Dino Buzzati, la direzione del festival Trevigliopoesia e il documentario che celebra la figura di Fabio Pusterla, il quale lo ricambia con le parole che introducono la raccolta Temporali, edita da Marcos y Marcos.

    Leggi l’articolo completo

  • 18Ott2019

    Luisa Debenedetti - Libri e Recensioni

    Temporali di Cristiano Poletti

    I Temporali di Cristiano Poletti, fenomeni naturali desiderati e minacciosi o orizzonti del pensiero legati al nostro essere smarriti lungo gli anni e i secoli eppure fissi nell’eternità di pochi istanti luminosi, disegnano un libro maturo e forte, traguardo raggiunto di un lungo cammino poetico ed esistenziale, ma anche punto di svolta, riconoscimento di sé e del proprio rapporto con l’esistente, promessa per il futuro e riscatto. La parola oscilla tra il dato autobiografico, alluso e mai esibito, e la meditazione sulla storia e sui suoi vinti; e l’intonazione del testo a sua volta sta in equilibrio su un bilico espressivo, ora tendente al picco lirico, all’immagine fascinosa, ora capace del nitore ammirevole di chi non ha più bisogno di maschere e di orpelli. Anche il dichiarato dialogo con autori antichi e moderni offre una felice varietà di stili, capaci però di fondersi in una voce sommessa e piena: Poletti convoca Dante, Petrarca, Leopardi, Primo Levi, De Angelis e molti altri, a seconda dello strumento che maggiormente la musica di un testo richiede e richiama. Lo sguardo vaga nella memoria e nel paesaggio, ricostruisce volti fuggitivi, narra frammenti di vita o affreschi di esperienza collettiva; si addentra nella “pastorale del freddo” e lì si perde e trascende. E’ uno sguardo che ha visto molte cose, che conosce il senso del limite e il brivido del desiderio illimitato; è uno sguardo che sa come “anche attraverso questo, la grazia. / Solo attraverso / questo, /essere soli”. Fabio Pusterla
    Parola, una, anche tu, anche tu.

    “Temporali” di Cristiano Poletti è una raccolta di poesie in cui autobiografia, vita e storia si avvicendano e a volte si sovrappongono all’interno di sette sezioni.
    Poletti cammina sul solco della sua esperienza personale, tra memoria e presente, nostalgia e propositi, dolore e gioia; solo un poeta che vive senza menzogna, perché fermo nella verità della poesia, può, con la sua voce, in sottigliezze calibrate e attente lavorazioni sul verso, deviare l’attenzione del lettore dai suoi personalissimi dolori e gioie a quelli universali, coinvolgendolo nel “gioco” della poesia. Caricando il lettore di fervore poetico esistenziale, l’Autore lo porta a scorrere i versi come una pista di decollo, un mantra o una preghiera laica che eleva ad affari più importanti di quelli piccoli e corruttibili in cui normalmente sguazziamo.
    Sono presenti ed hanno voce, spesso come epigrafi, altre volte all’interno dei testi, alcuni grandi poeti di ieri, la cui grandezza consiste anche nell’insinuarsi nel presente, e artisti di oggi che ricompongono il puzzle di frammenti ora di memoria ora di un gelido passato. E’ qualcosa di simbolico prendere in prestito le parole di altri: è come tirare il filo invisibile che lega ogni scrittore a un altro, e ogni uomo a un suo simile perso da qualche parte nel tempo e nello spazio. La poesia di Poletti è misurata nelle parole che sono voci e silenzi, scorre come acqua durante un temporale ma talvolta, come lava al contatto col mare, sembra solidificarsi superficialmente in un simbolismo che solo in apparenza raffredda il flusso poetico. Le parole prese singolarmente all’interno del dettato poetico, così come talvolta i singoli versi, non sono sempre di immediata comprensione, cioè non rispondono a un logico accostamento di senso, tanto che viene da chiedersi quale sia l’intento del poeta. Si potrebbe rimanere stupiti da alcune scelte linguistiche, da una sorta di inesattezza latente (che io intendo nella sua accezione positiva, un po’ come il dubbio, per vederla come Leopardi, è la strada verso la verità), ma seguendo il percorso di salita della pioggia si arriva nel luogo in cui ogni parola e ogni singolo verso si compongono in un meraviglioso scroscio di senso e significato compiuto, le nuvole temporalesche diventano spettacolari, belle e potenti pur nella tragedia che mettono in scena. Proprio in questo si evidenzia il valore del poeta Cristiano Poletti, nella sua capacità di trasformare l’insieme delle parole e dei versi da esse composte, in eccitante poesia, nonostante il simbolismo, più o meno marcato, tenda a criptare le informazioni.
    In quest’opera la scrittura, anche nelle poche accezioni di prosa-poetica, scorre sull’orlo dell’esistenzialismo e scandaglia a fondo le principali tematiche umane, tra cui l’amore, la malattia, la morte e l’incapacità di congiungersi veramente con l’esistenza stessa che, con le sue dinamiche, come ben sappiamo crea disagio. L’Autore ricorre a costruzioni figurative che sono vere e proprie architetture di pensiero, innalzate ricorrendo ad equilibri e incastri tra aggettivi e sostantivi, i verbi ne sono una parte meno evidente, ma ovviamente sostanziale: gli architravi.
    Giunti a conclusione della lettura si ha la sensazione di aver affrontato un viaggio impegnativo al termine del quale il poeta ha scaricato il proprio fardello di disagio e noi con lui; non ci vorrà molto ad accorgersi di aver viaggiato nell’universale bellezza della poesia attraverso un nostro personale percorso che il poeta ha magistralmente studiato per noi; questo è a mio avviso il compito dello scrittore: costruire la scena in cui il lettore possa entrare e farne parte.
    “E immagini senza sapere
    come da un muro o da un giro di rocce
    esca, continui a farlo il fiore.
    Immagini senza sapere e attendi
    per rivedere e capire. Così,
    finché tutto sia limpido” (pag. 76)

