Se Dio fosse una donna – SuperTex

Archivio rassegna stampa

  • 23Apr2018

    Clarissa Neri - questionedilibri.it

    Ogni tanto anche l’occhio vuole la sua parte, no? Non sempre, ma ogni tanto, sì. E, a me, è capitato proprio con Se Dio fosse una donna, tanto che è stato, letteralmente, amore a prima vista.

    Un amore carico di promesse che, però, sono state attese sono a metà.

    “Volevo solo che mi lasciasse lo spazio per realizzare le mie idee. Era un dittatore.”

    Max Breslauer, quarant’anni ancora da compiere, è in crisi: quel sabato mattina si è alzato col piede sbagliato, e la giornata non poteva che peggiorare. Prima il battibecco con Maria, la sua fidanzata da un po’ di tempo a questa parte, poi la discussione con la segretaria storica dell’azienda che ha ereditato da suo padre e, tra una telefonata e l’altra con Jimmy, a Taiwan, a causa di una partita di vestiti in ritardo per la consegna, è anche riuscito a investire un ragazzo chassidico, a bordo della sua amata Porsche. Cosa fare, adesso, se non chiedere aiuto? Così, Max, con i suoi chili di troppo e il cipiglio sempre presente, si dirige in un condominio all’angolo tra l’Apollolaan e l’Olympiaplein, nello studio della dottoressa Jensen e, dato che se lo può permettere, si assicura l’attenzione della psicologa per tutta la giornata.

    Una giornata lunga una vita intera, in cui Max, partendo dall’infanzia di quel padre, che, sfuggito ai campi di concentramento, si è costruito un impero fatto di vestiti acquistati a prezzi stracciati e rivenduti a pochi fiorini, ci racconta il su rapporto con la figura paterna, con suo fratello, le donne e la religione. Un rapporto altalenante, fatto più di bassi che di alti, a volte commovente, a volte confusionario, sempre interessante. Altalenante, sì , così com’è stato il mio, di rapporto, con Max Breslauer: non l’ho apprezzato, l’ho compreso raramente, a tratti, mi ha infastidita… ma non potevo fare a meno di volerne sapere di più, di lui e della sua storia. Il tempo a mia disposizione era poco, ma, ogni volta che potevo, divoravo pagine su pagine, avida di informazioni, di parole. E, Leon De Winter, ne usa molte, di parole, soprattutto sull’identità ebraica, su cosa significhi essere un ebraico con la Porsche, che, con l’ebraismo, ha ben poco a che fare.

    “Ero un ebreo con la Porsche. Jossele aveva ragione: ero un mostro, una creatura con le ali e le pinne che non sapeva né volare né nuotare.”

    Il tutto, accompagnano da uno stile fresco, forse un po’ troppo leggero, ma, proprio per questo, accessibile a chiunque. Mi sarebbe piaciuto un po’ più di approfondimento, un po’ più di analisi, ma capisco che, andare troppo a fondo, non fosse l’intento dell’autore olandese. Ho apprezzato molto, però, la diversità che si respira in queste pagine, cosa che mi ha fatto chiudere un occhio su alcuni clichés di cui si è servito De Winter. In conclusione, quindi, è una lettura che consiglio a chi vuole approfondire, senza troppa pesantezza, temi quali il rapporto padre–figlio e la religione.

  • 13Apr2018

    Elena Giorgi - lalettricegeniale.it

    Sarò brutalmente sincera: se questo libro non mi fosse stato direttamente messo tra le mani, sicuramente lo avrei snobbato trovandolo in libreria, pensando “No, non è il mio genere!”.
    E avrei fatto davvero molto molto male.
    Se Dio fosse una donna di Leon De Winter è un romanzo terapeutico e risolutivo – un vero e proprio specchio della vita – scritto magistralmente e pregno di spirito ebraico, acuto, sarcastico e sagace.

    Il protagonista è Max Breslauer, ebreo di un quintale, orfano da poco di un padre decisamente ingombrante e ora a capo della SuperTex, l’azienda di abbigliamento low cost (e low quality) messa in piedi dal pragmatico genitore sopravvissuto all’Olocausto.

