Riga 36 – Goffredo Parise

Archivio rassegna stampa

  • 20Gen2017

    Riccardo De Gennaro - il Reportage

    Ditemi chi era Goffredo Parise

    Una sua polemica sulla tecnica del “cut up” con Nanni Balestrini, le parole sprezzanti di Noam Chomsky nei suoi confronti per i reportage dal Vietnam, il progressivo avvicinamento a Pasolini, soprattutto per quanto riguarda la critica del consumismo, dopo una lunga fase di “antipatia”, il suo malcelato razzismo verso i maghrebini musulmani residenti a Parigi in un pezzo del ’55.

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  • 02Ott2016

    Niccolò Scafai - ilmanifesto.info

    Divergente darwiniano orientalista: Parise

    Un ricco numero di «Riga», con inediti, invita a riscoprire il Goffredo Parise «reale»: a non incantarsi troppo, cioè, sui conclusivi «Sillabari»

    Avevamo perso di vista Goffredo Parise. Non parlo delle sue opere, quasi classici sempre letti, o citati, come Il prete bello, il romanzo del ’54 che consacrò il successo dello scrittore vicentino, allora venticinquenne; o come le due serie dei Sillabari (riunite nel 1984). Parlo delle relazioni, dell’ambiente culturale in cui l’autore è vissuto e che ha contribuito a creare: avevamo trascurato, cioè, non l’individuo Parise, ma il suo posto nel paesaggio.