    https://www.librierecensioni.com/recensione/temporali-cristiano-poletti.html

  • 15Ott2019

    Vincenzo Guercio - L'Eco di Bergamo

    “Mani, acqua, corridoio le parole della mia poesia”

    L’intervista. Cristiano Poletti venerdì a Bergamo con la sua nmuova raccolta “Temporali”: “Un termine con cui si declina tutta la nostra esistenza”

    “Venne su ogni figura un temporale, /cos’, improvvisamente, / mentre tutto era in polvere…”. “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019) è il titolo, non per caso, dell’ultima raccolta di poesia di Cristiano Poletti, recentemente presentata anche ad una rassegna ormai di primissimo piano come Pordenonelegge.

    Leggi l’articolo completo

  • 28Set2019

    Federico Fumagalli - Corriere di Bergamo

    L’autore: “Un’emozione grandissima”. I versi su turbolenze “umane e personali”

    Non poteva esserci cielo migliore per i “Temporali” di Cristiano Poletti. Quello di “pordenonelegge”, la grande festa del libro della città friulana che chiude oggi la ventesima (e fortunata) edizione. Il poeta bergamasco ha presentato la sua nuova raccolta, appena pubblicata dall’editore Arcos y Marcos, in splendida copertina dell’artista Luca Mengoni, che in sintesi grafica richiama i temporali (“umani e personali”, spiega l’auotre) del titolo.

    Leggi l’articolo completo

  • 21Set2019

    Tommaso Di Dio - Rai News

    Cristiano Poletti, “Temporali”

    Sebbene in Italia se ne pubblichino ovunque, a centinaia, a migliaia l’anno, è raro leggere libri di poesia. Per chi sia un cercatore d’oro e non un divoratore compulsivo di parole a caso, non è per nulla facile imbattersi in un’opera che abbia ricevuto il battesimo del fuoco e la grazia della pazienza. Già si grida al miracolo quando, fra le migliaia di pagine che si leggono ogni anno, ci si imbatte fortunosamente anche in una sola delle due virtù sopraelencate. Ahinoi, spesso chi ha il fuoco non ha lavorato abbastanza affinché scaldi e faccia una luce ampia dalle braci; e c’è anche chi invece ha lavorato sodo, magari per anni, ma non ha quel mantice che accende improvviso, quell’aculeo insomma, che penetra e stordisce quando si è alla presenza di un verso che non sappia disperatamente di esercizio, di ricalco, “di tavolo”. Ma qui in Temporali di Cristiano Poletti, l’ultimo libro edito nella bella e importante collana di Marcos y Marcos a cura di Fabio Pusterla, bisogna dire sì: alziamo le mani. Questi sono versi animati da qualcosa di oscuro che si agita dietro le parole, un magma a lungo covato nel petto di chi le scrisse; nondimeno, queste pagine sono una ferita da cui un siero viene alla luce, levigato e liscissimo, fin quasi a raggiungere una leggerezza disarmante, una trasparenza che nondimeno non abdica all’enigma.

     