    Fin dalle prime pagine è evidente il disagio che quest’omone massiccio prova nei confronti della propria esistenza e della posizione che ricopre. Max ha atteggiamenti arroganti e scorbutici, si fa volere male da chiunque, incapace di mettere da parte saccenza e aggressività, che chiaramente nascondono una storia personale tutta da scoprire.

    È grazie a un evento scatenante improvviso, che coincide con le pagine più esilaranti del romanzo, che Max prende una decisione importantissima: richiamare la psicoterapeuta che lo aveva in cura fino a qualche mese prima, obbligandola a riceverlo per un’improvvisa seduta lunga un giorno.
    Un giorno necessario a sciogliere i nodi di una vita lunga trentasei anni, molti dei quali trascorsi all’ombra di quel padre affettuoso a modo suo, autoritario e sprezzante ma anche ferito e infantile, capace di sciorinare snervanti proverbi, uno dietro l’altro.

    Era un uomo di costituzione robusta, non grasso come me, ma tarchiato, con le braccia e il petto coperti di peli. Aveva il fisico di un facchino, di uno shlepper, avrebbe detto lui. Ma nel suo viso virile di adulto si intuiva quello del ragazzino di tredici anni che doveva essere stato a Belzec. Aveva occhi di bambino che guardavano il mondo senza saggezza e senza visiera protettiva, meravigliati, sorpresi, sbalorditi, felici. Quando rientrava tardi dal lavoro e mia madre gli serviva la cena in cucina, Boy e io rimanevamo seduti a tavola con lui e la mamma, e lo guardavamo pescare nel piatto colmo e riempirsi la bocca, raggiante di gioia. Quando mangiava indossava soltanto una canottiera bianca, dalla quale spuntavano i peli ricci e folti del suo petto di orso. Per noi bambini le sue spalle potevano sollevare qualsiasi peso e fissavamo il tatuaggio che si era fatto fare a Marsiglia nella preistoria, una stella di Davide sotto due spade incrociate, un’impossibile combinazione di simbologia ebraica e cristiana, ma all’epoca questo ancora non lo sapevo. Non riuscivo a immaginare che potesse essere stato bambino in un campo di concentramento. Ne parlava di rado. Io non gli ho mai chiesto nulla e quello che so degli anni della sua infanzia a Lemberg l’ho scoperto in gran parte all’Istituto regio per la documentazione storica della guerra. Ma era l’altro tatuaggio, quello sull’avambraccio, a raccontare in quei giorni la storia misteriosa.

    Durante la seduta di psicanalisi, la Dottoressa Jensen con i suoi silenzi e gli appena accennati assensi, facilita lo scardinarsi delle numerose porte dietro cui Max ha nascosto la difficoltà di affrontare la propria identità di ebreo non osservante, ma anche l’incapacità di relazionarsi con famiglia e sentimenti (il fratello Boy e l’ex fidanzata Esther) , nonché quel lungo tentativo di ribellarsi al padre, miseramente fallito. Situazioni sospese, che per anni hanno navigato in quel fiume che oggi diventa un monologo infinito ma terapeutico.

    Quando iniziai a studiare giurisprudenza, desideravo diventare uno di quegli avvocati che assistono gratuitamente poveri ed emarginati, che, con un vecchio maglione, i capelli arruffati e la barba lunga, si mettono a loro disposizione due pomeriggi alla settimana. Alla fine dell’università volevo diventare socio di un grande studio legale, dove, in una stanza immacolata seduto, a una scrivania di legno lucido, con un abito di Corneliani, avrei concluso affari con le multinazionali a fronte di un congruo compenso. Finii alla Euro Textiel International, guidata da un buzzurro in abiti costosi appariscenti, che compensava la povertà e la fame della sua giovinezza con una predilezione per l’eccesso.

