Suicidi in capo al mondo

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  • 15Feb2012

    Redazione - 2666blogspot.com

    In Argentina, dove si svolgono i fatti narrati, ci sono due Las Heras, una si trova nella regione di Mendoza, contingua alla capitale provinciale la Gran Mendoza, ed è una città di 180.000 abitanti, l’altra – quella di cui si parla in questo libro d’inchiesta, si trova in Patagonia, che già sarebbe a dire in culo al mondo – è un piccolo centro abitato nato e cresciuto attorno ad industrie di estrazione petrolifera.

    Esaurito il boom, si è ritrovato svuotato dal suo interno, visitato solo da un vento sabbioso ed ininterrotto e i suoi abitanti sono rimasti inchiodati alla sensazione precisa e lancinante di essere soli ed irrilevanti, lontani da tutto e da tutti, e da tutto e tutti guardati come una razza particolare, una razza bastarda. Leila Guerriero è una giornalista, nata a Junìn e dai diciotto anni residente a Buenos Aires, dove lavora come cronista. Come tutti, non ha mai sentito parlare di Las Heras, perché Las Heras è come se non esistesse, né per l’Argentina né per il mondo, fino a quando non compare una notizia sui giornali nazionali legata al piccolo centro patagonico: un’ondata di suicidi senza precedenti. Da qui comincia un’investigazione sul Grande Nulla, sul Vuoto teso ad unire le industrie di estrazione petrolifera ed il centro abitato che ospita chi in quelle industrie si abbrutisce consumandosi, giorno dopo giorno, per portare a casa il pane. Vale a dire persone che sono giunte a Las Heras da ogni dove nei periodi di massima crescita economica e che, una volta sgonfiatasi la bolla dei sogni, si ritrovano in culo al mondo appunto, sferzati dal vento, privi di sogni, di spazi, di senso della comunità o anche solo della famiglia (di una famiglia normale), abbandonati a sé stessi e con la certezza che qualunque cosa possa capitare loro, non interesserà a nessuno. Non è Ciudad Juarez, è Las Heras. All’apparenza non è il nostro personale inferno sulla terra, come Bolano definisce Ciudad Juarez, ma solo un posto dimenticato da Dio abitato da grandi lavoratori. Ma questa è solo l’immagine con cui la città si mostra al mondo, quello stesso mondo che se ne strafotte non solo dell’immagine di Las Heras quanto della città stessa e di coloro che la abitano. La protagonista, Leila Guerriero, si reca sul posto, si aggira per la cittadina spinta dal vento e, digrignando la sabbia che le invade la bocca, si sposta da una persona ad un’altra, da un sopravvissuto ad un altro, da un nucleo famigliare ad un altro e con tutti parla o, per meglio dire, tutti ascolta, e ci riporta le voci che si giustappongono a comporre una sorta di Spoon River sudamericana. Chi parla in questo caso sono i vivi, quelli che sono restati e che si dibattono tra domande che non riescono a trovare risposta, ma la sensazione è la stessa. Un paese fantasma, come la Comala del Pedro Paramo, abitata da fantasmi le cui voci diventano sussurri erosi dal vento. All’inizio ci sono giovani – perché sono quasi tutti giovani, e giovanissimi – che si sono tolti la vita, chi sparandosi chi appendendosi ad una trave, e c’è l’incredulità, perché nessuno all’apparenza aveva motivi per farla finita: allora le voci popolari mettono in piedi altre voci, voci che parlano di una setta, di una lista di questa setta dove sarebbero stati indicati i nomi dei suicidi e le date nelle quali avrebbero dovuto dire addio al mondo, voci che parlano degli indios morti che si aggirano per la città e reclamano nuovi morti, ma questo, appunto, è l’inizio, la mitologia che l’essere umano crea per spiegare ciò che apparentemente una spiegazione non ha. La protagonista passa di casa in casa e ascolta i racconti e i ricordi delle madri, delle sorelle, dei fratelli e degli amici dei morti (dei padri, quasi mai, non ci sono quasi mai i padri) ed è allora che dallo sfondo emerge poco alla volta un’immagine diversa, fatta di ragazze madri, ragazzine madri e, non di rado, di bambine madri, di ragazze, ragazzine e bambine violentate, di padri assenti, spesso giovani anch’essi, che prendono il volo e di loro non se ne sa più nulla, di nuovi patrigni maneschi, di violenze fisiche e psicologiche accettate e narrate quasi come se si trattasse di un destino ineluttabile e, quindi, in qualche modo giusto. Una realtà messa insieme nei bordelli, dove le donne smettono di essere tali e diventano carne in vendita, nelle case dove le donne smettono di essere tali e diventano semplicemente una proprietà privata dell’uomo, dove le figlie non è bene che studino, dove, anche se fosse accettata l’idea che una figlia femmina possa voler studiare, le distanze dalla prima università sono più simili a quelle tra due pianeti che tra due città. Una realtà dove l’alcool s’impasta con la fatica del lavoro, dove oltre all’impianto petrolifero, alla casa ed al bordello non c’è nulla, neppure una piazza dove trovarsi, dove parlarsi, dove imparare a gestire la rabbia, la differenza di idee, la gelosia, l’amore, la frustrazione. Ed è qui, poco alla volta, testimonianza dopo testimonianza, in maniera quasi sommessa, che le ipotesi della setta e degli indios morti sfumano e si fa prepotente un’altra realtà, più banale ma anche più terribile. La solitudine, la consapevolezza della solitudine non scelta ma subita, l’abbandono dei sogni, il senso di inadeguatezza mascherato da orgoglio di una diversità che pare congenita ma è geografica. Lo sgretolarsi del senso comune, dei legami famigliari, di un centro (uno specchio) nel quale potersi riconoscere. Tutto ciò, Leila Guerriero, lascia che filtri a noi poco alla volta, con un timbro elegante e perseverante, lascia che la sua voce letteraria consumi le nostre certezze, come il vento che imperversa notte e giorno a Las Heras, e ci lascia infine di fronte al grande Nulla, o al grande Vuoto, che è esattamente quello che deve fare la grande letteratura: porci in piedi ad affrontare il drago. La letteratura, diceva Bolano, è un lavoro pericoloso, è quella cosa che si pianta “nel territorio del rischio”. In questo senso Suicidi in capo al mondo non è solo non-fiction-novel nella scia di Truman Capote, Thomas Wolfe, Rodolofo Walsh o Sergio Saviane, ma vera letteratura giornalistica, letteratura a tutto tondo.
    Uscito nel 2007, è ancora prenotabile si IBS.
    Leila Guerriero nasce a Junín, in provincia di Buenos Aires, nel febbraio 1967. A diciotto anni si trasferisce a Buenos Aires, dove si laurea in Scienze del territorio coltivando in parallelo studi letterari e filosofici. Nel 1991 esordisce come giornalista scrivendo per il quotidiano argentino «Pagina/12».
    Si dedica alla ricerca sul campo, appassionandosi al giornalismo di inchiesta e approfondimento.
    Nel 1996 entra in pianta stabile nella “Revista” del quotidiano «La Nación» e pubblica con Alfaguara la biografia della regista argentina María Luisa Bemberg per l’antologia Mujeres argentinas.
    Dal 2000 si moltiplicano le collaborazioni con giornali e riviste di vari paesi dell’America Latina e con «El País» spagnolo. Con Suicidi in capo al mondo, il suo primo libro, è entrata nelle classifiche dei best seller in America Latina. Los suicidas del fin del mundo lo pubblica nel 2005, e nel 2009 pubblica Frutos Extranos, non tradotto in Italia.

