Si sente?

Archivio rassegna stampa

  • 21Nov2014

    Alessandro Beretta - Il Corriere della Sera

    Mentre il giorno della memoria si avvicina, si possono incontrare voci inconsuete per attraversarlo, come quella di Paolo Nori con il suo Si sente?, un libro che raccoglie tre discorsi tenuti a Cracovia nel 2009, nella cornice di “un treno per Auschwitz”…

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  • 30Mar2014

    Simonetta Sandri - intervisteweb.blogspot.it

    Il rumore del treno della storia, quel rumore che si sente e non si sente, come quando a Parigi, Milano, Londra o Roma, viviamo nelle vicinanze di una fermata della metropolitana e sentiamo-non sentiamo, balliamo-non balliamo, dormiamo-non dormiamo, percepiamo un tremolio e delle vibrazioni che arrivano insidiose da lontano. Se il rumore non si sente, non significa che treni o metropolitane non lo facciano. Convogli che comunque arrivano, pesanti, lunghi, intensi, carichi di storie e di vite.

    Questo libriccino di Nori ci porta proprio a questa sensazione, a percepire un qualcosa che arriva da lontanissimo, silenzioso, poi rumoroso per un po’ e ancora, di nuovo, silente. Comunque impregnato di sofferenze e gioie, difficile da descrivere. E allora eccoci di fronte ad una raccolta, ammetto di non immediata lettura, di tre discorsi tenuti dal parmense Paolo Nori, dal 2009 al 2013, a Cracovia nell’ambito di Un treno per Auschwitz, un progetto che porta i ragazzi delle scuole nei luoghi della Shoah, progetto organizzato dalla Fondazione Fossoli di Carpi. Si è parlato tanto a gennaio scorso, alla sua ricorrenza, del Giorno della Memoria, ma di fronte a questo terribile momento non basta un semplice ricordo, va approfondito cosa ricordiamo e il suo significato. Cosa che spesso non facciamo. Per lo scrittore si tratta di una sorta di notte bianca, dove tutti si sentono quasi obbligati a uscire. C’è, tuttavia, anche chi non lo fa o chi lo fa pensandone al vero significato. I discorsi affrontano temi molto ampi e non semplici come l’eugenetica, e il suo ruolo storico fin da Francis Galton e dagli “inadatti” di Winston Churchill (basi teoriche e scientifiche del concerto sono descritte in dettaglio), o quello dei crimini dei campi di sterminio nazisti, osservati anche attraverso una visita a Birkenhau.

    Avevo letto Tu passerai per il camino, da adolescente, qui me lo ricordo quando Nori ricorda come si dicesse che “a Birkenau solo le betulle (Birke in tedesco) conoscessero veramente gli orrori compiuti eppure oggi appare tutto ovvio: baracche, treni, camere a gas, forni….Chi immagina che, contrariamente a quanto si pensi, dai quei forni non usciva fumo? La ditta incaricata sosteneva che, per un perfetto funzionamento, non dovessero emettere fumo. Allora guardando al passato con gli occhi del deficiente si scoprono le cose per la prima volta ed esse si fanno davvero fulminanti e micidiali….“. Mi ricordo anche le scene del toccante film Il bambino con il pigiama righe, di Mark Herman, del 2008, quei fumi che non c’erano, che non si sentivano, che non si toccavano, che non si vedevano… Quelle persone vicine, anonimi e tranquilli abitanti, che non sapevano, che magari immaginavano ma che forse non volevano veramente immaginare davvero o crederci. Le immagini sono immediate, i pensieri sconvolti. Nel testo di Nori ci sono anche interessanti riflessioni sul concetto di autorità, obbedienza, vendetta. Di fronte a posti come quelli pensati e creati dai nazisti o ad altri, come agli attuali centri d’identificazione ed espulsione in Italia, ci si domanda come si possa far finta di niente, come si possa non reagire al filo spinato, al buio, alla paura, come non vergognarsi del nostro stare al caldo, comodi e protetti, in un appartamento pulito e profumato, magari in compagnia dei propri teneri gatti. Di cui riflettere. Saggio interessante sul mondo della memoria e il rischio dell’indifferenza.
    Allora una donna che stava dietro di me, con delle labbra blu e che, naturalmente, non aveva mai sentito il mio nome, si e’ riscossa dal torpore che ci avvolgeva tutti e mi ha chiesto in un orecchio (li sussurravano tutti): “Ma questo lo può descrivere ?” E io ho detto: “Posso”. Allora una cosa che sembrava un sorriso e’ scivolato lungo quello che una volta doveva essere stato il suo viso.

