Se ti abbraccio non aver paura

Archivio rassegna stampa

  • 25Feb2017

    Redazione - secondocapitolo.wordpress.com

    Se ti abbraccio non aver paura || Fulvio Ervas

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte.
    Si parte prima.
    A volte molto prima.
    Sono bastate poche parole: “Suo figlio probabilmente è autistico”.

     

    La lettura, i libri, sono quella cosa che ti fa viaggiare anche restando fermo, col solo potere delle parole: perlomeno, è quello che i buoni libri dovrebbero essere in grado di fare. Questo è il caso di Se ti abbraccio non aver paura, che ti prende per mano e ti accompagna nel viaggio di Franco e Andrea. Un viaggio che però si rivela un’immersione a 360° nel loro mondo e ti sbatte in faccia la realtà di una malattia di cui si parla molto poco: l’autismo.

    Andrea nasce sano, fino a due anni e mezzo di età è un bambino come tutti gli altri, dice le sue prime parole, gioca, ride. Poi iniziano le prime stranezze, sguardo assente, il bambino diventa cupo e introverso. Gli viene diagnosticato l’autismo: è qui che, per Franco e la sua famiglia, inizia il veroviaggio, senza ritorno, per una meta sconosciuta. Ed è proprio per questo che Franco Antonello ha voluto condividere la sua storia affidandola ala penna di Fulvio Ervas, per parlare di una malattia di cui poi non si sa molto, da cui ci si lascia intimorire senza capire minimamente con cosa si ha a che fare.

    Non è questo il caso di Franco, però, che si rimbocca le maniche e si impegna ogni giorno per garantire ad Andrea una parvenza di normalità e lo mette nella condizione di fare tutte le esperienze della sua età. Nell’estate dei suo 17 anni, Andrea e Franco partono per un viaggio dal sapore epico: l’America on the road. Un girare, vagabondare, spingersi sempre oltre, senza un itinerario fisso, senza una meta certa: si parte da Miami, Florida, e si arriva a Los Angeles, California, con un  miriade di tappe intermedie alla scoperta degli U.S.A.; si prosegue con il Messico e poi giù per l’America Latina, fino al Brasile e all’ultima tappa, Arraial d’Ajuda, raggiunta con una missione speciale. Qui si concluderà il viaggio dei due protagonisti, ma anche quello di noi lettori: con un po’ di rammarico salutiamo Franco e Andrea, ma vorremmo continuare a immergerci nelle loro avventure, entrare ancora per un poco nelle loro vite caotiche e coloratissime, non sempre rose e fuori, ma certamente straordinarie.

    La trama è lineare, procede ordinatamente di tappa in tappa. Quello che si incontra lungo la strada è un universo ricchissimo di personaggi , di incontri, di vissuti, di scambi, di grandissima umanità in tutte le sue variegate forme. Ma sopratutto, pagina dopo pagina, si impara a conoscere Andrea attraverso gli occhi di Franco; i momenti più toccanti saranno forse le letture delle comunicazioni private tra padre e figlio: Andrea, che a voce si esprime a monosillabi o in modo molto elementare, in forma scritta riesce invece, tramite la tastiera del pc, a dare forma ai suoi pensieri per mezzo di piccole frasi, tanto più brevi quanto più intense e condensate.

    Ci sono libri a cui non sei preparato, li inizi senza sapere esattamente cosa ti aspetta: è un viaggio anche per il lettore, un viaggio verso una meta ignota. Sapevo di cosa trattava questo libro, è vero: ero informata sulla storia di Andrea, avevo visto diversi servizi televisivi, mi ero già emozionata con lui e per lui. Ma un conto è avere “un assaggio”, un conto è immergersi del tutto nella cronaca day by day di un viaggio fatto da un padre con suo figlio autistico.

    Mi è servito qualche giorno per assimilare il senso di questo libro, ho dovuto lasciarlo decantare un pochino per poterlo recensire: mi ha toccata profondamente e non sapevo bene come parlarne. Qui non c’entra un giudizio di stile o di contenuto: l’unica cosa che possiamo fare davanti a una storia del genere è osservare con umiltà e ringraziare chi, con molta gioia ma anche con molta fatica, ha deciso di condividere tanta parte della sua vita con noi lettori. Con noi lettori “sani”, sopratutto, noi che non sappiamo neanche cosa sia l’autismo, noi che viviamo le nostre vite dando tutto per scontato, che ci lamentiamo dei nostri piccoli problemi quotidiani e che forse siamo stati adolescenti irrequieti, problematici,  scontenti, sentendoci il centro del mondo, come è giusto che fosse a quell’età. Ma come non sentirsi piccoli piccoli davanti alle vicende di Andrea, ragazzo autistico “intrappolato in pensieri di libertà”, nel suo mondo fatto di colori (“i colori sono i miei umori e le parole che non riesco a dire”), manie, sensibilità speciale e senza filtri? Andrea capisce tutto perfettamente, è intelligente e non si perde un dettaglio di quello che gli succede intorno: il suo problema, come tutte le persone affette da autismo, è l’incapacità a comunicare col mondo esterno, impossibilità a esprimere i propri sentimenti e a relazionarsi con gli altri secondo le norme socialmente e silenziosamente pattuite (e invece Andrea tocca la pancia agli sconosciuti, li abbraccia, li bacia). E proprio per questo ne soffre, come rivelerà al padre in tanti suoi messaggi scritti “Andrea: Andrea chiede aiuto testa confusa male sto; Franco:CHE AIUTO VUOI? Andrea: A guarire da mia condizione di autismo. Sono stanco di stare così“.

    Cosa può fare un padre davanti a una simile richiesta da parte del figlio? Molti genitori si sono persi difronte alle malattie dei figli, non hanno saputo reagire, si sono lasciati andare. Ma per fortuna Franco non è uno di questi: fa del suo meglio non solo per garantire ad Andrea la miglior vita possibile fintanto che riuscirà a stargli accanto e prendersi cura di lui; ma si impegna anche attivamente per educare la società di oggi e di domani alla sensibilità tutta speciale di questi ragazzi, di queste persone*.

    Insomma, trovo che “Se ti abbraccio non aver paura” sia una prova d’amore senza eguali, che ti resta dentro e vale senz’altro una lettura.

    *Nel 2005 Franco Antonello ha fondato “I Bambini delle Fate”, una organizzazione senza scopo di lucro che finanzia progetti sociali, gestiti da associazioni di genitori, enti o strutture ospedaliere, rivolti a bambini e ragazzi con autismo e disabilità e alle loro famiglie.

  • 21Feb2017

    Redazione - ecshivers.com

    Se ti abbraccio non aver paura

    Ci sono libri nati per lasciare un messaggio e per farti riflettere. Alcuni riescono perfino a migliorarti.

    “Se ti abbraccio non avere paura” è la scritta che Andrea, ragazzo autistico di 17 anni, porta sulle sue t-shirt, perché non può fare a meno di abbracciare le persone che incontra, anche se spesso esse lo temono o lo ignorano.

     

    L’abbraccio è per Andrea il gesto, che gli permette di trovare punti di riferimento stabili, in un mondo per lui sempre più inestricabile . Quando aveva appena tre anni gli fu diagnosticato l’autismo e  la sua famiglia dovette affrontare ciò che babbo Franco definisce “un uragano”, ma seppe trarne il meglio, fondando nel 2005 I bambini delle fate, associazione che promuove e sostiene progetti per aiutare bambini con autismo e disabilità. Ancora oggi Franco e Andrea girano l’Italia, per tenere il più possibile i riflettori accesi sul tema della disabilità e perché nessuno si senta solo e abbandonato.

    “Se ti abbraccio non avere paura” è il racconto del viaggio alla scoperta dell’ America, che babbo Franco e Andrea intraprendono insieme nell’estate del 2010. A prima vista può apparire una scelta egoistica , ma i mesi passati tra paesaggi e culture diverse riescono a dare a padre e figlio l’occasione di scoprirsi, capirsi, confrontarsi, senza filtri.

    Certo Andrea ha bisogno di continue attenzioni, ma sa ripagare ogni sforzo con un bellissimo sorriso, con lo stupore, che lo coglie quando vede qualcosa di nuovo e inaspettato, e con i suoi disegni, sempre coloratissimi.

    Le parti del libro più toccanti sono sicuramente quelle in cui Andrea, consapevole del proprio disturbo, lo comunica alla famiglia, tramite la scrittura a computer. Qui ci mette davanti ai suoi sentimenti più intimi, ci confida tutto l’affetto per la famiglia che lo sostiene, ci dice di sentirsi spesso come in un mondo parallelo: ha una grande voglia di comunicare, ma non ci riesce, è come frenato. Si definisce “una pecora nera” piena di sogni di libertà.

    Le frasi di Andrea sono per Franco un appiglio nei momenti più bui, quando il figlio sembra più lontano, assente, perso nel suo mondo parallelo. Quei momenti in cui c’è posto solo per rabbia, frustrazione, e per chiedersi il perché di tutto, prima che torni il sorriso di Andrea e il sereno.

    Il viaggio di quell’estate lascerà in eredità due persone cambiate, maturate, più consapevoli dei propri limiti e delle proprie qualità. A noi lettori lascerà un cuore più caldo e un animo più puro.

  • 26Ago2016

    Francesca Visentin - Il Corriere Veneto

    Andrea e Franco Antonello: ecco il film. Salvatores porta la loro storia al cinema

     

    Dopo avere commosso i lettori di nove Paesi e venduto oltre 300mila copie, il best seller dello scrittore trevigiano Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura (Marcos Y Marcos editore) approda al cinema. Un ingresso in grande stile, firmato da uno dei registi italiani più noti e apprezzati a livello internazionale, Gabriele Salvatores.

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  • 26Apr2016

    Nicola Arrigoni - La Provincia

    “Non solo una storia vera ma una storia vivente”

    Raccontare una storia, testimoniare una vita, la vita di Andrea, ragazzo autistico, e il rapporto col padre: di questo narra Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, caso editoriale nel 2012.

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  • 02Apr2016

    Fulvio Ervas - Il Corriere della sera

    Il ragazzo autistico che insegna il silenzio ai nostri scolari

    Insomma, eccoci, oggi è la giornata dell’autismo, che è una cosa molto bella, meglio avere una giornata sull’autismo che non averla. Certo, la giornata dell’autismo non può essere come la giornata dell’asparago bianco di Bassano o del radicchio di Treviso, una mostra, un giro di strette di mano, due bicchieri in compagnia. C’è e usiamola bene. per chiederci, prima di tutto, ma ‘sto autismo cala o cresce?

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  • 26Ott2015

    Paolo Ciampi - Agenziaimpress.it

    Attraverso l’America, un padre e un figlio senza paura

    Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima.

    E per ritrovare la vera partenza del viaggio che Fulvio Ervas racconta in “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos y Marcos) bisogna davvero tornare molto indietro.

    A parecchi anni prima, quando un medico, con una manciata di parole, ha scaraventato una diagnosi come una condanna: «Suo figlio probabilmente è autistico». In mezzo, il poco tempo per dissolvere la speranza elargita con quel probabilmente e il molto tempo impiegato – a volte dissipato – per tentare ogni cura.

    Finché arriva il giorno in cui c’è solo la strada davanti o piuttosto un aereo che decollerà anche per noi. Finché non c’è altro che un viaggio: non come una terapia o forse sì, anche come una terapia. Ma soprattutto un viaggio per sancire una volta per tutte il patto tra un padre e suo figlio. Per sottrarsi a quella condanna – o presunta tale – e sfidare le angustie di ciò che si ritiene bon senso e normalità.

    I medici hanno scosso la testa: Andrea ha bisogno del suo ambiente, della sua casa, degli spazi e dei tempi di vita che conosce e a cui è abituato. E invece eccolo in questa straordinaria avventura on the road, in moto col padre da una costa all’altra degli States. E poi anche oltre, per non farsi mancare niente, il Messico, il Costa Rica, Panama… l’uno e l’altro Oceano come se non ci fosse nient’altro a poter contenere una vita che era facile catalogare come irrimediabilmente prigioniera.

    Storia che, nel racconto di Ervas, forse in qualche pagina sa troppo di diario di viaggio scritto per interposta persona. Ma comunque storia vera e ancora più vera, perché non solo è ciò che successo, ma mette a nudo ciò che quasi sempre si nasconde come polvere sotto il tappeto.

    Storia vera, storia che commuove anche i meno disposti al sentimentalismo. Perché sfido chiunque a lasciarsi alle spalle un ragazzo come Andrea, capace di sorprendere cameriere, sciamani e poliziotti con abbracci come agguati.

  • 26Mar2014

    Giuseppe Fantasia - Il Foglio

    Finalmente un bel film italiano originale, forte e delicato, divertente quanto commovente, che per un po’ di tempo ci farà passare di mente, ma non dimenticare, purtroppo, la povertà di idee in cui versa il nostro cinema…

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  • 15Mar2014

    Marilia Piccone - stradenove.net

    La malattia di Andrea è un uragano, due uragani, sette tifoni. L’autismo l’ha fatto prigioniero e Franco è diventato un cavaliere che combatte per liberare suo figlio. Mi sono ritratta da questo libro, appena è stato pubblicato. Forse perché due persone a me molto care hanno una un figlio e l’altra un nipotino autistico e non mi sentivo abbastanza forte da aggiungere altra sofferenza a quella derivata dalle loro confidenze. Perché sapevo che la lettura di “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas sarebbe stata dolorosa, di un dolore necessario.

     

    Adesso, all’improvviso, è venuto il momento giusto, ho sentito che dovevo leggerlo. E c’è stato il dolore, ma anche momenti di allegria. Soprattutto c’è stata una mia reazione di ammirazione per il coraggio di Franco, il papà di Andrea, per l’amore incondizionato di un padre per il figlio, per la lezione di perseveranza e di pazienza, per la forza interiore di non rinunciare mai a combattere anche quando tutto sembra inutile.

    Si è parlato tanto del libro di Ervas e penso che si sappia come è nato: lo scrittore ha ‘raccolto’ la storia di Franco e Andrea Antonello, ne ha fatto come un messaggio in una bottiglia scagliata tra le onde, perché è ora che si parli di autismo, è ora che qualcosa si smuova per dare un aiuto ai genitori che hanno un figlio autistico, per aumentare i centri dove i bambini e i ragazzi autistici possano ricevere terapie.
    Tutto è iniziato con il problema di come occupare i mesi di vacanza estiva di Andrea- impossibile mandarlo in un qualunque campo estivo, ovvio. Dopo aver sentito l’opinione dei medici (per lo più contrari- i ragazzi autistici non amano cambiare ambiente), dopo aver superato le paure (e se…? se lui, Franco, si ammala? se Andrea si smarrisce? ci vuole un attimo per perderlo di vista), Franco e Andrea partono per l’America. Ed incomincia il più straordinario libro on the road. Sono atterrati a Miami, Franco noleggia una moto e…via, si parte. Dove li porta il vento o meglio le ruote. Alcuni luoghi erano già stati scelti prima di partire ma in altri capitano o per caso, o accettando suggerimenti, o sbagliando strada. Viene in mente il film cult di fine anni ‘60, “Easy rider”, e alla fin fine, anche il viaggio di Franco e Andrea è una ricerca di libertà, anche se non quella che cercavano i due centauri del film.

    Una delle frasi che Andrea riesce a scrivere sul computer dice: “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà. Andrea vuole guarire”. Andrea è prigioniero della sua malattia, Andrea è un ‘diverso’ (per altri motivi anche i due hippies di “Easy rider” erano guardati con sospetto perché ‘diversi’), Andrea tocca le pance delle persone per sentirne la fisicità (e queste si ritraggono spaventate), Andrea non riesce a controllare i movimenti, anche se si sforza.
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    All’improvviso cola inchiostro, nero di seppia. Le frasi che Andrea ripete e che lo fanno apparire un disco inceppato, l’autonomia personale che fatica a consolidarsi, il dialogo che si spegne facilmente, la sua richiesta di essere morsicato, tirato per i capelli e sempre quel toccare le persone sulla pancia e abbracciarle all’improvviso: tutto questo mi sembra di colpo insopportabile, eterno, al di là delle mie forze.
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    Dagli Stati Uniti al Messico e poi a Panama e poi nell’America Latina, perfino in Amazzonia. Ma l’itinerario di padre e figlio si può seguire su una mappa all’inizio del libro. Che cosa succede nei tre mesi di viaggio? Succede che l’esperienza di Andrea si amplia immensamente (tenerissimo l’incontro con una ragazzina in Brasile), che, a sprazzi, acquista una certa autonomia, che il legame con il padre si fa non solo più forte ma anche più intimo, evitando il rischio di una maggiore dipendenza- commovente la notte che Andrea passa, invertendo i ruoli, a vegliare il padre che sta male. E affiora un’altra realtà: che Andrea vive meglio, che è meno diverso là dove la vita è più semplice, più ancorata alle necessità essenziali, dove la cultura tecnologica e di mercato non è ancora arrivata e i legami umani sono ancora spontanei e sinceri.

    “Se ti abbraccio non aver paura” non è un libro da leggere e riporre sullo scaffale quando lo si è finito. E’ un libro che deve continuare a lavorare dentro di noi, che deve indurci a riflettere, che richiede un impegno personale da ognuno di noi per aiutare tutti gli Andrea e tutti i Franco che si battono per i loro figli.

    Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, Ed. Marcos y Marcos, pagg. 319, Euro 17,00

  • 02Lug2013

    Isabella Borghese - controlacrisi.org

    Se ti abbraccio non aver paura, un romanzo che sta attraversando l’Italia perché da un anno, e senza fermarsi, sta raggiungendo un numero di lettori sempre più alto. Se ti abbraccio non aver paura racconta la storia e il viaggio di un padre e di un figlio autistico, Franco ed Andrea. Andrea è autistico. Franco vorrebbe partire con lui, un viaggio on the road, in America. I medici lo sconsigliano perché ad Andrea non farebbe bene, sarebbe pericoloso sottoporlo a un vaggio cisì faticoso, lontano da casa, dalle sue cose, dalla sua quoitidiniatà, dalle sue abitudini.

    Eppure Franco e Andrea, in moto, attraverseranno l’America, comunicheranno ogni giorno tra di loro, attraverso le mail, perché Andrea si confida così, scrivendo al padre. Quando gli va.

    Un viaggio che ha toccato moltissimi lettori quello che Fulvio Ervas racconta in questo suo progetto letterario. Un libro che ha coinvolto numerosi lettori perché tratto da una storia vera.
    Come nasce l’idea di questo romanzo? Un progetto differente dai tuoi precedenti.
    Nasce dal fatto che un padre, Franco, decide di fare un viaggio lungo e complicato con suo figlio Andrea, affetto da sindrome autistica. Quando ritorna, a settembre del 2010, dopo aver girata per gli USA e mezza America Latina, vuole raccontare quell’esperienza in un diario da dare, poi, alla cerchia di ragazzi e genitori che vanno a scuola con suo figlio. Vorrebbe dimostrare che anche con un ragazzo autistico si possono fare delle belle avventure. Non vuole ridurre suo figlio ad una “malattia”.
    Franco mi cerca, mi chiede di aiutarlo a mettere a posto il diario e poi ci lavoriamo per undici mesi. Alla fine di quel lavoro, ho la percezione che si possa trasformarlo in una narrazione più ampia, in un romanzo.
    Ho narrato una storia vera, dopo otto romanzi di “fiction”.
    Mi raccontavi che per circa un anno tutti i venerdì hai incontrato Franco Antonello, il papà di un ragazzo autistico, appunto, la cui
storia ti ha permesso la nascita di Se ti abbraccio non aver paura. Cosa ti resta oggi di quegli incontri come uomo, come padre, ma anche come scrittore?
    Non conoscevo né Franco, né Andrea. Abitiamo su luoghi diversi e la nostra rete di relazioni aveva come unico punto di contatto un suo amico, che è stato il mio ex dentista. Quindi ho dovuto non solo ascoltare la storia, ma entrare in contatto emotivo con quella relazione speciale che c’è tra Franco e Andrea. Questo non è un libro che puoi scrivere come se fosse un compitino per casa. O ci si lasciava coinvolgere o il libro sarebbe stato una fredda sequenza di date e luoghi. Mi ha aiutato essere padre, cioè avere esperienza di genitorialità, e aver avuto, come insegnante, più volte studenti con differenti gradi di autismo. Devi averne “confidenza” per poterne parlare, per far emergere le parole giuste.
    Ho apprezzato il coraggio di Franco di rompere in qualche modo le regole comportamentali che vengono imposte ai genitori dai medici quando hanno un figlio autistico e decidere di intraprendere un viaggio con Andrea. Ho amato moltissimo il linguaggio che hai
utilizzato per far parlare Franco e Andrea. Ho amato moltissimo anche la moto che, in questo romanzo, diventa “un mezzo” per raccontare la storia di un padre e di un figlio autistico in viaggio, un vero, che li fa stare vicini, uniti. Come presenteresti tu Franco, Andrea e di questa moto.
    Scrivere questo libro significava affrontare una montagna di vincoli. Ho dovuto tenere un linguaggio e un ritmo adeguati a quella storia e a come si è sviluppata. Ho scelto di raccontarla in prima persona, come se fossi il padre narrativo di Andrea. Non è stato per nulla facile.
Tra i tanti elementi di riflessione che si trovano nel romanzo, a me piace ricordare quanto esso sia anche un libro sull’energia. Non solo perché è un libro in movimento, e ciò necessita di energia. Non solo perché racconta di sfide, di coraggio: entrambi riportano, ancora, all’energia. E’ un libro su una grandissima intimità tra padre e figlio: qui si che ci vuole energia!
Ecco, due “personaggi” che sono un inno alla vita, allo sforzo di reagire a tutte le difficoltà.

Raccontaci il viaggio che sta facendo Se ti abbraccio non aver paura.
    Stiamo girando, io e Franc ( e delle volte anche Andrea) tutta l’Italia a parlare di “Se ti abbraccio”. Personalmente ho fatto più di 220 incontri in quattordici mesi. Incontrato centinaia e centinaia di persone e di lettori. Ho visto un bel pezzo di Italia, che fa sperare bene.
    Cambierai genere? O tornerai ai tuoi lavori?
    Sto scrivendo un nuovo giallo dell’ispettore Stucky, ambientato in un campeggio naturista, lungo la costa dalmata.
In questi mesi ho ricevuto moltissime storie da genitori che vivono complicate relazioni con i propri figli. Mi dicono: lei che ha saputo scrivere una storia così, racconti anche la nostra esperienza. Ma io non voglio più scrivere un’altra storia come “Se ti abbraccio”. Se lo facessi, magari pensando di aver imparato ad affrontare “un genere” per farci dei soldi, non sarei uno scrittore, ma uno squalo che si siede fuori casa ad aspettare le “sfortune” altrui. “Se ti abbraccio” non è nato per un progetto fatto a tavolino. E’ venuto per caso. Non ci abbiamo messo alcun artificio per farne un buon libro.
Due padri volevano raccontare una bella storia. E l’hanno fatto.
Mi interessa, da sempre, l’ambito della salute umana. Ma va raccontato con maggior distanza. Storie così intime, a me, ne è bastata una.
    Se ti abbraccio non aver paura,
di Fulvio Ervas
MARCOS Y MARCOS
gli alianti
320 pagine
17,00 euro

  • 17Apr2013

    Graziano Rossi - ghigliottina.it

    Una storia vera che diventa romanzo, un viaggio nelle Americhe per sperimentare una terapia diversa per combattere l’autismo: inseguire un sogno di libertà. Pubblicato esattamente un anno fa dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos e premiato come ‘Libro dell’anno 2012′ dalla trasmissione di RadioTre Fahrenheit, ‘Se ti abbraccio non aver paura‘ è la storia di Franco e di suo figlio Andrea, 17enne autistico, e del loro viaggio da Miami al Brasile passando per l’America Centrale, il tutto a bordo di una Harley Davidson. Migliaia di chilometri trasformati in romanzo da Fulvio Ervas, che ha parlato con noi del suo libro e di come la sensibilizzazione nei confronti dell’autismo debba essere più forte.

     

    Una chiacchierata lunga un anno: tanto è servito a lei e a Franco Antonello per mettere insieme i pezzi del puzzle di “Se ti abbraccio non aver paura”. Quelli stessi pezzi, ma di carta, che il giovane Andrea, figlio di Franco, sparge in tutte le zone dell’America visitate insieme al padre. Cos’ha pensato quando le è stato proposto di raccontare a questa storia?

    Ho pensato: ho un sacco di cose da fare. Stavo scrivendo un altro romanzo. Ma ho anche pensato: ecco una bella esperienza umana, vissuta da un padre che non crede che la vita sia un buco con la ‘sfiga’ attorno, ma che pur nelle difficoltà non si piange addosso e prova a cambiare qualcosa all’interno del suo orizzonte. Un uomo che ha coscienza delle difficoltà insite nel vivere, ma che concepisce la vita come un’opportunità e non come una tragedia. Io non so scrivere cose tragiche, e per me la vita non è una faccenda tragica. Ho pensato: posso provare a raccontare un sorriso lieve.

    Racconto, sogni e romanzo nel suo libro diventano, pagina dopo pagina, sempre più legati tra loro, come se, arrivati alla fine, Andrea possa ‘liberarsi’ della sua malattia. Il viaggio in America da Miami al Brasile ci riconsegna una storia completamente on the road che, trasformata in romanzo, nel panorama della narrativa italiana sembrava un po’ essersi persa. Quello che hanno fatto Franco e Andrea potrebbe essere definita una ‘impresa eroica’?

    Certo, il lettore può percepire questo lungo viaggio come un’impresa, con tratti di sfida, coraggio. Forse eroismo. Dipende dall’identificazione empatica di un lettore sensibile con la vicenda narrata. Ma il viaggio vero, quello compiuto da due persone in carne e ossa, è una lunga corsa dentro alla libertà. Una libertà non tanto dall’autismo, (in larga misura impossibile) ma dai vincoli, dalle consuetudini, dalla tristezza dei luoghi chiusi, dalla quotidianità resa troppo densa dal nostro stesso ritmo di vita, dalla medicalizzazione onnipresente. Una dose omeopatica di libertà, per trovare slancio.

    Il suo romanzo è stato premiato come ‘Libro dell’anno 2012’ dalla trasmissione radiofonica Fahreneit (RadioTre) ed è diventato un caso letterario. La storia di Franco e Andrea che lei è riuscito a raccontare così bene, può sensibilizzare davvero le persone su una malattia ancora oggi difficile da comprendere come l’autismo?

    A me pare che sia stato un libro che ha aiutato a spostare un po’ di riflettori sul tema dell’autismo, l’ha fatto diventare (grazie anche al fatto che i media hanno ripreso, per un largo pubblico, la storia di  Franco e Andrea) un termine  più sentito, più letto e, forse, più cliccato. Quindi, statisticamente, più ‘popolare’. Abbiamo creato una scia, raccontando non un ‘autistico ad alto rendimento’, come nel film Rain Man, ma un ragazzo come tanti, complicato e vitale. Seguendo questa scia molto altro può essere raccontato (e mi pare si stia facendo). Questo potrebbe aver aiutato le famiglie che affrontano l’autismo, quotidianamente, a sentire meno distanza. Ma la battaglia per comprendere i meccanismi dell’autismo è solo agli inizi e chiama in campo le istituzioni e la ricerca medica. E la battaglia per alleggerire il carico di queste famiglie chiama in campo tutti, è un indicatore di civiltà vera.

  • 03Mar2013

    Benedetta Boni - La Provincia di Cremona

    PREMIO VIADANA, FOLLA PER ERVAS: “AUTISMO, STORIA SENZA DRAMMI”

    “Con otto romanzi pubblicati, finisce che ti chiamano scrittore. E può capitare che un bel giorno sia una storia a cercare te”…

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  • 23Feb2013

    Dario Dolci - La Provincia di Cremona

    A premiare le vincitrici del concorso di scrittura per studenti “Appasiona(r)ti” è stato Fulvio Ervas, che ha presieduto la giuria…

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  • 03Feb2013

    Fulvio Ervas - Il Corriere della Sera - La lettura

    Il romanzo di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, racconta l’avventura on the road di Franco (51 anni) e Andrea (18 anni) Antonello, in Centro America. Durante il viaggio reale, in una baracca in Costarica, hanno conosciuto Jorge…

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  • 20Gen2013

    Alessandro Beretta - Il Corriere della Sera

    La storia è ormai nota, ma le sorprese continuano. Franco Antonello e suo figlio Andrea, malato di autismo, hanno girato il Sud America nel 2010. Da quel viaggio è nato il romanzo di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura, che è diventato un caso letterario…

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  • 17Gen2013

    Sara Salin - La Tribuna

    Franco Antonello lo aveva promesso. Se il romanzo di Fulvio Ervas fosse andato bene, avrebbe portato via Jorge da quella baracca sul ciglio della panamericana, in Costarica…

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  • 14Gen2013

    Sofia Riccaboni - periodicodaily.com

    Fulvio Ervas nasce come giallista, professore di chimica e biologia, si trova, inizialmente suo malgrado a dover scrivere un “diario di viaggio”. Solo dopo, quando nel bar in cui incontra Franco, il coprotagonista della storia, entra Andrea, il figlio autistico di Franco, e capisce che il diario cui sta per dare forma non è un viaggio semplicemente, ma è qualcosa di più. È l’esperienza di un padre che contro ogni parere medico decide di fare un viaggio fatto di poche parole e di tanti gesti.

    Ervas si emoziona ancora raccontando quel che è stato questo incontro per lui, nonostante non fosse digiuno completamente dal rapporto con questo tipo di ragazzi. Nella sua carriera di professore infatti ne ha avuti come studenti diversi, 3 in tre anni, ma ci tiene a precisare che con Andrea è stato un gradino più alto.

    “Alle volte nella vita le forme di comunicazione tra le persone possono essere tra le più strane possibili e può capitare di spaventarsi, è normale. Ma dobbiamo cercare di capire che un abbraccio non è un’invasione, è solo una forma diversa di comunicare” questo il pensiero forte che dalla voce e dalla mano dell’autore permane in tutto il libro. “Non avere paura quando le forme di comunicazione non sono le tue, cerca di capirle, di decifrarle, perché la comprensione è un passo avanti per tutti. Questo è il messaggio del libro.”
    Il romanzo/diario nasce da un grande lavoro.
    “Franco è un grande narratore, ci siamo incontrati per 11 mesi ogni venerdì, mio unico giorno libero, dalle 8.30 alle 13.30. Io con il computer, con le mie due dita che in diretta ho raccolto la sua narrazione. Poi un altro anno in cui ho rimesso mano a tutto, messo ordine, perché tra fare una narrazione e fare un romanzo ci vuole del lavoro e un passaggio strutturale. E qui ho fatto solo il mio lavoro da scrittore. La forza di Franco è che ti trasmette la relazione con il figlio Andrea in modo assoluto. È una cosa che ti arriva di pancia. Non devi far altro che stare lì e ascoltare quel che ti dice.”

    Un ragazzo come Andrea che cosa rende in termini di emotività?
    “Io l’ho vissuto esternamente. I genitori dicono che Andrea ha una gamma di emotività infinita. Dalla mia esperienza con lui posso assicurarvi che è un uragano. Ha due occhi che quando ti guardano sembra ti guardi da 10 mondi più in la. È commovente. È una presenza per la quale è impossibile non emozionarsi. Io sono affascinato dalla sua eleganza. Come se leggesse “segni nel cielo”, come se avesse una sua dinamica motoria e io lo guardo quasi rapito. È un ragazzo che ti trasmette la sua diversità, ti obbliga a essere più attendo, che è un esercizio umano di grande importanza. Ti obbliga a seguire i gesti, cosa che il padre fa ormai quasi automaticamente. È una presenza con comunicazione verbale limitata. Di autonomo dice “un po’ si”, “stare in pace”. Anche apparentemente fuori luogo. Con lui non funziona la regola azione-reazione. Ha un ritmo di reazione del pensiero che è sfasata da quello che è il tempo reale. Io che sono insegnante di chimica che non crede a nulla di magico capisco che ci sono cose che ci sfuggono. Per esempio tocca alcune persone e altre no. Ma per capire bene bisogna avere una relazione con un ragazzo autistico. Ha delle percezioni che io non ho. Con alcune persone entra in sintonia con meccanismo. L’autiesmo è una sindrome che ha un suo fascino oggettivo.”

    Ha trascritto il racconto del padre e alla trascrizione era presente Andrea. Con lui come ha interagito? L’Ha aiutata nella stesura?
    “Naturalmente materialmente no. Ho usato la scrittura facilitata, di cui la famiglia fa ampiamente uso da 9 anni. Da studioso scientifico ho voluto vedere come funziona. È venuto a casa mia, la mamma ha digitato e Andrea risponde. Non gli guidano il braccio… Lui legge, comprende e risponde alla domanda. Con molta fatica, con un respiro che ti coinvolge. Lo sforzo che fa per connettersi a questo mondo è commovente.”

    Nel racconto parli di quanto i genitori abbiano imparato a stare con lui. Quanto un ragazzo autistico può farci tornare a capire l’importanza di cose che diamo per scontato?
    “Sei obbligato a farlo. O tu lo ignori e lo eviti. Se sei una persona gentile lo guardi e cerchi di interagire, a volte anche facendo un po’ lo stupido. Lui se ti ha visto una volta ti riconosce per altri 50 anni. Con questo mondo la relazione, se vuoi averla, implica che tu impari a ballare questa musica. Puoi ritenerlo ridicolo, stupido o anche formativo, interessante, umano. Una persona civile dovrebbe capire e riconoscere che questa è una possibilità della vita. E allora interagisci. In modo non verbale, e quindi molto vero. Perché nel verbale posso dire qualcosa con te e pensare ad altro, nei gesti no. Il papà dice che con Andrea sei un libro aperto, non esiste menzogna.”

    Qual è stata la difficoltà più grande nel trasportare da diario in romanzo la storia del viaggio di Franco e Andrea?
    “Ci sono state due cose. Una il fatto che sono dovuto essere il padre narrativo di Andrea, che è come se ad un attore fosse chiesto di fare un personaggio inconsueto. O io sono sulla moto, come fossi Franco, o non si scrive. E questo è stato difficile perché non è un genere che amo, non amo scrivere in prima persona.
    È stato faticoso perché quando fai fiction, inventi, ad un certo punto puoi uscire da situazioni particolari semplicemente inventando una nuova situazione. Qui no. Ogni volta che scrivi hai Andrea nella tua testa, lo vedi, e sei vincolato. E agli scrittori non piace essere vincolati.
    La seconda cosa difficile è che io volevo, accanto ai pezzi scritti da Andrea, inserire le poche parole che lui dice. Volevo metterle adeguatamente nel romanzo, non volevo che sembrasse il figo che dice la cosa giusta al momento giusto. Questa forse è stata la cosa più difficile del romanzo. Non volevo si pensasse fosse “un guappo”. Lui è un ragazzo autistico che ogni tanto dice qualcosa. Quindi metterle con rispetto nella narrazione non è stata una cosa facile.”

  • 12Gen2013

    Fulvio Ervas - La Nazione

    “Siamo tutti un po’ autistici” è la frase che spesso mi piace scrivere come dedica al libro. Per ricordare che la “mente autistica” è una delle possibilità della mente umana…

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  • 12Gen2013

    Redazione - arezzonotizie.it

    Ervas, autore del libro dell’anno, incontra gli aretini. E la storia di un padre e del figlio autistico commuovono il pubblico del Giardino delle Idee. Quando un libro raggiunge in pochi mesi oltre duecentocinquantamila lettori, restando per settimane e settimane nella classifica dei più venduti, ci si domanda sempre quali possano essere le motivazioni che fanno scattare un caso editoriale. Le risposte sono essenzialmente due.

     

    Si tratta di un libro costruito per diventarlo, magari anche un buon libro, ma pubblicizzato e sostenuto a livello editoriale a dovere.
    Oppure si tratta di un libro dove il passaparola dei lettori è determinante.
    E’ questo senza dubbio il caso di “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas per ventidue settimane rimasto nella classifica generale dei dieci libri più venduti in Italia.
    Nel luglio 2012 la casa di produzione Cattleya si è assicurata i diritti cinematografici e nel dicembre 2012 è stato proclamato libro dell’anno dalla trasmissione Radio RAI Fahreneit.
    Tradotto in Germania, Spagna, Brasile, Israele, Turchia, Francia e Cina, ha ottenuto uno straordinario successo di critica e di pubblico.
    Così quello che sembrava destinato a restare un libro di nicchia, dal momento che tratta un tema scomodo e socialmente rimosso come l’autismo, diventa un libro conteso da media ed eventi.

    E il perché lo si capisce semplicemente leggendolo. E lo hanno capito anche gli spettatori del Giardino delle IDEE in occasione dell’incontro con l’autore Fulvio Ervas. Un pubblico da tutto esaurito, attento, silenzioso, emozionato sin dalle prima battute.
    Fulvio Ervas è infatti riuscito a trasformare la descrizione di un viaggio realmente accaduto, quello di Franco e Andrea, in qualcosa di diverso da un semplice diario.

    La storia vera di un padre che parte con il figlio autistico diciottenne per viaggiare su una Harley le strade degli Stati uniti e poi in auto quelle impervie dell’America Latina assume la dimensione universale della sfida dell’uomo contro le barriere mentali e psicologiche.
    Dopo centinaia di chilometri, di avventure incredibili e di incontri magici, si scopre che l’essere uomini veri non sta nell’andare in cerca dell’ignoto ma nel gestire la normalità della vita senza mai arrendersi e senza piangersi addosso.

    Un libro che pagina su pagina costringe il lettore a confrontarsi con le paure, i pregiudizi, i limiti che ci condizionano, insegnando un modo diverso di rapportarci agli altri, di ascoltare e di accettare ognuno per quel che è.
    Durante l’incontro Fulvio Ervas è riuscito magnificamente a conquistare il pubblico, lo ha fatto, come nel libro, in un modo rischioso ma affascinante, raccontando sempre in prima persona.
    “Scriverlo da lontano, in terza persona non avrebbe funzionato” ha affermato Ervas “sono stato aiutato dalla sintonia messa in gioco dal mio essere genitore e insegnante con molte esperienze con ragazzi autistici”.

    “Sono entrato in sintonia con l’esperienza emotiva di Franco” ha continuato “perché sedendomi di fronte a lui, ho riconosciuto da subito un atteggiamento nei confronti della vita che condividevo appieno”.

    “Nessun sentimento quale senso di ingiustizia o di rifiuto” ha ribadito Ervas “bensì uno spirito di coinvolgimento totale. Franco non si è lasciato spaventare né intimidire, ha imparato a gestire la diversità attraverso la normalità”.

    Tanti applausi, ripetuti, intensi. Il pubblico del Giardino delle IDEE ha seguito il fluire della storia, immaginando davvero di trovarsi accanto a Franco e Andrea. “Ho scritto questo libro” ha spiegato ancora Ervas “perché in un momento molto complicato in cui molti nodi della società e della vita stanno venendo al pettine, avevo bisogno di raccontare una storia che riparte dalle origini, fa un passo indietro rispetto alle complicazioni della finanza e dell’economia. E’ un ritorno all’ombelico del mondo, a un rapporto diretto e profondo con le cose, un passo indietro per ripartire con forza ed energia”.

    Se una cosa ha insegnato l’incontro con il prof. Ervas è che bisogna imparare e riconoscere le cose importanti e durature, distinguerle da quelle che fanno soltanto rumore e che non servono a niente.
    Non aver paura insomma di ripartire dagli affetti. Un incontro commovente e convincente che non ha tradito le attese. Un incontro che ha toccato la pancia degli spettatori.
    Al termine consueta fila per acquistare la propria copia di “Se ti abbraccio non aver paura” e il prof. Ervas, gentile e affabile, impegnato a scrivere la una speciale dedica in ogni libro: “siamo tutti un po’ autistici”.

  • 09Gen2013

    Redazione - Corriere di Arezzo

    Per ventidue settimane è rimasto nella classifica dei libri più venduti. Nel luglio 2012 la casa produttrice Cattleya si è assicurata i diritti cinematografici. Nel dicembre 2012 viene proclamato libro dell’anno dalla trasmissione Rai Fahreneit. È stato tradotto in Germania, Spagna, Brasile, Israele, Turchia, Francia e Cina…

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  • 09Gen2013

    Redazione - informarezzo.com

    “I romanzi si nutrono soprattutto di zucchero. Se è vero che i neuroni ne sono ghiotti, l’incremento di zucchero nella dieta, per alcuni flagello, potrebbe essere tra le cause della notevole produzione di romanzi nell’ultimo secolo, oppure dell’aumento delle carie. Non è un caso, credo, se le grani democrazie pullulano di romanzieri e, contemporaneamente, di dentisti. Dopo la pubblicazione di Se ti abbraccio non aver paura molti mi chiedono cosa scriverò nel futuro. Pare strano ma dopo che, dopo una serie di cinque gialli con protagonista l’ispettore Stucky, io abbia narrato la storia vera di una padre che compie un viaggio portentoso con un figlio autistico. Eppure l’autismo è un bel rebus; sono sicuro che Simenon o Agata Christie lo troverebbero un mistero da notte buia e tempestosa, e si tormenterebbero per trovarne la soluzione. Le cause dell’autismo, poi, sono proprio faccenda da giallisti” così scrive FULVIO ERVAS.

    Per ventidue settimane, da aprile a settembre 2012, è rimasto nella classifica generale dei dieci libri più venduti in Italia.

    Nel luglio 2012 la casa di produzione Cattleya si è assicurata i diritti cinematografici.
    Nel dicembre 2012 viene proclamato libro dell’anno dalla trasmissione Radio RAI Fahreneit.
    E’ stato tradotto in Germania, Spagna, Brasile, Israele, Turchia, Francia e Cina.
    Il Giardino delle IDEE riapre nel mese di gennaio con un ospite d’eccezione: FULVIO ERVAS.
    Sabato 12 gennaio alle ore 17.00 nella consueta cornice della Sala delle Muse del Museo Nazionale d’Arte Medioevale e Moderna di Arezzo in via San Lorentino, 8 (INFO: 0575 409050) con ingresso libero e gratuito, FULVIO ERVAS presenterà il libro campione d’incassi “Se ti abbraccio non aver paura”.
    Ad introdurre e moderare l’incontro Barbara Bianconi con le domande e gli approfondimenti di Linda de Benedictis.
    “Ci sono libri che non sono soltanto libri, oggetti di carta rilegati e impaginati, ma esercizi di potenziamento della capacità polmonare: perché la vita è una gara sui cento metri, la vita è una maratona, e per arrivare alla fine servono tanti muscoli possenti, quanto una bella scorta di ossigeno, una mente sgombra e tersa, e fibre adatte a sopportare la fatica. Ci sono poi romanzi che non sono soltanto romanzi, ma innesti di esistenze altre nella propria: cosa germoglierà da quell’innesto solo il tempo potrà dirlo, ma quel che è certo è che qualcosa nascerà, e sarà parte di noi per sempre” scrive Fabio Geda su La Stampa.
    “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas è un libro così.
    Un bestseller che ha scalato le classifiche con una storia che è un viaggio interiore di un genitore, raccontata con rispetto e dolcezza.
    Non è un libro sull’autismo in quanto patologia – di diagnosi, di cure, di cause si parla soltanto come eco di discorsi fatti con persone terze – ma è un libro sull’autismo come filtro della relazione, relazione nella quale Franco (il padre) e Andrea (il figlio) si immergono con coraggio, decidendo di partire insieme per un viaggio attraverso il Nord, il Centro ed il Sud America.

    E’ un libro sull’essere padre – sull’essere genitore – che andrebbe letto senza nemmeno badarci, alla particolare patologia di Andrea.
    E’ la storia di un padre che trova la forza di abitare la relazione con un ragazzo che cresce ingaggiando un corpo a corpo costante e caparbio con al quotidianità, con lo svilupparsi e il mutare, con il suo essere imprevedibile.
    Un padre che avendo studiato le tante proprietà dell’acqua ha imparato che ha tre stati fisici: solido, liquido e gassoso, mentre suo figlio Andrea, a ben osservare, ne ha almeno quattro: assente, quasi presente, agitato e chiuso.
    Suggestioni ai bordi di quel territorio scivoloso che la mente di un ragazzo autistico.
    Il padre si aggira attorno al figlio come un esploratore, saggia il terreno con la punta dei piedi, cerca di non affondare, perché ha paura di cadere nelle sabbie mobile e di trascinare il figlio con sé.
    Poi si accorge che è il figlio a guidarlo: Andrea ha gli occhi spalancati, fugaci, si muove veloce. Fa sentire suo padre sciocco, incapace di vedere in profondità.
    Molti lo sconsigliavano di partire per il loro viaggio, dicendo che era una follia, che un ragazzo autistico ha bisogno di routine, di quotidianità.
    Lui nel frattempo studiava come salirlo in moto dopo avergli fatto attraversare l’oceano e aver prenotato soltanto una notte di albergo, la prima.
    Dopo, l’imprevisto.
    Ma all’imprevisto Franco, che da anni si confronta con la malattia di Andrea, è abituato.
    E l’imprevisto per Andrea, legato a Franco da un elastico invisibile, potrebbe rivelarsi una scossa elettrica in grado di aprire improvvisi squarci nel velo che l’autismo ha calato sul mondo.
    Non ci sono guarigioni magiche in “Se ti abbraccio non aver paura”.
    Non ci sono illusioni.
    Non c’è pietismo.
    Nemmeno rabbia, rimpianti o inganni.
    C’è soltanto una storia vera.

  • 08Gen2013

    Angela Baldi - La Nazione

    È rimasto nella classifica generale dei dieci libri più venduti in Italia per ben ventidue settimane da aprile a settembre 2012. E nel luglio scorso la casa di produzione Cattleya se n’è assicurata i diritti cinematografici…

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  • 05Gen2013

    Redazione - radiowave.it

    Un libro rivelazione, una storia “veramente” incredibile, la malattia come occasione di crescita! Il verdetto di un medico ha ribaltato il mondo. La malattia di Andrea è un uragano, sette tifoni. L’autismo l’ha fatto prigioniero e Franco è diventato un cavaliere che combatte per suo figlio. Un cavaliere che non si arrende e continua a sognare. Per anni hanno viaggiato inseguendo terapie: tradizionali, sperimentali, spirituali. Adesso partono per un viaggio diverso, senza bussola e senza meta. Insieme, padre e figlio, uniti nel tempo sospeso della strada.

    Tagliano l’America in moto, si perdono nelle foreste del Guatemala. Per tre mesi la normalità è abolita, e non si sa più chi è diverso. Per tre mesi è Andrea a insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita. Andrea che accarezza coccodrilli, abbraccia cameriere e sciamani. E semina pezzetti di carta lungo il tragitto, tenero pollicino che prepara il ritorno mentre suo padre vorrebbe rimanere in viaggio per sempre. Se ti abbraccio non aver paura è la storia di un’avventura grandiosa, difficile, imprevedibile. Come Andrea. Una storia vera.

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Bastano poche, piccole parole: suo figlio probabilmente è autistico.”
    Un mattino senza scuola, Fulvio Ervas guarda scorrere il mondo dal tavolino di un bar.
    “Ehi, tu scrittore” lo apostrofa un tipo con occhi da Richard Gere “ho una storia per te. Sei uno scrittore, vero? Mi han detto che sei uno scrittore, e di quelli bravi”. “Sì” risponde Fulvio incerto “scrivo storie di fantasia”.
    “Allora ascoltami” dice l’uomo, che nel frattempo ha detto di chiamarsi Franco e ha ordinato uno spritz, “perché la storia che voglio raccontarti ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”.
    Comincia così un dialogo durato un anno intero, sotto la pergola dell’uva fragola, sul divano di casa Ervas. Franco racconta di Andrea, della loro avventura attraverso le Americhe.
    Fulvio è incantato dalla sua energia, dal coraggio di quel padre che ama disperatamente suo figlio e vuole regalargli a ogni costo tutta la vita che può, tutta la bellezza che può: in barba a quell’autismo maledetto.
    Un giorno anche Andrea entra in giardino, con i suoi delicati saltelli sulle punte, con la sua smania di abbracciarti, di toccarti la pancia, di dirti ‘bella’, ‘bello’.
    E la sua mano percepisce in un istante come stai veramente.
    La mente di Fulvio parte, elabora immagini, corre con quell’Harley Davidson su strade a perdita d’occhio. Segue la danza di Andrea, che sembra sempre sul punto di spiccare il volo. Trasforma il racconto di Franco in un romanzo che affonda nel cuore e fa decollare le emozioni.
    “Io e Andrea attraverseremo tutte le Americhe possibili e immaginabili: due o tre, quelle che incontreremo. Ce ne andremo a zonzo, come esploratori.”
    Il nuovo romanzo di Fulvio Ervas affronta un tema di grande impatto: la vita con un figlio ‘diverso’. Lo fa con slancio e umorismo.
    “Credo che il viaggio che vorrei fare con Andrea sia una sfida nella sfida, siamo in movimento, non aspettiamo che la vita ci scarichi a una fermata.”
    Narrando l’avventura di Franco e Andrea tra deserti, foreste e città, Se ti abbraccio non aver paura parla di alchimie amorose, trappole nascoste dietro uno sguardo, sogni degni di una vita intera. Della forza dirompente dell’abbraccio di Andrea.
    Con otto romanzi pubblicati, finisce che ti chiamano scrittore: e può capitare che un bel giorno sia una storia a cercare te. Un personaggio in carne e ossa che ti colpisce come uomo, come padre, come insegnante di liceo. Il protagonista di un viaggio straordinario.
    Fulvio l’ha sentito forte e chiaro: questo è un padre che ama veramente suo figlio, che cerca di fare qualcosa di importante per lui. Per suo figlio, che è autistico.

    Fulvio Ervas vive nella campagna di Treviso con la famiglia e una squadra compatta di animali domestici.
    Franco Antonello vive a Castelfranco Veneto e dalla finestra della casa in cui è nato vede le mura merlate di un castello.

     

  • 19Dic2012

    Luca Scognamiglio - gliamantideilibri.it

    Una chiacchierata –seppur telefonica– con Fulvio Ervas, autore di “Se ti abbraccio non aver paura”, ti arricchisce, ti sorprende, e apre orizzonti inscindibilmente complementari alla sua opera letteraria. Un dialogo cordiale e rivelatore, nel quale si è parlato di autismo, scuola, scrittura, metafore, ma soprattutto di coincidenze. Partendo da quella che ha portato alla stesura del suo ultimo libro.

    Come nasce questo romanzo? Intendo dire, la sua produzione precedente non ha molti punti di contatto con quest’opera, sia per l’argomento sia per la potenza espressiva che qui è riuscito a raggiungere. Quindi le chiedo: è sufficiente una storia?

    Bella domanda! (ride, ndr) Questa storia mi è arrivata addosso travolgendomi. Franco Antonello mi telefonò al suo rientro dall’America: voleva scrivere un diario di viaggio da consegnare a parenti e compagni di scuola di Andrea (una sorta di pubblicità per suo figlio, per metterne in evidenza lo spessore interiore e per far capire a tutti quanto sia “speciale”). E, soprattutto, Franco voleva far capire che Andrea è un ragazzo aperto, desideroso di fare nuove esperienze, uno che se vede un po’ di mondo, insomma, gli fa bene. Franco e io ci siamo conosciuti per caso, attraverso un amico comune, e, dopo quella telefonata, ci siamo incontrati ogni venerdì mattina per 11 mesi e abbiamo parlato a lungo. L’idea, come dicevo, era quella di scrivere un diario intimo, da stampare in poche copie, qualcosa come cento esemplari. Ma quasi subito mi sono reso conto che la storia era più forte, che sfondava gli argini e apriva un mondo; conclusi i nostri incontri settimanali, mi sono messo a elaborare tutto quel materiale e, dopo un anno di intenso lavoro, sono riuscito a trasformarlo in un romanzo.
    GRANDE COMPLICITA’. Ha parlato di un dialogo serrato con il protagonista della storia: si è trattato di un dialogo a 2 voci o si è esteso talvolta anche ad Andrea?
    Andrea era spesso a casa mia, ma non è semplice avvicinarsi a lui. Si tratta sempre di un rapporto unidirezionale, di lui verso di te, difficilmente riesce ad aprirsi e ad accettare un rapporto di te verso di lui. È una cartina al tornasole: un figlio difficile, che ti obbliga a fare degli scalini. E per me dar voce alle emozioni di Franco è stata una grande simulazione di difficoltà.
    L’IMMEDESIMAZIONE. Una delle cose che più mi hanno colpito è stata appunto la sua capacità di fondere insieme Autore e Narratore. Quanto c’è della sua voce nella voce narrante?
    Si è trattato per me di una sfida: riesco a essere “dentro la storia”? Come esprimo le emozioni di Franco? Come posso diventare il “padre narrativo” di Andrea? A scuola (insegno chimica e biologia in un liceo) mi ero fatto una buona esperienza di ragazzi autistici, quindi ho messo insieme i pezzi e devo dire che mi riconoscevo molto nel padre, nel suo coraggio. Non so se al suo posto avrei fatto le stesse cose, se avrei saputo resistere, però ho provato a mettermi nei suoi panni e a fare il viaggio con lui.
    IL VIAGGIO. Anche in altri suoi libri avevi affrontato il tema del viaggio. Quanto di questo materiale ha recuperato? Ha fatto personalmente un viaggio in America? Quanto è riuscito a farlo mentalmente con Franco e Andrea?
    Indubbiamente è un tema che avevo già fatto mio in passato, ma in questo caso c’erano diverse difficoltà, come la mia paura della moto, o la necessità di descrivere posti che non avevo mai visto di persona. Mi sono ripromesso, quindi, di fare un viaggio nel viaggio, sfogliando le foto di Franco e Andrea (innumerevoli, davvero, e le avrò viste una dozzina di volte), leggendo e interessandomi molto ai deserti americani (il deserto è un tema che da sempre mi ha appassionato). Però ho soprattutto cercato di dare parole letterarie a una storia vera: un viaggio di Franco, che entra “fisicamente” dentro l’autismo (anche pagine in cui prova a mettersi nei panni del figlio); un bildungsroman del padre, la cui crescita -sia interna, sia nel rapporto col figlio- si avverte nettamente nel corso del romanzo. Il viaggio ha agevolato una discesa nell’intimità e un ampliamento della loro relazione (perché ha costretto i due a una grande intensità relazionale). Gestire Andrea nella rete familiare è diverso, puoi permetterti di affidarlo ad altri, di “riposarti”. Qui no! Sei trascinato nel suo mondo, è un incessante tirare e mollare la corda, un’esperienza in cui l’amore è fondamentale, direi quasi un’esperienza primitiva.
    L’AMORE, APPUNTO. Credo non sia un caso se l’ultima scena del libro offre un messaggio positivo, di apertura: dopo aver mostrato di poter essere espansivo e disponibile a nuove esperienze, Andrea sembra cedere anche all’amore.
    Andrea è molto bello, e per tutto il viaggio ci sono state ragazze che l’hanno apprezzato e gliel’hanno fatto capire. In più, in America Latina c’è una particolare accettazione della diversità. Per la prima volta Andrea è stato vicino a una ragazza, un momento di vicinanza su un terreno complesso per gli autistici. Amore? Mah, difficile dirlo. Anche perché, passato il momento, per Andrea è stato come se nulla fosse successo. E questo era uno dei tormenti principali di suo padre. Sai, ti aspetti e ti auguri sempre che, da un momento all’altro, tuo figlio “guarisca”, tornando a un’esperienza di vita “normale”, o comunque più comprensibile per noi. Invece la sua mente va su e giù come un ottovolante, e con questo romanzo ho cercato almeno di “avvicinarmi” ad alcune situazioni veramente difficili da percepire per le persone comuni.

