Sono socievole fino all’eccesso

Archivio rassegna stampa

  • 01Apr2016

    Matteo Moca - BlowUp

    L’opera di Montaigne, ed è facile confermarlo aprendo le pagine dei Saggi o del Viaggio in Italia, è un’opera che, nonostante l’innegabile acutezza e profondità dei contenuti, si presta molto ad un dialogo coinvolgente e cordiale, attraverso il suo stile sempre divagante e aneddotico, con una scrittura zigzagante e sinuosa, emblema anche della personalità del pensatore francese, sempre felice di passare tempo con amici con cui parlare piuttosto che con i grandi (e noiosi) potenti della sua epoca.

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  • 04Mar2016

    Edoardo Bassetti - Rivistaunaspecie.it

    Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne” di Ugo Cornia (Marcos y Marcos, 2015)

    «Sarebbe stato bello scrivere una vita di Montaigne usando soltanto sue citazioni, e cucendole in fila, una dietro l’altra, dall’inizio alla fine. Sarebbe stata quasi un’autobiografia sua, messa insieme da me. Ma non l’ho fatto» scrive Ugo Cornia in Due parole di spiegazione, postfazione dell’opera. Bello, certamente, ma non abbastanza.

    L’autore non si accontenta di un mero biografismo, e perciò va oltre: «Mi sono sforzato però di stare il più possibile all’interno delle sue parole e nelle sue idee». Allo storico subentra allora lo scrittore. La letteratura, con l’invenzione che le è propria, tenta di colmare il silenzio che la storia lascia interposto fra un avvenimento e l’altro ricostruendo i moventi psicologici di ogni singola azione, i discorsi e i dubbi e le passioni che hanno accompagnato la più insignificante delle decisioni.

    Montaigne è innanzi tutto, per dirla alla Alfieri, uomo dal “forte sentire”: questo è ciò che emerge dalla lettura di Sono socievole fino all’eccesso. Non è un caso, infatti, se l’autore piemontese non potesse fare a meno di portare sempre con sé un “tometto” degli Assais. Ciò che lega queste due eccezionali personalità è un febbrile bollore interno, un’immaginazione ardimentosa pronta ad infiammarsi alla prima timida scintilla, e a portare all’estremo ogni flebile stimolo. Quando noi comuni mortali proviamo un piacevole tepore, loro, sensibilità superiori, sentono andare a fuoco ogni parte del corpo. «Allora come ci si difende da questa forza dell’immaginazione che può anche farti morire»? Occorre provare ad eluderla senza cercare invano di resisterle. Come? Facile, scappando via a cavallo. La vita di Montaigne, del resto, non potrebbe essere rappresentata meglio che da un’uscita a cavallo (come nel grazioso acquerello di Giuliano Della Casa in copertina): a volte occorre rilassarsi andando al passo, altre invece è preferibile procedere al trotto e raramente, solo raramente, si può raggiungere il galoppo; il vero segreto è però, in ultima analisi, saper arrestare il proprio corso, saper morire nel modo giusto. E come muore Montaigne? Come chi ha fatto la tremenda e splendida scoperta che non può più perdere tempo a fare ciò che non ha voglia di fare.

    Cornia gioca a nascondersi dietro il suo stile piacevole e disinvolto, facendoci quasi dimenticare che il suo è, nonostante tutto, sempre e comunque un Montaigne letterario; e proprio per questo appare ai nostri occhi più vivo, tangibile e pulsante di un rigoroso e cronachistico fantoccio biografico. L’arte non è mai spontanea, ma raggiunge il suo apice quando appare come tale: «ars est celare artem» direbbero i latini, «la letteratura è essenzialmente understatement» diremmo noi oggi. Ugo Cornia sembra proprio aver assimilato la lezione, ed il suo nuovo libro è pronto a dimostrarvelo.

  • 16Gen2016

    Manuel Orazi - pagina99.it

    Risate filosofiche, anzi balsamiche

    In Sono socievole fino all’eccesso il modenese Ugo Cornia racconta la vita di Montaigne, fedele a un umorismo che s’impasta nel genius loci della sua città.

    Si sa che il di dietro fa ridere, ma è più difficile capire che anche il di dietro può ridere. La copertina dell’ultimo libro di Ugo Cornia Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne (Marcos y Marcos, pp. 176, euro 15) sarebbe senz’altro piaciuta a Pirandello: infatti la figura principale, nell’acquerello di Giuliano Della Casa, è un cavallo visto da tergo e guardare il mondo al contrario è già una definizione di umorismo.