    Ed è ancora più prezioso questo libro perché gioca una partita che oggi è assolutamente fuori contesto. Temporali è infatti un libro che diremmo risolutamente anacronistico. Ed è un bene: è il segno della buona poesia, non c’entrare nulla, sembrare inessenziale alla cronaca, fuori luogo, spaesata, sbagliata. La scrittura qui non è instagrammabile, non c’è gioco di invenzione, nessuna trovata di immagini o di suoni, non c’è divertimento né spensierata deficienza, come tanto sembra andare di moda oggi, in poesia e altrove; la voce della scrittura (che qui trasuda rigorosa dal testo, densa, resinosa) non gioca a fare il pagliaccio con un lettore che si vuole ridotto a figura di spettatore plaudente o a quella di fine intenditore: come se la poesia fosse una cosa da decaduti buongustai. Questo è un libro scritto sottovoce; fatto di parole pronunciate al limite del silenzio, che non mancano mai di mostrare il loro desiderio di sparire presto: «Niente carta, alle labbra, al loro confine/ serve fermarsi, a un vero silenzio/ negli occhi» (p. 12). Sì, perché per Poletti scrivere è solo sostenere l’umiltà di un gesto, non è l’inizio e non è la fine, non è il centro: il compito della parola è quello di mostrare di scorcio; trattenere sì, ma nei suoi limiti, il frutto di un percorso interiore che intravediamo vasto ai fianchi, nei dintorni che bordano il sopraggiunto tacet alla fine del testo. Ciò che precede e segue la parola: è lì che Poletti vuole che noi gettiamo lo sguardo. Le parole servono, tutto qui, aprono una fessura, forse un deserto (p. 13). Si badi: non per questo è concessa alcuna pigrizia allo scrittore. È il contrario: per aprire, le parole devono essere messe in riga, addestrate, tenute al massimo grado di tensione e di arte, devono essere scorciate, abbreviate e compresse finanche all’escissione, finanche all’ellissi, affinché quel varco, una volta aperto, resti visibile fino alla fine.

    È in questo senso che la parola poetica di Poletti ha a che fare con la preghiera. Oggi che nel discorso pubblico la preghiera è oggetto di fraintendimento, se non di continuo sacrilegio, alcuni poeti forse sono i soli che continuano a pregare, ovvero a fare del linguaggio un sacrificio. Poletti ci avverte fin dal primo verso: «Un discorso religioso, ma niente fantasie» (p. 11). Non si tratta qui di una poesia “devota”, non ha da difendere nessun Dio Poletti, figurarsi; ma questa è una poesia che ha continuamente a che fare con l’attesa di una voce. Scrive l’autore: «Ogni cosa per vocazione preme in una voce/ sembra dire: è occulto il fine» (p. 15). Attendere la voce è predisporsi ad una scrittura che ha come fondamenta l’ascolto: non di sé, ma di ciò che esula, che fuori orbita, che transita, entrando e uscendo, aprendo e chiudendo il giro della mente. Quella di Poletti è una poesia che è dappertutto un’invocazione di voci: si chiede alle voci di raggiungere la pagina, di farsi presenti, di darsi a vedere, di sedersi qui con i mortali a mangiare. E contemporaneamente, proprio in virtù di questo ascolto, la poesia di Poletti è misura di un rapporto infinito fra il sussulto feriale e un altrove immortale, glaciale, spropositato: «sotto sopra avanti/ indietro tossisco/ la mia storia e tutta/ la vita immortale» (p. 16). Preghiere: come dire, con un lessico che ormai non comprendiamo più, “parole vere”; parole che vanno da un qui ad un lì e giungono da un lontano e si fanno prossime, vicine, abissali: «Perdersi./ Questa è la via, questa la/ calligrafia che ha il nome di nessuno» (p. 30). Così fiato e scrittura coincidono, precisamente, senza sfoggiare mai alcuna maestria, ma con la fede piena che è nella poesia, qui, nel suo metro così artefatto e costruito da anni di lavoro, solo qui, si consegna la possibilità di dire qualcosa offerto alla verità: «Nelle tue mani consegno il mio spirito,/ endecasillabo». Ed è così che la parola della poesia diventa forma, tiene («nella coda degli occhi/ una parola ti tiene», p. 42); e ci tiene uniti ad un appuntamento che non sarà mancato: «mandate lettere al loro indirizzo./ Lì chiara l’anima tornò» (p. 42).

    Questi versi chiedono un lettore che voglia ascoltare, calarsi nel proprio di quanto qui si scrive. Non di certo un lettore che stia a guardare, con la lingua facile e pronta al giudizio. Un lettore che sia piuttosto un rilettore, lento, che assorba, rumini. Fa parte della bellezza di questo libro il delicato e obliquo, ma continuo, percepibile, doloroso, affondo nella biografia; mai è resa però ingombrante nel testo, anzi è tutta bruciata sulla pagina, evaporata dalla luce di un trapasso. Il dato biografico è come scomparso nelle pagine proprio a causa del tempo e del lavoro a cui la pagina è stata sottoposta; e rimane soltanto tenuto fra le pieghe e i silenzi, laddove insomma non possa essere d’ingombro a chi deve seguire un sentiero. Chi scrive infatti è in movimento, il testo è il mezzo e noi siamo chiamati a camminare con lui, lasciandoci alle spalle il fardello inutile dei giorni. «Vado in un luogo risolto dal tempo», recita l’incipit di una poesia (a p. 61). Cosa è un luogo «risolto dal tempo» se non l’area di un vuoto, un «corpo d’aria» dove stare un rimanere in una solitudine che non è abbandono? E – sembra dirci Poletti – questo corpo aereo non è mio, non è tuo, è oltre ogni pronome: «Solo attraverso/ questo,/ essere soli» (p. 70).