    Anna Achmatova

  • 11Mar2014

    Matteo Eremo - Libertà

    NORI, DAI MORTI DI REGGIO A BIRKENAU: UN READING PER CAPIRE LA NOSTRA STORIA

    Partiamo dalla fine, da una libreria stracolma di gente che applaude uno scrittore vestito tutto di nero…

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  • 05Mar2014

    Matteo Eremo - Libertà

    PAOLO NORI: “QUEL LABILE CONFINE TRA BENE E MALE”

    Paolo Nori è un autore dallo stile inconfondibile, tutto da ascoltare. Sentirlo leggere e interpretare le proprie pagine costituisce un’esperienza unica, che sfocia nel teatro, senza volerlo.

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  • 08Feb2014

    Stefano - JustNews.it

    Riflessioni sui campi di concentramento.

    La Società Dante Alighieri della Polonia pubblica la lettera del fantasiologo Massimo Gerardo Carrese
    Il fantasiologo Massimo Gerardo Carrese scrive una lettera a Paolo Nori, autore del recente libro  Si sente? (Marcos y Marcos, 2014) che tratta di Birkenau e di Auschwitz. Il testo integrale del fantasiologo è pubblicato nei “Quaderni” della Società Dante Alighieri di Katowice, Polonia
    Paolo Nori è un noto scrittore e traduttore russo, collabora con giornali nazionali come “Il Manifesto”, “Libero” ed è autore Feltrinelli, Bompiani, Einaudi, Laterza, Quodlibet.

    A lui si devono le traduzioni, tra le  altre, de Le anime morte di Gogol e il romanzo postumo di Tolstoj Chadži-Murat. Il fantasiologo Carrese lo ha incontrato a Bologna in occasione della presentazione del suo ultimo libro Si sente?, testo che discorre dei campi di concentramento di Birkenau e Auschwitz. Massimo Gerardo Carrese scrive nella lettera che  Nori ha prodotto “un libro straordinario, nel senso etimologico del termine, fuori dell’ordinario”. Infatti, i campi di concentramento sono descritti con la tecnica dello straniamento, cioè con un effetto di sconvolgimento, un modo altro di percepire la realtà e di raccontarla, al fine di rivelarne nuovi aspetti. È così che Paolo Nori, senza descrivere direttamente i campi di concentramenti, li imprime nell’immaginazione del lettore, sottolinea Carrese nella lettera apprezzata dallo scrittore.

    Eccone uno stralcio:
    «I tre discorsi che formano Si sente? hanno uno sguardo distolto dai campi di concentramento. Ed è questo che permette di vedere quei campi e quei luoghi circostanti più di ogni altra descrizione.Un tema tragico, quello dell’olocausto, visto con uno sguardo da deficiente, come tu stesso scrivi, intendendo uno sguardo che permette di ritrovare il senso delle cose che guardiamo, perché siamo assuefatti dall’informazione, dalle abitudini, da adattamenti che ci fanno perdere il senso dei luoghi, il senso delle cose più piccole e comuni, come i bottoni. È questo sguardo da deficiente – dal latino deficere, mancare – che permette di vedere. Ecco, per me, questo tuo scrivere così vuol dire straordinario.»
    La Società Dante Alighieri di Katowice, Polonia, ha voluto pubblicare integralmente il testo di Carrese non solo perché Birkenau e Auschwitz sono in Polonia ma perché Paolo Nori racconta, per esperienza diretta, anche dei polacchi e del loro vivere quotidiano e del loro vivere nelle case di fronte a Birkenau. Nel testo, Carrese traccia anche i ruoli della fantasia che si attivano con la tecnica dello straniamento. La lettera è pubblicata nei “Quaderni della Dante” ed è disponibile a questo indirizzo:

    https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZGFudGUta2F0b3dpY2Uub3JnfG5vd2F8Z3g6ZjYwZDE1YjUxNTQ1NWRm

    Info: www.fantasiologo.com oppure https://twitter.com/CMGfantasiologo

  • 06Feb2014

    Nunzio Festa - stefanodonno.blogspot.it

    Si sente? Tre discorsi su Auschwitz, di Paolo Nori (Marcos y Marcos)

    In questi giorni, almeno, si riparla d’Enzo Taddei, dell’anarchico e scrittore livornese che tra l’altro fu confinato nella mia Basilicata, a Bernalda in provincia della Matera città dei Sassi. E quella figura antica, diciamo, non può che farmi pensare a una più attuale: Nori. Il Paolo Nori che oltre a permeare sempre e continuamente il suo stile di scrittura, come potrete vedere dai suoi romanzi sopratutto ma anche dalle sue scritture/post appiccicati al suo sito personale, con l’ultimissimo “Si sente?” ricorda che esiste un solo modo di ragionare: riflettere senza farsi bollire dai luoghi comuni e dimenticandosi quotidianamente che esistono certezze a priori; figuriamoci, poi, se un Nori deve ‘lavorare’ per la Giornata della Memoria, lui proprio, che odia manifestazioni di questo tipo ed eventi pensati soltanto ricorrenze e basta. Ma capiamo meglio.

    Allora, Paolo Nori dal 2009 al 2013, per la Fondazione Fossoli, deve tenere tre discorsi nell’ambito del progetto “Un treno per Auschwitz”, pensato per sensibilizzare le scuole di Fossoli, comune prossimo a Carpi dove c’era un centro di smistamento per prigionieri razziali e politici diretti ai campi di concentramento nazisti, sulla Shoah (insieme a Nori c’era pure Andrea Bajani). Quindi Nori, franco e pungente come al solito e soprattutto coerente in una lettura della realtà che sceglie solo di star dalla parte del vero, a volte similmente in questo al ‘collega’ Pascale Antonio, non può che pensare quanto e come spesso la Giornata della Memoria “sia fatta per ricordare a prescindere, senza porsi molte domande in merito, senza approfondire, senza sapere che cosa significhi ricordare” – tipo se si dovesse organizzare una “notte bianca” che condiziona tutti a uscire di casa obbligatoriamente. Fatta la premessa, vi chiederete perché allora il libretto di Nori esce proprio qualche giorno prima del 27 gennaio. Ma la risposta è più che semplice, ché il libro non deve esser portato alla stregua delle medagliette e delle targhe commemorative nei vari momenti pubblici. Deve aiutare il dibattito. Provarne uno perfino, magari. Impossibile infatti far finta di niente quando si deve rileggere, per esempio, che l’eugenetica, dottrina fortemente messa in pratica dal Reich, che prima di tutto era una dottrina razzista, fu formulata ben prima dell’avvento del dittatore Hitler ed era sostenuta, tra gli altri, dal sig. Winston Churchill. Tutti pronti alla segregazione degli “inadatti”. Fino alle pagine magnifiche sulla strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. Quella della nota canzone. Motivo sottotraccia sulle riflessioni dedicate ai concetti: autorità, obbedienza, vendetta. Qui, comunque, non sono proprio d’accordo che basti lo sguardo ingenuo utile per entrar correttamente nel male di Birkenau. Serve, a mio avviso, meditare accordandosi ai propri strumenti critici. Però come non aver da questa lettura in poi in mente che dai campi d’annientamento tedeschi non usciva il fumo cantato da Guccini? Perché è proprio così. La ditta incaricata dell’allestimento dei forni sosteneva che per un funzionamento perfetto, tedesco diremo, del mezzo, il fumo non dovesse escer emesso da quelle macchine di morte. Ricordando quel che siamo e/o dovremo essere, ecco: “Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono ‘Ti dà fastidio, il rumore dei treni?’ ci vien da rispondere ‘Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?’ Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore. E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui”. Nori il russo, autore per esempio di “Grandi ustionati” e “Si chiama Francesca, questo romanzo”, come dell’imperdibile “Mo mama. Di chi vogliamo essere govarnati”, studia noi ma parla con Charms.

