Si chiama Francesca, questo romanzo

Archivio rassegna stampa

  • 01Mar2013

    La Compagnia del Libro - Tv2000

    Un romanzo da leggere ‘live’
    Si chiama Francesca questo romanzo, e già dal titolo capisci che ti trovi di fronte a un testo non convenzionale, sgusciante, imprevedibile. E subito le prime pagine confermano l’impressione: il romanzo di Paolo Nori rieditato dall’editore Marcos y Marcos è pensato, organizzato e scritto per essere live, catturare un pubblico senza la mediazione di qualsiasi mezzo che non sia il racconto, l’atmosfera che ti avvolge a colpi di frasi concepite come la pulsazione irregolare ma consapevole di un brano jazz.

    Paolo Nori lo sta presentando in giro per l’Italia assieme al grande pianista e compositore Carlo Boccadoro, musicista versatile e esploratore instancabile di sonorità e grammatiche nuove, che lo accompagna esaltando le capacità pirotecniche del testo.
    La tournée ha già toccato Bologna Torino e Milano, ma sono previste altre date, che verranno puntualmente rese note sul sito dell’editore www.marcosymarcos.com
    Certo poi c’è la lettura personale, in solitudine che inizia come un corpo a corpo con uno stile come detto colloquiale, che sconcerta ma progressivamente afferra il lettore fino a farlo piombare dentro al meccanismo gestito da una sintassi nervosa e scivolosa, per una storia ricca di inventiva come di avvenimenti paradossali, ironici e a volte drammatici, dove abbondano anche riferimenti culturali e citazioni letterarie, molta Russia di cui l’autore è conoscitore profondo e divulgatore appassionato.

  • 02Lug2012

    Bookworm - RadioRock.to

    Marcos y Marcos è un editore che mi piace; mi piacciono le copertine, mi piacciono i caratteri grandi, mi piace la rilegatura solida, i prezzi ragionevoli, e soprattutto quando mi sono lasciata tentare da una copertina o una quarta o un incipit di un autore che non conoscevo non sono mai rimasta delusa. Quindi quando mi trovo in uno dei tanti megastore che dividono i libri per editore, l’angolino di Marcos è il primo dove vado a scartabellare.

    Il risvolto di copertina che mi ha sedotto questa volta è stato questo: “Paolo Nori, che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, non sa mai cosa scrivere in queste note di copertina dove dovrebbe far finta di non essere lui e fare capire che è bravo, e intelligente, e modesto, e che ha scritto un mucchio di libri che sono piaciuti moltissimo anche ai giurati dei premi letterari e hanno avuto successo anche oltre confine in diverse lingue straniere”. Ovviamente il trucco sta nel fatto che questo risvolto è tutt’altro che modesto, quindi viene la curiosità di scoprire quanto sia bravo e quanto “se la tiri” nel testo del romanzo. Che si chiama Francesca, questo romanzo.
    Nella mia ignoranza pensavo di avere scoperto una novità. Alcune indicazioni nel testo mi hanno portato a cercare la data del copyright originale e ho scoperto di essere arrivata con soli 10 anni di ritardo: il libro è del 2002, ristampato da Marcos y Marcos dopo che Nori aveva nel frattempo prodotto altri 17 libri e una ristampa. Però io l’ho scoperto adesso grazie alla copertina e al suo risvolto.
    E sono contenta di averlo scoperto, di avere visto che se la tira tantissimo, ma in fondo a ragione, è una scrittura che a una prima impressione sembra un fiume in piena di monologo interiore, scorrevole e travolgente, pieno di spunti ironici e immagini lampo, brevi geniali fotografie, che strappano volentieri una risata di sorpresa. Poi dopo qualche capitolo ci si comincia a chiedere come fa a portarla avanti, la storia, come fa a non perdere per strada l’attenzione del lettore. E allora si capisce quale lavoro enorme deve esserci dietro, per tenere dietro le quinte le trame parallele, facendole comparire solo per un momento qua, poi la, dove non te lo aspetti, saltando nel tempo e fra i luoghi e i personaggi, così da riagganciare a Roma una considerazione su un evento, magari cronologicamente successivo, a Bologna, o ritrovare, quasi per caso, la spiegazione di un indizio lanciato in mezzo al racconto pagine o capitoli prima.
    Certo, è irritante sentire l’autore sempre dietro alla pagina che ti fa vedere quanto è bravo, soprattutto man mano che si va avanti e si viene coinvolti dalla sua indubbia sensibilità e curiosità verso le persone, tutte le persone, e i meccanismi e le coincidenze del vivere umano. E anche degli oggetti, a volte. Magari calca un po’ troppo la mano, ma il suo sguardo sul mondo è talmente acuto e cordiale che arriva ad aprire finestre di comprensione normalmente utilizzate solo dai poeti. Ne sono un esempio i dialoghi dislessici del protagonista con le donne, che lo imbarazzano tanto da fargli perdere la coerenza di una lingua che per il resto è, beatamente per il lettore, perfetta e con tutte le virgole ai posti giusti. E la genialità di fargli incontrare, a un certo punto, una fotografa timida quanto lui: “Che io Mesto seduta? le avevo chiesto volendo chiederle dove ci saremmo dovuti mettere per fare il servizio, e lei Se non derangia subitaneo le scale, e aveva guardato l’orologio Trigesi, mi aveva detto intendendo che se non mi dispiaceva uscivam sulle scale che avremmo fatto presto avevamo solo tredici minuti di tempo. Armonia, le avevo risposto io, ed eravamo usciti su per le scale”. Che non si chiama Francesca, la fotografa.

