Rubrica degli inverni

Archivio rassegna stampa

  • 26Ott2016

    Isabella Panfido - CORRIERE DEL VENETO

    Paolo Lanaro Una «Rubrica» di brevi passaggi

    Un poeta non sa quello che fa? si domanda ironico Paolo Lanaro in una delle tante, finissime poesiedel suo ultimo libro pubblicato ora da Marcos y Marcos, intitolato Rubrica degli inverni: invero Lanaro sa bene ciò che fa e non d oggi.

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  • 19Lug2016

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.wordpress.com

    “Rubrica degli inverni”

    di Gabriele Ottaviani

    A volte le cartelline dei ritagli / assomigliano a specchi d’acqua / che lentamente si coprono di gelo.

    Paolo Lanaro, Rubrica degli inverni, Marcos y Marcos. Se gli occhi servono a guardare, le parole inevitabilmente sono fatte per raccontare. Ma Lanaro riesce a fare di più, a trovare quella quadratura del cerchio che è quasi sempre irraggiungibile, come la tartaruga per Achille nel noto paradosso, come la fata Morgana quando ci si trova di fronte allo spettacolo di un miraggio all’orizzonte: Lanaro guarda con le parole. E fa vedere. Il dono che fa della sua poesia è quello di una lirica che non si limita a descrivere, ma affonda le sue radici nell’incognito che è alla base dell’arte e del mistero della bellezza nascosta e al limite dell’ineffabile, dell’inesprimibile, caleidoscopica e sempre rivelatrice, a seconda dell’angolo da cui si guarda.

  • 10Lug2016

    Daniele Piccini - Corriere della Sera

    La parola nella camera oscura della memoria

    Si direbbe che Paolo Lanaro faccia esercizi con il tempo. Che si misuri con la macerazione degli eventi, con il loro trasformarsi, nell’attesa incerta di un senso che li illumini. La sua poesia sembra essere un elenco di registrazioni, senza gabbie rassicuranti. La «rubrica» costruita dal poeta, come suona il titolo del suo libro più recente (Rubrica degli inverni, Marcos y Marcos, collana diretta da Fabio Pusterla), riguarda istantanee che si sottraggono al significato e che piuttosto diventano semenza, germe.

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  • 08Lug2016

    Gianluca D'Andrea - carteggiletterari.it

    Rubrica degli inverni di Paolo Lanaro, Marcos y Marcos – Le Ali, Milano 2016

    L’appartenenza a una stagione passata, il nucleo della recente raccolta di Paolo Lanaro potrebbe, a una prima lettura, essere la nostalgia. In effetti, la prima sezione del libro, Vetri appannati, potrebbe indurre a pensare di trovarci dentro una poesia di nominazione nostalgica – vedi le datazioni precise, 1981-2011 – nomi, soprattutto botanici e animali, ancora più definiti, precisi, apparentemente tesi a «tenere le cose in piedi» (Vetri appannati, p. 12, v. 1), a constatare il “nulla” incipiente.

    
Le prime pagine di Rubrica degli inverni, così, imprimono la strana sensazione di un risentimento contrito, facendo sorgere il timore di essere davanti a un’opera che tenti di “ritrovare” i tempi andati, trascurando il presente-futuro, tempo nefando e inappropriabile, nefando perché inappropriabile da chi ha vissuto ben altre stagioni. 
A soccorrerci e liberarci da questa sensazione è la lettura complessiva e l’impostazione “ascendente” della struttura del libro, la sua “volontà” di fuoriuscita. Così, ritornando alla prima serie, dopo aver attraversato tutto, possiamo rintracciare in due testi abbastanza vicini un’incrinatura, una scissione o, meglio, una velatura percettiva: «Tutto è passato / e per questo ormai così strano» (Una volta, p. 13, vv. 2-3) e «Quel tempo è ora un lichene da considerare / finché ha nutrito ogni lineamento» (Ci fu un deserto, p. 17, vv. 9-10). Questi due passaggi rappresenterebbero il passaggio a uno straniamento nella percezione del tempo, aliena ai parametri di lettura del mondo acquisiti dal soggetto, la caduta di ogni rassicurazione del passato, il tentativo di revisione imposto al tempo stesso. Si fa breccia la speranza che, in un’atmosfera quasi estinta, possa ancora baluginare un percorso. Esiste una tensione non rassegnata nell’«omuncolo solitario» (Esercizi di ballo, p. 23, v. 9) che vaga nella neve, metafora semplice e raggelante della cancellazione della storia, che segue la direzione del “niente” e prova a riaprire gli occhi.
Per realizzare questa nuova apertura, occorre che il soggetto smussi gli spigoli di un’apparente “centralità”, occorre, appunto, una caduta: «Sapere che dopo un giorno ne verranno / mille altri o che dopo un eone / spunterà ancora l’alba su un campo di trifoglio / mi fa sentire un verme» (Eternità, p. 24, vv. 7-10), occorre la giusta dose di autoironia che “banalizza” il soggetto, lo spinge ai margini dell’opera:

    Come back

    Non si può tornare indietro. 
Quell’espressione che pare una tagliola,
‘come back’, è un invito al nulla. 
Una volta deve averlo detto anche Thomas Wolfe, 
riferendosi a una polpetta lasciata
 un secondo di troppo sulla griglia.
 Non è possibile riavere le carezze 
che non ci sono state date. 
E neanche si può tornare a quel giorno
 in cui ci colse l’idea esatta e semplice del bello.
 Né si può fare in modo che piova
 per tutti i mesi in cui restammo all’asciutto.
 Purtroppo l’acqua che vedi cadere sta sciupando 
l’elicriso e i lillà, come temevo.

    (p. 30)

    Dall’indecisione iniziale, il libro compie il tragitto di una crescita, una consapevolezza che non si ferma sulla stessa autoironia, non corre il rischio di un minimalismo arreso, ma mantiene un equilibrio di accensioni di senso calibrando le dosi di straniamento:

    Sulla statua della beata Giovanna Maria Bonomo tra le rovine di Asiago

    Nella cartolina, in mezzo alle rovine
 causate dalla ‘furia distruggitrice austriaca’,
 spicca la statua intatta
della beata Giovanna Maria Bonomo. 
Un episodio così è davvero raro,
come quando ci càpita di evitare un disastro
 solo perché eravamo al telefono
 o eravamo fuori a fumare. 
Quando ne parlai con alcuni amici mi trovavo 
dalle parti dello Stadio del Ghiaccio. 
Tirava un vento fortissimo che piegava
 le cime degli abeti e spazzava violento le strade. 
All’improvviso da un tetto piovve una tegola
 che ci mancò per un niente.
 In seguito discutemmo a lungo del fatto.
 Di come la morte giochi a rimpiattino,
 del perché ci servano parole pacate,
 di cosa credere e cosa non credere,
 di un inverno che ci colse duro e farraginoso.

    (p. 32)

    Allora saranno gli eventi quotidiani ad assumere un ruolo necessario per una fuoriuscita dal sé, per un’espansione della visuale («Perché la poesia è un modo di vedere, / prima che di parlare», Ciao, mamma, p. 80, vv. 41-42) che, partendo da una nominazione precisa, pare arrendersi al mondo, per capire che oltre la nostra prospettiva «Qualcosa al di là succede» (Festa notturna, p. 41, v. 3).
Non una visione pacificata ma una diversa tensione, lo dicevamo, appare a partire dalla seconda sezione, Vasi di Pandora, e si estende alle ultime due, sicuramente le più belle del libro. La parola che esprime la tendenza alla riduzione del sé a cui accennavamo è “comune”. Comune è la scelta di un linguaggio piano, comprensibile, comuni le idiosincrasie: «In realtà a nessuno piace il mondo com’è, / con tutti quei mascalzoni nei posti-chiave, / telecamere dappertutto, una checklist per i fiori, / i formaggi, i donatori di organi» (Come un avviso, p. 45, vv. 7-10). Ma la “banalizzazione” degli eventi manifesta il legame relazionale, affettivo, di chi ha finalmente rinunciato alla sua centralità e si dedica con occhio nuovo alla responsabilità dell’accoglienza, con una fiducia certo disillusa nella potenzialità delle parole:

    Dove ambientare i versi?

    Dove ambientare i versi?
 Sotto una cupola di rame 
in mezzo a silfidi e amorini?
 In un’aula magna, tra seggiole 
di velluto e scaffali di vocabolari?
 In un mattatoio dismesso, trasformato 
in un garage per auto d’epoca? 
Nel millenovecentocinquantaquattro
 quando Marilyn sposò Joe DiMaggio? In un quaderno proibito?
 In una vaporiera con patate,
cicoria e peperoni? 
Supini, per terra, tra briciole 
di pane e fogli di giornale?
 Su Nettuno? Su Andromeda?
 Sopra un cornicione, tra metope
 annerite e cacche di piccione?
 Vicino al water-closet sulla striscia 
che pende dal distributore? 
In un campo di festuche morenti?
Oppure? Oppure?
 Dove ambientare dei versi per adoperarli 
davvero, invece di ammirarli estasiati
 come si trattasse di haute couture?
 Ma soprattutto dove cercarli se non sono 
da nessuna parte, non forniscono prove e hanno 
scarse probabilità come il bel tempo?