  • 27Gen2014

    Martina Pagano - criticaletteraria.org

    Si sente? è una raccolta di tre discorsi tenuti da Paolo Nori, dal 2009 al 2013, a Cracovia nell’ambito di Un treno per Auschwitz, un progetto che porta i ragazzi delle scuole nei luoghi della Shoah organizzato dalla Fondazione Fossoli (Fossoli è una località vicino Carpi dove sono ancora presenti resti di un centro di smistamento di prigionieri razziali e politici diretti ai campi di concentramento del Reich).

    Le riflessioni di Nori partono da un’osservazione frequentemente condivisa, che la Giornata della Memoria sia fatta per ricordare a prescindere, senza porsi molte domande in merito, senza approfondire, senza sapere che cosa significhi ricordare. Nella visione dello scrittore emiliano è una specie di notte bianca, magari quella che una volta all’anno si tiene nel proprio paese, e tutti si è obbligati a uscire.

    Il paragone di certo non regge, ma il 27 gennaio è ugualmente preso d’assalto dalle solite reazioni di circostanza.
    Per questa ragione i suoi tre discorsi affrontano questioni ampie che, in un secondo momento, si rivolgono ai crimini dei campi di sterminio nazisti. Si parla, ad esempio, di razza e di come l’eugenetica sia sì stata ferocemente messa in pratica dal Reich, ma formulata anni prima da chi sosteneva che le persone andassero divise in ‘stock’ e che vedeva anche Winston Churchill tra i favorevoli alla segregazione degli individui ‘inadatti’ che potevano diffondere la loro progenie.

    Ci sono anche riflessioni sul concetto di autorità, obbedienza, vendetta in Si sente? in cui Paolo Nori cita fatti di cronaca italiana come la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, da lui raccontata nel libro Noi la farem vendetta. Una vicenda che non lascia indifferenti, non solo per la morte per mano della polizia di alcuni manifestanti in uno sciopero pacifico, ma anche per l’atteggiamento adottato dallo stato italiano durante i processi.

    Alla base dei pensieri racchiusi nel libro c’è una questione centrale, raccolta nell’ultimo discorso, Birkenau, e ragiona sul modo in cui si guardano le cose.