  • 28Mar2012
  • 05Mar2012

    Toni Noar Augello - sololibri.net

    Se leggiamo il termine pazzia nell’accezione di libertà, lo scrittore Learco Ferrari, alter ego dell’autore, è un pazzo scatenato. In Si chiama Francesca, questo romanzo (prima edizione 2002; riedito da Marcos Y Marcos nel 2012), fugge continuamente i suoi pensieri vocianti lasciandone puntualmente traccia sul suo taccuino di viaggio. In questo romanzo tuttavia non c’è né un taccuino, né un viaggio preciso, piuttosto un trasloco.

    Learco non è mai fermo, anche quando è seduto, e nei suoi giri non ci lascia mai a digiuno di particolari, un po’ come se avesse installato una microcamera nascosta da qualche parte, nel suo cappello nero da scrittore. Oltre a consentirci di osservare ogni suo passo, questa immaginaria microcamera è dotata anche di una specialissima funzione audio, in grado di rilevare non solo rumori e suoni dal mondo esterno, ma anche quelli dei suoi pensieri assillanti, che raramente gli concedono un attimo di tregua.
    Learco, a modo suo, è uno che sa come muoversi tanto sulle strade rotabili che in quelle eteree delle sue elucubrazioni, che diventano, senza sforzo e senza badare alla punteggiatura, scrittura intrisa di ironia, ansia, paura e voglia insieme. Una scrittura diaristico-compulsiva, labirintica, che è ormai un marchio di fabbrica per Learco, già autore di Bassotuba non c’è, Spinoza, Grandi ustionati, ecc. Un giro di jazz che insiste sempre sugli stessi accenti, ma che ugualmente ti tiene incollato al ritmo, contagiandotene. Come in un labirinto che si rispetti, si può tornare sui propri passi, non arrivare da nessuna parte, ma come sostiene uno dei passi più ottimistici della filosofia sufi, di cui egli è strenuo ammiratore, una persona che viaggia nell’oscurità sta pur sempre viaggiando. C’è da fidarsi?, si chiede. Non più di quanto il lettore possa fidarsi di lui, questo fantastico impostore narrativo, mai a corto di cose da raccontare, che pure, nell’epigrafe al libro, con le parole di Kurt Vonnegut, avverte:
    Io, da parte mia, mi sono sempre considerato un paranoico, un iperattivo, una persona che si guadagna da vivere sfruttando in modo opinabile le sue malattie mentali.
    D’altronde anch’io al posto suo sarei disposto a gabbare il lettore pur di non tradurre più in russo manuali di macchinari non meglio specificati. Con il suo originalissimo stile letterario, Paolo Nori fa il verso alla vita con la stessa licenza ed insistenza che la vita puntualmente ti riserva, lasciandoti un senso di riscatto, di rivincita. Un po’ come quelle volte in cui sei disposto a cambiare la direzione ed il senso delle cose prestabilite, e pensi: “al diavolo, stavolta si fa come dico io”. Per leggere e godere della scrittura di Nori devi accettare questo presupposto: non stai per leggere roba qualunque, stai per leggere il romanzo di uno che ha deciso “al diavolo, si fa come dico io”.