    (pp. 53-54)

    La registrazione dei fatti, la “rubricazione” di eventi minimi che cozzano pervicacemente con le potenzialità della nominazione (niente di evenemenziale, epifanie stinte, invernali appunto), i tempi ridotti, diluiscono la necessità del poco che è esposto «per bruciare meglio» (Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, III, p. 59, v. 10) ed estorcere un po’ di speranza al «buio secolare» (ibid., p. 59, v. 14).
 Nel poemetto al centro della raccolta, Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, assistiamo alla maturazione dello sguardo, allo svelamento del disincanto, alla trasformazione del tempo della storia in presenza:

    IV

    Leggo i fatti crudeli, come le enfumades
 dei ribelli algerini ordinate dai francesi. 
La storia è fatta così: soldataglie
 che massacrano soldataglie.
 Non saprei chi sia stato il peggiore.
Lo penso avvolto in un plaid di lana,
 sotto una luce rosa, vicino a una madia chiara.
Come ci sia qualcuno disposto a morire
 perché noi possiamo arrotolarci nei plaid, 
leggere libri di storia, addormentarci dolcemente, 
riflettendo sull’essere.

    (p. 60)

    X

    Cosa mai ne saprà Marina, la nostra 
domestica venuta da Chișinău?
 Cosa mai farà di domenica, lei come tutte 
le altre ragazze di Chișinău?
 Vestite da festa, camminano su e giù
 per la città come avveniva
 duecento anni fa.

    Marina pensa ai giovani moldavi, ai gaugazi
 dai capelli neri, ai piccoli orti di ciliegi, 
a Mateo Muriano e a Hieronimo da Cesena, 
a quanti anelli d’oro andarono perduti
 lungo le strade per Roma e Venezia.

    La storia è una china pericolosa. 
Lassù un refe sottile congiunge i cieli.

    (p. 67)

    L’ultima sezione, Ascendenti, ribalta totalmente l’assunto iniziale del ricordo nostalgico a favore di un successivo svelamento. Il soggetto disilluso si scopre nello spazio della sensazione e rifugge la mera registrazione dei fatti. Il tempo ridotto nel ricordo imprime una necessità che resiste alla scomparsa, per quanto inevitabile: «… era restato poco tempo. Quello necessario / ad aprire una porta, a percorrere un corridoio, / a bollire il latte, a preparare un letto» (Poco tempo, p. 84, vv. 8-10). Così è il ricordo a far sorgere rivelazioni come nella bellissima Ciao, mamma:

    Ciao, mamma

    Ciao, mamma. Metto per iscritto le parole 
che ti ho detto quella sera, quando l’infermiera 
asciugandoti un batuffolo bianco sulla bocca, 
mi ha sussurrato: “Guardi che non c’è più”.

    Non sono stato capace di dirti altro,
 come i ciclisti dopo la vittoria di tappa 
o come un marmocchio alla sua prima foto
 da scolaro, mentre cerca i suoi nella folla

    che si accalca dietro una Polaroid. 
Ecco: il lampo del magnesio e poi un buio fitto. 
Chissà dov’eri finché ti salutavo.
 Eri in quel buio naturalmente,

    con le tue scorte di cipria e il tuo
 finissimo scialle rosa sulle spalle,
 con i tuoi occhi grigi che, ho capito finalmente,
 mi restavano in eredità.

    Sono contento di avere i tuoi occhi. 
Mi sa che perforavano un sacco di cose,
 forse anche i muri di oblio che gli anni 
ti avevano piazzato accanto a tua insaputa.

    “Ciao, mamma” ho balbettato guardandomi intorno,
 preoccupato che le tue compagne di camera
 mi prendessero per scemo. E mi sentivo 
per davvero scemo, un po’ stranito,

    come se la tua morte fosse colpa mia 
e, mentre le orecchie mi fischiavano,
 come se un rimbombo oscuro
 si stesse frantumando in mille suoni orribili.

    Intanto si era alzato il vento. Dal finestrone 
vicino al tuo letto vedevo le cime dei castagni
 piegarsi. È lì che ho pensato che il vento 
è la cosa più simile alla felicità: nessuno sa

    dove nasca e neanche quando finisce.
 Come quel brusco vento garbino
 di sessant’anni fa quando, seduto sul sellino 
della tua bici con una girandola in pugno,

    salutavo un mondo di vetro che correva via.
 E tu che sussurravi: sembra una poesia.
Devo averti presa sul serio. Per questo
 quella sera non ho spiccicato altro.