    A volte, in effetti, la cultura somiglia a un ecosistema: nel medesimo territorio vivono e interagiscono specie facilmente avvistabili e altre meno percepibili. Spesso sono le seconde quelle più resistenti. La ‘specie Parise’, da un decennio a questa parte, è tornata a manifestare la sua presenza grazie soprattutto alla pubblicazione regolare delle opere per Adelphi (l’ultimo titolo è Gli americani a Vicenza, a cura di Domenico Scarpa). A trent’anni dalla morte dell’autore, la sua centralità nel panorama novecentesco è ora ribadita, e illustrata sotto vari aspetti, dal volume di «Riga» (n. 36) che gli è stato dedicato: Goffredo Parise, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa, Milano (Marcos y Marcos, pp. 544, euro 28,00).
 Il periodico diretto da Belpoliti ed Elio Grazioli è sempre riuscito da un lato a restituire gli autori alla complessità del loro contesto storico-esistenziale, dall’altro a rinnovare lo sguardo critico tanto sulle opere maggiori quanto sui settori più in ombra delle rispettive scritture. Resta memorabile, tra gli altri, il n. 13 su Primo Levi (1997); ma questo su Parise non è da meno, a cominciare dalla prospettiva aperta dai curatori nell’Editoriale: «è invariabilmente all’ultimo Parise che si pensa: a quel miracoloso dizionario dei sentimenti che sono i Sillabari. (…) È questo il Parise ideale, diciamo. Limitandosi solo a questo, però, si perde tantissimo del Parise reale».
Leggere e canonizzare gli autori alla luce dei loro presunti o effettivi testamenti letterari è sempre rischioso; il fatto è che per «arrivare alla perfezione seriale, volutamente meccanica del Sillabario, Parise ha impiegato una vita. Ci sono voluti gli anni di apprendistato a Milano; i viaggi in Asia e in Africa; la vita oziosa e sportiva di scrittore di successo; la piaga immedicabile di bambino senza padre». Sono frasi tratte da uno degli scritti di Cesare Garboli presenti qui nell’ampia antologia di testi critici editi; risponde, nella sezione dei testi critici inediti, lo scritto di Raffaele Manica, che osserva come i Sillabari contengano «il sapere atemporale classico e il suo commento». Ciò che questo volume su Parise permette di fare è, appunto, risalire alle radici di quel sapere, ridare un tempo a quella atemporalità, riavvicinare il Parise ideale e quello reale.
Un contributo importante viene dai testi rari e inediti (narrazioni, cronache e carteggi) che occupano nel complesso poco meno di metà del volume. Tra questi, il romanzo incompiuto La politica (trotto leggero), databile al 1977. Il protagonista, chiamato prima ‘Giorgio’ poi ‘Giacomo’, è un piccolo ragionatore – tra Voltaire e Pirandello – che fin da bambino esprime un atteggiamento di costante, ostinata interrogazione: dapprima sulla scuola, dove si rende presto conto che la relazione con gli altri è un politico gioco delle parti; poi sul regime e infine sulla celebrazione della Resistenza e sui partiti del dopoguerra. Giorgio-Giacomo è figura netta, e fin troppo tipica, di quella divergenza conoscitiva che caratterizza l’opera e la prospettiva di Parise (alla cui vera esperienza, del resto, il personaggio è ispirato).
La divergenza di Parise, che lo rende ancora difficilmente collocabile (sarà anche per questo che la sua opera più astratta, i Sillabari appunto, è anche quella che ha incontrato una fortuna più diffusa), si esprime in varie forme. Per esempio, nella visione del rapporto tra natura e storia; il darwiniano Parise (il suo sguardo «è stato sempre quello di un antropologo che abbia il capolavoro di Darwin come livre de chevet»: così Montale, nel 1970, recensendo Il crematorio di Vienna) non vede infatti una contrapposizione tra l’indifferenziato della società di massa e il mondo della natura: gli «odierni polemisti», scrive Parise a Calvino in una lettera (del 1964) nel carteggio pubblicato qui, non si rendono conto di combattere «proprio il mondo della natura», perché per la prima volta l’uomo ha innestato «il proprio processo organizzativo entro i processi naturali. Per cui naturale è diventare uomo di massa, innaturale (storico) è essere se stessi». La prospettiva è quasi rovesciata rispetto a quella di Pasolini, con il quale pure Parise condivide molti temi e argomenti (Gianluigi Simonetti ricostruisce qui il rapporto di polemica ed emulazione instauratosi tra i due intellettuali). «Il suo reazionarismo è soltanto isterico. È dovuto a un livore che non depone certo favorevolmente sulla sua figura, ma che non va confuso con una scelta politica di destra» scriveva Pasolini recensendo Sillabario n. 1, un libro che giudicava peraltro «straordinariamente bello».
La visione della politica e della società di massa non influenza solo i contenuti di Parise, ma si coglie anche nella scelta dei suoi riferimenti e perfino nella pratica creativa. Si avverte, per esempio, nella presenza necessaria del male (ne parla qui Arturo Mazzarella); e s’intuisce nell’attenzione per Montale e Gadda, modelli non tanto e solo di stile quanto di «un rispettabile prendere le distanze»: che non voleva dire, per Parise, evitare l’esperienza, ma stabilire una distanza conoscitiva, mantenere lo sguardo straniante del bambino nell’incompiuto La politica, e quello vagamente iperreale o surreale di molti romanzi e racconti. L’incontro veneziano con Stravinskij, nel 1949, al cimitero dell’isola di San Michele (Tre pezzi su Venezia e la Laguna) è una situazione emblematica: un paesaggio con reliquie, in cui l’artista incarna la differenza, esprime l’individualità. Siamo ancora dalle parti di Montale, che proprio a Stravinskij e Venezia dedicò una prosa in Fuori di casa. «Per Parise» ha scritto Alfonso Berardinelli «i veri artisti, con la naturalezza della loro produttività e la loro unicità reattiva e autodifensiva garantiscono come nessun altro la biodiversità umana».
Nell’incompiutezza, nel valore dell’inutilità può trovarsi ancora un segno della divergenza parisiana, «il non desiderio di azione in un mondo volto all’azione nell’azione» (così l’autore, in un suo frammento dall’Arizona). È lo sguardo dell’«uomo cinese, che osserva se stesso e l’altro», diversamente dall’uomo occidentale, «preso tutto dalla voracità conoscitiva» (alla voce «Stranieri» di Un sillabario dalla Cina, 1969).
È anche per questo che Parise non indulge allo stereotipo e all’orientalismo, privilegiando piuttosto situazioni e categorie che includono tanto il soggetto che osserva quanto l’oggetto osservato: «L’umanità è animalesca» scriveva da Saigon a Giosetta Fioroni, nel febbraio ’67 «e ancora una volta Darwin ha ragione»

