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  • 26Feb2008

    Redazione - Grazia

    1. Può spiegarci qual’è l’offesa di cui il titolo del libro parla?

    L’offesa del titolo è la guerra. La guerra, ora e sempre, è ed è stata la più grande offesa che l’essere umano infligge a se stesso.

    E questo perché, di tutte le guerre, la maggior parte avrebbero potuto essere evitate. La morte come commercio, l’olocausto come industria, la distruzione del prossimo come un fatto consentito per ragioni quasi sempre inconfessabili, sono le offese di cui volevo parlare nel mio libro.

    2. Come ha trovato l’idea per questo libro? Ha letto qualcosa al riguardo, e cosa? Il suo è un lavoro d’immaginazione o è ispirato a una storia vera?

    Vari elementi hanno contribuito alla concezione dell’Offesa. Aver visto certi film (come E Johnny prese il fucile), aver letto certi libri (Il re degli Ontani, di Michel Tournier, Il grande viaggio di Jorge Semprún) e un viaggio che ho fatto in Polonia nel 2003. Tuttavia, l’origine del romanzo si può ricondurre a un’immagine ben precisa: un uomo davanti a una casa in fiamme. All’inizio io non sapevo chi fosse quell’uomo, in che epoca vivesse o che stile architettonico avesse di fronte. Tutto il romanzo rappresenta, in sostanza, il tentativo di dotare questa immagine di un prima e di un dopo. In certi casi la realtà, come abbiamo potuto constatare poche settimane fa in Kenia, dove hanno massacrato decine di persone in una chiesa, è più potente ed enigmatica di qualsiasi finzione.

    3. Il personaggio di Kurt appare come dimostrazione che un uomo può vivere molte vite. Dopo ogni trauma fisico, lui sembra risorgere, anche da un punto di vista psicologico, e cerca di cambiare il corso del suo destino. E’ così? E perché ha scelto un finale nel quale il destino invece gli “mostra il conto”?

    In effetti Kurt vive, per lo meno, quattro vite diverse: il pacifico sarto della sua città natale, il soldato poco o per nulla bellicoso di un esercito invasore, l’uomo convalescente in una terra conquistata e l’impostore dell’episodio conclusivo. Reinventare se stessi è un’idea che mi ossessiona non solo come narratore, ma anche come essere umano. Mi affascina la possibilità di essere un altro, il fatto che, in certe situazioni, un semplice monosillabo, una semplice azione o omissione ci consenta di penetrare in una vita o di abbandonarla per sempre. È chiaro che, nell’Offesa, emerge che per quanto si cerchi di allontanarsi dal proprio passato, per quanto si cerchi di essere un altro, è molto difficile, per non dire impossibile, sfuggire da ciò che si è stati.

    4. Lei crede che è la colpa che conduce la storia? O è il potere? Oppure è la vendetta?

    Io parlerei di una sorta di destino ineluttabile, qualcosa di simile al nomen est omen del detto latino. Non importa il nome che si dà a questa forza – caso, fatalità – però credo che L’offesa rispecchi un po’ lo spirito della tragedia greca: è la storia di un eroe che, in un modo o nell’altro, finirà per incappare nel destino che si profila per lui, irrimediabilmente, fin dall’inizio.
    Voglio dire che, così come Edipo non può sfuggire dal suo destino di figlio di Laio, Kurt non può sfuggire dal suo destino di innocente in un mondo dove l’innocenza ha perso di significato.

    5. Nel suo libro lei afferma che il diavolo è nel cuore di tutti: in quello dei francesi, tedeschi, russi, americani, giapponesi, spagnoli… Quindi noi dobbiamo incolpare la “materia bruta” dell’uomo, e non le sue credenze. Ma il Nazismo non  fu un Male più malvagio rispetto ad altri? E non possono delle credenze forti (la fede, un ideale di cambiamento o di bontà, d’amore) combattere questo Male?

    Del nazismo spaventa il carattere programmatico, la pianificazione, l’organizzazione a catena di montaggio. Kertész lo spiega quando parla del compiacimento istituzionale nell’avvilire l’uomo, nel vanificare qualsiasi scala di valori. Quando Eichmann proclama, durante il suo processo a Gerusalemme, di non essere antisemita, può sembrare una battuta macabra, ma in realtà credo che fosse una confessione sincera: per assassinare milioni di ebrei bastava essere un amministratore efficiente dell’orrore. È questo l’aspetto terrificante del nazismo: la trasformazione delle sue vittime in qualcosa di meno di un animale; la loro trasformazione in cose, in numeri, in niente.
    E sono abbastanza pessimista riguardo alla possibilità che una fede, un ideale di bontà o la forza dell’amore possano vincere il male. Credo che si debba vivere “come se” fosse possibile, però mi pare che il male, storicamente, si sia potuto dominare soltanto con la violenza.

    6. Crede che la via per vedere il Male, e la redenzione, può essere differente tra donne e uomini? E la visione della guerra?

    È una domanda difficile. Credo che tutti noi esseri umani reagiamo in modo simile di fronte al male o di fronte alla possibilità di redenzione o di espiazione. È anche vero, però, che, per educazione, per certi modelli culturali acquisiti, gli atteggiamenti degli uomini e delle donne mostrano diverse sfumature. È chiaro che, per esempio, nei secoli gli uomini sono andati in guerra mentre le donne li aspettavano a casa, per diventare vedove o mogli o madri di eroi. Anche in questo caso, basta pensare al teatro greco per capire cosa voglio dire. Siamo cresciuti con l’immagine di Ecuba o di Antigone come modelli di comportamento femminile, in contrapposizione ad Agamennone o a Ettore. Eppure, nel mondo moderno, dov’è la popolazione civile a subire tutto il peso della guerra, immagino che le madri e i padri di Bagdad affrontino l’orrore in modo abbastanza simile.

    7. Ermelinde ha riavvicinato Kurt alla vita. Lei crede che queste donne hanno il potere di combattere il Male, e come?

    Ancora oggi, si tende a trasmettere alle donne valori come la rassegnazione, la dedizione incondizionata, l’amore senza riserve. Forse in questo senso possiamo pensare alla donna come depositaria di valori come la pace, la concordia o il sacrificio, valori che, sulla carta, possono contrastare il dolore del mondo, però – insisto – non credo che questi valori possano produrre un effetto tangibile sul mondo reale, che è un mondo brutale per definizione.