  • 14Dic2012

    Laura Badaracchi - avvenire.it

    Michele Riva ha scritto la sua storia grazie a un sensore speciale che attiva la tastiera col movimento degli occhi. Un comunicatore che lui – affetto da Sla (sclerosi laterale amiotrofica) –, dopo la tracheotomia che gli impedisce di parlare, definisce «la mia finestra sul mondo». Ma Il ramarro verde è anche un libro corale, che ospita altre testimonianze di amici con la stessa malattia degenerativa. Pubblicato da Dissensi edizioni, ricorda in alcuni passaggi Lo scafandro e la farfalla, tradotto nel 2007 per Ponte alle Grazie: pagine «dettate» con l’occhio sinistro, poi diventate un film (premiato al festival di Cannes), dal giornalista francese Jean-Dominique Bauby, colpito da ictus e poi dalla sindrome locked-in. Due autori accomunati dall’ostinazione di gridare senza suoni la loro voglia di vivere imprigionata nei corpi.

     

    L’autobiografia di Michele è soltanto uno della cinquantina di volumi presentati o citati nell’inchiesta «Vite di uomini non illustri», pubblicata nel numero doppio di dicembre/gennaio dalla rivista SuperAbile Magazine, mensile pubblicato dall’Inail anche on line (www.superabile.it) e inviato gratis in versione cartacea a cinquemila abbonati. Osservate anche dal punto di vista narrativo: infatti aumentano i libri scritti da disabili o dai familiari. E, anche se pochi raggiungono il successo editoriale, alcuni vedono la loro vicenda umana trasformarsi in best seller. «Basti pensare al successo di Se ti abbraccio non aver paura, racconto on the road di un viaggio d’eccezione: quello dell’imprenditore Franco Antonello e di suo figlio Andrea, un ragazzo autistico di 18 anni, che attraversano il continente americano alla ricerca di qualcosa che non ha nome – sottolinea nell’inchiesta la giornalista Antonella Patete –. A scommettere sulla forza di questo racconto intenso e scanzonato, consegnato alla penna dello scrittore Fulvio Ervas, è stato l’editore Marcos y Marcos. E i lettori hanno gradito: pubblicato all’inizio del 2012, il volume è schizzato subito in vetta alle classifiche, restando per oltre 7 mesi tra i dieci libri più venduti della narrativa italiana». Tradotto in 8 lingue, vanta già 14 ristampe e oltre 200mila copie vendute: numeri da capogiro. «In un momento difficile come questo, è fondamentale una testimonianza che dimostra come sia sempre possibile reagire, trovare qualcosa di bello anche nella difficoltà, purché si sia disposti a darsi da fare anziché cedere alla rassegnazione», commenta l’editore.

    Anche Mondadori ha puntato su questa tipologia autobiografica: da Cosa ti manca per essere felice? (2011) di Simona Atzori, ballerina nata senza braccia (volume di taglio «ispirational», motivazionale), a Più forte del destino. Tra camici e paillettes. La mia lotta alla sclerosi multipla (2012) dell’attrice Antonella Ferrari. Il messaggio è chiaro: in un mondo in cui l’immagine della donna appare sempre patinata e perfetta, avere una disabilità rappresenta la più difficile delle sfide. Invece Zigulì di Massimiliano Verga (padre di un bambino con disabilità) «è un libro-verità duro e schietto», commenta Alberto Gelsumini, editor della collana Varia saggistica per Mondadori: «I motivi di questo interesse? Possiamo supporre che il lettore si identifichi con una condizione di dolore e sofferenza. O che in questi libri si trovi un messaggio di speranza, la forza di rialzarsi dopo una difficoltà. Oppure che semplicemente si apprezzi un punto di vista differente sulla vita di tutti i giorni».

    Ogni volume, infatti, è un caso a sé anche dal punto di vista del confezionamento e della promozione. «I libri che hanno avuto maggiore successo – conclude l’editor – sono stati aiutati da un lancio in tv e sui giornali. Ma forse in questi casi i mass media hanno dato spazio anche a personaggi non famosi, come Verga». Tra le piccole case editrici, Ali&no dal 2010 a oggi ha puntato su 5 titoli nella collana «Maree” dedicata alle vite difficili. Spiega la curatrice Gabriella La Rovere, medico, che alcuni anni fa ha abbandonato la professione per seguire meglio la figlia disabile, oggi ventenne: «Sono diari, opere di narrativa o biografie con un comune denominatore: raccontare la complessità di esistenze trascorse con oppure accanto alla malattia e alla disabilità». Come Ultimo tra gli ultimi, vita di Francesco del Bambin Gesù, un frate autistico contemporaneo di san Giovanni della Croce e proclamato beato «a furor di popolo». Un dato è certo: raccontarsi in un libro fa bene a tutti. Per le persone disabili e i loro familiari diventa un volano tutt’altro che autoreferenziale, capace di ridare slancio e ottimismo, un pozzo scavato in se stessi dove ritrovare energie impensabili e voglia di vivere. Con un indiscusso effetto positivo psicologico che si riflette non solo sugli autori, ma anche sui lettori.

  • 12Dic2012

    Chiara Fratantonio - flaneri.com

    Un amore senza limiti e senza confini, quello che racconta Fulvio Ervas in Se ti abbraccio non aver paura: un libro bellissimo, che doveva essere stampato in sole cento copie e che invece è diventato un best seller.

    Abbiamo chiacchierato con l’autore di questa bella storia e di molto altro a Più libri più liberi.

     

    La storia di Se ti abbraccio non aver paura è una storia vera. È la storia di Franco e Andrea, un padre e un figlio malato di autismo, e di un viaggio in America organizzato e portato avanti con grande coraggio. Che cosa l’ha spinta ad accettare di raccontare la loro avventura? E, soprattutto, a farlo in prima persona?
    Non ci conoscevamo. Questo libro può sembrare un omaggio a un amico, a un rapporto padre-figlio che conoscevo, e invece non è andata così. Io e Franco abitiamo in paesi differenti, abbiamo reti umane differenti. Accade che, nel luglio 2010, Franco fa questo viaggio; torna a settembre inoltrato, ha la sensazione di aver fatto una cosa molto importante e decide di raccontare questa esperienza di viaggio ai parenti e ai genitori dei ragazzi che vanno a scuola con Andrea. L’obiettivo, all’inizio, era quello di far capire alle persone più vicine che Andrea non era un pazzerello, non era un ragazzino sciocco e che anzi con lui si potevano fare cose molto belle. Cercava uno scrittore. Un suo amico ci mette in contatto e io, molto curioso, vado là ad ascoltarlo.
    Inizialmente non mi colpì molto, mi fece vedere delle foto del viaggio e in quelle foto io vidi due persone normali e temevo volessero un racconto della vacanzina con due frasi belle. Poi vidi Andrea, in questo bar dove eravamo, e fu lui a colpirmi, a coinvolgermi emotivamente: lo guardai e vidi il suo mondo, come se fosse su un ottovolante. Solo allora dissi a Franco, ai tempi ci davamo ancora del lei,«Sì, la ascolterò».
    E per undici mesi l’ho ascoltato; tutti i venerdì ero libero dal mio lavoro (sono un insegnante) e lui veniva a casa mia. E per undici mesi l’ho ascoltato, ho raccolto questo diario e poi con calma e in un altro anno ne ho fatto un romanzo.
    Ieri, nella presentazione del suo libro a Più libri Più liberi, ha usato un’espressione molto bella: ha detto di essere diventato il “padre narrativoˮ di Andrea e di aver dovuto prestare molta attenzione soprattutto al suo modo di comunicare. Le persone autistiche hanno un modo di comunicare molto particolare, tutto loro. Com’è stato trasferire nel romanzo questo linguaggio e farlo arrivare al lettore attraverso uno strumento, mi permetta il termine, “normaleˮ, come la scrittura?
    Siamo nell’epoca dei telefonini e della comunicazione facilitata al massimo. Nelle persone affette da autismo la relazione comunicativa è invece la prima sfida perché è la prima cosa che si inceppa. Ed è una sfida assoluta, in ogni istante. Con Andrea i tempi della comunicazione a cui siamo abituati erano sfasati; a volte improvvisavo, a volte non capivo. Tentavo, ma i codici di comunicazione erano completamente differenti. Il mio sforzo è stato quello di farlo essere comunque presente nel romanzo. Lui fisicamente è molto presente perché ha una grande fisicità, però un romanzo vive di parole, di un “esserciˮ in maniera un po’ più forte, e allora ho usato tutte le poche parole che lui usa e che ho ritrovato nei suoi scritti realizzati con la comunicazione facilitata che il padre mi aveva fornito e che risalivano anche a periodi precedenti il viaggio. Ho selezionato i pezzi migliori e li ho contestualizzati, li ho inseriti nel posto giusto, come si fa in ogni narrazione.
    A questi ho aggiunto le poche frasi che Andrea riesce a dire. Se sei bravo a comporre la domanda, Andrea usa un pezzo della domanda per risponderti: «Com’è la giornata oggi?» «Giornata bella». Ma se gli chiedi: «Di venerdì cosa ti piace fare?», lui ti guarda e un po’ annaspa. Senza che gli chiedessi nulla, diceva spesso: «Un po’ sì», anche a sproposito; «Stare in pace», che ha imparato a dire quando vede persone agitate o quando è lui stesso ad agitarli, e «Bello». Attribuisce «bello» a tutte le cose ed è una cosa veramente potente se a dirlo è una ragazzo che ha mezze gambe nella palude dell’autismo. Ho cercato di usare queste tre frasi e di inserirle in un contesto, facendomi aiutare anche da Franco. Gli chiedevo «Ma quand’è che Andrea potrebbe dire “un po’ sìˮ?», e gli ritagliavo, nel racconto di ogni giornata, una sua finestra, un suo spazio.
    È stato molto faticoso, ci ho dovuto lavorare.
    Mi permetto di fare una domanda al Fulvio insegnante. In Follia docente ci parla del mondo della scuola, dell’“Impero della Pubblica Istruzioneˮ. Quali sono le nuove difficoltà che un insegnante incontra oggi nel rapportarsi con i propri alunni?
    La scuola è un sistema complesso. Ogni tanto dimentichiamo che ottocentomila e più docenti e otto milioni di studenti rappresentano un sistema complesso che oggi vive molte difficoltà per diversi motivi: alcuni riguardano la situazione economica e i tagli che fa il governo, altri invece sono insiti in una generazione che è di per sé complicata. Gli insegnanti italiani hanno in media più di cinquant’anni, sono più vecchi degli insegnanti del resto d’Europa e si trovano, anche qui, ad affrontare un problema di comunicazione perché non hanno lo stesso linguaggio dei loro alunni.
    I ragazzi sono educati a leggere poco o a leggere cose molto diverse da quelle che leggiamo noi; la loro formazione è soprattutto visiva, sintetica e avviene in gran parte attraverso il computer. Mentre noi insegnanti siamo ancora lì a parlare, a farli scrivere, a combattere come poveri disgraziati per avere la loro attenzione, ed è molto più difficile anche solo rispetto a quattro o cinque anni fa. Devi inventarti delle sceneggiate, devi diventare “attore dell’Impero della Pubblica Istruzioneˮ.
    La società educa la nuova generazione a modelli mentali velocissimi e visivi, mentre la scuola è in parte ancora analogica, fatta di gesti, di parole. Insegnante e studente rischiano per questo di isolarsi reciprocamente, rischiano l’“autismo socialeˮ. Bisognerebbe lavorare su questo perché la scuola è un’opportunità gigantesca e l’investimento educativo è un investimento sociale collettivo che quando funziona ha una valenza stratosferica. La scuola ce la invidiano gli extraterrestri.
    C’è un episodio o un personaggio, tra i tanti che racconta e descrive nei suoi romanzi, a cui è legato in modo particolare? E perché?
    Un episodio che mi è molto piaciuto è quello di un libro nato da un viaggio che ho fatto in Portogallo con mia sorella. In Portogallo mi è successa una cosa: arriviamo a Cabo da Roca, che è la parte più occidentale del continente, e lì, come poche volte nella mia vita, ho avuto la percezione del limite, la sensazione di essere arrivato. Lì, fermo davanti all’oceano, ho capito la finitezza; non quella della morte, ma quella delle cose che viviamo, che finiscono e non puoi farci niente ed è comunque bello così perché è bello essere arrivati, aver attraversato e aver vissuto.
    Partendo da questa sensazione un po’ malinconica e un po’ romantica ho scritto Succulente, che è la storia di un uomo che viene ucciso per sbaglio; il narratore gli concede di indagare sul perché è morto e lui scopre che è stata, banalmente, colpa del caso. Grazie alla scoperta dell’essere morto per caso, e forse si muore quasi sempre per caso, lui riattraversa una serie di relazioni che ha avuto e luoghi bellissimi che ha già vissuto, ma che rivive con una nuova sensibilità. Uno in particolare è la serra delle piante grasse di Lisbona, che è un posto spettacolare. Se uno crede che esista un dio deve andare lì. Lui lì vede la bellezza e percepisce la forza delle piante grasse, le Succulente appunto, che è quella di adattarsi comunque ed è un po’ quello che dovremmo fare anche noi. Anche quando va malissimo, con un po’ di energie ci si può adattare, si può andare oltre.
    Mi è piaciuto raccontarlo. Mi pare che esprima come io viva la vita. Sono convinto che voliamo tutti basso, che la vita è un bellissimo salire e scendere: quello che possiamo fare in questo salire e scendere è godercelo e non lasciare il posto più sporco di come lo abbiamo trovato. Se riesci a fare questo e a capire questo vivi bene. Se non ci riesci ti affoghi, ma si può provare. E io sarei per provare.
    Un libro che ama e uno che invece non è mai riuscito a finire?
    I libri che non finisco sono tantissimi. Non è una mancanza di rispetto, ma sono dell’opinione che la vita è breve e da ogni libro che leggo voglio imparare il più possibile quindi quando vedo che un libro non mi insegna nulla passo a un altro libro.
    Per questo leggo pochi romanzi e molti saggi scientifici. In questo periodo sto leggendo libri di chimica: sto leggendo Il cucchiaino scomparso, prima avevo letto Favole periodiche.
    Un romanzo che ho letto da poco e che mi è molto piaciuto è Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson, edito da Sellerio. Parla di un uomo che va in Siberia sul lago Bajkal ed è un libro sulla solitudine, quella positiva, che si sperimenta quando vuoi stare con te stesso perché hai molto da dirti. E scopri, come solo in solitudine puoi fare, se ti ami o meno.
    Ha uno sfondo naturale ruvido, bellissimo, silenzioso e c’è un uomo che va lì con poche cose e riesce a stare bene. Stare da soli è difficile quando non hai nessun rapporto con te, quando hai un buon rapporto con te da solo stai bene.
    Nel ringraziarla per la disponibilità e per la cortesia, un’ultima domanda sui progetti per il futuro. Qualcosa bolle in pentola?
    Questo è un periodo intensissimo, sono sette mesi che giriamo l’Italia, io e Franco. Siamo contenti, siamo stravolti. Era un successo che non ci aspettavamo, perché non è di quei successi creati artificialmente con un investimento. Franco voleva stampare cento copie; sono stato io a realizzare che questa storia bellissima doveva essere raccontata a tutti i genitori, non solo a quelli che conoscono Andrea o che hanno ragazzi disabili, e alla gente che ama la vita, che ama la sfida.
    Sto cercando molto faticosamente di lavorare a un altro giallo; torno al mio ispettore Stucky, che attualmente è in Dalmazia in un campeggio naturista. Sto scrivendo anche un altro libro su un gruppo di ragazzini che cerca di rubare il posto a degli anziani in una bellissima villa con un bellissimo giardino. Sarà un conflitto generazionale tra giovani e anziani e sarà metafora di una vita ormai consumata che non sempre lascia spazio alla vita che invece preme. Una cosa che non riusciamo a governare che diventa realtà in uno scontro spesso inutile e spesso sanguinoso, stupido. Sarà un libro contro la stupidità, spero. Se riesco a finirlo (sorride, ndr).

    Buona fortuna allora e grazie ancora da Flanerí.

    (Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, Marcos y Marcos, 2012, pp. 319, euro17)

    Andrea Antonello ha anche un sito internet, dove i genitori raccolgono i suoi pensieri e le sue creazioni artistiche. Lo trovate a questo link: http://www.andreaantonello.it/
    Vi consigliamo inoltre la visione di questo documentario fotografico sul viaggio in America di Franco e Andrea, che contiene anche alcune citazioni dal libro di Fulvio Ervas.

  • 10Dic2012

    Massimo Lorito - prismanews.net

    È il libro rivelazione del 2012. Un libro nato dal desiderio di un padre di raccontare un pezzo di vita di suo figlio. Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos), premiato a Roma alla fiera Più libri Più liberi come libro dell’anno e appena pubblicato come audiolibro con la lettura di Massimo Villa, nasce da un’esperienza particolare.

    Scritto con misura linguistica e sobrietà di sentimenti, ha la forza di comunicare immediatamente un universo di emozioni. La storia è quella di un padre, Franco Antonello e di suo figlio Andrea. La loro è una famiglia che dalla vita sembra avere avuto tutto, fino alla dolorosa scoperta che Andrea è un bambino autistico. Da qui la volontà pervicace di Franco di non chiudersi in un privato dolente, di non retrocedere ma reagire, allargando quegli orizzonti e portando Andrea a vivere fuori dai confini ristretti che la sua condizione gli imporrebbero. Per i suoi 18 anni un regalo, il viaggio in America. Dal Messico giù fino all’Argentina. Di questa esperienza Franco ne avrebbe voluto fare un racconto da tenere per sé o per gli amici, come una specie di ricordo, fino all’incontro con uno scrittore, quando ha capito, assieme allo scrittore, che poteva nascere una storia degna di essere conosciuta. Lo scrittore è Fulvio Ervas, romanziere e autore di sei romanzi pubblicati con la Marcos y Marcos. Un incontro il loro tutto sommato casuale come nella migliore tradizione letteraria e per questo autenticamente creativo.
    Prismanews ha incontrato l’autore nello stand della casa editrice Marcos y Marcos presso l’11esima edizione di Più Libri Più Liberi. Come dovuta cortesia nei confronti di chi ci ospita per questa breve chiacchierata, cominciamo parlando della casa editrice e del rapporto tra Ervas e gli editori:
    “La Marcos y Marcos è come una grande famiglia dove il rispetto verso l’autore è totale. Questo rispetto è come il faro che guida il loro lavoro. Certo, c’è un prodotto da ultimare e da supportare sul mercato, ma questo prodotto si chiama libro che è una cosa diversa da altri prodotti. Qui lo sanno ed è per questo che valorizzano l’aspetto umano, qualitativo e culturale del lavoro. Personalmente mi sono sempre sentito a casa; ogni volta che ho presentato un’idea o un manoscritto, ho sentito il rispetto e la fiducia degli editori. Libertà è la parola che associo a questa casa editrice”.
    Veniamo al libro. Questa che hai raccontato è una storia differente dai tuoi precedenti lavori…
    “E’ un libro per me nato per caso, non cercato né pensato, ma che dopo due anni di lavoro mi ha anche cambiato, come cambiano i viaggi. Quando ho incontrato Franco (Antonello), mi ha colpito la sua forza vitale. Cercava semplicemente una persona che lo aiutasse a scrivere una specie di diario del viaggio fatto con Andrea. Un amico comune ci ha messo in contatto ed eccoci qua. Ho deciso di scriverla perché mi sono sentito quasi sopraffatto dalla passione, dall’amore di Franco verso Andrea. E mi ha colpito anche una specie di follia: la volontà di andare contro tutto e tutti, di Franco. Ho capito poi che quella follia è il suo grande amore per la vita”.
    Cosa hai capito del loro rapporto?
    “Ho capito la loro grande vicinanza, il loro sentirsi vicini e il saper comunicare nell’apparente impossibilità di farlo con i modi “abituali”. Ho capito anche come stare vicino a loro due sia come farsi prendere da un vortice di sensazioni, di gesti, di momenti nei quali Andrea sembra consumarti e altri nei quali il suo sguardo si perde chissà dove”.
    Come è stato lavorare al libro?
    “Lo abbiamo scritto a casa mia. Franco e Andrea mi venivano a trovare e ogni volta era come se un uragano si abbattesse sulla casa. Andrea spostava ogni cosa, la sua presenza non passava inosservata, è come un vulcano e devo ringraziare anche mia moglie per la pazienza. In tutto questo vortice io e Franco dovevamo concentrarci e lavorare. Ci siamo subito trovati d’accordo nel volere un libro che parlasse della vitalità di Andrea, del suo guardarti dentro. E volevamo scrivere un libro su un ragazzo adolescente autistico, sui suoi desideri, sulla sua vita e non sulla malattia. Non volevamo impietosire nessuno. E soprattutto mi sono reso conto che, in fin dei conti, si trattava della storia, bella e unica, di un padre e di un figlio”.
    E il tuo rapporto con Andrea?
    “Dalla prima volta che ci siamo incontrati mi ha colpito il suo sguardo, dolce vicino e lontanissimo allo stesso tempo. E poi i suoi abbracci, unici. Come scrittore ho sempre usato le parole per comunicare, con Andrea e grazie a lui ho imparato a usare gli sguardi”.
    Cosa ti rimane?
    “Per me è stato un viaggio. Franco e Andrea mi hanno accompagnato in un mondo diverso da quello quotidiano, unico e non convenzionale. Mi rimane una grande botta di vita. Io sono, oltre che uno scrittore, un insegnate di chimica e biologia e dunque a scuola ho già incontrato ragazzi autistici. Non sono un neofita però devo dire che scrivere il libro e conoscere Andrea mi ha messo in crisi. Mi sono dovuto mettere in discussione come insegnate, come scrittore. Una sfida notevole che per fortuna è andata bene, anche se ti assicuro che per mettere assieme tutti i pezzi c’è voluto una bel lavoro!”.
    Progetti futuri?
    “Nella vita mai dire mai, ma non credo che tornerò a scrivere storie come questa. L’impegno è stato assoluto e totalizzante, non ti nascondo che qualche volta ho anche pianto. Poi credo anche che non sarebbe giusto continuare a “sfruttare” questo filone narrativo. Sarebbe troppo comodo, meglio rivolgersi a nuove storie anche perché questa è stata un’esperienza unica e irripetibile”.

  • 27Ott2012

    Lucia Macchioni - Il Cittadino

    Un viaggio lungo tre messi narrato nelle pagine di Se ti abbraccio non aver paura. Si tratta dell’ultima fatica letteraria di Fulvio Ervas, scrittore trevigiano…

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  • 25Ott2012

    Fabio Ravera - Il Cittadino

    È la storia di un lungo viaggio dal Nord America, passando per Las Vegas e poi giù in Messico, fino ad arrivare alle foreste del Guatemala. Ma i due protagonisti on the road non sono centauri avventurieri, bensì più semplicemente e inaspettatamente un padre e un figlio…

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  • 19Ott2012

    Alessandra Stoppini - ilrecensore.com

    “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos) è la frase che i genitori del piccolo Andrea avevano scritto sulle maglie del figlio perché il bambino “a scuola provava in continuazione l’impulso di abbracciare con forza i compagni”.

    Ricordando quella scritta “né troppo grande né troppo piccola”, che non voleva essere “un avvertimento minaccioso” o “una supplica” ma un “semplice suggerimento”, l’autore “narra la storia vera del lungo viaggio attraverso Stati Uniti e America Latina di Franco Antonello, con il figlio Andrea nell’estate del 2010”.

    Un viaggio particolare, simbolico iniziato quindici anni prima quando un medico comunicò a papà Franco che suo figlio di tre anni era probabilmente autistico. “Da quel momento sei nella bufera”, ma “il treno della vita” tranquilla della famiglia Antonello non deragliò “anche se la prima reazione fu di incredulità” perché ciascuna vita, anche la più imperfetta possiede “una sua forza”. Scorrono quindi le immagini di un itinerario on the road con una Harley Davidson rossa come compagna dopo aver prenotato solo un albergo a Miami, tappa iniziale, per “tagliare l’America costa a costa”. Un percorso vissuto, assaporato attimo dopo attimo da un padre con un figlio speciale, due “esploratori dell’universo” per un’intera estate da luglio a settembre trascorrendo 123 giorni insieme e percorrendo 38mila km. “Sarà il nostro viaggio. Strampalato, vitale, un poco avventato. Un poco curativo”. Il viaggio della vita. “Ascoltami, la storia che ti voglio raccontare ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. Così disse Franco a Fulvio davanti a uno spritz consumato in un bar mentre mostrava foto e parlava di suo figlio. “A un tratto sul fondo scorsi un ragazzo in punta di piedi che pareva svitare lampadine in cielo. Visione unica… Agganciava gli sguardi. Fu l’apparizione di Andrea a spingermi ad accettare l’impresa”, ha raccontato Ervas in una recente intervista. Un dialogo tra lo scrittore e Antonello, incontrandosi ogni venerdì, “durato più di un anno” che si è trasformato nelle pagine di un libro tra i più amati e apprezzati dai lettori italiani, da settimane nella classifica generale dei titoli più venduti in Italia e destinato a breve a diventare un film prodotto dalla Cattleya di Riccardo Tozzi.
    Se ti abbraccio non aver paura si conferma un successo della passata estate grazie anche al passaparola, centocinquantamila copie vendute dal giorno dell’uscita del volume lo scorso aprile, 12 edizioni e 6 traduzioni in corso. Sono queste le cifre di un successo. “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima”. “Siamo viaggiatori avventurosi”. Sono le parole di Andrea che dialoga con i genitori attraverso sintetiche frasi scritte al computer e comunica con gli estranei toccando le loro pance “Sento la pancia di persone per conoscere chi mi sta vicino. Mi presento alle persone toccandole e sto tranquillo”. Andrea è un “alchimista” “che distilla poche parole ma con una grande eco”. Il ragazzo “non ha barriere, assorbe tutto come una spugna basta guardarlo per capire che ha un’intimità diversa, tutta sua, con la realtà”.
    Se è vero che l’autismo o Sindrome di Kanner è un disturbo che interessa la funzione cerebrale e la persona che ne è affetta mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione, è anche vero che il deserto del New Mexico fa pensare a questa patologia. Sono queste le riflessioni di Franco mentre “km dopo km” con Andrea aggrappato a lui l’uomo associa deserto e autismo, due mondi dove apparentemente regna sovrana l’incomunicabilità, la solitudine assoluta. “Forse l’autismo è un deserto inizialmente ostile, molto esigente, sin troppo sincero…”. Le esistenze di Andrea e di conseguenza quella di Franco viaggiano “un po’ contromano”, sarà dunque “la strada a guidarci” per trovare “l’isola che non c’è” o quel “regno dell’impossibile” in luoghi suggestivi quali l’America di frontiera “rude, sepolta, in posa” o nel Sud America “pianeta intricato”, coacervo di sensazioni immediate e fortissime. “L’America Latina si spalanca davanti a noi”.
    Un romanzo che “intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa” redatto da un perfetto narratore di una vicenda originale scritta con finezza senza retorica o inutili pietismi. La voce di Franco diventa quella di Fulvio, perché chi ha saputo tradurre in parole le immagini di una spedizione indimenticabile è abile nell’entrare in una storia particolare facendola sua e donandola a milioni di lettori che si ritrovano a peregrinare insieme ai protagonisti del racconto. “Io e Andrea attraverseremo tutte le Americhe possibili e immaginabili, due o tre, quelle che incontreremo. Ce ne andremo a zonzo tutta l’estate, come esploratori”. Il viaggio di un padre insieme a suo figlio non è altro che quel viaggio che ciascuno di noi compie attraverso se stesso per conoscere le proprie possibilità e i propri limiti. Per crescere e superare le paure. Significativa quindi appare la citazione di Emily Dickinson che suggella questo libro coinvolgente e sincero “La speranza è un essere piumato che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non finisce mai”.

  • 16Ott2012

    Susanna Battistini - lindro.it

    È stato il caso editoriale dell’anno. Un titolo che arriva subito al cuore per raccontare un viaggio reale e metaforico di un padre e di un figlio autistico. Un padre, un figlio e… l’autismo. Chi ha fatto nella propria vita esperienza dell’handicap o di qualcosa che nella nostra maniaca ricerca di perfezione porta a valutare come ‘difettosi’ coloro che non rispondono a certi canoni che la società impone e dispone, leggerà tutto d’un fiato questo libro di Fulvio Ervas, ‘Se ti abbraccio non aver paura’ Marcos y Marcos edizioni. E’ un libro che racconta l’impotenza che fa esperienza di sé e diventa potentissima.

    L’esperienza di un handicap. Nella vita, quando ti capita, puoi scegliere: l’autocommiserazione e la disperazione o la reazione costruttiva a un inciampo con il quale dovrai fare i conti per tutta la vita che ti resta. In questo caso con il peso del raddoppio. Perché non capita a te, padre o madre, ma a tuo figlio. E l’impotenza può divorare i giorni e le notti; i pensieri e le azioni, ma può anche, e lo diciamo senza retorica, donarti quel secondo sguardo che non a tutti i mortali è concesso.

    ‘Se ti abbraccio non aver paura’, è un titolo strepitoso, perché fin da subito avverti un che di fisico che ti mette subito sull’avviso. In questi tempi in cui le persone son prese dall’ostentazione della propria personalità attraverso i social network, dove tutti siamo amici e pochi di fatto lo sono, dove la tv ci rimanda sempre gente presa dai propri veri o falsi dolori in cui è molto facile spendere una lacrima, questo libro ti dice che l’abbraccio ha un valore fondante in cui la grammatica dei sentimenti non può essere usata in modo superficiale e d’accatto. Dove, se si finge, si perde e si perde anche malamente. Ma se si è autentici, la rinascita è la giusta ricompensa.
    E veniamo ai protagonisti e alla loro storia. Franco, un pubblicitario, sposato, ha due figli, uno dei quali, Andrea, autistico. Fino a un anno e mezzo di vita del bambino tutto procede normalmente, poi l’uragano entra in casa e scompiglia tutto. “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. SI parte prima. Sono bastate queste poche parole: ‘Suo figlio probabilmente è autistico’.”
    Da quel momento la vita di Franco e di sua moglie cambia radicalmente. Quella di Andrea no, ovviamente. Lui segue il suo corso. Le sue emozioni. Emozioni che dovranno essere decifrate dal resto del mondo, perché, lui, un suo mondo ce l’ha, eccome se ce l’ha. E la cosa straordinaria è la lezione che impartirà a un padre che rischia di perdersi ancor prima di partire. Molti viaggi nella testa e nelle azioni di Franco sono stati fatti, soprattutto per decifrare la malattia di Andrea, per non arrendersi all’impotenza di sentirsi totalmente inadeguato.
    E qui va aperta una parentesi. E’ la storia di un uomo, ancor prima che padre, di fronte all’handicap. Vengono alla mente libri o testimonianze come quelle di Flaiano, di De Cataldo, di De Concini, di Pontiggia. Una serie di intellettuali e uomini che si sono messi a nudo di fronte alle proprie emozioni elevandole alla massima potenza. E’ una doppia confessione: quella di un uomo di fronte ai sentimenti non sempre facilmente svelabili e quella dell’emozione di fronte alla paternità, in più, non si passi per blasfemi, handicappata (come direbbe Clara Sereni, madre, a sua volta, di un ragazzo psicotico). I luoghi comuni (con il solito fondo di verità) ci dicono che l’uomo, tende a nascondere i propri problemi, a fuggirne. In qualche modo anche il papà del libro sembra aver scelto una via di fuga: il viaggio. Molto maschile nella sua voglia di sfidare la difficoltà di portarsi dietro un ragazzo problematico al di là dell’oceano. Molto cameratesco il rapporto che si instaurerà mano mano che viaggiano per le distese americane, molto maschile nel tenere fuori, apparentemente la madre di Andrea, lei c’è solo in qualche riga. Ma più vai avanti nella lettura e più ti innamori di questi due uomini in balia di due solitudini, l’uno perché non comunica nel modo corrente che tutti conosciamo (abbraccia e tocca le pance della gente, da qui il titolo), l’altro perché vorrebbe, dio se vorrebbe, che il figlio finalmente si svegliasse, affinché lo potesse rassicurare che è stato tutto un incubo. Invece no, gli incubi sono il negativo dei sogni, il loro positivo è quando apri gli occhi e la fotografia che si dipana è la certezza che quei momenti sono valsi non solo per un viaggio fisico ma anche interiore. Scatti indelebili di momenti di vita necessari a sé stessi e agli altri, a tutti coloro che avranno bisogno di condividere, per esempio, il dolore, l’impotenza, ma anche l’intensità e la profondità che spesso, diciamocelo, senza tanti giri di parole, il dolore ti regala. Se regalo significa prendere atto di una situazione apparentemente sfavorevole e trasformarla in un vantaggio (altra bestemmia, per coloro che non vogliono ’vedere’). Non scriveremo una riga di più rispetto a quello che succede durante il viaggio perché vale la pena condividere quell’avventura senza troppe anticipazioni.
    Diremo invece di chi ha permesso che questo libro svettasse le classifiche dei libri più venduti di quest’anno. Diremo dell’autore del libro, Fulvio Ervas, il professore di scienze naturali già noto per aver pubblicato con Marcos y Marcos altri libri di tutt’altro tenore (conosciuto per il suo ispettore Stucky). Non è certo facile trasmettere così bene emozioni e vissuti forti senza averli vissuti in prima persona. Il sentimentalismo o la commiserazione è, spesso, negli occhi di colui che guarda da un’altra angolazione e che si sente ‘protetto’ dalla sorte.
    Ervas, invece, è riuscito a farsi catturare nel profondo e come ha avuto modo di dire “il lettore sente che lo scrittore sta sulla moto con quel padre e quel figlio”. Dopo un anno in cui Ervas e Franco Antonello, questo il nome del padre di Andrea, si sono incontrati in un bar per raccontarsi quel viaggio, lo scrittore è riuscito, con una prosa asciutta, dai contorti netti a dare voce a chi cerca di “fare luce là dove il buio è invincibile e fitto”. Perché in fondo, paradossalmente, chi vive con l’handicap, fa proprio questo: non si piange addosso. Per vivere deve materializzare e scarnificare il corso delle emozioni, fosse anche farle diventare un libro e un successo (per i quali alcuni hanno storto il naso).
    La penna di Ervas ha dato corpo a quel desiderio e tenuto conto di quanti lo hanno letto e delle migliaia di lettere di ringraziamento che sono arrivate sul sito della fondazione di Antonello che si occupa d’autismo, ‘I bambini delle fate’, quella penna è stata molto più che una goccia nell’Oceano.

  • 10Ott2012

    Francesca Cheyenne - francescacheyenne.wordpress.com

    Ci sono migliaia di incontri inutili, strette di mano di convenienza, sorrisi formali, appuntamenti concordati nella più totale indifferenza e poi c’è l’incontro magico, con l’amore della propria vita, con un cane che vi sarà amico fedele negli anni, con un gatto tenero ed affettuoso, con qualcuno di speciale. A  me è successo in occasione della Verona Marathon che sono stata chiamata ad inaugurare insieme a due colleghi della radio. Svegliarsi alle sette del mattino, dopo un sabato sera di gozzoviglie veronesi, per essere proiettati nel bel mezzo di una gara podistica non è che rappresentasse esattamente la mia domenica ideale, ma sono una doverista innanzitutto.

    Così assonnata e a passo incerto mi sono diretta in piazza Brà dove nel giro di mezzora c’è stata un’adunata di atleti di ogni sorta, compresi i quattro zampe, sbucanti da ogni dove. Schiarendomi la voce, mi sono fatta forza e, insieme al solerte speaker della manifestazione, mi sono data da fare per incoraggiare le oltre seimila persone convenute entusiaste. D’un tratto, proprio come in un film, il mio sguardo si posa su un gruppo di persone che indossano una maglia bianca con la scritta Se ti abbraccio non aver paura. Immediatamente collego la scritta al titolo di un libro di Fulvio Ervas che mi ha folgorato, dove si racconta la storia di un padre e di suo figlio, autistico, che partono per un viaggio on the road, attraverso Stati Uniti e America Latina, in sella ad una motocicletta.

    Andrea oggi ha 20 anni, è bellissimo, se non fosse un paragone fin troppo sfruttato azzarderei dire che è un tipo alla Jim Morrison ed è autistico da quando ha 3 anni. Il papà Franco, un uomo ancora più affascinante con il volto segnato dagli anni e dall’innegabile sofferenza che un’esperienza del genere comporta, dopo un iniziale abbattimento decide di dedicare il resto della vita a quella meravigliosa creatura, prigioniera di un mondo interiore ricchissimo, che emerge solo quando scrive,  dialogando al computer:
    Franco: “Per comunicare meglio vorrei un aiutino…un consiglio da parte tua sarebbe molto gradito…
    Andrea: “Tu mi credi normale rompi palle e maleducato, io sono sensibile diverso e molto solo”
    Li seguo con lo sguardo, Andrea corre avanti e indietro, ma non perde mai di vista il padre. Poi si amalgamano alla folla di maratoneti e io mi dirigo al centro dell’Arena, dove terminerà la gara. Quando li vedo tagliare il traguardo, sudati e felici, mi si allarga il cuore e mi spiace che il mio lavoro in quel momento mi trattenga dal raggiungerli. Ma si vede che il destino ci doveva far incontrare, perché li rivedo proprio davanti alla postazione radio, in trasferta veronese per seguire lo show di Adriano Celentano. A quel punto mi presento e Franco mi stringe dicendomi che mi segue sempre in radio. Andrea è seduto su una panchina e quando una signora, la zia, lo invita ad abbracciarmi, lo fa con uno slancio, un’energia che mi travolgono.
    La vita di Andrea e della sua famiglia non è facile, non lo sarà mai: dell’autismo si sa poco, io ancora meno, ma credo di poter affermare che perlopiù si vada a tentativi. E’ una di quelle malattie che si possono tenere sotto controllo solo con l’amore e la dedizione. Quando Ervas ha incontrato Franco lui gli ha detto: “ Ascoltami, la storia che ti voglio raccontare ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. E lo scrittore, come tutte le persone che hanno letto il libro, lo ha sentito in maniera molto forte.
    Se per la mia causa ambientalista avessi solo un quarto della forza e della coerenza di quella famiglia mi sentirei già in pace con me stessa.

  • 05Ott2012

    Valentina Sala - lecconotizie.com

    LECCO – “Se ti abbraccio non aver paura”. Questo il titolo del libro edito da Marcos y Marcos che sarà presentato nella libreria Ibs di via Cavour sabato 6 ottobre alle 18. Una presentazione che vedrà intervenire anche l’autore del romanzo, Fulvio Ervas, giusto qualche settimana fa presente all’ultima edizione del Festival della Letteratura di Mantova. In attesa dell’appuntamento di sabato, Lecco Notizie ha intervistato in anteprima lo scrittore, provando a tratteggiare alcuni aspetti caratteristici del suo ultimo lavoro.

     

    Una vicenda reale, quella narrata in “Se ti abbraccio non aver paura”, che vede Franco e Andrea, padre e figlio, avventurarsi per tre mesi in sella a una moto e attraversare l’America. Sembrerebbe la trama di un romanzo on the road come altri, se non fosse per un dettaglio, che rende il libro di Fulvio Ervas unico nel suo genere: Andrea è un ragazzo autistico e Franco, che deve imparare a vivere con il complesso mondo interiore di suo figlio, decide di prendere di petto la situazione e di trascorre insieme a lui tre mesi di vera avventura. Una storia realmente accaduta e che lo scrittore ha ripercorso minuziosamente nelle pagine del suo romanzo.

    Signor Ervas, può raccontarci com’è nata l’idea di scrivere questa storia?
    “Tutto è nato dalla richiesta dello stesso Franco, che non conoscevo. Rientrato dal viaggio a settembre del 2010, il papà di Andrea ha avuto la percezione di aver fatto un’esperienza che meritasse di essere raccontata, testimoniando che con un ragazzo autistico si può addirittura intraprendere un viaggio complicato e speciale. L’intento non era quello di offrire una “ricetta” a chicchessia, ma semplicemente di dire: proviamo ad allargare i nostri schemi, a lasciarci guidare dall’istinto, a osare un poco. Sforziamoci di essere, sia pure per un po’, più liberi.Ed è così che quello che avrebbe dovuto essere nelle intenzioni di Franco un diario di viaggio per amici e conoscenti è diventato, lavorando, un romanzo”.

    Cosa l’ha convinta a raccontare questa vicenda?
    “Mi ha convinto il primo incontro con Andrea, quel suo stare in punta di piedi, quasi sospeso, certi movimenti delicati delle mani, lo sguardo sfuggente e profondo. Poi mi ha tenuto sulla storia la grande capacità di Franco di comunicare quell’esperienza: diretta, con semplicità, con passione”.

    Padre e figlio in viaggio su una moto. Come è riuscito a descrivere un’esperienza alla quale non ha preso parte?
    “Scrivere è sempre immaginare esperienze, intrecciando quelle che hai vissuto per ottenere forme nuove. Non solo non sono stato nei luoghi del viaggio, ma non sono nemmeno un motociclista e, cosa più rilevante, non sono certo il padre biologico di Andrea. Tuttavia continuo a sostenere che una delle possibilità della mente umana sia quella di entrare in empatia con persone e situazioni che riesci a sentire: anche se non sono tue, ne provi una certa condivisione. Credo che su questo si fondino le migliori doti della nostra specie: la solidarietà, la partecipazione, la costruzione di comunità. Specchiarsi nell’altro non è facile, ma è alla nostra portata. Nel caso del libro, poi, servono le parole, ma lavorando con impegno si sono fatte trovare”.

    C’è un episodio che ha narrato nel libro e che l’ha particolarmente colpita?
    “In una parte del viaggio, passano con la moto davanti a uno di quei bei cimiteri, un prato con i fiori, e si fermano: Franco spiega ad Andrea che sotto ci sono le persone venute prima di noi e Andrea si toglie le scarpe, allarga le mani e sembra un’aquila che volteggia. Quando ho visto quelle foto, e soprattutto l’espressione di Andrea, mi è sembrato che quel ragazzo riuscisse a dirmi molto sul movimento della vita: un flusso leggero da prendere scalzi e in punta di piedi”.

    E’ la prima volta che affronta il tema della “diversità”?
    “Insegno chimica e biologia in un liceo di Mestre, storicamente molto aperto e attento all’utenza con diversi gradi di disabilità. Io stesso ho avuto e ho tutt’ora alunni che per stare nel mondo fanno un po’ più fatica di mia figlia o di altri ragazzi. Ne fai esperienza, è soprattutto un esercizio di sensibilità. Poi devi avere, dentro, la convinzione che la vita sia una lotteria, che qualche numero estratto possa essere davvero basso e che sarebbe potuto accadere anche a te, a tuo figlio”.

    Cos’ha significato per lei conoscere Andrea e scrivere questo libro?
    “Io non ho minimamente una conoscenza di Andrea paragonabile a quella di Franco. Un ragazzo autistico è un bel rebus per le nostre “menti normali”. Quello che mi è stato possibile percepire nelle numerose volte che ho incontrato Andrea è l’energia che ha dentro ma anche l’ottovolante su cui corre la sua mente. Suscita una grande empatia, è innegabile. Forse anche questo è stato uno dei “motori” per scrivere il romanzo, che rimane, soprattutto, una storia di intimità tra un padre e un figlio. Dentro ad una stanza stretta, l’autismo, e contemporaneamente, negli spazi del mondo”.

    Qual è, secondo lei, la ragione del successo del suo romanzo?
    “Che c’è un grande bisogno di positività e non di lamenti. E poi è necessario avere il sostengo di una casa editrice speciale e la “Marcos y Marcos” lo è”.
    Crede che il suo libro possa divenire uno strumento utile a quei genitori che quotidianamente vivono un’esperienza simile a quella di Franco?
    “Questo libro, che non è un saggio sull’autismo ma il pezzo di vita di un ragazzo autistico, può attirare l’attenzione sul tema, far pensare alle cause, aiutare molti genitori (come mi ha detto la mamma di un ragazzo autistico a Udine) ad “uscire dalla terra di nessuno”. Ma il fatto che dei nostri concittadini siano costretti a vivere “nella terra di nessuno” attiene al grado di civiltà della società in cui viviamo. Non devono essere i romanzi o la televisione, per quanto possano catalizzare una maggior sensibilità, a dettare il ritmo della nostra maturità civile. La responsabilità è nei gesti di tutti i giorni, nel non lasciare soli questi genitori e ragazzi, nel creare una rete solidale, nel pretendere che le istituzioni siano adeguatamente presenti. Le persone davvero civili non aspettano un romanzo per suonare al campanello della casa di una di queste famiglie e dire: posso aiutarti? Ma se può servire per ravvivare la nostra sensibilità, ben venga”.

  • 28Set2012

    Redazione - avoicomunicare.it

    “Se ti abbraccio non aver paura”: il viaggio di Franco e Andrea Antonello per raccontare l’autismo

    Andrea Antonello è un ragazzo autistico di 18 anni che insieme a suo padre, Franco, ha percorso quasi 40 mila chilometri in moto, da Miami fin nel cuore dell’Amazzonia. La storia di Andrea ha fatto riemergere discussioni sulle relazioni tra autismo e vaccinazione polivalente, sull’efficacia della comunicazione facilitata, ma ha fatto anche parlare di autismo e sfatato, speriamo, qualche pregiudizio.

    “Immagina di essere al volante di un’auto. Che l’auto è il tuo corpo, e con quest’auto ti devi muovere per fare ogni cosa. Tu sai benissimo che devi accendere, mettere la marcia e partire girando il volante per seguire la tua strada. Ma succede che quando accendi suona il clacson… e che quando sistemi il sedile l’auto si mette in moto… che se acceleri va indietro… metti la freccia e invece si apre la porta… sai cosa devi fare, vedi tutto… ma niente corrisponde a quello che vuoi fare o comunicare…”. Questo è l’autismo così come ha imparato a immaginarselo Franco Antonello vivendo accanto al figlio Andrea.
    Di questa coppia di Castelfranco Veneto, padre energico, schietto, diretto, e figlio dai lunghi capelli ricci e un’incontenibile voglia di abbracciare, sì è parlato tanto negli ultimi mesi, in particolare da quando, in aprile, è uscito “Se ti abbraccio non aver paura”, il bel libro scritto dalla penna di Fulvio Ervas e diario di uno straordinario viaggio attraverso l’America. Dall’intervista di Daria Bignardi alle pagine dei quotidiani, dalle presentazioni del libro al tam tam in rete; tutti ci siamo appassionati alla vicenda di un padre che coraggiosamente ha scelto di infischiarsene di moniti e suggerimenti di medici ed amici e che con consapevolezza si è imbarcato in una vera e propria avventura, fatta di rischi, sorprese e imprevisti.
    L’immaginario condiviso rispetto ai mondi delle persone affette da autismo è pieno di luoghi comuni e stereotipi; lo associamo a universi mentali situati a distanze siderali dalla terra, fatti di isolamento e incomunicabilità, all’incapacità di assorbire e seguire le regole della convivenza sociale, ad atteggiamenti ossessivi e ripetitivi (le stereotipie) apparentemente incomprensibili. Il racconto di questi 123 giorni di viaggio a bordo di una Harley-Davinson e di auto a noleggio, dall’Atlantico al Pacifico e giù a sud fino a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia, attraversando frontiere, incontrando popoli e abitudini sconosciuti, abituando lo sguardo, ogni giorno, a un panorama diverso, non smentisce, non illude, non inganna e non indora la pillola. Ci fa conoscere Andrea, un ragazzo autistico, uno tra tanti. Non cela le fatiche, le paure, gli sforzi di due genitori e di un fratello più piccolo, non trascura la sofferenza e la stanchezza di Andrea. Di certo pone domande, domande su quali ponti si possano costruire per accedere agli universi emotivi e cognitivi, apparentemente remoti, delle persone affette da autismo e soprattutto per permettere loro di comunicare con chi gli sta intorno.
    Il viaggio di Franco e Andrea è un modo, un modo tra gli altri, un ponte possibile sebbene, forse, non da tutti praticabile. All’indomani della uscita del libro si è riaperta un’antica diatriba, quella che riguarda l’ipotesi di una correlazione tra somministrazione del vaccino polivalente (quello contro il morbillo, per intenderci) e il manifestarsi dell’autismo, formulata nel 1998 da un medico di nome Adrew Wakefield e ufficialmente e scientificamente smentita 10 anni dopo. Franco Antonello ha accennato, durante le interviste, alla possibilità che quell’ipotesi non fosse poi così infondata, sollevando polemiche sul rischio di fuorviare l’opinione pubblica, in particolare quella più direttamente ed emotivamente coinvolta. Stesso discorso per la comunicazione facilitata via computer, una terapia in base alla quale l’utilizzo di un supporto tecnico, un pc per esempio, e di una facilitatore possano aiutare la persona autistica a comunicare verbalmente e per iscritto i propri pensieri.
    Nel caso di Andrea questa sembra essere una via efficace e produttiva, ma sono in tanti a non crederci e a considerarla piuttosto un placebo per la frustrazione di un genitore.
    Opinioni. Senza entrare nel merito della loro legittimità, ci è sembrato importante tornare a parlare di Franco e di Andrea, anche a distanza di mesi, per ricordare e ricordarci che è innanzitutto dall’isolamento e dall’emarginazione che l’autismo va preservato e che tutte le vie percorribili per avvicinare “noi terrestri” al mondo di questi “bambini delle fate”, come li chiamava la tradizione popolare (e come Franco Antonelli ha battezzato la Fondazione che presiede), sono da conoscere, sperimentare e condividere.

  • 25Set2012

    Domenico Carelli - infooggi.it

    «Ripesco tra le mie cose il suo ultimo biglietto.
    MA SEI PIÙ FELICE O TRISTE?
    Felice
    NON SEI TRISTE PER TUTTO QUELLO CHE L’AUTISMO TI IMPEDISCE DI FARE?
    Mondo parallelo è autismo devo imparare da terrestri
    E TU… NON SEI UN TERRESTRE?
    Terrestre imparo diventare»

     

    Poche parole eppure hanno la sostanza dell’assoluto quelle che Andrea, un ragazzo di 17 anni affetto della Sindrome di Kanner, altrimenti detta autismo, scrive con il suo modo personalissimo davanti al computer, con la stessa immutabile sequenza di “pugno, cuore, lettera”. 
Questa è la storia di un viaggio on the road, che padre e figlio hanno compiuto nell’estate del 2010 in sella a una Harley åDavidson rossa – in principio – “a zonzo” per gli Stati Uniti e l’America latina, alla ricerca del “Bruco Blu”, il pupazzo preferito da Andrea durante i primi anni di vita.
Un viaggio “strampalato, vitale, un poco avventato, un poco creativo”, un viaggio per perdersi o per trovarsi.
Cost to coast, attraverseranno la Florida, l’Alabama, la Louisiana, il Texas, il Messico, il Brasile … al ritmo di jazz o di blues, tra un cicchetto di tequila, un hot dog e una manciata di pop corn, in un’avventura  in cui non stupisce l’incontro con uno sciamano ma sorprende la magia del primo bacio.
È una storia diversa, un po’ contromano, non per questo meno bella, anzi, che emoziona con le sue tinte forti come i rossi e i blu che Andrea usa per dipingere, seguendo le proprie pulsioni di “tiranno fragile, bisognoso di libertà”, guidandoci per mano alla scoperta del suo mondo silenzioso, “un luogo lontano dove valgono altri codici, altri segni, altre bellezze”.
Andrea, “creatura marina” diventerà nostro amico, facendoci ridere, piangere, sognare, riflettere, insegnandoci che “c’è più di qualche goccia di autismo in ognuno di noi”, specie quando preoccupati per la nostra incolumità preferiamo tapparci gli occhi, i timpani, divenendo sordi alle richieste di aiuto del prossimo, trincerandoci dietro la formula matematica di una diagnosi clinica – autistici, invalidi, disabili, diversamente abili… sono tante le categorie e gli eufemismi creati/adottati dalla società contemporanea – quasi a voler pensare che sia sufficiente un nome per risolvere un problema, piuttosto che metterci al posto degli altri e sforzarci di comprendere.
Da chi meno ce lo aspettiamo possono arrivare le sorprese più grandi e un figlio speciale come Andrea, pur tra le lacrime, la paura, le difficoltà quotidiane, può rivelarsi “un regalo del cielo”, in grado di amarci, di carpire i nostri pensieri accarezzandoci semplicemente la pancia.
Questo è un romanzo, ma il viaggio di Andrea non si conclude tra le sue pagine, continua nella vita, un po’ anche nelle nostre vite. Difficile dimenticarlo.

  • 22Set2012

    Andrea Ceccarelli - fuorilemura.com

    L’abbraccio è uno di quei gesti che spesso non ha bisogno di spiegazioni: molti, infatti, lo ritengono “più eloquente di mille parole” e forse hanno ragione. Perché allora un papà dovrebbe far stampare per il figlio magliette colorate con su scritto “Se ti abbraccio non aver paura?”. A spiegarlo è Franco Antonello, imprenditore veneto, con la penna di Fulvio Ervas, nel romanzo che ha scalato le classifiche editoriali, incuriosendo e avvincendo un vasto pubblico.

     

    Una storia alla quale tutti i media hanno dato eco, forse perché siamo affascinati da ciò che non capiamo, forse perché sogniamo anche noi di mollare tutto e partire all’avventura, forse… Già, forse… Perché in Se ti abbraccio non aver paura ci sono molte domande e poche risposte, quelle stesse risposte che cerca chi si sente abbracciare con forza la pancia da uno sconosciuto. Un viaggio nell’incomprensibile, insomma, nell’incomprensibile (?) mondo dell’autismo.
    In Se ti abbraccio non aver paura Fulvio Ervas riempie d’inchiostro le parole di Franco Antonello, che ci racconta, quasi come in un diario, del viaggio on the road in America con il figlio Andrea, ragazzo autistico di diciotto anni. Un’esperienza fortemente voluta da Franco, contro il parere di tutti, tra mille incertezze, dubbi, paure, che sembrano dettati dalle circostanze, ma che invece hanno il sapore della quotidianità: “L’idea di un viaggio ha cominciato a lavorare dentro di me in silenzio. Come un virus. Senza manifestazioni evidenti. Non sentivo il bisogno di un progetto dettagliato. Per Andrea le ore di ogni singolo giorno sono sempre un imprevisto: sarà così anche per me, e andrà come deve andare”.
    Coast to coast da Miami a Las Vegas, poi giù per il Messico, proseguendo per Guatemala, Costa Rica, Panama, fino ad arrivare in Brasile. Scenari cinematografici, strade che conducono verso l’orizzonte, una Harley che macina chilometri sfuggendo ai pensieri, paesaggi che riflettono gli stati d’animo di un padre avventuriero legato al figlio da un elastico invisibile, del quale spesso Andrea mette a dura prova la resistenza. Un viaggio istintivo, ricco d’incontri che ne orientano il percorso: uno su tutti quello di Jorge, ragazzo autistico che vive in una baracca nella foresta della Costa Rica (al quale è destinata, per la costruzione di una casa, la parte dei proventi del libro spettante a Franco Antonello). Poi bizzarri personaggi made in USA, uno sciamano, una misteriosa lettera da consegnare, un vecchio amico ritrovato e una giovane brasiliana, molto presa da Andrea, che passa la notte con lui. Un lungo percorso le cui tappe si susseguono velocemente, anche a livello narrativo, lasciando però il giusto spazio alle riflessioni di papà Franco che tiene in mano la bussola della narrazione, il cui ago è fisso verso Andrea. È lui il Nord da non perdere, è a lui che Franco guarda. Si mette in ascolto e cerca di comunicare con il figlio, a volte toccando con un dito la schiena di Andrea seduto davanti al computer. Solo così facendo il ragazzo lentamente digita le risposte alle domande che il padre gli scrive, regalandoci preziosi dialoghi, che Ervas riporta fedelmente, dai quali emerge la tenacia di entrambi, padre e figlio, nel voler superare un muro comunicativo che sembra invalicabile:
    MA SEI PIU’ FELICE O TRISTE?
    Felice
    NON SEI TRISTE PER TUTTO CIO’ CHE L’AUTISMO TI IMPEDISCE DI FARE?
    Mondo parallelo è autismo devo imparare da terrestri
    E TU? NON SEI UN TERRESTRE?
    Terrestre imparo a diventare
    Un papà discreto, Franco, mai invadente, rispettoso dell’individualità del figlio, chiuso in un mondo che lascia pochissimi spiragli, ma allo stesso tempo costantemente alla ricerca di un modo per far sentire Andrea più “terrestre”.
    Ho aspetti belli tu li conosci
    “TU LI CONOSCI”, DOMANDA O AFFERMAZIONE?
    Solo domanda
    CREDO DI NON CONOSCERLI TUTTI ANDREA. AIUTAMI, DIMMI QUALI SONO PER TE I PIU’ BELLI…
    No papà non è mio compito
    Un padre innamorato del figlio, la continua ricerca di risposte, il coraggio di affrontare le difficoltà in modo fattivo, propositivo, tra mille frustranti incertezze.
    Se ti abbraccio non aver paura, un suggerimento scritto da dei genitori su una maglietta, “una scritta né troppo grande né troppo piccola” che non vuol essere “un avvertimento minaccioso e tantomeno una supplica”, ma un filtro, un modo poco convenzionale per preparare le persone allo stupore di vedersi abbracciare in vita da uno sconosciuto, gesto che per Andrea vale davvero più di mille parole: “Sento la pancia di persone per conoscere chi mi sta vicino. Mi presento alle persone toccandole e sto tranquillo”.