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  • 10Gen2016

    Gino Ruozzi - La Domenica del Sole 24 ore

    Vivere alla Montaigne

    I libri su e con Montaigne stanno diventando una specie di autonomo genere letterario. In particolare quelli “con” Montaigne, come questo Sono socievole fino all’eccesso di Ugo Cornia e Un’estate con Montaigne di Antoine Compagnon (2013). In effetti la lettura dei Saggi e del Viaggio in Italia di Montaigne apre subito a un dialogo coinvolgente e amichevole con questo gigante della riflessione e dell’esperienza moderna. I Saggi catturano il lettore con il loro «stile di pensiero divagante e zigzagante», come lo definisce Cornia in una formula che rispecchia anche la propria narrativa e saggistica, dall’esordio di Sulla felicità a oltranza (1999) a Operette ipotetiche (2010) e Scritti di impegno incivile (2013).

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  • 05Gen2016

    Mauro Trotta - il Manifesto

    La mondanità vitale di Montaigne

    «Sono socievole fino all’eccesso» di Ugo Cornia per Marcos y Marcos

    Tra divagazioni sull’amicizia e sulla tortura, la vita e l’opera del filosofo francese

    Ugo Cornia ha finora scritto una serie di libri davvero belli, spesso divertenti se non esilaranti in alcune parti, mai banali, anzi capaci di mostrare aspetti inconsueti anche e soprattutto nelle cose più quotidiane. La caratteristica principale che li accomuna tutti, al di là degli argomenti trattati – quasi sempre legati ad aspetti della vita di ogni giorno – è un tipo di scrittura a prima vista molto semplice, dal lessico e dalla struttura colloquiale, che dà l’impressione più che di leggere un libro, di ascoltare qualcuno che ti stia raccontando delle storie.

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  • 29Dic2015

    Marco Giorgerini - Alfabeta2.it

    A lezione da zio Montaigne

    Recentemente Marcos y Marcos ha inaugurato una nuova collana, che s’ispira a una vecchia idea di Maksim Gor’kij. In quella collana sovietica, Vite di uomini illustri, si cimentarono autori non adusi a frequentare il formato della biografia. Veniva loro richiesto di misurarsi con qualcosa di insolito e l’esito, spesso, era sorprendente (come una magistrale biografia di Tolstoj firmata da Viktor Sklovškij). La collana italiana, fondata da Paolo Nori, è intitolata Il mondo è pieno di gente strana (con una frase presa da Daniele Benati) e si propone qualcosa di simile. Le analogie col precedente sovietico finiscono qui. L’illustre slavista Fausto Malcovati ha scritto un simpatetico ritratto di Anton Čechov (Il medico, la moglie, l’amante. Come Čechovcornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura, 218 pp., € 15); Cornia, da sempre sodale di Nori, ci consegna invece una sua biografia di Montaigne.

    Chiariamolo subito: Montaigne non è un paravento dietro il quale sciogliere la briglia a un’immaginazione sfrenata; il libro non rassomiglia né a un saggio storico né a un romanzo mascherato da biografia (a riprova di un certo rigore documentario basti scorrere la bibliografia inserita alla fine del testo). Semmai è una biografia senza pretese di esaustività e mille miglia distante dalla serietà e seriosità storiografica. Il tono è quello caratteristico dello scrittore modenese: apparentemente svagato, modulato sui registri del parlato, divertente e divertito, anti-intellettualistico e con una spiccata «attitudine speculativa» (come definì la sua Stefano Gallerani recensendo Le storie di mia zia, Feltrinelli 2008). In questo modo lo scrittore si sente libero di insistere sugli aspetti, della vita di Montaigne, che avverte più affini alla propria personalità e visione del mondo. Lo fa, come suo solito, con una scrittura studiatamente leggera, luminosa, quasi naïf. In realtà, tramite uno stile che a una prima lettura potrebbe sembrare un po’ ingenuo, Cornia sa veicolare riflessioni di inusitata profondità. Ce lo ha dimostrato, più ancora che nel volume in esame, in pubblicazioni comeSulle tristezze e i ragionamenti (Quodlibet 2008), con ogni probabilità uno dei suoi titoli meglio riusciti.