  • 26Set2016

    Paolo Bonari - labalenabianca.com

    Le “scocciature politiche” di Parise

    Il nuovo numero di «Riga», dedicato a Goffredo Parise nel trentennale della sua scomparsa, è quasi eccessivo: più di cinquecento pagine, ricchissime di interventi critici sull’opera, di inediti dell’autore e di aneddoti narrati con penna lieve dalla compagna Giosetta Fioroni. C’è da imparare molto, anche per chi non sia affatto digiuno di Parise, e da rilevare la smentita del saggio secondo il quale il pesce puzzerebbe per forza dalla testa: a volte, la testa puzza, ma il corpo no. Ovvero: l’editoriale in apertura del numero, a firma di Andrea Cortellessa e Marco Belpoliti, non persuade e risulta a sé stante, ma tutto il resto è tanto eccellente, a parte i numerosi refusi, che la mole non deve spaventare e le giornate intere riservate alla sua lettura saranno ben spese.

     

    Quindi, soltanto i più pignoli insisteranno nel lamentarsi di quel dispiacere iniziale, dell’odore della testa. Ma proviamo ad annusare meglio: sembra subito evidente come i due curatori siano tanto ideologicamente distanti da Parise da non riuscire ad accettare che lo scrittore vicentino dissenta retrospettivamente dalle loro posizioni, che sono più simili a quelle dei suoi detrattori, nonostante un’accorta opera di mascheramento. A tal proposito, si ha anche occasione di leggere l’aspra reprimenda di Giorgio Bocca, che accusava Parise di essere nient’altro che «una banderuola politica» e di disinteressarsi «del fermo di polizia, delle trame nere, dell’attacco sistematico alle forze democratiche, della involuzione autoritaria»: tale schiettezza comprende anche l’irrisione dei “sentimentini” ai quali il Sillabario n. 1 del 1972 darebbe voce, ed è lontanissima dal tentativo un po’ goffo (ma suadente) di Cortellessa e Belpoliti. Questa la loro preoccupazione: Parise non andrebbe lasciato nelle mani di chi vuole farne «un pioniere dell’anti-ideologismo oggi alla moda», ovvero «un antesignano degli anticonformisti a contratto d’oggi» e bisognerebbe, al contrario, riscoprirne la caratura politica, anche forzando la rappresentazione che lo scrittore tendeva a dare di sé stesso, più come un vezzo che con cognizione auto-analitica. (Riguardo alle mode: sono come il naso per chi sia sprovvisto di uno specchio, cioè è grosso sempre quello degli altri). Insomma, Parise sarebbe stato molto più impegnato di quanto fosse disposto a riconoscere.

    «Il suo reazionarismo è soltanto isterico»: sbagliava Pasolini, allora, a bollare così l’opzione politica e culturale di Parise, rinfacciandogli la mancanza di quel coraggio che sarebbe servito, al tempo della neo-avanguardia e del Movimento Studentesco, per prendere pubblicamente posizione contro quelle «due mode sottoculturali e terroristiche». Sbagliava, secondo i curatori, chi non riusciva a rintracciare, in mezzo al distacco apparente o alla pura strafottenza dell’autore dei Sillabari, «l’aspirazione a un paese diverso», che sarebbe invece presente nel fondamentale inedito che viene proposto ai lettori: La politica (trotto leggero), risalente con ogni probabilità al 1977. Difficile nascondere l’ispirazione autobiografica di questo romanzo interrotto: il bambino che ne è il protagonista, che prima si chiama Giorgio e che, nel giro di qualche pagina, viene sbadatamente ribattezzato Giacomo, sarebbe forse diventato Goffredo, se Parise avesse proseguito nella scrittura. La vicenda, infatti, riprende e amplifica quella che lo scrittore aveva presentato in prima persona, molti anni prima, in L’aceto sulle ferite, uscito su «Il Borghese» nel 1953 e facente parte, poi, de Gli americani a Vicenza e altri racconti. 1952-1965, raccolta che è stata appena ripubblicata da Adelphi a cura e con una Nota al testo di Domenico Scarpa, e che contiene anche la riproduzione della Nota introduttiva di Cesare Garboli alla prima edizione mondadoriana del 1987.