  • 19Set2012

    Cinzia Ficco - tipitosti.com

    “Andre, questo è l’Oceano pacifico”
    “Pacifico, questo è Andrea”
    “Vuoi dirgli qualcosa?
    È stato facile o difficile arrivare sin qui?”
    “Facile”
    “Chi guidava la moto?”
    “Io”
    “Dai Andre, diciamocelo: Siamo degli eroi”
    “Eroi, papà”

     

    Gira su se stesso. Si lancia in una piccola danza della pioggia, uno spontaneo rito di ringraziamento. Ci guardano. Chiediamo se possono farci una foto. L’autostima è alle stelle, la stanchezza anche. Ce l’abbiamo fatta, non abbiamo paura di niente.

    Delicato, ti fa vibrare. A volte ti strappa una lacrima, tante volte ti fa sorridere. Dopo averlo chiuso, ti lascia la speranza e la voglia di provare a far deviare, seppure di poco, il tuo destino.
    E’ il libro, che vi consiglio, di Fulvio Ervas “Se ti abbraccio non aver paura”, edito da Marcos y Marcos, che descrive un viaggio molto particolare. Quello intrapreso da Franco Antonello, un tipo parecchio tosto, con suo figlio, Andrea, autistico, su una moto. Centoventitré giorni, 38 mila chilometri, da Miami negli Stati Uniti ad Arraial d’Ajiuda in Brasile, organizzati da Franco, 51 anni, di Castel Franco Veneto, per festeggiare i 18 anni di suo figlio.
    A Franco, che è imprenditore ed editore, nonché presidente della Fondazione “I bambini delle fate”, a sostegno dei bimbi affetti da autismo e dei loro familiari, i medici avevano sconsigliato un viaggio così lungo e faticoso. I ragazzi autistici – si sa – hanno bisogno di una vita abitudinaria. Ma lui no. Ha fatto di testa sua. Con il sostegno di sua moglie ha preparato quest’avventura. A dire il vero senza grande impegno.
    “L’idea di un grande viaggio – è scritto a pagina 19 – ha cominciato a lavorare dentro in silenzio. Come un virus. Senza manifestazioni evidenti. Non sentivo il bisogno di un progetto dettagliato. Per Andrea le ore di ogni singolo giorno sono sempre un imprevisto: sarà così anche per me, e andrà come deve andare. Una mattina sono andato incontro ad Andrea che tornava da scuola, con il suo passo veloce. L’ho visto arrivare e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto fare una vacanza speciale. Lui s’è lasciato distrarre dai panni stesi nel cortile di una casa. E’ partito di corsa e ha cominciato a raggrumare le lenzuola, spostare le mollette, raddrizzare i calzini”.
    Insieme per quattro mesi hanno detto addio a terapie di ogni tipo: tradizionali, sperimentali, spirituali, provate per anni senza successo.
    I due sono così partiti e hanno viaggiato uniti nel tempo sospeso della strada. Tagliando l’America in moto, si sono persi nelle foreste del Guatemala. La normalità è stata abolita, e nessuno dei due sapeva chi fosse diverso. Per quattro mesi è stato Andrea ad insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita. Andrea che accarezzava coccodrilli, abbracciava camerieri, sciamani, toccava la pancia agli sconosciuti per sentire meglio le loro emozioni. E seminava pezzetti di carta lungo il tragitto, come Pollicino che prepara il ritorno.
    Per centoventitre giorni  Franco è riuscito a scacciare la sua più grande paura. “Quella che Andrea – si legge a pagina 318 – trascini la sua esistenza in qualche contenitore: refettorio, regole, farmaci. Senza relazioni vere, senza affetti veri. Immerso in una solitudine che andrà a sommarsi alla sua. Non è facile farsene una ragione. Adesso c’è ancora energia e la mente riesce a far ruotare la mia esistenza attorno alla sua. Ma il tempo non le è alleato, non ci sarà un giorno, nel futuro, in cui Andrea improvvisamente riuscirà a congiungere il suo mondo con questo mondo. Un giorno, in cui, trovando me su una panchina, lui si avvicinerà di soppiatto, con quel suo sorriso, per dirmi: va bene papà, puoi andare dove vuoi adesso, me la cavo da solo”.
    Ma Franco non molla. Sì, il verdetto del maggio ’96, impietoso, ha ribaltato il suo mondo e la malattia diagnosticata quando Andrea aveva due anni e mezzo è stata per lui e la sua famiglia come un uragano, come sette tifoni. Però, per amore di suo figlio, va avanti come un cavaliere che non si arrende e continua a sognare.

  • 19Set2012

    Paolo Pegoraro - romasette.it

    «Una storia vera»: che emozioni si accendono quando troviamo queste tre parole in un libro o film? Un’altalena tra scetticismo e desiderio di credere, un cocktail inebriante di critica feroce e sentimenti a piede libero. Le storie accadono, è un fatto. Le storie si inventano, è un altro fatto. Di cosa abbiamo più bisogno? Leggiamo per scoprirlo, ed è quasi un giallo.

    “Se ti abbraccio non avere paura” ha alle spalle una storia grande. Quella di un padre, Franco, che scommette insieme al figlio adolescente Andrea, autistico. La scommessa è un viaggio che sbalordisce tutti: insieme, in moto, negli States, coast to coast. Un viaggio senza certezze – Andrea resisterà un giorno? tre? una settimana? – guidato da intuizioni, inviti, suggestioni, incidenti di percorso. E che improvvisamente vira verso il Messico, il Centro America, il Brasile. L’avventura durerà tre mesi.

    Una storia talmente incredibile che in Fulvio Ervas, affermato giallista trevigiano, è scattata la necessità di raccontarla. Prestando la propria scrittura a Franco e Andrea. Una mano tesa, quella di Ervas, che è solo l’ultima di una lunga catena. Perché nella corsa da una città all’altra, la malattia di Andrea diventa un catalizzatore di solidarietà: chi li incontra passa dalla sorpresa alla comprensione, e poi all’aiuto.
    Di aiuto c’è bisogno sempre, soprattutto quando tocca attraversare i confini delle proprie paure: un ragazzo autistico…non sarà sconsiderato farlo viaggiare? Metterlo al computer? Lasciarlo da solo? Farlo stare con una ragazza? Sì, farlo da soli sarebbe una follia. Ma la forza di questo racconto sono proprio i tanti volti che i due incontrano. Più che un libro di viaggio, è il diario della scoperta di continenti umani chiamati Jorge, Joana, Odisseu, Angelica. Persone che non hanno avuto paura di lasciarsi abbracciare da Andrea e dalla sua condizione.
    Non sono mancate le polemiche sull’attendibilità della storia, nonostante Ervas scriva chiaramente che il romanzo «intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa» (dopo averlo letto, però, guardate le foto su www.andreaantonello.it). Non c’è alcun desiderio di impartire lezioni, tanto meno di sublimare il dolore in poesia. Anzi. Tutte le volte che qualcuno si lascia sfuggire un commento leggero, magari chiamando Andrea «angelo», papà Franco si rabbuia, rimbrotta: facili consolazioni da “turisti della malattia”, ma immergervisi ogni giorno, ogni istante…
    E le ultime righe del romanzo – pur così energico e positivo – rievocano paure ultime e inconfessate, i pensieri più spaventosi. Più grande del viaggio oltreoceano di Andrea è quello interiore di papà Franco. Bisognava fare tutte quelle miglia, sì, bisognava inoltrarsi nel cuore della foresta, e lì incontrare una famiglia priva di tutto e afflitta dallo stesso dramma: eppure, indubitabilmente felice.
    La felicità nonostante la sofferenza. «Impreco, ma lo amo». Accettare che meraviglia e terrore convivranno in noi sempre, e che sia giusto così. Che questo nostro stare sulla terra non sia solo biologia, che le macchine possano fotografare quant’è grande un’amigdala, ma restare mute davanti al giganteggiare della solidarietà. Che a conti fatti la vita possa essere, per quanto complicata, bella. Un magnifico scandalo.
    La citazione:
    «Tutti noi abbiamo elaborato, da millenni e millenni, complicati filtri per difenderci dal flusso degli eventi. Siamo pieni di calendari, orologi, convinzioni religiose, creme antirughe, auricolari contro il dolore altrui, biglietti per il paradiso e il purgatorio. Accettiamo i cambiamenti con moderazione e quelli di grande portata meglio che accadano una o due volte al secolo. Non a casa nostra. C’è più di qualche goccia di autismo in ognuno di noi».

  • 14Set2012

    Francesca Visentin - Corriere del Veneto

    Parole per dirlo. Raccontare, emozionare, stupire, giocare. Ma anche per chattare, scrivere, messaggiare, conoscersi a distanza. Sono cambiate le parole. Spesso arrivano filtrate da un computer, seguono le misteriose vie del web e dei new media, seducono o ingannano…

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  • 13Set2012

    Camilla Madinelli - larena.it

    «Se ti abbraccio non aver paura» è la scritta che papà Franco ha stampato sulla maglietta del figlio Andrea Antonello, 18 anni, di Castelfranco Veneto. La sua voglia di vivere e scoprire e avvicinare le persone è contagiosa, al punto che spesso non si trattiene. Saltella, piroetta e, alla fine, abbraccia tutti. E poi, se gli va, ti abbraccia ancora. Non è solo il fervore della giovinezza o il carattere indomito e lo spirito avventuroso di un nato sotto il segno dello Scorpione. Andrea è autistico, ha una sfilza di manie (finestre e cerniere tutte aperte o tutte chiuse, niente aria condizionata neanche a Ferragosto) e dentro alla sua testa passano mille pensieri che faticano a venire in superficie. Andrea non costruisce una frase completa. Al massimo dice una parola. Il più delle volte ripete o si spiega a gesti.

    Dopo cinque anni di tentativi e prove con la comunicazione facilitata, ora lo fa a modo suo scrivendo col computer sotto l’imput di un dito. Ma solo con la mamma e poche altre persone. «Così ci manda lettere da Marte», dice sorridendo il padre Franco, editore e ideatore della fondazione i Bambini delle Fate (vedi box). Con lui in questo modo puoi parlare di tutto, dalla politica al sesso, dalla musica all’arte. Poi però non sa dirti se ha fame o sete». Qualche volta Andrea dispensa pure consigli di corteggiamento, cosa non facile in tempi in cui non ci sono più regole nè bon ton nei rapporti tra i sessi. «Andrea è come alla guida di un’auto senza riuscire mai a fare la manovra giusta», spiega il papà, «ha la patente, conosce la strada e il suo codice, ma non riesce a ingranare la marcia». Difficoltà quotidiane, paure, disagi e solitudini di fronte a una malattia per certi versi ancora misteriosa, non hanno fermato però padre e figlio dalla voglia di prendere la vita di petto. E di conoscersi di più, muoversi, viaggiare. Due anni fa Franco e Andrea Antonello hanno percorso in lungo e in largo le Americhe in moto per circa tre mesi. Un’avventura che è diventata un libro forte, commuovente, mai lagnoso, per certi versi pure divertente: Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos, 319 pagine, 17 euro) di Fulvio Ervas, insegnante di chimica e autore di gialli. Si è fatto raccontare da Antonello tutto quel viaggio, un dialogo durato un anno intero. Alla fine Ervas ha lasciato nel cassetto il progetto di un altro libro, si è «finto» Franco Antonello e ha scritto in prima persona Se ti abbraccio non aver paura. Alle spalle ha già otto libri, ma, dice, «questa volta è stato diverso. Non c’erano mondi da immaginare, trame da ordire, ma una storia vera da raccontare, senza pietismo e con coraggio. È stata dura, ci sono stati momenti in cui ho creduto di non farcela ad arrivare alla fine». Il libro è stato presentato alla Gran Guardia, durante una serata moderata dal giornalista Luca Fiorin a cui hanno partecipato Ervas, il papà di Andrea, l’assessore ai servizi sociali del Comune Anna Leso e l’assessore regionale alla sanità Luca Coletto, nonchè coordinatori e volontari della fondazione. La storia narrata nel volume, che ha commosso, è servita da volano per lanciare idee e programmi dell’associazione che servono a non lasciare soli genitori e familiari di bambini e giovani autistici. «Molti ci ringraziano perché, dicono, li tiriamo fuori da una solitudine che li opprime, da una terra di nessuno, da un mare sperduto», continua Ervas. Franco Antonello ha l’aspetto di un musicista rock; un duro reso ancora più forte dalla vita. Ma non nega le difficoltà e le paure nel vivere ogni giorno a stretto contatto di Andrea. Durante l’anno scolastico il figlio si divide tra lezioni con l’insegnante di sostegno al mattino e corsi di canoa, scrittura, pittura e mille altre cose al pomeriggio. Di fatto, Andrea ha già deciso: da grande vuole fare il pittore. «Intanto, molto modestamente, si definisce un viaggiatore, un artista e un attore di storia vera», continua Franco Antonello. Si è accorto di essere diventato famoso, capita che lo fermano per strada. Del resto, come disse una volta per giustificare un cazzotto mollato a un coetaneo che lo aveva in qualche modo offeso: «Non parlo, ma ci sento». DOPO quel viaggio di due anni fa divenuto libro, padre e figlio sono ripartiti una seconda volta, per altri due mesi a stretto contatto in cui hanno visitato molti Paesi del Sudamerica. E mica si fermano, i due. Hanno in programma un itinerario speciale, che parte da casa loro, a Castelfranco, con la bussola puntata verso Oriente. Ma di più Antonello non vuole dire, forse per scaramanzia. «Intanto questa estate senza viaggi, a casa con lui, è stata tremenda», ammette. «Ma so bene che la storia mia e di Andrea è una storia universale, che tocca tante famiglie da vicino». Muoversi, camminare, correre. Viaggiare. Mai fermarsi. Mai rimanere immobili, perché l’immobilità è la fine, bisogna produrre endorfine», conclude Ervas. Da chimico, tira in ballo fisica e biologia per spiegare che «il movimento è la migliore medicina contro lo sconforto, la rabbia, la paura che colpisce chi vive vicino a persone disabili». Persone provate nel fisico o con l’ottovolante nella testa, piene di talento ma senza parole, come se da qualche parte qualcuno avesse ingarbugliato troppo i fili dell’anima. Guai a stare fermi anche per Franco Antonello. Qualche sera fa ha preso la macchina, ha caricato Andrea, ha abbassato i finestrini e ha guidato per 80 chilometri con le canzoni di Vasco Rossi a tutto volume. «Andrea ripeteva della parole e cantava, io cantavo più forte di lui».

  • 08Set2012

    Emanuele Salvato - La Voce di Mantova

    “In uno dei nostri ultimi incontri, io e Franco Antonello abbiamo pianto come bambini. Non sono riuscito a trattenere le lacrime quando mi ha chiesto, e si è chiesto, cosa sarà del figlio Andrea, autistico, una volta che lui e sua moglie non ci saranno più”…


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  • 03Set2012

    Martha Ferrari - starszone.it

    Franco e Andrea sono padre e figlio. Decidono di prendere e partire, lasciare l’Italia per una vacanza in sella alla moto. Destinazione U.S.A. Il viaggio va oltre i confini temporali e spaziali previsti. Non sai mai chi puoi incontrare lungo il cammino e che missioni puoi essere chiamato a portare a termine. Andrea è un ragazzo autistico. Ha un modo tutto suo di comunicare e interagire con lui è difficile. Poche parole, soprattutto gesti. Andrea abbraccia le persone e ne tocca la pancia, un modo per dire loro che lui c’è. Il titolo del libro di Fulvio Ervas nasce da questa peculiarità di Andrea. Se ti abbraccio non avere paura, un consiglio per chi lo incontra.

    Lo scrittore veneto è stato incaricato da Franco Antonello di raccontare la storia che lui e suo figlio hanno vissuto in tre mesi di viaggio on the road, contro il parere di tutti i medici e non solo.  Così volti, parole, fatti passano dalla vita reale alla carta stampata, in un libro di grande successo.

    L’idea della vacanza alla scoperta dell’America è sicuramente avvincente. Viverla davvero ancora meglio. Il libro tuttavia non riesce a trasmettere la forza di quest’avventura. Un’esperienza vissuta non solo per conoscere un nuovo continente, ma anche per approfondire la relazione tra padre e figlio in un contesto anomalo e fuori da ogni regolarità. Troppo spesso il libro cade in descrizioni sbrigative che di fatto non approfondiscono nessuno dei personaggi realmente incontrati durante il viaggio. Anche la personalità dei due protagonisti sembra difficile da inquadrare e di conseguenza è difficile sentirsi emotivamente coinvolti. Probabilmente è stata una scelta obbligata dettata dalla natura stessa del viaggio. Attraversare l’intero continente americano in tre mesi non è impresa semplice e di sicuro richiede di sostare brevemente nelle varie tappe lungo il percorso, precludendo la possibilità di rapporti approfonditi.
    Credo che il libro possa essere di grande aiuto per tutti coloro che vivono una situazione simile a quella di Franco e Andrea. Avere la prova concreta che l’autismo non risulta un impedimento per tutto e che in mezzo alle difficoltà c’è anche la gioia è sicuramente confortante e riempie di speranza. Per chi è fuori da questa condizione il libro ha meno possibilità di colpire e impressionare.
    Starszone ha intervistato Franco Antonello in occasione dell’evento Le corde dell’anima, tenutosi nello scorso giugno a Cremona. Così ha descritto il libro che racconta il viaggio americano.
    “Ho deciso di raccontare questo libro per consegnarlo a tutte le persone che circondano Andrea, perché chi lo conosce di striscio pensa di conoscere un ragazzo che non capisce niente, che sta per i fatti suoi, che non si rende neanche conto della sua situazione. Invece scrivendo cosa ho passato e soprattutto cosa scrive Andrea, volevo che le persone conoscessero Andrea, in maniera che quando lo incontrano capiscano che non sono di fronte a uno scemo, ma a una persona magari anche molto più profonda di loro. Poi è esploso in questa maniera e quindi spero, come dice Andrea, che serva anche per tanti altri ragazzi come lui.
    Andrea mi scrive “Voglio che la mia storia serva per altri ragazzi come me, sia utile ad altri ragazzi come me” e io spero che viso che ha preso queste dimensioni che la cosa che volevo fare io con Andrea, cioè farlo conoscere agli altri e far capire che è una persona con una mente, con una testa, con uno spirito, serva per farlo capire non solo riguardo ad Andrea, ma riguardo a tutti questi 400.000 ragazzi affetti che sono i ragazzi con autismo.”

  • 01Set2012

    Oliviero Motta - gentedilato.blogspot.it

    I libri che leggiamo in vacanza non sono uguali agli altri; riusciamo a dedicar loro più tempo, li teniamo in mano per periodi più lunghi e distesi e quasi sempre essi ci ricambiano con generosità. Alla fine finiamo per identificarli con un posto o con un anno particolari. Non di rado mi capita di pensare a un particolare agosto e di identificarlo con “l’agosto di Guerra e pace”, piuttosto che quello dei “Pilastri della terra”. Ma avviene anche il contrario: ripensi per caso a un libro e subito ti viene in mente il divano dove l’hai letto, il tempo che faceva, quella certa aria particolare. Quest’estate rimarrà nella mia memoria per tante cose, tra le quali il libro di Fulvio Ervas: “Se ti abbraccio non aver paura”.

     

    Si tratta di un romanzo, che racconta però la storia vera di un viaggio attraverso l’America; un classico, se vogliamo: coast to coast, on the road.
    Una moto e due protagonisti: Franco Antonello e suo figlio Andrea. Autistico.
    Le mie vacanze sono molto lontane dal viaggio avventuroso, dai continui spostamenti da un albergo all’altro, dai chilometri divorati con voracità che scandiscono il romanzo di Ervas; sono il tempo disteso del vuoto, é relazione tra amici fidati, è allentamento fino all’estremo di impegni e scadenze. Forse per questo il libro mi ha colpito subito così tanto: un padre che decide di avventurarsi in un viaggio americano con il figlio autistico, appena maggiorenne. Ignora il consiglio di amici, parenti e medici a stare tranquillo, a trascorrere un periodo di riposo garantendo ad Andrea punti di riferimento certi; e invece si lancia in un’avventura che parte da Miami e finisce niente meno che in Brasile.
    “Per certi viaggi – sono le prime righe – non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Quindici anni fa stavo tranquillo sul treno della vita, comodo, con i miei cari, le cose che conoscevo. All’improvviso Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte. Tutto si confonde. Sono bastate poche parole: <Suo figlio probabilmente è autistico>. Allora scoppia un uragano, due uragani, sette tifoni. Da quel momento sei nella bufera”.
    Nel libro ci sono tutti gli ingredienti del grande viaggio sulla frontiera: gli inconvenienti, il caldo e il maltempo, i guasti al motore e i grandi tramonti. Ma su tutto, c’è questo figlio dai comportamenti singolari, che conosce le persone toccando loro la pancia, non sopporta bottiglie piene a metà e strappa i fogli di carta facendone coriandoli. Ho ammirato molto il coraggio di Franco e sono rimasto affascinato dalla libertà che si respira in tutto il libro: libertà di andare dove si vuole, e libertà dai pregiudizi che la malattia mentale si porta con sé. Intendiamoci, il racconto si dipana senza nascondere difficoltà, ansie e complicazioni, ma riesce a far prevalere, appunto, l’aspirazione alla libertà e all’incontro vero tra le persone. Davvero un bel modo di parlare di disabilità.
    I pezzi insuperabili, dal mio punto di vista, sono i dialoghi – rigorosamente veri – che padre e figlio creano attraverso un portatile: battute surreali e scambi di una profondità talvolta fulminante.
    Non so come mai, ma dentro di me – negli anni – si è formata l’immagine del bambino autistico (solo del bambino), misterioso e inavvicinabile. Tutto sommato inconsapevole della propria malattia. Attraverso i dialoghi compulsati sulla tastiera, mi si è aperto invece un nuovo mondo.
    Alla fine senti vera una delle conclusioni di papà Franco: “Tutti noi abbiamo elaborato, da millenni e millenni, complicati filtri per difenderci dal flusso degli eventi. Siamo pieni di calendari, orologi, convinzioni religiose, creme antirughe, auricolari contro il dolore altrui, biglietti per il paradiso e il purgatorio. Accettiamo cambiamenti con moderazione e quelli di grande portata meglio che accadano una o due volte al secolo. Non a casa nostra. C’è più di qualche goccia di autismo in ognuno di noi”

  • 29Ago2012

    Fulvio Ervas - superando.it

    Cito uno dei giudizi critici (che ci sono in rete) su Se ti abbraccio non aver paura, il romanzo che ho scritto ascoltando il viaggio di Franco Antonello con Andrea, ragazzo autistico: «Trattasi della categoria di libro messaggio di speranza piuttosto che di opera letteraria. Io credo che il dolore di una infermità così drammatica del proprio figlio, che è così profondamente personale, difficilmente possa essere veicolata dalla penna di un terzo.

    Una catena di espressione così lunga fa fatica a mantenere la verità. Ho trovato il reportage favoleggiante e oltremodo ottimisticamente positivo, quando l’autismo è una roba durissima. Andrea, il figlio protagonista di questa scorribanda transamericana, è bellissimo. Ma basta guardare una sua clip in rete per comprendere la perpetua odissea di chi gli sta vicino che è qualcosa di diverso dal costante sorriso e dalla costante tenerezza che accompagnano il diario di viaggio trascritto da Ervas. E alla fine non so neanche se faccia bene a chi in quest’inferno ci sia già dentro».

    Vorrei che riflettessimo assieme su queste, pur legittime, osservazioni perché ci portano direttamente ad un punto: come si racconta la “disabilità”? E cosa si veicola raccontandola?
    Parto dal punto di vista di chi ritiene che sia raccontabile, naturalmente. Che non vada ignorata, che non vada sottratta agli occhi e alle coscienze dei cittadini.
    Il giudizio del lettore, ripeto legittimo, si costruisce affermando:
    – non puoi raccontare una condizione di disabilità se non ne sei direttamente coinvolto
    – l’hai raccontata troppo ottimisticamente
    – raccontarla in un modo favolistico non fa bene a chi vive la vive
    Non condivido nulla di questo, e non perché ho scritto questo libro. Possiamo sentire, empaticamente, lo stato emotivo degli altri e anche la sofferenza: è una precisa attitudine neuronale della specie umana. Solo quando i nostri neuroni specchio siano particolarmente appannati, possiamo mettere nei forni altri come noi, senza speciali turbamenti.
    Non solo i narratori, ma tutte le persone raccontano, e condividono, le condizioni emotive degli altri. Naturalmente non possiamo immedesimarci negli altri, ma questo nemmeno quando il diverso da sé si lava le ascelle. Ognuno sente in modo unico. Dire che non si può collimare con un fatto esterno a sé è una piccola ovvietà che non porta a nulla.
    Vorrei ricordare che anche nel significativo Nati due volte di Pontiggia, l’autore, che pur racconta la sua esperienza, fa parlare il dottor Frigerio: non c’era nessun ostacolo narrativo nel parlare di sé in prima persona, ma una certa distanza in queste vicende è spesso necessaria.
    Quanto “ottimisticamente” è concesso raccontare la disabilità? C’è una soglia al di sotto e al di sopra della quale è accettabile? E, al contrario, andrebbe raccontata con quanta “tragicità”? Un vero racconto sulla disabilità dovrebbe essere un’enfasi di tormenti, fatiche, sensi di colpa, angosce? Si racconterebbe meglio? Solo momenti di pianto, di rabbia, di vuoto, tutte le stereotipie, la saliva, le smorfie, le parole attorcigliate, renderebbero più onore alla condizione? Sarebbe più realistico? Ci riempirebbe di più il cuore? Ci farebbe esclamare: fratello mio, voglio sollevarti dalla tua pena, dimmi cosa devo fare!
    Come dice qualcuno: «la disabilità è merda e sangue». Ma tutta la vita lo è, eppure noi cerchiamo strategie per raccontarcela e raccontarla con una certa leggerezza. Se raccontassimo la vita ai nostri figli così: caro Carlo sei nato e morirai, non sai nemmeno quando o come, la vita è tutta qua. Ed è proprio così, però noi poniamo l’enfasi sul percorso, su quello che possiamo fare, cercando di farlo bene e ricavarne gratificazione.
    Io credo che raccontare la “disabilità” sia un modo per portarla fuori da certe stanze chiuse e avanno cercati i modi per comunicare lo sforzo, che è in sé positivo, di affrontare la vita quando ti mette davanti scalini molto molto grandi. Io credo che vadano scelte le parole, sottolineati gli sforzi, enfatizzate le piccole conquiste.
    Io sono uno di quelli che non crede che l’umanità capisca le tragedie perché viene bombardata da immagini di corpi straziati. Sono convinto che l’umanità progredisca attraverso pratiche costruttive, attraverso esperienze di collegamento tra persone, attraverso esempi positivi, attraverso obiettivi raggiunti. Che l’umanità esiti ad uccidere il proprio simile perché si è abituata ad una lunga, reale, utile, emozionante, esperienza di vicinanza e comunità.
    La gente comune, se vede un “disabile” che ci prova, sente più empatia rispetto ad un “disabile” che si lamenta. Ma se si è avvicinata al problema facendo esperienze positive, poi diventa più attenta anche al lamento. Un padre che agisce con coraggio produce più effetti attorno a sé di uno che si lamenta. Con tutto il diritto di lamentarsi, benché inefficace.
    Infine:  non è la “disabilità” raccontata, ottimisticamente o meno, che fa bene o male a chi la vive. È il nostro livello di civiltà: noi continuiamo a ripetere, come scimmiette stupide, che andare sulla luna sia stato un grande passo per l’umanità. È stato un grande passo per la NASA. Un grande passo per l’umanità sarebbe quello di riconoscere nelle “disabilità” una delle possibilità della vita, una delle sue “confusioni”, e sentire d’istinto che sono parte della nostra specie e, come tali, parte di noi.
    Senza bisogno di romanzi. O favole. Che servono solo in attesa che l’umanità cresca, ma non solo di numero.

  • 25Ago2012

    Redazione - Il Secolo X IX

    Se ti abbraccio non aver paura è la storia di un viaggio meraviglioso, un viaggio, prima di tutto, dentro se stessi e le proprie paure. Un viaggio al di là della “diversità” e della malattia. Un viaggio durante il quale è un figlio a insegnare al proprio padre come abbandonarsi alla vita…

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  • 22Ago2012

    Giorgia - colorsontheroad.wordpress.com

    Ci sono libri che rimbombano nel cuore come fuochi d’artificio: leggerli equivale ad un tuffo carpiato (che io abbia visto troppe olimpiadi?) nell’essenzialità della vita.

    “Se ti abbraccio non aver paura” è uno di questi libri.

    E’ la storia di un viaggio, quello di Franco e Andrea attraverso Stati Uniti, Messico, Guatemala, Costarica e Brasile, un viaggio all’insegna dell’improvvisazione e dell’istinto, compiuto con un accompagnatore speciale: l’autismo. Andrea ha diciassette anni ed è autistico, Franco è suo papà e in questa avventura non smette mai di guardare suo figlio negli occhi.
    Ogni riga di questo libro mi è penetrata sotto la pelle, si è mescolata alla mia esperienza personale di confronto con la diversità e i miei sentimenti hanno preso a correre precipitosamente, come se queste parole di Franco li trascinassero a capriole nelle rapide di un fiume “Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude”.
    La scrittura di Fulvio Ervas è leggera ma profonda, divertente e mai opprimente, accompagna con delicatezza e rispetto il lettore nel mondo dell’autismo riuscendo a dosare con le parole lacrime e sorrisi, paura e speranza, sconforto e fiducia. Perchè l’argomento, è evidente, non è leggero: l’autismo ti rende diverso e nel nostro mondo, si sa, la diversità suscita paura, distacco, rifiuto; siamo gente poco coraggiosa, scappiamo dagli interrogativi che non hanno risposte certe, tendiamo a guardare solo con la mente, e spesso non guardiamo nemmeno nella direzione giusta.
    “Ognuno ha occhi per ciò che considera inconsueto” scrive Fulvio Ervas, ma scopriamo seguendo il cammino di Franco e Andrea verso sud (dal Messico verso il Brasile) che è tutta questione di prospettive, che esiste un mondo in cui “la gente avvolge Andrea come una pelle e lui si butta nella mischia, tocca e si fa toccare, salta tutta la sera, abbraccia e bacia chi vuole. C’è tanta vicinanza, più di quanta ne potremmo trovare nelle terre che vantano progresso e civiltà”.
    Mentre leggevo le ultime righe e mi preparavo a congedarmi da Franco e Andrea con un incombente nodo alla gola, il mio pensiero è tornato indietro attraverso le pagine, a quelle cassette delle lettere abbandonate, piene di parole mai lette, a cui Andrea regala le sue creazioni di colore e a quella cassetta blu sbiadita a cui Franco affida senza riflettere uno degli scritti di suo figlio. Mi sono detta che se c’è da qualche parte una sorta di “cimitero dei messaggi destinati a non essere letti mai”, proprio lì vorrei che alle altre si aggiungessero le mie parole di speranza, parole pensate con tutti i colori dell’anima.
    Così le ho scritte queste parole colorate, le ho infilate in una busta blu e le ho spedite all’indirizzo del mare, immaginando che ci sia un posto dove tutti i sogni danzano insieme.
    “Sogno una tassa. Tutta la squadra dell’umanità si tassa per far fronte alle confusioni della vita. Non è una faccenda di soldi ma di civiltà. Perchè poteva toccare a chiunque, è una lotteria, solo che non dobbiamo condividere una voncita ma una perdita. La vincita chi l’ha avuta se la gode, mentre la perdita dobbiamo portarla sulle spalle un po’ tutti”
    Quanto mi piacerebbe un mondo così, caro Franco, che dice, lo scrivo nella mia lettera senza destinatario, che a sognarlo in tanti magari…
    Immaginandovi su una spiaggia solitaria a gridare GRAZIE a gran voce, vi ringrazio per questo meraviglioso viaggio.

  • 20Ago2012

    Tiziana Alma Scalisi - ilnostrocorriere.com

    Fulvio Ervas dipinge con gentilezza e intensità una miniatura: Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos editore). Un viaggio, quello di Franco e Andrea, un percorso attraverso luoghi e paesi di un padre e di suo figlio autistico. Un viaggio verso l’ignoto della malattia ma anche e soprattutto nell’universo inesplorato dei rapporti umani. Franco e Andrea partono senza punti di riferimento. Lasciano il domestico, il rituale, mollano le ancore delle certezze quotidiane e abbracciano la vita, fino a ritrovarsi immersi in una fitta trama di relazioni umane, di storie, e di peculiarità.

    Ervas descrive con estrema semplicità la cronaca del viaggio, con una narrazione scarna. Il punto di vista interno di Franco, il padre-narratore, esaspera ancora di più il limite a cui si è costretti dal testo, ma che poi finisce per offrire al lettore un respiro emotivo inaspettato. Nella semplicità descrittiva e narrativa, che mai si abbandona a manierismi letterari, Ervas trova la strada che giunge direttamente al cuore del lettore. La malattia non è strumento per indurre alla comprensione, è parte integrante della vita dei suoi personaggi, è il motore propulsivo di domande che non trovano risposta se non nell’amore che lega le persone. E’ un libro sulla comunicazione, sulla difficoltà di esprimere i sentimenti. Il mondo parallelo dell’autismo che trattiene Andrea diventa occasione per sperimentare nuove forme di comunicazione. Il ponte tra lui e il mondo è legato a piccoli dettagli, a oggetti o riti semplici. Eppure anche dentro il mondo altro che lo avvolge, Andrea comunica ed esprime, dialoga e coinvolge, chiede e risponde. Andrea utilizza nuove forme comunicative e il viaggio del padre diventa una ricerca, l’occasione per svelare la crittografia in cui Andrea si trova. Cresce nel lettore la consapevolezza che in ogni rapporto umano, qualsiasi esso sia, è necessaria una decrittazione dei messaggi dell’altro, ma anche di rispetto del mondo altrui. I ponti non sempre devono essere varcati. E’ un viaggio nel desiderio di comprensione, nel significato etimologico del con-prendere ma anche di capire il linguaggio di chi amiamo. Le domande si moltiplicano, ma Ervas non offre né allude mai a semplicistiche risposte. Le strade del cuore e del dialogo restano aperte e accessibili come la mappa su cui padre e figlio scelgono di muoversi, per un viaggio che li porterà dall’altra parte del mondo, ma che non termina. Continua dentro un rapporto umano definito da regole non convenzionali, nelle ritualità dell’autismo che non consentono deroghe, nella stanchezza di un padre consapevole di poter accompagnare suo figlio solo fino a un certo punto della vita, fino al punto in cui si deve lasciare andare chi si ama. Liberamente ed inevitabilmente. E’ un libro sull’accettazione dell’altro, sulla ricerca ineluttabile e instancabile di stabilire un ponte tra noi e il mondo, per comprendere e farsi comprendere ma anche per accettare una volta per tutte le diversità, sforzandosi di trovare o talvolta inventare forme sempre nuove di comunicazione.

  • 18Ago2012

    Barbara Pianca - vita.it

    Tutto esaurito in una settimana. Undici ristampe, cioè 100mila copie, in due mesi. Copertine e inviti in tv. Fulvio Ervas da anni pubblica i romanzi gialli del veneto-persiano ispettore Stucky, ma il successo è arrivato con Se ti abbraccio non avere paura (ed. Marcos y Marcos). La storia di questo fortunato romanzo inizia dal dentista: «È stato lui» dice Ervas «a parlarmi di un amico che era stato tre mesi in vacanza con il figlio autistico e cercava qualcuno che lo aiutasse a sistemare il suo diario». Ervas accetta e per un anno ogni venerdì si incontra con Franco Antonello, lo ascolta, riordina i pezzi della sua memoria. E si rende conto di avere in mano una storia esplosiva.

    L’autismo è legato alle ripetizioni, ai riferimenti ambientali certi. Nel 2010 invece Franco è partito con il figlio Andrea, 18 anni, verso l’ignoto. Un viaggio non pianificato, da Miami fino al Brasile. Andrea c’è stato. Ha avuto le sue crisi, ha sminuzzato tovagliette, scontrini, ha accarezzato pance non sempre disponibili, ha fissato l’acqua in fondo al water ma ha portato il suo mondo parallelo un po’ più vicino a quello del padre. Alcuni genitori di ragazzi autistici hanno voluto sottolineare che l’autismo è altro, «è un contenitore enorme, comprende ipotesi comportamentali diverse. Andrea non è grave, ma questo non diminuisce l’enormità dell’impresa che un padre e un figlio hanno affrontato insieme. Non abbiamo la pretesa di aver raccontato la verità sull’autismo: abbiamo detto che a volte è possibile provare a non proteggere troppo i figli e si può perfino osare a esporli. Franco vuole che Andrea sia famoso perché possa sentirsi più normale».Insomma, Ervas porta il diario alla Marcos y Marcos e passa un anno al fianco di un editor prima di arrivare alla bozza definitiva. Il resto è storia recente. Ervas ci ha consegnato l’affiatamento di una coppia speciale che ha tagliato gli Stati Uniti in moto per entrare nel disordine dell’universo latino, dove Andrea è diventato una calamita, un eroe, un giovane uomo da amare. «Negli Stati Uniti Franco e Andrea non sono quasi mai scesi dalla moto ed è stato difficile dare spessore agli incontri. In America Latina è successo qualcosa di diverso. Lì se hai un figlio disabile non sono solo affari tuoi: la comunità ha un senso e le persone ti vengono incontro, ti offrono il loro aiuto». L’accoglienza latina e l’intraprendenza di Franco sono solo possibilità, ma è bello sapere che esistono.

  • 13Ago2012

    Azzurra Scattarella - temperamente.it

    La magia esiste, ma non è come quella che abbiamo visto nei film Disney o abbiamo letto in qualche oscuro libro. È fatta di parole semplici che hanno il potere di trasformarti la vita. Per Franco Antonello le parole sono state “Suo figlio è probabilmente autistico” e da lì, da un momento all’altro, lui, sua moglie, suo figlio, si sono trovati catapultati in un universo ricco di regole, imprevisti e danni paralleli.

     

    Per sfidare le magie, c’è bisogno di tanto coraggio e inventiva. E spesso bisogna compiere un viaggio, magari accompagnati da una bacchetta. Così è stato per Franco e Andrea, che, dotati di una vera bacchetta da mago, hanno attraversato il continente americano su una Harley Davidson, aerei e diverse macchine a noleggio, alla ricerca di un’opportunità che la vita ha voluto negare ad Andrea. Andrea è autistico, la sua malattia è stata diagnosticata a tre anni, riduce in pezzetti di carta piccolissimi ogni foglio, cammina sulle punte muovendo le dita delle mani, ha la mania di mettere a posto tutto secondo suoi standard, dispensa baci a sorpresa e tocca la pancia degli altri, anche degli sconosciuti. E si lancia con le sue forti braccia in abbracci inspiegabili. Da questa sua bella (?) abitudine nasce il titolo del romanzo di Fulvio Ervas, che ha raccolto le parole di Franco e le ha trasformate – anche questa è una piccola magia – in un bellissimo libro. Da quando è piccolo Andrea abbraccia senza preavviso né motivi apparenti e allora i suoi genitori avevano stampato delle magliette con questo monito, per cercar di non spaventare i malcapitati (o forse, bencapitati).
    Paragono questo viaggio a una magia perché sembra incredibile che un ragazzo autistico abbia viaggiato per così tanto tempo (in tutto quasi cinque mesi, ma il libro racconta la prima parte del viaggio, che va da luglio a settembre 2010) senza scoppiare. Ma come, si potrebbe obiettare, chi non amerebbe stare in viaggio per così tanto tempo, vedere Miami, Los Angeles, New Orleans, Acapulco, Panama, attraversare il deserto, il Nicaragua, Costarica e arrivare fino in Brasile, incontrando tanta gente nuova e senza preoccuparsi del domani? Beh, una persona autistica non lo amerebbe affatto – almeno non secondo gli studi medici e i dati statistici, e così tutti sconsigliano a Franco di non partire, che gli autistici amano le loro abitudini, ogni cambiamento può alterarli quando non distruggerli, senza contare i pericoli e i problemi di gestire il figlio in un paese straniero. Ma si sa, ogni magia richiede  una sfida all’ordine precostituito, e i nostri non temono il rischio.
    Difatti, se normalmente Andrea non prende di buon grado tutte le novità, prende di buonissimo grado le novità continue dell’avventuroso viaggio con papà, i cambi di scenari e di clima e il disfacimento dei suoi rituali quotidiani. Senza rintanarsi per sempre nel suo mondo, senza chiudersi continuamente nelle stereotipie, ma attraversando le esperienze di questo mirabolante viaggio con la sua personale ricetta fatta di baci e abbracci, colori per le cose da mangiare e sottoponendosi a indicibili riti (essì, parliamo anche di magia nera!) e incontri incredibili. Come se fosse un ragazzo normale in giro col suo papà per l’America. Del resto, la magia era già parte del mondo di Andrea: lui che ha problemi di comunicazione e di interpretazione delle proprie emozioni, riesce a esprimersi chiaramente e a riflettere sulla propria condizione di autistico se messo davanti a un computer. Come se improvvisamente la capacità di astrarre, dedurre e codificare sentimenti e reazioni gli fosse spuntata e sgorgasse naturalmente dalla sua volontà (come è per le persone cosidette normali). Non che questa magia davanti al pc riesca tutte le volte, ma quando Andrea si lascia andare (e nel libro ritroviamo estratti dei suoi discorsi) toccherebbe la sensibilità anche di un bisonte, rivelando il suo timore per la malattia e le sue difficoltà ad essere normale.
    Avvicinare quel mondo al nostro, rendere comunicabile ciò che non lo è scientificamente, fare in modo che anche una monade leibniziana si schiuda un po’, faccia un salto e vada dall’altra parte. Andrea non può cambiare il suo status né noi possiamo entrare nella sua testa, ma si può superare il confine che sembra invalicabile e stabilire una connessione. Sostenuti da tanto coraggio e da una magia potente quanto poco scontata, l’amore. Fulvio Ervas rende la lettura del racconto di Franco Antonello un bellissimo e spesso commovente viaggio nella dimensione dell’anormale, rendendolo un normale racconto di formazione, di un viaggio di un ragazzo nel pieno della sua adolescenza, ricco di episodi stupefacenti e molti comici e divertenti, che alla fine trova anche l’amore (forse). E la magia è fatta, anzi, è un po’ fatta, come direbbe Andrea.

  • 07Ago2012

    Nicoletta Masetto - Il Messaggero di Sant'Antonio

    Andre è un ragazzo autistico. Franco è suo padre. Un padre innamorato del figlio. Contro tutto e tutti iniziano un viaggio che cambierà le loro esistenze nel profondo…

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  • 04Ago2012

    Leonetta Bentivoglio - la Repubblica

    È il caso letterario dell’estate. Con fiera “diversità”, spicca come l’anomalia di una classifica dominata da thriller prevedibilmente hot e dall’erotismo ripetitivo e cauto della serie di una casalinga inglese. Guardiamo i numeri di Se ti abbraccio non aver paura, di Fulvio Ervas, pubblicato da Marcos y Marcos. Centocinquantamila copie vendute in poco più di tre mesi. Dodici edizioni e…

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  • 03Ago2012

    Feliciana Cicardi - ilsussidiario.net

    Solitamente entro in libreria con un elenco di libri da acquistare stilato in base a recensioni lette o consigli di amici di pensiero. Qualche volta è un libro che sceglie te, ti ammicca e riesce ad intrigarti per il titolo, la copertina, l’autore. Mi è successo qualche mese fa con il romanzo di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura. Autore a me sconosciuto, titolo plurisemantico, casa editrice che in genere non mi delude (Marcos y Marcos). Leggo velocemente la quarta di copertina e scopro che il libro parla di un ragazzo autistico.

     

    Il mio io professionale pensa subito a un possibile aumento di conoscenza sul problema, il mio io più affettivo decide che potrò donarlo a un’amica che vive l’esperienza di un figlio autistico da ormai otto anni. Acquisto e inizio a leggere con voracità. Strano. Niente a che fare con la storia dell“uomo della pioggia” magistralmente interpretato da Dustin Hoffman o con il telefilm dei nostri giorni “Touch”. In entrambi i casi il protagonista affetto da autismo è tratteggiato come un genio a metà, accettato più che per se stesso per qualche dono speciale che lo rende unico ma incomprensibile.
    Mi cattura questa storia di un padre (di un padre questa volta, non di una madre!) che decide di fare un viaggio off limits perfino con un figlio “normale”, un viaggio attraverso Stati Uniti e America Latina con Andrea, diciottenne, autistico, nell’estate del 2010. Portare il figlio autistico in un viaggio on the road richiede coraggio o sconsideratezza. E’ noto che le persone affette da autismo sono legate a rituali e gesti ripetitivi e sempre uguali; andare alla ventura è rischiare di scardinare l’ordine apparente che tiene insieme l’equilibrio strano e misterioso di questo figlio alto, bello che ha bisogno di punti di riferimento sicuri.
    Eppure nel dipanarsi del viaggio Andrea riesce a mangiare, perfino a gustare, cibi dai colori non consueti, ad affrontare situazioni sconosciute e strane, con sorpresa del padre che è più in ansia del figlio. In realtà, la cifra che caratterizza questa storia è la crescita a corrente alternata ora dell’uno ora dell’altro dei protagonisti. Ci sono episodi quasi commoventi, mai mielosi, in cui è Andrea dal suo mondo extraterrestre a sostenere il padre.
    Il quale, alla fine del viaggio, non arriva a conoscere di più il mondo di Andrea o a trovare risposte o soluzioni alla patologia del figlio. Ritorna a casa, dopo tre mesi di avventure, con un affetto e un rispetto per un mondo che non riesce a penetrare, ma che sa esistere dentro quel ragazzone apparentemente legato a poche e reiterate emozioni. Andrea si rapporta alle persone abbracciandole e toccando loro la pancia: da qui reazioni di paura o di stupore negli altri. Allora una soluzione pratica; far scrivere su magliette colorate indossate da Andrea “Se ti abbraccio non aver paura”. “Una scritta né troppo grande, né troppo piccola: non voleva essere un avvertimento minaccioso e tantomeno una supplica. Un semplice suggerimento”.
    Così racconta il padre che, ora più di prima, sa, è certo dell’esistenza di un mondo interiore del figlio complesso e articolato come il mondo interiore di ciascuno di noi. Ed è questo stare di fronte alla realtà senza pregiudizi o stereotipi che permette a padre e figlio di incontrarsi su binari paralleli che spesso si sfiorano in “scambi” non previsti sulla mappa dell’esistenza. Non è necessario conoscere tutto di una persona per entrare in rapporto con lei, non è necessario codificare tutto e pianificare tutto: è necessario lasciare spazio al mistero che si fa epifania quando meno te lo aspetti e nelle modalità meno consuete.
    Allora può accadere l’impensabile, compreso che un adulto genitore impari dal figlio apparentemente statico e rigido la capacità di lasciarsi andare alla vita “che ha la sua esperienza”, come suggerisce Odisseu, un amico incontrato durante il viaggio. Non è una rinuncia quella che alberga nell’animo del padre, neppure un’esaltazione di un dramma che rende grandi le cose e chi lo vive. Dopo la diagnosi di autismo pronunciata quando Andrea aveva tre anni il padre racconta. “Per trecento chilometri ho riempito la macchina di urla e lacrime. E’ stato il mio modo di entrare sino in fondo nella realtà. Però in quel momento ho capito che non avrei vissuto con un continuo pianto senza lacrime, con una smorfia o con un ghigno. Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude”.
    Infatti il libro è pervaso da ironia e da una preoccupazione sana che nasce dall’affetto e dalla voglia di “capire”, ma che non si trasforma in delusione o disperazione quando le porte di Andrea restano chiuse. C’è un mondo, oltre quella soglia, oscurato da ostacoli quasi fisici, ma che è un mondo che merita rispetto e la pazienza che a pezzetti si disveli. Fulvio Ervas confeziona questa storia vera, raccontatagli da Franco Antonello, padre di Andrea, con un magistrale tocco narrativo e uno stile leggero e nello stesso tempo improntato alla serietà e alla fatica di una situazione di vita che chiede impegno, prima ancora che col figlio, con se stessi.
    Il libro pone una domanda su ciascuno di noi, sulla nostra disponibilità a lasciarsi interrogare dalla vita, a guardare in faccia la realtà che, per quanto bislacca o dura, è pronta a elargire piccoli miracoli di crescita e cambiamento che devono solo essere riconosciuti. E la mia deformazione professionale porta il mio pensiero alla scuola. Forse questo libro, più di tanti corsi di aggiornamento tecnici sulle disabilità, può insegnare ai docenti una strada coraggiosa da intraprendere che è quella di lasciarsi crescere e cambiare da un rapporto che chiede prioritariamente una disponibilità e una flessibilità sulla realtà sostenuta da punti di riferimento che possono essere messi in discussione dall’esperienza vissuta.
    Senza possedere, ma disposti ad abbracciare, non avendo paura di perdere la propria professionalità. Credo che regalerò questo libro non solo all’amica che vive la sua avventura con il figlio autistico, ma ad amici a cui tengo perché accada in loro, come è stato per me, il desiderio magari sopito da fatiche o delusioni di guardare in faccia la realtà con uno sguardo positivo e di speranza. Siamo in estate, e se qualcuno non ha ancora un libro che gli faccia compagnia in vacanza, rischi di leggere il libro di Ervas. E’ fatica, ironia e adrenalina, analoghi eppur diversi ingredienti dell’avventuroso Sulla strada di Jack Kerouac. In fondo, oggi è un caso letterario.

  • 02Ago2012

    Lorenzo Roberto Quaglia - reset-italia.net

    Mi piace la teoria di Barnard, il medico di famiglia, con cui l’autore inizia il diario di viaggio di Franco e Andrea: “ Funziona che la vita sta tutta sotto una grande curva a campana, con al centro disturbi comuni e ai lati stravaganze d’ogni sorta. La vita è diluita nel mezzo e troppo densa ai lati”. Questo diario racconta la densità delle vite di Andrea, ragazzo autistico dall’età di tre anni e di suo papà Franco il quale nel 2010 parte con Andrea per un viaggio apparentemente senza meta che li porterà ad attraversare i due continenti americani.  Dal racconto di quei giorni, l’autore, Fulvio Ervas ha scritto: “Se ti abbraccio non aver paura”.

     

    E’ un libro che mette a nudo il tuo essere lettore – spettatore che pensi, leggendo di Andrea e Franco, per fortuna che i miei figli non sono nati autistici. Però leggendolo, mi viene da pensare che forse mi sono perso qualcosa. Non è il fatto che io personalmente non ho mai compiuto un viaggio avventuroso come quello che hanno vissuto Franco e Andrea. E’ che forse il rapporto con i miei figli non ha mai raggiunto un livello di ascolto reciproco, di densità relazionale come quello che percepisco esserci tra Franco e Andrea.
    Certo non è facile mantenere costantemente, per tutta la vita,  questa attenzione. E’ un lavoro sovrumano, che va oltre le forze fisiche di cui dispongono un uomo e una donna, un padre e una madre. Nel diario papà Franco ad un certo punto lo dice chiaramente: “Impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda”.  Un figlio autistico, in questo senso, è una grande occasione per andare all’origine di questo amore. Certo, potendo, un genitore ne avrebbe preferita un’altra di occasione, ma qui si ritorna alla teoria di Barnard, sulla densità ecc. ecc.
    Da quando ho terminato di leggere il diario penso ad Andrea ed a suo papà Franco come compagni di viaggio in questa vita e li vedo uniti dall’elastico dell’amore che ogni giorno si tende al massimo, ma non si spezza mai. Come penso spesso al mio amico Ugo e alla sua famiglia, la moglie Silvia e i suoi due figli Riccardo di 5 e Letizia di 3 anni. Ugo da tre anni vive in compagnia della SLA e da un anno mi parla solo muovendo le pupille sullo schermo di un computer che poi traduce con voce metallica il suo pensiero. Tutto il resto del corpo di Ugo è immobile su una sedia a rotelle. Si, decisamente anche la vita di Ugo è molto densa…  eppure quando vado a trovarlo e gli chiedo come stai, mi risponde: “a parte la SLA, benissimo”!
    Non si conoscono le ragioni della SLA come le cause dell’autismo,  ma del resto di quante cose non si conoscono le ragioni eppure accadono? E’ la vita che le fa accadere, ma non a caso. C’è sempre una ragione perché le cose accadono. Bisogna vivere la quotidianità di ogni giorno chiedendo di avere sempre un compagno di viaggio che ti faccia compagnia e ti aiuti a comprendere queste ragioni.  Franco intuisce forse ad un certo punto del cammino questo fattore e infatti ammette: “cercando di portare Andrea nel mio mondo, forse sono solo riuscito a fare un piccolo passo nel suo…”
    Come scrive S. Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, Dio non manda mai prove (tentazioni per San Paolo) che non siamo in grado di sopportare. Non siamo mai lasciati soli, basta guardarsi intorno, basta riprendere in mano i ricordi di Franco e Andrea. Consiglio veramente a tutti la lettura di questo libro, dai quindici ai cent’anni, perché non è mai tardi per leggere queste pagine e cercare d’imparare ad amare l’altro, il diverso da te, tuo figlio.

  • 01Ago2012

    Carlo Colledan - mangialibri.com

    Franco e Andrea: un padre e un figlio, due mondi che si sfiorano e non si sa con certezza se si incontrino. È iniziato con una diagnosi che non lascia scampo, questo viaggio: autismo. Andrea fino ai due anni è un bambino normale, che gioca, va a cavallo col nonno, fa le cose che fanno i bambini. Improvvisamente nel giro di pochi giorni comincia a diventare strano. Lo sguardo si fissa obliquo su qualcosa che non c’è, Andrea non risponde agli stimoli, ha dei comportamenti incoerenti.

    Ad un primo momento di sconcerto segue l’inizio dell’incubo. È il maggio del ’96 quando in un centro specializzato di Siena viene formulata la diagnosi. E da lì in poi la vita di Franco e Bianca diventa una sorta di montagna russa, un adattarsi alle follie di Andrea, e  un tentativo continuo se non di guarirlo, di far sì almeno che la vita della famiglia sia il più normale possibile. L’ultimo tentativo in ordine di tempo che Franco decide di fare è un viaggio con suo figlio: chissà se questo lo porterà più vicino alla soluzione dello splendido enigma che è Andrea. Su e giù per l’America in moto, fermandosi sulle spiagge più belle, perché Andrea da sempre è un pesciolino che nell’acqua sembra rinascere. E poi giù verso sud, attraversando il canale di Panama fino in Nicaragua e in Brasile…

    Una storia vera che ti prende e non ti lascia andare, dalla prima all’ultima pagina, perché Andrea è davvero speciale. Pur con tutte le limitazioni che l’autismo impone a lui e a chi gli vive accanto – e senza nasconderci i momenti in cui prendono il sopravvento i movimenti ossessivi, i silenzi, la maniacale ossessione con cui riposiziona qualunque oggetto non sia nell’ordine che la sua mente gli impone – Andrea è riuscito grazie al computer a comunicare con il mondo esterno, e quello che esce dalle sue risposte, dalle poche frasi che scrive ti lascia straziato, apre una serie infinita di domande che probabilmente resteranno senza risposta ma davvero fanno sì che a libro chiuso si vada in Rete a cercare notizie, a cercare di sapere come procede la sua vita. Vivere con Andrea è come stare in una stanza buia nella quale dei poltergeist dispettosi spostano gli oggetti, una fatica continua costante, infinita, una ricerca estenuante dell’ordine precedente. Ma in quei pochi momenti in cui si accende la luce, quegli attimi in cui Andrea c’è, ti accorgi di quanto meraviglioso possa essere. Andrea è uno di quegli autistici atipici che hanno bisogno del contatto: è indifferente a qualsiasi convenzione, non esistono estranei per lui, corre incontro alle persone, le abbraccia le bacia e tocca loro la pancia, dice che così riesce a sentirle e capire come stanno. Insomma un delizioso enigma. Nessuna omissione, Franco a volte fa fatica a sopportare le intemperanze di Andrea, la fatica qualche volta diventa insopportabile, come pure la paura. Ma l’amore e la tenacia di quest’uomo, che come lui stesso dice è fra i fortunati che hanno una certa sicurezza economica, ti fanno davvero venire voglia di fare qualcosa, non fosse altro capire di più. E si arriva alla fine di questo viaggio con la sensazione di avere portato a casa tanto.