    A fronte di tutto, c’è la storia. In questo libro di voci, lavorato al cesello, a mano a mano che si procede nella lettura, è sempre più chiaro che ciò di cui si sta parlando non è qualcuno, ma è «il nostro/ Occidente», come si trova scritto nella poesia d’apertura. È il grande tramonto dell’eterno, del senza tempo, nella singolarità cronologica delle creature che a questo poeta interessa; così troviamo scritto in una delle più potenti poesie di Temporali il cui titolo è significativamente Per fede: «L’uomo è in queste stazioni/ l’immagine di Dio, che cade/ dentro i corpi, le orografie, i mondi,/ le rappresentazioni» (p. 77). E allora la poesia di Poletti si apre e nell’ultima sezione si fa teatro di caduti: di chi cade – come la pioggia, che cadendo accompagna il lettore attraverso tutto il libro, comparendo e scomparendo, tornando a cadere. Nell’ultima sezione, Storia, l’attenzione della scrittura è tutta dedicata a due eventi simbolo che aprono alla fine del Novecento: la caduta del muro di Berlino e l’omicidio di Aldo Moro. Le poesie qui sono scarne descrizioni di chi ha provato a scavalcare il muro e non ce l’ha fatta, come in Berlino, 22 agosto: «Inizio del film, confine./ Buio su tutti: cade/ Ida giù dalla finestra, in agosto,/ martedì ventidue. Tod.» (p. 84). Questi caduti sembra dirci Poletti ci consegnano all’epoca dell’esplosione: un tempo dove si contrappongono senza soluzione lo Stato, «il suo enorme corpo esploso/ dentro la storia», e il singolo, chiuso rannicchiato in un buio inspiegabile, come quel corpo in un baule di una Renault 4 rossa.

    Una cosa, infine. Raramente negli ultimi tempi mi è capitato di leggere una scrittura che intrattenga con alcuni poeti un rapporto così denso, così esplicitamente costitutivo.  Leggendo i versi di Poletti, si sente in eco il dialogo continuo che essi intrattengono con quelli di Milo De Angelis, di Mario Benedetti e, più indietro e meno, di Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Franco Fortini. Eppure non è manierismo e non è falsetto, non c’è insomma né nevrosi né ironia; c’è una qualità del dialogo intertestuale che sfugge alla canoniche categorie e potrebbe essere preso facilmente per epigonismo. Eppure no, l’intensità della scrittura, il suo calore avvolgente, allontana del tutto questa idea. C’è qualcosa di diverso qui: mi sembra che il poeta cerchi consapevolmente questo effetto di risonanza perché meglio la poesia aderisca ad una verità: che nessuno viene da solo, ma nasce da una strana luce, «archivio nascosto dei nostri cassetti» (p. 59). Come se Poletti ci dicesse che soltanto evocando le voci degli altri, umilmente trovandovi dunque posto, sfuggendo così alla trappola brutale dell’essere moderni a tutti i costi, la poesia può lentamente uscire dal Novecento senza nervosismi, né nevrosi, né ridicole cesure. «La scena è solo cominciata» (p. 58), sì, non è una novità: l’inizio sempre accade. Non abbiamo che queste parole già scritte da riprendere e fare nostre: finalmente, allora, «Sorridi,/ eredita la terra» (p. 12).

    ESTRATTI

    Per una donna mite

    Scivola all’infinito presente
    una malattia. Scriverne?
    Niente carta, alle labbra, al loro confine
    serve fermarsi, a un vero silenzio
    negli occhi. Sì, siate
    gentili, capaci.
    Capaci di. Gentili con.
    Avere vuoti, gli occhi,
    con lei che va e si perde come noi in noi
    l’indirizzo di sempre, l’afa, l’Adda
    dentro la veste e il letto, tutto bianco.
    O che sia invece l’ultima neve o nebbia antica,
    la malattia è un viaggio
    costoso. Sorridi,
    eredita la terra.

    Semplice

    Tu sarai all’ombra di un suicidio
    e io forse avrò amato, alla fine.

    Terra, sventura.
    Spiraglio.

    Risaliremo il destino
    tra la tomba degli angeli
    e quella degli uomini.

    Sono uguali inchiostri i nostri
    debiti d’amore.

    Fine partita

    Una bandiera lasciata sul campo,
    abbandonata, a fine partita.
    Il tifoso l’avrà dimenticata
    in un eccesso di tristezza, o di gioia.

    Nell’episodio pensavo a me
    come oggetto smarrito della storia.

    O forse è un’altra la metafora che occorre
    per la stessa ragione, o religione,
    ma in un ritmo diverso:
    le infinite vasche
    che ora nuoto e vuoto
    polmoni e tossisco
    sotto sopra avanti
    indietro tossisco
    la mia storia e tutta
    la vita immortale.