    Con il tono ironico, immaginandolo se, come di consueto, stesse leggendo il suo libro, Paolo Nori invita tutti ad essere un po’ deficienti. Osservare il mondo da deficienti significa apprendere le cose per la prima volta, senza darle per scontate. Nominare una parola è molto meno immediato che descriverne il significato. Come quella volta che Tolstoj parlò di fustigazione, una pena ben nota nella Russia ottocentesca, senza chiamarla per nome ma spiegando in cosa consistesse quella punizione generando, così, un effetto ben più diretto.Si dice che a Birkenau solo le betulle (Birke in tedesco) conoscano veramente gli orrori compiuti eppure oggi appare tutto ovvio: baracche, treni, camere a gas, forni….Chi immagina, scrive Nori, che, contrariamente a quanto si pensi, dai quei forni non usciva fumo? La ditta incaricata sosteneva che, per un perfetto funzionamento, non dovessero emettere fumo. Allora guardando al passato con gli occhi del deficiente si scoprono le cose per la prima volta ed esse si fanno davvero fulminanti e micidiali:
    Ecco voi, domani, secondo me, avete, se posso permettermi, un privilegio, che vedrete Birkenau per la prima volta nella vostra vita e io, dopo fate come volete, ma io credo che vi convenga provare a guardarlo da deficienti, con gli occhi del deficiente che vive dentro di voi, e se sapete qualcosa, per le due ore che sarete lì, al mattino, dimenticatevelo, guardate, usate gli occhi, sentite gli odori, sentite quel che vi dicono le guide come se fosse la prima volta che sentite quelle cose, fate funzionare quella macchina dello stupore che avete, tutti, dentro la pancia.
    È lo stupore che oggi dovrebbe accompagnare ogni gesto, perché oggi, ed ecco che Paolo Nori torna ad ampliare sempre più la sua riflessione, nulla è più scontato e, quanto al nostro paese, beh, è un po’ l’impero austroungarico di Stefan Zweig. Crollato.
    E se hanno messo un guinzaglio all’illusione, per citare un’altro un altro emiliano, non accontentiamoci, andiamo a fondo, non perdiamo quel tanto di deficiente che è in noi.

  • 26Gen2014

    Alberto Sebastiani - caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it

    Paolo Nori e il treno per Auschwitz

    «La Giornata della memoria non mi piace, è come le Notti bianche, come se uno dall’alto arriva e ti dà l’ordine di fare una cosa in quel momento: uscire tutta la notte o ricordare lo sterminio». Paolo Nori è una persona che non nasconde quel che pensa. Così quando Silvia Mantovani della Fondazione Fossoli lo invita a “Un treno per Auschwitz”, viaggio con gli studenti del modenese ai campi di sterminio polacchi in occasione della Giornata della memoria, le dice sinceramente cosa pensa di quella ricorrenza. «Mi aspettavo mi mettesse giù il telefono, invece mi ha detto che la pensava un po’ così anche lei, e a quel punto mi era impossibile dirle di no»

    , così parte, con altri scrittori e musicisti. E’ il gennaio 2008, un giorno e mezzo in treno all’andata e altrettanto al ritorno, poi le visite ai campi, la lettura serale, il concerto finale. E tante parole scambiate in treno. «Io che sono un taciturno mi sono trovato a parlare per 13 ore di fila». Cose insolite, come quel viaggio.
    Un’esperienza che quest’anno Nori ripeterà per la sesta volta, e per la quale ha scritto finora cinque discorsi, letti agli studenti durante il viaggio: «due li ho già pubblicati, e ora con Si sente? (Marcos y Marcos) escono gli altri tre: Esattamente il contrario, Noi la farem vendetta? e Birkenau». Discorsi presentati giovedì con lo scrittore Daniele Benati alla libreria Modo Infoshop. «Dieci anni fa mai avrei pensato di scrivere un libro su questo argomento, primo perché non so scrivere solo su un argomento, secondo perché io al tempo non leggevo libri sui campi di concentramento: quegli studi e quei romanzi con in copertina il filo spinato mi facevano paura, mi giravo dall’altra parte». Poi con “Un treno per Auschwitz” molto è cambiato, anche se «non è detto che un libro su Auschwitz sia per forza un libro che vale qualcosa, ma ce ne sono di straordinari. Il problema è sempre come si parla della cosa».
    «Ma tu non è che hai scritto libro su Auschwitz in senso classico – dice Benati – Sono tre discorsi che dimostrano che sei uno scrittore di grande umanità. Parli in prima persona, attingi alla tua vita, ti metti in gioco come persona, anche nei difetti, scrivi senza barare, per questo trovi sempre più lettori. Non parli mai in maniera diretta di un argomento, ma è come se parlassi di un personaggio, Paolo Nori, che parla dell’argomento, dando così un taglio diverso, anche su un argomento difficile e pericoloso come Auschwitz, in cui la retorica e la pigrizia mentale prendono spesso il sopravvento, in film e libri. Inviti ad avere uno sguardo da “deficiente”, l’unico per capire, perché ormai siamo assuefatti alle informazioni, non le sentiamo più. Parli dei martiri di Cervarolo, sui monti di Reggio Emilia, dove una figlia ha riconosciuto il padre riesumato solo da un bottone, e questo piccolo oggetto, il bottone, ci lega ad Auschwitz. Accompagni gli studenti di fronte alle cose che vuoi fargli vedere».
    Un viaggio nel viaggio, dunque. Un viaggio che dà da pensare: «Birkenau ha attorno condomini che danno sul campo, e ci vive gente – dice Nori – La prima volta mi son chiesto: ma come fanno? Poi il giorno dopo sono entrato nel campo con lo scrittore Andrea Bajani, parlando di letteratura: è facilissimo abituarsi ai posti terribili». Esiste però quello che Carlo Lucarelli, anche lui tra gli scrittori coinvolti dalla Fondazione Fossoli, chiama “il punto di rottura”, quello in cui si scoppia in lacrime. C’è stato anche per Nori: «la prima volta a Birkenau ho avuto una guida polacca che raccontava con fatti e numeri quel che era successo. Dopo 40 minuti entriamo nella sauna, dove i prigionieri erano svestiti e rivestiti con le divise. Alla fine dell’edificio c’è una parete con le fotografie degli internati, ma sono vestiti normali, qualcuno è anche in posa… era della gente», e ancora adesso, a parlarne, gli vengono gli occhi lucidi.