    «Era quasi appena nato quando cominciarono a rompergli le scatole con la politica»: quella de La politica (trotto leggero) è la storia di «un tormento, una persecuzione». Giorgio/Giacomo è un alunno piuttosto diligente, ma cocciuto e sempre a caccia di spiegazioni razionali di ciò che succede e gli succede. Questo piccolo illuminista, che frequenta la scuola dei preti, si trova a dover fronteggiare le loro richieste di un’offerta di mattoni che possa permettere la costruzione della chiesa: certo, l’offerta dev’essere «spontanea», ma chi non la farà o ne farà una non abbastanza cospicua dovrà reggere lo sguardo inquisitore dei compagni più zelanti e rassegnarsi a ricevere una pagella non proprio equa, a fine trimestre. «Ma questa è politica, questa è ideologia!»: si morde la lingua, Giacomo, cerca di non sbottare, di non svelare questi suoi pensieri, e si rende conto di aver nominato una cosa nuova, realizza che quella è stata la prima volta in cui ha sentito risuonare nella sua vita la «campana rompiscatole della politica», che quelle sono state le originarie «scocciature politiche» della lunga serie che dovrà affrontare. Politico è, per Parise, il ricatto che Don Claudio pone: si comporti come vuole, Giacomo, ma sappia che, insomma, l’offerta sarebbe bene farla, e che la comunità gli sarà riconoscente. Ecco: si richiede il suo “sacrificio”, il suo impegno, ma arriveranno le soddisfazioni, poi, i favori, i buoni voti… La politica, tuttavia, non finirà mai. Dopo i preti, saranno gli amici a volerlo coinvolgere, a contestare quel suo atteggiamento di disinteresse, di fronte agli eventi storici che si andavano svolgendo: il compagno Licurgo, per esempio, progressista tutto d’un pezzo, erudito e, però, fisicamente menomato, che incalza e censura ogni voglia di spensieratezza e di gioventù. Allora, Giacomo reagisce con pensieri maligni e realistici, derivanti dall’osservazione razionale dei comportamenti: non sarà che Licurgo non è fascista soltanto perché, mancandogli un piede, non verrebbe accettato da quei fanatici dell’esibizione maschia e guerresca? A guerra archiviata, infine, l’adolescente Giacomo, nonostante abbia svolto la propria piccola parte nella guerra di liberazione, non partecipa alle sfilate dei partigiani, che gli sembrano ridicole quanto erano tetre quelle dei fascisti, prima: Liberazione, con tanto di maiuscola, non significava forse liberarsi della politica e di tutto quel recente tragico passato, così da poter «andare finalmente in montagna, girare coi pattini, girare con la bicicletta insieme con le compagnie di ragazzi, leggere, studiare poco, pochissimo, e far l’amore»?

    «Non ho capito mai il significato della parola ideologia, che pure ormai anche gli asini sembrano capire. Ma, quando la sento pronunciare, una piccola voragine di nulla si forma nel discorso di chi la pronuncia e rende vano il resto. Per me la parola “ideologia” è flatus vocis, nel migliore dei casi; nel peggiore il latinorum di Don Abbondio a Renzo»: era il 1971 e Parise sembrava rifiutare questa «comunissima e per me incomprensibile parola» che pure egli stesso aveva più volte utilizzato. La rifiuta perché ne annusa il meccanismo di funzionamento, ne avverte la pericolosità, preferisce far finta non capirla, forse – io direi che l’ideologia è ciò che arma la politica, che permette l’istituirsi del ricatto, e Parise mi sembra proprio uno che non vuole sottostare ai ricatti, che non accetta di subire il gioco vigliacco delle ideologie, siano esse letterarie o politiche, perché la dinamica è la stessa: se non firmi questa petizione o non ti schieri così, vorrà dire che sei reazionario; se stai dalla parte giusta e mostri il tuo interesse o fingi di mostrarlo, sarai servito e riverito, vivrai con comodità. Ma tutto questo è molto noto e già discusso, a partire dalla voce “Antipatia” dei Sillabari, da quel «non me ne intendo» opposto alle insinuazioni dell’interlocutore telefonico che Raffaele La Capria aveva già rilevato: un’alzata di spalle rivoluzionaria, in un decennio, quello dei Settanta, gravemente malato di perversione e violenza ideologica, e «non me ne intendo» riecheggia testualmente anche in La politica (trotto leggero), stavolta come tentativo di giustificazione dell’astensione dal voto di Giacomo.

