Siamo buoni se siamo buoni

Archivio rassegna stampa

  • 06Feb2015

    Alice de Carli Enrico - Meloleggo.it

    “Ciao, Ermanno Baistrocchi”. Ecco cosa mi veniva da dire quando a pesce mi sono tuffata nell’ultimo libro di Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, uscito per quelli della Marcos y Marcos. Mi veniva da salutarlo, questo protagonista, e da ri-conoscerlo, perché era lo stesso de La banda del formaggio, sempre di Nori, e perché di nuovo, sempre Ermanno, sempre lui, era diretto e umano – nel bene e nel male – nella sua visione del mondo, e questo mi ha invogliata a seguirlo tra pensieri e parole, un’altra volta, senza mai un attimo di stanca.

    Quello di Nori è sempre un flusso bello, vivo, vivido, capace lentamente di costruire un’aspettativa crescente; è capace di commuovere, rattristare e, a modo suo, far ridere. Ermanno Baistrocchi è lì, in carne ed inchiostro, che si risveglia in un letto d’ospedale. Che si riprende dalle ferite quasi mortali che ha riportato in seguito a un incidente. Che rivede la moglie, dopo anni che non la vede. E vede anche la figlia, in una sedia vicina, che ride leggendo La banda del formaggio (sì, sempre quello di Nori) che – secondo gli accordi con l’editore – doveva uscire in libreria solo postumo. E allora cos’è, lui, morto? Per il mondo lo è stato, un po’ morto, dopo l’incidente, e si trova nella rarissima situazione di una persona che, data per spacciata, si ritrova fortuitamente viva. È come fare un respiro un po’ più lungo e profondo del solito: “Per tutto il giorno, mi restava dentro, nelle vene, una cosa come essere consapevole, tutti i momenti, di essere al mondo”.
    Il mondo di Ermanno è sempre lo stesso, ma non lo è più. Perché lui ha da riguardarsi intorno, da riscoprire i confini di questa realtà ripopolata che dopo la sua (mancata) morte lo ha nuovamente accolto; ha da rivedere le persone alla luce del dopo che non ha raggiunto. Ci si perde così in ricordi e persone e pensieri che accompagnano il quotidiano e che talvolta ricordano quasi un flusso di coscienza, piccole parentesi che creano un’ansa di pensiero tra due narrazioni ma che si ritrovano poi a confluire nella stessa direzione, in un fortunato epilogo che, a fine lettura, sembra lasciar filtrare tra le pagine l’aria e la luce per un giorno e un vivere tutti nuovi.

  • 20Gen2015

    Antonella Squicciarini - SulRomanzo.it

    Il libro di Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, edito da Marcos y Marcos, è tutto raccolto e spiegato nella dedica iniziale, nella Dichiarazione di Timur Kibirov: «Ti voglio dire, / che ti voglio / dire, che ti / voglio dire, che / voglio dirti, che / ti voglio dire, / che ti voglio». Difficilmente capita di trovare un esergo che incornici in modo così esatto il testo che viene preceduto.

    È l’anticipazione appunto di un movimento che conduce il lettore per tutto il romanzo, in una storia che il protagonista nonché voce narrante inizia a spiegare, che poi perde per tanti rivoli, per tante persone, per tante parole, e in alcuni momenti recupera e sembra voler finire, ma poi interrompe ancora, e proprio quando te l’eri dimenticata, ecco che riprende e conclude. E tutto si fa chiaro.
    Ermanno Baistrocchi lo spiega all’inizio: a volte non si ha abbastanza coraggio di dire le cose, né di scriverle. Possono succedere eventi, come l’incidente in cui è coinvolto Ermanno e che quasi lo uccide, che quel coraggio te lo fanno tornare per lo meno a cercare (trovare poi è un altro discorso).
    Il filo conduttore della storia è fragile: dopo quest’incidente, tutti davano Ermanno per morto. Baistrocchi infatti è un personaggio noto: è stato un editore, ma ha deciso di lasciare l’editoria per dedicarsi alla scrittura. Proprio la notizia della sua morte fa impennare le vendite dell’ultimo libro che ha scritto, La banda del formaggio (esatto, proprio come il precedente vero libro di Nori: qui potete leggerne una bella recensione). È marketing anche questo, per cui se uno muore, subito i suoi libri vengono stravenduti. In questo libro, l’autore ci ha messo tante cose di se stesso: ha parlato dell’amico Paride, che si è suicidato; di sua figlia Daguntaj; di Emma, la donna con cui ha messo al mondo Daguntaj; di se stesso, anche. Solo che ne ha parlato prendendosi qualche libertà, falsando un po’ la realtà.
    Che è un po’ quello che Nori fa in Siamo buoni se siamo buoni, mettendoci delle cose che gli sono successe, come l’incidente di cui è stato realmente vittima nel 2013 (ne parla «Il Post»). In un gioco metaletterario che manda tutti in confusione, l’autore e il narratore di questo romanzo fanno scopertamente quello che tutti gli autori fanno (o dovrebbero fare): attingere a piene mani materiale dalla vita per trasfigurarlo in costruzione letteraria.