  • 27Lug2012

    Redazione - tusinatinitaly.it

    Una vita a inseguire terapie e diagnosi mediche, poi un giorno inizia il vero viaggio. Per Andrea Antonello, un ragazzo autistico di 18 anni, si aprono le porte del mondo quando suo padre Franco decide di intraprendere a bordo di una Harley-Davidson l’avventura americana coast to coast e poi verso il sud per scoprire persone e posti nuovi e far esplodere quel silenzioso frastuono che Andrea aveva portato a lungo dentro di sè.

     

    Il viaggio è stato raccontato e trascritto in un libro ‘Se ti abbraccio non avere paura’ dallo scrittore Fulvio Ervas (ediz. Marcos y Marcos) e potrebbe a breve diventare anche un film. Un romanzo che lancia un doppio messaggio: il primo rivolto ai familiari di ragazzi autistici, per chiedere loro di non trattarli solo come malati, di lasciarsi andare alla scoperta del desiderio di vita che c’è in ognuno di loro, anche se non sono in grado di comunicarlo. Il secondo, per il resto del mondo, spesso diffidente persino davanti ad un semplice abbraccio: il modo che Andrea usa per comunicare le sue emozioni.
    Stazioni di servizio, rotoli di asfalto, pasti veloci, gente simpatica, gente che scappa, gente ai lati della strada che saluta, pance che ad Andrea piace toccare e baci che distribuisce generosamente: per tre mesi è lui a insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita. Un libro intenso dove protagonista è un ragazzo che parte malato e ritorna a Milano con la sua malattia, perché l’autismo è una cosa seria. Continua a sminuzzare i fogli di carta e forse non sarà mai in grado di raccontare a nessuno la sua avventura, ma dentro di sè avrà una nuova ricchezza, quella dei rapporti umani.
    “Ogni volta che ti scontri con le difficoltà, ogni volta che ti rimbocchi le maniche per risolverle, è come comperare un biglietto, un piccolo biglietto che ti porti alla fermata successiva”.
    N.B:Franco Antonello impiegherà la quota a lui spettante del ricavato dalle vendite di questo libro per contribuire alla costruzione di una casa per Jorge, ragazzo autistico che vive in una baracca nella foresta del Costarica.

  • 25Lug2012

    Alfonso Rago - lastampa.it

    Il caso editoriale dell’anno, amplificato dal passaggio in televisione e dall’annunciata versione per il grande schermo: una storia delicata e coinvolgente, che ha al centro il rapporto tra padre e figlio, la malattia e il sogno di un’avventura.

    Che dura quattro mesi e si dipana per quasi 40.000 km, in sella ad un’ Harley rossa, attraversando l’America coast to coast, e passando poi per Messico, Guatemala, Belize, Costa Rica, Panama, fino ad arrivare al cuore dell’Amazzonia. Al centro della vicenda, c’è Andrea, 18 anni, testa ornata da capelli ricci ed occhi capaci di metterlo in relazione con il mondo: a 18 anni, Andrea è prigioniero dell’autismo, che gli impedisce di parlare e lo costringe a farlo solo attraverso il computer e lo porta, spiegandosi così il titolo del libro, a conoscere le persone abbracciandole e toccando loro la pancia.

  • 25Lug2012

    Alfonso Rago - moto.it

    Magari avete un lettore di eBook, e siete ormai abituati a sfogliare le pagine con un semplice gesto sul tablet: ma se siete in procinto di partire per le vacanze in moto, crediamo che il caro, vecchio libro in formato cartaceo sia ancora il compagno migliore, da tenere sempre a portata di mano. Poco ingombrante, senza batterie da tenere in carica ed utilizzabile senza problema sulla sabbia di una spiaggia come in cima ad un picco alpino, specie in estate il libro riacquista la sua funzione originale e più importante: stimolare la nostra attenzione, portarci a riflettere, in qualche modo renderci migliori.

    Vi proponiamo allora una veloce rassegna di titoli, accomunati dall’avere la moto come soggetto o sfondo delle storie raccontate; alcuni sono nuovi, altri hanno qualche anno ma meritano ancora di essere letti. Magari non sarà semplice trovarli, e bisognerà mettersi a cercarli sui banchi dei mercatini o nelle polverose soffitte di casa: ma vi garantiamo che ogni sforzo per reperirli sarà ricompensato dal piacere della lettura. Senza pretese di essere esaustivi, vi lanciamo anzi una proposta: perché non ci date anche voi qualche dritta per le prossime letture? Recensioni, segnalazioni, suggerimenti: li aspettiamo, prima di chiudere le borse della moto e partire…

    Il caso editoriale dell’anno, amplificato dal passaggio in televisione e dall’annunciata versione per il grande schermo: una storia delicata e coinvolgente, che ha al centro il rapporto tra padre e figlio, la malattia e il sogno di un’avventura. Che dura quattro mesi e si dipana per quasi 40.000 km, in sella ad un’ Harley rossa, attraversando l’America coast to coast, e passando poi per Messico, Guatemala, Belize, Costa Rica, Panama, fino ad arrivare al cuore dell’Amazzonia. Al centro della vicenda, c’è Andrea, 18 anni, testa ornata da capelli ricci ed occhi capaci di metterlo in relazione con il mondo: a 18 anni, Andrea è prigioniero dell’autismo, che gli impedisce di parlare e lo costringe a farlo solo attraverso il computer e lo porta, spiegandosi così il titolo del libro, a conoscere le persone abbracciandole e toccando loro la pancia.

  • 24Lug2012

    Eleonora Luino - philomela997.wordpress.com

    Un cavaliere che non si arrende e continua a sognare. Insieme, padre e figlio hanno viaggiato per anni inseguendo terapie: tradizionali, sperimentali, spirituali. È il momento per un viaggio diverso, in America, e per tre mesi la normalità è abolita, non si sa più chi è diverso. Per tre mesi è Andrea a insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita, il tenero Pollicino che prepara il ritorno mentre suo padre vorrebbe rimanere in viaggio per sempre.

     

    Questa è un’incredibile storia on the road: Franco è diventato un condottiero che guida e combatte per suo figlio Andrea, un ragazzo autistico di diciotto anni. Una vacanza, due mesi e mezzo per le strade degli Stati Uniti, Messico, America Latina. Franco Antonello affida allo scrittore Fulvio Ervas tutti i ricordi, le emozioni e i volti che li hanno accompagnati per così lungo tempo.
    Estate 2010: Franco Antonello e il figlio Andrea raggiungono Miami dove noleggiano una moto Harley Davidson.
    Due eroi sopra una moto che ogni giorno dormono in un posto diverso e ogni giorno conoscono persone nuove. Andrea tocca loro la pancia e le abbraccia ed è proprio da questo atteggiamento che Franco e la mamma di Andrea si inventano delle magliette con scritto “se ti abbraccio non aver paura”.
    Le parole del libro restituiscono l’anima grande di un padre e quelle del flusso di coscienza di Andrea chiudono lo stomaco: sono potenti, dolorose, vere e talvolta fanno piangere.
    Si scoprono molte cose sull’autismo, speranza e magia avvolgono uno spietato realismo che conquista il lettore e gli fa battere il cuore per lungo tempo.

  • 23Lug2012

    Redazione - leciliegieparlano.tumblr.com

    Fulvio Ervas è molto alto, dai capelli bianchi e gli occhi di ghiaccio, ha un piccolo orecchino al lobo sinistro e nella sua discrezione potrebbe sembrare più un bassista di un complesso degli anni settanta piuttosto che uno scrittore da primo in classifica. Ti sorride sempre, sempre, mentre dispensa firme e citazioni sul suo libro, ed è così che voglio continuare a ricordarlo da quella sera che lo seguii, in quel di Polignano a Mare, nella presentazione di Se ti abbraccio non aver paura, che narra l’avventura (di certo romanzata) di Franco e Andrea lungo le due Americhe.

    È la storia vera di un padre e di un sogno di libertà per suo figlio autistico, e i brevi capitoli scritti in prima persona da Franco non sono altro che visioni al microscopio e interpretazioni della realtà che li circonda, delle città variegate e caotiche, dei territori deserti, dei paesaggi veloci visti da una moto, e soprattutto degli stati d’animo di Andrea, che hanno la caratteristica della fisicità, di trasformarsi in puro istinto, rabbia e affetto insieme – se ti abbraccio non aver paura, poi, non è solo un titolo bellissimo e facilmente adescabile, ma è la scritta che Andrea porta su alcune magliette colorate, un monito per chi, sconosciuto o no, si trovi all’improvviso preda del suo continuo stringere, toccare. Mi chiedevo se l’America avesse più o meno gravità di qui, se ci saremmo sentiti più leggeri e più pesanti: i dubbi di Franco si riverseranno nella concretezza del lunghissimo viaggio, che da semplice pretesto di cambiamento di rotta (della vita) si trasformerà in percorso difficile e liberatorio, arricchito di conoscenze indimenticabili e momenti epici, all’insegna di un amore gonfio di speranza, che non conosce condizioni né arrendevolezza.

    Un romanzo che ti riempie il cuore.

  • 23Lug2012

    Roberto Carnero - Il Sole 24 Ore

    Se nella narrativa italiana degli ultimi mesi c’è un «caso letterario» è senza dubbio il libro di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura. A poche settimane dall’uscita nelle librerie (per i tipi di un editore medio-piccolo quanto a fetta di mercato, ma sempre molto attento alla qualità dei testi che pubblica, quale è marcos y marcos), il romanzo è balzato in vetta alle classifiche. Qual è il segreto dell’opera? La presenza e la felice combinazione dei due ingredienti base di qualsiasi romanzo che aspiri legittimamente a questo nome, ingredienti, però, qui davvero di prima scelta: una storia avvincente e una scrittura efficace.

    Il primo elemento è stato fornito al trevigiano Fulvio Ervas da Franco Antonello, un amico che ha deciso di raccontare allo scrittore la straordinaria esperienza di cui era stato protagonista qualche tempo prima con suo figlio Andrea, un ragazzo di diciassette anni. Un ragazzo autistico, che compie con il padre un viaggio estivo di tre mesi tra Stati Uniti e America Centrale. Franco ci teneva che quell’estate così strana lui e il figlio in viaggio on the road, nonostante le difficoltà del ragazzo, in un’avventura un po’ folle e scriteriata, ma alla fine per entrambi foriera di un’inattesa maturazione venisse fissata sulla carta, quasi a suggellare la particolarità di un periodo unico e irripetibile. Ervas per un anno ha incontrato Franco, lo ha ascoltato, è entrato nella storia d’amore tra un padre e un figlio, e alla fine, per tutto un altro anno, si è messo a scrivere. Prestando la propria voce a Franco. Il miracolo creativo è appunto la perfetta credibilità della voce narrante, quella di Franco, che racconta in prima persona la singolare estate con suo figlio. L’autismo isola dagli altri, irrigidisce i comportamenti in piccole ritualità sempre uguali a se stesse. Dunque nulla di più rivoluzionario, e se vogliamo pure un po’ irresponsabile, di un viaggio senza meta prefiss ata e senza schemi sicuri. Un viaggio in aereo, in sella a una fiammante Harley Davidson, in corriera, nel quale Andrea non può fare a meno di buttarsi a fare il bagno se vede il mare, come non può evitare di abbracciare ogni bella ragazza non appena ne incontra una. Un viaggio durante il quale suo padre, a poco a poco, capisce che deve lasciarsi andare, provare a fidarsi del ragazzo, allentando un po’ le maglie del controllo. Andrea gioca, scherza, si innamora. Si chiama Angelica la ragazza che lo porterà per un po’, in un paradiso per lui nuovo, ma che lo chiama con prepotenza, quello della sessualità. La forza del libro sta tutta nell’urgenza emozionale della vicenda che racconta, filtrata da un punto di vista realistico. Ervas è stato bravissimo nel calarsi nei panni del narratore, un padre che per sé e per il figlio rifiuta ogni vittimismo e anzi punta tutto sulla leggerezza e l’ironia. Tanto che il libro è, insieme, romanzo di formazione e romanzo picaresco. Non ostante le comprensibili preoccupazioni: «Forse l’autismo è un deserto inizialmente ostile, molto esigente, sin troppo sincero e io lo sto attraversando senza sapere se possiedo riserve d’acqua a sufficienza, se potrò conoscere i suoi segreti, se ne afferrerò l’essenza». Ma alla fine padre e figlio torneranno a casa. Più liberi da paure e pregiudizi.

  • 22Lug2012

    Roberto Carnero - Il Sole 24 Ore

    Se nella narrativa degli ultimi mesi c’è un “caso letterario”, è senza dubbio il libro di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura. A poche settimane dall’uscita nelle librerie (per i tipi di un editore medio-piccolo quanto a fetta di mercato, ma sempre attento alla qualità dei testi che pubblica, quale Marcos y Marcos), il romanzo è balzato in vetta alle classifica.

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  • 20Lug2012

    Giuliano Pasini - i-libri.com

    Rassettiamo la cantina, oggi ospitiamo l’autore di uno dei bestseller degli ultimi mesi e dobbiamo presentarci al meglio. Anche io mi pettino (vabbé) per l’occasione. Eccolo. Fulvio Ervas, che con il suo “Se ti abbraccio non avere paura” (Marcos y Marcos) è da tre mesi là in alto, a rompere le scatole a Camilleri, Gramellini e agli altri bestelleristi seriali. Benvenuto nella  mia cantina! E innanzi tutto complimenti: è recente la notizia che la storia di Franco e Andrea arriverà sul grande schermo con Cattleya.

     

    Proprio così, abbiamo preso degli accordi importanti e la casa di produzione intende spendersi per un film di respiro non solo nazionale. Speriamo che una storia così potente diventi un buon film, senza lacrime facili e con tutto l’ottimismo presente nel romanzo.
    Veniamo alle questioni delicate: la scelta del vino. E’ la cantina dei sogni, dentro c’è di tutto e di più. Di ogni annata. Di ogni latitudine. Credo ci sia anche una bottiglia di Prosecco millesimato del Conte Ancillotto. Lo apriamo?
    Buon prosecco spesso: non è il vino che preferisco in assoluto, però lo trovo sempre gradevole, come una compagnia brillante.  I miei amori, in fatto di vini, sono molto legati alle condizioni in cui ho assaggiato un buon bicchiere, sono un bevitore emotivo. Continuo ad essere legato, forse per esperienze giovanili, al Ramandolo a certi Tocai ( si può ancora dire?). Ma basta aprire una bottiglia fatta con capacità e amore per la terra,  quattro chiacchiere intelligenti e quel vino mi conquista di sicuro.
    Il tuo stile è ricco, potente. Uno stile che a me fa dire: “non riuscirei mai a scrivere così, neppure in mille anni”. Soprattutto perché riesci a conservare una leggerezza che credo (e temo) sia dote innata. O è tecnica? Nel caso: quale?
    E’ un’onda che viene,  con una certa spontaneità.  Come se la pagina da scrivere fosse un improvviso autobus dove salgono letture, ricordi, immaginazioni e ne nascesse una comitiva allegra e priva di una precisa meta. Scrivere come piacere, questo aiuta nella qualità del risultato. Anche per certi vini.
    Mi entusiasmano, soprattutto, le pennellate che dai alla natura. Ai colli trevigiani. Anche gli uomini nei tuoi romanzi mi sembrano essere qualcosa in funzione della natura.  Come se la terra e i suoi frutti (leggi: Prosecco), il tempo e le stagioni fossero anch’essi personaggi.
    Il paesaggio è uno degli indicatori di civiltà: è cioè che dovremmo lasciare dopo di noi, coscienti che uno sfondo gradevole, sano, dotato di storia, permetta alla storia di avere una degna continuità. Non c’è storia sopra il cemento che si sbriciola.
    Ho sentito che coltivi – scusa il gioco di parole – una grande passione per il tuo orto.
    Ho sempre pensato che ciascuno dovrebbe essere responsabile del cibo che mangia e lo puoi fare solo in due modi: o te lo coltivi o comperi sapendo come lo fanno, cioè sano e senza adulterazioni. Poi l’orto è un luogo di cura, rispetto, conoscenza continua e grandi soddisfazioni ( zucche e patate in particolare). Tutti i miei romanzi sono metà  battitura e metà vanga.
    Ho anche sentito che proprio mentre eri nell’orto, un giorno, ti avvicina un signore (in moto? Forse). Tratti da attore hollywoodiano. E la storia che ti racconta è americana.
    Per la verità era un bar di Castelfranco, anche se molti incontri con Franco, il padre di cui ho raccontato la storia, sono avvenuti a bordo dell’orto e sotto il fico di casa mia. Che all’ombra si raccolgono meglio le idee.
    Come ci si sente, lassù? Vertigini? Si riesce a pensare al dopo? Brindiamo?
    Un po’ sorpresi, un po’ storditi, sempre in viaggio a presentare il libro per l’intera Italia. No, si fa fatica a pensare al dopo, non perché mi monti la testa, sono  troppo grande per perdere le mie coordinate, ma perché non c’è il tempo di entrare in una storia e lasciarsi trasportare. Intanto brindiamo, perché il libro, in tre mesi, ha già fatto 11 edizioni. Non male…
    In questo “dopo” c’è spazio per l’ispettore Stucky? Antimama! Non mi dire di no.
    Stucky è in vacanza in Dalmazia, in un campeggio naturista. Sta ricaricando le pile. E c’è un brutto delitto nei paraggi. Non lo mollerò di certo, scrivere di Stucky è puro divertimento.
    Millesimato – per gli spumanti – significa prodotto con vini di una singola annata . Quindi, a differenza dei metodi champenois (o Martinotti!) il Prosecco è per forza millesimato… secondo qualche produttore, scriverlo in etichetta è puro marketing. Che ne pensi? Che ne pensava il mai abbastanza compianto Conte Ancillotto, protagonista – involontario – di “Finché c’è prosecco c’è speranza?”
    Il conte Ancillotto prenderebbe la parola marketing e la userebbe come supposta per certi produttori “fighetti”!
    Il mio produttore preferito di prosecco è Loris Follador, un folletto che si definisce in un solo modo: contadino. Il “Frizzante naturalmente” della sua “Casa Coste Piane” (rigorosamente sur lie – cioè col fondo) è un tripudio di profumi. Tu? Hai un produttore di riferimento?
    Loris Follador è ottimo. Il prosecco “con il fondo” è un mondo  eccitante.
    Grazie di cuore per aver trovato il tempo di rispondere a questa intervista in un momento in cui, immagino, tutti ti tirano per la giacchetta. Un ultimo brindisi alla tua bella storia.

  • 14Lug2012

    Pierluigi Ciappi - 4live.it

    Come tutti i lettori ho le mie regole, le mie fissazioni e i miei pregiudizi. E non me ne vergogno. Anzi rivendico il diritto di averli soprattutto i pregiudizi su certi supposti “autori” (notate la classica vena polemica toscana… vabbè)

    In ogni modo ci sono tre regole che negli anni mi è venuto naturale seguire:
    Non leggo libri regalati. Non so il motivo ma difficilmente mi piacciono o mi attirano. Non avendo un genere di romanzo preferito è difficile azzeccare i gusti. E infatti spesso questi libri finiscono nel dimenticatoio.

    Non leggo libri che parlano di viaggi. Non voglio fare nomi ma i viaggiatori sono supponenti e egocentrici come i fotografi. Ti vogliono spiegare la “vere verità” della vita svelandoti chissà quali banali segreti che loro sono riusciti a carpire dall’ultimo sciamano che vive nell’ultima caverna dell’ultima montagna del mondo. Anche meno eh.
    Non leggo libri che sono in testa alle classifiche, insomma tutti quelli presentati nei programmi radical-chic (che pensano di fare “cultura” e invece fanno “marchette” come si dice in gergo televisivo). Spesso sono banali e scontati e il fatto che piacciono a tutti me li fanno diventare insopportabili (ok sono un po’ snob… embè?)
    Ma a cosa servirebbero le regole se non ad essere infrante ? E infatti il libro di cui parlo oggi in un solo colpo ha infranto tutte e tre le mie regole.
    Già il titolo è tutto un programma “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas, 2012, Ed. Marcos y Marcos, 319 pagine, 17 Euro). Ervas ha raccolto una storia vera, un racconto bellissimo e terribile di un amore infinito tra padre e figlio autistico durante un’impresa che per molti poteva sembrare semplicemente una pazzia.
    Franco Antonello ha visto la sua vita cambiare quando a suo figlio Andrea hanno diagnosticato l’autismo. Una bomba. Gestire un figlio malato è già difficile, ma quando si tratta di autismo è addirittura un’impresa titanica. Si perchè l’autismo non si impara mai. Non ci sono punti fermi, non ci sono certezze che la convivenza con questa malattia possa darti. Ogni mattina è come se ripartissi da zero. E lui decide di partire con Andrea per un viaggio da Miami fino al Pacifico a bordo di una Harley. Unico punto di incontro tra Franco e Andrea è il computer dove lui (previo suo rituale) risponde alle domande che il padre gli fa, in maniera ora dolce, spesso ironica e certe volte in maniera angosciante (soprattutto per un padre che non sa come liberare suo figlio dalla gabbia dell’autismo).
    E’ un libro di viaggio ma non vuole insegnare la vita, vuole sono raccontare come può essere grande l’amore di un padre e come si può provare se non a vincere quanto meno a convivere con questo male, magari avvisando il mondo che se un ragazzone di 18 anni ti viene incontro e ti vuole abbracciare, tu non aver paura. Lungo la strada gli incontri saranno innumerevoli, gli inconvenienti tanti come pure le deviazione che porteranno i due non a fermarsi in California ma a continuare fino al Brasile.
    Si legge tutto di un fiato e fa davvero bene al cuore. E se vi va cercate il servizio che le Iene hanno fatto con Andrea !
    Leggetelo e pensate a tutti quei supereroi che si chiamano “genitori con figli autistici” che in silenzio e con tanta fatica cercano ogni giorno di allargare le sbarre di una prigione invisibile che tiene reclusi i propri figli. Io ne conosco due: Michela (che non ringrazierò mai abbastanza per averi regalato il libro) e Stefano. E questa pagina la dedico a loro.

  • 11Lug2012

    Jenny Perotti - jennyperotti.com

    Questa volta voglio parlare di una meravigliosa serie di accadimenti che possiamo definire, al solito, apparenti coincidenze. Il giorno prima nel nostro ritorno a casa negli States, stavo leggendo una rivista italiana e sono rimasta colpita da un’intervista a Franco Antonello, protagonista di una meravigliosa storia di coraggio e speranza, insieme a suo figlio Andrea.Il giorno dopo, in aeroporto, ho setacciato tutti i negozietti di riviste e souvenir alla sua ricerca, finche’ una copertina verde mi ha finalmente premiata e cosi’ ho iniziato a tessere il filo invisibile di questa storia.

     

    Franco e Andrea hanno fatto prima in moto e poi in auto sia il coast to coast degli Stati Uniti, da Miami a Los Angeles, che la discesa in America centrale e del sud, fino in Brasile. Passando anche per il Guatemala e con emozione ho rivissuto gli stessi posti visti in Aprile, penso anche lo stesso hotel in Chichicastenango, riconoscibile dalla nutrita schiera di pappagalli in cortile.
    Sono rimasta colpita dalla presentazione del libro che narra le loro avventure, non solo perche’ adorando viaggiare, le narrazioni di viaggi sono le mie preferite, ma anche per la particolarita’ del viaggio. In questo libro che si intitola “Se ti abbraccio non aver paura” , in cui lo scrittore Fulvio Ervas modella con le calde e perfette parole le loro vere esperienze. Franco Antonello racconta cosa vuol dire andare oltre i limiti apparenti, facendo un viaggio avventuroso con un figlio meraviglioso di 18 anni con sindrome autistica. Di quel poco che conosciamo al di fuori di questo mondo, si sente ripetere spesso che i ragazzi autistici, chiusi in un mondo che non comprendiamo, necessitano di stabilita’ e ripetitivita’.
    Loro hanno sfidato questi detti comuni e non solo sono partiti per un lunghissimo viaggio, ma lo hanno fatto anche completamente all’avventura, con un paio di zaini, decidendo di volta in volta le tappe sul momento, senza agenzie, prenotazioni, programmi.Andrea ama abbracciare le persone e toccar loro la pancia perche’ questo lo mette in relazione con le loro emozioni. Andrea ama mettere tutto in ordine e gli piace farlo anche nei ristoranti e nei posti in cui si trova. Tutto questo a volte puo’ far sorridere, a volte puo’ mettere nei guai all’altro capo del mondo. Con maestria da consumato giocoliere della vita, Franco si e’ inventato situazioni e  parole per mettere insieme due mondi in maniera che forse nessuno aveva mai fatto prima.
    Il 20 Giugno, giorno della nostra partenza e del mio acquisto in aeroposto, senza che io lo sapessi, Elisabetta scriveva a Lorella un’email , narrandole di un’altra serie di incredibile apparenti coincidenze che l’hanno portata ad incontrare Franco Antonello e la sua associazione I bambini delle fate. Appuntamento che essendo subito dopo l’ultimo nostro camp di formazione, stava per perdere, prima di scoprire che  Franco abita nella stessa citta’ del nostro mitico Paolo e che viaggiando con loro sarebbe arrivata in men che non si dica al fatidico incontro.
    L’altro ieri dopo aver scoperto di questi avvenimenti, ho scritto ad Elisabetta e mi sono messa subito a leggere il libro che, con grande piacere, ho terminato ieri pomeriggio.
    Ora io non so in questo momento in quale modo potremmo collaborare insieme ed aiutare Franco in cio’ che fa, un modo certo lo troveremo insieme ad Elisabetta.
    Quello che so e’ che ho trovato un altro grande strumento da mettere nella valigia della mia  vita, una frase meravigliosa verso il termine del libro. Ad un certo punto Franco pensando al fatto che Andrea da ragazzo sta diventando uomo e per lui questa e’ una situazione nuova dice: “Andrea, non ho aiuti, ma non mi nascondo dietro a quello che non ho”.
    Non mi nascondo dietro a quello che non ho. Che frase meravigliosa, grazie Fulvio,Franco e Andrea, ovunque voi siate, queste parole me le portero’ sempre nel cuore e sono certa che saranno preziose durante questo meraviglioso viaggio che e’ la Vita.

  • 10Lug2012

    Antonella Finucci - Flanerì

    «Impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda. A volte è sepolto. A volte è semplicemente sentire la vita che ti attraversa: è partita da un punto, tu la prendi in consegna e la passi a qualcuno».
    Una storia commovente e avvincente ma, soprattutto, una storia vera. Andrea e Franco, un figlio e un padre, e un viaggio speciale in America: Stati Uniti prima, Guatemala, Panama e Brasile poi. Franco decide di partire per far “vivere” Andrea.

    Un viaggio che scorre tra ricordi e dettagli: la vita di Andrea fatta di rituali e di piccoli gesti ripetitivi come sminuzzare la carte, il suo esprimersi attraverso i colori, il suo comunicare con i genitori scrivendo parole sul computer. Primo fra tutti i ricordi, la diagnosi del dottore, che piomba come un macigno sulla vita tranquilla di Franco: Andrea è autistico.
    «Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte».
    Questo ragazzino ripete solo alcune parole, quando una cosa gli piace dice che è bella e ogni tanto abbraccia qualche sconosciuto (da qui il titolo, bellissimo), soffre e lo dice lui stesso in alcuni dialoghi al computer, ma la sua sensibilità è la sua bellezza, la sua rarità. Per questo Andrea rovescia le tasche, abbatte le difese.
    E per entrare nel mondo di Andrea, in quel mondo di delicatezza e di piccole cose, il padre decide di partire per un viaggio che non ha meta, la rotta si sceglie liberamente durante il cammino.
    «Il mondo di Andrea non si può comprendere con un unico sguardo, con una sola vita. Dovrò rinascere e seguire Andrea altre mille volte prima di capire i suoi gesti eleganti, il loro mistero».
    In loro compagnia il lettore viaggia per tutta l’America, potrebbe addirittura capitare di ritrovarsi a consultare la cartina geografica e dire: là ci andrò. Perché con uno stile semplice e pulito, ma non per questo poco curato, l’autore ti trasporta con sé, in un viaggio che è più di un viaggio: entri nelle loro vite, non puoi farne a meno. E non puoi fare a meno di emozionarti, di ridere e piangere su queste righe, di riflettere. Sulla diversità e sulla normalità.
    Perché Andrea deve diventare come “gli altri”? Chi può sapere se sarà più felice o se non lo sarà?
    Questo viaggio ci ricorda quant’è bello il vento che ci accarezza il viso, il rumore del mare, il silenzio della natura che ci permette di ascoltare la nostra anima. Questo viaggio lascia il segno.
    «Funziona che la vita sta tutta sotto una grande curva a campana, con al centro disturbi e ai lati stravaganze di ogni sorta. La vita è diluita nel mezzo e troppo densa ai lati… La vita è imperfetta, ma ha una sua forza».

  • 09Lug2012

    Alice De Carli Enrico - meloleggo.it

    Per diverso tempo si è parlato ovunque del fatto che lo tsunami in Giappone pare abbia inclinato l’asse terrestre di qualche grado. Ora provate a immaginare uno tsunami della vostra vita, che strappa dal vostro perno interiore tutte le sicurezze che avete, le speranze che nutrite e inclina inesorabilmente il vostro moto, il vostro modo di vivere, di intendere il mondo.

    “Se ti abbraccio non aver paura” è esattamente questo, la descrizione di uno, due, mille tsunami. È lo tsunami di Andrea Antonello, un ragazzo che ha ora 18 anni, diagnosticato autistico all’età di tre. È lo tsunami di suo padre Franco, della sua enorme sofferenza e della sua ancora più grande forza. Poi, è lo tsunami di ognuno di noi, perché a chiunque capita o può capitare un cambiamento, nella vita, che stravolge tutto. Il cataclisma di “Se ti abbraccio non aver paura” ha però travolto ma non distrutto, ha trasformato e distinto.

    Andrea, nel 2008, parte insieme al padre per un viaggio tra Nord e Sud America. Questa loro avventura di 38mila km, tra Miami (Florida, Stati Uniti) e Arraial d’Ajuda (Brasile), viene qui narrata da Fulvio Ervas, che presta le sue parole per farsi tramite e permetterci di ripercorrere, insieme a questi due piccoli grandi uomini, non solo un viaggio attraverso due continenti, ma attraverso un paesaggio emozionale unico. La paura, le emozioni, l’empatia: tutto viene veicolato dal diverso linguaggio, sia corporeo che linguistico, che Andrea usa per entrare in contatto con gli altri, per esprimere quello che ha dentro ma che non riesce a dire. Tutto diventa veicolo di comunicazione, dal campo cromatico alle corse forsennate, dai sorrisi agli abbracci. Il viaggio tra quei due distanti continenti diventa quindi parabola di un viaggio tra due diversi modi di vedere, percepire e parlare del mondo, di comunicarlo e viverlo, di amare ed esprimere.  Se uno tsunami ti colpisce non ritrarti, affrontalo con coraggio. E se io ti abbraccio, non aver paura. È solo amore.

  • 09Lug2012

    La Lettrice Rampante - it.paperblog.com

    Di solito, almeno per i primi tempi, cerco di tenermi alla larga dai best seller del momento. Quei libri che hanno successo più per la campagna pubblicitaria editoriale che c’è dietro che non per il loro contenuto (vedi le varie sfumature di colore che tanto vanno di moda in questo periodo). Lascio sempre passare un po’ di tempo, poi, se il libro mi incuriosisce, prima o poi lo leggo. Questa volta però è diverso. Inanzitutto perché “Se ti abbraccio non aver paura” è edito da una casa editrice indipendente, che vive più grazie al passaparola che alle campagne di marketing, e che quindi punta molto sulla qualità dei romanzi che pubblica (tutta la serie di Jasper Fforde, che io ho amato molto, è stata pubblicata in Italia da questa casa editrice).

    A questo si aggiunge il fatto che racconta di una storia vera, di un padre e di un figlio e di una malattia terribile, l’autismo, di cui si sa troppo poco ma che è terribile per chi la vive (sia per chi ne è affetto sia per chi ci interagisce). E poi, il titolo è semplicemente meraviglioso. E quindi ho voluto leggerlo subito.

    Ammetto che recensire romanzi che sono anche storie vere mi mette sempre un po’ in difficoltà. Non so mai se devo parlare della trama, rischiando di dare inevitabilmente un giudizio sulla vita della persona che l’ha realmente vissuta, o se limitarmi a un commento sullo stile, sul modo in cui questi fatti reali ci vengono raccontati.
    In questo caso l’autore Fulvio Ervas ci racconta la storia di Andrea, ragazzo diciassettenne affetto da autismo, e di suo padre Franco che, un’estate, decide di fare un viaggio, di partire all’avventura per l’America. Non tutti i medici sono d’accordo su questa scelta: i ragazzi autistici tendenzialmente hanno bisogno di schemi e abitudini, di routine sempre uguali da seguire e di stabilità. Basta un niente perché perdano il loro labile equilibrio. Ma Franco decide di provare lo stesso, perché nulla di quello che hanno detto i medici ha funzionato finora. E quindi partono. Stati Uniti prima e Sud America dopo. Un viaggio all’avventura, in moto, in aereo, in auto, senza mete prestabilite, alla ricerca di un contatto, di un filo per unire Andrea e il suo mondo interiore con quello di Franco e il mondo reale. Le difficoltà non mancano, non sempre tutti capiscono i problemi di Andrea, non tutti sono felici di farsi abbracciare, baciare o toccare la pancia da uno sconosciuto. Così come non sempre Franco riesce a reggere il peso della responsabilità, ma soprattutto la rabbia e l’impotenza che la situazione del figlio genera in lui.  Ma a poco a poco, padre e figlio impareranno a conoscersi ancora di più. La condizione di Andrea non sarà più sempre e solo un limite per lui, perché incontreranno persone che lo capiranno, persone che riusciranno a leggere dentro di lui nonostante lui non riesca a esprimersi a parole, persone che non avranno paura quando lui le abbraccerà. Andrea farà le sue prime esperienze, esperienze da normale diciassettenne, con Franco che a poco a poco imparerà a lasciarlo andare, ad avere meno paura delle reazioni di suo figlio e di quelle degli altri, senza mai però abbandonarlo, senza mai perdere quell’elastico sottile e invisibile che li terrà per sempre legati.
    Il libro è il diario di un viaggio. Un viaggio attraverso l’America e un viaggio attraverso una malattia di cui si parla sempre troppo poco. C’è il dolore, certo. C’è l’impotenza e c’è la paura. Ma c’è anche la voglia di crescere e capire, di superare quei limiti che una malattia per forza impone. E’ stato bravo Fulvio Ervas a mettere per iscritto il racconto di Franco, a far trasparire ogni aspetto del rapporto tra padre e figlio e a raccontare i fatti e la realtà così come sono realmente avvenuti, senza pietismi e senza compassione. E anche se lo stile a volte è forse un po’ troppo semplicistico, si adatta bene alla struttura del diario,perché riesce a esprimere con il tono giusto i pensieri e le preoccupazioni del padre. E non era assolutamente un compito facile.
    Io di autismo sapevo poco o nulla, quel poco che viene mostrato in qualche film o in qualche libro. E anche ora, la mia conoscenza di questa terribile malattia non è poi aumentata di molto. Ma credo che un libro come questo, così come tutti i libri che narrano di esperienze reali e personali, serva ad far acquisire maggiore consapevolezza, a far capire che oltre alla disperazione e al dolore c’è anche qualcos’altro. E che non bisogna avere paura di chi in qualche modo è diverso da noi.
    Assolutamente da leggere.

  • 08Lug2012

    Antoinette - antoinetteenpassant.wordpress.com

    Un viaggio attraverso il mondo dell’autismo, immersi nei pittoreschi paesaggi delle due Americhe, senza ritorno… il cuore rimane intrappolato tra le pagine di questo libro e non se ne vuol più andare via. Ogni tappa raggiunta dai due avventurieri segna un nuovo passo per noi verso lo speciale mondo di Andrea, un mondo fatto dei colori dell’arcobaleno, di disordini da riordinare con cura e di piccoli messaggi scritti al computer.

    Anche da dietro le pagine di un libro non ci è difficile subire il fascino di questo ragazzo, come d’altronde accade a tutte le persone che incontra sulla sua strada oltreoceano. Andrea ci apre il cuore ad una nuova dimensione che non possiamo fare a meno di sentire un po’ nostra; è partito inseguendo la libertà ma in realtà, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, è stato proprio lui  a farcene intravedere qualche scampolo. Libro meraviglioso.

  • 08Lug2012

    Francesca Fiorletta - blogportbou.wordpress.com

    Fulvio Ervas ha raccolto per oltre un anno l’accurata e accorata testimonianza di Franco Antonello, padre di Andrea, oggi maggiorenne, al quale è stato diagnosticato l’autismo all’età di tre anni.Da qui, la cruda realtà dei fatti e il lucidissimo paradosso emotivo nel quale si trovano a vivere i protagonisti della vicenda s’intrecciano inevitabilmente, nel continuo lavorio esorcizzante di una trasposizione letteraria condotta con estrema delicatezza e con una sorta di compartecipe disincanto.

     

    Padre e figlio, dunque, partono per un viaggio che è uno dei più classici inni alla libertà etica e estetica dell’essere umano. A bordo di una motocicletta attraversano gli Stati Uniti e l’America Latina, forti esclusivamente l’uno della presenza dell’altro. La loro comunicazione, sebbene pressoché ininterrotta, nonostante le evidenti difficoltà del caso, passa attraverso l’ausilio di un computer, sul quale Andrea ha imparato a mettere in parole i suoi pensieri, i suoi disagi, le sue aspettative.
    Attraverso la scrittura stessa, dunque, Franco cerca costantemente nuovi e più approfonditi metodi d’indagine sensoriale, che gli permettano di entrare finalmente in contatto con quel figlio amatissimo, forse solo apparentemente tanto lontano e inaccessibile, in quanto patologicamente chiuso nel suo universo privato.
    Fulvio Ervas riporta fedelmente molti estratti di questi struggenti e forsennati dialoghi epistolari, sostanziali prodigi utili a rendere al lettore la misura della reale intensità della vicenda narrata, sebbene la storia venga poi comunque infarcita di escamotages tipicamente romanzeschi.
    Così, ad esempio, possiamo leggere:
    VUOI CHE RIFLETTA SU QUALCHE COSA?
    Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.
    Andrea vuole guarire.
    Ciao

  • 08Lug2012

    Redazione - colorisonori.wordpress.com

    Non si tratta – a mio parere –  di un capolavoro, né di un “caso letterario”. La scrittura, sulla quale ho letto molti commenti entusiastici, a me è sembrata monocorde e mediocre. Se cercate un libro sui viaggi, o su un viaggio in particolare, c’è di meglio.

     

    La singolarità potrebbe consistere nei viaggiatori, un papà, Franco,  che intraprende un lungo viaggio attraverso le due Americhe insieme ad Andrea, suo figlio, autistico. Ma di papà con figli autistici ce ne sono, purtroppo, tanti, e questo viaggio potrebbe anche apparire come il racconto di  un privilegio. Non si tratta neppure di un libro sull’autismo, nel senso che se volete saperne di più su questa malattia, dovrete documentarvi altrove.
    Nonostante queste perplessità, ci sono alcuni aspetti di questo libro che mi hanno colpito. Provo a riassumerli.
    I genitori, comunicano con Andrea attraverso il computer, ed hanno l’abitudine di stampare il contenuto di queste “conversazioni”. Franco infila questi fogli nel suo bagaglio, ed ogni volta che sente il bisogno di comunicare con suo figlio, ma questo bisogno resta insoddisfatto, lui cerca tra i fogli e trova sempre qualche frammento di conversazione passata che arriva inaspettatamente ad illuminare il presente. Questo espediente mi è sembrato geniale.
    Spesso bruciamo parole in pochi attimi, raramente ci rendiamo conto del valore di ciò che ascoltiamo o che esprimiamo in una relazione con chi ci sta accanto. Talvolta una frase continua a riecheggiare e a scavare il nostro animo per molto tempo. E quante volte diciamo cose prive di senso o di cui ci vergogniamo?
    In una situazione in cui la comunicazione è rarefatta, come appunto quella vissuta da Andrea e dai suoi genitori, ogni brandello di conversazione diventa prezioso, al punto da far parte del bagaglio (non solo in senso metaforico) di ciascuno di loro.
    Un altro aspetto che si percepisce bene è la grande solitudine in cui si trova chi deve affrontare queste situazioni. I medici, e tutto l’apparato sanitario che, rispetto a queste patologie, brancola praticamente nel buio e, oltre a non essere in grado di fornire risposte, è impreparato a gestire la quotidianità di una malattia come questa. La totale assenza delle istituzioni e della politica. E c’è anche la solitudine sociale. Non parlo solo della mancanza di una “rete” fra famiglie che si trovano ad affrontare gli stessi problemi, ma anche della solidarietà che dovrebbe fare da collante nella società civile. Ogni famiglia dovrebbe sentire un po’ suoi questi ragazzi, e così sarebbe tutto molto più semplice.
    Se ciascuno di noi – più in generale – si preoccupasse, solo un po’, dei figli degli altri, la società in cui viviamo sarebbe assai migliore.
    Alla fine del libro, Franco lascia tracimare tutta la preoccupazione per il futuro di suo figlio (e in questo è uguale a tutti i papà del mondo), ma la situazione di Andrea lo porta a conclusioni senza speranza. Andrea percepisce la realtà attraverso il filtro distorcente della sua malattia mentre suo padre, quasi a compensare il figlio, ha imparato a guardare a nervi scoperti la società, coi suoi pregiudizi, le sue carenze e la sostanziale incapacità ad occuparsi di queste persone salvaguardandone la dignità.

  • 07Lug2012

    Redazione - tempi.it

    Il bestseller di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, diventerà presto un film. Ad aggiudicarsi i diritti del libro pubblicato da Marcos y Marcos, che racconta il viaggio americano di un padre e di suo figlio affetto da una grave forma di autismo, è stata la società di produzione Cattleya. Il suo presidente Riccardo Tozzi si è detto felice e aggiunto: «Se ti abbraccio non aver paura è un bel libro emozionante e originalissimo, perfetto per essere adattato sullo schermo da un regista forte e sensibile». Nulla di più è trapelato per il momento ma la notizia ci da l’occasione di ripubblicare l’intervista realizzata da Tempi.it a Franco Antonello, il papà protagonista del romanzo.

     

    Andrea ha appena compiuto diciotto anni e gli è stata diagnosticata una grave forma di autismo da quando ne ha tre. Suo padre, Franco Antonello, si trova davanti a un’estate come tante: gli amici che mandano i figli ai centri estivi, li affideranno ai nonni, li porteranno con loro in campeggio, mentre a lui toccano le solite preoccupazioni: chi sta con Andrea? Cosa fargli fare? Come riempire le giornate per arrivare a settembre senza esaurire ogni energia nel difficile tentativo di trovargli costantemente delle occupazioni? E nasce un’idea, avventata forse, strampalata, ma che diventa vera man mano: una moto, una cartina, due zaini in spalla e l’America da percorrere. Coast to coast, un grande classico. È una sorta di terapia d’urto, scandita da una regola principale: “Occhio sempre a papà”.
    Il loro viaggio è diventato un libro (Marcos Y Marcos editore, 320 pagine, 17 euro) che si intitola Se ti abbraccio non aver paura. È la frase che i genitori hanno fatto scrivere su tutte le magliette di Andrea, che ha un’irredimibile tendenza a distribuire baci, abbracci, e a toccare le pance delle persone, con una speciale predilezione per gli sconosciuti. Il romanzo, scritto dal trevisano Fulvio Ervas, cui Antonello ha raccontato la sua storia davanti a uno spritz, ancora prima di uscire è diventato un vero e proprio caso: complice il passaparola e qualche passaggio televisivo, in due giorni la prima edizione ha esaurito tutte le copie.
    «Siamo contesi tra trasmissioni e interviste. Oggi mi sono arrivate cinquemila email di sconosciuti. La gente si è appassionata e ovviamente fa piacere. Ma il mio timore è che si voglia vedere solo una parte della storia: i grandi orizzonti, la polvere che si alza sotto il sole cocente, i fast food, tutto l’immaginario da road trip insomma, e il legame indissolubile padre-figlio. Che ovviamente c’è, ed è fortissimo, come è stato meraviglioso il nostro viaggio. Ma attenzione, non è fiction. E non è tutto rose e fiori. Rose e fiori occorre cercarli bene». L’ha scritto anche Andrea, sul computer che usa per comunicare, una sorta di imperativo, di avvertenza: “Non raccontiamo favole ma storie vere”. A voce si esprime in modo sconnesso, pronuncia parole secche: a casa, in giro, quello verde.
    Com’è la vita di tutti i giorni? «Andrea sta bene fisicamente, con lui si possono scalare le montagne. Ma convivere con i ragazzi affetti da autismo, che spesso hanno difficoltà anche maggiori delle sue, a volte è davvero un calvario. Non si sa come comportarsi, non si capisce se hanno freddo o fame. Non socializzano con nessuno. Lo fai con tutto l’amore del mondo, ma a volte è umano, ci si stanca. La chiave di volta sta nelle parole che pronunciò il nostro medico, per spiegarmi come fosse l’autismo. Mi disse: la vita è imperfetta, ma ha una sua forza». La malattia viene diagnosticata quando ha trenta mesi. «Ero andato a Siena, a ritirare gli ennesimi esami. Per trecento chilometri ho riempito la macchina di urla e di lacrime. È stato il mio modo di entrare in fondo alla realtà. Però in quel momento ho capito che non avrei sopportato una vita scandita da un continuo pianto senza lacrime. L’avrei affrontata con rabbia, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi».
    E l’idea dell’America nasce proprio così: se fatica deve essere, tanto vale che sia un’autentica avventura. Tra i dubbi dei parenti, degli amici e dei medici. Perché in genere le persone autistiche sono a loro agio solo in situazioni prevedibili. «Mi sono chiesto: rispetto di più Andrea tenendolo al riparo dal mondo o portandolo a riempirsi gli occhi? Ero combattuto. Sentivo, nel giudizio degli altri, che forse lo percepivano come una sorta di cavalcata a briglie sciolte».
    Visto il grande successo del libro, c’è stato un effetto emulazione? «Non vorrei che scattasse. Non intendo dire assolutamente che ogni figlio autistico vada trascinato su un moto per 38.000 chilometri dagli Usa all’Amazzonia. Al tempo stesso non c’è, purtroppo, nessun libretto di istruzioni. Si sa molto poco, di questa malattia. E io ho provato a fare apposta il contrario di tutto. Ho capito che è fondamentale non circondare i nostri figli di tristezza, questo sì, ma di piccole cose speciali: una passeggiata, un cinema. È stato un esperimento: se fosse successo qualcosa avrei preso il primo aereo e sarei tornato a casa. Invece ogni giorno è stato migliore di quello precedente, tutto mi stupiva, avevo sempre qualcosa da annotare la sera. È tornato molto più sorridente: dritto, fiero di sé». In mezzo, un viaggio fatto di vento nei capelli, cameriere portoricane, baci al chiaro di luna, musica, sciamani, bagni nell’oceano, patatine fritte, cimiteri indiani, palafitte, carne alla griglia, carezze ai coccodrilli, incontri.
    «Andrea è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto. Nella vita, intendo. Prima avevo tutta una serie di priorità: personali, professionali, materiali anche. Adesso tutto viene in secondo piano, dopo le sue esigenze. E soprattutto acquista un senso. A volte ci lamentiamo anche perché piove. Anche le cose più drammatiche, viste con gli occhi di un ragazzo che per tutta la vita è destinato a stare chiuso nel suo involucro, diventano leggero come l’aria. Fa venire fuori l’anima che hai dentro. Viene anche a te la voglia di abbracciare le pance degli sconosciuti. È la misteriosa dinamica di certe partenze: vai a capire che cosa si muove dentro, tra la pancia e il cervello».

  • 06Lug2012

    Giulia Ferrari - tenacemente.blogspot.it

    Lunga assenza dal blog, ma continuo a far tesoro di uno dei tanti insegnamenti di mia mamma: se non hai niente di interessante da dire, non parlare. E quindi… Però ho finito questo libro, che mi è piacuto un bel po’ e che volevo condividere. Come la maggior parte delle mie letture non tratta un argomento leggero, ma che io abbia “un elevato peso specifico” è noto ai più. Ho letto l’ultima pagina qualche giorno fa, e ho avuto bisogno di un momento per lasciarlo sedimentare, per separarmi dalla storia e dai protagonisti, soprattutto perchè è una storia vera. Magari un po’ romanzata, ma vera.

     

    Come tanti, ho visto il servizio su Andrea alle Iene, qualche mese fa. Pare che a metà servizio io fossi a 20 cm dalla tv con gli occhi lucidi e un sorriso da ebete: in effetti, la storia di questo ragazzo e di suo padre mi aveva coinvolto moltissimo, forse perchè mi ricordava in tanti suoi comportamenti un ragazzo che ho conosciuto un annetto fa durante il tirocinio. Insomma, alla fine ho trovato il libro su uno scaffale in un negozio e mi sono decisa a comprarlo. La trama è sostanzialmente il racconto di un viaggio attraverso l’America di un padre col figlio diciottenne, a cui all’età di 3 anni è stato diagnosticato l’autismo. La parte interessante, però, credo che siano più che altro i dettagli, i frammenti di vita quotidiana che emergono dalle varie vicende e il rapporto tra Andrea e suo padre.
    Di questa patologia non si sa granchè, io per prima ne so davvero poco. Quel che ho potuto capire, più che altro dalla conoscenza diretta di alcune persone con questa caratteristica, è che il termine esatto, ovvero “spettro dell’autismo”, è perfettamente calzante: la varietà di sintomi e di manifestazioni esteriori è davvero grande, tant’è che alcuni comportamenti di Andrea mi ricordano quelli di un ragazzo psicotico più che quelli a cui siamo abituati a pensare. Temo che il film Rain Man abbia una parte di responsabilità, in questo: sentendo la parola autistico la maggior parte di noi pensa in automatico a Dustin Hoffman e alla scena degli stuzzicadenti nel bar. Ecco, non è esattamente così, o meglio, non è così per tutti. All’interno dello spettro autistico rientrano una gran quantità di fattori, tanto che -a voler esagerare- si potrebbe dire che ne facciamo parte un po’ tutti, in qualche modo; anche per questo formulare una diagnosi non è mai facile.
    La cosa che mi ha colpito di più, comunque, della storia di Andrea sono stati tutti gli interrogativi messi sul tavolo dal padre, Franco. Interrogativi che tendiamo spesso a non porci, concentrandoci sul cercare una diagnosi prima e una cura poi, ma che sono in realtà di estrema importanza.
    La sessualità, le manifestazioni di affetto: molti medici hanno detto a Franco che suo figlio, come la maggior parte dei soggetti affetti da autismo, non proverà grande interesse per questa sfera. In realtà, per Andrea non è esattamente così: lo esterna a modo suo, ma l’interesse c’è, cosicchè il padre si trova a dover affrontare un argomento delicato a prescindere, cercando di trovare le parole e i gesti adatti. Perchè, giustamente, ignorare la questione sarebbe inutile se non dannoso.
    L’altra grande questione che mi ha turbato è stato l’enorme punto interrogativo sul futuro. Franco si domanda cosa succederà quando lui e la mamma di Andrea non ci saranno più, o non saranno comunque più in grado di stargli dietro. Nell’esperienza che ho avuto con i vari tipi di disabilità, questo è sicuramente il comune denominatore: la paura che prende quando si comincia a immaginare quali prospettive ci possono essere per una persona che dipende interamente da noi, e che non ha prospettive di miglioramento, deve essere davvero profonda. E soluzioni facili, come sempre in questi casi, non ce ne sono.
    Questo libro non dà risposte, più che altro a me ha fatto sorgere ancora nuove domande. Ma credo che sia la caratteristica che lo distingue da una favola. Andrea e Franco continuano la loro vita, con i loro rituali e i loro momenti duri: Andrea continua a ridurre in pezzetti microscopici i fogli di carta, quando è nervoso e non si sente a suo agio, e a toccare le pance agli sconosciuti incontrati per caso. Ma ti fa anche capire che oltre la difficoltà di comunicare in modo canonico, c’è un mondo da scoprire, se ci si prova.
    “Provo ad impegnare mia mente ogni giorno ma lotto invano mi dispero per mio autismo
    Aiuto chiedo”
    “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.
    Andrea vuole guarire.
    Ciao”

  • 06Lug2012

    Serena Gobbo - librini.wordpress.com

    A dispetto del cinismo e della razionalità che sfoggio per smontare tentativi di perdite di tempo, da anni sono vittima, o forse portatrice sana, di una superstizione: nulla succede per caso. Sul mio vecchio blog avevo inventato anche un gioco: fatemi una domanda e io aprirò una pagina di un libro a caso per vedere cosa risponde il fato.

     

    Oggetto della superstizione di oggi è ‘Se ti abbraccio non aver paura’ di Fulvio Ervas. La coincidenza (o sincronia?) è che ho iniziato a leggere il libro il 6 luglio, cioè proprio lo stesso giorno e lo stesso mese in cui è iniziato il viaggio dei protagonisti, un padre col figlio autistico.
    Da premettere che ho comprato il libro il 5 luglio a una festa paesana a Piavon di Oderzo (TV) dove eravamo andati a mangiare polnta e costicine e dove ho trovato una piccola ma significativa mostra del libro. Ma torniamo ad Ervas.
    Da quando ci hanno comunicato con professionale cipiglio il nome della malattia di Leo, evito i libri sulle malattie dei bambini, anche i romanzi. Ne ho uno a casa, ‘La vita che volevo’, che aspetta sulla libreria da due anni e ogni volta che gli passo davanti gli dico: “Col cazzo che ti leggo!”
    Eppure il libro di Ervas l’ho comprato e lo sto leggendo di gusto: why? Forse perché la voce narrante è un maschio, un padre? Forse. Perché riduce il rischio di immedesimazione. Ma forse anche perché l’autismo è una malattia che colpisce la mente, più del corpo (a patto che il dualismo esista), e anche questa differenza col nostro caso abbassa le probabilità di immedesimazione.
    In realtà alcune similitudini si pongono mio malgrado: “Non bisogna mai pretendere troppa precisione dai medici? fa dire Ervas al padre. Vero! Possono sciorinarti termini tecnici per una carie, ma non chiedetegli, come fa Antonello, qual è la meta giusta per una vacanza col figlio autistico.
    Altro punto di contatto: le differenze nelle reazioni alla malattia tra genitore e figlio. Mentre il padre si pone il problema di come reagirà Andrea, se avrà paura, di cosa faranno se succederà un incidente, un malore e tante belle cosette del genere, il figlio dice (anzi, scrive): “basta domande false”.
    Non è un semplice ‘papà non rompere le balle’.
    Se al padre sostituiamo il neofita e se al figlio sostituiamo il saggio con la barba bianca, il dialogo può restare lo stesso.
    Forse il messaggio della sincronia è: Affronta tutto con fantasia. (non lo diceva pure Einstein, Imagination is more important than knowledge?). Come i genitori di Andrea, che gli hanno scritto “se ti abbraccio non aver paura” su un Everest di magliette colorate, per avvertire le persone che stanno per venir avvolti da un paio di braccia. Questo è un uso funzionale della fantasia, non come io e mio marito che ci limitiamo a blandire Leo con le caramelle alla frutta perché si sottoponga ai trattamenti! (Caramelle, tra l’altro, buonissime).
    Come tante sincronie, mi ci vorrà del tempo per capirne il significato. Intanto vado avanti a leggere.