    Decalogo sei

    Decalogo sei
    mondo in errore
    e passato.

    Passate
    nell’avere amato mai e sempre
    voi che siete dieci
    piegate
    dita, un tamburellare di continuo
    avete già fatto
    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.
    Sono anni, spiegatevi,
    avete e avete avuto
    con voi per perdere le rose
    e i notturni. Sistemate
    tutti
    gli inversi, anni, anni
    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,
    benedetti, benedite
    cosa aspettate
    la mano con la mano.

    Fuga, o ritorno

    Tu torni dove tornano nel vento
    di tutti i nostri amori le figure
    e i fiori. O tu non torni,
    sapranno riferire. In quale luce

    tu, voce, stai avvicinandoti muta
    alla fonte del fiato? Lì sei nata,
    formi da poco parole e in natura
    di buio cresci, e non muori o divieni,
    tu taci sulla strada.

    La sfiori non il vento
    al limite del fiato
    la voce dei tuoi giorni,
    la ferma solitudine dei giorni.

    Una parola

    Parola, una,
    anche tu, anche tu.

    Nei vestiti strappati ai gomiti,
    cose che ti hanno messo, hai detto.
    Negli abiti che poi hai messo, da uomo
    fino al suono
    di “mille”. I mille
    abiti che hai messo
    li vedi adesso in una stanza e con loro sei
    in un piccolo disegno.

    Fuori infuria la storia.
    Nella coda degli occhi
    una parola ti tiene.

    Da Temporali, di Cristiano Poletti, Marcos y Marcos, 2019

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva; una raccolta di articoli, intitolata dei poeti, è stata pubblicata per Carteggi Letterari nel 2019.
    Ha contribuito alla realizzazione del film documentario sulla vita e il lavoro di Fabio Pusterla, intitolato Libellula gentile. Per Marcos y Marcos ha curato il libro-cofanetto omonimo, edito nel 2019.

    http://poesia.blog.rainews.it/2019/09/cristiano-poletti-temporali/

  • 19Set2019

    Redazione - Il Ciottolo

    Camminamento n. 10 – Cristiano Poletti

    Nelle tue mani consegno il mio spirito,

    endecasillabo

    di chi ha sentito

    un giorno venirgli al naso un odore

    di ansia, era amore

    Pochi versi e fulminano.  Mi sono chiesta di chi fossero, dato che la casa editrice era già una garanzia.  Per certo – detto tra me – deve essere uno di quei poeti che le parole le pesano a grammi e il verso, pensiero tensione canto che sia, è anche una questione di millimetri; per certo, detto sempre tra me, se non è già alto, è nome destinato a vette.

    Poesia schiva discreta e, non per questo, meno assertiva: il verso è nitido, ora una fiammata, ora  un corso d’acqua lento coriaceo che nulla distoglie, fosse uno specchio, restituirebbe l’immagine di due mani a nido, una poesia che, in qualche modo, si prende cura della vita.

    Così come Poeta è la devozione di attimi, un brillare della propria solitudine nella coscienza di non voler restare soli: all’apparenza, due rette parallele che un improvviso interseca e aggancia il tratto: mi resta questo bagliore di Cristiano Poletti.

     

    A domanda, ha risposto …

    Per Fernando Pessoa la poesia è un pensiero che sente e un sentimento che pensa; nel saggio di Paul Valéry Poesia e pensiero astratto, si legge lo stato della poesia è del tutto irregolare, incostante e fragile […] lo perdiamo, così come lo troviamo, per caso, come se l’io poetico fosse qualcosa che è in noi, ma nel contempo è altro da noi?

    Per rispondere, isolerei intanto nella domanda «la poesia è un pensiero», segmento al quale verrebbe voglia anche di togliere l’articolo. Sì, ecco: la poesia è pensiero, partirei da qui.

    Aggiungerei che il pensiero risente del sentimento di chi lo pensa. Io guardo al sentimento come a quell’energia che porta la persona, ciascuno, tutti, al senso (di sé, del mondo, nell’incontro di cose ed esseri). Ma come lo fa? Nascendo appunto dalla persona, mescolandosi al carattere, e così si “va a naso”, si fiuta per sentimento, ci si muove d’istinto.
    E poi, come dire, dal fiuto al fiato il passo è breve. Proprio lì nasce il pensiero, nel passaggio dall’intuito al respiro, che ritengo essere il termine essenziale per la poesia: il respiro, il ritmo che è dentro la voce e la muove.
    Dicevo, “l’incontro di cose ed esseri”. C’è una definizione, tra le tante possibili (o impossibili) della poesia, che amo molto. È di Yves Bonnefoy, che dice: «La poesia? È semplicemente il bisogno che abbiamo di incontrare le cose e gli esseri del nostro mondo ordinario, l’unico che esista, in maniera più immediata e piena di quanto permetta l’esercizio del pensiero concettuale». Allora sì, la mia scorciatoia iniziale deve chinarsi al fatto che Pessoa ha ragione, davvero «la poesia è un pensiero che sente e un sentimento che pensa».