  • 24Ott2011

    Edyth Cristofaro - Marte magazine

    Profondo sud dell’Argentina: la Patagonia, la famosa Terra del Fuoco, terra brulla, difficile, dove anche gli animi e i caratteri delle persone diventano difficili.

    Vuoi per il freddo, vuoi per il vento, Las Heras, provincia di Santa Cruz, lontana dalle rotte turistiche è una regione dove la gente è abituata a vivere con poco, salvo poi trasformarsi in una sorta di “terra promessa” grazie ad un fantomatico boom petrolifero, che però, lascerà dietro di sé tante ignare vittime di un sistema economico e sociale inadatto alle esigenze di una popolazione in crescita.
Leila Guerriero in Suicidi in capo al mondo, dà voce al popolo di Las Heras e lo fa per i tipi della Marcos y Marcos, raccontando a mò di reportage giornalistico d’inchiesta gli inquietanti fatti che alle porte del 2000 hanno sconvolto l’intera comunità: ondate di suicidi di singoli cittadini giovani, apparentemente con tutta una vita di speranze davanti. La comunità di Las Heras che vive in un angolo remoto del mondo e che sogna un futuro migliore, anche se il fato e la storia fanno di tutto per distruggerlo, è il pretesto per uno splendido testo polifonico, corale, intenso, dove la Guerriero parte da Buenos Aires per capire e domandare, ma non ci sono risposte certe, non ci sono risposte nel vento, nella polvere di petrolio, nel disincanto di un’epoca difficile.
A un soffio dall’anno 2000, mentre tutti si preparano ad accoglierlo con feste, balli, fiumi di alcol e fuochi d’artificio si consuma un giorno da incubo: il 31 dicembre 1999 Juan Gutiérrez – ventisette anni, famiglia di solide tradizioni – si toglie la vita. Juan è il dodicesimo suicida – secondo alcuni il ventesimo – in una manciata di mesi. Ed è così che si comincia a parlare di sette sataniche, si dà la colpa ai “troppi indios sepolti in zona”, si vocifera di una “lista” in cui sarebbero scritti i nomi dei passati e futuri suicidi. Ma cosa si cela, veramente, dietro questo baratro?
La Guerriero prende in mano le redini del racconto, dà spazio alle voci del villaggio, interrogando, chiedendo, con il ritmo di un thriller ci conduce ai margini del Grande Vuoto, in un luogo assoluto dove “il tempo è un fiume di pietra e ciò che conta è drammaticamente altrove”.
Un libro crudo e coinvolgente che non è un romanzo, è un racconto di vita, ma con le trame giornalistiche di una storia che ha bisogno di spazio e tempo per dipanarsi e, nel frattempo, ammanta di dolore le parole e lascia gli interrogativi sospesi, in attesa che il tempo o la società trovino una risposta esauriente, tangibile, al malessere, alla sensazione di inutilità, al desiderio feroce di trovare un senso a quel “mal sottile” che tanto ricorda un Michelstaedter di inizio ‘900.
«Questo era il Sud. Il Sud dell’Argentina, ma anche del mondo. Il fondo, il confine, il posto da cui tutto è lontano e viceversa. Soprattutto viceversa».

  • 06Lug2007