    Ma rintracciare nel testo strutture e sovrastrutture si rivela futile, ne disarticola troppo il godimento. Va letto così, trascinando lo sguardo dietro alle parole che scorrono alla velocità dei pensieri – e la capacità della penna di stare insieme ai pensieri, questa è la cosa più bella di Nori. Ciò che ne caratterizza la personalità letteraria, ne segna l’originalità, ne decide la fedeltà di un lettore.
    Siamo buoni se siamo buoni è un libro che, nella produzione di Nori, sa di bilanci, anche se non intende assolutamente farne. Non tanto bilanci in cui si mette sul piatto ciò che è andato bene e ciò che è da buttare. Sembrano piuttosto quei bilanci che portano Ermanno ad aprire gli occhi all’improvviso, e rendersi conto di quanto il suo mondo, che è solo suo e solo lui conosce, sia popolato. Magari prima non ci aveva fatto tanto caso, a quanto fosse popolato, né si era mai reso conto di quanto avesse da perdere. Si accorge anche di quello che potrebbe ancora avere, per quanto le aspettative siano un rischio, perché uno poi si aspetta chissà che cosa, «invece succedeva chissà niente». Come quando Ermanno è fermo alla banchina dei treni, a contare quante persone si baceranno, quasi in attesa che le cose belle succedano: «E quando ero arrivato in stazione, a aspettare il treno, avevo quaranta minuti di anticipo, mi ero messo sul binario 10, mi ero chiesto quanta gente si sarebbe baciata, quel giorno, sul binario 10 della stazione Termini, e ero stato lì trentacinque minuti a contare, non si era baciato nessuno».
    Forse, le cose belle succedono solo se uno ci si mette di impegno, o se si è buoni, come pensava sempre Ermanno da bambino. Ma, Nori insegna, la differenza è sottile, perché Siamo buoni se siamo buoni, non perché siamo buoni. «Non so se si capisce».

  • 03Dic2014

    Giovanni Turi - Vita da editor

    Andate in libreria, aprite a caso Siamo buoni se siamo buoni e iniziate a leggere un qualunque paragrafo: se avete già avuto tra le mani qualche altra opera di Paolo Nori, riconoscerete subito il suo stile, lo humour e la capacità di riprodurre un parlato/pensato che sovverte le regole della letterarietà e della grammatica per reinventarne di nuove; se invece il suo nome vi è sconosciuto, procedete per qualche pagina e verrete conquistati dalla sua inventiva linguistica, altrimenti… beh, altrimenti lasciate perdere.

    In Siamo buoni se siamo buoni Nori attraversa con leggerezza le nostre ossessioni quotidiane (come la ricerca di conferme che non bastano a confortarci: «dentro di me avevo ben presente la coscienza della mia insignificanza, che era come esaltata dalla significanza che mi attribuivano gli altri»), trasfigura la propria esperienza (la narrazione prende l’abbrivio da un incidente che ha coinvolto il protagonista, Ermanno Baistrocchi, e molti di voi ricorderanno che lo stesso Paolo Nori, nel marzo 2013, ha trascorso alcuni giorni in coma farmacologico dopo essere stato investito da una moto), delinea una pluralità di storie d’amore; ma è ancora una volta nella singolare forma della scrittura che stabilisce il dialogo con il lettore. Un dialogo in cui talvolta il sarcasmo lascia il posto a un quieto sentimentalismo, come già suggerisce il titolo, che trova esplicita spiegazione a pagina 43: «Io non sono buono perché sono buono, sono buono se, sono buono».
    Non si tratta comunque, com’era prevedibile, di un sentimentalismo di maniera e le storie d’amore a cui facevo riferimento trovano diverse declinazioni: c’è una nuova attenzione alla vita, che il protagonista – insieme all’autore – acquisisce dopo aver rischiato di perderla («per tutto il giorno, mi restava dentro, nelle vene, una cosa come essere consapevole, tutti i momenti, di essere al mondo»); c’è il legame con l’amico Paride, che si protrae oltre la morte di quest’ultimo, e c’è quello con l’Emilia-Romagna; c’è l’amore per la figlia Daguntaj («che significa, in parmigiano, “Dacci un taglio”») e per la ex moglie Emma, amata e poi persa e poi amata; e c’è, infine, la passione letteraria («la letteratura a me mi è sembrato che guardarla da fuori la letteratura è un canchero che uno che capisce che canchero è potrebbe anche smettere, ho pensato, di pubblicare dei libri di occuparsi di letteratura, solo che la letteratura è un canchero così cancerogeno che anche se ti accorgi che è un canchero ormai è troppo tardi non c’è più niente da fare»).
    Insomma, in Siamo buoni se siamo buoni troverete il Paolo Nori di sempre e forse anche qualcosa di più, ma se siete integerrimi sostenitori dell’analisi logica e non sopportate le ripetizioni e l’uso ludico della lingua, lo ribadisco, lasciate perdere – peccato per voi.