  • 25Feb2012

    Marianna Rizzini - Il Foglio

    Da qualche parte tra la via Emilia e l’antica via Porretana, un giorno, un tizio ha deciso di farsi darsi due settimane per capire cosa fare della sua vita. Lo scrittore, si è detto il tizio…

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  • 20Feb2012

    Redazione - Che tempo che fa blog

    Paolo Nori, Si chiama Francesca, questo romanzo (Marcos y Marcos). Stile aderente al parlato per un romanzo che si scrive da sé mentre leggiamo e che contiene una macchina meravigliosa, un posto per andarci a riflettere, una città russa famosa per la sua produzione di pentole, un armeno che gli piace citare Cechov crede di essere furbo, una certa dose di compiacimento nello scoprire di essere poco normali, una quantità di pensieri …

  • 05Feb2012

    Dario Pappalardo - la Repubblica

    Leggendo Paolo Nori, non si sa dove cominci il suo protagonista, Learco Ferrari, e dove finisca lui. Questo per i flussi di coscienza parmigiani e i dati biografici pressoché sovrapponibili: l’amore per la Russia, i lavori in Algeria e in Iraq, l’attività di traduttore di manuali…

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  • 03Feb2012

    Chiara Besana - affaritaliani.it

    Marcos y Marcos riporta in libreria “Si chiama Francesca, questo romanzo” di Paolo Nori. Per raccontare il romanzo, immaginiamo un viaggio con lo scrittore. E così fantasia e realtà si mescolano, ed è l’occasione per parlare della trama del libro, della copertina e dello stile di Nori… Una “non-recensione” scritta omaggiando, tra l’altro, lo stesso stile letterario che ha reso celebre lo scrittore emiliani. Forse perché, dopo aver letto un suo libro, è difficile non farsi contagiare…