    Come proteggersi da quei ricatti? O con la poesia, abbandonando l’arena, o provando a dire la propria, anche politicamente, ma senza permettere che l’ideologia infetti i discorsi, opprima i partecipanti, fomenti il risentimento, additi i capri espiatori. Certo che, in tutto Parise, e non soltanto in questo abbozzo di romanzo, c’è e splende «l’aspirazione a un paese diverso», ma il paese che Parise auspicava mi sembra diverso da quello al quale mirano Cortellessa e Belpoliti. Nella volontà di attribuirgli una preoccupazione politica “positiva”, in questa “ansia di nobilitazione”, c’è tutto ciò che Parise detestava, cioè la ricompensa per l’impegno ideologico che non ha mai smesso di rifiutare. L’impegno, in Parise, è difensivo e personale, sta nella necessità di conservazione della propria salute e nella lotta affinché la vita non vada in rovina per “altre” cause che non siano quelle fermentate nella vita stessa: egoismo? Sì, e per fortuna, aggiungerebbe chi è convinto che l’ottimo collettivo si raggiunga attraverso numerosi egoismi ben formati, che faccia meglio alla comunità, cioè, un buon egoista felice, piuttosto che un ideologo infelice, impegnato nel costante allestimento di nuovi ricatti e nuovi capri espiatori. (La vogliamo buttare in politica del tutto e definitivamente? Credo che la sinistra avrebbe da guadagnare più dalla lettura dei Sillabari che dall’ossessione della multitudo di Antonio Negri). Un “paese diverso” è anche un paese che riscopra i “sentimenti elementari” e la “logica elementare”, nel quale gli individui non permettano intrusioni indebite e prepotenti nel proprio privato, non portino a corruzione il linguaggio che li unisce, non siano costretti a rompere amicizie e litigare sotto lo sguardo soddisfatto del profittatore politico di turno. Non esistono due Parise, come vorrebbero dimostrare i curatori con poche prove a sostegno, ma esiste un Parise solo e di una razza strana, quella più scomoda: la razza degli Orwell e dei Camus, dei libertari che, un po’ controvoglia, sono stati costretti a dedicare un po’ del proprio tempo alla discussione politica, per difendere il diritto di ogni uomo solitario a godersi in pace la propria vita. Se una lezione riusciamo a trarla dal Novecento, infatti, è proprio questa: i suoi migliori scrittori politici sono quelli che hanno protestato contro l’invadenza della politica.

    Giorgio contro Don Claudio, Giacomo contro Licurgo, Goffredo contro la quasi totalità degli intellettuali progressisti a lui contemporanei: come il Winston Smith di 1984 contro O’Brien, l’eterno avversario, che vuole convincerlo che due più due possa anche non fare quattro, qualora sia il Partito a volerlo. Chi l’ha capito meglio è stato proprio l’amico Raffaele La Capria, che sigillava così, in Letteratura e salti mortali, il periodo che entrambi avevano vissuto, quella «nube tossica» (Garboli dixit) di ideologie letterarie e politiche che, dopo decenni, stiamo ancora provando a disperdere: «Al distacco tra la parola e la cosa, alla perdita della cosa attraverso il linguaggio, e allo stravolgimento ideologico del cuore che questo ha provocato, mi ha fatto pensare l’intervista alla televisione di Biagi a una giovane terrorista, una ragazzina dell’età di mia figlia. Biagi le chiedeva: “Prova rimorso per le persone che ha ucciso?”. E lei, senza batter ciglio, rispondeva: “No, perché quello era il mio percorso”».

     

  • 05Set2016

    Elena Spadiliero - labottegadihamlin.it

    Marcos y Marcos, un volume di “RIGA” dedicato a Goffredo Parise
    Su RIGA, la casa editrice Marcos y Marcos ha dedicato un volume al ricordo del talento letterario di Goffredo Parise.

    Il 31 agosto 1986 moriva Goffredo Parise, scrittore e giornalista italiano. Nato a Vicenza alla fine degli anni Venti, Parise acquisì il suo cognome dal patrigno, Osvaldo Parise, direttore del «Giornale di Vicenza», il quale, dopo otto anni di matrimonio con la madre del piccolo Goffredo, lo riconobbe legalmente come figlio.