  • 04Lug2012

    Redazione - la Repubblica

    Se ti abbraccio non aver paura, il besteseller di Fulvio Ervas, diventa un film.

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  • 01Lug2012

    Barbara Pianca - superando.it

    Ci siamo già occupati del libro “Se ti abbraccio non aver paura”, uno dei “casi editoriali” dell’anno, con le sue undici ristampe in due mesi. Ed è con il suo stesso Autore, Fulvio Ervas, che approfondiamo oggi la storia di quello che è prima di tutto un romanzo, nato soprattutto con la voglia di “sdoganare” l’autismo e di renderlo più familiare a chi non lo conosce direttamente.

    Comunicazione e disabilità, un binomio dagli esiti non sempre armoniosi, soprattutto quando la disabilità raggiunge i mass-media. Perché i mass-media, per generalizzare, banalizzano, appiattiscono, e per richiamare l’attenzione esaltano aspetti non sempre condivisibili da chi la disabilità la vive sulla propria pelle tutti i giorni. Quando poi questa disabilità prende la forma dell’autismo, il terreno già paludoso diventa a tratti addirittura impercorribile.

    Lo scrittore Fulvio Ervas
    Esploriamo in questo senso un caso recente, dove non ci sono stati conflitti – il libro di cui parleremo, infatti, è rispettoso della descrizione della disabilità – ma sul quale alcune voci del mondo della disabilità si sono sentite in dovere di dire la loro, non tanto in merito ai contenuti del testo, quanto al connubio tra il profilo del protagonista e la parola “autismo”.
    Stiamo parlando di Se ti abbraccio non aver paura (Marcos Y Marcos), titolo accattivante del libro del momento, in testa alle classifiche italiane da ormai più di due mesi, giunto all’undicesima ristampa (in tutto si parla di ben più di 100.000 copie). Senza leggerlo, ma guardando solo al titolo e sapendo che vi si tratta il tema dell’autismo, si potrebbe pensare che la frase si rivolga a una persona autistica che non tollera il contatto fisico e che a rivolgergliela siano le persone che lo amano e che quel contatto fisico lo desiderano immensamente. Invece, questo è uno di quei casi in cui è vero l’opposto.
    Andrea Antonello, infatti, oggi ventenne, ma diciottenne all’epoca dei fatti narrati, ama abbracciare le persone. Ancor di più ama toccare la pancia anche di chi non conosce. È il suo modo di prendere contatto con la realtà, di mostrare un’apertura verso qualcuno. Quand’era più piccolo, i suoi genitori – preoccupati dei rifiuti che avrebbe potuto subire da persone spaventate da tanto calore umano – decisero di fargli indossare alcune magliette con su stampata la frase in questione, per avvertire le persone di non spaventarsi. Ed è proprio questa una delle sue caratteristiche che hanno fatto “rumore” in una parte mondo della disabilità che – visto l’enorme successo del libro – ha sentito il bisogno di fare delle precisazioni relative al concetto di autismo.
    L’autismo, insomma, non è solo quello “carino” di Andrea, che comunica e interagisce. Per alcuni genitori di ragazzi con forme di autismo gravi, quella di Andrea sarebbe piuttosto una sindrome di Asperger, già descritta in un altro “caso letterario”, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi, 2003). Eppure i medici hanno diagnosticato proprio l’“autismo” ai genitori di Andrea, e questa è una storia vera. Rintracciabile. Basta visitare un sito web recentemente clickatissimo.
    La storia raccontata nel libro – lo diciamo per inciso – è quella del viaggio di Franco e di suo figlio Andrea, che insieme hanno attraversato le due Americhe in tre mesi. La scommessa – vinta – di Franco è stata quella di condividere con il figlio autistico (una forma lieve di autismo), per cui l’abitudinarietà e i punti di riferimento fissi sono (sarebbero) fondamentali, un viaggio nomade, imprevedibile e “anarchico”. Andrea e Franco non solo ci sono riusciti – alla faccia dei pareri medici contrari – ma soprattutto si sono divertiti, amati, conosciuti meglio. Non sono mancate le difficoltà, le crisi, gli scontri, le paure. Ma Fulvio Ervas, lo scrittore veneto scelto per rendere romanzo il diario di un padre, tratta ogni cosa senza scosse, anche la più spigolosa, come se semplicemente facesse parte della vita.
    E allora dov’è il punto? Perché per alcuni genitori e alcune associazioni è stato importante precisare? Di cosa c’è paura? Lo chiediamo allo stesso Ervas, che ci accoglie nella sua casa nel Trevigiano mentre la moglie cuoce la marmellata, e ci parla con il bagaglio di esperienza non solo di scrittore, ma anche di docente in un istituto tradizionalmente aperto all’accoglienza delle persone con disabilità.
    Andrea Antonello
    «Con il termine autismo – spiega – si fa riferimento a una gamma molto vasta di diagnosi, per cui dentro ci stanno casi più lievi come quello di Andrea e casi più gravi. Noi non abbiamo scritto che l’autismo è solo quello di Andrea, abbiamo soltanto raccontato la storia del suo viaggio. Va bene precisare che esistono casi più gravi, se l’obiettivo è quello di far sapere alle persone che la parola autismo si riferisce a uno spettro ampio di casi, però una volta fatta questa precisazione, mi sembra che non sia stato fatto alcun danno dalla nostra operazione di comunicazione. A volte, dalle mie esperienze personali con la disabilità a scuola, ad esempio, percepisco che la stessa è fortemente connessa con la sofferenza, e pare che se non si soffre non si ha veramente a che fare con la disabilità. Andrea e Franco sono esuberanti, carismatici, divertenti, gioiosi. Franco dice: “Certo che ogni tanto non ce la faccio più, e allora mi chiudo nella stanza accanto e tiro pugni, piango, urlo. Davanti ad Andrea però non lo faccio, non voglio che sappia che soffro a causa sua. Voglio che sappia che sono orgoglioso di lui, che lo amo e mi dà gioia. A volte fingo ma mi sembra un bel modo di assumere il mio ruolo di padre e di uomo”. Uno che ti può dire che va tutto bene anche quando sa che non è così».
    Cosa pensi di questo atteggiamento di Franco?
    «L’hanno accusato di essere “narciso”, di avere reso famoso il figlio per soddisfare alla sua vanità personale. A me sembrano chiacchiere. Franco è com’è, un altro si sarebbe comportato in un modo diverso. Non bisogna generalizzare. Ognuno si comporta come vuole e riesce. Personalmente penso ci sia bisogno, ogni tanto, di uomini capaci di fare gli uomini».
    Ci sono genitori con caratteri più miti e delicati, non per questo meno bravi o meno coraggiosi.
    «Sono d’accordo. Ma è lo stesso discorso dell’autismo. Quando scrivo che Andrea è autistico, non voglio dire che tutti i soggetti autistici corrispondano al quadro clinico di Andrea. Quando affermo che Franco è un uomo che tenta con tutte le sue forze di rendere bella la vita di suo figlio, non voglio dire che l’unico modo per dedicarsi al proprio figlio disabile sia copiare le scelte di Franco. Mi pare che a volte ci sia chiusura. Tanti atteggiamenti sono tabù, troppo poco certi per poterne parlare  pubblicamente. Invece Franco ha il coraggio di menzionarli».
    Ad esempio?
    «I vaccini. C’è chi ipotizza una relazione tra i vaccini e l’autismo. I bambini vengono vaccinati tra i due e i tre anni, quando il loro cervello si sta ancora formando a livello biologico. Non se ne può parlare perché c’è tutta l’industria farmaceutica che si oppone. Anche qui, non sto dicendo che è senz’altro così. Sto dicendo che è un’ipotesi che non vedo perché si debba escludere a priori. C’è bisogno di prove scientifiche. Eppure i farmaci ufficiali, quelli approvati per la cura dell’autismo, sono a loro volta pieni di effetti collaterali anche gravi. Mi sembra lo stesso discorso che ammettere percorsi di cura e studio meno scientifici e magari, quanto meno, innocui. Insomma su questi aspetti mi trovo d’accordo con Franco, ma so che queste parole suscitano disagio, se non paura e conseguente opposizione, in molti genitori. D’altronde le recenti Linee Guida sull’Autismo vanno proprio in quest’ultima direzione, totalmente dalla parte dell’industria farmaceutica».
    E se Franco si sbagliasse? Non è pericoloso diffondere false informazioni, false speranze? Non crea confusione?
    «In una società dove manca il dialogo è così. Quando qualcuno dice qualcosa di controcorrente, si grida subito all’eretico. Ma se il dialogo e il confronto fossero continui, allora ci potremmo permettere di rischiare molto di più perché potremmo poi sempre ritrattare, aggiustare il tiro. L’imprecisione fa parte della natura umana. E d’altra parte la comunicazione controllata ha prodotto effetti migliori? Ha aumentato le tensioni, le opposizioni, e anche così cure ufficiali si sono rivelate nel tempo inefficaci se non addirittura dannose».
    Franco e Andrea Antonello durante il loro viaggio nelle Americhe
    Ne fa un discorso più sociale che personale, dunque.
    «La nostra società ha degli aspetti che rendono più difficile l’esperienza privata della disabilità. Uno è questo che ho detto, la diffidenza, o direi proprio la paura, rispetto a tutto quello che non è ufficialmente selezionato. Mi rendo conto che ci sono problemi di truffatori, approfittatori, di speranze spezzate, mi rendo conto che è una questione grave e certamente fare chiarezza scientifica e dare dei riferimenti alle famiglie è fondamentale. Ma il rischio è di “scivolare dall’altra parte”, escludendo ipotesi che potrebbero essere benefiche».
    Come un viaggio attraverso le Americhe?
    «Certo. E come l’esperienza “da personaggio famoso” che Andrea sta facendo in questi mesi. Mi sembra che gli faccia bene. Lo vedo contento, nutrito. Suo padre ogni tanto lo porta con sé durante le presentazioni del libro e viene applaudito come una star. Inoltre, le persone si abituano a vederlo. I suoi comportamenti strani, i suoi momenti di blocco. E siccome hanno letto o sentito di lui, sono più ben disposti. È questo in fondo che sta facendo Franco, vuole che suo figlio diventi famoso perché le persone lo accettino di più per quello che è, non siano spaventate da un’entità sconosciuta, ma abbiano un po’ familiarizzato con certe “stranezze”. Uno “sdoganamento” che, ripeto, può essere rischioso, può essere pericoloso, sbagliato, ma è un tentativo e non è irreparabile. È umano e Franco è intelligente, saprà come correggere il tiro se ce ne sarà bisogno».
    In quali altri aspetti la nostra società può rendere difficile l’esperienza della disabilità?
    «Ne ho accennato un attimo fa. Siamo abituati a pensare ognuno per sé. La storia di Andrea appartiene alla sua famiglia. Non ci riguarda. Al massimo ci dispiace. Al massimo facciamo una donazione durante la Giornata di Raccolta Fondi sull’Autismo. Al massimo gli facciamo un sorriso. Ma abbiamo la nostra vita a cui pensare. Così la disabilità oggi è molto quella delle battaglie sui diritti umani e sull’inclusione da un punto di vista formale, legislativo, ed è fondamentale, ripeto, assolutamente fondamentale, ma è meno quella della solidarietà intesa non nel senso del pietismo o della carità, ma nel senso di sentirsi parte della società, collegati gli uni agli altri, e quindi di assumersi responsabilità non solo per i propri cari, ma anche per gli altri.
    Nel libro che ho scritto si vede bene la differenza tra l’America settentrionale, che in questi aspetti ci assomiglia, e l’America Latina. In Sudamerica Andrea è stato al centro dell’attenzione, esperienza quasi mai sperimentata in classe o in generale in contesti sociali, in Italia e negli Stati Uniti. In Sudamerica le persone invece andavano da Franco a chiedere cos’avesse Andrea e ognuna offriva la sua soluzione, uno sciamano, un’erba, oppure ospitarlo per una notte per permettere al padre di godersi un po’ di tempo per sé. Gratuitamente, al di fuori di un discorso di Prodotto Interno Lordo, di dare-avere».
    Nel totale rispetto delle opinioni espresse qui e nel suo bel libro da Fulvio Ervas – che ringraziamo per la grande cortesia e disponibilità nel concederci questa intervista esclusiva – riteniamo però quanto meno opportuno ricordare ancora una volta ciò che ha recentemente scritto su queste pagine Liana Baroni, presidente nazionale dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), nel testo intitolato Esperienza di vita, non manuale di terapie: «Solo dopo avere messo in atto le terapie scientificamente provate per migliorare la vita delle persone con autismo, definite ad esempio dalla Linea Guida “Trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e adolescenti” dell’Istituto Superiore di Sanità, si possono aprire le ali della fantasia e delle esperienze individuali. Perché ogni storia umana è importante, ma il messaggio in essa contenuto non sempre è l’esempio da imitare».
    Una Linea Guida, quella citata da Liana Baroni, alla definizione della quale – è bene ricordarlo – hanno collaborato per anni tutte le principali organizzazioni italiane impegnate sul fronte dei disturbi dello spettro autistico. (S.B.)

  • 01Lug2012

    Barbara Pianca - superando.it

    Prima ancora di essere una storia vera sull’autismo, “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas, “caso editoriale”, con le sue undici ristampe in due mesi, è soprattutto un romanzo, nato con la voglia di “sdoganare” l’autismo e di renderlo più familiare a chi non lo conosce direttamente, perché nasca in più persone il desiderio che anche chi ha comportamenti anomali possa davvero far parte di questa società

    Non se l’aspettavano un successo del genere, anche se erano sicuri dell’ottima qualità della proposta. Se ti abbraccio non aver paura è il libro che la Marcos y Marcos ha fatto uscire il 12 aprile scorso, dopo un anno di lavorazione da parte dell’autore al fianco di un editor. Ma cominciamo dall’inizio.
    Nell’estate del 2010 Franco Antonello decide di trascorre un’estate diversa da tutte le altre. Suo figlio Andrea ha 18 anni e si merita una vacanza indimenticabile. Questo lo decide dopo avere attraversato una prima fase, e cioè: dove può andare Andrea quest’estate? Chi lo può tenere? Quale centro? Per quanto tempo? Un tran tran organizzativo che Franco e sua moglie affrontano ogni anno sulla soglia dell’estate, se vogliono ricavarsi del tempo per sé e se vogliono dare al figlio la possibilità di trascorrere del tempo “fuori dalle loro grinfie”.
    In tenera età ad Andrea è stata diagnosticata una forma lieve di autismo. Ha delle manie, solo compiendo determinati gesti ripetitivi riesce a trovare la calma. Fatica a comunicare, esprimersi, e soffre di questa condizione. Ha bisogno di tenere gli oggetti – suoi e degli altri – rigorosamente ordinati e tende a spezzettare ogni foglio di carta che gli si para sotto il naso. Tocca le pance altrui, se la persona gli piace, e abbraccia anche gli sconosciuti. Da qui il titolo del libro, un’idea dei genitori di vestirlo con delle t-shirt con stampata questa frase, «Se ti abbraccio non aver paura», per avvertire i mal (o ben) capitati che l’abbraccio con Andrea non avrebbe comportato nessun pericolo.
    Torniamo ad Andrea. Parla pochissimo, quasi solo a monosillabi, si esprime di più con la scrittura facilitata, ed è attraverso quella che viene fuori il suo disagio nel sentirsi incapace di comunicare il proprio mondo interiore. È spesso assorto, assente, oppure la sua attenzione viene a lungo catturata da un fenomeno ripetitivo, come la centrifuga di una lavatrice o lo sciacquone del water. Quando il padre ha deciso di portarlo con sé negli Stati Uniti, per tre mesi, all’avventura, i pareri negativi sono stati molti. Soprattutto dei medici, ma anche di qualche amico e conoscente. D’altronde di solito per una persona con autismo l’abitudinarietà è fondamentale, dà un po’ di pace al trambusto interiore.
    Franco e Andrea partono, volano oltreoceano e poi saltano in groppa a una Harley Davidson e da Miami galoppano fino all’Oceano Pacifico, con poche brevi soste. Ogni giorno paesaggi diversi, molti desertici, poco civilizzati, monotoni. Forse questo primo approccio al cambiamento ha aiutato Andrea ad ambientarsi rispetto a tante novità. Poi i due hanno restituito la moto e hanno attraversato il confine, sono scesi in Messico e giù fino in Brasile. Quindi sono tornati a casa.
    Al ritorno Franco era così soddisfatto, e il desiderio di condividere con gli amici quell’esperienza grandiosa era così forte, che non si è più potuto trattenere. Tutti dovevano conoscere quell’Andrea che di solito non si vede, quello che affronta un viaggio lungo e imprevedibile e ne esce arricchito, diverso, vincitore. Ma Franco non è uno scrittore e ha bisogno di qualcuno che sistemi i suoi appunti per lui.
    Un suo amico fa il dentista e tra i suoi clienti c’è uno scrittore. Pubblica gialli, ma insomma pare sappia scrivere bene. Ed è così che Franco incontra Fulvio Ervas. All’inizio Ervas non era neppure convinto di accettare, ma poi incontra Andrea e si rende conto di quanto sia stata straordinaria l’impresa di quella coppia. Così, per un anno, ogni venerdì mattina e qualche mercoledì pomeriggio, Franco da Castelfranco Veneto si reca a Istrana, tutti e due paesi del Trevigiano, a casa di Ervas.
    Più che sistematizzare gli appunti, Ervas preferisce ricominciare daccapo e ascoltare l’altro, stimolarne la memoria con domande, e prendere appunti.
    Trascorre un anno e il diario è tutto ordinato e pronto per essere regalato agli amici. Solo che Ervas si rende conto che quello che hanno in mano ha un potenziale enorme. È una storia che in molti ascolterebbero volentieri. E così va alla sua casa editrice, la Marcos y Marcos, e presenta il caso. La risposta che ottiene è aperta, ma non rassicurante. Gli viene detto: proviamoci, provaci, trasforma il diario in un romanzo, ti diamo un editor, ma alla fine bisogna vedere come viene, non è sicuro che ti pubblichiamo.
    Trascorre un altro anno e il libro viene fuori benissimo. Semplice, ricco, con una scrittura sintetica e sensibile, velocissimo da leggere. Animato dalle personalità di Andrea e Franco, trasformate in personaggi dagli occhi del narratore esperto. La casa editrice è entusiasta. Questo romanzo non è come tutti gli altri. Mandano la bozza definitiva a critici, trasmissioni televisive, eccetera.
    Un giornalista di «Panorama» se ne appassiona e convince il direttore a metterci addirittura la copertina. Poi, a pochi giorni dall’uscita del libro, Daria Bignardi ospita gli autori al programma Le invasioni barbariche e quindi è la volta delle Iene, e a seguire un tam tam velocissimo. Che spiega le undici ristampe in due mesi.
    La scommessa vinta è quella di una storia positiva raccontata con un linguaggio positivo. La voglia di stare bene anche quando le premesse non sono vantaggiose, è questo che rimane addosso una volta girata l’ultima pagina. Oltre al piacere di aver condiviso con i protagonisti un’avventura umana fatta di due persone, per molti versi stravaganti, che in tre mesi incontrano tutta una schiera di altre persone, per molti versi anche loro stravaganti. Uniche, come ognuno di noi.
    L’Autore – del quale presenteremo presto una nostra ampia intervista esclusiva – racconta che parte del suo compito è stato anche quello di rendere Andrea più comunicativo, nel senso di riuscire a comunicare al Lettore “chi fosse Andrea attraverso Andrea”. Da qui la scelta di mescolare la narrazione diaristica, in prima persona da parte del padre, con stralci di vecchi dialoghi ottenuti con la scrittura facilitata (dialoghi davvero copiati da quelli che il ragazzo ha intrattenuto con la madre). E la scelta di usare le poche frasi pronunciate da Andrea durante le giornate, posizionandole al posto giusto. Perché rimanessero impresse nella mente e nel cuore del lettore.
    «Uno può leggere tante pagine – racconta Ervas – chiudere il libro e non essergli rimasto niente. Invece io ho cercato di fare un lavoro meticoloso, ogni parola è pesata, spostata finché non ha trovato il suo posto giusto. Ho cercato di rendere tridimensionali incontri e avvenimenti che negli appunti di Franco erano due parole in croce. Ho cercato di raccontare ogni fatto in modo che funzionasse ed entrasse nel lettore. Anche nel costruire il personaggio di Andrea ho lavorato in questo modo, calibrando i suoi comportamenti e le sue parole».
    Bisogna quindi tenere conto, nel leggere il romanzo, che quello che ci troviamo di fronte è prima di tutto un romanzo, prima ancora di essere una storia vera. E questo è un fattore non da poco, specie quando si entra nella descrizione “tecnica” della disabilità e nascono discrepanze, disagi da parte di genitori di figli autistici più gravi che non si riconoscono nella descrizione di Ervas e si sentono esclusi.
    Qui c’è più che altro la voglia di “sdoganare” l’autismo, di parlarne a chi non vi ha a che fare direttamente, per renderglielo più familiare, perché nasca in più persone il desiderio che anche chi ha comportamenti anomali possa fare davvero parte – e non resti ai margini – di questa società.

  • 01Lug2012

    Cristina Giordano - funkhauseuropa.de

    Un’avventura straordinaria, quella di un padre che porta il figlio autistico negli States. La storia vera di Franco e Andrea nell’emozionante romanzo di Fulvio Ervas.

    Andrea è un ragazzo autistico che ha difficoltà a comunicare quello che sente, e per tranquillizzarsi ed entrare in contatto con la gente ha l’abitudine di abbracciare le persone e toccare loro la pancia. Il titolo del romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” trae spunto proprio da questa abitudine, diventata anche una scritta sulle magliette che Franco Antonello e sua moglie Bianca facevano indossare ad Andrea a scuola; una sorta di messaggio per i compagni, sorpresi dai suoi forti abbracci. È l’estate del 2010 e, nonostante le perplessità di medici e insegnanti, Franco e Andrea decidono di regalarsi una straordinaria avventura: un coast to coast negli Stati Uniti. Un viaggio sconsigliato da tutti, poiché le persone autistiche generalmente preferiscono restare ancorate ai luoghi conosciuti.
    Partiti da Miami in sella ad una Harley Davidson, Franco e Andrea invece si lanceranno in un viaggio senza mete, né programmi, per poi scegliere di non fermarsi e proseguire il viaggio in America Latina. Sarà un viaggio indimenticabile, che si rivelerà un’eccezionale opportunità per entrambi, poiché conosceranno sciamani, indios, motociclisti apparentemente burberi e tanta altra gente ospitale, incuriosita da questo speciale ragazzo che abbraccia tutti. Gli scrittori solitamente vanno a caccia di storie, questa volta, invece, un’incredibile storia ha bussato alla porta di Fulvio Ervas, scrittore e insegnante. “Se ti abbraccio non aver paura”, edito da Marcos y Marcos è da mesi ai vertici delle classifiche di vendita italiane.

  • 01Lug2012

    Daria Oitana - ilfoglio.info

    Fino a pochissimi anni fa, poco si sapeva dell’autismo. Molti avevano visto il film Rain man (1988) e si erano fatti l’idea che il soggetto autistico fosse affetto da alcune strane rigidità ma che fosse anche fornito di un’intelligenza prodigiosa, quasi magica. Sono usciti, nel corso degli ultimi vent’anni, parecchi saggi, letti solo dai pochi specialisti in materia e dai genitori dei bambini e dei ragazzi nati con questo handicap. Eppure coloro che sono affetti da autismo (a basso o alto funzionamento) sono centinaia di migliaia, solo in Italia. E i casi sembrano essere in aumento.

     

    In questi ultimi mesi, un best seller, Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos 2012) è da settimane ai primi posti nella classifica delle vendite. È prevedibile che questo testo serva a far conoscere al grande pubblico l’incomprensibile tragedia dell’autismo, sia pure tenendo conto dei limiti e delle perplessità che emergono dalla lettura.
    Il libro racconta di un viaggio lungo e avventuroso, attraverso gli Stati Uniti, il Centro America e il Brasile, di un padre, Franco Antonello, in compagnia di Andrea, figlio diciassettenne e autistico. L’autore è uno scrittore che ha raccolto, attraverso lunghe conversazioni, le narrazioni del padre: «Fulvio Ervas ne ha tratto un romanzo che intreccia vicende autentiche con fantasia e arte narrativa».
    Quali sono le ragioni del successo del libro? Schematicamente posso suggerire alcuni punti. Il testo può essere anche letto come un’ottima guida turistica per un turismo del tutto alternativo rispetto a quello tradizionale. Si gira in moto, in aereo, in fuoristrada e su mezzi pubblici. La meta è da inventare giorno per giorno, così come il luogo dove sistemarsi. Tutto è sotto il segno dell’imprevedibilità. Non si visitano chiese o musei, ma ci si immerge nella folla, si vive come la gente comune vive.
    Un motivo coinvolgente e affascinante è, come scrive Fabio Geda nella recensione su «La Stampa», l’impegno eroico del padre di intrecciare «la relazione con un ragazzo che cresce ingaggiando un corpo a corpo costante e caparbio con la quotidianità». È un compito difficile per ogni genitore. Così il padre, secondo l’autore, vive drammaticamente il rapporto col figlio: «impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda. A volte è sepolto. A volte è indifferente. A volte è solo amore per se stessi».
    Nel romanzo ogni tanto vengono inserite proposizioni che il figlio scrive sul computer, secondo una tecnica, molto discutibile, detta comunicazione facilitata. Il ragazzo scrive con l’aiuto di un’altra persona. Fino a che punto ciò che scrive è influenzato, o addirittura dettato, da chi lo aiuta? L’autore ci rassicura su questo punto: il ragazzo scrive autonomamente. Abbiamo delle confessioni lucide e commoventi: «Provo ad impegnare mia mente ogni giorno ma lotto invano mi dispero per mio autismo… Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà… Vedo le parole e non riesco a dirle… Sono stanco di stare così… Mondo parallelo è autismo, terrestre imparo diventare». C’è un abisso tra questi pensieri e le poche parole dette a voce. Questo porta a dubitare dell’autenticità di quanto invece viene riportato sul computer. Andrea esclama di continuo che tutto è «bello»: le ragazze, la città, la ciambella, l’elastico, il petrolio, la cacca. Sovente ripete all’infinito le stesse parole senza senso, come un disco inceppato, oppure l’ultima parola pronunciata dal padre, seguita da «papà». Le sue manie, le sue stereotipie, sono spesso sconcertanti e fastidiose, come quella che dà il titolo al libro: abbracciare tutti, toccare la pancia a tutti: «mi piace pancia».
    Ma se non mancano momenti di ribellione, di conflitto col padre e con tutti, Andrea nel complesso si mostra sereno, felice, anzi molto felice. Arriverà persino a intrecciare una storia d’amore con una ragazza brasiliana, anche senza un rapporto sessuale, presumibilmente. E «felice» è, secondo Andrea, anche Jorge, ragazzo probabilmente autistico, che vive in una baracca nella foresta di Costarica. Appena dopo il titolo del libro viene detto che Franco Antonello impiegherà la quota a lui spettante del ricavato delle vendite per contribuire alla costruzione di una casa per Jorge.
    Il libro perciò sembra trasmettere un messaggio nel complesso positivo. Ma occorre arrivare alle ultime pagine per ricevere qualcosa di decisamente disperato. Così si esprime il padre (sempre secondo l’autore): «Io e la mamma di Andrea un giorno ce ne andremo. Andrea rimarrà solo per una trentina d’anni. Una possibilità concreta è che Andrea trascini la sua esistenza in qualche contenitore: refettorio, regole, farmaci. Senza relazioni vere. Senza affetti veri. Immerso in una solitudine che andrà a sommarsi alla sua… Anch’io penso alla morte. Sono pronto a tutto. Però penso a lui: è vita stare rinchiusi mentalmente nell’autismo e fisicamente in un istituto e in un deserto di affetti per decine di anni? D’impulso mi assale, forse egoisticamente, la tremenda idea che potrei portarlo con me, quando sarà il momento». Forse, se questo unhappy end fosse stato posto all’inizio del racconto, il lettore non sarebbe stato incoraggiato a proseguire.
    Il padre confessa un suo sogno: «Sogno una tassa. Tutta la squadra dell’umanità si tassa per far fronte alle confusioni della vita. Non è una faccenda di soldi ma di civiltà. Perché poteva toccare a chiunque, è una lotteria, solo che non dobbiamo condividere una vincita ma una perdita. La vincita chi la avuta se la gode, è giusto, mentre la perdita dobbiamo portarla sulle spalle un po’ tutti». Cerco di spiegare: «confusioni della vita» perché l’handicap è qualcosa di incomprensibile, si direbbe che la vita si è «confusa» nel fare nascere qualcuno. Si è sbagliata. Si è dimenticata di qualcosa. «Portare la perdita sulle spalle un po’ tutti». Se non è questione di soldi (cosa relativamente facile), si tratta di un’educazione dei cosiddetti normali: devono capire fino in fondo che la vita è stata benevola nei loro confronti, non si è confusa. Perciò non devono lamentarsi più di tanto per i loro relativamente piccoli dispiaceri e cercare, in qualche modo, di essere vicino a coloro che hanno perso alla lotteria. Diffondendo notizie, vivendo un’effettiva solidarietà, trasmettendo affetto. Non è poco.
    Un dato ci lascia perplessi: dieci anni fa, l’incidenza di autismo era 1 su mille nascite; 20 anni fa, 1 su diecimila; oggi è 1 su 166 nascite (almeno 1 su 80 tra i maschi). Dicono che l’aumento dell’incidenza dell’autismo sia dovuta a un miglior modo di diagnosticarlo. Ma se questo incremento strabiliante e’ dovuto a miglior diagnosi, dove sono le centinaia di migliaia di autistici adulti che avrebbero dovuto ricevere una diagnosi 10, 20, 30 anni fa?

  • 01Lug2012

    Giorgio Viaro - bestmovie.it

    Diventerà un film il divertente e al contempo commovente romanzo di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura. Pubblicato da Marcos y Marcos e da quasi un mese stabilmente nella Top Ten dei best seller in Italia, il romanzo – basato sulla vera storia di un lungo viaggio tra Nord e Sudamerica di un padre e di suo figlio, affetto da autismo – si è trasformato a velocità record in un caso editoriale grazie ad una puntata de Le invasioni barbariche cui aveva partecipato proprio il genitore protagonista della vicenda, e al successivo meccanismo di passaparola innescato dai lettori.

    La notizia di oggi, come riferisce l’Ansa, è che la Cattleya di Riccardo Tozzi (ACAB e Romanzo di una strage tra gli ultimi titoli prodotti) si è aggiudicata i diritti per tradurre il libro in un lungometraggio.

  • 01Lug2012

    Redazione - libri.tempoxme.it

    Non mi fido mai delle quarte di copertina e al limite le leggo dopo aver terminato il libro, per trovarle quasi sempre lontane e fuorvianti dalla mia impressione di lettura, ma la bandella di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos 2012) è un’eccezione, vera e concreta, tale da meritare una citazione nella sua integrità, perché il libro non si comprenderebbe fino in fondo nella sua genesi senza di essa.

    Con otto romanzi pubblicati, finisce che ti chiamano scrittore: e può capitare che un bel giorno sia una storia a cercare te. Un personaggio in carne e ossa che ti colpisce come uomo, come padre, come insegnante di liceo. Il protagonista di un viaggio straordinario. “Ascoltami” ha detto Franco Antonello a Fulvio Ervas davanti a uno spritz “la storia che ti voglio raccontare ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. Fulvio l’ha sentito forte e chiaro: questo è un padre che ama veramente suo figlio, che cerca di fare qualcosa di importante per lui. Per suo figlio, che è autistico. Sul divano, davanti ai manicaretti di Paola, sotto la pergola dell’uva fragola, il loro dialogo è durato un anno intero. Finchè Fulvio non ha sentito tra le dita il romanzo di questa storia. Fulvio Ervas vive nella campagna di Treviso con la famiglia e una squadra compatta di animali domestici. Franco Antonello vive a Castelfranco Veneto e dalla finestra della casa in cui è nato vede le mura merlate di un castello.

    Una storia vera, disarmante nell’immediatezza con cui viene raccontata, intensa nella pacatezza di sentimenti contrastanti, avventurosa e profonda. Una storia che ti scava dentro con la sua genuinità, con la semplicità di una prosa che ottiene la piena immedesimazione nella voce e nei sentimenti di un padre di fronte alla prova più difficile, ma carica di un amore insopprimibile e devastante, che è la convivenza con l’autismo del figlio, nella speranza velleitaria e disillusa che un giorno possa scomparire:
    …”Ti abituerai”.
    Certo, ma la vita di Andrea scivolerà in un mondo che potrà solo sfiorare. Dove non riesci a parlare con nessuno e difficilmente puoi scegliere da solo. Non hai relazioni, un lavoro, una fidanzata. Mi tornano alla mente le ultime strofe di una piccola poesia scritta sulla parete di un ospedale per bambini: “D’accordo malattia, questa notte fammi soffrire e se vuoi anche domani, e dopodomani. Un mese, un anno, divertiti un po’ ma per sempre, per sempre no”.
    Vaffanculo.
    Ma un giorno, alla fine di un anno scolastico, quando la differenza tra l’adolescenza di Andrea e quella dei coetanei si fa lancinante, quando bisogna affrontare le complicazioni di una routine quotidiana per nove mesi affidata alla scuola e fare i salti mortali per coprire il lungo intervallo estivo che per gli altri ragazzi è di divertimento e riposo, nella mente del padre prende idea un progetto folle, folle a tal punto da diventare grande, e come tutte le cose grandi da spingere alla sua concretizzazione: un viaggio, lui e Andrea, in America, in un percorso da definire sulla strada, seguendo i suggerimenti del momento. Un viaggio che porterà i due eroi da Miami in Florida fino a Arraial d’Ajuda in Brasile, seguendo desideri e incontri e trasformandosi nell’ultima tappa in una missione di speranza e di conforto. Come ogni racconto di viaggio, anche questo diventa il percorso di un’anima, anzi di due anime, del loro mutare e crescere, rafforzarsi e conoscersi. I luoghi stessi vengono raccontati con particolare perspicacia in quello che sanno donare ed essere per un ragazzo autistico e nella percezione sentimentale ed emotiva che ne ha il padre. Traspare una grande forza d’animo, la fierezza del proprio coraggio, la consapevolezza di vivere un momento magico, fondamentale per la vita di entrambi, formativo e che lascerà delle tracce indelebile nel cammino dei due protagonisti. Non c’è posa o vittimismo, ma una forte immediatezza che riesce a toccare senza infigimenti, che commuove perché vera e come tale sempre presentata. La scelta della prima persona, difficile e coraggiosa, risulta vincente, perché Ervas riesce con l’attenzione del testimone di parole che veicolano immagini e sensazioni, a essere credibile ma nello stesso tempo a razionalizzare e “lucidare” gli eccessi e l’enfasi tipici delle prove importanti vissute sulla propria pelle.
    Scuotono il lettore le parole digitate a computer da Andrea, il metodo telematico e mediatico con cui lui riesce ad entrare in comunicazione con i genitori e che rivelano una consapevolezza di sè e della propria condizione che è assolutamente inedita nel panorama narrativo. Anche questa immagino non sia stata una scelta facile e spedita, ma il risultato è dei più riusciti. Andrea è sempre guardato dagli altri, perchè il suo mondo è un altrove, in cui qualsiasi incursione pecca di approssimazione e falsità. Il libro si fa carico attraverso i brandelli della comunicazione reale e concreta di Andrea di aprire un porta, uno spiraglio per poter intravedere nella loro reale essenza i sentimenti, le emozioni, le frustrazioni, i malesseri, le gioie di un ragazzo autistico. La scelta è però parsimoniosa e delicata, non pecca di invadenza o di morbosità, c’è dietro la cura e l’attenzione, la consapevolezza e l’amore per un materiale pregno e carico di vita, che deve essere centellinato per conservarsi integro e prezioso.
    Le ultime tappe del viaggio sono le più suggestive e fascinose, sia per i luoghi visitati, riccamente contradditori, che per l’umanità colorata e complessa degli incontri, per la vicinanza corale e schietta nei confronti di Andrea, più tangibile e incisiva di quella incuriosita o politicamente corretta dei civilizzati Stati Uniti. Sarà proprio nell’ultima tappa del viaggio, nello sperduto villaggio brasiliano in cui Andrea e il padre sentiranno il calore e l’accoglienza di una comunità intera e di persone eccezionali nella loro originalità, che Andrea potrà dare un senso vero al viaggio per la sua crescita fisica ed emotiva, filtrata attraverso la commozione e l’imbarazzo del padre.
    Fulvio Ervas riesce a trovare uno stile semplice e discorsivo, che ha il vantaggio di amplificare l’impatto emotivo, di frenare i facili patetismi in cui una storia così intensa può sconfinare, di mantenere una leggerezza di toni scanditi da un’ironia stemperante senza per questo edulcorare la verità di fatti e i sentimenti, ma declinando le modalità giuste anche per narrare la frustrazione, la stanchezza, lo scoramento, la rabbia che sono parte indissolubile e ineludibile di questa meravigliosa storia d’amore.
    No, mi dico, non posso usare il metro con lui, la scienza esatta. Ci vorrebbe, piuttosto, una teoria dell’errore. Accettarne tanti, assorbirli davvero.
    Impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda. A volte è sepolto. A volte è indifferente. A volte è solo amore per se stessi. A volte è semplicemente sentire la vita che ti attraversa: è partita da un punto, tu la prendi in consegna e la passi a qualcuno.

  • 01Lug2012

    Redazione - trecugggine.wordpress.com

    Andrea Antonello è un ragazzo autistico e Franco è suo padre. Andrea aveva tre anni quando gli è stata diagnosticata la malattia, ora ne ha diciotto. Non è facile occuparsi di lui perché Andrea si sente come un “marziano sulla terra che deve imparare da terrestri”. È capace di slanci improvvisi verso persone sconosciute, che abbraccia e tocca sulla pancia, corre e si allontana senza un motivo apparente, adora l’acqua e i dolci, ama rovesciare le bottigliette di ketchup e di aceto.

     

    Cosa fareste voi, cosa farei io con un ragazzo così?
In questo libro Ervas racconta cosa fa il padre di Andrea Antonello.
    Nell’estate del 2010 parte per un lungo viaggio on the road su una sfavillante Harley da costa a costa degli Stati Uniti. E poi ancora in auto in Messico, Belize, Guatemala, Panama e Brasile. Vi pare poco? Incontri strani, abbracci che lasciano le persone basite, motel, bar, discese mozzafiato e paesaggi spettrali, momenti di tenerezza e arrabbiature. E ancora fuochi d’artificio e diffidenza, ragazze e sorrisi. Perché Andrea è bello, è un giovane uomo. È presente, è vivo.
    Non c’è niente di patetico, non c’è pietismo. Andrea è un ragazzo solo un po’ marziano su questa terra. Entra in contatto profondo con il padre comunicando attraverso brevi frasi sul pc. Lì si scopre un lato intimo e interiore di Andrea che pare sempre sovrappensiero invece riprende la realtà fotogramma per fotogramma. Un libro commovente e profondo.
    Il libro: Se ti abbraccio non aver paura
    L’autore: Fulvio Ervas
    Bacino di utenza: un libro che consiglierei a tutti. A chi ama i reportage di viaggio, perché questo è soprattutto un diario di viaggio, a chi invece predilige i libri più intimi e toccanti, perché questo è ANCHE un libro che parla d’amore. L’amore profondo e incondizionato di un padre verso un figlio speciale. Non senza rabbia e momenti di stanca, la malattia di Andrea non permette di entrare troppo nel suo mondo, anche il padre ci riesce a tratti. Ma quello che colpisce è l’ottimismo e il divertimento di un padre e un figlio in un’avventura che certamente ricorderanno per tutta la vita.

  • 27Giu2012

    Oscar D'Agostino - Il Messaggero Veneto

    Un amore che vuol dimostrare di poter superare ogni barriera, e un “on the road” in moto attraverso l’America. Un doppio viaggio. Protagonisti un padre e un figlio diciottenne, autistico, che porta scritto sulla maglietta “Se ti abbraccio non aver paura” (che poi è il titolo del volume pubblicato da Marcos y Marcos)…

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  • 26Giu2012

    Caterina Saracino - blog.libero.it/saracino

    Alcuni mesi fa stavo cominciando a documentarmi sull’autismo e mi sono “trovata davanti” ad un bellissimo servizio de “Le Iene”, dove si intervistava un padre, Franco Antonello, che aveva deciso di mollare tutto per dedicarsi al figlio autistico diciassettenne, Andrea. Nel servizio si nominava il libro “Se ti abbraccio non aver paura”, e ne fui subito attratta. L’ho acquistato tre settimane fa e l’ho letto in un paio di giorni.

     

    Il libro, scritto da Fulvio Ervas e pubblicato da Marcos Y Marcos, racconta proprio il viaggio in America di Franco e Andrea Antonello, e si basa su episodi reali (solo a tratti romanzati). Il libro contiene anche dei veri dialoghi, in forma scritta, intercorsi tra il padre e il figlio autistico, che sono, oltre che molto toccanti, davvero sorprendenti: il ragazzo sembra pienamente consapevole del proprio autismo, ed esprime tutto il suo disagio e la sua voglia di guarirne.
    “Se ti abbraccio non aver paura” è da alcuni mesi ai primi posti delle classifiche, e si trova ormai dovunque; io l’ho trovato appassionante e toccante, perchè non è solo il racconto di un viaggio, ma è soprattutto il racconto di un coraggio e di un amore senza confini.

  • 26Giu2012

    Marina Speich - Grazia

    CHE COSA LEGGERAI QUEST’ESTATE?
    Il libro che verrà e quello da mettere subito in valigia. Lo raccontano i protagonisti della prossima stagione di bestsellers…

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  • 23Giu2012

    Alessandra Milanese - L'Arena

    Dimenticate il geniale Dustin Hoffman di Rain Man. Non sempre autismo significa straordinario talento, né, all’opposto, chiusura totale. Immaginate invece un diciottenne bellissimo, dal capo riccioluto, che danza sulla punta dei piedi e ha movenze di gazzella. Per mente un ottovolante, i cui codici di comunicazione difficilmente si incontrano coi nostri.

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  • 22Giu2012

    Riccardo Rossi - goleminformazione.it

    Il libro di Fulvio Ervas che racconta la storia del viaggio, nel mondo e dentro se stessi, di Franco e Andrea. Per scoprire che l’autismo è una gabbia che può essere aperta.

    Un viaggio alla ventura senza programmare nulla: questa è la scelta di un padre che decide di partire per le Americhe assieme a suo figlio autistico, contro ogni logica. Da questo esperienza, durata tre mesi, nasce il libro, dal titolo : “ Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas, uno scrittore che ha ascoltato per diverso tempo Franco Antonello, il papà che sta facendo riflettere e commuovere l’Italia per la sua voglia di combattere e far conoscere a tutti l’autismo.

    Una brutta bestia questa malattia, chi ne soffre è relegato in un mondo a parte e si relaziona poco con la realtà, ed è legato a tanti comportamenti ripetitivi e senza senso. Andrea il figlio di Franco è un bel ragazzo di 18 anni, ma ha una particolarità: per entrare in contatto con le persone le abbraccia, gli tocca la pancia, questo è il suo modo di prendere confidenza, generando talvolta sconcerto. Il padre, per rassicurare chi capita nelle “cure” molto affettuose di Andrea ha fatto stampare delle magliette con su scritto: “ Se ti abbraccio non aver paura”, questo slogan è diventato il titolo molto ad effetto di questo volume, che ha già venduto più di 100.000 copie, e continua la sua incredibile ascesa.
    Si legge tutto di un fiato, praticamente in apnea: l’autore ha con maestria raccontato una storia molto bella, condita da tanti accurati dettagli di luoghi meravigliosi. Quando lo scrittore descrive i percorsi in motocicletta, (una Harley presa in affitto) di Franco e Andrea nelle strade americane, sembra di essere lì con loro e sentire il vento che ti accarezza il viso.
    Fulvio Ervas ha già pubblicato otto romanzi, ma questo è il primo che ha una grande diffusione. Per l’autore è un grande successo personale, e incoraggia i novelli scrittori a perseverare. Il viaggio è visto e vissuto con gli occhi di Franco, con diversi interventi di Andrea, che ha imparato a scrivere dei pensieri con il computer, che ti lasciano senza fiato : “ Sono un uomo imprigionato in pensieri di libertà. Andrea vuole guarire”.
    Il viaggio più importante non è stato la scoperta dei luoghi, ma l’incontro tra padre e figlio, un padre che non si rassegna e che vuole andare oltre la malattia, si legge: “Lui ( Andrea) è un viaggio nella vita.
    Ci ha iscritti alle olimpiadi di salto in lungo dal problema alla soluzione. Non abbiamo vinto molte battaglie, ma perlomeno non ci siamo fatti corrodere dalla tristezza, dalla rassegnazione, schiacciare dal peso delle difficoltà. Muoversi anche quando può sembrare un illusione”. Antonello diventa un po’ il mediatore tra due mondi, quello nostro e quello dell’autismo, ed è una battaglia epica dove questo padre coraggioso lotta come un cavaliere di altri tempi, tanto da far nascere una fondazione, “I Bambini delle Fate”, senza scopo di lucro, a sostegno delle disabilità infantili, in particolare sulla sindrome autistica.
    Si sa poco di queste malattie, ma intervenendo presto, all’insorgere dei primi segnali, si possono avere sostanziali miglioramenti, e poi tanta ricerca per capire da dove nascono e individuare delle cure. Tanti i progetti portati avanti e collegandosi al sito dell’ associazione http://www.ibambinidellefate.it/ si vede un operato continuo. Antonello ha lasciato il suo lavoro per seguire questa missione , e per dedicarsi al figlio.
    Nel libro vi sono vari episodi divertenti, nati o dal comportamento mai prevedibile di Andrea o dall’ironia di Franco, che talvolta si prende gioco di alcuni personaggi incontrati nella loro avventura.
    Il libro racconta anche la Gioia, gli incontri con la natura, le persone, i delfini, ma soprattutto la Gioia di un padre e un figlio che ridono insieme guardando le onde. Sono gli incontri con la povertà a colpire Franco Antonello e quando si imbattono in un ragazzo autistico che vive in grande miseria, gli si stringe il cuore. Invece in Andrea quell’incontro radica una convinzione: Jorge (il nome del ragazzo autistico nella foresta del Costarica) è felice, “ Jorge felice” e lo ribadisce convinto, tanto che Franco si rende conto che suo figlio va oltre le apparenze e guarda il cuore. In realtà Franco aveva visto negli occhi la felicità di Jorge, ma si faceva accecare da quella baracca fatiscente, così mal ridotta da indurre a pensare che non avrebbe potuto abitarci nessuno.
    Franco ci lascia una parte del suo cuore in quella baracca, tanto da spingerlo a rinunciare alla sua parte di guadagno nella vendita del libro e di devolverlo per far costruire una casa a Jorge. Ebbene, non lasciamo soli, Franco e Antonello e tutte quelle famiglie che lottano giornalmente con la disabilità, la povertà, la solitudine, impegniamoci tutti nel costruire un mondo migliore, più solidale.

  • 21Giu2012

    Jacopo Mariani - sulromanzo.it

    Sarà capitato di sentire, vedere o leggere qualcosa che avesse a che fare con questo libro. E se non vi è successo, beh, sta succedendo ora. C’è stata una forte pubblicità e una forte spinta mediatica su questo libro. Abbiamo visto il padre alle Invasioni barbariche, lo abbiamo ascoltato a Deejay chiama Italia e ci ha commosso mentre ci raccontava di questo enorme viaggio che ha fatto con suo figlio Andrea, un ragazzo autistico, attraversando buona parte del nord America e poi giù fino al Brasile, passando per Messico e Guatemala.

    Le foto di questa impresa sono facilmente reperibili su Facebook o su qualunque motore di ricerca e andrebbero analizzate una ad una con il racconto in mano. Questo libro “on the road” è stato il frutto di più incontri: il padre con il figlio, il figlio con il viaggio, il padre con lo scrittore, lo scrittore con la storia.

    Il risultato è molto emotivo. Nel senso più buono che si possa intendere, perché ciò che ci viene raccontato è il resoconto delle emozioni (anche se a posteriori e rielaborate da un filtro accattivante) che sono scaturite dal contatto con gente straniera e mondi illusori che prendevano forma. Questo lo dico senza il buonismo della gente comune e mediocre che, abituata a tanta nullità che pervade l’etere intorno a noi, rimane folgorata da tanta passione e tanto amore che il padre mostra per il figlio, andando contro pronostici e previsioni dei dottori che sconsigliano fin da subito un’esperienza del genere.
    Parlo con cognizione di causa, perché da quando ho memoria critica ho sempre avuto a che fare con ragazzi con disagi psichici o fisici e sopratutto con l’autismo (anche se in forme leggermente più verbali e meno chiuse dell’esempio portatoci sulle pagine da Ervas). In un’intervista il padre dice che bisogna anche parlare di quello che è veramente l’autismo, che non è un viaggio favoloso in terre lontane, è disagio, è incomprensione, è difficoltà, è non avere controllo delle proprie azioni perché tutto sembra naturale, eterni sillogismi che continuano ad inceppare la realtà.
    Se dovessi parlare solo del libro direi che è molto scorrevole e facilmente leggibile. Andavo così veloce nella lettura che mi sono perso molti dei titoli di capitolo che si susseguono nel libro: non mi fermavo a leggerli perché venivo trascinato nella nuova situazione che mi veniva proposta. Ero curioso di sapere cosa sarebbe successo, quali persone avrebbero incontrato questi due avventurieri e quali divertenti o profonde emozioni avrebbero scatenato nel mondo sconosciuto che li circondava.
    È scritto bene, non c’è che dire: non per un particolare stile o per uno studio sui personaggi, ma perché tutto il libro si basa sulle domande del padre, che ci gettano direttamente nelle loro vite. Per la serie “dulcis in fundo” la cosa che non ho saputo decifrare di questo viaggio è la storia d’amore di Andrea con una ragazza. Prima di tutto perché “storia d’amore” è una pantomima che appioppiamo noi a qualcosa che non può essere confinata in tre semplici parole usate perlopiù a sproposito e in seconda battuta perché non so affrontare una cosa del genere, nemmeno se la leggo in un libro. È una cosa molto forte che mi ha lasciato dubbi e mi ha piacevolmente sconvolto. Non sto dicendo che è un evento impossibile, sto sottolineando la difficoltà del padre che trasuda dalle parole che narrano di quell’episodio e la mia difficoltà nel provare ad immaginare cosa sarebbe meglio per Andrea. E questo perché siamo egocentrici, anche nelle buone intenzioni.
    Sicuramente il caso che il libro ha sollevato ha attirato le giuste luci su questa malattia, ha portato a conoscenza di molti l’associazione fondata dal padre di Andrea, I bambini delle fate. Non dico che questo libro possa far breccia in qualsiasi persona. Dico solo che lo ha fatto con me e invito chiunque abbia mai avuto esperienze con familiari o persone che hanno una qualche forma di disabilità a leggere le prime pagine. Capirete subito se è il libro che fa per voi.

  • 21Giu2012

    Mara Bevilacqua - librandum.it

    Un successo così non se lo aspettava nessuno. Se ti abbraccio non aver paura, edito da Marcos y Marcos, è già all’undicesima ristampa ed è uscito a marzo. Ha avuto decine di recensioni sui maggiori quotidiani e magazine. Ne hanno parlato ai tg, nei talk-show, alle Iene, in radio e ovviamente sul web.
C’è ancora qualcuno che non sa perché? Vedo che laggiù in fondo si è alzata una mano. Ah, lei è stato all’estero in questi sei mesi? Non si preoccupi, le riassumo le caratteristiche di questo boom editoriale.

    Fulvio Ervas è autore di otto romanzi con protagonista l’ispettore gentiluomo Stucky. Poi, come spesso fortunatamente accade, è stato preso da tutt’altro progetto. Un giorno, raccontano, è stato apostrofato al bar da un signore “con occhi da Richard Gere” il quale ha iniziato a raccontargli una storia che due anni dopo è diventata un besåtseller.
La storia in questione è quella sua e di suo figlio e narra il lungo, reale viaggio nelle Americhe di Franco e Andrea, un papà e suo figlio diciottenne, un papà e suo figlio autistico. Il primo aggettivo che ti viene in mente leggendo questo libro è spontaneo, poi diretto e ironico.
Nessun pietismo, nessun buonismo. Franco – con la voce di Fulvio – racconta cosa vuol dire, nel bene e nel male, avere un figlio autistico. Andrea è un ragazzo alto, zazzeruto, spesso sorridente – come mostrano le foto – a cui piace dipingere (sul suo sito potete ammirarne le opere), toccare la pancia delle persone e abbracciarle. Se ti abbraccio non aver paura: la frase che campeggiava sulle sue t-shirt fatte in casa per avvertire gli estranei della particolare socievolezza di Andrea.
Questa strana e impavida coppia ha attraversato in moto gli Stati Uniti per poi scendere nell’America del Sud, adattandosi alle situazioni, affrontando con coraggio e gioia uno dei più grandi ostacoli che dà l’autismo, la necessità di seguire una ferrea routine. E invece nei tanti capitoli di questo viaggio – piccole, vivide e vitali istantanee – Andrea e suo padre, legati da un indistruttibile elastico invisibile, vivono mille avventure con la consapevolezza della loro fortuna e una leggerezza, tutta merito di Andre, che ti fa proprio venir voglia di impacchettare poche cose e partire on the road.
Un libro intenso, commovente, vitale il cui valore va anche al di là dell’aspetto propriamente narrativo. E le pagine di computer in cui Andre scrive lentamente i suoi pensieri e le considerazioni più profonde, scegliendo parole così precise che dicono tutta la sua consapevolezza, quelle davvero non le scorderete mai.
Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà. Andrea vuole guarire. Ciao.

  • 21Giu2012

    Matteo Trovisi - matteotrovisi.wordpress.com

    Questo libro ha qualcosa di magico…per me. Ho ascoltato l’intervista al suo autore in quella interessante ed autorevole trasmissione radiofonica di radio tre Fahrenheit e poi l’ho ritrovato qualche giorno dopo a casa portato da una cara amica. L’ho letto tutto d’un fiato, mi ha avvinto sin dalle prime pagine, è una bella storia, anche se parla di disabilità ed autismo.

     

    È un pezzo della vita di un padre: Franco e del suo figlio autistico Andrea, in un momento particolare fuori dal quotidiano e dalle regole, il loro viaggio in America. Ervas “traduce”, sicuramente romanzandola un po’, una storia vera, perche i personaggi sono reali come le loro difficoltà e sofferenze. Ha scelto la prima persona diventando l’io narrante del padre Franco che forse stanco dei viaggi per medici ed ospedali e della vita che, per chi soffre di questa patologia, pare debba essere il più metodica e regolare, decide di viaggiare rompendo schemi ed automatismi tra preoccupazione e sconcerto, ma anche speranza e fiducia di parenti e conoscenti. Il viaggio, come tutti i viaggi ed in particolare poi questo con un compagno più che “speciale”, sarà ricco di eventi, sorprese, pericoli e sogni vissuti. Come suggestione un po’ mi ha ricordato il libro di Pirsig “Lo zen e l’arte di manutenzione della motocicletta” anche quello un viaggio in moto in America tra padre e figlio, ma che porta in altre direzioni. Quella di Ervas, Franco ed Andrea ci vuol condurre verso dubbi e certezze nuove “sappiamo di più delle galassie lontane,dei buchi neri, delle strutture più recondite della materia. Non è che l’autismo è un problema con troppe variabili? Una sfida troppo difficile? O non ci interessa abbastanza?…non si è nemmeno d’accordo su come chiamarli: disabili,diversamente abili, handicappati…gli eufemismi si sprecano. Io trovo che sarebbe più chiaro chiamarli dipendenti: Nel senso che dipendono da qualcuno, chi più chi meno. So bene che i dipendenti sono centinaia di milioni sul pianeta. Pero, questi particolari dipendenti non smettono mai di esserlo, non vanno mai, per così dire, in pensione”. Buon viaggio a tutti.