    Quanto a Valery e all’io poetico, direi questo: amo moltissimo e da molto tempo un verso di Mario Benedetti, estratto dalla poesia che apre Umana gloria: «Qui ho lo sguardo che ama qualunque viso». Lo trovo straordinario, perché indica la necessità di un luogo insieme alla presenza dell’io (qui, qui io ho) come premessa necessaria perché lo sguardo possa esercitare un’apertura. È un’apertura che avviene perché c’è abbandono, perché l’io si lasci abitare da “qualunque viso”: è questo lo studio, la visione, è un atto d’amore.

    E poi c’è il caso, certo. Questo atto d’amore, questo “sentimento pensante”, pendola dentro e fuori il destino secondo l’offerta del caso. In proposito, restano a mio avviso valide, centratissime, le parole di Vittorio Sereni in un suo intervento datato 1980: «Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)».

    Leggo e mi sento liberato. Acquisisco oggettività. Cesso di essere io e disperso. […] Leggo come chi abdica.
    Da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa.

    Non pensi che le stesse sensazioni abitino anche chi scrive, e scrive poesia?

    Sì, si tratta della risorsa e allo stesso tempo della difficoltà che riguardano la lettura soprattutto. Difficile perché la disponibilità a uscire dalla soggettività non sempre si dà. E la lettura, poi, è a sua volta una risorsa fondamentale per la scrittura, anche per la poesia. Leggere è affondare trovandosi in una “solitudine popolata”. Splendide pagine in proposito sono quelle di Proust: ci dice di una forma di amicizia serena, di piena apertura alla confidenza. L’io si disperde? O anche solo si confonde, e se non proprio di abdicazione potremmo credo parlare ancora una volta di abbandono, del lasciarsi, almeno in parte. Nella lettura come nella scrittura: se la lettura è affondare, forse si scrive per riemergere. E il verso è esattamente la misura dettata dal respiro per risalire.

    Da un articolo di Gabriella Musetti

    Mi ha sempre colpito una frase di Sylvia Plath, poeta “confessionale” per eccellenza, tratta dai Diari, in cui, dopo aver ricordato che la scrittura è simile a un rito religioso la connota come una “rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere”. Mi colpisce la grande apertura di questa osservazione, in cui si legge tutta la difficoltà a coltivare rapporti confortevoli e tuttavia il desiderio forte di dare forma, attraverso la scrittura, a un riamore  per gli altri e per il mondo, non solo nella loro evidenza presente, ma nelle loro non ancora incarnate possibilità.

    È nella scelta di uscire da sé e andare nel mondo il vero – l’unico? – motivo che spinge a scrivere poesie ?

    Prima di tutto mi attrae molto il termine “religioso”, non tanto nel senso del rito richiamato da Plath ma proprio delle sue radici etimologiche: il termine religione, infatti, da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, mentre da re-ligàre significa “unire insieme”. Credo che la scrittura possa unire oscurità di linguaggio e apertura al mondo: quindi uscire da sé è necessario, per entrare nel campo abissale del linguaggio, come è necessario “andare nel mondo”. C’è un bellissimo passaggio nel ritratto filmico realizzato da Mazzacurati su Zanzotto, in cui il poeta dice (vado a memoria) che la poesia è un po’ come una lettera inviata al mondo, in cerca di destinatari, ma che potrebbe anche tornare al mittente. Mi è molto cara questa idea, perché – rispondendo così alla domanda – dichiara che andare per il mondo, che scrivere poesia, significa non solo uscire da sé ma soprattutto direi avere del mondo una visione, ossia stringersi intorno a un immaginario. Sarebbe altrimenti impossibile inviare una simile lettera. E poi i motivi che spingono a scrivere poesia possono essere diversi altri, possono essere molti; una forma di ossessione verso il linguaggio, ad esempio, ed è una fortuna. Per me è anche una forma di preghiera.

    Eppure I poeti sono considerati da molti santi a metà: con la spiritualità più fine e la coscienza più fiacca. Nel poeta, il più grande, l’esperienza poetica non si fa preghiera anche se tende a diventarlo; al contrario, chi legge quella poesia, “prega” senza difficoltà e proprio per merito del poeta. Infatti, si evidenzia spesso la natura paradossale della poesia: è una preghiera che non prega ma che fa pregare.

    (stralcio di un articolo di anni fa)

    Se così fosse, l’immagine del poeta non sarebbe granché edificante, non credi? …

    È molto difficile e bello rispondere a questa domanda, perché il nodo è complesso e stimolante.

    Vorrei dire subito, intanto, che proprio non vedo alcuna santità, nemmeno “a metà”, per i poeti. Il poeta è un essere tra gli altri, tra i tanti, umano tra gli umani e cittadino tra i cittadini. Davvero, non vedo “specialità”, eccezionalità che lo riguardi. Quel che conta è l’arte, questo sì, e mi sembra che il passaggio citato “è una preghiera che non prega ma che fa pregare” punti a esaltare questo, l’arte, con le sue aporie, i suoi paradossi.