     

    L’esordio letterario di Parise fu con Il ragazzo morto e le comete, pubblicato da Neri Pozza, a cui seguì La grande vacanza, elogiato sulle pagine del «Corriere della Sera» da Eugenio Montale. La notorietà in Italia e all’estero arrivò per Parise con Il prete bello, scritto dopo il trasferimento a Milano.

    La casa editrice Marcos y Marcos ha dedicato un nuovo volume di RIGA (rivista fondata nel ’91 da Marco Belpoliti e Elio Grazioli, oggi una collana di libri a tutti gli effetti) al ricordo del talento letterario di Parise, scrittore a lungo sottovalutato e, in seguito, autore di culto. Leggiamo sul sito dell’editore:

    Questo numero di Riga presenta diversi testi inediti e dispersi di Parise (fra i quali un romanzo incompiuto degli anni Settanta, La politica, le lettere dal Vietnam ai tempi dei reportage di Guerre politiche, un frammento sull’America anni Sessanta, il carteggio con Italo Calvino); una sezione di saggi nuovi scritti da studiosi di tre diverse generazioni (nell’ordine-sillabario che Riga ha avuto sin dal principio, da Capote a Spettri); e un’ampia antologia della critica, dal 1951 al 2013 […]. In apertura e in chiusura omaggi di narratori e artisti (per l’occasione, la straordinaria serie dei ritratti fatti al suo compagno di vita da Giosetta Fioroni).

  • 31Ago2016

    Alberto Cellotto - librobreve.blogspot.it

    Il volume di “Riga” dedicato a Goffredo Parise (e un frammento inedito sull’Arizona)

    Da pochi giorni è in libreria il trentaseiesimo volume della rivista “Riga” dedicato a Goffredo Parise (Marcos y Marcos, pp. 544, euro 28, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa). La pubblicazione coincide con il trentennale della morte dello scrittore, avvenuta il 31 agosto 1986 all’ospedale di Treviso. I motivi per avvicinarci al fascicolo sono numerosi.

    Questo contiene infatti, oltre a una prima serie di scritti originali di autori contemporanei (Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan), una sezione di narrazioni inedite, una di “Luoghi scritti e reportage”, ampi stralci di diari e carteggi (particolarmente significativo quello con Italo Calvino, per le questioni editoriali emergenti ma non solo) e raduna due sezioni di testi critici, già editi altrove ma anche inediti, progettati appositamente per questa pubblicazione. Le pagine sono intervallate da un apparato iconografico di foto e dalla “Galleria” di Giosetta Fioroni che chiude il volume. Nelle due sezioni di inediti parisiani spicca sicuramente la pubblicazione del romanzo inedito del 1977 intitolato La politica (trotto leggero). Dalla sezione dei “Luoghi scritti e reportage”, per concessione gentile dei curatori, pubblico uno dei “Due frammenti inediti sull’America (1961)”. Il primo è dedicato a New York mentre il secondo, che trovate di seguito, all’Arizona. Dopo il frammento trovate la breve nota di Dario Borso.

    Arizona

    di Goffredo Parise

    (testo tratto da “Riga 36. Goffredo Parise”, Marcos y Marcos, 2016)