    Perché la poesia è un modo di vedere,
 prima che di parlare. E basta molto poco
 per riempire il silenzio fino all’orlo. 
Mentre dottori e suore e infermiere

    andavano e venivano, io e te ci siamo messi
 a guardare quella girandola rossa fiammante
 che loro non potevano neanche immaginare
 e che girava all’impazzata come un tempo.

    Ripensandoci, credo che ‘ciao’
 fosse proprio la parola giusta.

    (pp. 79-81)

    La contrazione del senso nel dolore e nel ricordo suscitato dal momento della scomparsa, la compresenza del soggetto con un’alterità spiazzante ma vissuta, negli ultimi testi del libro raggiunge i suoi esiti più alti. Il ricordo è epifania che non si fissa ma ritorna costantemente alla fluidità dell’esistenza: «… Era come essere sul ciglio / del tempo, invasi da un’acqua inaudita» (Liber usualis, p. 82, vv. 10-11).
“Essere sul ciglio del tempo”, vale a dire riscoprire la storia (il flusso) nella “non-storia” dell’esperienza personale:

    Non-storia

    Mio padre che canticchiava radendosi,
 era non-storia.
 Mia madre che a Carnevale
 con uova, burro e limone faceva dei riccioli 
da leccarsi le dita, era non-storia.
 Mio fratello che da bambino
 era istrionico come Gesù nel tempio,
 era non-storia.
 Io che allora avevo la bronchite asmatica,
 ero non-storia.
 La storia è soltanto l’accumulo
 di tante, fugaci, non-storie.

    (p. 87)

    La consapevolezza di essere niente e tutto, l’astrazione del ricordo che permette di aderire alla dimensione materica del mondo consente di raggiungere la vita con tutte le “stranezze” percepite da un soggetto in deficit, ma presente e conscio di una scomparsa sempre imminente. Se «la vita è strana. È una pioggia di ricordi / perfino sciocchi…» (Bloom, p. 89, vv. 12-13), noi siamo per testimoniare fugacemente il mondo, sempre prima, sempre spostati verso qualcos’altro da noi, «un’acqua grigia che ci porta via…» (Una fredda domenica di giugno, p. 93, v. 15).

  • 08Lug2016

    Maurizia Veladiano - Il Giornale di Vicenza

    Nell’inverno dell’anima

     

    Una sottile inquietudine scivola nell’ombra, si avvita, sale, s’inerpica lungo muri spessi e gelati. Non resta che attendere. Ancora un poco e la danza leggera della neve trasformerà un universo di cose e pensieri in una delicata, segreta vertigine. Rubrica degli inverni, ultima raccolta del poeta vicentino Paolo Lanaro, già finalista del premio Viareggio 2011, pubblicata da Marcos y Marcos nella nuova collana “Le ali” diretta da Fabio Pusterla, si muove in un territorio di confine abitato da un tempo bruciante e nascosto.

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  • 08Lug2016

    Sergio Frigo - Il Gazzettino

    Villalta, Lanaro e gli altri. Il ritorno “a casa” dei poeti

     

    Si vorrebbe che la poesia fosse come il primo amore, sempre nuovo, sempre emozionante, invece a volte è come una fedele compagna, a cui si ritorna non trascinati dall’adrenalina delle emozioni, ma sospinti da sentimenti più maturi, richiamati dal calore dell’affetto, dalla gratitudine del perdono.

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  • 25Giu2016

    Francesca Bussi - lettera43.it

    Libri novità 2016, da Cannavaro a Matteo Bussola

    Un libro per celebrare una grande vittoria. Le avventure di un gruppo di amiche lesbiche e i racconti di un papà molto social. E ancora un thriller psicologico e una raccolta di poesie per vedere la realtà delle cose. I consigli letterari per il weekend del 25 e 26 giugno.

    Un serial killer a Genova

    La vita distrutta da un nemico invisibile. Piccoli incidenti che, sommati l’uno all’altro, spingono fino al suicidio: basta ricevere una lettera bianca per essere condannati. È capitato a Vincenzo Lipari, imprenditore che ha scelto la morte, sta per capitare al vicepresidente dell’Associazione industriali.
 Ma la firma è così anonima, gli indizi così scarni e le vittime così imprevedibili, che per il vice ispettore Perticone non sarà per niente facile catturare l’elusivo serial killer che sta terrorizzando Genova.
Anche perché sembra proprio che ci sia una talpa in questura. E ogni passo può essere l’ultimo.
Dopo Il profanatore di biblioteche proibite, bestseller da oltre 40 mila copie in Italia, Davide Mosca torna con un thriller che si richiama anche alle atmosfere delle operazioni stay-behind che hanno agitato il mondo negli Anni 80.