  • 01Dic2014

    Giorgio Biferali - L'indice dei libri del mese

    È uscito Siamo buoni se siamo buoni (pp. 219, € 12, Marcos y Marcos, Milano 2014), il nuovo romanzo di Paolo Nori.
    E il titolo, Siamo buoni se siamo buoni, potrebbe essere considerato l’esito delle tante riflessioni del protagonista, che rivolge a se stesso una domanda che dovremmo farci tutti: “Ma io, sono buono o non sono buono?”. E la risposta, a detta dello stesso Nori, non è poi così difficile…

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  • 26Nov2014

    Simone Zeni - pizzadigitale.it

    Nasce da un equivoco tra la vita e la morte il nuovo romanzo che ha per protagonista Ermanno Baistrocchi.
    Non è più un editore, ha venduto la sua casa editrice a Salvarani. Ma di certo non sa ancora uno scrittore Ermanno Baistrocchi, protagonista anche dell’ultimo libro di Paolo Nori Siamo buoni se siamo buoni (Marcos y Marcos).

    Perché si è appena svegliato in un letto d’ospedale quando, dopo aver rivisto l’Emma, sua moglie, più bella e raggiante che mai, nota la presenza di sua figlia Daguntaj, intenta a leggere divertita La banda del formaggio (sì, proprio come il romanzo di Nori), il romanzo che avrebbe dovuto essere pubblicato, come da accordi, solo dopo la sua morte. In effetti tutti lo davano per morto, Wikipedia compreso, è per questo che l’editore Salvarani aveva pensato di pubblicarlo, d’altronde ormai era questione di ore e l’occasione di guadagno cavalcando quella che sarebbe stata la sua recente scomparsa era davvero ghiotta. A Ermanno ora toccherà vivere e convivere con questa nuova situazione, nonché con i personaggi che gli ruotano attorno dopo questa sua esperienza ospedaliera, quelli di sempre come, oltre a quelli già citati, l’Illuminista, suo genero; quelli conosciuti da poco come Cianuro, lo spacciatore romagnolo che lo porrà davanti ad un rompicapo da risolvere. Un ritmo serrato per una storia colma di avvenimenti caratterizza il romanzo, in cui spicca la tagliente cinica simpatica di questo protagonista vittima di un equivoco che fa un po’ il verso a Il fu Mattia Pascal (ma senza voler citare alcun grande Maestro).

  • 20Nov2014

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    I libri di Paolo Nori appartengono al genere “opera aperta”. Se ne cominci a leggere uno, non puoi fare a meno di cercare i precedenti…

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  • 17Nov2014

    Catone Assori - economiaitaliana.it

    Torna in libreria, sempre per i tipi della Marcos Y Marcos, Paolo Nori, apprezzato autore di 26 romanzi nonché traduttore di livello. Un funambolo della parola e della punteggiatura, nonché penna fuori dal coro, che nel suo ultimo lavoro – Siamo buoni se siamo buoni (pagg. 216, euro 15,00) – si rifà a un libro pubblicato lo scorso anno, La banda del formaggio, del quale si è ampiamente parlato su queste stesse colonne. “Si rifà” nel senso che ne rappresenta una sorta di seguito con lo stesso protagonista, il quale, per via di un grave incidente, si ritrova in un letto d’ospedale a dissertare, in maniera surreale, su questo o su quello. Magari finendo per scoprire di fare un altro mestiere.