    Il «suo» Montaigne è allora un amalgama di umiltà, smisurato stupore e costante attitudine a relativizzare ogni cosa nel nome di una tolleranza empatica e umanissima, estranea a capziose intellettualizzazioni di sorta. Lungi dall’essere il filosofo appartato che riflette sul mondo, nel mondo Montaigne si immerge completamente; respira a pieni polmoni la sua aria e la sua luce, si lancia in cavalcate infinite con lo spirito di chi vuole gustare fino all’ultimo sorso quella cosa imprevedibile, e in fondo semplice, che è la vita. Imprevedibile perché sarebbe vano tentare di ricondurre a unità la sua labirintica complessità e illudersi di conoscere davvero ciò che è destinato a diramarsi lungo gli innumeri sentieri del possibile. Semplice, dacché su di essa non possono far presa roboanti filosofie e sfoggi di razionalismo.

    È tutta questione di sentimento (dico «sentimento» in opposizione a «intelletto»: non si pensi, per carità, a svenevolezze romantiche che Cornia rifugge come fossero batteri di peste) e di adesione a una realtà minimale e autentica. La terra, l’aria, i viaggi. C’è anche altro, certo, Montaigne non ha alcun dubbio. La «ragione universale», ovvero Dio, ci ha inserito in un disegno superiore. Il fatto, però, è che non potremo mai vedere al di là di un limitatissimo segmento di un arazzo tanto sublime quanto, per l’appunto, inconoscibile.

    A impreziosire ciò che di gradito ci concede un universo «che altalena in perpetuo» vi è la sempre presente consapevolezza della morte, perché essa «è per noi uno degli apici di questa universale oscillazione». Per Montaigne vale sempre la pena meditare sulla morte (tema ricorrente, nei lavori di Cornia), così abituandosi all’idea della completa dissoluzione. La certezza della fine della vita è una nota cupa che suona fin dal giorno della nascita e a cui sarebbe sbagliato non prestare ascolto, distratti come siamo dalla baraonda sonora dell’esistenza. Anzi, a trarre beneficio dall’ascolto è la vita stessa: Montaigne «pensando sempre alla morte tiene ben presenti tutte le cose che ha da finire e che non vuole lasciare a metà».

    Nel libro trovano spazio anche pagine commoventi sul legame tra l’autore dei Saggi ed Étienne de La Boétie. Un’amicizia di rara e profonda intensità, capace di segnare per sempre il filosofo che si troverà a piangere la morte dell’amico, sopraggiunta prima che questi compisse trentatré anni. A seguire, la condanna – in tempi non sospetti – del «contagio occidentale»: i costumi liberi e «secondo natura» dei nativi americani sono confrontati coll’Occidente sedicente civilizzato. E il confronto non getta buona luce sulla nostra società imbastardita, sfiancata dagli orrori che rimproveriamo ai «barbari» e non vediamo in noi stessi, e dalle troppe leggi ispirate più alla forma che alla sostanza.

    Insomma, Montaigne è uno spirito libero scevro da pregiudizi e animato da curiosità e tolleranza. Nel tratteggiarne il ritratto, Cornia offre una sintesi necessariamente parziale della sua narrativa. Chi non conoscesse la produzione precedente e volesse avvicinarsi a questo autore potrebbe forse iniziare a scoprirlo, un po’ paradossalmente, cominciando proprio con Sono socievole fino all’eccesso.

  • 21Nov2015

    Marco Belpoliti - La Stampa

    Le pennellate di Della Casa per la malinconia di Montaigne

    Montaigne a cavallo. L’acquerello di Giuliano Della Casa ci mostra il grande francese che rientra dopo un’escursione. Il cavallo e il cavaliere sono su campo bianco, mentre il resto della tavola è compreso tra un’esplosione di rosso e una di verde. Sotto, tracciata a mano, la frase: «Il mondo è pieno di gente strana» (che è il titolo della collana diretta da Paolo Nori).

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  • 06Nov2015

    Giorgio Biferali - Ilmessaggero.it

    La vita di Montaigne raccontata da Ugo Cornia

    «Dante Alighieri parlerà poi dell’inferno: io mi attengo alle cose dell’interno», recitava una poesia del modenese Antonio Delfini. E questo parlare dell’interno, di tutto quello che si muove nel mondo di dentro mentre il mondo di fuori va avanti e forse ci ignora, è una cosa che faceva anche Luigi Malerba nei primi romanzi, e poi Gianni Celati, Paolo Nori e Ugo Cornia. I cosiddetti allegri disperati, come sono stati definiti alcuni scrittori emiliani in un’antologia pubblicata in Ungheria, che da quel mondo di dentro, e dalle piccole meraviglie della quotidianità, non fanno altro che dare un po’ di colore al mondo di fuori.

