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Sempre altrove

Archivio rassegna stampa

  • 09Apr2018

    Alida Airaghi - ilpickwick.it

    L’altrove poetico di Federico Hindermann

    L’editore milanese Marcos y Marcos ha pubblicato all’inizio di quest’anno un’antologia dell’opera di Federico Hindermann (Sempre altrove. Poe­sie scel­te 1971-2012), curata da Mat­teo M. Pe­dro­ni e in­tro­dot­ta da Fabio Pu­ster­la.
    Hindermann, poeta coltissimo e appartato quanto pochi, nacque in provincia di Biella nel 1921

    da padre svizzero-tedesco e madre piemontese, passò la sua prima infanzia a Torino e si trasferì poi a Basilea. Qui e a Zurigo studiò romanistica e letteratura comparata, intraprendendo la carriera giornalistica. Dal 1950 divenne lettore all’università di Oxford e, conseguito il dottorato, ricoprì la carica di professore di filologia romanza all’università di Erlangen. Tornato in Svizzera, si dedicò all’attività di traduttore e di direttore editoriale per la casa editrice Manesse. Morì ad Aarau nel 2012. La sua produzione letteraria iniziò nel 1941 con la pubblicazione di poesie in tedesco, ma dal 1978 proseguì servendosi principalmente della nostra lingua.