    Paolo Nori l’ho visto per la prima volta a Torino fuori dal Salone Internazionale del Libro molti anni dopo aver letto Bassotuba non c’è all’Osteria del Sottovento, quando Gessica aspettava che io finissi il turno e c’era da tagliar corto con l’oroscopo di Carlo, il barista, e mi aveva chiesto Ma te l’hai letto Bassotuba non c’è? I critici dicono che Paolo Nori scrive sempre lo stesso libro e anche Gessica una volta mi disse la stessa cosa che dicono i critici. Solo che lei quella volta lo diceva con soddisfazione che si capiva che era felice che un libro di Paolo Nori fosse così tanto alla Paolo Nori.
    Dicevo che ho visto Paolo Nori al Salone del Libro di Torino che se ne stava fuori seduto su un muretto insieme a una ragazza molto giovane, e lui le parlava, e la ragazza sorrideva e forse anche lei era seduta sul muretto, non ricordo, ma stava per venire un temporale che solo a Torino, in Maggio. E loro stavano fermi lì. E lui parlava e parlava e io pensavo ma chissà cos’ha da dirle a quella ragazza, Paolo Nori, e lei sorrideva moltissimo, si capiva che Paolo Nori era un suo caro amico o che forse era innamorata dello scrittore Paolo Nori, ma sicuramente non era un’addetta dell’ufficio stampa, non all’imbrunire di una domenica fuori dal Salone del Libro di Torino, in Maggio. Quella volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto andare lì da Paolo Nori e dirgli Ciao. Sai che ho letto Bassotuba non c’è a quindici anni invece di seguire le lezioni di fisica? Ma la ragazza giovane sorrideva e Paolo Nori parlava e io ho pensato che era meglio prendere un taxi all’Hotel Genio ho detto al taxista, e ho guardato Paolo Nori e la ragazza diventare sempre più piccoli. Si chiama Francesca, questo romanzo è stato da poco ripubblicato da Marcos y Marcos. Proprio all’inizio c’è scritto Allora i romanzi, ci vorrebbe una macchina miracolosa così, per risalire dal romanzo alla vita di quello che scrive il romanzo, solo la gente è difficile che lo capisce, la gente gli basta che vede una cosa stampata, ci crede subito, quello che vede.
    Ho perso il numero di telefono di Paolo Nori perché a Natale il mio telefono se ne è andato per un gesto falotico. Falotico è un aggettivo che piace molto agli adelphiani e che se è scritto bene non è un errore di stampa, significa balzano stravagante vi risparmio di andare a vedere sul dizionario ci sono già andata io. Questa frase è un omaggio. Quindi ho chiesto il numero a un amico e ho chiamato Paolo Nori e gli ho detto Ti ricordi di me? Lui dopo un po’ si ricordava. Poi è stato un gran dire come va e come stai e cosa fai e cosa fai tu e come stai tu, e così. Ho visto che è appena uscito, gli ho detto. Ma che bella la copertina. Più bella di quella di Einaudi. Pensa che piace anche a mio fratello quello piccolo, quello che si chiama come te. Mentre giocava con la PSP mi ha detto Chiara cosa leggi? La storia di uno che forse trasloca poco distante dalla stazione di Bologna in un appartamento ammobiliato, gli ho risposto poco gentile perché mi aveva interrotto nella lettura. Il disegno mi piace, e mi si è fatto vicino per stiracchiare la copertina e guardarla meglio, la storia com’è? Come la storia che racconta Aleksandr Pjatigorskij in Filosofia di un vicolo, gli ho risposto, ché ero arrivata a quel punto del libro.
    Allora ho chiamato Paolo Nori e gli ho detto ascolta Nori, vieni con me a Dozza domani pomeriggio? Ti passo a prendere con la macchina, poi andiamo a Imola, passiamo davanti al grattacielo che non ci possiamo sbagliare perché è l’unico, e partiamo da lì, che poi te lo spiego perché partiamo da lì. A me guidare piace moltissimo e poi se devi trovarmi un difetto non è che quando guido tiro su dei gran marciapiedi come quella tua Francesca là. Io guido da dio, gli ho detto.
    Giovedì alle tre del pomeriggio Paolo Nori è lì col suo cappottino e il suo cappellino sul marciapiede dal lato giusto, io accosto e lui mi vede e sale e mi dice Ciao guardando dritto davanti, e io Ciao gli dico guardandolo, sono contenta che vieni con me. Ti metto l’ultimo dei Ravenoettes che secondo me non l’hai sentito ed è molto bello. Immagina delle chitarre surf riverberate e cupe come quelle dei Cure, solo che sono due danesi che vivono a New York e lei è uno schianto.