  • 25Gen2014

    Redazione - Libero

    Per gentile concessione dell’editore Marcos y Marcos, pubblichiamo alcuni brani del nuobo libro di Paolo Nori Si sente?, in libreiain questi giorni.

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  • 23Gen2014

    Redazione - Il Giornale

    Pubblichiamo, per gentile concessione della casa editrice Marcos y Marcos, un estratto del libro di Paolo Nori Si sente?, in libreia da oggi.

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  • 22Gen2014

    Andrea Cirolla - minimaetmoralia.it

    I DISCORSI DI PAOLO NORI

    «… a un certo momento a me mi è sembrato che la mia vita fosse quasi tutta quella roba lì, fare delle cose che non son capace di fare, parlare di argomenti dei quali non so niente, raccontare il niente che so, o che non so, chissà come si dice, e anche quest’anno, quando mi han chiesto di venire ad Auschwitz a parlare […], se fosse successo cinque anni fa io gli avrei risposto “Chiamate magari un altro, che io non ne so niente […]”, invece quando mi hanno chiamato quest’anno gli ho detto di sì».

    Lo ha scritto e pronunciato Paolo Nori nel secondo dei tre discorsi riuniti in Si sente?, il suo nuovo libro, che Marcos y Marcos fa uscire domani nelle librerie. Il passaggio prosegue così: «… non si parla di Auschwitz […], si parla di vendetta, non so niente neanche di Auschwitz, ma di vendetta ne so un po’ meno riesco a parlarne meglio». Eppure, in questo libro si parla proprio di Auschwitz, e in modo più utile ed efficace e intelligente che in tanti altri libri e discorsi. Quello che volevo dire però, per iniziare, è un’altra cosa, è che lo scrivere, così legato al parlare, così legato al pensare (presumo) di Paolo Nori riceve una verità generale da quel passaggio, che è un passaggio chiaramente socratico. Mi pare. Poi provo a spiegare in che senso. Prima, però, le presentazioni.
    Si tratta di tre discorsi pronunciati a Cracovia tra il 2009 e il 2013 nell’ambito della manifestazione «Un treno per Auschwitz», che ogni anno la Fondazione Fossoli organizza e che consiste in un viaggio da Carpi ad Auschwitz di alcune centinaia di studenti delle scuole superiori della provincia di Modena con un gruppo di storici, musicisti, registi, scrittori e testimoni.
    Il primo discorso è dedicato alla razza, si intitola «Esattamente il contrario». Il secondo alla vendetta, appunto; si intitola «Noi la farem vendetta?» e si conclude riproducendo un altro discorso ancora, pronunciato il 7 luglio del 2010 a Reggio Emilia e dedicato ai fatti di piazza dei Teatri del 7 luglio 1960 (a quei fatti, Nori, nel 2006 ha dedicato un romanzo il cui titolo è «Noi la farem vendetta», senza punto di domanda). Il terzo discorso è dedicato a Birkenau, ma non parla solo di Birkenau. Parla anche dello straniamento come tecnica di comprensione, e di come far «funzionare quella macchina dello stupore che avete, tutti, dentro la pancia», e del diritto dei bambini (ma anche degli adulti) di piangere, e di tante altre cose. Vale pure per gli altri due discorsi. Ho provato a fare un elenco delle tante – altre – cose di cui parla nella sua interezza questo libro, denso di corrispondenze interne e con l’intera opera dell’autore, un libro che è solo formalmente un’antologia e gode di un’organicità sorprendente. Alcune di quelle cose sono: la difficoltà di iniziare qualcosa, il piacere di far qualcosa che si è scelto, il non saper perché si fa quel che si è scelto di fare, il perché si scrive, i formalisti russi, la difficoltà di memorizzare i nomi dei personaggi nei romanzi russi, il piacere di prendere un interregionale, l’innamorarsi su un treno, magari un interregionale (ma di interregionali non ce ne sono più), il rischio di trasformarsi in vanghe, la storia che può raccontare un bottone, la recita del pensare.