    A cavallo tra la cultura elvetica e quella italiana, Hindermann ha nutrito i suoi versi di apporti dal tedesco, dal francese e dall’inglese, grazie alla frequentazione assidua delle diverse letterature e alle esperienze lavorative in Germania e in Inghilterra. Le sue poesie, oltre a utilizzare termini stranieri, evidenziano eredità culturali che dagli ermetici (Montale, soprattutto) risalgono a Dante, e si nutrono di apporti filosofici e scientifici.
    Un’attenzione particolare è riservata alla natura, nei suoi elementi vegetali e animali, indagati e nominati con estrema precisione. Uccelli e insetti, con la loro alata e quasi angelica leggiadria, con la loro effimera, gioiosa e colorata esistenza, abitano i versi come messaggeri simbolici di significati “alti”, di doti morali: farfalle coccinelle libellule, fringuelli allodole colibrì gazze e pettirossi. Piccoli abitanti dei boschi e dei campi, celebrati nella loro innocente fisicità.
    Giustamente Roberto Galaverni definisce Hindermann “poe­ta an­zi­tut­to di ester­ni, del ve­de­re, dell’os­ser­va­re, del ca­pi­re”: con le creature più piccole vige un rapporto di francescana solidarietà e amicizia, talvolta velato da una pena leggera, dal senso di colpa di chi si riconosce artefice di violenza, padronanza e sopruso: “Perdóno / supplico per la farfallina bionda / che nel suo strano delirio / m’accarezzava la fronte e che uccisi, / senza saperlo, schiaffeggiando a tastoni / nella penombra; perdóno / per quest’altra vittima / del mio ottuso potere, / così infimo eppure sempre / così male usato”.
    Un rapporto ancora più empatico, di intenso legame affettivo e di reciproca dipendenza, lo lega ai gatti, regali, flessuosi e indipendenti inquilini del tepore domestico. Il micio “impigrito” o “spampanato” che con lui ascolta una sonata di Schubert, o “il gatto che lungo / il vetro sonnecchia e cui scuote / un crampo le ganasce e freme / azzannando nel vuoto / voli lontani”; o ancora Beaux-yeux, il felino di casa, che torna con una piccola preda, rivelando sentimenti di gioia, fierezza e terrore quasi umani: “in uno / sguardo che uguale brilla / nel toporagno e in Beaux-yeux tigrata / che me lo porta in dono ancora vivo. / Forse le fusa e lo stridìo non sono / che voci di un’unica bontà”. Animali che patiscono e com-patiscono insieme a chi li osserva, in una comune fragile creaturalità: “I polpastrelli rosa del gatto / raccolto a mazzetto sotto il muso a dormire / come fossero grazia soltanto / e non forse angoscia, preghiera / fiori deposti / in sacrificio anche loro”.
    Si nota, nelle poesie di Federico Hindermann, la ripetizione frequente del verbo “passare”, non solamente nel significato di trasmettere, mandare segnali da un essere all’altro, ma anche indicando la fugacità lieve di un transito nel vivere, di un tacito percorrere le ore e le giornate.
    Sono versi, i suoi, nutriti di poche parole, di scarsi colloqui (“quanto silenzio bisogna / aver ascoltato, quanto cielo negli occhi…”), e invece pieni di sguardi, lunghi attenti e meditativi, che sanno transitare dall’osservazione incantata di un particolare a una riflessione più filosofica, cosmica, dall’impronta religiosa. Il “Tu” cui spesso il poeta si rivolge non sottintende però alcuna supplica, non richiede l’esaudimento di una preghiera; è piuttosto pura contemplazione dell’altro da sé (alla maniera dei mistici tedeschi citati, Eckhart, Böhme), che si confonde con una riflessione sul tempo e sulla fine del tempo: numerose sono infatti le poesie per i morti, ambientate nei cimiteri o durante un funerale.
    La scrittura di Hindermann non sollecita nessuna confidenza, rimanendo algidamente classica, ponderata, discreta; pur nella linearità dello stile sa farsi abissale, concentrandosi nello scavo semantico e nell’interrogazione sospesa sul mistero dell’inspiegabile, del non misurabile, del tragicamente necessario: “Sull’uscio di casa, / appena giunto sull’uscio / già mi conturba il mondo”, “S’aggancia al cielo, trascina / in altre logiche che non so seguire / quest’episodio in eterno forse, / scrollando le spalle, riassesto / forse il respiro che rantola, stenta, / o faccio macerie del mondo / che debbo reggere, i piedi puntati / sui sismi, le ondate forse / riposeranno, il capriccio di un attimo basta / per credere che tutto sia”.
    Nelle ultime raccolte in forme brevi chiuse (un quinario e due endecasillabi rimati), il tono si fa più sentenzioso e ironico con l’assumere le forme di mottetti o stornelli, nutriti di richiami biblici, danteschi e carnascialeschi medievali, rimanendo comunque pregno di pensosa malinconia: “Per me diffido / del bene: fatto, non voglio saperne; / del male no: ce l’ho già fin dal nido”, “In usufrutto / Dio dona la mela che mordo: perché / la gioia già col rimorso d’un lutto?”.
    Fabio Pusterla nella prefazione al volume sottolinea quanto il ricorso costante alle antitesi metta in luce due caratteri fondamentali e opposti della scrittura di Hindermann: armonia e contrasto, così come sembrano essere riassunte dal titolo di una sua raccolta del 1980: Docile contro. La voce del poeta, sempre controllata a evitare sbavature emozionali, nutrita di una solennità asseverativa, è però anche pacata, ricca di pietas: docile, appunto, nella capacità di adeguarsi all’esistente, mantenendo però una sua consapevole e orgogliosa alterità.

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/3514-laltrove-poetico-di-federico-hindermann

  • 25Feb2018

    Roberto Galaverni - La Lettura

    Docile e tuttavia contro la disarmonia della vita

    Tra le poesie di Federico Hindermann ce n’è una, intitolata Epitaffio, che può valere come un ritratto in miniatura del particolare carattere della sua parola poetica.

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  • 08Feb2018

    Luisa Debenedetti - librierecensioni.com

    Federico Hindermann, poeta nato in Italia ma vissuto per buona parte fella sua lunga vita in Svizzera, è stato un uomo di grande cultura, praticamente sconosciuto in Italia, che ci ha regalato nell’età matura una poesia forte, vertiginosa e complessa.
    La pubblicazione “Sempre altrove” raccoglie quarant’anni di lavoro, componimenti essenziali, di non semplice lettura e immediata comprensione, in cui ogni parola racchiude un mondo.