    Come sempre accade, è con l’accettazione che si riesce ad andare oltre i propri limiti e le proprie paure.
    Riuscirà Max, dopo aver raccontato tutte le ferite che lo hanno costretto a indossare armature di grasso e ira, a trovare il senso della propria vita?

    Lo scoprirete solo leggendo questo romanzo dai dialoghi vivaci e ricchi di sarcasmo.
    Una vera perla per lettori attenti.

    Un libro per chi: ama l’umorismo ebraico e cerca nei personaggi un profondo spessore psicologico.

    https://www.lalettricegeniale.it/se-dio-fosse-una-donna-leon-de-winter/

  • 26Mar2018

    Elisabetta Bucciarelli - Cooperazione

    Terapia d’urto

    Sul lettino di una psicanalista, il 36enne Max ripercorre misfatti e conflitti con il padre, il fratello, le donne…

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  • 21Mar2018

    Stefania Castella - meloleggo.it

    A volte una giornata racconta tutta una vita e pare non finire mai. Come fosse un’alba eterna, come fosse fatta solo di foschia e silenzio.

    Trentasei anni racchiusi in un’unica seduta psicanalitica e una psicanalista che dovrà sciogliere più di un nodo cercando di trovare il capo di quella matassa attorcigliata intorno a quei cento incazzatissimi chili che compongono la figura di Max.

    Se Dio fosse una donna, il romanzo di Leon De Winter (ed. Marcos y Marcos) arrivato da poco nelle librerie, è una sorta di cortometraggio che con vivaci pennellate dipinge un uomo, l’uomo e tanti uomini, il mondo che abita simile a quello di tanti altri, il senso di colpa perenne che nutre e la vita che vive, sopraggiunta attimo dopo attimo senza che quasi se ne rendesse conto.

    Quel sabato un divano sgangherato diventa il luogo dove Max, osservando il soffitto, cerca di tirare fuori ciò che non riesce a digerire di se stesso, di portare in superficie quell’enorme buco che ha nel cuore, di far luce sulla figura di suo padre.

    Davanti alla psicanalista si mette a nudo reticente, convinto tuttavia, tra sé e sé, che se Dio fosse una donna avrebbe la voce della dottoressa Jensen.

    Insieme a lui attraversiamo un giorno e un’alba perenne e distorta, attraverso il bagliore della quale tutto si contorce; abbandoniamo il letto caldo che ospita ancora Maria, bellissima, ancorata alle pieghe del corpo; ci lasciamo alle spalle un telefono e i documenti sbagliati che costeranno il licenziamento della segretaria di sempre; dimentichiamo l’aria pesante che lascia presagire una giornata da cancellare.

    La partita di abiti in arrivo da Taiwan è in ritardo e Max, a capo della grande catena di abbigliamento prêt-à-porter SuperTex fondata dal padre, non può permettere si verifichino rallentamenti. Così, in cerca di una soluzione, attraverserà a bordo dell’amata Porsche una città semivuota per sfrecciare fino al margine del destino, trovandosi di fronte una famiglia di ebrei chassidim. Il più giovane tra loro, sfiorato dal lucido muso dell’auto, si contorcerà dal dolore spingendo quella mattina in un baratro infinito fatto di sirene di ambulanza, polizia e un avvocato che sul visto porta ancora i segni del cuscino.

    Di cose a posto se ne dovranno rimettere tante, in un percorso da seguire andando a ritroso nel tempo, rimettendo una vita intera nelle mani e negli occhi di una donna in ascolto, raggiungendo gli anfratti dell’infanzia, quando Max brillava nelle sue vesti da studente portando sulle spalle la responsabilità di un futuro tutto costruito su misura da due orgogliosi genitori.

    Lui, più sveglio di suo fratello Benjamin, destinato a diventare avvocato per volere di suo padre, che romperà il filo conduttore imposto, che si ribellerà allontanandosi da quella figura maestosa e integerrima, che cercherà il proprio futuro lontano per poi ritrovarsi nell’azienda di famiglia a lavorare proprio al fianco di quel padre ingombrante. Un padre che invece è un uomo cresciuto col peso della guerra, dei campi di sterminio, sfuggito all’inferno e per questo insignito dal mondo e dai figli di un’aura impeccabile che verrà meno davanti alla reale e umanissima fragilità di peccatore che gli varrà l’odio del figlio.