    Io metto la prima e poi la terza finanche la quarta mentre canto When I’m terrified I close my eyes, when I’m sad and blue I chose to fight, Paolo Nori guarda fuori dal finestrino mentre passiamo tre volte dall’ospedale di Imola perché devo prendere la via Emilia andando verso nord e poi girare su a sinistra e gli racconto di quando conoscevo uno che si era trasferito a vivere da Dozza in Brianza, e poi per colpa mia era tornato a Dozza e quando ripenso a quella cosa che è successa anni fa mi vergogno tanto che vorrei fare come diceva mio nonno e mettermi a letto a piangere finché non passa tutto, solo che mio nonno me lo consigliava per il raffreddore e per gli altri malanni non funziona bene, mi sa.
    Poi dopo aver letto Si chiama Francesca, questo romanzo ho anche ammesso che quella tra me e quello che si era trasferito da Dozza in Brianza e poi di nuovo a Dozza era stata una storia d’amore, tra le altre cose, e avevo deciso di vedere almeno una volta questa Dozza dato che non mi ci aveva portato nemmeno una volta in gita, quel mio amico là, a Dozza. Andiamo a destra o a sinistra secondo te? Siamo girati di qua, andiamo pure di qua, mi ha detto Paolo Nori che a me sembrava di averla già sentita quella frase lì, ma dopo dieci minuti neanche eravamo a Dozza e ci siamo fermati in curva dove si vedeva tutta la piana di Imola sotto che era tutta grigia e anche quella storia di quello che da Dozza era andato in Brianza, in quel momento che ci stavo ripensando, era tutta grigia, e non so se avevo fatto proprio bene a voler andare lì a Dozza, con Paolo Nori, in inverno poi. Allora forse Paolo Nori mi ha visto che ero un po’ tutta grigia pure io come il paesaggio e mi ha detto andiamo a bere una birretta che conosco un bar a Imola che ci sono venuto una volta per una presentazione. Ma già che c’eravamo gli ho detto che mentre leggevo Si chiama Francesca, questo romanzo ho pensato che ci sono due momenti che valgono tutto il libro a prescindere, come diceva quello là. Che uno è Come son messo, che se uno mi dicesse delle cose come quelle che aveva scritto lui in quel capitoletto, io capitolerei subito. Poi c’è quella parte in cui il protagonista deve andare a prendere la sua amica che si chiama Francesca e sappiamo che qualche tempo prima ha avuto un bruttissimo incidente con una gravissima ustione che lo costringe a portare una tutina che fanno in Irlanda anche se ti prendono le misure a Milano e che costa moltissimi soldi, una tutina speciale che impedisce alla pelle di ricrescere troppo velocemente e di fare tante cicatrici che dopo sarebbero antiestetiche, che devi lavare tutti i giorni e che se non la indossi bene può succedere che un piede ti sanguini facendoti camminare poco ratto ma con passo zoppino e agile, e sappiamo anche che il protagonista dovrà sottoporsi a un’altra operazione prima asimmetrica poi simmetrica alla testa, sempre però molto delicata e che quel giorno che deve arrivare la sua amica Francesca il protagonista indossa un cappottino e un cappellino mentre attende il bus numero dodici che lo porterà alla stazione dove arriverà il treno con la sua amica Francesca dentro, e gli scappa l’occhio dall’altra parte della strada e vede in una vetrina il riflesso di un omino in un cappottino con un cappellino in testa, patito, sciupato, malato. E avvicinandosi alla vetrina l’immagine si allarga sempre di più e lui sta lì a guardarsi e chiedersi E be’? Che roba è?
    E dopo succede una cosa che speri non ti possa mai succedere mai nella vita, una di quelle cose che mi hanno fatto pensare alle Lettere mistiche di Santa Caterina da Siena e insieme a quella volta che ero in ospedale e c’era tutto il letto sporco e mi ero svegliata dall’anestesia urlando, e poi segue la fuga dell’omino protagonista sull’autobus e quella storia di Gary Cooper che fa sorridere a mezzo e poi l’omino arriva in stazione, dove proprio mentre sta ponderando se nascondersi o meno, compare Francesca, che è così bella, e gli dice Ciao, come stai? E lui risponde Eh, in alto i cuori. Ecco quella parte lì del libro penso sia perfetta, che non ti facevo capace di tanta delicatezza, gli dico a Paolo Nori mentre guido in discesa per andare a bere una birretta in una bar di Imola, che io una cosa così non l’ho mai vista scrivere a nessuno, tanto che poi alla fine mi è venuta anche voglia di leggere un libro di filosofia sufi.