    Perché raffrontarsi con un coma pilotato per undici giorni, per vedere se gli “era successo qualcosa dentro il cervello”, non è da tutti… 
”E quando mi sono svegliato, la prima volta non mi ricordo, mi han detto che c’era l’Emma, che io, me l’ha detto poi lei, e mi ha detto che io, la prima cosa che le ho detto, è stata una cosa che io non lo so, se fossi stato normale, se avrei avuto il coraggio di dirgliela, adesso per esempio di scriverla non ho il coraggio, comunque lei mi ha detto che un po’ si vedeva, che ero un po’ squilibrato, che mi davan magari della roba che mi faceva effetto…”
A titolo di cronaca, ricordiamo che Nori è nato a Parma il 20 maggio 1963 e che oggi vive a Casalecchio di Reno, periferia del capoluogo emiliano. Perché a Bologna, così come a Parma, la cultura è di casa. Lui che, dopo essersi diplomato in ragioneria e aver lavorato in Algeria, Iraq e Francia, sarebbe tornato a casa laureandosi in Lingua e letteratura russa. Che altro? Un autore eclettico e per molti aspetti unico, decisamente abile nel condire le sue storie (a prima vista strampalate, ma in realtà ben legate alla realtà) di frasi secche e concetti tranchant, a fronte di una narrazione immaginifica che non manca di catturare l’attenzione. Il tutto condito di una sana ironia, di un intrigante umorismo, oltre a spruzzate di quotidianità che, seppure a tratti ardite, non risultano mai sopra le righe.
Ma torniamo al dunque. Iniziando dal titolo che – a suo dire – nel corso della stesura del romanzo doveva “chiamarsi” diversamente. Ovvero Come mai questo titolo?, Ricordiamoci che siamo vivi, Son contento di morire ma mi dispiace, L’Emilia vista dal treno e, alla fine, Siamo buoni se siamo buoni. Forse il titolo più sbalestrato di tutti ma che, a ben guardare, rientra nelle variegate corde di Nori, tese a stupire a tutti i costi. Oltre che a dare prova, con studiata indifferenza, di una comprovata cultura a fronte di dotti richiami. 
Come accennato, il protagonista, Ermanno Baistrocchi, si sveglia in un letto d’ospedale e subito salta fuori sua moglie. Erano un sacco di anni che non la vedeva, e gli pare così bella che gli vien da dire una cosa che forse non avrebbe avuto il coraggio, di dirgliela, se non avesse picchiato la testa. Che insomma era davvero bella. E poi, come da sinossi, salta fuori sua figlia Daguntaj (“La chiamavo così da piccola, che significa, in parmigiano, Dacci un taglio), che ride di fianco al letto intanto che legge la sua Banda del formaggio; poi salta fuori Cianuro, uno spacciatore romagnolo che deve chiedergli un favore; poi salta fuori la Mirca, l’ufficio stampa della sua ex casa editrice; poi salta fuori Salvarani, che la sua casa editrice l’ha comprata e si è impegnato a pubblicare il romanzo, appunto La banda del formaggio, solo dopo che Ermanno fosse morto. Ma ha anticipato i tempi, perché i giornalisti davano la sua dipartita come un fatto certo e imminente. E quando uno scrive un romanzo e poi muore pubblicarlo è una strategia di marketing vincente, dice Salvarani. Ed Ermanno è d’accordo.
Di fatto “Ermanno questo libro l’ha scritto per raccontare la storia del suo migliore amico, Paride, che si è suicidato, e adesso si accorge che gli è successa una cosa stranissima che dicon però che succede: una persona scompare, e il mondo si ripopola. E in questo mondo lui delle volte vorrebbe delle cose che gli vien da pensare che non succederanno mai, ma mai, ma mai mai mai mai mai, e delle altre volte si dice che basta essere buoni per due mesi, e poi per altri due mesi, e poi per altri due mesi, e poi dopo vediamo”.
Insomma, una sarabanda di personaggi e di situazioni che si incastrano e sembrano perdersi nel non senso, anche se un senso in realtà ce l’hanno. Eccome. La qual cosa finisce per tradursi in una meritata conquista. Di lettori, naturalmente.