    Max che si attorciglierà di sensi di colpa per quella volta che, forbici tra le mani, avrebbe volentieri fatto finire quell’ingombro paterno nella tomba ma quando nella tomba quel padre ci finisce davvero, sente un misto di sollievo e di dolore.

    Max che percorrerà quelle strade lontane per ritrovare la strada di casa, per riportare suo padre alla giusta dimensione. Quel padre che ad ogni frase affiancava un proverbio, e tutti insieme quei proverbi ritorneranno a comporre un’unica storia di assoluzione, la storia di Max, finché tutto sembrerà avere un senso quando la voce di quella donna, la voce di Dio, gli dirà: “Lei non ha bisogno di me”.

    Sarcastico e sagace, caratterizzato da dialoghi serratissimi e da una narrazione coinvolgente, Se Dio fosse una donna trascina il lettore nella diversità di una cultura senza tempo, rendendo gli uomini simili tra di loro in tutti i vuoti che la vita crea, in tutti i rapporti che si fanno posto nel cuore e sanno far male se non posti nei giusti confini, fino all’arrivo del perdono e, con esso, della riscoperta di sé stessi nelle vesti di semplici esseri umani.

    Ritrovandosi, mostrandosi e semplicemente accettandosi così, ognuno riprenderà la sua via, portando con sé un ultimo proverbio:

    “Se un padre regala qualcosa a un figlio, ridono entrambi, se un figlio regala qualcosa a suo padre, piangono tutti e due”.

  • 13Mar2018

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Uscito negli anni Novanta, questo divertente ed ironico romanzo ricolmo di spirito ebraico viene ripubblicato da Marcos y Marcos con un nuovo titolo, “Se Dio fosse donna”; l’autore, Leon De Winter, scrittore e sceneggiatore olandese ormai stabilitosi in California, ci racconta le avventure tragicomiche del grassissimo ebreo Max Breslauer, erede di SuperTex, una grande catena di negozi di abbigliamento con sedi in tutta l’Olanda.

    Suo padre, il fondatore di questa sorta di impero del pret-a-porter di scarsissima qualità, è da poco annegato, neanche sessantenne, in un lago nei dintorni di Amsterdam, e Max, cento chili di peso, un carattere irascibile, la fissazione per la Porsche, l’auto che ha sempre sognato, inizia una giornata di sabato che va subito storta. Il socio di Taiwan che dovrebbe consegnargli la merce della nuova collezione ha avuto un ritardo che rischia di compromettere tutta la filiera; un incidente nel quale è coinvolta una famiglia di ebrei chassidim diretti in sinagoga potrebbe rovinarlo, ha appena licenziato con inutile arroganza la sua segretaria e, al colmo dell’ansia, il ricco e viziato imprenditore paga una tariffa esagerata per sedersi sul lettino della dottoressa Jensen

    “Se Dio fosse una donna avrebbe la voce della dottoressa Jensen, psicanalista di Amsterdam… Non era ebrea. Per questo mi ero rivolto a lei… Non volevo un terapeuta ebreo”.