    Così Ugo Cornia, nato a Modena negli anni Sessanta, ha pensato di tornare indietro nel tempo e d’incontrare Montaigne, in Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne pubblicato da Marcos y Marcos (pp. 174, 15 euro) nella collana diretta da Paolo Nori. E senza preoccuparsi troppo delle accademie, delle categorie nelle quali spesso soffocano i grandi classici, Cornia si presenta a Montaigne, a quello scrittore filosofo nato a Bordeaux nel 1533, con la leggerezza di un lettore disarmato che ha avuto la fortuna d’innamorarsi delle sue pagine. Così scopriamo che Montaigne aveva un carattere meraviglioso, “socievole” appunto, e che amava tutte le stagioni, la pioggia, il fango, e soprattutto che amava tanto viaggiare: «Il cambiamento d’aria e di clima non mi dà alcun fastidio; qualsiasi cielo è per me lo stesso». Che quando gli uomini parlano di libertà è perché non la desiderano affatto, «per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero».

    Che il mondo è pieno di creduloni, e che a volte le leggi si occupano della realtà quanto la magia e la stregoneria. Che Montaigne aveva un grande amico di nome Étienne de La Boétie cui aveva dedicato Dell’amicizia: «Se mi si chiede perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: perché era lui; perché ero io». E che dopo la morte di La Boétie aveva scritto un pensiero così forte e così profondo da toccare il cielo per poi liberarsi nell’aria, che è la stessa aria che respiriamo noi, e che Cornia riprende con estrema dolcezza: «là, dove non esiste un testamento perché tutto è in comune, gli uomini si chiamano ‘metà’ degli altri uomini, la base dell’avere in comune, e quindi dell’essere in comune, è che io sono la metà di te, tu sei la metà di me».

    «Emerge una distanza su come poteva vivere un nobile del Cinquecento rispetto a noi», ha confessato Cornia, «chissà se da lì non possiamo pescare delle nuove vite fattibili».

  • 28Ott2015

    Enzo D'Andrea - Meloleggo.it

    Ugo Cornia e la storia lucida di un discreto pensatore

    Spesso, nel giudicare un libro, si giudica parimenti l’autore. Se il libro in questione è un romanzo, si punta sul fascino della storia, sulla sua coerenza, sullo stile, sull’azione e su tanti altri aspetti che ognuno di noi ha imparato – a modo suo – a ritenere fondamentali. Se, al contrario, si tratta di un saggio, la cosa diviene un po’ più complicata: è possibile che tratti di un tema obliquo, difficile, ma scritto in modo semplice e lineare, così da risultare piacevole e “digeribile”. Viceversa, ci si può trovare di fronte a tematiche tutto sommato accessibili ma descritte in modo ostentato, con linguaggio supponente e con evitabili e insopportabili giri di parole.

    La terza opzione – e siamo giunti al dunque – diviene il saggio-biografia-romanzo e Sono socievole fino all’eccesso, in uscita per la Marcos Y Marcos, in effetti, è questo e più di questo. Nel testo, che narra la vita di Michel Eyquem de Montaigne, si fa – per stessa ammissione di Ugo Cornia, l’autore – abbondante uso delle citazioni del filosofo scrittore e politico francese. Quindi, di per sé, è come – o almeno tale appare a mio modesto avviso – se il testo l’avesse scritto a metà lo stesso Montaigne, tornato nel mondo dei vivi per impugnare fieramente la tanto amata penna.