  • 15Nov2014

    Mario Baudino - Tuttolibri

    Paolo Nori

    Buoni non si diventa, neppure dopo il coma

    L’accostamento con Nick Hornby è una tentazione irresistibile, suggerita con una certa insistenza dallo stesso titolo: Siamo buoni se siamo buoni.

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  • 14Nov2014

    Claudio Bagnasco - squadernauti.wordpress.com

    Ermanno Baistrocchi, ex editore di successo scampato a un serio incidente (“sono stato morto” si legge in diverse pagine del libro), oggi scrittore che gode di una certa fama grazie al romanzo La banda del formaggio (che l’editore di Baistrocchi avrebbe dovuto pubblicare dopo la sua morte e che invece dà alle stampe durante la sua degenza), padre di Daguntaj (“che significa, in parmigiano, «dacci un taglio»”, p. 17), separato da Emma, della quale per tutta la narrazione auspica il ritorno, è il protagonista di Siamo buoni se siamo buoni, romanzo di Paolo Nori uscito il 9 ottobre per Marcos y Marcos.

    Nori ci ha abituati a uno stile riconoscibilissimo e inimitabile: ogni suo testo, a prescindere dall’ampiezza e dall’occasione per la quale è stato redatto, è non tanto un monologo interiore, quanto piuttosto la trascrizione di un ininterrotto monologo tout court, che del discorso orale ha tutte le caratteristiche: ripetizioni, correzioni o precisazioni di quanto già detto, intercalari, divagazioni, salti temporali, spaziali e logici, repentini cambiamenti di tono e di atmosfera, stilemi del linguaggio colloquiale (come, tra i molti esempi possibili, il che polivalente).
    In Siamo buoni se siamo buoni c’è poi una massiccia presenza di quelle forme che in linguistica testuale prendono il nome di deissi testuali, ossia i momenti nei quali il testo fa riferimento a se stesso: “Non sono sicuro di aver detto cosa eravamo andati lì in Africa a fare”, p. 147; “devo averlo anche già scritto”, p. 155.

    Ma se questo romanzo ha uno stretto legame con la realtà, è anche (se non soprattutto) per motivi che vanno al di là di questi aspetti formali. Per quanto stolido sia istituire collegamenti tra un autore e un’opera, nel caso specifico di Siamo buoni se siamo buoni sarebbe ottuso non rinvenire le profonde analogie tra il protagonista, Ermanno Baistrocchi, e l’autore, Paolo Nori. Intanto, le vicende biografiche: Nori ha avuto un grave incidente nello stesso giorno in cui lo ha avuto Baistrocchi; è l’autore deLa banda del formaggio; codirige un’interessante casa editrice di libri digitali; e come Baistrocchi è nato a Parma, residente a Casalecchio di Reno ed esperto (nonché appassionato) di letteratura russa.
    Se con le coincidenze biografiche, per non peccare di invadenza, è bene fermarsi qui, va notato che nel libro sono riportati addirittura stralci di interventi, scritti od orali, che Paolo Nori presta a Ermanno Baistrocchi: una rapida ricerca su Internet è stata sufficiente, ad esempio, per scoprire che il breve discorso tenuto da Nori sul palco del Concerto del Primo Maggio del 2013 appare quasi integralmente nel volume (pp. 81-83).
    Siamo buoni se siamo buoni, suddiviso in centocinquanta brevi capitoli, è un libro fitto di considerazioni improntate a un sano buon senso, a un realismo disincantato ma pure misericordioso e ironico; è, ancora, un libro che attacca con intelligenza e gusto del paradosso una grande quantità di luoghi comuni: “quella volta lì ci ero dovuto andare per via che non me la sentivo di dire di no a quello che mi aveva invitato che mi aveva invitato già tante di quelle volte e gli avevo sempre detto di no quella volta lì ci ero dovuto andare e avevo fatto un intervento che però non avevo potuto nascondere il fatto che, secondo me, promuovere la letteratura, ha una forza, la letteratura, che sarebbe come se uno volesse promuovere la legge di gravità, che a me mi verrebbe da chiedergli, a uno così «Ma chi sei, tu, per promuovere la legge di gravità?»”, p. 39.
    Altrove ci ritroviamo sbalzati nei territori dell’assurdo: “E un mattino, per radio, ascoltavo molto la radio, intanto che lavoravo, e un giorno dicevan per radio che la produzione industriale era al livello del 1999, e io me lo ricordavo, il 1999, e, devo dire, non si stava male. E nell’uscire di casa per andare dal fruttivendolo avevo pensato che se, per assurdo, qualcuno, nel 1999, avesse detto «Guardate che la produzione industriale è al livello del 1999», tutti avrebbero risposto «Eh, e allora? Che problema c’è?»” (p. 77).
    Anche l’amore è indagato da prospettive originali, sempre ben al riparo da ogni retorica: “Quand’ero un ragazzo avevo scritto una specie di poesia, una delle pochissime cose che avevo scritto prima della Banda del formaggio e diceva, quella specie di poesia: «Passo del tempo cercando filo da torcere, e quando lo trovo lo torco, e quando l’ho torto ne cerco». Ecco, l’Emma, una delle cose belle che aveva, è che era una promessa, continua e inesauribile, di filo da torcere”, p. 185.
    Queste coincidenze tra letteratura e vita e, nel contempo, questo stile così vivido e cordiale, così libero, fanno sì che ogni testo di Paolo Nori sia un lavoro di piena concretezza, quasi un prodotto di artigianato. Raramente la scrittura ha un simile effetto benefico sui lettori, ai quali Nori ricorda (implicitamente ma infaticabilmente) che la letteratura può non essere letteraria, può essere una cosa della vita accanto alle altre cose della vita, eppure può affrontare, anche col linguaggio e i toni della quotidianità, le questioni ultime.
    Quantomeno, questa posizione dà salubri sferzate a chi crede che la letteratura debba essere un luogo per pochi privilegiati, dove gareggiare nell’applicazione di competenze e di intelligenze interpretative.
    Al contrario, lo ripeto, Paolo Nori ci ricorda che la letteratura è un fatto, una cosa che accade. Non a caso, gli autori che Nori predilige (e che cita amorevolmente) sono autori viscerali, da Fëdor Dostoevskij a Venedikt Erofeev, da Albert Camus a Patrik Ouředník.
    Oppure, se in chiusura mi è concesso un piccolo volteggio del pensiero forse ispirato dallo stesso Nori, potrebbe anche darsi l’esatto contrario di quanto fin qui detto: cioè che l’esistenza – così strampalata, così palesemente mossa dal caso o dalla bizzarria di sentimenti e istinti – non possa essere del tutto vera se non sulla pagina.