    La seduta fiume che Max fa nello studio luminoso della psicanalista è il contenuto del romanzo: in quelle ore l’uomo rievoca le varie fasi della sua vita, il rapporto con il suo difficilissimo padre, profugo dalla Polonia, scampato fortunosamente ad un lager nazista, giunto poi in Olanda dove vendendo stracci era riuscito a costruire dal nulla una straordinaria fortuna economica, pur se la sua unica cultura consisteva in una lunga serie di proverbi Yiddish che aveva imparato a memoria da un maestro al campo di sterminio. Poi suo fratello Benjamin, detto Boy, un perdente, tanto diverso da Max; poi gli amori, quello per la brillante avvocatessa Esther, che dopo aver vissuto con lui, sconvolta dal suicidio del suo precedente compagno, si converte ad un ebraismo ortodosso ed integralista e fugge in Israele. Anche il debole ed occhialuto fratello Boy farà una scelta analoga, abbandonando ricchezze e frivolezze occidentali per trovare la felicità in una comunità ebraica in Marocco. Insomma pur avendo meno di quaranta anni e troppi chili addosso, Max è costretto a fare durissimi conti con la propria identità di ebreo non osservante, con la sua famiglia, la sessualità, i sentimenti, e soprattutto con l’eredità paterna a cui aveva sempre cercato di ribellarsi. In una sola giornata quindi, difficilissima, Max prende atto della propria condizione e alla fine del suo lungo monologo la stessa dottoressa Jensen gli confessa:

    “Lei non ha bisogno di me!”.

    Uno stile scoppiettante, pieno di sarcasmo, di dialoghi serrati fra personaggi diversissimi, grassi, brutti, poveri o ricchissimi, tra macchine di lusso e luridi suk marocchini, cibi kasher e maiale ingurgitato famelicamente, rigorosi precetti ebraici e locali dissoluti, in una Olanda opulenta ma ricca delle contraddizioni che vedremo esplodere nei decenni successivi. Lea, brutta ragazza ebrea piena di anelli di diamanti, Esther, avvocatessa fascinosa con l’apparecchio ai denti e poi ebrea tradizionalista col capo velato, Maria, mantenuta da padre e figlio, e poi fuggita dalla gabbia del denaro con la sua Ferrari Testarossa, sono una serie di ritratti di donne ebree davvero esilaranti.

    https://www.sololibri.net/Se-Dio-fosse-una-donna-De-Winter.html

     

  • 01Mar2018

    Rosetta Miceli - labachecaculturale.blogspot.it

    Amsterdam, alba di un sabato.

    Max, trentasei anni, erede della florida SuperTex, sfreccia con la sua Porsche fiammante.

    Grasso, borioso, decisamente incazzoso, ha appena litigato con la fidanzata, licenziato la segretaria, saputo che una partita di vestiti in lavorazione a Taiwan non arriverà in tempo per la consegna.

     

    Ciliegina sulla torta: a due passi dalla sinagoga, investe un ragazzino di famiglia chassidica. E la famiglia minaccia di estorcergli un bel po’ di quattrini.

    Quanto basta per dichiarare lo stato di crisi, e affrontarla di petto.

    Max decide di trascorrere il sabato sul lettino di una psicanalista.

    In una giornata lunga trentasei anni – ma che vola in un lampo – ripercorre misfatti e conflitti di una vita; con il padre, il fratello, l’universo femminile e l’ortodossia ebraica.

    Se Dio fosse una donna è un romanzo ruggente: scardina le porte della percezione di un uomo arrivato al punto di rottura; da un’affascinante prospettiva ebraica, spalanca una finestra sulla nostra confusa realtà.

     

    Se un padre regala qualcosa al figlio, ridono entrambi – se un figlio regala qualcosa al padre, piangono tutti e due.

     

    In questo libro, molto interessante a mio parere, ho ritrovato dei chiari riferimenti (consapevoli o inconsapevoli?) alla Coscienza di Zeno di Italo Svevo e all’Ulisse di Joyce.

    La coscienza di Zeno prende le sue mosse dalle sedute psicoanalitiche del protagonista, e l’Ulisse si svolge in una sola giornata.

    In un certo senso Se Dio fosse una donna fa una fusione: Max Breslauer ripercorre la propria vita e i propri conflitti con il padre durante un’intera giornata di psicoanalisi.

    Al di là di questo, credo che il libro dica qualcosa di molto vero e reale: le risposte alle domande che ci poniamo, alle inquietudini che tormentano sono dentro di noi e tutte le altre strade che percorriamo per trovarle diventano solo un modo per sfuggirle.

    http://labachecaculturale.blogspot.it/2018/03/se-dio-fosse-una-donna.html