    Concordo con Cornia (“… Sarebbe stato bello scrivere una vita di Montaigne usando soltanto sue citazioni, e cucendole in fila, una dietro l’altra, dall’inizio alla fine… Mi sono sforzato però di stare il più possibile all’interno delle sue parole  e nelle sue idee. E visto che le sue parole sono sempre bellissime ho citato abbondantemente…”) sulla bellezza dei passi citati, densamente intrisi della sostanza e della lucida visione che Montaigne aveva dell’uomo. Modificarli sarebbe stato opera di lesa maestà.
    Ugo Cornia, pertanto, ha osato in un campo in cui è difficile essere originali, e lo ha fatto in modo discreto, dove l’aggettivo “discreto” sta sia per termine di qualità del lavoro sia per il suo muoversi a piccoli passi – con discrezione, quindi – quasi non volesse disturbare le parole e i pensieri del grande personaggio di cui tratta.
    In un testo tutto sommato breve, di facile e gradevole lettura, si fa la conoscenza del Montaigne, che emerge dalla sua stessa eredità culturale e dai suoi stessi brillanti aforismi. Emergono la grande lucidità e gli ampi orizzonti che Montaigne dimostrava di avere nel giudicare gli uomini, nel comprendere i vari aspetti della natura dei suoi simili, nell’affrontare i problemi che la vita gli poneva davanti.
    I commenti e i riassunti di Cornia svolgono un’ottima funzione di sintesi e collegamento tra le citazioni;dall’insieme vien fuori un personaggio poliedrico, che amava il viaggio, la scoperta, che assaporò una breve ma intensa amicizia con l’amico Etienne de La Boétie di cui imparò lo stoicismo e sul quale forgiò una buona parte del proprio futuro pensiero di vita.
    Il viaggio, dicevo… Montaigne amava scoprire e imparare, ma dovette far conto in ogni momento della sua vita con la calcolosi renale – eredità lasciatagli dal padre. La continua ricerca di rimedi lo portò a visitare numerose località termali e a sperimentare come sofferenza e pensiero profondo siano spesso compagni che si spostano insieme, muovendosi con lo stesso passo. Un libro siffatto, quindi, va letto anche per questo motivo e anche sotto questo punto di vista.
    Una lettura godibile e adatta a – quasi – tutti. Il quasi è riservato a chi proprio non digerisce la narrazione delle vite dei grandi uomini –  a chi, invece, le ama, consiglierei pure un passaggio su qualche biografa scritta da Stephen Zweig, un tipo inarrivabile o giù di lì.
    Lo stile di Cornia sa essere credibile in quanto d’impatto immediato, senza spocchiose alzate d’ingegno. bene. Cornia – suo merito – mi pare lasci al lettore la libertà di decidere cosa scoprire e cosa lasciare nell’ignoto, pur conducendolo lo stesso per mano fino alla fine.
    Concludo dicendo che avrei citato volentieri anche io qualche passaggio di Montaigne, ma avrei finito per scrivere nuovamente almeno mezzo libro. E chi me lo fa fare? Il libro c’è, è interessante. Basta armarsi di curiosità e correre a comprarlo.

  • 22Ott2015

    Redazione - Targatocn.it

    ALBA: UGO CORNIA PRESENTA IL SUO NUOVO LIBRO

    Venerdì 23 ottobre alle ore 19 presso i locali dell’associazione Asso di Coppe di via Gioberti 7, la libreria Milton e l’associazione Asso di Coppe organizzano la presentazione del libro pubblicato dalla casa editrice indipendente Marcos Y Marcos “Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne” di Ugo Cornia.

    Lo scrittore modenese, 50enne, laureato in filosofia ed insegnante di scuole superiori, ha già all’attivo più di 10 opere pubblicate da Sellerio, Quodlibet, Topipittori, EDT e Feltrinelli.

    Lo scritto rappresenta il secondo volume della collana “Il mondo è pieno di gente strana” voluta da Paolo Nori, e presenta una biografia divertente e romanzesca del grande filosofo del ‘500 Michel de Montaigne. Il libro è un condensato di lirismo e filosofia: affronta tutti i grandi temi che Montaigne ha trattato con precisione e leggerezza nella sua vita straordinaria.

    La serata prevede una chiacchierata con l’autore condito da un bicchiere di vino.

  • 18Ott2015

    Fulvio Cortese - Fulviocortese.it

    A Montaigne si può arrivare in molti modi e quello più semplice – la lettura diretta dei Saggi – è sempre il migliore. Ciononostante è anche l’approccio che esige una dedizione continua; e che presuppone anche la capacità di navigare in mari particolarmente quieti, come sono gli oceani più grandi, profondi e mai totalmente esplorati.