    (questo è un testo di fantasia, che prova a raccontare in modo diverso un romanzo – e uno stile – molto particolare)

  • 02Feb2012

    Simona Corni - i-libri.com

    “Questo romanzo, gli ho detto, la storia che si racconta, gli ho detto, non è una storia d’amore, che le storie d’amore dentro i romanzi d’amore sono sempre contrastate, vi sembra contrastata la mia storia con Francesca? gli ho chiesto alle voci.” […]
    “Il fatto che non sia contrastata, la storia d’amore, non vuol dire che questo non è un romanzo d’amore, ha detto una di quelle voci che stanno sulla mia testa. È semplicemente un brutto, romanzo d’amore, ha detto una di quelle voci che tengo io sopra la testa…”

    Learco Ferrari, 36 anni, è un traduttore annoiato dall’italiano al russo, uno scrittore alienato, partecipa a convegni e presenta libri suoi e di altri autori; è “sociopatico”, appassionato di filosofia sufi e soffre di “tipici esempi di immaginazione”.
    Fra i tanti episodi che di cui si narra sin dalle prime pagine, spicca quello dell’incidente, avvenuto durante uno dei suoi numerosi viaggi, che “il trenta percento del corpo faccio fatica che sono ancora tutto convalescente, il settanta percento dal canto suo è sano perfettamente” e che ci viene raccontato lentamente, a piccole dosi, di capitolo in capitolo. L’evento condiziona decisamente il personaggio, tanto fisicamente quanto mentalmente, ma non per questo va a costituire il motivo principale del romanzo e rimane, piuttosto, intessuto sottovoce in tutta la trama.
    Anche Francesca, dopotutto, che dà il titolo al libro, non è poi una presenza così costante ed invadente ma proporzionalmente intercalata tra le vicende dei familiari di Learco e le sue stesse vicissitudini o i suoi ricordi.
    Già dall’epigrafe che recita “Io, da parte mia, mi sono sempre considerato un paranoico, un iperattivo, una persona che si guadagna da vivere sfruttando in modo opinabile le sue malattie mentali”, capiamo che quello che ci si sta piazzando davanti non è un personaggio comune, che quella che stiamo per leggere non è una storia “normale” per poi renderci conto, durante la lettura, che la storia è, invece, assolutamente consueta mentre è il modo di raccontarla che è insolitamente travolgente.
    Se proprio volessimo mettergli un’etichetta, potremmo banalmente dire che si tratta di una storia d’amore, come sostengono le voci che stanno sulla testa di Learco oppure, come afferma lui stesso, che si tratta della “storia di un trasloco” o forse, sarebbe più semplice darne una definizione per negazioni, dicendo, piuttosto, cosa non è.
    Il romanzo si scrive da sé mentre noi lo leggiamo. A mano a mano che sfogliamo le vicende del personaggio, queste prendono forma nel testo che il protagonista-scrittore sta buttando giù e che le voci contrastano.
    Queste voci sono le sue antagoniste, una sorta di antipatico grillo parlante tutto postmoderno “facci vedere a noi l’atto di proprietà della tua testa, e noi ti lasciamo tranquillo…” o ancora “Oh, gli dico alle voci, ma cosa avete, lì sulla mia testa? Eh, mi dicon le voci, il centro civico. Biblioteca, cineteca, emeroteca, mi dicon le voci…” e sono una presenza così tanto ingombrante da indurre quasi il personaggio a commettere un “vocicidio”.

    Attraverso la trasposizione grafica che Paolo Nori fa del linguaggio verbale così come siamo abituati ad ascoltarlo, l’uso personale della punteggiatura, il puzzle di episodi a volte ripresi da altri suoi romanzi, la costruzione di dialoghi seriosamente esilaranti, la costruzione di personaggi sopra le righe come lo stesso Learco, la nonna o lo studente Giordano Maffini, viene fuori uno stile decisamente esuberante, vorticoso, incalzante e spiazzante.

    “…i critici già adesso mi dicono sempre Ti ripeti ti ripeti, Ti ripeti ti ripeti ti ripeti, Ti ripeti ti ripeti ti ripeti ti ripeti, mi dicono i critici…”
    Ma, queste ripetizioni, insieme alle altre particolarità sopra elencate, costituiscono certamente la forza del romanzo, dell’autore e del suo alter ego Learco:
    “Guarda, secondo me la cosa migliore è non dire proprio niente, mi sono detto, e poi mi sono chiesto Ragiono male? Ragioni bene, mi sono risposto…”