  • 21Giu2012

    Simone Ciloni - direttanews.it

    Un romanzo che vuole accorciare le distanze. Tratto da una storia vera, nel suo libro il tema principale è il rapporto tra un padre e il figlio autistico: è sbagliato dire che il papà del giovane Andrea durante il viaggio percorso scoprirà che l’autismo può rappresentare non solo un ostacolo verso il figlio ma anche una scoperta del suo mondo interiore?

     

    Franco, il papà di Andrea,  dirà che è stato il più bel viaggio della sua vita. Naturalmente conosceva bene  le caratteristiche della malattia del figlio, ma la sorpresa, anche per lui, è stata  la fusione cresciuta chilometro dopo chilometro, fatta di abbracci, baci, sorrisi, di uno sforzo per stare nella relazione, di parole tirate fuori al figlio con tenacia, di mille ostacoli superati. Insomma una presenza ancor più forte del figlio, tanto da  assorbire e trasformare completamente lo stato d’animo del padre.  Come se il mondo interiore di Andrea fosse emerso di più, sicuramente portato in superficie da quella libertà che ha caratterizzato il viaggio.
    Che emozioni ha provato nell’ascoltare la storia che ha trascritto successivamente nel libro?
    Un turbinio: empatia verso quel padre che ha deciso di uscire dagli schemi e verso Andrea che sfugge e si rivela solo un poco alla volta; stupore verso le modalità di espressione del comportamento autistico; ammirazione per la complessità del viaggio; intimità perché mi è sembrato di viaggiare con loro e di vedere angolo dopo angolo. Ho cercato di mantenere assieme queste emozioni legandole con il rispetto, perché questa storia, che non è mia,  venisse raccontata  al meglio.
    Può darci qualche anticipazione sui suoi prossimi progetti lavorativi?
    Il mio amato Stucky, l’ispettore veneziano-persiano, sta scalpitando: l’avevo lasciato sulle coste dalmate  alle prese con un brutto delitto e sto pensando se andarlo a riprendere. Però quest’ultimo romanzo mi sta lasciando ancora troppo poco  tempo per mettere in moto i neuroni.

  • 13Giu2012

    Daria Bignardi - Vanity Fair

    Da settimane nella classifica dei bestsellers c’è il libro di un piccolo editore di Milano. Non parla di diete o cucina, non è un giallo, il suo autore non è tra i più conosciuti. Parla di un viaggio estivo: il lungo viaggio tra gli Stati Uniti e l’America Latina di Franco e Andrea Antonello. Franco l’ho conosciuto in redazione…

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  • 08Giu2012

    Redazione - shinemagazineonline.blogspot.it

    Il titolo è tratto da una frase che i genitori di Andrea avevano scritto sulle magliette del figlio durante le scuole elementari, per tranquillizzare i compagni e le compagne di classe che tendeva ad abbracciare con forza e a cui toccava di continuo la pancia, forse perché solo da lì, dove nasce la vita, si può capire cosa porta con sé il cuore delle persone.

    Fulvio Ervas, dopo undici mesi di stesura, porta alla luce questa storia eccezionale, che mette in evidenza le difficoltà,insieme a tutta l’incertezza per il futuro, di un padre che ha ormai votato la sua esistenza alla cura e all’attenzione di cui necessita la presenza nella sua vita di un ragazzo come Andrea. Se ti abbraccio non aver paura è un viaggio on the road, fatto di moto, vento nei capelli, dogane, incontri, cibi strani, sensazioni nuove, e qualcosa di simile all’amore. In pratica il viaggio che molti di noi sognano.
    In realtà però è qualcosa di totalmente diverso. È un viaggio dentro l’autismo in cui un padre non sa bene cosa frulli tra i ricci ribelli del figlio, ma che, mentre lo osserva dormire, si ripete che darebbe qualsiasi cosa per scoprire quei pensieri.
    Per il lettore, invece, è un viaggio che aiuta a conoscere una malattia di cui, se non ti sfiora per qualche motivo, ognuno di noi saprebbe dire poco. Una luce accesa sul muro di silenzio e dell’incomunicabilità, che inevitabilmente si crea tra i soggetti autistici, verbali o no, e il mondo intorno a loro. Una storia entusiasmante e commovente, resa in uno stile così ricco ed evocativo da farci quasi dimenticare che si tratta di una storia assolutamente vera.

  • 08Giu2012

    Stefania - libri-stefania.blogspot.it

    Ieri sera sono stata ad un incontro organizzato per festeggiare i dieci anni di fondazione dell’associazione “La Crisalide”, un’associazione che raccoglie famiglie di persone disabili che opera a livello di ambito nel mio comune e in altri due comuni limitrofi. Per l’occasione è stato invitato un ospite d’eccezione: si tratta di Franco Antonello, padre di un ragazzo autistico che è protagonista – con la sua storia e quella del figlio Andrea – del libro Se ti abbraccio non avere paura, scritto da Fulvio Ervas.

    Segnalo oggi questo libro, pur non avendolo letto, perché ho sentito la storia di Andrea e di Franco, e le emozioni che mi sono state trasmesse sono indescrivibili. Lo leggerò presto ed avrò anche modo di recensirlo ma oggi mi sento di parlare di questo libro per amplificare il messaggio lanciato da Franco Antonello. Un messaggio di speranza, di positività, di “normalità” pur nella singolarità delle situazioni che i genitori di ragazzi e ragazze disabili si trovano a vivere.

    La sala era gremita e appena sono entrata ho avvertito una strana sensazione di gioia: vedere così tanta gente raccolta attorno ad una iniziativa per famiglie di ragazzi disabili mi ha trasmesso una sensazione molto positiva. Ho avvertito la voglia, da parte di tutti coloro che erano presenti, di essere protagonisti senza nascondersi – cosa che per tanto tempo è stata fatta da parte di chi aveva in seno alla propria famiglia un disabile – ma facendo sentire la propria presenza accanto a ragazzi e ragazze tanto speciali.
    IL LIBRO – Franco racconta un viaggio fatto con suo figlio Andrea in giro per il mondo. Messo davanti alla disabilità di suo figlio, alle tante problematiche che un figlio autistico si trova ad affrontare e con lui la sua famiglia, Franco ha deciso di partire senza una meta precisa: si è messo alla guida di una moto, ha preso con se suo figlio ed insieme hanno vissuto un’esperienza indimenticabile.
    “Non avrei mai pensato di scrivere un libro – ha raccontato Franco – ed in effetti non sono stato io a farlo. Io mi sono limitato a prendere degli appunti, un giorno dopo l’altro, per trasmettere alla mamma di Andrea ciò che io e lui stavamo vivendo in quel viaggio. Appunti che sono diventati una specie di diario che poi è stato trasformato in un libro da Fulvio Ervas. Presto sarà fatto anche un film sulla nostra storia: ne sono contento perché si tratta di occasioni preziose per parlare di autismo, dei nostri ragazzi, delle loro e delle nostre difficoltà”.
    Un pezzo di storia vera finito in un libro: con queste parole Franco ha descritto la sua storia e quella di Andrea. Non posso dire molto sulla trama visto che non ho letto il libro: posso limitarmi a tracciarne i contorni sulla base di ciò che Franco ci ha raccontato. Ci ha raccontato di un ragazzo autistico che è andato alla scoperta del mondo fuori dagli schemi quotidiani, fuori dalla routine, fuori dagli stereotipi imposti e proposti dai medici per dare regolarità alle giornate di persone con questo problema. Ci ha raccontato di come Andrea abbia incontrato altre culture, persone di altri luoghi, con abitudini diverse, con modi di fare diversi. Ci ha raccontato di quando erano in moto con suo figlio e lui che, da dietro, lo baciava continuamente sulla guancia sinistra: il suo modo di dirgli grazie.
    Ci ha raccontato anche dei pregiudizi della gente ma di come affrontare le difficoltà con un sorriso sia l’unica strada da percorrere perché “…tanto se ci piangiamo addosso le cose non cambiano. Cerchiamo di piangere quando siamo da soli ma di trasmettere, poi, ai nostri figli, tanta positività. Io mi sono messo nei panni di Andrea e mi sono chiesto: cosa vorrebbe mio figlio? Un padre triste e sconsolato o un amico sereno, pur nelle difficoltà, e pronto a fargli vivere esperienze straordinarie?
    Mi ha molto colpito quando ha detto: “Mi sento un padre fortunato perché mio figlio fisicamente è perfetto… Per altri purtroppo non è così. Anche se su di me, sulla nostra storia, si sono accesi i riflettori, mi sento piccolo nei confronti di altri”… Una frase che mi ha toccato molto: io ho avuto un problema con la mia bambina che mia ha messo a terra lo scorso anno. Non è un problema paragonabile a quello di Andrea ma quando ti dicono che c’è qualche cosa che non va in tuo figlio, qualunque cosa essa sia, si cade nel panico più assoluto. Noi non ci siamo fatti abbattere anche se all’inizio è stata dura: ebbene, sentire Franco, vederlo sorridere e infondere fiducia agli altri ha contribuito a farmi rendere conto di quanto, spesso, siamo noi ad imporci dei limiti che i nostri figli, anche nelle difficoltà, superano alla grande. E mi ha fatto capire quanta forza abbia un genitore a fronte di un problema così grande: una forza che gli altri non possono capire se non quando si trovano davanti a testimonianze come questa.
    Comprerò il libro, lo leggerò e lo consiglierò così come sto facendo ora per questo Venerdì del libro.
    Sono felice di aver partecipato all’incontro di ieri sera. Non si è promosso il libro ma si è partiti dal libro per parlare di un mondo, quello della disabilità, che troppo spesso non si conosce o che si “evita” per quieto vivere.
    Molto toccante è stato il momento in cui una bambina, la sorella di una ragazza disabile, ha posto la sua domanda a Franco esponendo il punto di vista dei fratelli “normali” di un diversamente abile. Ha detto che i fratelli spesso si sentono esclusi, messi da parte… E Franco, dopo un attimo di commozione, ha raccontato di avere un altro figlio, un figlio “normale”, che vive le stesse sensazioni. “Non si ha una ricetta o una formula magica da dare ai genitori per dire loro come comportarsi – ha detto a seguito di un così toccante intervento – ma invito tutti ad agire seguendo il cuore ed il buonsenso. Poi si può anche sbagliare, anzi… ciò va messo in conto. Ma nessuno sa come ci si deve comportare per fare la cosa giusta. Io posso dirvi che dopo aver portato in vacanza in giro per il mondo Andrea in moto, questa estate passerò le vacanze in gommone con l’altro mio figlio…”.
    Potrei scrivere per ore, tanti sono stati gli spunti di riflessione ma mi limito a questo. Sperando di aver fatto cosa gradita nel segnalare sia il libro che nel portare all’attenzione un’esperienza così importante, per aprire una riflessione sull’argomento.
    Concludo solo dicendo che Franco Antonello ha dato vita ad una fondazione – I bambini delle fate – che si impegna a trovare fondi per sostenere progetti destinati a bambini autistici. Si tratta di una fondazione che si indirizza principalmente ad imprenditori, aziende che possano dare in modo costante il loro contributo a bambini e ragazzi in difficoltà così come alle loro famiglie.

  • 07Giu2012

    Sara Rocutto - diunlibro.it

    Chiunque ha uno scrittore preferito, o meglio, chiunque ha la maniacale ossessione per qualche scrittore, sa che non c’è miglior notizia dell’apprenderne una nuova uscita. Così quando a marzo Marcos y Marcos ha annunciato che il 12 aprile sarebbe comparso in libreria un nuovo libro di Fulvio Ervas sono entrata in fase “trepidante attesa” anticipata.

     

    Potrete immaginare il fastidio quindi nel cercare quanto prima una libreria che lo avesse a Roma e… non riuscire a trovarlo!
    Insomma, tra il lavoro e tra la geografia di questa città ho dovuto attendere il ponte del 25 aprile, ritornare a Pordenone dal mio libraio di fiducia, e… pure lì non trovarlo tra gli scaffali!
    “E no!” mi son detta. “Magari è ancora negli scatoloni?” Così mi son fatta coraggio e ho chiesto al commesso, che in pochi minuti è tornato col libro tra le mani, dal retrobottega dove tiene i titoli che vendono tanto, che non vale la pena esporre perchè vendono per acclamazione. “Che strano” ho pensato.
    Ma vabbè il mio risultato l’avevo raggiunto.
    È stato solo a lettura conclusa, mentre catalogavo soddisfatta il mio titolo terminato nello scaffale di Anobii che ho capito: un sacco di recensioni entusiaste e commenti appassionati mi hanno raccontato che la storia di Franco e suo figlio Andrea era arrivata a conquistarli ben prima del libro, grazie a una presentazione in Tv a “Le invasioni barbariche” che ne anticipava l’uscita.
    Già, perché questo non è un romanzo qualsiasi: è una storia vera che aveva solo bisogno di una voce che le desse forma.
    Se ti abbraccio non aver paura è una storia di cui Ervas si fa penna, canale di trasmissione, ma è di un altro padre il racconto di un viaggio, non solo fisico, che ha voluto compiere con suo figlio, affetto da autismo.
    Ed è per questo che è una storia che ha vissuto oltre il nome di chi l’ha scritta e che una volta trovata la sua forma narrativa è riuscita a infilarsi attraverso la voce dei protagonisti dentro la televisione.
    Un bell’esperimento, per un racconto che contorce, costringe dalle prime pagine a capire che o si ferma il rubinetto delle emozioni o le pagine alla fine saranno tutte bagnate, e allo stesso tempo mette a disposizione un’esperienza ai fini del confronto, del conforto, del cuore.
    Una bella prova per Fulvio Ervas, che esce così (ma speriamo non per sempre) dalle saghe dell’agente Stucky con cui mi aveva conquistata. E un bel successo, gli auguro davvero.

  • 06Giu2012

    Matteo Strukul - sugargulp.it

    Diciamoci la verità: dal nuovo libro di Massimo Carlotto te lo aspetti che vada dritto nei primi dieci. E infatti, all’uscita nelle librerie, “Respiro Corto” (Einaudi) va sparato dritto al quinto posto nella top ten; quello che ti lascia senza parole è che Fulvio Ervas con “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos Y Marcos) gli stia subito dietro la prima settimana (sesto) e poi si arrampichi, quella dopo, al numero quattro.

     

    Sia come sia e risultati alla mano, i punti in comune fra i due autori sono davvero molti e il successo di questi giorni e di questi libri è strameritato. Oggi, alla Zuppa di Barbabietole vorremmo parlarvene. Vediamo perché.
    Anzitutto sia Massimo sia Fulvio sono autori di bandiera. Carlotto è rimasto con E/O per almeno una quindicina di romanzi, sedici per l’esattezza, contribuendo in modo significativo al successo dell’editore romano. Ervas con Marcos Y Marcos ha fatto altrettanto divenendo via via un autore fortemente rappresentativo con la serie dell’Ispettore Stucky, per poi esplodere con il recente lavoro. Entrambi veneti, entrambi estimatori l’uno dell’altro, entrambi profondamente legati al territorio, sia Carlotto sia Ervas vedono oggi i loro libri diventare due feticci anticrisi – in termini di copie vendute -grazie soprattutto alla grande coerenza e al coraggio.
    Sì, il coraggio di cambiare perché per entrambi il nuovo romanzo rappresenta un grande mutamento di pelle.
    Per anni cantore della Marca Trevigiana attraverso le sempre ben calibrate avventure dell’ispettore Stucky, autore di una mezza dozzina di romanzi gialli caratterizzati da una scrittura sempre elegante, raffinata, lirica ma non priva di umorismo e di un tocco surreale da cavallo di razza, Fulvio Ervas reinventa la sua scrittura con un romanzo di rara potenza e efficacia.
    Certo, la scelta della storia – toccante e commovente – è materia da far tremare i polsi, da far temere di smarrire un equilibrio mai così necessario. Invece Fulvio tiene un registro dolce, sensibile, fresco come una corda da bucato, spolverata di brina. I protagonisti del romanzo di Ervas sono un padre e un figlio: Franco e Andrea Antonello. I due decidono di percorrere trentottomila chilometri per quattro mesi, a cavallo di due Americhe, e lo fanno per combattere l’apparente incomunicabilità cui li costringe la malattia di Andrea: l’autismo.
    Ma la grande sfida per Ervas è quella di raccontare una storia vera e di farlo con gusto e attenzione, di modellare le parole di Franco Antonello in modo così discreto e intelligente da lasciare estatici. E allora via con una grande avventura, un’esplorazione, un road movie, a cavallo di una Harley Davidson, giù per le grandi Highway di undici dei cinquanta Stati Americani e poi Messico, Guatemala, Amazzonia e tutto per raccontare un incredibile viaggio fatto di sguardi, di coccodrilli, di sciamani e grandi spazi, ma anche di dialoghi per l’anima e di una rinascita che si temeva smarrita.
    Un romanzo straziante e divertente, amaro eppure pieno di speranza, una Commedia Umana infinita tanto che William Saroyan sembra far capolino fra le pagine, il che la dice lunga sull’altissimo livello di questo romanzo.
    Fulvio Ervas è stato da sempre un esempio per tanti scrittori: per quel suo coraggio, per la purezza nello sguardo e nel tener fede all’Arte della Scrittura, per dirla con Stevenson. Oggi, ancor di più, lo è per aver accolto con la potente dolcezza del proprio inchiostro l’incredibile storia di Franco e Andrea. Un libro da non perdere. Per nessuna ragione.

  • 02Giu2012

    Salvatore Ghisio - La Nuova Provincia di Biella

    Fulvio Ervas, una vita letteraria da giallista di provincia. Nel senso che i suoi romanzi sono ambientati a Treviso, Venezia e dintorni, mentre in realtà è già autore di culto pubblicato da Marcos y Marcos…

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  • 01Giu2012

    Michela - acasaconlamamma.wordpress.com

    Per il Venerdì del Libro di oggi, la mia proposta riguarda una lettura che risale ad un paio di settimane fa, e che da allora si trovava tra le bozze in attesa dell’ispirazione necessaria per concluderne la recensione.

    Il libro di questa settimana s’intitola “Se ti abbraccio non avere paura“, e rappresenta una delle rare occasioni in cui mi sono avvicinata all’acquisto di un libro dopo averne sentito parlare alla tv, che guardo piuttosto raramente.

    I protagonisti sono padre e figlio, Franco ed Andrea. Andrea è affetto da autismo, diagnosticatogli a tre anni d’età.
    Questo libro mi è piaciuto perchè ho amato ascoltarne il racconto direttamente dalla voce di chi l’ha immaginato; ho amato la passione, l’affetto ed il trasporto con cui uno dei due protagonisti, il padre, parlava della loro vita, della loro storia, e mi è piaciuta anche perchè, solo raramente purtroppo, si sente parlare di figli raccontati dai padri, un sentimento, quello dell’amore paterno, troppo spesso ingiustamente poco esplorato, e quindi ancora piuttosto misterioso.
    La loro storia è magistralmente raccontata da Fulvio Ervas.  Una storia vista tutta al maschile. Il racconto emozionante di Franco ed Andrea, si spiega infatti attraverso le parole vibranti e fluide di questo autore, alla cui penna la stesura del libro è stata affidata, e che per un anno ha raccolto le memorie di Franco per poi trasporle in un libro molto intenso e pieno di emozioni, malinconia ma anche gioia e voglia di vivere, tanta.
    Il titolo del libro ne descrive efficacemente parte del contenuto, e la sua spiegazione costituisce un ottimo punto di partenza per avvicinarsi alla sua lettura, data l’abitudine di Andrea, con il tipico slancio e tutta la voglia di vivere dei suoi diciott’anni, di capire, “sentire” e conoscere le persone solo dopo averle abbracciate ed averne accarezzato la pancia, parte del corpo, capace di trasmettergli vibrazioni e sensazioni intense circa l’anima delle persone cui appartiene.
    Il lungo viaggio narrato nel libro, un viaggio quasi interamente in moto, che padre e figlio intraprendono tra Stati Uniti, Messico e Guatemala, diviene metafora dell’altro viaggio ancora più lungo, un viaggio lungo una vita, che la famiglia vive da quando ad Andrea fu diagnosticato l’autismo, uno di quei viaggi per i quali, secondo le parole del libro:”non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima“.
    Il loro è un viaggio avventuroso, dove tutto viene lasciato all’istinto ed al desiderio del momento, contrariamente ai suggerimenti di medici e specialisti, che vedono nella routine e nella prevedibilità, una tra le più grandi necessità dei soggetti autistici, ma Franco trova la volontà di seguire coraggiosamente ciò che il suo istinto di padre gli impone di fare.
    Un viaggio solo apparentemente senza meta, in cui i pensieri rincorrono i paesaggi, sempre diversi, mai uguali a sè stessi, ed in cui si vivono luoghi e persone, un viaggio durante il quale Andrea riesce a lasciare tracce di sè in chiunque incontri, frammenti lievi, minuscoli e silenziosi eppure percepibilissimi, come la sua abitudine a ridurre in pezzetti qualsiasi oggetto di carta gli capiti sottomano, compresa una preziosa lettera che lui ed il padre si sono impegnati a consegnare alla fine del loro lungo viaggio, e che riusciranno a ricostruire.
    Questo viaggio è anche l’avventura di chi non si arrende, e decide di seguire  l’intuito, di vivere la vita a modo proprio, di non accantonare la voglia di sognare e di non smettere mai di sperare, compreso Andrea, che con dolorosa lucidità vive il suo disagio lasciando alla tastiera di un computer il compito di trasmettere le sue poche, essenziali ma disarmanti (tanto sono chiare), parole circa la consapevolezza della sua condizione.
    I proventi derivanti dalla vendita del libro destinati alla famiglia Antonello, saranno devoluti ad un ragazzo del Costarica, incontrato duante il viaggio dal quale è nato il libro, ragazzo nel quale Franco ha riconosciuto gli inequivocabili segni dell’autismo.
    Franco Antonello è anche presidente della fondazione I bambini delle fate, fondazione senza scopo di lucro a sostegno delle disabilità infantili e della ricerca.
    Ricordo inoltre la Giornata Mondiale dell’Autismo che ricorre il 2 aprile di ogni anno, istituita nel 2008 dalle Nazioni Unite, per ricordare che per questo disturbo, ancora in gran parte misterioso, ed incompreso, nonostante i progressi nella ricerca e nella diagnosi, si può fare ancora molto, soprattutto intervenendo nei primissimi anni di vita, e, negli anni successivi, per migliorare la qualità dell’integrazione sociale, l’efficacia della comunicazione di chi ne soffre, ma anche per supportare le famiglie degli stessi.

  • 01Giu2012

    Redazione - Superabile Magazine

    È stato per settimane ai vertici delle classifiche dei libri più venduti e potrebbe anche essere trasformato in un film il volume Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, edito da Marcos y Marcos…

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  • 31Mag2012

    Redazione - Il Gazzettino

    Potrebbe diventare un film la storia di Franco Antonello e del figlio Andrea, protagonisti del romanzo di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura. Ci sarebbero infatti tre case di produzione interessate alla storia…

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  • 30Mag2012

    Chiara Biondini - cabaretbisanzio.com

    L ‘autismo, chiamato originariamente Sindrome di Kanner, è considerato dalla comunità scientifica internazionale un disturbo che interessa la funzione cerebrale; la persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di una tale manifestazione.

     

    Più precisamente, data la varietà di sintomatologie e la complessità nel fornirne una definizione clinica coerente e unitaria, è recentemente invalso l’uso di parlare, più correttamente, di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders).
    A livello di classificazione nosografica, nel DSM-IV è considerato rientrare nella categoria clinica dei “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo“, cui appartengono, fra le varie altre sindromi, anche la sindrome di Asperger, la sindrome di Rett e il Disturbo disintegrativo dell’infanzia. (Wikipedia)
    Come ne parla il padre di Andrea:
    Il mondo intero entra dentro Andrea come un sasso in discesa, come una valanga. Andrea non ha difese, non ha barriere, assorbe tutto come una spugna e basta guardarlo per capire che ha un’intimità diversa, tutta sua, con la realtà. A volte si esprime in modo sconnesso, pronuncia parole secche: casa, in giro, quello verde. Le sue risposte suonano meccaniche, riprendono una parte della domanda. Quello che lascia trapelare è concentrato: è l’alchimista che distilla poche parole ma con una grande eco. Bisogna solo imparare a sentire.
    Siamo pieni di calendari, orologi, convinzioni religiose, creme antirughe, auricolari contro il dolore altrui, biglietti per il paradiso e il purgatorio. Accettiamo i cambiamenti con moderazione e quelli di grande portata meglio che accadano una o due volte al secolo. Non a casa nostra. C’è più di qualche goccia di autismo in ognuno di noi.
    Dell’autismo si sa molto e non si sa nulla. Una parte delle persone autistiche ha qualche particolare abilità e non sappiamo perché. Non è chiaro perché le dimensioni cerebrali siano anomale. Non è chiaro nemmeno perché gli autistici siano più pignoli dei pignoli normali e, forse, più refrattari ai cambiamenti di una diva che non vuole invecchiare. Sappiamo di più sulle galassie lontane, dei buchi neri, della struttura più recondita della materia.
    Non è che l’autismo è un problema con troppe variabili?  Una sfida troppo difficile? O non ci interessa abbastanza?
    Nel frattempo procedo a vista, con tenacia, ma a vista.
    Come ne parla Andrea (tramite la tecnica di insegnargli ad usare il computer per comunicare le sue emozioni; il ragazzo viene messo di fronte alla tastiera e, con pazienza e dolcezza, gli viene mostrato che può scrivere quello che sente, a modo suo)
    MA SEI PIU’ FELICE O TRISTE?
    Felice.
    NON SEI TRISTE PER TUTTO QUELLO CHE L’AUTISMO TI IMPEDISCE DI FARE?
    Mondo parallelo è autismo devo imparare da terrestri
    E TU… NON SEI UN TERRESTRE?
    Terrestre imparo diventare
    Questo splendido libro è il risultato di un anno di conversazione tra Fulvio Ervas e Franco
    Franco e Andrea hanno fatto nel 2010 un viaggio stupendo, un viaggio che li ha portati da Miami ad Arraial. Un viaggio fatto di esperienze, scoperte, risate, lacrime. Un viaggio molto particolare, perché avere un figlio autistico di 18 anni non è proprio la cosa più semplice del mondo. L’autismo è complicato, l’età è complicata, e anche il viaggio non è dei più semplici, soprattutto se si sceglie di compierlo a bordo di una Harley Davidson rossa, tra le altre cose. Dagli Stati Uniti al Sud America, un’epopea di personaggi più o meno astrusi, complicati, divertenti, poco o molto raccomandabili. Personaggi veri, persone vere, incontrate nello spazio di poche pagine e resi in qualche modo senza tempo. Un viaggio complicato, dalle premesse traballanti. Eppure, da spettatrice esterna, mi sento di dire che è stato un successo su tutta la linea. Scorrere queste pagine è davvero compiere lo stesso viaggio, con queste due straordinarie e normalissime persone che hanno voluto celebrare il loro legame, il loro affetto, ma anche e soprattutto una voglia, un bisogno di evasione, di libertà.
    Se avessi proseguito i miei studi universitari, avrei voluto lavorare con questi bambini. Si sa talmente poco di questo loro misterioso universo, sono così forti e fragili a un tempo, così rinchiusi eppure tremendamente liberi, privi di convenzioni. “Se ti abbraccio non aver paura” è la stupenda frase che i genitori di Andrea fecero stampare su tante magliette colorate per poi farle indossare al ragazzo che – di fronte a sconosciuti – non trovava di meglio da fare che abbracciarli e toccare loro la pancia. Vi sembra tenero, vero? Ma come reagireste se un ragazzo vi piombasse addosso e si mettesse a premere sulla vostra pancia? Siete proprio certi che sareste a vostro agio? Convivere con un individuo autistico non è semplice, non lo è per niente. La maggior parte degli autistici hanno fissazioni, compulsioni, tendono ad un loro ordine, ad una loro organizzazione, ed ogni minimo cambiamento può avere conseguenze disastrose. E’ come se si sentissero al sicuro solo all’interno di determinati confini, che appaiono perfettamente chiari nella loro mente, ma che a noi sono il più delle volte sconosciuti e incomprensibili. Anche per questo il viaggio di Franco e Andrea è unico e straordinario. Moltissime cose potevano andare storte, e invece la loro esperienza ci insegna il valore di un legame, della fiducia che si crea tra due esseri umani solo apparentemente diversi. Andrea è un mondo lontano, quasi extra-terrestre, come dice lui stesso, eppure questi due uomini ci dimostrano come ad accomunarci sia sempre (o quasi) una cosa sola: l’amore, e i molti modi in cui può manifestarsi. Forse vi sembrerò inutilmente sdolcinata, e sbagliereste di grosso, perché l’amore non è un mare tranquillo. L’amore è una creatura complicata, nessuno – io credo – può dire in cuor suo di averlo compreso, e a volte la cosa migliore da fare è abbandonarsi ad esso, trovarlo negli sguardi in tralice di un figlio splendido ed irraggiungibile, un figlio che può insegnare a noi, esseri comuni, cosa voglia dire scoprire, trovare nuove strade, soprattutto cosa voglia dire non avere paura.
    Visitate questa pagina, e scoprirete una persona unica:

    http://www.andreaantonello.it/galleria.php?MIAMI-ARRAIAL-2010-5

    Piccola postilla: nel documentarmi su questo libro, sono incappata nel nome di Bruno Bettelheim, psicoanalista austriaco di fama mondiale ed autore di moltissimi libri, uno dei quali premiato in USA con il National Book Award nel 1977.
    Dal 1944 al 1973 insegnò negli Stati Uniti e lavorò alla Orthogenic School, un istituto di studio e terapia infantile e adolescenziale che si occupava dei disturbi emotivi della crescita.
    In Italia è ancora considerato un luminare; io stessa, ai tempi dei miei studi universitari a Padova, nel 1999, ho letto “La fortezza vuota”, da molti tuttora considerato un testo fondamentale sull’autismo. In realtà, basta scavare appena un poco, e si scopre che Bettelheim era, fra le tante cose, un bugiardo, un impostore, una sorta di ciarlatano che con le sue teorie (una fra tutte quella della “madre-frigorifero”, ovvero la madre frigida e fredda che con i suoi comportamenti è la causa della malattia) ha rovinato centinaia di famiglie. Soprattutto, Bettelheim era un aguzzino, un uomo che nella Orthogenic School maltrattava i bambini a lui affidati, in molti modi, tutti deprecabili.
    In tutto il mondo è in corso una campagna per svelare la verità; l’Italia rimane uno dei pochi paesi in cui le opere che screditano Bettelheim non sono tradotte.

  • 29Mag2012

    Andrea Velardi - Il Messaggero

    Un libro è una creatura strana. Ha molti genitori. Un albero genealogico che si perde in molti rami e ha radici confuse e profonde. Spesso il lettore lo ignora completamente, pur cooperando egli stesso alla continua reinvenzione e ristrutturazione dell’opera narrativa…

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  • 29Mag2012

    Donato Bevilacqua - labottegadihamlin.it

    Se ti abbraccio non aver paura è uno di quei libri con una storia strana alle spalle. Un po’ inaspettatamente nei primi posti delle classifiche di vendita dalla data della sua uscita, e scritto da un autore, Fulvio Ervas, che con quest’opera ha forse fatto il tanto atteso salto di qualità. Insomma uno dei tanti gioiellini della Marcos Y Marcos che si ha il piacere di leggere. A ben vedere gli ingredienti per un libro di successo ci sono tutti, a partire dal fatto che Ervas ci racconta una storia vera, tanto vera quanto triste per certi versi. E questo, sul pubblico, ha sempre un grande impatto.

    Franco Antonello e suo figlio Andrea viaggiano attraverso gli Stati Uniti e l’America Latina nell’estate del 2010, un viaggio alla ricerca della libertà e della serenità, perché Andrea è stato diagnosticato autistico dall’età di tre anni. Così Franco ha deciso di raccontare la sua storia a Fulvio Ervas, e dopo un dialogo appassionato durato più di un anno, lo stesso Ervas ha deciso di trarne un romanzo, in cui la veridicità delle vicende narrate si mescola all’arte narrativa dell’autore e a qualche tocco di fantasia. Ervas racconta le vicende attraverso gli occhi e la voce del padre, intervallando i fatti ai dialoghi reali tra padre e figlio che, a tratti, commuovono. Stile semplice ma efficace, belle descrizioni dei paesaggi americani e una trama narrativa non troppo complessa che aiuta il lettore. Se ti abbraccio non aver paura è un libro amato da pubblico e critica che ci è stato descritto come un libro sull’autismo, nella cui storia c’è, a mio avviso, un solo errore, che è però un errore di fondo: questo non è affatto un libro sull’autismo.

    Quello che scaturisce dalla penna di Ervas è in realtà un reportage vero e proprio, del quale rispecchia in pieno ogni caratteristica. Uno stile ibrido tra realtà e narrazione, un viaggio da raccontare in cui i fatti sono intervallati dalle emozioni dei protagonisti, la storia di uomini e donne che vivono in terre lontane e che spesso diventano la colonna portante dell’intera struttura testuale. Racconti dal sud del mondo e dagli sconfinati spazi degli Stati Uniti, un po’ come leggere Sepùlveda e le sue terre di confine. In tutto questo la storia di Franco e di Andrea è si ben messa in luce, ma resta decisamente sullo sfondo nelle 320 pagine di cui si compone il romanzo. Di certo non è facile affrontare una tematica così delicata, e forse aver privilegiato la descrizione del viaggio all’intimità della vicenda personale, puntava proprio ad addolcire la pillola per il lettore, che riesce forse ad approcciare più facilmente ad argomenti di questo genere. Serviva però più coraggio nel raccontare questa storia, e serve, a volte, dare più fiducia ad un pubblico che forse non capirà a pieno tematiche specifiche come l’autismo, ma a cui questo libro non aiuta di certo a dare una visione precisa e totalmente reale su ciò che veramente sia vivere, sopravvivere ed arrancare avendo al fianco una persona affetta da questa sindrome.
    Buona l’idea di trascrivere per intero i dialoghi al computer tra padre e figlio, ma bisognava andare oltre, senza far rimanere il dolore e la malattia nelle pieghe profonde del romanzo. Si sarebbe forse venduta qualche copia in meno, ma la qualità ne avrebbe risentito in positivo. Ervas va comunque giustificato perché a lui non si chiedeva di scrivere certo un trattato sull’autismo. L’autore è riuscito, nonostante tutto, a creare un romanzo che sta in piedi e che si legge facilmente ma che, soprattutto, apre al lettore un universo troppo spesso non conosciuto. Il passaparola come sempre è la migliore forma di pubblicità, e per questo libro sta sicuramente funzionando l’abbinamento di due paroline magiche: romanzo e autismo. Io aggiungerei viaggio, reportage, libertà. Si perché si fa un gran parlare di libertà in questo libro, e perché è proprio la libertà che Franco ricerca per suo figlio (ma anche per lui) e che Andrea ricerca per se stesso. A questa storia va dato il grande merito di regalare sogni e speranze e forse per la prima volta di dare voce direttamente ad una persona autistica (proprio grazie ai dialoghi di cui si parlava in precedenza) senza bisogno di filtri. Certo un viaggio non può essere la soluzione per un ragazzo affetto da autismo, e forse le speranze che la storia ci regala vanno al di là del possibile, ma di sicuro rimane nel lettore una voglia di conoscere e, perché no, di partire. Si poteva e si doveva comunque lasciare più spazio ai sentimenti, sia del padre che del figlio, rispetto a tutto il resto.
    Questo è comunque un libro discreto, che in fin dei conti merita il successo che sta riscuotendo. Questa è una storia in cui l’autismo fa da cornice ad un viaggio, quando invece era forse il viaggio che doveva raccontarci l’autismo. E se mi chiederanno di cosa parla questo romanzo, io risponderò: Se ti abbraccio non aver paura è un bel cammino per gli sconfinati paesaggi americani, e in quei paesaggi un padre ed il suo figlio autistico, cercano di trovare la loro libertà.

  • 28Mag2012

    Sabrina Nunziata - 9artcorsocomo9.com

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima”. È un po’ come quando si legge un libro, prima di tutto bisogna sceglierlo. Tra mille copertine e trame si sceglie ciò che più ci cattura, lo si ripone nella propria borsa, lo si porta in casa, se ne annusano e sfogliano le pagine.  Infine, si inizia la lettura. Ora il libro è parte di noi, ora la sua storia è un po’ la nostra storia.

     

    “Se ti abbraccio non avere paura” è il libro che racconta di un viaggio vero, un viaggio di un padre e di un figlio, di Franco e Andrea, ragazzo autistico. L’avventura ha inizio sfidando sorte e pronostici medici. Questi, infatti, affermano che i ragazzi autistici non devono essere sottoposti a cambiamenti radicali, a situazioni impreviste, essi necessitano di tranquillità e di quell’ambiente routinario in cui la malattia è più facilmente controllabile. Franco decide però di intraprendere il viaggio, un viaggio per  far evadere Andrea da quella gabbia in cui l’autismo lo ha costretto. La prima tappa è Miami, lì noleggiano una Harley Davidson e percorrono la costa Statunitense arrivando fino in Messico e poi addirittura in Brasile. Affrontano numerose avventure, conoscono persone di tutte le nazionalità, incontrano sciamani, tastano con i loro occhi la povertà delle favelas, attraversano deserti e assaporano l’acqua dell’oceano per quasi tre mesi. In questo viaggio padre, figlio e autismo sono inseparabili.
    Ciò che rende speciale questo libro è la veridicità con cui le vicende dei due protagonisti sono narrate. Sentimenti, emozioni, turbamenti vengono presentati senza marcature di linguaggio, proprio come se fosse il diario dei segreti che da piccoli si nascondeva sotto il materasso, quel diario in cui vengono riposte le nostre storie di vita con i relativi stati d’animo per essere certi di averli sempre a disposizione nel caso in cui la memoria, con la vecchiaia, ci venga a mancare. Per quanto il linguaggio possa però essere semplice, l’emotività delle vicende giunge e scuote il lettore come  fosse una cascata d’acqua fresca. Leggere i pensieri e le preoccupazioni di Franco, un padre disposto a tutto per il proprio figlio, risulta toccante e commovente. Ai genitori esplica la propria condizione nero su bianco, perché non sempre, infatti, si è in grado di decifrare il sentimento che si prova per la propria prole. Non è solo amore, forse nessun genitore saprebbe facilmente definirlo, “a volte è sepolto. A volte è indifferente. A volte è solo amore per se stessi. A volte è semplicemente sentire la vita che ti attraversa: è partita da un punto, tu la prendi in consegna e la passi a qualcun altro”.  Ai figli fornisce invece uno specchio dei sentimenti provati dalla madre e dal padre il cui ruolo è spesso contestato e criticato poiché non si ha la maturità di comprendere che essi devono agire in base al nostro bene e non solo al nostro volere, e che nonostante ciò possono rivelarsi dei grandi amici.
    Per tutti coloro dotati di una sensibilità, gli elementi più carichi, forti e d’impatto del libro risultano essere gli scritti a computer di Andrea. Essi consistono in risposte a domande poste da Franco o da sua moglie a cui il ragazzo risponde portandosi sistematicamente la mano dal petto  alla tastiera, proprio come se le parole che faticano ad uscirgli dalla bocca per via dell’autismo avessero sede nel suo cuore e da lì fossero in grado di diffondersi con leggerezza. Da essi si apprende che Andrea è conscio della propria condizione, lui vorrebbe guarire, non considerarsi più un peso per i suoi cari e poter vivere come tutti i suoi coetanei: “sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà. Andrea vuole guarire”. È inevitabile emozionarsi e pensare a quanto l’uomo nei secoli abbia acquisito la capacità di dominare i propri simili, di costruire palazzi che sfiorano il cielo, di andare sulla Luna, ma che poi, davanti ad un bambino, ad un ragazzo che dalla sorte ha ricevuto una malattia incurabile, sia totalmente impotente.
    La storia di Franco e di Andrea non è semplicemente l’esperienza di un padre e di suo figlio affetto da autismo, essa rappresenta la storia di tutti coloro che si ritrovano ad affrontare realtà difficili da cui risulta ostico o addirittura impossibile uscire.  In fondo, a pensarci bene, siamo tutti un po’ autistici.

  • 27Mag2012

    Paolo Gualandris - La Provincia di Cremona

    Il deserto e l’oceano come metafore dell’autismo. Le bolle di sapone e i fuochi d’artificio, che Andrea predilige, come simbolo della sua leggerezza e della sua capacità di illuminare, per chiunque lo voglia, certi angoli bui della vita…

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  • 27Mag2012

    Simona Dimitri - La voce di Manduria

    “Se ti abbraccio non aver paura” l’ho scoperto un sabato pomeriggio durante la presentazione in una libreria di Pinerolo. Uno di quei colpi di fulmine che devono scattare. Fulvio Ervas non lo conoscevo prima, ma in quei pochi minuti passati insieme mi ha conquistata.

    Tornata a casa con libro e dolcissima dedica mi sono fiondata nella lettura. L’argomento è importante, non si può far finta di niente, toccante e doloroso. Ma c’è anche un punto di vista nuovo, quello di genitori intelligenti che con una grande forza d’animo hanno saputo trovare una strada nuova per affrontare l’autismo. Andrea è un ragazzo ormai maggiorenne. All’età di due anni circa il verdetto del medico che ha “ribaltato il mondo”. Franco e Andrea, padre e figlio, intraprendono un viaggio attraverso le Americhe, in moto, in aereo, spostandosi all’interno di posti nuovi e diversissimi. Incontreranno gente di ogni sorta che contribuirà un po’ di più alla comprensione di questo ragazzo chiuso dentro se stesso. Ogni parola è superflua, leggere queste pagine intense e leggere basta già. Franco Antonello ha raccontato la sua avventura a Ervas e gli ha chiesto di trasporla in parole, sotto il suo occhio severo, Fulvio è stato abilissimo, capendo al volo il bisogno di questi due uomini speciali. Dal libro emerge una figura enigmatica e accattivante, quella di Andrea seppure nel dolore e nelle difficoltà, e quando finisci di leggere ti chiedi: “Perché non ho anche io un figlio così?”.

  • 25Mag2012

    Silvia - yeswemum.blogspot.it

    Io sono un’appassionata lettrice.

    Divoro libri in gran quantità, quando vado a comprarli non esco mai dalla libreria con meno di 2 volumi, questo perchè devo averne uno subito pronto da iniziare per quando finisce il primo… insomma, una fissazione. Potrei rinunciare a tante cose, ma non al piacere di entrare in libreria e uscirne con un sacchetto carico.
    In questi giorni ho letto un libro davvero meraviglioso, si tratta di “Se ti abbraccio non aver paura”, scritto da Fulvio Ervas per Marcos y Marcos.

    Sabato sera ho avuto il piacere di andare alla presentazione del libro, organizzata dalla Galleria del Libro (la mia libreria di fiducia!) a Ivrea in Santa Marta. Si sono presentati Fulvio Ervas, Marco e Claudia della Marcos Y Marcos e Franco Antonello, protagonista del libro.
    Per chi non ha ancora avuto l’occasione di conoscere i protagonisti Andrea e Franco, e l’autore Fulvio Ervas, alle Invasioni Barbariche o alle Iene (qui il servizio di Giulio Golia) il mio consiglio è quello di correre in libreria e acquistare subito una copia.
    La storia è quella di Franco e Andrea, padre e figlio (Andrea ha 18 anni e da 15 soffre di autismo), che partono per un vero viaggio on the road che da Miami li porta a Los Angeles, e da li in Messico, giù in America Centrale attraverso Panama, il Costarica, Belize, Guatemala e poi giù fino ad arrivare in Brasile.
    E’ un racconto toccante, trasportato mirabilmente da Fulvio Ervas sulle pagine del libro. Alle scene del viaggio, descritte tutte in prima persona, si susseguono brani di dialoghi tra Andrea e i suoi genitori al computer.
    E’ un libro che consiglio di leggere con tutto il cuore, ma non consiglio solo questo, vi consiglio anche di andare sul sito di Andrea Antonello.
    Io mi sono commossa a leggerlo, come ho detto all’autore sabato scorso, di una commozione bella, erano lacrime di tenerezza non di tristezza, il rapporto tra questo papà e questo figlio è qualcosa che tocca il cuore e non può lasciare indifferenti.
    E come recita il testo è sempre bene ricordarsi che:

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima.
    A volte molto prima”

    Ps…come detto correte a comprare il libro, ma non fermatevi a questo, scorrete i titoli di Marcos Y Marcos, sempre di Fulvio Ervas potrere trovare ad esempio “Pinguini arrosto” e “Finchè c’è Prosecco c’è speranza” e poi tanti altri autori, come una delle mie preferite Angeles Caso, il suo “Controvento” merita di entrare nella vostra libreria…
    Abbiamo tante ottime case editrici indipendenti, con editor appassionati, quindi non facciamoci sfuggire queste chicche!

  • 24Mag2012

    La Ely - mantebiancav3.blogspot.it

    Anch’io, come molti credo, ho comprato questo libro dopo aver visto il padre di Andrea, il ragazzo autistico protagonista di questa straordinaria avventura, in televisione  dalla Bignardi, alle Invasioni Barbariche.

    L’amore evidente per il figlio e l’inarrestabile entusiasmo di quest’uomo mi hanno colpita nel profondo sino a spingermi a comprare il libro che Ervas ha tratto dal racconto del viaggio di Franco ed Andrea su e giù per le Americhe.

    Franco Antonello è un bell’uomo, somiglia al Liga, e ha due figli. Il primogenito che oramai ha 17 anni, è affetto da autismo. Nonostante i mille pareri contrari, ha deciso che questo ragazzone dai capelli arruffati come il padre, si meritava un bel viaggio, di quelli senza meta precisa, dove la strada ed il susseguirsi dei paesaggi, sono l’anima dell’andare.
    Questa è in effetti la prima cosa che mi ha colpita: lo spirito profondamente motociclisico dell’impresa.
    Perchè chi gira su una due ruote, non trae piacere dalla stasi, dal fermarsi a lungo nei posti, confondendosi con l’ambiente, ma, al contrario, si esalta nel moto perpetuo, nei chilometri macinati.
    Quindi nulla di strano nella scelta del mezzo di locomozione nell’esplorazione dei garndi spazi dell’America del Nord.
    Il senso di libertà che traspare da questo viaggio, che è un’avventura on the road, ma anche umana, potente, è davvero forte.
    La narrazione scorre veloce, come pennellate intense su una tela distratta per poi rallentare in Sud America, quasi a seguire la tipica indolenza dei popoli sotto l’Equatore.
    Andrea ci viene raccontato, ma ci parla anche direttamente, attraverso stralci di conversazione battuta a computer, soprattutto prima della partenza, che sono testimonianze toccanti di un giovane uomo intrappolato in una malattia che incasina ogni percezione e parola.
    Tutto è stra-ordinario e splendente, fuori dalla norma e complicato, eppure bellissimo, proprio come percepiamo essere Andrea e la sua vita.
    C’è tempo per perdersi e ritrovarsi, sempre in bilico, distanti e avvinti in un abbraccio fortissimo.
    Un padre coraggioso, innamorato follemente della sua famiglia e dei suoi figli.
    Un libro che va dritto al cuore senza mezze misure, che ha alcune pecche stilistiche forse, ma che conquista senza se e senza ma.
    Assolutamente da leggere.

  • 24Mag2012

    Natascia Gargano - Vero

    Sarà perché il titolo è meraviglioso, sarà perché questo viaggio merita davvero di essere letto, da tutti. Se ti abbraccio non aver paura, uscito da poche settimane per Marcos y Marcos e scritto da Fulvio Ervas che si è innamorato di questa storia e l’ha raccontata, è nella top ten dei libri più venduti…

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  • 23Mag2012

    Ilaria Marinelli - angololettura.wordpress.com

    Un amore che supera qualsiasi barriera. Ed è proprio questo il centro della storia che Fulvio Ervas ha deciso di raccontare e che Marcos y Marcos ha pubblicato con una delle sue bellissime copertine. Il libro si intitola Se ti abbraccio non aver paura e da subito ha ricevuto consensi positivi da parte di pubblico e critica. La conseguenza è stata inevitabile e si è tradotta in un ottimo successo di vendita, iniziato soprattutto grazie al passaparola. Per settimane il romanzo è rimasto nella top ten dei libri più venduti in Italia, di cui continua ancora oggi a occupare ben saldo la terza posizione, e con cinque ristampe alle spalle in poco più di un mese è pronto ora per essere pubblicato anche in Germania, Spagna e Brasile.

     

    Si tratta di un libro forte e magnetico, un’avventura imprevedibile scritta con linguaggio chiaro, frutto dell’abilità ormai consolidata di Fulvio Ervas, uno scrittore con otto libri pubblicati alle spalle (tutti editi da Marcos y Marcos) e un lavoro di insegnante che porta avanti ogni giorno.
    Ma la forza del romanzo è racchiusa anche nella storia che racconta: una storia vera, quella di Franco Antonello e di suo figlio Andrea e del loro lungo viaggio attraverso Stati Uniti e America Latina. 38mila chilometri in quattro mesi, guidati solo da pensieri e desideri, dall’istinto, alla ricerca di un punto di contatto. Perché stabilire un rapporto con Andrea non è facile, l’autismo l’ha preso a soli tre anni e oggi che ha superato i diciotto ha un modo tutto suo di entrare in contatto con le persone: per conoscerle Andrea tocca loro la pancia e le abbraccia senza preavviso.
    Franco prova a combattere a modo suo l’autismo che imprigiona Andrea da anni e la sua storia, raccontata con le abili parole di Fulvio Ervas, arriva dritta al cuore del lettore. Anche Andrea scrive, comunica digitando parole sulla tastiera di un computer, e alcuni dei suoi pensieri sono presenti nel libro e lo completano con grazia.
    Leggendo Se ti abbraccio non aver paura abbiamo l’impressione di conoscere Andrea, di sentire quel suo abbraccio, ed è impossibile che non si arrivi ad amarlo. Perché Franco e Fulvio riescono a mostrare al lettore come guardare oltre la malattia (che, comunque sia, può manifestarsi in forme differenti) e come imparare a vedere il mondo con gli occhi dell’altro. Scoprire gli altri per imparare anche qualcosa di se stessi dunque.
    Abbiamo rivolto qualche domanda a Fulvio Ervas, per conoscere lo scrittore che ha prestato la propria voce per raccontare questa storia, trasformando con abilità i protagonisti in personaggi impossibili da dimenticare.

    Buongiorno Fulvio, per prima cosa complimenti per il grande successo ottenuto dal tuo ultimo libro Se ti abbraccio non aver paura, come ci si sente ad essere arrivati a questo punto dopo dodici anni da scrittore e con otto libri già pubblicati alle spalle?
    Particolarmente bene. Un lungo allenamento, con una casa editrice di qualità e una editor stimolante, prepara ad ogni evenienza. E non parlo di successo. Parlo della percezione, in ogni romanzo, di aver cercato di lavorare bene, con immaginazione e onestà.

    La storia di Se ti abbraccio non aver paura è una storia che in un certo senso non ti appartiene, non l’hai pensata e nemmeno vissuta in prima persona, ma ti è stata affidata da Franco e Andrea in un giorno qualsiasi, in un incontro fortuito davanti a uno spritz. Cosa ti ha spinto ad accettare di prestare loro le tue parole?
    Se qualcuno avesse visto il sottoscritto e Franco lavorare attorno alla storia di questo viaggio, mai avrebbe immaginato la nascita di un libro come Se ti abbraccio non aver paura. Perché sembrava una specie di discussione tra due padri, sui ricordi di un lungo peregrinare con un ragazzo autistico, sulla responsabilità dell’essere genitori, sulla sfida alla malattia, sulla volontà di non lasciarsi travolgere. Forse decisiva è stata proprio questa miscela: la percezione di avere di fronte una bella storia, l’ammirazione per il coraggio di un uomo, la simpatia per Andrea, il gusto di costruire, come in un bricolage, una sorta di veliero, prima sbilenco, e immaginare se avrebbe potuto navigare. Come sta facendo.

    Credi che sia stato più facile o più faticoso scrivere una storia che è arrivata da altri e renderla con un narratore in prima persona?
    Sicuramente più faticoso. Ho sempre pensato che un narratore dovesse inventare continuamente, scappando dalle storie vere, e che scrivere storie seriali fosse poco “onorevole”. Poi ho scritto cinque romanzi con protagonista l’ispettore Stucky e mi sono imbattuto in una formidabile storia di vita. La vita, spesso, è burlona.

    Nel tuo libro scrivi che «Andrea non ha difese, non ha barriere, assorbe tutto come una spugna», anche tu quando hai conosciuto Andrea hai dovuto imparare ad “assorbire” la sua storia? Quanto tempo avete impiegato, tu e la famiglia di Andrea, per arrivare al romanzo finito e pronto per la pubblicazione?
    Nell’affrontare uno dei temi del libro, l’autismo (benché io consideri Andrea un ragazzo e non la sua malattia), sono stato sicuramente aiutato dalla mia esperienza di insegnante in una scuola dove ragazzi con diverse problematicità, tra cui l’autismo, sono presenti e sostenuti. Naturalmente far entrare Andrea nel libro, esserne per certi aspetti il genitore letterario, è stato uno sforzo. Uno sforzo affrontato con Franco, con il quale ho lavorato per 21 mesi, ascoltando i racconti e le emozioni del viaggio.

    Questo libro e il suo successo hanno cambiato qualcosa nella tua vita di insegnante e di scrittore?
    Sono troppo grande perché un romanzo, pur così importante, cambi la mia vita in maniera significativa. Certo, sto girando l’Italia, felice e stanco allo stesso tempo. Magari in classe sarò un po’ rintronato, ma cerco di fare quello che faccio da trent’anni: contribuire a far crescere i nostri giovani cittadini, magari con qualche conoscenza scientifica. L’orto, ecco, ho un po’ meno tempo per il mio orto e questo mi dispiace.

    Qual è, secondo te, il momento più difficile per uno scrittore alle prese con un nuovo libro? E quali, invece, i momenti più belli?
    Trovare la partenza giusta. Le prime pagine scritte mi fanno sentire un esploratore che s’è lanciato, affascinato dalla storia, in un territorio che lo assorbe e lo disorienta. In quale direzione andrò? Poi arriva la sensazione d’essere salito sulla cresta di un’onda che ti trasporta. Qualcosa che si consuma e si scioglie. Al contrario l’arrivo della prima copia del libro stampato è, sempre, molto emozionante.

  • 22Mag2012

    Matilde Geraci - palermo24h.com

    È stato presentato alla libreria Modus vivendi di Palermo (via Quintino Sella, 79) Se ti abbraccio non aver paura (ed. Marcos y Marcos, 2012), di Fulvio Ervas. È la vera storia di un incredibile viaggio on the road che vede protagonisti per le strade degli Stati Uniti, Messico, America Latina, Franco Antonello e suo figlio Andrea, ragazzo autistico di diciotto anni.