  • 05Nov2014

    Enrica Brocardo - Vanity Fair

    CARO ERMANNO, TI PRESENTO CIANURO

    La figlia Daguntaj, il genero soprannominato “l’illuminista”, un tizio misterioso di nome Cianuro… il nuovo romanzo di Paolo Nori è un enigma da risolvere. E qui vi diciamo perché vale la pena di leggerlo

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  • 17Ott2014

    Brunella Schisa - Il Venerdì di Repubblica

    Quando Ermanno Baistrocchi riapre gli occhi dopo undici giorni di coma, il mondo intorno gli sembra cambiato. La moglie che non vedeva da anni è lì accanto al suo capezzale, la figlia Daguntaj legge il suo libro, che sarebbe dovuto uscire solo dopo la sua morte. Ma lui non è morto. E perché quel tipo strano, Cianuro, una volta è pelato come una biglia e un’altra ha una chioma fluente?

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  • 10Ott2014

    Paolo Nori - libero.it

    Il giorno che ho scritto questo pezzetto, giovedì 8 ottobre, è il giorno che è uscito un romanzo che ho scritto io e è stato un giorno stranissimo perché mi sentivo un po’ come il protagonista del romanzo che si chiama Ermanno Baistrocchi e che diceva di sentirsi come lo scrittore Maurizio Salabelle. «Mi viene in mente uno scrittore che si chiamava Maurizio Salabelle, scriveva Baistrocchi dentro il romanzo, che il giorno che è uscito il suo primo romanzo, quando è uscito di casa, è andato nella direzione opposta rispetto alla direzione in cui andava di solito, perché di solito andava in direzione della libreria, ma se fosse andato quel giorno in direzione della libreria gli sarebbe sembrato che tutti quelli che l’avessero guardato avrebbero pensato “Guarda quello lì, ha proprio la faccia di uno che sta andando verso la libreria perché è il giorno che è uscito il suo primo romanzo”.