  • 01Feb2012

    Redazione - Donna Moderna

    Non è facile riassumere questo libro. Direi che è la cronaca quotidiana di un pezzetto di vita di uno scrittore, che vive traducendo dal russo manuali di istruzione ed è reduce da un incidente…

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  • 24Gen2012

    Andrea Coccia - booksblog.it

    Da qualche giorno è di nuovo nelle librerie, grazie a Marcos y Marcos, Si chiama Francesca questo romanzo, uno dei più quotati di Paolo Nori, scrittore parmense che ha fatto del proprio stile aderente al parlato, anacolutico e ripetitivo una vera e propria bandiera. Se avete mai avuto occasione di sentire Paolo Nori leggere i suoi scritti vi sarete senz’altro chiesti, da tanto quell’operazione di lettura risulti naturale, come mai non ne producano direttamente degli audiobooks (su ilpost.it trovate degli estratti letti dall’autore).

    Protagonista di questo libro vorticoso – sia nello stile, come al solito a pioggia, sia nella costruzione avvolgente, è ancora una volta Leandro Ferrari. Per molti versi Leandro e Paolo si assomigliano, come spesso capita nella letteratura che si nutre della linfa vitale e delle ossessioni dell’autore che la mette in pagina. Ma a differenza di altri grandi narratori dell’ossessione, Paolo Nori sembra divertirsi a mettere sul palcoscenico della sua finzione il suo Leandro, personaggio un po’ impacciato un po’ pazzo, assillato dalle voci che sente nella testa e innamorato di Francesca.
    Qualcuno potrebbe pensare che lo stile di Nori sia istintivo, raggiunto con facilità dall’autore perché aderente al parlato, quasi grossolanamente. Io non credo che sia così, credo che dietro alla voce di Leandro ci sia un lavoro mica da ridere di Paolo, che spesso dimostra nelle sue pagine di amare le circonvoluzioni logico-linguistiche. È questo il caso della pagina più bella del libro (pp. 110-111), quando Leandro si fa travolgere dalla confusione e dall’emozione mentre parla con una fotografa al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Pagina che mi permetto di citare per intero dopo il salto.

    Che io Mesto seduta? le avevo chiesto volendo chiederle dove ci saremmo dovuti mettere per fare il servizio, e lei Se non derangia subitaneo le scale, e aveva guardato l’orologio Trigesi, mi aveva detto intendendo che se non mi dispiaceva uscivam sulle scale che avremmo fatto presto aveva solo tredici minuti di tempo.
    Armonia, le avevo risposto io, ed eravam usciti su per le scale, lei aveva cominciato a scattare, Orme, Area, Dick Dick? le avevo chiesto, volendo chiederle se c’era bisogno che le parlassi di musica, Disinteresse tecnico, mi aveva detto lei, e significava che per via delle foto potevo fare quel che volevo, Direttamente libentera, aveva aggiunto, che voleva dire che però se parlavo lei era contenta.
    Professione altro che poligrafi? le avevo chiesto poi dopo mentre scattava avrei voluto chiederle se fotografava solo degli scrittori, Altro, altro, mi aveva risposto lei intendendo che solo quelli, fotografava.
    Questione tollera, le avevo chiesto poi dopo, Semestri molti nema buttar su? e volevo dirle di scusare la mia domanda, era molto tempo che non fiondava? Semestri sei, mi aveva risposto lei, scabroso concepire poligrafi cifra, mi aveva risposto, e intendeva che eran tre anni e che non si può neanche immaginare, quanti sono al mondo gli scrittori da fotografare.
    Riconoscenza, mi aveva detto poi dopo alla fine alzando la mano, e si era girata aveva sceso le scale era montata su un motorino si era infilata un casco si era lanciata nel traffico capitolino con le macchine fotografiche che le sbattevano da tutte le parti.
    Paolo Nori

    Si chiama Francesca questo romanzo 
Marcos y Marcos
 14,50

  • 01Gen2012

    Redazione - Flair

    Learco Ferrari è stralunato e malinconico, il suo motto è sempre stato “Io sono quello che non ce la faccio”. Eppure…

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