    Tutte le possibilità edificanti, in effetti, risiedono nel testo e non nella persona che l’ha scritto (il quale vive la propria vita come tutti dentro il “grande campo dei tradimenti”).

    Autore deriva da augĕo – augēre: ecco, il merito dell’autore è essenzialmente, forse esclusivamente, nel “far crescere” attraverso il testo un motivo, una visione, un pensiero messo in forma mediante l’arte, appunto. Il resto, l’interpretazione, la lettura profonda del testo con tutto ciò che può sprigionare, fino a poter essere edificante, è a disposizione del lettore (quasi si trattasse di sua “invenzione”: la poesia è scritta, depositata/deposta sulla pagina, il libro è finito, e tocca a quel punto al lettore). Quindi, è il lettore a dare “compimento” al testo, a una poesia.

    Bio bibliografia

    Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (L’arcolaio, 2012); del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati L’arcolaio, 2012), delle prose critiche raccolte in dei poeti (Carteggi Letterari, 2019), del libro-cofanetto Libellula gentile, con l’omonimo documentario di Francesco Ferri dedicato al lavoro di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2019), di Temporali (collana Le Ali, Marcos y Marcos, 2019). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva. Lavora all’Università di Bergamo.

    Testi

    Da Temporali, Marcos y Marcos, 2019

    Per una donna mite

    Scivola all’infinito presente

    una malattia. Scriverne?

    Niente carta, alle labbra, al loro confine

    serve fermarsi, a un vero silenzio

    negli occhi. Sì, siate

    gentili, capaci.

    Capaci di. Gentili con.

    Avere vuoti, gli occhi,

    con lei che va e si perde come noi in noi

    l’indirizzo di sempre, l’afa, l’Adda

    dentro la veste e il letto, tutto bianco.

    O che sia invece l’ultima neve o nebbia antica,

    la malattia è un viaggio

    costoso. Sorridi,

    eredita la terra.

    Semplice

    Tu sarai all’ombra di un suicidio

    e io forse avrò amato, alla fine.

    Terra, sventura.

    Spiraglio.

    Risaliremo il destino

    tra la tomba degli angeli

    e quella degli uomini.

    Sono uguali inchiostri i nostri

    debiti d’amore.

    Neve (per una fotografia di Richards)

    Dormono secoli di appunti

    sotto la neve. Lì

    non c’è più nessuno, solo frammenti,

    affanni di un passato.

    È una casa, vedete,

    e al centro c’è una vita resistita nel suo darsi.

    Pastorale del freddo, case, case

    abbandonate.

    Ogni cosa per vocazione preme in una voce,

    sembra dire: è occulto il fine.

    Era questo, vedere. Giusto qui

    al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

    Fine partita

    Una bandiera lasciata sul campo,

    abbandonata, a fine partita.

    Il tifoso l’avrà dimenticata

    in un eccesso di tristezza, o di gioia.

    Nell’episodio pensavo a me

    come oggetto smarrito della storia.

    O forse è un’altra la metafora che occorre

    per la stessa ragione, o religione,

    ma in un ritmo diverso:

    le infinite vasche

    che ora nuoto e vuoto

    polmoni e tossisco

    sotto sopra avanti

    indietro tossisco

    la mia storia e tutta

    la vita immortale.

    Decalogo sei

    Decalogo sei

    mondo in errore

    e passato.

    Passate

    nell’avere amato mai e sempre

    voi che siete dieci

    piegate

    dita, un tamburellare di continuo

    avete già fatto

    sul tavolo, lucido.

    C’è un altro posto per questo.

    Sono anni, spiegatevi,

    avete e avete avuto

    con voi per perdere le rose

    e i notturni. Sistemate

    tutti

    gli inversi, anni, anni

    dentro sparse ore e spessore dell’aria.

    Su,

    benedetti, benedite

    cosa aspettate

    la mano con la mano.

    Per fede

    Prima di te e di me.

    Fu lo stesso

    tra passione e croce: dirci

    trasformatevi, forza, continuate,

    continua a riformarsi il grande

    sapere, sentire nei nervi

    che è bene cadere,

    che il chiodo è fisso al muro della vita.

    Ed è qui,

    è anche questo,

    fin qui si sale.

    L’uomo è in queste stazioni

    l’immagine di Dio, che cade

    dentro i corpi, le orografie, i mondi,

    le rappresentazioni.

    https://ilciottolo.blogspot.com/2019/09/camminamento-n-10-cristiano-poletti.html

  • 18Set2019

    Marianna Zito - Modulazioni Temporali

    “Temporali” – Il cammino di Cristiano Poletti

    “anche attraverso questo, la grazia. Solo attraverso questo, essere soli”

    È “Temporali” il titolo della nuova raccolta poetica di Cristiano Poletti in uscita oggi 18 settembre, nella Collana di poesia Le Ali diretta da Fabio Pusterla, per la casa editrice Marcos y Marcos.