    Pare semplice Montaigne, ma non lo è del tutto. Vengono in soccorso, così, bussole di varia fattura, come quella, godibilissima, di Compagnon, tanto apprezzata dai lettori di quest’ultima estate. O come quella, ben più vecchia, di Gide, che si è limitato a selezionare il suo Montaigne, senza apparato alcuno, proponendone in modo dichiaratamente personale, e quindi assai calzante, i passaggi ritenuti più illuminanti: poiché si tratta di un classico, che non è di nessuno ed è di tutti alla stessa misura. Va detto che, forse, la migliore introduzione organizzata ai pensieri singolari di questo nobiluomo francese del XVI secolo l’ha fornita di recente Sarah Bakewell: chi vuole essere bene informato, può rivolgersi alla sua ottima biografia. Chi, viceversa, vuole ascoltare semplicemente un racconto lento e pacato, può dedicarsi al libro di Ugo Cornia, che dei Saggi prova a immaginare un percorso esplicativo, un po’ ragionato e un po’ diacronico. È lineare e facile quasi come lo paiono le riflessioni di Montaigne, e in ciò consiste la sua virtù.
    La prima parte del testo cerca di individuare quale sia la molla dei pensieri e delle divagazioni di Montaigne e la trova, acutamente, in una specie di sereno fatalismo, che tuttavia non si accompagna alla deferenza nei confronti delle abitudini, delle convinzioni e delle credenze degli uomini. Tutt’altro. Montaigne, infatti, si abbevera ad una smaliziata curiosità per tutto ciò che è natura, e in primis per quella cosa naturalissima e normalissima, eppure terribile, che è la morte: “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione. Non c’è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è un male”. Della morte, e della paura della morte, Montaigne ha fatto sempre esperienza diretta: in occasione della scomparsa del padre e dell’amico Étienne de La Boétie; a causa delle tante guerre fratricide che hanno dilaniato la Francia; per la sofferenza che a lungo ha dovuto patire a causa del “mal della pietra”, che lo ha tormentato fino alla fin dei suoi giorni e anche durante il lungo viaggio in Italia, che Cornia ricostruisce, nella seconda parte, proprio in questa chiave. Ma della morte Montaigne ha accettato la sfida anche quando ha rischiato di essere ucciso dai suoi nemici: lo ha salvato, nuovamente, la sua pacifica accettazione degli eventi, che si traduce soprattutto in una fiducia estrema, e disarmante, nei confronti degli altri. È questa, quindi, l’eccessiva socievolezza del titolo, la disposizione d’animo in cui Cornia vede il tratto distintivo di Montaigne e del suo messaggio; che ci invita ancora a guardarci intorno, a vivere, semplicemente, e a cogliere tutto ciò che di positivo e piacevole è nascosto nelle cose più comuni.

  • 12Ott2015

    Nellie Airoldi - Finzionimagazine.it

    Mi sono innamorata di René Magritte grazie alla mia professoressa di storia dell’arte del quinto anno dell’istituto tecnico che frequentai durante gli anni incerti dell’adolescenza. Probabilmente me ne sarei innamorata comunque e avrei scelto in ogni caso la facoltà di Beni Culturali ma, col senno di poi, sono certa che senza di lei non mi sarei mai messa su quella strada soprattutto se non avessi detto sì a una gita improvvisata (e non obbligata) a Palazzo Reale, a Milano, dove nella primavera del 2009 era stata allestita una mostra dedicata al pittore surrealista belga che ancora oggi, a distanza di alcuni anni, rimane sul podio dei miei artisti preferiti. A colpirmi, però, non furono solamente le tele esposte bensì le parole della mia professoressa che con la sua passione e amore per l’arte cercò di spiegarci l’unicità e la meraviglia del tratto di René Magritte tanto da renderlo così unico e speciale fra i molti volti dell’arte contemporanea. Questa introduzione è per dirvi che Ugo Cornia sta alla mia professoressa di storia dell’arte come Montaigne sta a René Magritte e che Sono socievole fino all’eccesso è un libro che proprio non vi dovreste perdere.

     

    Non avevo mai letto nulla di Montaigne se non qualche estratto disseminato qua e là eppure, ora, mi pare lo scrittore – filosofo che meglio conosco. Ciò è proprio merito di Ugo Cornia e di Sono socievole fino all’eccesso – Vita di Montaigne, l’ultima opera dello scrittore modenese pubblicato da Marcos y Marcos nella collana Il mondo è pieno di gente strana diretta da Paolo Nori. E Montaigne si può certamente definire una persona fuori dalle righe: odiava gli eventi mondani (lui, che era stato addirittura nominato sindaco di Bordeaux); non si stancava mai di conoscere e viaggiare (tanto da voler sfruttare la sua calcolosi renale per girare l’Europa centro-meridionale per un anno intero facendo tappa nelle sedi termali più famose in Italia e Svizzera). Ugo Cornia ci descrive una persona dai mille interessi ma soprattutto curiosa, della gente e del mondo.

    Sono così assetato di libertà che se mi fosse proibito l’accesso in qualche angolo delle Indie, vivrei in un certo modo meno a mio agio. E finché troverò una terra o un cielo libero altrove, non marcirò in un luogo dove mi debba nascondere.