    Solo che, diceva Salabelle, scriveva Baistrocchi, andando nella direzione opposta alla direzione in cui andava di solito, quel giorno che era uscito il suo primo romanzo, aveva l’impressione che tutti quelli che l’incontravano pensassero “Guarda quello lì, ha proprio la faccia di uno che sta andando nella direzione opposta alla libreria perché è il giorno che è uscito il suo primo romanzo”, ecco, secondo me, devo dire, aveva ragione Salabelle, eravam tutti malati e non c’era cura, ammesso che Salabelle intendesse che eravam tutti malati e che non c’era cura», scriveva Baistrocchi, pensavo io giovedì 8 ottobre intanto che non mi decidevo a uscire di casa che sarebbe stato forse un problema, farmi vedere, quel giorno lì. E quel giorno lì, dopo, alla fine, è stato anche il giorno che ho ricevuto una mail di un critico che l’aveva già letto, il romanzo che era uscito quel giorno, e mi aveva detto che l’avevan colpito tre parole, dentro il romanzo: errore, anestesia e stupore, e mi aveva chiesto cosa evocavano a me, quelle parole, e io gli avevo risposto che errore, c’era un libro molto bello di Viktor Šklovskij, sull’errore, L’energia dell’errore, si intitolava, e dentro quel libro Šklovskij parlava di Tolstoj e degli errori che avevano generato Anna Karenina e Guerra e pace e quello era un libro dove c’era anche scritta, tra le altre cose, questa cosa qua: «E come è sacro per me il ricordo di un bambino di due anni e mezzo che, tornando da fuori tutto agitato, senza che facessimo in tempo a togliergli il cappuccio, mi si avvicinò e disse: “Papà, ho scoperto che i cavalli non hanno le corna”; aveva fatto una scoperta», che è una cosa che forse non c’entra ma mi piace tanto. Anestesia, invece, avevo scritto a quel critico, che si chiamava Andrea, è una parola che usa Perec quando dice che noi «dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni», e io mi ci ritrovo perfettamente, avevo scritto. E stupore, avevo scritto poi dopo, che io collego alla pratica della scrittura (scrivere per me è come farsi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore) è il sentimento, se così si può dire, che mi sveglia, che mi costringe a guardare, che mi mette di fronte all’evidenza del fatto che io non so niente e che sono un coglione, e son dei momenti così belli. E dopo poi, niente, mi sembra di aver detto tutto, basta così.

  • 08Ott2014

    Andrea Cirolla - www.minimaetmoralia.it

    Domani esce il nuovo libro di Paolo Nori. Sì, ma dove «esce»? Da dove? E verso dove?
Queste domande che sembrano finte, e che forse sembrano pure l’imitazione di domande che si potrebbero trovare dentro un libro di Paolo Nori, sono invece il semplice effetto di un’esperienza.
    La mia esperienza è questa, quando finisco di leggere un libro di Paolo Nori: comincio ad avere una gran prudenza con le parole. Una cura. Anzi, anche se ho evitato di scriverlo subito, credo si tratti di paura. O forse di emozione. Uno stato di allerta. È così, una parola chiama l’altra, ci si lascia incantare, e appena abbassi la guardia, per usare una metafora, ti scappa un’espressione che se sei abbastanza sveglio da andare a rileggerla, subito o alla fine, poi cominci a domandarti quale sia il senso di quell’espressione, cos’è che volevi veramente dire, e se non è invece la lingua che c’è in giro ad averti usato, a essersi espressa attraverso di te, se a esprimersi insomma non sia stato veramente tu ma quel miscuglio, risultato dei discorsi che si ascoltano di solito per radio, alla televisione, o che si leggono in Rete, e finiscono in qualche modo per anestetizzarti.

    A pagina 148 di «Siamo buoni se siamo buoni» – pubblicato da Marcos Y Marcos come diversi altri libri di Paolo Nori, compreso «La banda del formaggio» di cui questo romanzo, imminente, è il seguito – Ermanno Baistrocchi, il protagonista, parla dell’anestesia.