    La natura vista da Paolo Lanaro

    «Se metto la testa sotto il cuscino/ è per non sentire il rombo della notte./ Preferisco immaginarla fragile».
Il veneto Paolo Lanaro ha insegnato filosofia nei licei, ha pubblicato sei raccolte di versi ed è stato finalista al Premio Viareggio 2011 e al Premio Diego Valeri 2012 e vincitore del premio Contini Bonacossi 2012.
 Ora esce per Marcos y Marcos la sua ultima raccolta, che racconta un mondo fatto di natura timida e sorprendente e di storie e paesaggi interurbani.
 Come scrive Fabio Pusterla nella prefazione, «Perché la poesia è un modo di vedere / prima che di parlare, questo libro di Paolo Lanaro, sorta di Ulisse contemporaneo, acuisce la nostra vista, e ci propone, illuminate da un raggio struggente e desolato, una miriade di scene della vita».

    Fumettista e papà

    «Nella mia vita insonne io sono: padre, figlio, amico, cuoco, chitarrista, giardiniere, disegnatore, amante, lavatore di piatti, costruttore di torri coi cubetti e un mucchio di altre cose, tutti i giorni e non sempre in quest’ordine. Ma ho scoperto che la prima cosa è l’unica che mi contenga per intero».
 Di lavoro Matteo Bussola disegna per la Sergio Bonelli Editore, e però racconta anche su Facebook la sua vita quotidiana in famiglia, con la moglie Paola Barbato (anche lei fumettista) e le tre figlie Virginia, Ginevra e Melania.
 È così che è diventato un piccolo caso social: la sua lettera aperta a Fedez ha raccolto oltre 10 mila like, e il suo diario online, pieno di humour, filosofia e pensieri positivi, viene condiviso quotidianamente centinaia di volte. Ora pubblica per Einaudi una raccolta di questi racconti poetici, sulla paternità, sul senso delle cose, sull’amore.

    Il Mondiale 2006 raccontato dal capitano

    «Scrivere il libro mi è venuto in mente perché, ogni volta che si parla, si raccontano sempre gli stessi aneddoti», ha raccontato Fabio Cannavaro all’Adnkronos.
Il capitano della Nazionale che ha vinto il Mondiale 2006 ha deciso di raccoglierli, quegli aneddoti e tanti altri, in un libro, a 10 anni esatti dal successo della spedizione azzurra in Germania.
Ci sono Buffon che, dopo una sconfitta a ping pong con Barone, manda in pezzi una vetrata con un calcio e Totti che, in una sera di libera uscita, scommette contro Peruzzi che non riuscirà a ingoiare una pizza intera in un sol boccone.
 Non mancano Gattuso che decide di indossare per un mese intero la stessa tuta, come gesto scaramantico, e il ct Marcello Lippi a caccia di pesci nel laghetto del ritiro di Duisburg.
 Scritto insieme all’inviato speciale di Sky Sport Alessandro Alciato, racconta i retroscena inediti e i segreti di una Coppa del Mondo indimenticabile.

    Amore saffico a Roma

    Camera Single era nata nel 2014 come rubrica settimanale su Lezpop.it: raccontava, a metà strada tra Sex and the City e Il diario di Bridget Jones, le storie di un gruppo di amiche lesbiche.
Ora è diventato un romanzo: Linda, la protagonista, ha 27 anni e si ritrova ad affrontare l’addio della fidanzata Margherita, quella che pensava fosse la donna della sua vita. E così, cerca rifugio dalle «Lelle ignoranti», le sue amiche, la sua famiglia adottiva alle prese con i problemi e le disavventure di chi ha 30 anni. Per trovare l’amore, nel quale ancora crede nonostante tutto, ma soprattutto sé stessa. 
Nel libro, scritto dalla pugliese Chiara Sfregola, editor per la televisione, c’è dentro anche tutta Roma con le sue mille sfaccettature: il Pigneto quartiere cool, il caro affitti, le librerie hipster, la Tangenziale Est, Pietralata e il Colosseo, i barbecue sulle terrazze, le mode alimentari, i punkabbestia, i Fori Imperiali.