     

    Una storia che non poteva non lasciare incantato Ervas, pur essendo “uno scrittore di storie di fantasia”, quando papà Franco una mattina per caso, dopo averlo riconosciuto seduto ad un bar, comincia a raccontargli “la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. Rimasto subito affascinato dall’energia e dal coraggio di questo padre, che ama disperatamente il proprio figlio, i due hanno così iniziato un lungo e intenso dialogo durato un anno intero e trasformatosi in questo romanzo che affonda nel cuore, carico più che mai di emozioni.
    Tutto parte da quel maledetto verdetto di un medico che all’improvviso ha ribaltato, come un terribile uragano, la vita di Andrea e della sua famiglia. Un uragano che si chiama autismo e che lo rende prigioniero. Ma il papà non si arrende, decide di combattere per suo figlio, di continuare a sognare per lui e di regalargli tutta la bellezza della vita possibile.
    E se il viaggio attraverso miriadi di terapie, dalle più tradizionali a quelle sperimentali e spirituali, non ha funzionato, ecco che decide allora di intraprendere insieme ad Andrea un altro tipo di viaggio, una sfida coraggiosa, un percorso totalmente diverso dove la “normalità” non è ammessa.
    Così, nell’estate del 2010, padre e figlio partono, senza bussola e senza meta, tagliando l’America a bordo di un Harley Davidson. Passano attraverso le foreste del Guatemala, deserti rossi, hotel di lusso, riti sciamanici, tuffi nell’oceano, coccodrilli e torte al cioccolato.
    Tre mesi di totale avventura, 38mila chilometri, da Miami (Stati Uniti) ad Arraial d’Ajuda (Brasile), un amore che diventa complicità e i ruoli che sembrano quasi ribaltarsi: è Andrea, infatti, che insegna a Franco a crescere, ad accorciare le distanze fra loro, trasmettendogli la sua dirompente vitalità e forse, di tanto in tanto, sussurrandogli “Se ti abbraccio non aver paura”: quella stessa frase che Andrea ha stampata sulle magliette colorate che portava da bambino.
    Perché lui le persone le persone le sente dalla pancia, mettendoci la mano sopra e abbracciandole per carpirne lo stato d’animo. Non sempre, però, quel suo gesto che è un bisogno necessario per comprendere ed entrare in contatto con un mondo così diverso dal suo, con i “terrestri”, viene capito. Anzi, la gente a volte scappa, più spesso ne è intimorita negandosi a quell’abbraccio. E allora Andrea lo mette in chiaro subito, e spiega che se lui li abbraccia, non devono avere paura.

    Una storia autentica, dolorosa ma che allo stesso tempo riesce ad alleggerire l’anima e a strappare mille sorrisi a chi la legge. Non pretende di spiegare cos’è l’autismo, forse di preciso cos’è non lo sanno nemmeno i medici, ma tenta di spiegare che, dietro quel muro fatto di gesti ossessivamente ripetuti e di pensieri che affollano la mente, c’è molto di più.
    C’è una ricchezza disarmante e, certamente, anche tanto dolore e altrettanta fatica a vivere e ad amare. Ma Andrea ha imparato a vedere la felicità, a riconoscerla in gesti, parole e luoghi impensabili, ad assaporare il gusto dolcissimo. “Capisco che ognuno di noi per navigare nel flusso della vita si costruisce come può dei remi e l’unica cosa davvero importante sarebbe non sbatterci quei remi uno contro l’altro”, annota il ragazzo lungo il suo viaggio.
    Ervas, che ha scelto qui di narrare in prima persona quasi facendosi padre del ragazzo, ha raccontato meravigliosamente questa storia che sembra una favola, capendo fino in fondo la sua importanza, rispettandola e conducendo il lettore attraverso i colori, la fantasia e le parole – a volte essenziali e disarmanti, ma sempre potenti – di Andrea e le altre – forti e dolorose – di Franco, che forse quel viaggio non avrebbe mai voluto che finisse per raccontare per sempre la straordinaria normalità di suo figlio.

  • 22Mag2012

    Redazione Librintasca - youbookers.it

    Questa è la storia di un viaggio on the road, un viaggio vero, quello di Franco Antonello e di suo figlio Andrea attraverso l’America, coast to coast, e poi giù verso il Messico e il Brasile. Ma è molto più che un semplice viaggio turistico, perché Andrea è stato diagnosticato autistico all’età di tre anni.

     

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima.”
    Così, dopo essere passati da una terapia tradizionale a un’altra, toccando anche quelle più sperimentali, l’esigenza di qualcosa di diverso inizia a farsi strada.
    “E’ arrivato il momento di prendere il largo. Adesso dobbiamo perderci.”
    E allora via, lasciamoci trasportare verso il Nuovo Mondo. Ma quello che visiteremo sarà molto di più. Quello che toccheremo e sentiremo sarà il mondo di Andrea:
    “un luogo dove valgono altri codici, altri segni, altre bellezze, che lui trasferisce qui, quando vuole e come può.”
    Un mondo fatto di colori accesi, di abbracci improvvisi, di toccate sulla pancia. Un mondo nel quale camminare in punta di piedi e in cui una bacchetta magica può far cose strepitose. E a volte, durante la lettura, viene da chiedersi se il mondo ‘vero’, quello ‘giusto’ non sia proprio il suo, dove “se guardi i visi delle persone cosa ti viene voglia di fare? “Di ridere”.”
    In questo libro sentirete il grande, immenso amore di un padre per il figlio, perché Andrea “è un viaggio nella vita”, un sentimento assolutamente ricambiato, a modo suo, perché “papà bello”.
    Ci sono poi gli incontri durante il tragitto, da biker texani a centenari strani, alcuni divertenti come i primi, altri molto, molto toccanti, come il secondo.
    E c’è infine la scrittura di Fulvio Ervas, un vero giocoliere delle parole, capace di rendere appieno il mondo interiore di Andrea e quello fisico, che padre e figlio attraversano. E allora ti sembra quasi di sentirlo davvero il vento che ti scompiglia i capelli, in sella ad una motocicletta. Una scrittura fatta di immagini che ti si appiccicano addosso, proprio come il caldo del deserto.
    Il sole declina incantando un schiera di funamboli e trapezisti, giunti per imparare da una stella l’arte di tuffarsi nel vuoto.
    Un libro fatto di emozioni, che ti accompagnano durante la lettura e che rimangono a lungo, una volta arrivati all’ultima pagina. Un libro da leggere.

  • 21Mag2012

    Bruno Giurato - lettera43.it

    Non è una popstar come Ligabue, non è un editorialista come Massimo Gramellini, non è un fornitore seriale di libri di consumo come Sveva Casati Modigliani. Il bestseller «imprevisto», al terzo posto delle classifiche, è di Fulvio Ervas, 55 anni e professore di chimica.

    Uno zoccolo duro di affezionati lo conosce da tempo come giallista: è lui l’inventore dell’ispettore Stucky, poliziotto mezzo iraniano e mezzo veneziano, che si muove con ironia nel Nord Est industriale.

    IL ROMANZO-REPORTAGE. Ma il libro che ha portato Ervas nella top ten è il romanzo-reportage Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos): nove edizioni, 100 mila copie distribuite in poco più di un mese.
    Il libro racconta una storia vera: il viaggio di Franco Antonello, un insegnante del Trevigiano, negli Stati Uniti e in Sudamerica su una motocicletta, in compagnia del figlio 17enne Andrea, autistico.
    L’INCONTRO CON FRANCO. «Franco, appena tornato dal viaggio, nel 2010, aveva avuto la percezione di aver fatto una cosa molto strana, molto forte. Voleva raccontarla», ha spiegato Fulvio Ervas a Lettera43.it.
    Anche se abitavano a pochi chilometri di distanza i due non si conoscevano. Li ha fatti incontrare un amico comune, al bar, davanti a uno spritz. «Mentre parlavamo», ha continuato lo scrittore, «Andrea gironzolava intorno a noi. Mi ha colpito l’eleganza di questo ragazzo e il suo sguardo profondo». Così è iniziato tutto.
    IN VIAGGIO CONTRO TUTTI. «Franco è partito contro il parere di tutti», ha continuato Ervas. «L’aveva fatto per liberare la famiglia. Questo ragazzo grande, forte abbracciava il fratello di continuo e gli dava fastidio. Allora ha detto: “Parto per tre mesi”. È andato via con quest’idea in testa: ‘Cosa vuoi che mi accada di più complicato che gestirmi 24 ore al giorno mio figlio autistico?”».
    DOMANDA. Come è stato confrontarsi con l’autismo?
    RISPOSTA. È stata una curiosità anche intellettuale, dato che insegno scienze. Per fortuna la mia scuola è molto attenta ai disabili e questo rapporto con loro mi ha aiutato. Ti abitua ad avere strategie di risposta. Comunque a volte non c’è niente da fare: non si comunica.
    D. Ha raccontato l’autismo senza drammi. Pensa che il successo del libro sia dovuto anche a un bisogno di rassicurazione dei lettori?
    R. Sì. Il libro sotto certi aspetti è un elegio alla legittima illusione. Ciascuno di noi, in questo territorio complicato che sono un figlio o un padre che soffrono, inventa strategie dell’illusione. Non sai se funzionerà. Ma in effetti vale lo stesso anche per il calendario, l’orologio, le creme antirughe.
    D. Nel frattempo però si produce qualcosa di pratico, si va avanti…
    R. È quello che io chiamo «il Pil positivo». Non c’è nessuna ideologia generale dietro, è il bricolage della vita. La vita non è fatta di grandi principi, è un bricolage…
    D. A proposito di bricolage, come si è svolto il lavoro con Antonello?
    R. Abbiamo cominciato a incontrarci. Lo abbiamo fatto per 11 mesi. A casa mia, regolarmente, una o due volte alla settimana. Lui raccontava e io scrivevo.
    D. Ha incontrato qualche difficoltà?
    R. La casa editrice all’inizio ha avuto delle perplessità: «Stai attento, sei un giallista. Non vogliamo storie strappalacrime, col violino», mi dicevano. «O la scrivi benissimo o si butta via». Per un anno ho provato a scriverla, e ho avuto molti momenti in cui volevo lasciar perdere.
    D. E perché?
    R. Innanzitutto è stato un problema usare la prima persona, come se io fossi il padre di Andrea. E di fatto lo sono stato per 21 mesi. Non sai veramente se alcune «espansioni» del pensiero del padre sono cose che ti puoi permettere. Non sapevo se stavo facendo fiction pura o no.
    D. Un aspetto di fascino del personaggio di Andrea è il fatto che è un bel ragazzo. Nel racconto e nella realtà le ragazze lo adorano.
    R. Quello funziona, appunto, per la fiction. Ma nella realtà no. La gente non si rende conto. Basta provare a dire a un papà: «Hai avuto un ragazzo autistico, ma bello» e vedere cosa risponde.
    D. Ci sono argomenti e sensibilità difficili da trattare.
    R. Ovviamente. Questo libro è stato una grande fatica. Il successo c’è stato, e speriamo che ci siano sviluppi. Ma in effetti quando scrivo gialli mi diverto molto di più.
    D. A proposito, lei è il contrario dello scrittore che tiene il grande romanzo nel cassetto.
    R. Sì, sono una sorta di artigiano della letteratura. Ho scritto otto romanzi, ho un pubblico che si è costruito negli anni. Tutti vengono alle presentazioni e mi dicono: «Non molli l’ispettore Stucky. Ci faccia ridere!».
    D. Perché ha voluto ambientare i suoi gialli nel Nord Est?
    R. Per ironizzare su una zona che spesso si prende troppo sul serio. Poi è un dovere civile punzecchiare il Nord Est.
    D. Cosa intende?
    R. Voglio dire che non dobbiamo «smenarcela». C’è andata fatta bene, non siamo superuomini. Poi nel Nord Est si respira un eccesso di fastidio con la diversità.
    D. Razzismo?
    R. Non è razzismo. Non dimentichiamo che il Nord Est ha una dimensione di volontariato pazzesca. Nel Trevigiano siamo attentissimi con i «foresti». Più che altro è stupido cazzeggio, chiacchiera da bar.
    D. Può fare un esempio?
    R. I veneti al bar risolvono la tragedia di Fukushima con due gru: sono dei semplificatori anche ironici. E allora mi sono divertito a prenderli in giro. Siete contro i terroni? Vi faccio un ispettore di origini persiane. Siete contro Venezia? Vi faccio un ispettore mezzo veneziano. E un po’ ha funzionato.
    D. Dove trova ispirazione?
    R. Leggo regolarmente la cronaca nera, Il Gazzettino, La Tribuna. E poi, naturalmente vado al bar.
    D. Come funziona il suo lavoro?
    R. Sono uno che non fa plot: quando comincio a scrivere un giallo non so chi morirà e chi è l’assassino. Ci dev’essere, invece, un tema forte che mi ha colpito.
    D. Per esempio?
    R. L’incendio della De Longhi del 2007 per Pinguini arrosto. Se bruci un pezzo di legno nel tuo giardino ti rompono le balle. La De Longhi ha riempito di diossina e fumo tutta la città e nessuno ha detto niente. Ma siccome è la Fiat di Treviso, tutti zitti.
    D. Quanto impiega a scrivere un episodio di Stucky?
    R. Ci vogliono otto mesi di scrittura, lavorando circa tre ore al giorno, la domenica, nel giorno libero. Poi tra i tre e i quattro mesi di revisioni. Un anno di lavoro, insomma.
    D. Quali sono i suoi autori di riferimento?
    R. Sono un grosso lettore di saggi scientifici, per passione e per lavoro. Tutto ciò che esce di chimica e di fisica in un anno lo compro e lo leggo. Capisco magari un terzo, ma devo sapere di cosa si parla. Sono un curioso, uno che vuole imparare. Andare a scuola e non essere al corrente delle ultime scoperte della genetica mi imbarazza.
    D. E nel ramo gialli, invece?
    R. Leggo sistematicamente Massimo Carlotto che mi fa capire cosa bolle in pentola dal punto di vista della narrazione. Ma la mia passione resta Maigret di Simenon. E poi mi piace Fred Vargas. Alta densità di invenzioni per numero di pagina. Di lei mi affascina più l’invenzione che la trama.
    D. Dal punto di vista economico, a parte ora che ha un libro in classifica, rende qualcosa scrivere?
    R. Se facessi lo stesso numero di ore di ripetizioni di chimica guadagnerei di più. Scrivere ti permette di fare una bella vacanza tranquilla, pagata col tuo intelletto. O pagare le rate di tua figlia che va a fare la specialistica.

  • 21Mag2012

    La Triquerta - latriquetra.wordpress.com

    Se ti abbraccio non aver paura (ed. Marcos y Marcos, 2012) è l’ultimo romanzo scritto daFulvio Ervas. È la vera storia di un incredibile viaggio on the road che vede protagonisti per le strade degli Stati Uniti, Messico, America Latina, Franco Antonello e suo figlio Andrea, ragazzo autistico di diciotto anni.

    Una storia che non poteva non lasciare incantato Ervas, pur essendo “uno scrittore di storie di fantasia”, quando papà Franco una mattina per caso, dopo averlo riconosciuto seduto ad un bar, comincia a raccontargli “la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. Rimasto subito affascinato dall’energia e dal coraggio di questo padre, che ama disperatamente il proprio figlio, i due hanno così iniziato un lungo e intenso dialogo durato un anno intero e trasformatosi in questo romanzo che affonda nel cuore, carico più che mai di emozioni. Tutto parte da quel maledetto verdetto di un medico che all’improvviso ha ribaltato, come un terribile uragano, la vita di Andrea e della sua famiglia. Un uragano che si chiama autismo e che lo rende prigioniero.
    Ma il papà non si arrende, decide di combattere per suo figlio, di continuare a sognare per lui e di regalargli tutta la bellezza della vita possibile. E se il viaggio attraverso miriadi di terapie, dalle più tradizionali a quelle sperimentali e spirituali, non ha funzionato, ecco che decide allora di intraprendere insieme ad Andrea un altro tipo di viaggio, una sfida coraggiosa, un percorso totalmente diverso dove la “normalità” non è ammessa. Così, nell’estate del 2010, padre e figlio partono, senza bussola e senza meta, tagliando l’America a bordo di un Harley Davidson.
    Passano attraverso le foreste del Guatemala, deserti rossi, hotel di lusso, riti sciamanici, tuffi nell’oceano, coccodrilli e torte al cioccolato. Tre mesi di totale avventura, 38mila chilometri, da Miami (Stati Uniti) ad Arraial d’Ajuda (Brasile), un amore che diventa complicità e i ruoli che sembrano quasi ribaltarsi: è Andrea, infatti, che insegna a Franco a crescere, ad accorciare le distanze fra loro, trasmettendogli la sua dirompente vitalità e forse, di tanto in tanto, sussurrandogli “Se ti abbraccio non aver paura”: quella stessa frase che Andrea ha stampata sulle magliette colorate che portava da bambino. Perché lui le persone le persone le sente dalla pancia, mettendoci la mano sopra e abbracciandole per carpirne lo stato d’animo. Non sempre, però, quel suo gesto che è un bisogno necessario per comprendere ed entrare in contatto con un mondo così diverso dal suo, con i “terrestri”, viene capito. Anzi, la gente a volte scappa, più spesso ne è intimorita negandosi a quell’abbraccio. E allora Andrea lo mette in chiaro subito, e spiega che se lui li abbraccia, non devono avere paura.
    Una storia autentica, dolorosa ma che allo stesso tempo riesce ad alleggerire l’anima e a strappare mille sorrisi a chi la legge. Non pretende di spiegare cos’è l’autismo, forse di preciso cos’è non lo sanno nemmeno i medici, ma tenta di spiegare che, dietro quel muro fatto di gesti ossessivamente ripetuti e di pensieri che affollano la mente, c’è molto di più. C’è una ricchezza disarmante e, certamente, anche tanto dolore e altrettanta fatica a vivere e ad amare. Ma Andrea ha imparato a vedere la felicità, a riconoscerla in gesti, parole e luoghi impensabili, ad assaporare il gusto dolcissimo. “Capisco che ognuno di noi per navigare nel flusso della vita si costruisce come può dei remi e l’unica cosa davvero importante sarebbe non sbatterci quei remi uno contro l’altro”, annota il ragazzo lungo il suo viaggio.
    Ervas, che ha scelto qui di narrare in prima persona quasi facendosi padre del ragazzo, ha raccontato meravigliosamente questa storia che sembra una favola, capendo fino in fondo la sua importanza, rispettandola e conducendo il lettore attraverso i colori, la fantasia e le parole – a volte essenziali e disarmanti, ma sempre potenti – di Andrea e le altre – forti e dolorose – di Franco, che forse quel viaggio non avrebbe mai voluto che finisse per raccontare per sempre la straordinaria normalità di suo figlio.

  • 21Mag2012

    Mirko Cafaro - cultura.blogsfere.it

    La proposta letteraria di oggi è il libro di Ervas dedicato all’incredibile storia di Andrea, ragazzo autistico di 18 anni e di suo padre. Edito da Marcos y Marcos, 319 pagine, 17 euro.
    “Se ti abbraccio non aver paura” è la frase che i genitori di Andrea, quando aveva otto anni, gli hanno stampato su alcune magliette, per spiegare alla gente quell’abitudine di andare in giro ad abbracciare perfetti sconosciuti all’altezza della pancia. Questo il suo modo di comunicare, di conoscere, farsi conoscere e tranquillizzarsi.

    Nasce da qui l’idea per il titolo del libro (edito da Marcos y Marcos: 319 pagine, 17 euro) che Fulvio Ervas ha dedicato all’incredibile storia di un 18enne autistico e di suo padre Franco.
    La storia di una famiglia stravolta da una diagnosi medica, ma capace di reagire al duro colpo inferto dalla vita. Una reazione che ha condotto Franco, cinquantenne romagnolo dalla vaga somiglianza con Ligabue, a condurre il figlio in un coast-to-coast di tre mesi in America, per provare a comprendere il mondo di Andrea e abbandonarsi alla vita. Proprio come lui. Una storia di cui, di recente, si è occupato anche Giulio Golia de “Le Iene”.

  • 21Mag2012

    Twilight - Radio 2 - rai.it

    Il verdetto di un medico ha ribaltato il mondo. La malattia di Andrea è un uragano, sette tifoni. L’autismo l’ha fatto prigioniero e Franco, suo padre, è diventato un cavaliere che combatte per lui. Un cavaliere che non si arrende e continua a sognare. Per anni hanno viaggiato inseguendo terapie: tradizionali, sperimentali, spirituali. Adesso partono per un viaggio diverso, senza bussola e senza meta. Insieme, padre e figlio, uniti nel tempo sospeso della strada.

    Tagliano l’America in moto, si perdono nelle foreste del Guatemala. Per tre mesi la normalità è abolita, e non si sa più chi è diverso. Per tre mesi è Andrea a insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita. Andrea che accarezza coccodrilli, abbraccia cameriere e sciamani. Abbracciare gli altri è una sua abitudine. Intorno agli otto anni, comincia, infatti, ad andare in giro e ad abbracciare all’altezza della pancia dei perfetti sconosciuti. Franco e sua moglie, la mamma di Andrea, per evitare che qualche estraneo si spaventi, si inventano delle magliette per lui, su cui scrivono, a caratteri cubitali: “Se ti abbraccio non aver paura”. Questa frase è diventata poi anche il titolo di questo romanzo di Fulvio Ervas. Che è il resoconto di un viaggio on the road a tutti gli effetti. Non ci sono prenotazioni. Ogni giorno si dorme in un posto diverso. Ogni giorno si conoscono persone nuove. A volte, leggendo il libro, si piange, perché le pagine ti restituiscono l’anima grande di un padre e quella senza filtri, pura e innocente di Andrea. Andrea che semina pezzetti di carta lungo il tragitto, tenero Pollicino che prepara il ritorno, mentre suo padre vorrebbe rimanere in viaggio per sempre.

    “Se ti abbraccio non aver paura” è un’avventura grandiosa, difficile, imprevedibile.
    Come Andrea.

  • 19Mag2012

    Barbara Caffi - La Provincia di Cremona

    Su e giù per le Americhe a cavalcioni di un’Harley Davidson, a bordo di macchine prese a noleggio, attraversando foreste e deserti, tra motel, alberghi di lusso, tuffi nell’oceano, hot dog e torte al cioccolato. Padre e figlio a macinar chilometri, l’amore che si fa complicità virile, un rapporto che diventa adulto anche perché ogni viaggio è crescita. È un cliché nel cinema e in letteratura, ma se ad andare alla ventura sono un ragazzo autistico e suo padre, tutto assume un sapore speciale.

     

    Fulvio Ervas, abbandonato per una volta l’ispettore Stucky, ha ascoltato per un anno la storia di Franco e di Andrea, e poi l’ha raccontata, perché alla fine è questo che fanno gli scrittori: raccontare storie e nascondercisi dietro. Tanto più quando sono autentiche e Se ti abbraccio non aver paura è una storia che sa alleggerire l’anima di chi la legge. Cos’è l’autismo di preciso non lo sa nessuno, neppure i medici. È un disturbo che impedisce a chi ce l’ha di avere relazioni normali con gli altri, è come avere un mondo dentro ma non riuscire a tirarlo fuori, né a farci entrare qualcuno. Hanno bisogno di certezze, i ragazzi autistici, e portarli in giro per il mondo significa scompaginare la loro vita. E forse papà Franco è stato pazzo a provarci. Però questo viaggiare senza meta ci insegna che a volte si può prendere la vita così, come viene, senza coordinate e senza paracadute. Il libro di Ervas — e di Andrea e di Franco—non è una favola, non offre ricette, non suggerisce miracoli. È una storia vera (un po’ romanzata) sulla vita e sull’amore, sulla fatica che a volte si fa a vivere e ad amare.

  • 19Mag2012

    Fabio Geda - TuttoLibri

    Ci sono libri che non sono soltanto libri, oggetti di carta rilegati e impaginati, ma esercizi di potenziamento della capacità polmonare: perché la vita non è una gara sui cento metri, la vita è una maratona e per arrivare alla fine non servono tanto muscoli possenti, quanto una bella scorta di ossigeno…

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  • 19Mag2012

    Mirtilla - readergonewild.blogspot.it

    Andrea è un bambino normale, vivace, allegro, chiaccherone. Prima dei tre anni però qualcosa accade, è sempre meno presente, non presta attenzione, non guarda negli occhi. I genitori preoccupati lo portano da uno specialista ed il verdetto è di condanna a vita: autismo.

    Dopo anni di terapie e cure, dopo infiniti viaggi della speranza in tutte le parti del mondo, il babbo di Andrea, un Ligabue di Castelfranco, lo prende e lo porta con sè in un viaggio negli States, quello che tutti vorremmo fare. Un viaggio on the road senza meta, in moto, macchina, aereo, fermandosi dove và e senza tante costrizioni.

    Questo è il racconto di quel viaggio, a volte toccante ma mai triste, a volte rabbioso ma mai disperato.

  • 12Mag2012

    Alessandro Moscè - Corriere Adriatico

    Franco Antonello cinque anni fa ha deciso di lasciare l’azienda in mano ai suoi collaboratori, divenuti soci, e si è ritagliato uno stipendio che gli consente di occuparsi a tempo pieno di un’associazione concepita come una vera e propria impresa che, per statuto, deve dare il 65% di utili alla ricerca sull’autismo.

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  • 12Mag2012

    Barbara Caffi - La Provincia

    Su e giù per le Americhe a cavalcioni di una Harley Davidson, a bordo di auto prese a noleggio, attraversando foreste e deserti, tra motel, alberghi di lusso, tuffi nell’oceano, hot dog e torte al cioccolato. Padre e figlio a macinar chilometri, l’amore che si fa complicità virile, un rapporto che diventa adulto…

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  • 12Mag2012
  • 12Mag2012

    Redazione - Il Piccolo

    Questa volta il “caso letterario” – espressione di cui case editrici e uffici stampa spesso abusano con una certa nonchalance –  c’è tutto, è vero e autentico (non costruito) e anche piuttosto inaspettato…

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  • 10Mag2012

    Francesca Serva - Visto

    Ci sono storie dure che parlano di speranza e di coraggio. Come quella di Franco Antonello, 51 anni, e di suo figlio Andrea, 18, affetto da autismo, e del loro viaggio in America. Un’avventura che lo scrittore Fulvio Ervas ha raccontato nel romanzo Se ti abbraccio non aver paura

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  • 08Mag2012

    Claudia Tarolo e Marco Zapparoli - affaritaliani.it

    Claudia Tarolo e Marzo Zapparoli, gli editori di Marcos y Marcos, raccontano l’emozione legata all’ingresso nella top ten dei libri più venduti di “Se ti abbraccio non aver paura”, il nuovo libro di Fulvio Ervas (già autore di una serie di brillanti gialli con protagonista l’ispettore Stucky). E lo fanno in una lettera pubblicata da Affaritaliani.it, in occasione dell’ascesa dal settimo al quarto posto in classifica (fonte: Arianna): “È sempre bellissimo arrivare lassù, ma ancora di più se non ci arrivi in elicottero o in funivia, se hai battuto il sentiero passo dopo passo, godendoti i dislivelli, i profumi, accettando tutta la fatica. E il massimo è portarci un autore italiano che è nato con noi e cresciuto con noi…”. L’emozionante libro di Ervas racconta una storia vera: quella di un viaggio fatto attraverso le Americhe da un padre e da suo figlio 18enne, autistico…

     

    Circolano dei gran sorrisi in Marcos y Marcos, mentre Silvia sollecita per l’ennesima volta il tipografo, Federico rassicura un libraio che la nuova ristampa è in arrivo, e a Roberta sembra incredibile dover rispondere “grazie mille, ma per il momento preferiamo diradare le apparizioni televisive”.
    È sempre bellissimo arrivare lassù, sulle vette della classifica dei libri più venduti, ma ancora di più se non ci arrivi in elicottero o in funivia, se hai battuto il sentiero passo dopo passo, godendoti i dislivelli, i profumi, accettando tutta la fatica. E il massimo è portarci un autore italiano che è nato con noi e cresciuto con noi.
    Fulvio Ervas sa ascoltare. Osserva il mondo con occhi da scienziato innamorato, vede magiche reazioni e combinazioni ovunque, vede storie.
    Per cinque romanzi il suo uomo è stato Stucky, ispettore gentiluomo, metà persiano e metà veneziano: a zonzo tra vetrine e canali in Commesse di Treviso, stupito dal talento statistico di una badante rumena in Pinguini arrosto, perso tra le calli in Buffalo Bill a Venezia, frizzante in Finché c’è prosecco c’è speranza, ammiratore del genio femminile in L’amore è idrosolubile. Poi una storia straordinaria l’ha rapito.
    Per una volta è stato un personaggio in carne e ossa a cercarlo, a colpirlo al cuore -davanti a uno spritz – con una storia d’amore: l’amore di un padre verso un figlio autistico. Un padre e un figlio che attraversano insieme, per mesi, l’America.
    Fulvio Ervas ha sentito la potenza di questo viaggio; ha capito quanto fosse stato, soprattutto, un viaggio nella vita.
    Ha chiesto a Stucky un periodo di congedo perché questa storia andava raccontata.
    Per due anni è stata la sua sfida: gli è costata un dito rotto, un tamponamento, ha rischiato otto divorzi.
    Non è mai facile raccontare la storia di un altro, figuriamoci con questi elementi in gioco.
    Ma noi eravamo certi che avrebbe saputo farlo con dolcezza ed equilibrio, con profondissima empatia e coraggio, con delicatezza e intensità.
    Se ti abbraccio non aver paura ha visto la luce dopo ventun mesi di gestazione, come un cucciolo di elefante.
    Si è fatto strada a colpi di entusiasmo.
    Solcare la top ten con un autore italiano, con il suo nono romanzo, con una storia così: cosa può desiderare di più, un editore?

  • 08Mag2012

    Diego Rossi - mauxa.com

    Entrato subito in classifica tra i libri più venduti e sicuramente destinato a essere tra quelli più amati. Se ti abbraccio non aver paura è la storia di un rapporto autentico, forte, incredibile tra padre e figlio

    Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non avere paura. Entrato subito in classifica tra i libri più venduti e sicuramente destinato a essere tra quelli più amati. Se ti abbraccio non aver paura è la storia di un rapporto autentico, forte, incredibile tra padre e figlio di cui l’autore Fulvio Ervas ha saputo descrivere ogni dettaglio.

    “Lui è un viaggio nella vita. Ci ha iscritti alle olimpiadi del salto in lungo, dal problema alla soluzione. Non abbiamo vinto molte battaglie ma perlomeno non ci siamo fatti corrodere dalla tristezza, dalla rassegnazione, schiacciare dal peso delle difficoltà. Muoversi, anche quando può sembrare un’illusione”.
    Lui è Andrea, diciottenne autistico che prende la vita “di pancia”, stabilendo relazioni più o meno profonde a seconda di quello che gli suggerisce la pancia del suo interlocutore, che abbraccia senza filtri e senza remore. Mediatore tra il mondo di Andrea e il mondo degli altri è Franco, suo padre. I due sono connessi, la comunicazione è viscerale ma Franco desidera ardentemente le parole di Andrea: arriveranno, poche ma essenziali, affidate a un computer, nel corso di un’avventura meravigliosa che non sarà solo un viaggio attraverso continenti, ma sarà un viaggio nella vita, quella vera, quella strana, quella sofferta e anche goduta, assaporata fino in fondo, al gusto di dolce bianco, colore mai mangiato prima. Sono molti i colori che Andrea incontra nel suo viaggio, sapori  nuovi per lui che gli danno sensazioni inesplorate e che propongono suggestioni altrettanto poco visitate da chi è abituato a vivere negli schemi di una normalità che spesso sa di poco o niente. La storia è forte, il viaggio e la moto intrigano, ma se è vero che tutti noi siamo nani che camminano sulle spalle di giganti (i nostri genitori), papà Franco è il più gigante tra i giganti.

  • 07Mag2012

    Anna Stefi - doppiozero.com

    Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos) di Fulvio Ervas è la storia del lungo viaggio che un padre, Franco Antonello, decide di intraprendere con il figlio Andrea, affetto da autismo: alla faccia delle perplessità dei dottori e dei consigli dei manuali.

    Un viaggio attraverso il Nord America, passando per Las Vegas e cercando il Coyote Ugly, e poi giù verso il Messico, la povertà, il Guatemala, i riti sciamanici, lungo chilometri di deserto e villaggi che, con buona pace dei navigatori satellitari e dei cartografi, esistono soltanto nei racconti e nei legami della gente. Luoghi come Arraial, meta finale di questi due mesi di macchina e moto, barche e aerei, percorsi dormendo in lussuosi alberghi o accampati in giacigli di fortuna, lasciandosi guidare dall’istinto, dagli incontri, da quell’acqua in cui Andrea si immerge e nella quale i suoi movimenti diventano quelli di un ragazzo di diciotto anni come tutti gli altri.

    Un viaggio nel continente delle differenze dove Andrea può ballare con i suoi coetanei, baciare Angelica e forse farci anche l’amore. E dove padre e figlio possono fare i conti, ognuno a proprio modo, con la miseria, con sventure che bisogna illudersi siano bugie per riuscire a tollerarne il pensiero, e con una realtà che non ha gli stessi strumenti, le stesse opportunità e la stessa consapevolezza, di quella che a modo loro hanno sfidato, comprendendone, dalla distanza, limiti e ricchezze.
    “È una storia vera”: con queste parole, isolate e potenti, si chiude la presentazione sul retro di copertina.
    E semmai il lettore, conquistato da una scrittura rapida ed energica, volesse dimenticarsi di questo patto istituito con l’autore, a ricordarglielo ci pensano frammenti di verità riportata senza omissioni, le parole che Andrea consegna attraverso il computer grazie a quel mistero che è la comunicazione facilitata. Testimonianze concrete che l’autore trascrive fedelmente differenziandole da un punto di vista grafico, così che interrompano lo scorrere della narrazione costringendoci a fare i conti con l’irrompere dell’autentico e con le lacrime della commozione che difficilmente sarà possibile trattenere, mentre la scrittura di Ervas cerca di muoversi nei drammi che attraversa senza cedere al sentimentalismo, facendo piuttosto risuonare l’anima rock del padre, senza indugiare nelle descrizioni di circostanze difficili o nella fatica che può diventare la malattia di Andrea, ma tratteggiando come macchie di colore l’aspetto potente delle situazioni insieme a quello buffo, il problema mescolato alla soluzione o alla possibilità di guardarlo altrimenti.
    Fulvio Ervas non ha inventato nulla, ha solo annodato i fili di una storia che Franco Antonello gli ha raccontato, mettendo a sua volta insieme i ricordi e provando a intuire i bisogni del figlio e le sue sensazioni che, come scrive, con tutta l’onestà di cui è intriso questo libro, egli “può soltanto indovinare”: è un po’ come un telefono senza fili, il gioco che si fa da bambini, quando sussurri una parola nell’orecchio di chi ti sta vicino finché, da orecchio a orecchio, di sussurro in sussurro, alla fine della catena la parola pronunciata si è trasformata tanto che a ritroso si sorride del senso stravolto e si cerca di scoprire dove il meccanismo si è inceppato. Ma si è davvero inceppato? A che servirebbe ritrovarsi la stessa parola dell’inizio? In fondo il telefono senza fili in maniera semplice ci spiega la potenza delle storie. Cosa c’è nello spazio in mezzo tra il padre e l’autore? Cosa in quello tra Andrea e il padre? L’innamoramento e il fascino, quello che uno vede, quello che uno vuole vedere e si racconta; le infinite possibilità del virtuale.
    È una storia vera? Sì, è una storia accaduta. Fulvio Ervas non ha tradito Franco Antonello così come Franco Antonello non ha tradito Andrea. Ma forse l’amore che intride questo racconto è ciò che sfuma un po’ il concetto di vero o che dovrebbe sfumare soprattutto il bisogno che abbiamo di questa parola, specialmente se con essa vorremmo veicolare una speranza di riscatto collettivo che non è quello che questa storia consente: perché non è proprio possibile, molto spesso, e proprio per le differenti condizioni in cui si trovano molte famiglie, non solo in termini di disponibilità ma anche di immaginazione, disegnare una vita come quella che Franco è stato capace di progettare per il proprio figlio. Del resto sono proprio Antonello e Ervas stessi a ripeterlo: non hanno voluto scavalcare le verità scientifiche o presentare un nuovo manuale di istruzioni per l’uso.
    È per questa ragione che il racconto può allora assumere i tratti delle favole, ove il tempo ha poca importanza e i protagonisti in sella alla loro Harley Davidson possono essere tanto belli, e sempre per questo il racconto della malattia può essere in qualche modo falsato, o quantomeno parziale (la ricerca scientifica ha avanzato seri dubbi, se non certezze negative, sul fatto che le vaccinazioni abbiano un ruolo nell’insorgere dell’autismo, e ha espresso anche diverse riserve in merito alla comunicazione facilitata).
    Il mercato editoriale intercetta il bisogno di autenticità, sentito come urgente, ma forse dovremmo interrogarci con attenzione su come, quando, ma soprattutto perché parlare di “vero”.
    Se la testimonianza non è gesto politico né necessità etica, come accade quando le condizioni di una situazione la rendono tanto singolare da non consentirle di farsi modello per pensare altrimenti circostanze altrettanto difficili, eccezione dunque più che esempio, il rischio è che l’autenticità si riduca a essere soltanto strumento retorico. In fondo, se la letteratura è potente, comunica aprendo orizzonti di possibilità e facendoli percepire senza dover fare leva, per dar da pensare e sentire, su un qualche certificato di realtà.

  • 07Mag2012

    Rita Bugliosi - almanacco.cnr.it

    ‘Se ti abbraccio non aver paura’, di Fulvio Ervas, racconta il viaggio che Franco Antonello e il figlio Andrea hanno compiuto nell’estate del 2010, partendo da Miami negli Stati Uniti e arrivando in Brasile, passando per Messico, Guatemala, Belize, Costa Rica e Panama. Un percorso di per sé avventuroso – compiuto senza prenotazioni, all’inizio in sella a un’Harley Davidson poi in auto, in aereo, in barca – e reso ancor più ricco di emozioni dal fatto che Andrea è un adolescente affetto da autismo.

     

    Andrea non parla molto, ma riesce a comunicare con i suoi familiari usando la tastiera del computer: grazie al pc spiega i suoi desideri e ciò che prova con frasi quali: “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà. Andrea vuole guarire”.
    Andrea è pieno di energia, si muove continuamente, camminando spesso sulle punte, cerca il contatto fisico con le persone abbracciandole e toccandole sulla pancia per carpirne le emozioni, gli piace mettere in ordine gli oggetti fuori posto, spezza i fogli in pezzi minutissimi e adora l’acqua, nella quale starebbe immerso per ore. Comportamenti in qualche caso maniacali, che non impediscono al padre di organizzare con lui una vacanza di tre mesi in giro per le Americhe. “L’idea di un grande viaggio ha cominciato a lavorare dentro, in silenzio. Come un virus. Senza manifestazioni evidenti. Non sentivo il bisogno di un progetto dettagliato. Per Andrea le ore sono sempre un imprevisto: sarà così anche per me, e andrà come deve andare”.
    E gli imprevisti arrivano, rendendo il tour un’avventura indimenticabile e intensa: ci sono incontri con sciamani e veggenti, con musicisti, con nuovi amici, con donne attratte dalla bellezza e dalla stranezza di Andrea. Franco durante il viaggio raccoglie quanto accade in un diario e al ritorno contatta lo scrittore Fulvio Ervas, chiedendogli di trasformare quell’esperienza in un libro. Un’opera che aiuta chi non ha esperienza diretta dell’autismo a comprendere meglio questa patologia e che dà forza e speranza a chi invece con essa deve convivere.

  • 06Mag2012

    Alberto Di Stefano - conlamoto.blogspot.it

    Scrivere un libro è il sogno di tanti. Scrivere un libro di viaggi in moto riesce a qualcuno. Scrivere un libro di viaggi in moto che emozioni davvero riesce a pochi. Girare tra bancarelle e librerie alla ricerca di racconti di viaggio (possibilmente conlamoto…) che stimolino la fantasia è uno dei miei svaghi preferiti.

    Sebbene gli scriventi o scribani come me dovrebbero lodare la rete e i siti di free bloggin, promuovendoli come i mezzi migliori dove condividere gratuitamente riflessioni ed esperienze, senza dover sottostare alle logiche commerciali dell’editoria tradizionale, è innegabile che sfogliare e tenere tra le mani un oggetto tangibile come un libro, che profuma di stampa e dove le parole restano impresse per decenni, ha un fascino insuperabile. E pubblicarne uno rappresenta un traguardo straordinario per ogni appassionato di scrittura che abbia una storia da raccontare. Nella sezione Viaggi delle librerie è facile trovare libri dedicati ai viaggi in moto, ci sono i classici del compianto Giorgio Bettinelli e i best seller di Ted Simon, ci sono i nuovi autori come Giorgio Serafino e ogni tanto salta fuori anche qualche nuovo esploratore su due ruote che prova ad inserirsi in questa sottile nicchia editoriale. Nella sezione Guide Turistiche invece si trovano ben altro tipo di libracci scritti senz’anima da chissà chi: le guide che propongono una serie di freddi e anonimi itinerari in giro per l’Italia, secondo il volere dell’editore di turno. Ne sono allergico perché, piuttosto che tenere un mattone di guida sulla borsa serbatoio, preferisco accendere la moto e andare dove mi porta l’istinto, imboccando le strade che sul momento mi affascinano di più. È sufficiente una buona cartina stradale. E via.

    Tornado alle librerie, i testi più insoliti e sorprendenti da scoprire sono quei romanzi che affrontano temi più ampi e generici rispetto al motociclismo puro, ma che ricorrono ad esso per esprimere il senso di libertà di cui la moto è emblema. Giorni fa ho beccato due libri freschi di stampa molto interessanti che appartengono proprio a quest’ultima categoria. E li consiglio vivamente.
    Il primo è “Stranieri alla terra” di Filippo Tuena (Nutrimenti, 352 pagine, 18,50 euro).
    L’altra sorpresa è il quarto libro più venduto in Italia e il secondo nelle librerie Feltrinelli: non lo sto certo scoprendo io, ma promuovere la cultura non è mai superfluo!
    Di nuovo, ad attirare la mia attenzione è l’immagine di copertina: una Harley Davidson stilizzata, superaccessoriata e stracarica di bagagli, su uno sfondo verde fluo. “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos, 320 pagine, 17 euro) è la vera storia di Franco, padre disposto a tutto per combattere la malattia del figlio, e Andrea, un ragazzo autistico dall’abbraccio dirompente. Un’avventura coraggiosa e imprevedibile raccontata con umorismo: in fuga da terapie di ogni genere, padre e figlio partono insieme per un viaggio diverso e senza meta. Tre mesi in moto tra strade, deserti e città, 38mila chilometri attraverso l’America, verso il Messico e fino alle foreste del Guatemala e dell’Amazzonia. Durante il viaggio i ruoli tra i due si ribaltano e non si sa più chi sia “diverso”. Il genitore impara dal figlio ad abbandonarsi alla vita e finisce per desiderare di rimanere in viaggio con lui per sempre. Credetemi, vale la pena salire su quella Harley con Franco e Andrea.

  • 06Mag2012

    Orsola Vetri - Famiglia Cristiana

    Il vento tra i capelli, la polvere sulla pelle, i muscoli stanchi, sete e fame da saziare dove più ci piace: siamo anche noi in sella a una Harley Davidson, viaggiamo senza una meta precisa e senza sapere dove dormiremo, cosa mangeremo e ci sentiamo liberi e forse felici…

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  • 04Mag2012

    Guglielmo Paradiso - laltrapagina.it

    È partito per quel viaggio molto tempo prima,  precisamente quel maledetto giorno di quindici anni fa quando il dottore, con la franchezza tipica di un professionista avvezzo a rapportarsi abitualmente con i malanni e il dolore, gli ha rivelato che suo figlio Andrea soffriva di Disturbi dello Spettro Autistico, una sindrome che è tutt’oggi un enigma per la scienza.

     

    L’estate si avvicina e Franco Antonello è stanco dei consigli dei medici che invitano a prenotare le solite vacanze tranquille, rispettose della «regolarità delle consuetudini, tanto amate – a detta dei luminari – dalle persone autistiche; l’uomo sente dentro di sé crescere la pulsione dell’erranza, il richiamo dell’avventura, la voglia di gettarsi dentro gli imprevisti che possano, forse chissà, stimolare lo sviluppo di un nuovo contatto con Andrea, ormai maggiorenne, perso spesso e volentieri tra due mondi, quello dei terrestri e il suo, fatto di colori e di stati d’animo rapidamente mutevoli paragonabili agli stadi fisici dell’acqua. E così – in barba a familiari, medici e insegnanti preoccupati – si getta in quest’avventura, un viaggio on the road lungo l’America che non tenga conto di itinerari e tappe prefissate, che sia lasciato in balia degli incontri e dei desideri di questa moderna coppia di stravaganti cavalieri erranti.
    Giorno dopo giorno, attraversano prima in moto gli Stati Uniti – Florida Louisiana Texas New Mexico Arizona California – poi, dopo aver ricevuto l’incarico di consegnare la lettera di una nonna ad una nipote scapestrata e confusa, in auto e aereo l’America del Sud, fino a raggiungere Arraial d’Ajuda, ridente cittadina del Brasile. Un viaggio fatto di soste nelle spiagge più belle per assecondare la passione del ragazzo per i tuffi, e qualche imprevisto, pochi in verità, dovuti alla stanchezza e  a qualche ingenua “marachella” del giovane Antonello, talvolta in preda alle sue stereotipie come quel bisogno indispensabile di abbracciare gli sconosciuti, la ricerca di un affettuoso contatto fisico che talvolta può essere frainteso. Ma, soprattutto, un percorso ricco di  incontri straordinari che regalano a Franco la possibilità di osservare il mondo da un’altra angolazione, quella dell’autismo; infatti, se il viaggio in moto negli USA permetterà a Franco di rafforzare il rapporto simbiotico con il figlio, permettendogli quasi di identificarsi con i pensieri del ragazzo, sarà l’incredibile e variegata popolazione del Sud America – maggiormente disposta non solo a comprendere, ma ad accettare la diversità senza pregiudizi – a regalare a Franco un po’ di quiete dai suoi timori, quelli di un padre che soffre perché il proprio figlio non potrà mai divenire un adulto del tutto autonomo: proprio in Brasile – ospiti di una piccola comunità che, felice di arricchirsi della conoscenza di questi stravaganti visitatori, li riceve con grande cortesia – Andrea si allontanerà brevemente dal padre per correre lontano, tra le braccia del suo primo amore.
    Se il futuro resta un’incognita per il protagonista di questo meraviglioso racconto di viaggio, preoccupato per l’avvenire del figlio nel giorno della sua dipartita, è il presente ad acquistare un nuovo significato; sebbene, infatti, il testo sia corredato di mappa del Nuovo Mondo con tanto di tragitto compiuto, non è il viaggio nello spazio ad affascinare il lettore, bensì l’esplorazione che Franco, osservando Andrea con l’occhio privilegiato del viaggiatore, percorre attraverso i meandri di quella tirannia semantica della maggioranza che è la “normalità”; le sue impressioni sciolte, discursion secondo il termine tecnico coniato da  Osbert Sitwell, non riguardano i nativi, se non quando qualcuno degli “indigeni” riesce a stabilire un contatto con il ragazzo, e sono ridotte all’osso le descrizioni dei luoghi.  L’”Altro” e l’”Altrove” – annientati nella modernità dalla globalizzazione e dal bombardamento mediatico, rei di aver estinto nel mondo occidentalizzato il pittoresco locale – si concretano nel romanzo in quell’abitante di un mondo primigenio, diverso e lontano dal nostro che è Andrea.
    Ervas, trasfigurando gli Antonello in personaggi letterari celebra un inno alla vita, la cui bellezza risiede proprio nell’eccezionale diversità delle forme e delle esistenze tramite le quali essa si manifesta, un tema caro allo scrittore persino nei gialli comici del “Ciclo dell’ispettore Stucky”.
    Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, edito da Marcos y Marcos, un capolavoro odeporico, da mesi in cima alle classifiche, nato dall’incontro tra lo straordinario talento di un autore e l’immenso amore di un padre coraggioso.

  • 03Mag2012

    Chiara Sirianni - tempi.it

    Andrea ha appena compiuto diciotto anni e gli è stata diagnosticata una grave forma di autismo da quando ne ha tre. Suo padre, Franco Antonello, si trova davanti a un’estate come tante: gli amici che mandano i figli ai centri estivi, li affideranno ai nonni, li porteranno con loro in campeggio, mentre a lui toccano le solite preoccupazioni: chi sta con Andrea? Cosa fargli fare? Come riempire le giornate per arrivare a settembre senza esaurire ogni energia nel difficile tentativo di trovargli costantemente delle occupazioni? E nasce un’idea, avventata forse, strampalata, ma che diventa vera man mano: una moto, una cartina, due zaini in spalla e l’America da percorrere. Coast to coast, un grande classico. È una sorta di terapia d’urto, scandita da una regola principale: “Occhio sempre a papà”.

    Il loro viaggio è diventato un libro (Marcos Y Marcos editore, 320 pagine, 17 euro) che si intitola Se ti abbraccio non aver paura. È la frase che i genitori hanno fatto scrivere su tutte le magliette di Andrea, che ha un’irredimibile tendenza a distribuire baci, abbracci, e a toccare le pance delle persone, con una speciale predilezione per gli sconosciuti. Il romanzo, scritto dal trevisano Fulvio Ervas, cui Antonello ha raccontato la sua storia davanti a uno spritz, ancora prima di uscire è diventato un vero e proprio caso: complice il passaparola e qualche passaggio televisivo, in due giorni la prima edizione ha esaurito tutte le copie.«Siamo contesi tra trasmissioni e interviste. Oggi mi sono arrivate cinquemila email di sconosciuti. La gente si è appassionata e ovviamente fa piacere. Ma il mio timore è che si voglia vedere solo una parte della storia: i grandi orizzonti, la polvere che si alza sotto il sole cocente, i fast food, tutto l’immaginario da road trip insomma, e il legame indissolubile padre-figlio. Che ovviamente c’è, ed è fortissimo, come è stato meraviglioso il nostro viaggio. Ma attenzione, non è fiction. E non è tutto rose e fiori. Rose e fiori occorre cercarli bene». L’ha scritto anche Andrea, sul computer che usa per comunicare, una sorta di imperativo, di avvertenza: “Non raccontiamo favole ma storie vere”. A voce si esprime in modo sconnesso, pronuncia parole secche: a casa, in giro, quello verde.Com’è la vita di tutti i giorni? «Andrea sta bene fisicamente, con lui si possono scalare le montagne. Ma convivere con i ragazzi affetti da autismo, che spesso hanno difficoltà anche maggiori delle sue, a volte è davvero un calvario. Non si sa come comportarsi, non si capisce se hanno freddo o fame. Non socializzano con nessuno. Lo fai con tutto l’amore del mondo, ma a volte è umano, ci si stanca. La chiave di volta sta nelle parole che pronunciò il nostro medico, per spiegarmi come fosse l’autismo. Mi disse: la vita è imperfetta, ma ha una sua forza». La malattia viene diagnosticata quando ha trenta mesi. «Ero andato a Siena, a ritirare gli ennesimi esami. Per trecento chilometri ho riempito la macchina di urla e di lacrime. È stato il mio modo di entrare in fondo alla realtà. Però in quel momento ho capito che non avrei sopportato una vita scandita da un continuo pianto senza lacrime. L’avrei affrontata con rabbia, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi».

    E l’idea dell’America nasce proprio così: se fatica deve essere, tanto vale che sia un’autentica avventura. Tra i dubbi dei parenti, degli amici e dei medici. Perché in genere le persone autistiche sono a loro agio solo in situazioni prevedibili. «Mi sono chiesto: rispetto di più Andrea tenendolo al riparo dal mondo o portandolo a riempirsi gli occhi? Ero combattuto. Sentivo, nel giudizio degli altri, che forse lo percepivano come una sorta di cavalcata a briglie sciolte».
    Visto il grande successo del libro, c’è stato un effetto emulazione? «Non vorrei che scattasse. Non intendo dire assolutamente che ogni figlio autistico vada trascinato su un moto per 38.000 chilometri dagli Usa all’Amazzonia. Al tempo stesso non c’è, purtroppo, nessun libretto di istruzioni. Si sa molto poco, di questa malattia. E io ho provato a fare apposta il contrario di tutto. Ho capito che è fondamentale non circondare i nostri figli di tristezza, questo sì, ma di piccole cose speciali: una passeggiata, un cinema. È stato un esperimento: se fosse successo qualcosa avrei preso il primo aereo e sarei tornato a casa. Invece ogni giorno è stato migliore di quello precedente, tutto mi stupiva, avevo sempre qualcosa da annotare la sera. È tornato molto più sorridente: dritto, fiero di sé». In mezzo, un viaggio fatto di vento nei capelli, cameriere portoricane, baci al chiaro di luna, musica, sciamani, bagni nell’oceano, patatine fritte, cimiteri indiani, palafitte, carne alla griglia, carezze ai coccodrilli, incontri.
    «Andrea è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto. Nella vita, intendo. Prima avevo tutta una serie di priorità: personali, professionali, materiali anche. Adesso tutto viene in secondo piano, dopo le sue esigenze. E soprattutto acquista un senso. A volte ci lamentiamo anche perché piove. Anche le cose più drammatiche, viste con gli occhi di un ragazzo che per tutta la vita è destinato a stare chiuso nel suo involucro, diventano leggero come l’aria. Fa venire fuori l’anima che hai dentro. Viene anche a te la voglia di abbracciare le pance degli sconosciuti. È la misteriosa dinamica di certe partenze: vai a capire che cosa si muove dentro, tra la pancia e il cervello».

  • 03Mag2012

    Chiara Sirianni - tempi.it

    Fulvio Ervas è la penna del romanzo “Se ti abbraccio non avere paura”. E venuto a contatto con la storia di Franco nel 2010: «A settembre era tornato dal suo viaggio, aveva il desiderio di mettere ordine ai suoi appunti, e probabilmente aveva la sensazione di aver fatto un’impresa originale e importante, per sé e per suo figlio». Attraverso un amico comune si incontrano, e inizia un lavoro, durato quasi due anni, di elaborazione sull’esperienza vissuta.

     

    «Insegno in una scuola superiore in cui accogliamo, cercando di farlo al meglio, diversi studenti con disabilità» spiega Ervas a tempi.it. «La vita è piena di sfumature, E questi ragazzi ne sono espressione piena. La condizione emotiva di un ragazzo autistico non mi è estranea, pur non essendo un esperto. Mi ha colpito Andrea, la sua fisicità, la sua eleganza gestuale, certi sguardi profondissimi, anche se sfuggenti. E mi ha colpito Franco».
    Perché? «Ogni genitore che abbia un atteggiamento positivo verso i propri figli mi colpisce. Un padre che decide, anche contro molti pareri, di uscire dagli schemi, di esplorare più a fondo l’autismo dei figlio ed esplorare sé come uomo e come padre, può non colpirti? E poteva lasciare indifferente uno che dice: cosa può succedere ad un padre con un figlio autistico, girando per il mondo, di più complicato di quanto stia già affrontando quotidianamente? Gli ostacoli non sono nei chilometri ma nel difficile rapporto con questa malattia».
    Tra i due si è creato un rapporto solidale, come capita spesso tra due padri: «Siamo due persone che per i propri figli qualche faticaccia se la sopportano volentieri. Perché p stato questo, il punto da cui abbiamo iniziato a costruire». Un altro elemento in comune è stata una sensibilità molto simile: «Niente piagnistei. Si possono fare, se uno lo desidera, noi no. Pensare al domani, sentire che si ha la forza di reagire e non subire. È il rapporto tra due viandanti, ciascuno con il suo particolare allenamento, la sua conoscenza del percorso, le sue illusioni, i suoi sogni, ma entrambi capaci di camminare fianco a fianco, per un tratto, raccontandosi cose della vita che si ascoltano solo poche volte, solo su certe strade. Solo da certe persone. E che ti fanno crescere».

  • 02Mag2012

    Camilla Ronzullo - zeldawasawriter.com

    «Tantissimo ho da dare.Dico sono tanto diverso con figura fuori uguale agli altri, dentro giostra di colori ho» Andrea

    Quando Franco, il padre di Andrea, chiede ad Angelica cosa veda negli occhi di suo figlio, lei risponde: Nuvole che corrono.
    È un magnifico racconto di passaggi, quello di Se ti abbraccio non aver paura, scritto da Fulvio Ervas per Marcos y Marcos: acqua che scorre, chilometri da macinare, flussi d’amore e di parole scritte.