    Hindermann dà un’immagine di sé discreta e contenuta, che svela poco a poco la portata della sua scrittura a noi che “nati guerci”, “siamo di carne viva in usufrutto”. Il lettore viene irretito dal susseguirsi delle assonanza, dal gioco delle contrapposizioni tanto che viene spinto a leggere e rileggere per scoprire o riscoprire questo autore che è stato indicato come un letterato a tutto tondo. Abituato allo stare a cavallo fra più lingue, Hindermann inserisce spesso vocaboli in francese, tedesco, spagnolo e anche in dialetto piemontese.
    La natura è protagonista, espressione di vita, manifestazione tangibile di un creatore:
    “Dio dona la mela che mordo: perché
    la gioia col rimorso d’un lutto?”
    rappresentazione del punto di partenza, la nascita, e della fine, la Morte.
    Affascinato dalla bellezza delle farfalle e dalla loro breve vita (o forse come gli angeli sono eterne?), libere come gli uccelli ma così leggere e sbeffeggiate dall’uomo:
    “lampeggia
    da ultimo in punta di spillo
    infisso nel torace, ex-farfalla
    dimentica delle fauci
    di calici schiusi, schemi d’antere” (Il volo del lasso – 1983)
    E ancora i gatti, Hindermann è particolarmente colpito dalla bellezza e dal carattere enigmatico di questi felini, a cadenza regolare compaiono elementi propri dei gatti che lo scrittore utilizza nel suo rapportarsi con il mondo, nei suoi versi raffinati, tra piante e fiori, spuntano polpastrelli rosa, punte di code, peli fulvi e musi.
    “… il gatto
    spampanato in poltrona
    da qui ti saluta, ti augura
    di meditare come lui con gli occhi
    non si sa se chiusi o aperti, ma attenti
    alle sortite da terra dei topi,
    ai voli in cielo” (Se chiusi o aperti – 1986)
    Soppesando le parole Federico Hindermann ha creato delle contraddizioni armoniose. I richiami gatteschi permettono di balzare tra questioni universali in una carezzevole visione oppositiva del mondo. Da ultimo, per la circospezione, l’attenzione ai dettagli e per l’essere in grado di graffiare; oppure per la capacità di ascoltare i silenzi e per quella di ritrovare continuamente un suo equilibrio.
    Da leggere e rileggere.

    http://www.librierecensioni.com/libri-online/sempre-altrove-federico-hindermann.html

  • 06Feb2018

    Susanna Tartaro - susanna-tartaro.blogspot.it

    Come quando un amico ti presenta una persona che non conoscevi, e che diventa un altro amico ancora, da un libro si può passare a un altro e poi a un altro, allungando di un po’ il cammino che pensavamo di fare ma con esso l’orizzonte della conoscenza.

    Certo è che dell’amico, come del libro, ti devi fidare, cioè deve essere un buon amico.

    E’ così che ho incontrato Federico Hindermann, cammina cammina, seguendo le tracce prima di Giorgio Orelli, che mi hanno fatto fare una deviazione verso Vittorio Sereni, e poi quelle di Fabio Pusterla, autore della bella introduzione a questo volume di poesie, quarant’anni di testi del poeta svizzero Federico Hindermann.

    L’immagine del cammino, non solo nella forma del percorso esistenziale, torna anche nella raccolta. Panorami alpini, speroni di roccia, gli incontri casuali…

    Nella struttura poetica, i testi spesso obbediscono a quel ribaltamento formale, di tono e di atmosfera e che negli haiku chiameremmo kireji, offrendo al lettore una sorpresa nel finale.

    Ribaltamento nel ribaltamento è stata poi la scoperta della poesia dedicata a Issa, il grande maestro di haiku, che cristallizza il dolore del maestro zen per la perdita della figlia Satojo. Il lutto di Issa, diventa anche di Hindermann e infine di chi legge, un dolore accessibile attraverso a una poesia dove trapelano, come a squarciarla, micro citazioni di haiku giapponesi e parole dal suono meraviglioso ma intraducibile.

     

    Ci dividono mari, le lingue,

    senza più orme gli anni lupi grigi

     

    Bella la copertina. Che sia proprio la farfalla di un haiku Issa?

     

    Vola una farfalla

    sono anch’io

    come polvere

    (Issa 1763-1828)

    https://susanna-tartaro.blogspot.it/2018/02/ci-dividono-mari-le-lingue.html