    In Sono socievole fino all’eccesso il racconto della vita di Montaigne si alterna a estratti di famosi saggi del filosofo stesso la cui capacità è quella di saper spaziare tra le più diverse (e soprattutto ancora attuali) tematiche senza mai risultare banale o superficiale.  Ugo Cornia porta fra le pagine di questa speciale biografia i pareri di Montaigne sulla morte, sulla tortura, sull’importanza di vivere la propria vita nel migliore dei modi ovvero occupandosi di ciò che si ama con tutti se stessi.  Si racconta, poi, della perdita del caro amico La Boétie, la cui morte segnò profondamente l’animo dello scrittore francese. Ma il soggetto più caro, e al quale Ugo Cornia dedica diverse pagine, è certamente il viaggio.

    Il viaggiare mi sembra un esercizio giovevole. L’anima vi si esercita continuamente notando le cose sconosciute e nuove; e non conosco scuola migliore, come ho detto spesso, per la formazione della vita, che presentarle continuamente le diversità di tante altre vite, opinioni e usanze, e farle assaggiare una così continua varietà di forme della nostra natura.

    Le parole di Ugo Cornia prendono per mano il lettore e lo accompagnano nel mondo di Montaigne senza alterarlo né interpretarlo, semplicemente raccontandolo nel modo più naturale possibile con lo stesso spirito con il quale il Montaigne sofferente decide di partire per l’Austria, la Svizzera e l’Italia nonostante la salute incerta e vacillante. Ed è l’entusiasmo dello scrittore modenese, così come quello della mia professoressa di storia dell’arte di alcuni anni fa, a trasformare un personaggio storico in una persona fatta di sogni e di paure.Sono socievole fino all’eccesso, quindi, può essere la prova di come i grandi uomini, spesso idealizzati tanto da sembrare così lontani da noi, siano stati invece molto umani tanto da voler semplicemente godere dei piccoli ma grandi doni della vita.

    Cosa sono questi piccoli piaceri naturali? Respirare, stare nella luce, passeggiare. Vivere.

  • 08Ott2015

    Paolo Nori - Libero

    Sono appena usciti i primi due libri di una nuova collana alla quale, con la casa editrice Marcos y Marcos, pensavamo da qualche anno; la collana è ispirata a una celebre collana russa diretta da Maksim Gor’kij e intitolata «Vite di uomini illustri», una serie di biografie scritte da persone che, abitualmente, non scrivevano biografie, per esempio Michail Bulgakov, al quale era stata affidata la vita di Molière, o Viktor Šklovskij, che per Vite di uomini illustri è stato un meraviglioso biografo di Lev Tolstoj.

     

    La collana italiana che è appena partita prende il titolo dall’opera numero 13 delle Opere complete di Learco Pigagnoli, che è un filosofo emiliano che ha scritto un solo libro che poi non l’ha scritto neanche lui (l’ha scritto Daniele Benati) e l’opera numero 13 fa così: «Opera numero 13. Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana, e poi anche te sei un po’ strano».
    Ecco: per Il mondo è pieno di gente strana sono usciti da poco i primi due libri: Sono socievole fino all’eccesso (vita di Montaigne), di Ugo Cornia, e Il medico, la moglie l’amante (come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura) di Fausto Malcovati.
    Nel libro di Cornia si racconta la vita di Montaigne partendo da Essais, l’opera di Montaigne nella quale si legge: «nessuna stagione mi è nemica, se non il calore intenso d’un sole sferzante… mi piacciono la pioggia e il fango, come alle anitre. Il cambiamento d’aria e di clima non mi dà alcun fastidio: qualsiasi cielo è per me lo stesso», e «È possibile evitare la debolezza e i mali della vecchiaia? Sì. Basta morire prima», e «Tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo non si riducono che a questo, di insegnarci a non aver paura di morire»; la conoscenza di Montaigne attraverso il libro di Cornia porta il lettore a conoscere anche il miglior amico di Montaigne, Etienne de la Boétie, l’autore del Discorso sulla servitù volontaria, un’opera del 1576 nella quale si legge: «Vorrei solo capire come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo». «La libertà – continua La Boétie, – è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero», che per essere un pensiero del 1576 è un pensiero abbastanza stupefacente, come molti altri pensieri che si trovano in questo libro, come questo: «Montaigne (nel suo viaggio in Italia) trova che il papa parla un italiano che risente troppo del suo vernacolo bolognese, il peggiore d’Italia».
    Se il libro di Cornia è illuminato da una simpatia per Montaigne che l’autore non sa e non vuole nascondere, la stessa cosa vale per Malcovati e per Čechov.
    Nel Medico, la moglie, l’amante, Čechov è simpatico anche quando si lamenta («Conversazioni lunghe e sciocche, visite, postulanti, miseri guadagni di uno, due rubli, insomma una baraonda che fa venir voglia di scappare di casa. Mi chiedono soldi e non me li restituiscono, mi portan via libri, mi fanno perder tempo… Mi manca solo un amore infelice»), e quando poi trova l’amore felice, le lettere alla moglie Ol’ga sono una parte non indifferente dell’incanto di questo libro («Quando Ol’ga, in un momento di depressione, si chiede che senso abbia la su vita, Čechov le risponde: “Che cos’è la vita? È come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota, di più non si sa”»). E resta in mente, alla fine della lettura, un’epigrafe di Vasilij Grossman che vale per Čechov e forse vale un po’ anche per Montaigne: «Čechov ha introdotto nei suoi racconti milioni di persone di tutte le classi, ceti, età da vero democratico, lo capite? Da vero democratico! Nessuno, neanche Tolstoj, ha detto con tanta chiarezza: noi tutti, prima di ogni altra cosa, siamo uomini, capite? Uomini, uomini, uomini. Solo in un secondo tempo siamo vescovi, bottegai, possidenti, operai. Gli uomini sono buoni o cattivi non in quanto vescovi o operai, ma in quanto uomini».