    Non è una notazione particolarmente intelligente né una novità che intorno all’argomento dichiarato di un’opera, sia un saggio un romanzo o un discorso, si sviluppi una molteplicità di altri argomenti. Quegli argomenti possono essere direttamente funzionali al tema (in questo caso i cinque operai ammazzati dalla polizia il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, come i perseguitati dal nazionalsocialismo, sono vittime della violenza di Stato) o rimandare a quello indirettamente, essere digressioni o pure divagazioni.
    La prosa di Nori ha in sé una natura divagatoria, la ha nel suo stile, nella sua lingua, «una lingua concreta» ha detto lui in un’intervista alla Rai, influenzata da quella degli scrittori (Celati, Cornia, Benati ecc.) di Il semplice, rivista modenese uscita tra 1995 e 1997, che era una lingua «anche macchiata da quei regionalismi che io [allora] cercavo di nascondere, perché credevo fossero il segno di una scarsa cultura, […] la lingua che io sentivo intorno a casa mia, nei bar, nelle strade […] che prima non poteva entrare nei libri, che erano i libri di chi aveva studiato».
    Lo stile di Nori, come lo stile di un qualsiasi altro scrittore, non coinvolge il lettore soltanto sul piano estetico. Lo stile di uno scrittore, ed è la cosa più interessante, rivela la sua visione del mondo, il suo modo di leggere gli eventi, già tutta una teoria della conoscenza. Quando Nori nel terzo discorso di questo libro (ma già, ad esempio, in Grandi ustionati) parla dello straniamento, citando Viktor Šklovksij, come di quello stile, quella «attenzione», quella capacità «da deficienti» di vedere sempre le cose come se le si vedesse per la prima volta, parla anche di sé, della sua postura, la quale si riflette in una prosa che è un po’ un campo dove si svolge un esercizio filosofico, una pratica di apertura non giudicante nei confronti dei fenomeni, un esercizio di vita svolto a partire da una epoché.
    E cosa accade quando una prosa del genere prova a raccontare la Shoah? Quando prova cioè a raccontare un evento che di norma sguscia via dalle parole? Nori riesce a descrivere quell’evento – a questa prova invita la poesia di Anna Achmatova in esergo – e a reinserirlo nel mondo. Lo fa divagando, con un moto centripeto dove tutto, ogni divagazione, torna sul tema, ma insieme racconta già, in qualche modo, come una monade, tutto intero e tutto da capo il tema, risuonando insieme al tema, a partire da una situazione che apparentemente non lo riguarda per nulla. L’esempio più efficace è il racconto di Annalisa, una redattrice della Feltrinelli con cui Nori ha lavorato a diversi libri, morta per un tumore alla bocca: «Era come se, con l’accanirsi della malattia, si accanisse anche lei, sempre di più, nella sua resistenza, e mi aveva fatto venire in mente […] quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’era stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakovič. Come per dire: “Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore”».
    C’è una frase, verso la conclusione del libro, decisiva: «secondo me il valore di questo viaggio è che ci son settecento persone che quando tornano in Italia hanno più strumenti per capire quel che succede in Italia adesso». Nori non invita gli studenti, e i lettori, a dirottare la comprensione di quell’evento in una memoria da archiviare, dunque sterile; l’invito è a fruire di quella comprensione, ad abbandonare la paura di affrontare l’orrore arrivando persino a “sporcare la materia” se necessario, a contaminarla, a permettere che diventi insegnamento e azione qui e ora, a trasformare il timore reverenziale per l’evento-Shoah, nei confronti del quale si reagisce spesso voltandosi dall’altra parte, in rispetto, il rispetto che deriva dalla conoscenza, a rifuggire dunque da una morale inerziale e a diffidare dai buoni sentimenti senza consapevolezza, a imboccare, infine, quell’«unica via d’uscita, l’unica strada che si può percorrere, […] preclusa dalla nostra educazione. Perché, nonostante sia chiaro, da qualsiasi analisi storica, […] che il male derivato dall’obbedienza all’autorità è stato molto superiore rispetto a quello derivato dalla disobbedienza all’autorità, diffidare dell’autorità, ribellarsi all’autorità è esattamente il contrario di quel che ci insegnano fin da quando siam piccoli».