    Ultimamente, mi capita spesso di parlarne e di sentirne parlare. L’anestesia. Una scrittrice vietnamita-canadese, Kim Thúy, ha creato un personaggio bellissimo, nel suo ultimo romanzo, la cui rinascita consiste nel risvegliarsi da una condizione che si può dire di anestesia. Riporto un brano (da «Nidi di rondine», trad. di Cinzia Poli, Nottetempo, 2014):
«È vero che il volto della Mamma, come quello di mio marito, non lasciava trasparire né il dolore, né la gioia, né tanto meno il piacere, mentre su quello di Julie potevo leggere tutto. Quando ha pianto per affetto alla nascita di mio figlio, il cuore le è apparso in superficie sulle guance, sulla fronte, sulle labbra».
    Ho scritto una email a Paolo Nori per ringraziarlo di questo suo nuovo libro così bello fin dalla copertina azzurrissima; un libro divertente e commovente, che ha dentro inseguimenti e un messaggio cifrato, e parla di come è bello essere morti da vivi (quando il romanzo inizia, il protagonista s’è appena risvegliato in una camera d’ospedale dopo un periodo di coma indotto dai medici in seguito a un incidente – scopre che tutti o quasi, fuori, lo credevano morto), e del fatto che quando hai successo «devi essere pronto a esser preso per il culo», e di moltissime altre cose che messe tutte assieme, com’è spesso sulle quarte di copertina dei libri di Paolo Nori, sembra che non c’entrino nulla l’una con le altre, mentre invece è tutto, meravigliosamente, legato.
In un modo simile, questo accade anche con i libri di Nori tra loro. Ogni libro è come se facesse la sua strada individuale verso degli stessi luoghi, là dove arriva non solo quel libro specifico, ma anche tutti gli altri. Sono luoghi che non si trovano nella realtà, ma in qualche modo anche sì, e credo abbiano a che fare col discorso che Nori fa sull’arte, che «è più vera di quello che è vero, la realtà».
    «Mi accorgo di non sapere dire quasi niente, questo libro non è ancora uscito e, devo dire, mi fa paura», mi ha risposto Paolo Nori quando gli ho chiesto cosa significano per lui tre parole scelte da me, leggendo il suo libro, e di cui la prima è Errore.
«C’è un libro» ha proseguito «molto bello di Sklovskij sull’errore, “L’energia dell’errore”, dove Sklovskij parla di Tolstoj e degli errori che hanno generato “Anna Karenina” e “Guerra e pace”. Di Sklovskij è anche l’idea dell’arte che fa sì che la pietra sia pietra, che a me sembra che sia così vero».
    Pensando al fatto che i libri di Paolo Nori tornano sempre sugli stessi luoghi, mi è venuto in mente un proverbio bresciano che dice: «Se pòrtòm le nostre crus èn piassa, ognü ‘l töl sö la sò». Cioè: «Se portiamo le nostre croci in piazza, ognuno riprende la sua». Ovvero, non si può fare a meno della propria croce, e starci sempre insieme non significa essere condannati a una ripetizione sterile, ma rendere onore a ciò che si è, e avverare il miracolo di una ripetizione che crea, che ci colloca in un luogo o in una situazione che c’è anche se non esiste, o per meglio dire non è visibile a tutti.
    Un esempio, ed è una cosa che c’è dentro «Siamo buoni se siamo buoni», è l’amore. Un sentimento ripetuto. L’attesa dell’esperienza di rivedere, dopo «due lunghi mesi», una persona che si ama, e cioè, nel romanzo, per Ermanno Baistrocchi, Emma. Come l’ha scritta Nori, quest’attesa, sembra la cosa più innovativa che ci sia.
    Prima scrivevo dell’anestesia. Anestesia è la seconda parola della quale ho chiesto il significato a Paolo Nori.
    «Anestesia è una parola che usa Perec, quando dice che dormiamo la nostra vita di un sonno senza senza sogni, io mi ci ritrovo perfettamente.»
    Nel libro c’è scritto… «c’è scritto, e a me era venuto in mente uno scrittore francese che si chiama Perec che una volta ha scritto una cosa dove diceva che bisogna interrogare l’abituale, che è una cosa difficile perché ci siamo abituati e non l’interroghiamo, e lui non ci interroga, e ci sembra che non comporti problemi […]. Non è più neanche un condizionamento, scriveva Perec, è l’anestesia».
    La terza e ultima parola è Stupore, e con la risposta di Paolo Nori chiudo questo pezzo che, mi accorgo, non è una recensione né un’intervista. Forse pure non dice quasi niente di «Siamo buoni se siamo buoni»; ma forse, pure, è meglio così: se vi leggete il libro, vi rimane più sorpresa. E se il mio consiglio interessasse mai a qualcuno, eccolo: leggete «Siamo buoni se siamo buoni», è un libro bellissimo.
    «Lo stupore, che io collego alla pratica della scrittura (scrivere per me è come farsi crescere una piccola macchina della stupore dentro la pancia) è il sentimento, se così si può dire, che mi sveglia, che mi costringe a guardare, che mi mette di fronte all’evidenza del fatto che io non so niente e che sono un coglione, e son momenti molto belli».