     

    Temporali come quei fenomeni atmosferici che a volte spaventano, a volte acchetano l’animo, temporali come gli attimi di tempo che scorrono inesorabilmente da noi e, ancora, temporali che si insediano nel nostro animo, residui di avvenimenti appartenuti al corso della nostra vita, ma che hanno serbato un barlume di sereno, come i due che, a fine temporale, non si erano più rivisti. Nasce da qui questa raccolta che rappresenta, per il poeta, un punto di arrivo, “traguardo raggiunto di un lungo cammino poetico ed esistenziale” come lo definisce Pusterla nella sua prefazione. Un traguardo che porta inevitabilmente a un riconoscersi, a una nuova consapevolezza di sé, nella proiezione di ciò che sarà: “si sale negli affetti e la via piega verso il ventoso”, verso un equilibrio.

    Autobiografia, vita e storia si incontrano all’interno di sette sezioni, con un linguaggio sempre pronto a mostrare la verità, grazie anche alla presenza e alla voce dei grandi poeti di ieri che continuano a insinuarsi nel presente, e quelli di oggi che ricompongono frammenti ora di memoria ora di un gelido passato, che proviamo instancabilmente a riconoscere o a vedere in una fotografia o un dipinto, dove resta soltanto un abbandono: ciò che è stato di altre vite. La perdita è un tema costante “con le mani cerco mani che hanno pensato e hanno toccato, hanno preso”, spesso legata a una mancanza di morte, a persone perdute. Una situazione che, nel momento, vanifica il futuro e porta a riflettere sulla consegna dello spirito a un’entità, un universo oltre noi, oltre la terra. Oltre i luoghi fisici che, in qualche modo, ci appartengono: le città come Padova, Mantova, Milano, Trieste, Bergamo e ancora fino ai luoghi della spiritualità, sacri per i morti, come Pashupatinath e ai luoghi dei morti, da Berlino a Srebrenica e Vukovar, fino a Roma, a noi. Sempre sperato, ambito e riconosciuto è il ritorno “verso casa, verso sera”, verso l’origine. Non sempre riuscito: un sogno, “ombra tra le dita”, respingimenti forzati, infetti da menzogne claustrofobiche.

    Temporali, acqua come vita – “la pioggia tanto attesa alla fine arriva” – come volontà, acqua che accoglie la morte e la morte per acqua, nelle terre desolate e abbandonate dalla crudeltà umana dove, al pari di un triste Spoon River, le voci dei morti continuano a narrare, a scusarsi, a vivere. Resta solo l’amore, indelebile inchiostro scritto dai poeti.

    https://www.modulazionitemporali.it/temporali-il-cammino-di-cristiano-poletti/

  • 18Set2019

    Redazione - Poetarum Silva

    “Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

    Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.

    Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
    Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

    Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

    ***

    Fuga, o ritorno

    Tu torni dove tornano al vento
    di tutti i nostri amori le figure
    e i fiori. O tu non torni,
    sapranno riferire. In quale luce

    tu, voce, stai avvicinandoti muta
    alla fonte del fiato? Lì sei nata,
    formi da poco parole e in natura
    di buio cresci, e non muori o divieni,
    tu taci sulla strada.

    La sfiori non il vento
    al limite del fiato
    la voce dei tuoi giorni,
    la ferma solitudine dei giorni.

    Otto anni

    Questa terra capace
    tra l’autostrada e il suo diesis.
    La mattina, la brina, sono solo
    pochi anni a dividerci.
    Verso Trieste ora
    la fede continua: amerai ancora,
    dice la strada, sarai ricambiato.
    E adesso
    dentro un tremolio dell’aria
    ci chiediamo cosa mangeremo.
    La torta annunciata e altro
    ancora. Intorno i libri,
    una sera che ha un nome.
    Da tanto non piove.
    Ma un temporale ascolta
    si prepara nell’aria, cedono
    l’alta pressione e gli anni.
    Ti chiamo. Chiama.

     

    Caetani

    Caetani, Michelangelo
    che scrisse del paradiso di Dante
    e dell’inferno
    che divenne quella via
    quella incredibile
    tomba rossa Renault
    di un nove maggio.
    Ripetendo due volte il tuo cognome
    e dicendo prima “non posso ripetere, guardi”
    nella telefonata
    si contraddiceva Morucci,
    oggi consulente informatico.
    Ma veramente a contraddirsi è stato
    lo Stato,
    il suo enorme corpo esploso
    dentro la storia.
    Moro, il fragile
    tuo corpo enorme.

     

    Cristiano Poletti, Temporali, Marcos y Marcos, 2019

    https://poetarumsilva.com/2019/09/18/temporali-cristiano-poletti/