  • 04Ott2015

    Marta Meli - Reportpistoia.com

    PISTOIA - “Sono socievole fino all’eccesso, vita di Montaigne” è il titolo del nuovo libro di Ugo Cornia, edito da Marcos y Marcos all’interno di una Collana a cura di Paolo Nori, che si chiama “Il mondo è pieno di gente strana”.

    La presentazione si è svolta ieri pomeriggio nella libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri a Pistoia, dove gli scrittori Paolo Albani e Giovanni Maccari hanno coordinato l’incontro con l’autore. Come riporta il colophon del libro in una sua breve descrizione – “lo sguardo limpido di Ugo Cornia incontra lo sguardo limpido di Montaigne: parole e pensieri attraversano i secoli, freschi e sovversivi, e al ritmo di una bella cavalcata inizia l’avventura”.

     

    Una biografia che non segue il tradizionale percorso ordinario di vita. Un libro assai ricco di citazioni, parafrasi d’autore e micro concetti che, come ci indica lo stesso Ugo Cornia nella postfazione, vanno ad esprimere la natura di Montaigne, la sua filosofia e il suo intelletto. Il pensiero di Montaigne viene raccontato tramite il personalissimo stile dello scrittore, che come autodidatta della cultura in genere, non segue in questo libro alcun obbligo, impostazione rigida o accademica che sia.

    “Dalle riflessioni di Montaigne emerge in particolar modo la sua straordinaria modernità e il suo buon senso che lo distinguono notevolmente dagli altri filosofi” – ha sottolineato Giovanni Maccari – una continua osservazione e ricerca, che spinta dalla curiosità, porteranno Montagne a tentare di raggiungere il suo reale intento: quello di conoscere se stesso”.

    Montaigne è un classico esempio di filosofo “alternativo”, nel senso che è uno dei pochi a sfatare il mito e l’idea dell’intellettuale come uomo solitario; da qui il titolo: “Sono socievole fino all’eccesso” e la simpatica locandina dell’evento di oggi raffigurante Montaigne alle prese con un selfie.

    “Un personaggio libero e spregiudicato – ha spiegato Cornia – che nonostante la sua ricchezza materiale, è riuscito a guardare chiaramente la realtà, con spirito puro e limpido”. Molti sono i saggi di Montaigne cui si è ispirato l’autore. Si tratta di testi che affrontano temi come, l’identità, l’abitudine, la caccia, gli animali, la libertà ed in fine la morte intesa, però dal filosofo, come processo naturale e unica certezza di vita.

    Forte è la somiglianza che molti lettori hanno riconosciuto tra Montaigne e i personaggi dei racconti narrativi di Ugo Cornia. Tanti gli spettatori che hanno partecipato all’incontro fino a riempire lo spazio in libreria. Al termine dell’incontro si è creato un momento d’ironia, in cui Ugo Cornia ha letto, rivolgendosi al presente pubblico, alcuni passi divertenti del suo libro, raccontando situazioni ed esperienze, della vita di Montaigne, ricche di umorismo.