  • 22Gen2014

    Redazione - mentelocale.it

    Giorno della Memoria 2014. Paolo Nori presenta Si sente?
    Lo scrittore emiliano legge in anteprima il suo nuovo libro. Una riflessione sull’orrore di Auschwitz. Ai Frigoriferi Milanesi
    Mercoledì 22 gennaio Paolo Nori legge e presenta in anteprima nazionale Si sente? Tre discorsi su Auschwitz (Marcos y Marcos, 2014) il suo nuovo libro, nei negozi dal 23 gennaio.

    La presentazione si tiene dalle 19.30 ai Frigoriferi Milanesi, l’hub culturale di via Piranesi. L’evento è ad ingresso libero, ma è consigliata la prenotazione allo 02 29515688. Al termine è prevista una degustazione di vini toscani.
    Il nuovo libro di Nori raccoglie tre discorsi che l’autore ha letto durante altrettanti viaggi fatti ad Auschwitz, con seicento studenti e un gruppo di musicisti, giornalisti e scrittori.
    Si Sente? esce a ridosso del 27 gennaio, il Giorno della Memoria dedicato al ricordo delle vittime della Shoah e del Nazifascismo e contiene tre discorsi nati dalla visita al campo di concentramento polacco dove sono morte circa un milione e mezzo di persone.
    Nel libro, lo scrittore emiliano affronta i temi della razza, della vendetta e dei rischi connessi all’indifferenza.

  • 11Gen2014

    Redazione - chetempochefa.blog.rai.it

    Libri. Consigli di metà gennaio.

    Paolo Nori, Si sente? Tre discorsi su Auschwitz, Marcos y Marcos.
    Il libro raccoglie i discorsi letti a Cracovia durante i tre viaggi memorabili fatti ad Auschwitz, in treno con seicento studenti di liceo e un drappello di musicisti, giornalisti, scrittori. Si parla della razza, dell’unica vendetta possibile, che è difendere quello che siamo e ancora di non aver paura e come imparare a guardare davvero, come se fosse la prima volta, come se non sapessimo niente, per capire.