    Un racconto di passaggi veri e sofferti che ha come protagonisti Andrea Antonello e suo padre Franco, persone in carne, cuore ed ossa, che abitano ad una manciata di km da ognuno di noi. Persone con mattine vere in cui alzarsi e ricominciare da capo e notti altrettanto reali in cui perdersi nei sogni.
    Il primo è un diciottenne bellissimo, testa riccioluta intrappolata in pensieri di libertà, il secondo è amorevolmente indirizzato verso la scia che il figlio traccia, in un tripudio di sentimenti materici, abbracci stritolanti e di saltelli in punta di piedi. Sempre diversi, sempre imprevedibili.
    Con loro l’autismo, un compagno odiato, improvviso e perennemente interrogato. Una rete dalla fitta trama che costringe Andrea, lo ancora ad un mondo lontano e parallelo e rende difficile il lento fluire di quello che gli occhi vedono, sgranocchiano e lambiscono.
    In un giorno qualunque del 2008, contrariamente a tutti i pareri espressi, i due partono per un’avventura mirabolante: 38 mila km di viaggio, da Miami (Stati Uniti) ad Arraial d’Ajuda (Brasile). Un viaggio raccontato mirabilmente dalla penna di Fulvio Ervas in questo libro che io sento di consigliarvi con tutta me stessa.
    Qualche tempo dopo, grazie ad un amico comune, Franco e Fulvio si incontrano al bar.
    Per un anno e mezzo Franco racconta a Fulvio il suo viaggio, gli mostra foto e video, gli descrive i pensieri, le risate, la paura. Fulvio fa sua questa storia e la rispetta talmente tanto da lasciare che le parole fluiscano dalla sua penna, con la fantasia delle anime votate al bene e alla bellezza.
    Anche lui motore di un passaggio essenziale, quello delle parole. Le stesse che Andrea vede ma non riesce a dire, quelle che scrive al computer, in essenziali e disarmanti conversazioni con i suoi genitori. Parole amiche e nemiche, che digita sulla tastiera lettera per lettera, non prima di essersi toccato ogni volta il cuore.
    Siamo tutti motori di un passaggio, mani di una catena che potrebbe generare viaggi imponenti negli interstizi dell’indifferenza e in quelli della paura. Questo libro ci porta nei colori di Andrea, nel suo gusto cromatico così violento e chiaroscurale, nella lotta straziante per farsi traghettare fino al mondo di quelli che lui stesso definisce terrestri.
    La meravigliosa inventiva della Vita fa sì che in un preciso punto del viaggio, dopo aver abbracciato storie, volti e colori diversi, sia lo stesso Andrea a farsi tramite prezioso di una lettera, una lettera prontamente sbriciolata dalle sue mani e indirizzata ad altrettanti dolori, ad altre lacerazioni.
    Sono così felice che questo libro mi abbia raggiunta!
    Felice di aver abbracciato la scrittura emozionante di Ervas, di aver viaggiato in luoghi stupefacenti, con un inedito senso di libertà tra i capelli, e di aver toccato la pancia della vita di Andrea.
    Da vicino. Silenziosamente. Con le mie lacrime e i miei sorrisi.
    Con il meraviglioso sentimento di coraggio e azione di un padre che impreca ma ama. Ama di un amore che è passaggio, fluido, attraversamento, cammino senza meta, da intraprendere con il sorriso della speranza.
    In una delle parti più poetiche del libro, Andrea e Franco trovano una fila di roulotte a cui corrispondono altrettante e straripanti buche delle lettere. Molte delle missive che vi giacciono attendono di essere lette da tempo immemore, con il rischio che ciò non accada mai. Loro però resistono saggiamente incastrate e attendono. Anche Andrea lascia la sua lettera di colore e strappo e con lui il padre, che si priva di una loro conversazione al computer, per farla viaggiare nelle fantasiose trame della casualità.
    In questo libro si parla di un amore che è espressione difficile, codificazione incerta, pacata – ma non rinunciataria – attesa di nuove lettere da aprire, di nuove parole da imprimere sulle missive del cuore. Le lettere che attendono nelle cassette mi sono parse una potentissima metafora dello sforzo inenarrabile del passare la frontiera, del condividere, del dire, di valicare il concetto di normalità per perdersi nella fusione di un abbraccio improvviso e caracollante.
    Le parole. Motori anche loro di un passaggio.
    Il più grande, quello dell’Amore.

  • 01Mag2012

    Fulvio Ervas - Elle

    Un papà, un figlio, uno scrittore. E una lunga, spericolata, avventura attraverso le due Americhe. Questa però non è la solita storia on the road, perché il compagno di viaggio è imprevedibile: l’autismo…

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  • 01Mag2012

    Naf - 9colonne.it

    ERVAS: COME HO TRASFORMATO UN’ESPERIENZA SOGGETTIVA IN RACCONTO PER TUTTI

    Da settimane “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos y marcos; euro 17; pp. 320) si trova ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti su internet e nelle librerie. L’autore Fulvio Ervas racconta la storia di Franco e Andrea, padre e figlio, che decidono di partire per un viaggio in moto attraverso gli Stati Uniti e l’America del Sud. Tutto normale, se non fosse che Andrea è un ragazzo autistico e la loro è una storia vera che Fulvio Ervas, prima di scriverla, ha ascoltato in prima persona.

    “Una parte importante del lavoro per questo romanzo, dopo aver letto gli appunti di viaggio, è stata soprattutto ascoltare, per quasi un anno, dalla voce di Franco le sensazioni, le riflessioni, gli elementi di ogni episodio accaduto, le sfumature – ha spiegato Ervas, – Franco è stato bravissimo a comunicare grandi suggestioni”. “La realtà, come ben sappiamo, è talmente fitta di dettagli e avvenimenti che narrarla significa sempre applicarle dei filtri e tradurre, con il proprio linguaggio e sensibilità, oggetti, sensazioni, sequenze di fatti – ha proseguito Ervas spiegando il processo che ha portato alla stesura del romanzo, mescolando la realtà all’immaginazione dell’autore. – Questo ha significato, semplicemente ma accuratamente, cercare di descrivere gli sfondi, le persone incontrate, le situazioni, con un linguaggio adeguato. Un po’ suggestivo. Perché il lettore, attraverso le parole, senta l’attenzione, la cura, l’importanza della storia che sta leggendo”. Nel romanzo, scritto interamente in prima persona, sembra veramente che a parlare sia il papà di Andrea, Franco Antonello. Un’impresa non facile, come racconta Fulvio Ervas: “Scrivendo in prima persona, e non poteva esserci altra scelta in una storia così, il problema era mantenere la giusta distanza: essere il padre di Andrea mentre scrivi e non esserlo nella realtà. Raccontare la storia del viaggio senza essere travolto dalle emozioni. Mantenere il distacco necessario per poter trasformare un’esperienza soggettiva in un racconto più ampio, rivolto a tutti, dove ciascuna persona possa ritrovare elementi di riflessione sugli scalini che la vita, alle volte, ti mette davanti”. A colpire di più, leggendo questo libro, è l’incredibile capacità di Andrea di comunicare attraverso la scrittura. “Narrativamente le parole di Andrea che il padre Franco porta con sé, durante il viaggio, su fogli di carta, e che legge, in vari momenti, sono un modo per ricordare al lettore che il problema dell’autismo è sempre la comunicazione tra due mondi. Che per un genitore dover rimanere ai margini della ‘mente autistica’ implica muoversi e vivere in un territorio complicato, dove sono necessarie grandi strategie di risposta, grande forza e coraggio”, commenta l’autore, sottolineando l’importanza di questo elemento e aggiungendo: “Poi Andrea comunica molto con il corpo: la gestualità, il modo con cui cammina, lo sguardo sfuggente ma spesso profondissimo. Anche raccontare questa fisicità è stato emozionante”.

  • 01Mag2012

    Stefania Vitulli - Il Giornale

    Quasi ottantamila copie vendute – ma punta alle centomila a breve – quarto posto in classifica, copertine, apparizioni in tv, da Le IeneLe invasioni barbariche, recensioni a pioggia e un giro completo della rete: il tappeto rosso del successo letterario si è srotolato in meno di venti giorni per Se ti abbraccio non aver paura

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  • 27Apr2012

    Redazione - Bol Cafè

    Se ti abbraccio non avere paura è la frase scritta sulla maglietta di Andrea, adolescente con il vizio generoso di avvinghiare ogni persona che incontra, come se volesse bene a tutto il mondo. La maglietta viene da un’idea di suo padre, un modo per comunicare agli altri quello che Andrea non può dire. Perché Andrea, bel ragazzo dai capelli lunghi e l’aria svagatamente rock & roll, è autistico. E lo sa, e ne soffre.

     

    Dopo anni di lotta, la famiglia si rassegna: nessuna cura sembra poter guarire Andrea. Per reazione, il padre decide di premiare il figlio con un viaggio. Lo porterà in giro per le Americhe, per mesi, in moto, zaino in spalla a bordo di una Harley Davidson. I due partono dagli USA, attraversano 11 stati e quindi si dirigono verso Sud, chilometri e chilometri fino in Messico, e poi ancora giù verso le grandi foreste dell’Amazzonia. Proprio durante la traversata il papà scopre in Andrea un perfetto compagno di avventure, perfino a suo agio, nella sua maniera speciale, in questa nuova dimensione esplorativa di genti e di autostrade.
    L’itinerario è punteggiato di sguardi sul mondo e dentro l’anima, di meraviglia e di episodi commoventi come solo il sentimento fra un padre e un figlio in difficoltà possono rappresentare.
    Tornato in Italia, nel natìo Veneto, il papà di Andrea una mattina, di fronte a un bar, incrocia il romanziere Fulvio Ervas. Siamo a Treviso, Ervas è la celebrità della zona, tutti lo conoscono per la fantasia con cui ambienta le sue trame fra quelle colline.
    Franco, padre di Andrea, avvicina lo scrittore, gli spiega che stavolta è lui ad avere una storia da raccontare. E a Ervas riesce la magia di cui solo i bravi narratori sono capaci: trasformare le parole delle chiacchierate davanti a un bicchiere in un romanzo intenso, straziante ma allo stesso tempo pieno zeppo di gioia. Per tutte le pagine la voce emozionata resta in prima persona singolare, come se fosse quella del genitore protagonista.
    Adesso Se ti abbraccio non avere paura svetta in cima alle classifiche italiane. La televisione (Le Iene, Le Invasioni Barbariche) si è interessata a questa vicenda editoriale, il passaparola e la buona critica hanno fatto il resto. E la famiglia di Andrea devolverà i proventi delle vendite a un ragazzo della Costarica conosciuto durante quei giorni indimenticabili: anche lui deve combattere con l’autismo.

  • 26Apr2012

    Paolo Bottirol - nobordersmagazine.com

    “Carissimo, penso che il viaggio che stai facendo con Andrea sia una delle più belle cose che farai nella tua vita, è un gesto di grande coraggio e amore, penso a quanti momenti meravigliosi stai vivendo, che ti serviranno a superare qualsiasi ostacolo.”

    Questo è un viaggio che parte da lontano. Senza saperlo. Parte da una diagnosi di autismo confermata e trecento chilometri in macchina verso Siena, durante i quali l’abitacolo si riempie di urla e lacrime, per entrare fino in fondo nella realtà.
    Ma quello, spiega Franco Antonello, il papà di Andrea, ragazzo autistico ormai diciottenne, è stato anche il momento in cui ha capito che non avrebbe vissuto un continuo pianto senza lacrime, non sarebbe rimasto a inghiottire “vicoli ciechi in salsa di palude.”
    Così, insieme al figlio, ha deciso, non attenendo alle indicazioni di nessun medico, di partire per l’America, con una carta di credito nel portafoglio ma nessun programma preciso in mente. Un viaggio che è stato raccontato attraverso le parole dello scrittore Fulvio Ervas nel libro: Se ti abbraccio non aver paura, edito da Marcos y Marcos.

    Il titolo è tratto da una frase che i genitori di Andrea avevano scritto sulle magliette del figlio durante le scuole elementari, per tranquillizzare i compagni e le compagne di classe che tendeva ad abbracciare con forza e a cui toccava di continuo la pancia, forse perché solo da lì, dove nasce la vita, si può capire cosa porta con sé il cuore delle persone.
    Se ti abbraccio non aver paura è un viaggio on the road, fatto di moto, vento nei capelli, dogane, viaggi aerei, incontri, cibi nuovi, sensazione di straniamento, occhi pieni di meraviglia, benzina finita, sciamani, bagni nell’oceano e qualcosa di simile all’amore. Detta così, è il viaggio che molti di noi sognerebbero.
    In realtà però è qualcosa di totalmente diverso. È un viaggio dentro l’autismo, un viaggio che sprona a non arrendersi e ci insegna che i confini sono solo le nostre paure. Sono giorni che cementificano ancora di più il rapporto tra un padre e un figlio speciali, che gli consentono di conoscersi come la vita di tutti i giorni non gli aveva ancora permesso. Un papà che non riesce a sapere cosa frulla tra i ricci da rocker del figlio, ma che, mentre lo osserva dormire, si ripete che darebbe qualsiasi cosa per scoprire quei pensieri.
    Per il lettore, invece, è un viaggio che aiuta a conoscere una malattia di cui, se non ti sfiora per qualche motivo, ognuno di noi saprebbe dire poco. Anche perché ancora poco sa dire la medicina. Ma è una malattia che ha una percezione limpida nella mente di chi ne è vittima, come emerge dai pensieri di Andrea, scritti a fatica sulla tastiera di un computer. Viene da commuoversi, quando si legge che dal suo mondo irraggiungibile scrive: “Papa scusami io non controllo il mio corpo. Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà. Andrea vuole guarire.” O quando Franco gli chiede di che aiuto ha bisogno e lui risponde: “A guarire dalla mia condizione di autismo. Sono stanco di stare così.”
    É uno di quei libri che ok, magari non sarà da premio letterario, ma quando lo finisci hai voglia di consigliarlo e parlarne subito a un amico davanti a un caffè americano, raccontandogli quanto quelle righe ti hanno lasciato dentro. Una cosa che vale molto più di qualsiasi premio.

  • 18Apr2012

    Alessandro Beretta - Corriere di Milano

    Franco e Andrea sono legati da un elastico. Invisibile, doloroso, ma tiene bene per le loro vite: Franco è il padre di 51 anni, Andrea il figlio di 18 anni che soffre di autismo. La loro storia vera è un viaggio in moto attraverso l’America…

    Leggi l’articolo completo

  • 18Apr2012

    Marco Crestani - libereditor's blog

    La scrittura di Fulvio Ervas è affollata di sensazioni, di sentimenti, di conoscenze, di oggetti, ma ha anche tanti aspetti, tante facce, tanti colori.

     

    È resistente come le tele dei ragni e leggera e snella come una foglia, meraviglia, affascina, porta con sé un tesoro di immagini ricche di tenerezza, emozioni, incanti e fuoco incontenibile.

    Se ti abbraccio non aver paura è un libro immensamente felice, uno dei più felici che abbia mai letto. Segno che la letteratura trova la sua gioia chissà dove, in posti imprevisti, impensati, provvidenziali che spesso seguono il cammino di una nuvola. Posti così profondi e segreti che sovente la realtà non riesce a decifrare.

  • 18Apr2012

    Vero - glamtagonist.com

    Andrea è un ragazzo di 18 anni, grandi boccoli sui suoi lunghi capelli, un sorriso smagliante e due occhi dolci.

    Andrea ha attenzioni per tutti…abbracci e sorrisi che regala indistintamente.
    Andrea ha solo una piccola particolarità, che purtroppo lo distingue da altri ragazzi della sua età: è autistico.
    Nell’ultima settimana, grazie ad un’intervista fatta al papà, Franco, nella trasmissione Le invasioni Brabariche (13 Aprile 2012), e da poco un sevizio trasmesso al Le Iene show, ho potuto entrare a far parte, in piccola parte, della sua storia…anzi, la loro storia…
    La storia di un padre che è diventato un cavaliere che combatte per suo figlio intrappolato in questa maledetta torre chiamata autismo.

    Un cavaliere che non si arrende e continua a sognare, insime al suo eterno bambino.
    Franco e Andrea hanno fatto un viaggio durato tre mesi, in moto ed in auto in giro per l’ America, ed è questo il tema del libro del quale voglio darvi qualche informazione…
    Scritto da Fulvio Ervas, pubblicato da Marcos y Marcos e presto in vendita, narra la storia di un viaggio, un viaggio alla scoperta del mondo e di quello che un padre, dopo 15 anni, ancora deve imparare dal proprio figlio…e non solo per amore…purtroppo per esigenza.
    * Il Titolo del libro, come racconta Franco, è stato messo in ricordo delle scritta che ogni giorno preparava sulle magliette di Andrea…un messaggio puro e sincero, un avviso per preparare le persone agli abbracci che poteva regalare il figlio …indipendentemente da chi fosse la persona incontrata sul suo percorso.
    Il romanzo narra la storia del viaggio attraverso Stati Uniti e Brasile di Franco Antonello e di suo figlio Andrea, appena compiuti 18 anni. Per scrivere il libro, Franco Antonello ha parlato con Fulvio Ervas per più di un anno, per riuscire a spiegare le sensazioni, gli abbracci con persone sconosciute e la simpatia, nata per una ragazza brasiliana da parte di Andrea.
    La decisione di intraprendere questo viaggio è nata in Franco all’improvviso, pur consapevole che i ragazzi autistici hanno necessità di avere nelle proprie giornate tutte le azioni programmate.
    Così si parte per le Americhe, con l’intento di fermarsi solo quando sopraggiungeva la stanchezza.
    Andrea comunica attraverso il computer e la comunicazione facilitata, con il suo papà e con tutti. Così prima di partire, il papà ha chiesto ad Andrea, che tipo di viaggio avrebbe preferito, se un viaggio tranquillo o con feste, la risposta di Andrea sul monitor è stata; Tranquillo e feste.
    E ci sarebbero molte altre cose da dire…ma le parole non bastano…quindi …
    Vi lascio con alcune risposte date da Andrea, “poeta nella torre…”
    RIFLETTETE.
    MA SEI PIU’ FELICE O TRISTE?
    «Felice»
    NON SEI TRISTE PER TUTTO QUELLO CHE L’AUTISMO TI IMPEDISCE DI FARE?
    «Mondo parallelo è autismo devo imparare da terrestri»
    E TU… NON SEI UN TERRESTRE?
    «Terrestre imparo diventare».

  • 17Apr2012

    Liana Baroni - superando.it

    «Solo dopo avere messo in atto le terapie scientificamente provate per migliorare la vita delle persone con autismo – scrive Liana Baroni, soffermandosi sul recente libro “Se ti abbraccio non aver paura”, di cui si è parlato molto in televisione e anche nella “grande stampa” – definite ad esempio dalla “Linea Guida” dell’Istituto Superiore di Sanità, si possono aprire le ali della fantasia e delle esperienze individuali». «Perché – conclude la presidente dell’ANGSA – ogni storia umana è importante, ma il messaggio in essa contenuto non sempre è l’esempio da imitare»

     

    Si è parlato molto, nei giorni scorsi, del libro di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura (Milano, Marcos y Marcos, 2012), ove si racconta la vicenda di Franco Antonello e del figlio Andrea, affetto da autismo. Se n’è parlato anche in TV, con una lunga intervista di Daria Bignardi allo stesso Antonello, durante il programma di La 7 Le invasioni barbariche (13 aprile) e anche sulla “grande stampa”, con un intervento di Concita De Gregorio in «la Repubblica» (Il padre, la malattia del figlio e il romanzo di un viaggio, 14 aprile).
    Sul libro e su ciò che possono avere trasmesso quegli interventi, ai telespettatori e ai lettori, riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la seguente nota di Liana Baroni, presidente dell’ANGSA  (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).
    Se ti abbraccio non aver paura è una storia che affascina, perché narra la lotta di un padre contro il male che colpisce il figlio, l’autismo. È una storia vera e forte, che esprime sentimenti, rabbia, dolore e speranze di un padre. Racconta le emozioni e il lato magico della vita.
    Franco Antonello denuncia il fatto che il destino finale dei nostri figli è una vita di reclusione e sedazione, se non cambia profondamente la cultura attuale sull’autismo. E tuttavia, la sua esperienza non è un manuale di trattamento dell’autismo.
    Purtroppo, molti altri genitori – nell’affannosa ricerca della “cura miracolosa” che non c’è – possono fraintendere e pensare di dover ripetere le esperienze di quel padre, visto alla televisione venerdì scorso. Ma non si può prendere la sua storia – e lui lo ha ribadito -, come se fosse una ricetta di interventi efficaci contro le sindromi autistiche.
    La cavalcata in motocicletta richiama quella di un altro padre di un ragazzo autistico, Rupert Isaacson, autore di Horse Boy [Milano, Rizzoli, 2009, N.d.R.], fatta di viaggi nelle steppe della Mongolia e di cavalli veri, alla ricerca di rimedi magici e di emozioni forti.
    I genitori dei ragazzi con autismo in Italia non hanno bisogno di trasferirsi in altri continenti per cercare rimedi efficaci: esiste dal 2011 la Linea Guida sull’autismo dell’Istituto Superiore di Sanità, che dev’essere messa in pratica.
    Questi sono i trattamenti efficaci che i genitori devono perseguire e attuare per primi, e li devono pretendere dal Servizio Sanitario e dalla scuola. Solo dopo avere messo in atto le terapie scientificamente provate per migliorare la vita delle persone con autismo, si possono aprire le ali della fantasia e delle esperienze individuali, fatte anche di sfide come viaggi avventurosi e imprese sportive estreme, tra persone adulte e consenzienti.
    Ogni storia umana è importante, ma il messaggio in essa contenuto non sempre è l’esempio da imitare.
    *Presidente nazionale dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).

  • 17Apr2012

    Sara Rania - booksblog.it

    Fulvio Ervas ha già fatto capolino sulle nostre pagine. In un tempo non troppo lontano vi parlavamo del suo libro “Pinguini arrosto”, e delle avventure del commissario Stucky, ma da allora ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti e Fulvio, ha incontrato un’altra storia vera. Magari sarebbe più appropriato dire che è stata una grande e bella vicenda a venirgli incontro e ad ispirare la sua “ultima fatica”, arrivata in libreria solo pochi giorni fa.

    “Se ti abbraccio non aver paura”, per Marcos y Marcos editore è la descrizione di una rottura, di un momento buio che corrisponde con una diagnosi d’autismo e della partenza successiva. La vera storia di Franco Antonello e di suo figlio Andrea, un uomo e un ragazzo che hanno affrontato con coraggio una malattia amara e sono partiti per il grande viaggio della loro vita. Una Harley Davidson come compagna e le strade infinite d’America, per unire i legami e costruire ponti di comprensione difficile ma possibile. L’amore e l’avventura hanno trasformato un grande scoglio in una magnifica esperienza, finché l’esigenza di raccontare si è fatta più forte di tutto.
    Ed ecco che entra in gioco Fulvio, lo scrittore. Tra uno spritz e una chiacchiera lunga un anno, assorbe gli umori di quel saldo pezzetto di famiglia che gli si para davanti. Ne distilla parole e brani, mette insieme le varie tappe del lungo pellegrinaggio occidentale e tira fuori un romanzo che ha dentro “la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”, in una narrazione che ha dentro l’energia e la rabbia di un padre, pronto a lasciar tutto per insegnare a suo figlio il significato della bellezza e la delicatezza di quel ragazzo, che abbraccia il suo destino e con il solo tocco delle mani, riesce a capire le persone.

  • 16Apr2012

    Elisabetta Ambrosi - vanityfair.it

    Ho ascoltato senza quasi respirare l’intervista all’imprenditore Franco Antonello alle ultime Invasioni Barbariche di sabato scorso. Un genitore che, con occhi letteralmente innamorati, parla di suo figlio Andrea, autistico da più di quindici anni. E della sua scelta di seguire, con lui, un approccio istintivo, emozionale. Più che teoria, azioni concrete. In particolare spingerlo ad agire, a vivere, a coinvolgersi, ad esprimere ciò che prova, per quanto possibile. Invece che proteggerlo in maniera passiva, creando un habitat protetto – i bambini e ragazzi autistici hanno bisogno di routine, dicono gli esperti – questo padre fa quasi il contrario:spinge il figlio ad uscire dal suo mondo per scoprire il mondo, addirittura facendo un viaggio con tutta la famiglia di quasi cinque mesi, attraversando l’America, dagli Stati Uniti al Brasile. Viaggio che sta anche al centro del libro Se ti abbraccio non aver paura, scritto da Fulvio Ervas (Marcos y Marcos editore), uscito in questi giorni.

     

    La ricchezza emotiva di questo papà straordinario si dimostra quando parla con tranquillità e franchezza della sessualità di suo figlio. Anche qui, rovesciando qualche luogo comune: «Dicono che ai ragazzi autistici il sesso non interessa molto, dicono che sarebbe un rapporto troppo intimo con l’altro», si legge nel libro. «Bravi, avranno ricevuto una lettera da quel mondo che diceva: a noi il corpo e il sesso non interessano, a noi piacciono i numeri primi, le pitture astratte e raddrizzare stuzzicadenti. Io non ho verità ma mi basta guardare Andrea per capire che prova impulsi e desideri. Quando ci troviamo nel bel mezzo di questi argomenti, gli si stampa in faccia un sorriso che non va più via». Durante questo lungo viaggio sentimentale all’estero, Andrea incontra una ragazza, Angelica, con cui passa una notte intera. Di questa notte Franco Antonello racconta, con parole poetiche, che loro, genitori, non sanno nulla di ciò che potrebbe o meno essere successo. Eppure le emozioni che hanno provato, pensando alle sue, di emozioni, sono state talmente forti da averla resa una specie di prima notte anche per loro.
    A livello pubblico, si parla poco di autismo, un fenomeno che riguarda invece ben 400.000 persone. Tanto meno si parla di sessualità degli autistici (proprio come non si parla di sessualità dei malati, dei carcerati, degli handicappati e così via). Nei documenti e negli articoli di esperti o persone che si occupano in prima persona del problema (ad esempio questo) il tema della sessualità è trattato soprattutto in rapporto alle sue manifestazioni sociali. Si parla di come «gestire in modo socialmente accettabile le pulsioni», visto che i ragazzi autistici  non hanno il concetto di pudore. Di come insegnargli a masturbarsi in maniera “corretta”, ad esempio in bagno con la porta chiusa. Di come imparare l’igiene, gestendo ad esempio un fenomeno complicato come quello delle mestruazioni. Altri aspetti riguardano il tema della possibile insorgenza di convulsioni e soprattutto, quello, delicatissimo, degli abusi su ragazzi ovviamente più indifesi.
    Sono problemi reali, difficili, con cui i genitori si scontrano quotidianamente. Colpisce però che di innamoramento, amore, relazioni coniugali, addirittura maternità di persone con autismo non ci sia quasi traccia. O meglio, se ne parla sotto il segno dell‘impossibilità. «Questo è un evento molto difficile, tenendo conto delle difficoltà di interazione e dell’egoismo (dovuto alla mancanza di teoria della mente) che caratterizza la persona autistica, anche intellettivamente dotata. La persona autistica difficilmente terrà conto, dal punto di vista sia affettivo che sessuale, delle esigenze altrui e subirà delle delusioni fortissime, talvolta devastanti, quando fatalmente si renderà conto di non poter avere un ”fidanzato” di sua proprietà, o di dover rispondere a richieste troppo gravose da parte dell’altro». Meglio quindi tenerli impegnati su altri fronti, ma sentimenti e relazioni no.
    Non sono un’esperta di autismo. Ma la storia di Franco Antonello mi pare che testimoni la possibilità di un’altra strada. Questi ragazzi provano emozioni grandissime, che non riescono a comunicare: riconoscerle e provare a far sì che si manifestino in tutti i modi forse è un modo per facilitare la felicità e ridurre (l’enorme) sofferenza.
    Ci sono storie di persone autistiche che si sono sposate e hanno avuto figli. Ad esempio, quella raccontata da Wendy Lawson, madre di quattro figli ma anche omosessuale, autistica (non sappiamo in che modo, ma la diagnosi è quella). In un libro dedicato alla sessualità nell’autismo (tradotto in Sesso e sessualità nei disturbi autistici) si interroga sul fatto che la sessualità delle persone con autismo è vista sempre in maniera negativa, con preoccupazione, per possibili conseguenze (come gravidanze indesiderate), e più raramente come un aspetto della stessa vita emotiva della persona.
    Sicuramente, ripeto, tanti genitori di ragazzi autistici possono testimoniare che questa angoscia è reale, e che ci sono evidentemente problemi legati al comportamento e alle sue conseguenze sociali. Lo stesso padre di Andrea ha spiegato che quando altri genitori li chiamano per chiedere consigli e aiuto, lui rimane senza parole, perché non c’è esperienza che possa funzionare da modello.
    Però guardando il video della loro storia, leggendo il libro, osservando ancora, gli occhi stregati di un padre innamorato del figlio, ho avuto la sensazione inequivocabile che l’intensità emotiva di quella famiglia fosse, se non la terapia definitiva, sicuramente il nutrimento di cui Andrea è in cerca.

  • 16Apr2012

    Franco Ventimiglia - sherwood.it

    Un padre (Franco) e un figlio (Andrea), un viaggio. Solo che il figlio è autistico e il viaggio parte da Miami e finisce in Brasile. Passando per il Messico, Guatemala, Belize e Costarica.
    Un viaggio di quasi tre mesi per sfida, per coraggio, per un po’ di incoscienza, per un bisogno di libertà. Anche per illudersi che il mondo, entrando nella testa del figlio, scacci l’autismo.

    L’autismo è una sindrome le cui cause, come scrivono gli esperti, sono multifattoriali. Insomma non se ne comprendono le cause. Sappiamo che sono quasi 400.000 le persone colpite in Italia. Ognuna diversa dall’altra, ognuna con una storia, delle possibilità, delle speranze e delle disperazioni.
    Questo romanzo ne racconta una e una sola. Anzi, racconta solo una piccola parte di questa storia: i luoghi attraversati durante questo viaggio sono solo lo sfondo per parlare di Andrea e del suo comportamento, della sua difficoltà a comunicare. Della sua scarsa autonomia verbale, del suo abbracciare e toccare la pancia alle persone che non conosce.
    Però il romanzo cerca anche di esplorare quel territorio complicato in cui qualcuno di noi finisce quando ad una persona cara si attorciglia la vita. Territorio in cui si perdono le coordinate e dentro al quale bisogna trovare qualche strategia per arrivare a domani. Domani dopo domani. Non è facile, naturalmente.
    Non è un libro triste. Ci sono episodi divertenti, deserti, New Orleans e Las Vegas, le formiche dell’Amazzonia e un rito sciamanico. Ci sono riflessioni sulla “normalità”, perché “essere normali non significa poi nulla sul piano qualitativo”, perché i normex (normali) “ come tutti quelli che vivono troppo facilmente, non capiscono per davvero cosa significhi spendere in vita più di quanto si guadagni con essa, che si corre verso un traguardo sempre con le scarpe di piombo”.
    È un libro sulla vita. Non è un libro che vuole insegnare qualcosa. Non ci sono ricette, solo tentativi. Perché un padre ha voluto, semplicemente, reagire alla malattia del figlio, con un po’ di vita in più. Eccessivo? Sbagliato? Incosciente? Inutile?
    Bisogna rassegnarsi, rimanere ad aspettare il giorno in cui qualcosa verrà scoperto? Non bisogna provare a reagire? Non ci si arrende, semmai, dopo aver provato?
    Ecco, provarci. Anche questo ci porta a domani.

  • 16Apr2012

    Redazione - wuz.it

    Impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda. A volte è sepolto. A volte è semplicemente sentire la vita che ti attraversa: è partita da un punto, tu la prendi in consegna e la passi a qualcuno.

     

    Ho letto in passato gli scritti di Temple Grandin, e anche Un antropologo su marte di Oliver Sacks. Ho letto L’autismo di Uta Frith. Ho chiaccherato con alcuni specialisti e con genitori che vivono il problema dell’autismo. La letteratura scientifica e non che tratta i Disturbi dello Spettro Autistico è abbastanza vasta, è facile perdersi. Forse l’unico modo è aggrapparsi alle emozioni, galleggianti in un oceano così intricato e ancora in un fase di primitiva esplorazione. Alcuni passi sono stati fatti ma c’è ancora molto da fare per aiutare chi è affetto da autismo. Chi si sta muovendo in questa direzione è Franco Antonello e le persone che con lui hanno dato vita alla Fondazione I Bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it). Franco Antonello è il padre di Andrea, un ragazzo autistico di diciotto anni. La loro storia, o meglio la storia di un incredibile on the road che li ha visti protagonisti per le strade degli Stati Uniti, Messico, America Latina, è raccontata nel romanzo di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, edito da Marcos y Marcos. Ci si può sbilanciare qualche volta quando si incrocia un libro meraviglioso. E questa è una di quelle volte. Franco Antonello conosce lo scrittore Fulvio Ervas e gli affida per oltre un anno, tutti i ricordi della vacanza trascorsa con suo figlio Andrea. Due mesi e mezzo di strade, volti, emozioni. Fulvio Ervas ne ha confezionato un romanzo che ha dell’incredibile per quanto riesce a restituire a chi legge, anche il più piccolo dettaglio di quella straordinaria esperienza. Nell’estate del 2010 Franco Antonello e il figlio Andrea raggiungono Miami dove noleggiano una moto Harley Davidson. È un on the road a tutti gli effetti. Non ci sono prenotazioni. Ogni giorno si dorme in un posto diverso. Ogni giorno si conoscono persone nuove. Andrea per conoscerle tocca loro la pancia, le abbraccia. È una sua abitudine. Franco e sua moglie, la mamma di Andrea, si erano anche inventati delle magliette anni prima, in cui avevano scritto “se ti abbraccio non aver paura”, un avvertiimento per non spaventare chi veniva prescelto dalle attenzioni del figlio. Quel messaggio sulle t-shirt sarebbe poi diventato il titolo del romanzo. Sono pagine con un passo da maratoneta e incredibilmente ti ritrovi ad avere fiato sufficiente per poter sostenere quel passo. Leggi di un’avventura, come quando leggevi romanzi d’avventura per ragazzi. Due eroi sopra una moto. A volte piangi. Quando le parole ti restituiscono l’anima grande di un padre. Quando quelle senza filtro di Andrea (scrive attraverso un pc) ti chiudono lo stomaco per quanto sono potenti, dolorose, vere. Si scoprono molte cose sull’autismo, c’è speranza, c’è magia, c’è uno spietato realismo. L’idea vincente è stata quella di affidarsi a uno scrittore professionista che ha compreso l’importanza di una storia. I due protagonisti diventano personaggi che immediatamente conquistano il lettore.
    Franco Antonello impiegherà la quota a lui spettante del ricavato dalle vendite di questo libro per contribuire alla costruzione di una casa per Jorge, ragazzo autistico che vive in una baracca nella foresta del Costarica

  • 16Apr2012

    Virginia Grassi - luukmagazine.com

    “Sarà il nostro viaggio. Strampalato, vitale, un poco avventato. Un poco curativo.” Comincia così un’avventura durata 123 giorni: 38 mila chilometri, la maggior parte in sella ad una Harley-Davidson rosso fiammante, attraversando l’America coast to coast, passando poi per Messico, Guatemala, Belize, Costa Rica, Panama, fino ad arrivare giù, al cuore dell’Amazonia.

     

    A realizzare questa pazza e tenerissima idea è stato papà Franco, 51 anni, che qualche anno fa, dopo aver lasciato ai soci la gestione dell’azienda pubblicitaria che dirigeva, ha deciso di occuparsi a tempo pieno di suo figlio Andrea.
    Andrea, con quei capelli ricci e lo sguardo che ride, Andrea che ha 18 anni ed è prigioniero. Un giorno ha scritto “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà”: l’autismo gli impedisce di parlare, si esprime solo attraverso il computer, per conoscere le persone le abbraccia e tocca loro la pancia.
    Una storia vera, la loro, che parla di coraggio e dedizione assoluta, culminata con un incontro fortuito, a Treviso, davanti ad uno spritz: Fulvio Ervas – insegnante di mestiere, famoso per aver dato vita al singolare ispettore veneto-persiano Stucky – ha ascoltato la loro incredibile vicenda e dopo un lavoro lungo un anno le ha dato voce. Tra i controlli della polizia messicana per il narcotraffico e un’intossicazione alimentare a Puerto Escondido, tra la polvere del deserto e la Route 66, tra le luci di Las Vegas e un rito sciamano in Guatemala, la storia di questi due esploratori senza bussola, a zonzo per le Americhe, è diventato il libro che sta emozionando l’Italia.
    “Se ti abbraccio non aver paura”, l’avviso che Franco ha dovuto scrivere sulle magliette di Andrea, è divenuto il titolo di questo viaggio straordinario. Una terapia reciproca, una battaglia d’amore contro l’incomunicabilità che ci fa riflettere su cosa voglia dire essere padre, su cosa significhi davvero abbandonarsi alla vita, su cosa (non) sia la normalità. Un’avventura imprevedibile e grandiosa che ha il sapore della vita che palpita e che scorre. E possiede la stessa forza che c’è negli abbracci di Andrea.

  • 14Apr2012

    Concita De Gregorio - la Repubblica

    “Se ti abbraccio non aver paura” è la scritta che Andrea portava stampata sulle magliette colorate da bambino. Tanti colori, tante magliette, tutte con quella scritta. Perché Andrea, che è autistico, sente le persone dalla pancia. Lo ha spiegato lui una volta, una di quelle volte in cui è riuscito a farsi largo in quel labirinto…

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  • 14Apr2012

    Sara Salin - La Tribuna

    C’erano tante storie che Fulvio Ervas avrebbe potuto raccontarci. Questa volta ha scelto la più bella. Ma bella davvero. Lui, che prendendo spunta dai fatti di cronaca di Treviso ha saputo costruire favole per pensare facendoci sorridere, cambia rotta, abbandona l’ispettore Stucky e…

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  • 13Apr2012

    Redazione - Il Venerdì di la Repubblica

    Fino ai due anni Andrea era un bambino normale, poi qualcosa nel suo cervello è andato fuori posto trascinandolo nel mondo dell’autismo, una prigione da cui non si esce più. A questo fine pena non si è mai arreso il padre Franco Antonello, imprenditore veneto che ha portato il figlio dai migliori specialisti…

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  • 12Apr2012

    Paolo Perazzolo - famigliacristiana.it

    «Suo figlio è autistico»: sentite queste parole, un padre ha deciso di partire in moto con lui per un’avventura in giro per il mondo. Facendo scoperte inaspettate…
    «Suo figlio probabilmente è autistico». Senti queste parole, e il mondo ti crolla addosso. Non è questione di sensibilità, bontà o preparazione: a certe cose non ci si può preparare. Niente è più come prima, la vita così come te l’immaginavi cambia colori e contorni.

     

    Franco Antonello vive a Castelfranco Veneto e «dalla finestra della casa in cui è nato vede le mura merlate di un castello». È uno di quei padri a cui è toccato un figlio autistico. È quel padre che si è sentito dire, un giorno: «Probabilmente suo figlio è autistico». Seguono costernazione, emozioni forti, sentimenti non sempre belli e positivi. Seguono lunghissimi giorni alla ricerca di una qualsiasi terapia – tradizionale, sperimentale, spirituale – che possa invertire il corso degli eventi e sconfiggere un destino beffardo. Ma poi, piano, dal cuore, nasce qualcosa di nuovo, che si traduce in un’idea pazza e meravigliosa: partire per un viaggio in moto con lui, Andrea, il figlio autistico. E l’idea diventa realtà: padre e figlio partono per un viaggio vero, questa volta, senza bussola e senza meta. Tagliano l’America in moto, si perdono nelle foreste del Guatemala. Tre mesi folli e indimenticabili. Se volete farvi un’idea di questa avventura, guardate il video.
    Capita poi che, seduto in un bar a bere uno spritz, incontri uno scrittore e gli racconti la storia incredibile che hai vissuto. Finché, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, lo scrittore si trova un libro bell’e pronto fra le mani. Lo scrittore è Fulvio Ervas, la storia che ha raccolto da Franco è diventata Se ti abbraccio non aver paura, edito da Marcos y Marcos (in libreria dal 12 aprile). Un libro che, a colpi di emozioni, ti porta a riflettere sull’essere padre e figlio, sulla malattia, sul senso della vita. Sul quello che davvero vale e su tutto il resto che, forse, non è così essenziale come si pensava “prima”. E, soprattutto, avviene una conversione sui concetti di normalità e diversità.
    Seguendo Franco e Andrea nel loro viaggio, non potrete fare a meno di domandarvi chi sia la guida e chi l’accompagnatore. Vi verrà almeno il sospetto che sia Andrea a insegnare al padre ad abbandonarsi alla vita, a instaurare relazioni vere e profonde con le persone, senza disdegnare ad esempio quel contatto fisico che nel nostro strano galateo abbiamo bandito…
    Vale la pena salire sulla moto di Franco e Andrea, ospiti silenziosi, per lasciarsi raccontare una storia che potrebbe farci diventare più umani.

  • 08Apr2012

    Redazione - Corriere del Veneto

    Pubblichiamo un brano del libro Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos), dello scrittore trevigiano Fulvio Ervas. Il romanzo narra il viaggio lungo tre mesi, in moto e in auto, di Franco Antonello e suo figlio Andrea, attraverso gli Stati Uniti, fino all’Amazonia.

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  • 07Apr2012

    Francesca Visentin - donneuomini.corrieredelveneto.corriere.it

    Andrea, 18 anni, è un bellissimo ragazzo: volto d’angelo,corpo atletico, riccioli castani, occhi che sorridono. Adora dipingere e nuotare. Ha una sensibilità non comune, “sente” l’anima delle persone. Ma non parla, perchè Andrea è autistico. A due anni a mezzo dopo una vaccinazione trivalente ha iniziato a manifestare dei problemi, la diagnosi è stata pesante come un macigno per i suoi genitori Franco e Bianca: autismo.

    Andrea adesso è diventato famoso perché la storia del suo viaggio di tre mesi con papà Franco, in sella a una moto Harley Davidson rossa fiammante, tra Stati Uniti e Sud America, fino in Amazonia è stata narrata dallo scrittore trevigiano Fulvio Ervas nel romanzo “Se ti abbraccio non avere paura”. Il titolo è riferito al gesto che Andrea ripete più spesso: abbraccia le persone, chiunque incontra, poi tocca la pancia. “Sento la pancia delle persone per conoscerle”, spiega Andrea. Ma senza parole. Si esprime solo attraverso il computer.
    La svolta è stata la scelta di papà Franco di partire in moto.Un tentativo di fare qualcosa di importante, unico, per suo figlio autistico. Un’avventura con cui Franco ha voluto portare Andrea in giro per il mondo.
    La vacanza è diventata una terapia reciproca, ma anche un tentativo di sfidare l’incomunicabilità che imprigiona i ragazzi autistici.
    Attraverso il diario di papà Franco, lo scrittore Fulvio Ervas (che vive a Castelfranco Veneto, proprio come Franco e Andrea), ha ricostruito la storia del viaggio, come se a raccontarlo in prima persona fosse Franco.

    Ecco un brano del libro:
    “Sopporti Andrea con autismo”, così mi ha scritto. Volevo capire come avesse preso quest’idea del viaggio e ci siamo messi, assieme alla mamma, davanti al computer (…) La sua risposta mi ha spiazzato. Sopporterò Andrea, già, che altro può credere? Non preoccuparti, gli ho detto, anche tu mi dovrai sopportare. Gli ho chiesto cosa avrebbe preferito: un viaggio tranquillo o pieno di feste? “Tranquillo e feste”, mi ha scritto. Tutti e due. Grande, Andre. Grande. Sarà il nostro viaggio. Strampalato, vitale, un poco avventato. Un poco curativo. (…) Andrea non ha difese, non ha barriere, assorbe tutto come una spugna (…) A voce si esprime in modo sconnesso, pronuncia parole secche: casa, in giro, quello verde. Le sue risposte suonano meccaniche, riprendono una parte della domanda. Quello che lascia trapelare è concentrato: è l’alchimista che distilla poche parole, ma con una grande eco. Bisogna solo imparare a sentire. Con il computer scrive frasi compiute. Ha imparato dopo anni di esercizio”.

    Parte del ricavato di questo libro commovente e straordinario finanzierà la costruzione di una casa per Jorge, ragazzo autistico che vive da oltre dieci anni inchiodato per terra in una baracca priva di tutto nella foresta del Costarica.
    Papà Franco per occuparsi di Andrea a tempo pieno, ha lasciato ai soci la gestione dell’azienda di pubblicità che dirigeva. E ha realizzato la Fondazione I bambini delle Fate (www.ibambinidellefate.it), che riunisce sponsor per sostenere progetti di solidarietà.
    Andrea sa di essere diventato popolarissimo. “Ho paura, ma voglio andare avanti”, scrive sul computer.
    Intanto, il suo talento per la pittura non è passato inosservato: ad ottobre inaugurerà una mostra a Castelfranco Veneto con i suoi bellissimi quadri.

  • 05Apr2012

    Redazione - luomoconlavaligia.it

    A volte un viaggio inizia con poche parole: “Suo figlio probabilmente è autistico”. In pochi secondi, il mondo si ribalta e tutto appare al contrario rispetto a come dovrebbe essere. Nel romanzo Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos, 320 pagine, 17 euro), in uscita giovedì 12 aprile, Fulvio Ervas racconta la storia vera del lungo viaggio attraverso Stati Uniti e America Latina di Franco Antonello con il figlio Andrea nell’estate 2010. Franco era un uomo come tanti, seduto tranquillo sul treno della vita, fino a quando il verdetto di un medico lo scuote, gli rovescia le tasche e cambia le serrature delle porte. Dopo una prima reazione di incredulità, “scoppia un uragano, due uragani, sette tifoni. Da quel momento sei nella bufera”.

     

    Quindi anni dopo, quando Andrea compie 18 anni, Franco decide di abbandonare le terapie tradizionali, sperimentali e spirituali che ha inseguito per tutto questo tempo e decide di partire con suo figlio per un viaggio diverso, senza bussola e senza meta. “Una mattina sono andato incontro ad Andrea che tornava da scuola, con il suo passo veloce. L’ho visto arrivare e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto fare una vacanza speciale”. Franco si scontra con gli insegnanti e altri genitori, che continuano a ripetere come le persone autistiche siano a loro agio solo in situazioni prevedibili, amino la regolarità e non tollerino i cambiamenti. Ma lui vuole partire e inizia la loro avventura. Tagliano l’America in moto e si perdono nelle foreste del Guatemala. Per tre mesi la normalità è abolita, e non si sa più chi è diverso: Andrea insegna a suo padre ad abbandonarsi alla vita, accarezza i coccodrilli, abbraccia cameriere e sciamani, semina pezzetti di carta lungo il tragitto come un moderno Pollicino.
    Per Franco l’autismo è una tempesta, per Andrea è solamente un mondo parallelo a quello terrestre. Franco fatica ad accettare che suo figlio sia “irraggiungibile”, Andrea si sente “un uomo imprigionato nei pensieri di libertà, che vuole guarire”. Ci sono giorni in cui Andrea vede le parole ma non riesce a dirle, va in confusione e si sente una pecora nera. Suo padre continua a bussare alla sua anima e usa il viaggio per trovare la chiave.
    Franco Antonello ha raccontato la sua avventura a Fulvio Ervas nel corso di un dialogo durato più di un anno. Lo aveva visto in un bar e si è avvicinato, dicendo: “Ascoltami, la storia che ti voglio raccontare ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”. Fulvio lo ha ascoltato davanti ai manicaretti di Paola, sotto la pergola dell’uva fragola, e ne ha tratto un romanzo che intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa. Immagini del viaggio e della vita di Andrea si trovano all’indirizzo web http://www.andreaantonello.it/.

  • 03Apr2012

    Diletta Parlangeli - notizie.bol.it

    Nel mondo che riempie di parole gli occhi e la testa fino a farli traboccare come i bicchieri  troppo pieni, c’è chi le parole le vede e sente, ma non può esprimerle.  O meglio sente i pensieri, la libertà di tutti, tranne che la propria. Accade con l’autismo. Almeno fin quando non si incontra una persona che si ingegna per restituire alla bocca i suoni, e ai pensieri un corpo.

    Come è successo ad Andrea, ragazzo autistico, con suo padre: è loro il viaggio per le Americhe raccontato in Se ti abbraccio non avere paura (Marcos y Marcos), di Fulvio Ervas. “Perché per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima”. Qui il video del viaggio, che merita di essere visto.

  • 01Apr2012

    Clara Raimondi - reader's bench

    Di padri vicini e lontani, di quelli che il viaggio lo fanno sempre al tuo fianco o di quelli che ti lasciano solo ad affrontare il tuo destino è piena la letteratura mondiale. Eppure è sempre lui il grande assente della famiglia contemporanea che spesso si perde i momenti di crescita dei suoi figli e non riesca a destreggiarsi tra lavoro e carriera.

     

    Ai padri di oggi e di ieri sono dedicati due dei libri più venduti ed apprezzati dell’ultimo periodo.
    Fulvio Ervas scopre che suo figlio, di appena 30 mesi, è autistico. La diagnosi non lascia alcuna speranza e allora lui decide di prendere la macchina e senza meta si butta sulla prima autostrada. Corre come un matto, picchia il cruscotto e piange, tanto, talmente tanto che le lacrime diventano la ferma convinzione che la vita del suo  Andrea deve e può essere qualcosa di più.
    L’autismo è una malattia ancora sconosciuta, che si manifesta in tantissime forme ma che tuttavia ha un unico effetto: isolare la persona colpita dal resto del mondo. Proprio per sconfiggere la paura del mondo Ervas e il suo Andrea se ne vanno in America e sarà per un volta il figlio ad insegnare qualcosa al padre. Dopo le Zigulì, torna la storia di un padre e di un figlio con disabilità ma a differenza del libro di Verga, il libro di Ervas è pieno di speranza e cerca di raccontare una convivenza, spesso anche difficile, in modo nuovo e anche divertente.

  • 23Mar2012

    Enzo Di Giacomo - marcocastoro.it

    Nell’Italia dello spread, dell’articolo 18, delle nuove povertà che avanzano, delle caste, ci sono storie come quelle raccontate da Stefano Lorenzetto su Panorama “Un amore di papà” che riportano a galla quei sentimenti, quei valori, quei comportamenti che nobilitano il Paese.

    Franco Antonello, 51 anni di Castelfranco Veneto, «cinque anni fa ha deciso di lasciare l’azienda in mano ai suoi collaboratori, diventati soci, e s’è ritagliato un semplice stipendio che gli consente di occuparsi a tempo pieno dell’associazione “I Bambini delle Fate”, concepita come una vera e propria impresa che per statuto deve dare ogni anno il 65% di utili, da destinare alla ricerca sull’autismo e al sostegno delle famiglie come la sua» scrive Lorenzetto.

    Prima che la parabola discendente della vita faccia il suo corso con le forze che si riducono, Franco vuole aiutare Andrea a diventare un ragazzo “normale”. «Papà, aiutami a guarire da autismo» gli ha scritto attraverso il computer.
    Le ha tentate tutte Franco, ha fatto il giro del mondo in cerca di medici specializzati che potessero dargli una speranza di guarigione. E’ ricorso anche agli sciamani in Brasile e ai guaritori nelle Filippine. «Siamo andati persino a Touba, in Senegal, la città santa musulmana, dal discendente dello sceicco Ahmadou Bamba» prosegue Franco. Sino ad ora, nulla.
    La gioia di vivere di Andrea è la forza vitale di Franco; la forza di combattere del figlio è quella indistruttibile del padre. L’estate scorsa padre e figlio hanno girato in largo e in lungo gli Stati Uniti; tra Nord e Sud America, in sella a un’Harley Davidson, hanno percorso 38 mila chilometri in 123 giorni. Anche questa esplosione di libertà e di terapia reciproca è nel libro “Se ti abbraccio, non aver paura” scritto da Fulvio Ervas edito da Marcos y Marcos, in uscita il 12 aprile.
    Non è una storia d’amore tra padre e figlio (è anche quella), non è una indagine sociologica quella raccontata da Lorenzetto (è anche quella), non è una storia di buoni sentimenti (è anche quella): è la forza di un padre che ha deciso di correggere con tutte le sue forze gli errori della natura.
    Al fratello Alberto di 11 anni Andrea ha scritto: «Grazie che mi sopporti. Vorrei essere come te, ma non ci riesco».

  • 16Mar2012

    Carlo Chianura - chianura.blogautore.repubblica.it

    Un padre, un figlio

    Andrea il figlio, Franco il padre. Hanno fatto il giro delle Americhe in motocicletta: 38 mila chilometri in 123 giorni. Bella avventura, direte: ma che c’entra con “Diversamente”? C’entra perché come racconta Stefano Lorenzetto sull’ultimo numero di Panorama Andrea, 18 anni, è autistico dall’età di 2 anni.

    Franco, il padre, 51 anni, non se ne vergogna, non ha sensi di colpa (i padri che hanno figli disabili sanno di che cosa sto parlando), anzi ha camminato al fianco di Andrea e lo ha mostrato a tutti come il suo diamante.
Andrea ha scritto una volta di sé: “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà”.
Dopo il viaggio Franco che di cognome fa Antonello ha conosciuto al bar uno scrittore trevigiano, Fulvio Ervas,. “Tu scrivi?”, gli ha chiesto. “Allora ascoltami, perché la storia che voglio raccontare ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”.
Da quel racconto è nato un libro che si intitola “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos y Marcos) e che uscirà il 12 aprile. Lo leggeremo.

  • 16Mar2012

    Mauro Pigozzo - Corriere del Veneto

    Una vacanza di 123 giorni attraverso 38 mila chilometri – molti dei quali su una Harley Davidson – in undici stati negli Usa, ma anche in Messico, Guatemala, Belize, Costa Rica e Panama, fino all’Amazzonia. Protagonisti Franco Antonello, 51enne di Castelfranco e suo figlio Andrea, appena maggiorenne. Un viaggio che è servito come una sorta di reciproca terapia: Andrea, infatti, è autistico da quando aveva due anni e mezzo.

    Oggi frequenta la quarta superiore all’istituto statale Florence Nightingale. Suo padre, che si occupa di pubblicità ed è editore di riviste distribuite con «Il Sole 24 ore» (l’agenzia ha sede in piazza Serenissima, davanti all’ipermercato), sta provando in ogni modo possibile di aiutarlo a guarire. Anche se è una malattia dalla quale nessuno è mai uscito.
    Il viaggio ha prodotto un libro, che sarà in vendita dal prossimo 12 aprile con la casa editrice «Marcos y Marcos» e ha il titolo di «Se ti abbraccio non aver paura», ossia la scritta che Andrea aveva sulla maglietta: il libro è stato anticipato da «Panorama» in edicola questa settimana, che lo ha reso storia di copertina. «Tocca le persone e poi le abbraccia per conoscerle», così spiega Franco la strana frase. Una vita sul limbo, quella di Andrea. Non sa parlare, se non tramite la scrittura sul computer. «È come una ricetrasmittente che riceve e non trasmette», spiega Franco. E così non resta che convivere con la malattia «e prendere la vita così come viene». Come nel viaggio, segnato da mille episodi: i controlli della polizia, il percorso nelle zone dei narcotrafficanti, una intossicazione di pesce, la notte in cui Andrea è sparito ed è stato ritrovato dalla cameriera mentre metteva in ordine la biancheria. Una vita straordinaria, un po’ come strappare in mille pezzi un gratta e vinci che valeva migliaia di euro. «L’ha fatto veramente, l’idea del viaggio è nata proprio quel giorno», chiude ridendo il padre.

  • 28Feb2012

    Silvana Fusco - Viceversa

    Alcune settimane fa ho intervistato per questo giornale un papà di Castelfranco Veneto, protagonista di un viaggio nelle Americhe insieme a suo figlio. Fin qui niente di speciale. Ma se aggiungo che il viaggio prevedeva di attraversare le Americhe da Miami a Los Angeles in moto, e poi in aereo fino al Messico…

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Se ti abbraccio non aver paura