    Sulla grande autostrada che attraversa il deserto dell’Arizona, a 400 miglia da Albuquerque nel Nuovo Messico e a 300 da Las Vegas in Nevada, improvvisamente, la rossa Chevrolet, ippogrifo del nuovo mondo, si ferma. Non c’è benzina, per la terza volta da che si è iniziato questo viaggio, e sempre per colpa mia, per mia pigrizia. La prima volta l’alato carro si fermò davanti a un distributore, la seconda a poche miglia da una città e un camionista ci regalò una tanica, la terza, questa, ci sor­prende nel mezzo di un deserto. Ai due lati dell’autostrada, giallo deserto di pietra, cactus, fallica protuberanza di un terreno senza speranze, e ai due lati all’orizzonte fino a congiungersi davanti ai nostri occhi, immenso anfiteatro, i profili delle montagne da cui sale la notte. Non c’è nulla da fare. Non passa nessuno. Ci mettiamo sulla strada, aspettiamo, mezz’ora, un’ora; si avvicina un enorme camion da trasporti, transatlantico viag­giante su terra, con comignolo. Si arresta. Il mio compagno di viaggio, che conosce l’inglese molto meglio di me, sale con loro per fare qualcosa, per muoversi dall’immobilità, per accennare a un moto verso luogo che in questo caso significa trecento miglia prima di giungere ad una pompa di benzina. Attivo, e storico, di temperamento, egli decide appunto di costruirsi l’avvenire con le proprie mani. Un poco meno storico, io decido di rimanere ad attendere. Chi? Che cosa? Nulla, so bene che attendere nel cuore dell’Arizona non può avere che un significato, attendere che corvi aquile e sciacalli degustino me e l’ippogrifo Chevrolet, ma così ho deciso; di seguire la mia apparente antisto­ria, cioè la pigrizia, il non desiderio d’azione in un mondo (anche nell’Arizona) volto all’azione nell’azione.

      Vedo l’enorme transatlantico nerastro fumare via come un gio­cattolo nella retta matematica della strada, e scomparire, lui, i viventi e la storia medesima.

       E resto così solo, nel cuore di que­sto deserto. Fumo qualche sigaretta nell’auto, poi scendo a fare quattro passi. Intanto il sole, sceso oltre le lontane annebbiate montagne, ha portato con sé gli ultimi bagliori di luce. E la notte scende rapidamente sull’infinita distesa di uno dei più bei paesaggi del mondo, il deserto. Con la notte salgono le stelle e la luna. Continuo a camminare tra i sassi, ascoltando i mille fruscii di animali che conosco, il fruscio delle biscie, di certi topolini che appena scorgo correre e nascondersi in certe buche dopo avermi osservato a lungo con un minuscolo bagliore d’occhi rossastri da dietro le spine di un cactus: altri versi, suoni infiniti di una natura che non conosco. Seguito il cammino. Guardo dietro di me in direzione della strada dove ho lasciato l’auto con i fari accesi. Sono lontani, molto di più di quanto non pensassi. E allora, quando il senso delle distanze reali, ogget­tive e non quelle interiori, che pur sono immense prende i suoi aspetti prospettici, allora mi vien voglia di continuare a camminare nel deserto, in direzione delle montagne. Cammino per qualche ora senza accorger­mene. Solo, dopo questo tempo, quando volgo lo sguardo in direzione dell’autostrada, nord-est a giudicare dalle stelle, non vedo più i fari della Chevrolet. E inizia così, una edificante sensazione di solitudine assoluta, cioè di intensa riflessione, di dolore delle cose del mondo.

       La luna illumina davanti a me la distesa di sassi e di cactus che proiet­tano una lunga ombra trasversale. Un poco più in là strane ombre, per­forate dai raggi lunari, enormi crani, teschi che formano una collinetta. Mi avvicino a passo svelto. A mano a mano che le distanze si accorciano riconosco in quelle ombre carcasse di automobili, di autocarri, di pullmans. Abbandonate da anni e trasportate fin là chissà come. È una sorta di città defunta, a seconda delle dimensioni delle carrozzerie, può apparire all’occhio fantastico, non storico, non realistico, una defunta città futura. Mi aggiro tra le carrozzerie, in questo dedalo vastissimo, in questo gigan­tesco incidente automobilistico, tra le lamiere contorte, i vetri rotti, i sedili sfondati dell’inutile. Così osservando mi accorgo di non essere solo. Un gatto selvatico balza fuori da una finestra di pullman curvo, col pelo ritto, urlando. Subito seguito da una folla di gatti in fuga che corrono a nascon­dersi nelle forre, negli anfratti, nei buchi di quella montagna di lamiere contorte. Per qualche istante ancora silenzio, poi un miagolio diffuso, che sale dall’oscurità dei cofani, delle carrozzerie, dalla iuta delle imbottiture. Poi altre fughe, poi silenzio. Mi allontano.

       Sono stanco e mi siedo. Non posso sdraiarmi perché il terreno è cosparso di sassi aguzzi, appuntiti e nemmeno un filo d’erba: secchi e infidi cespugli bruciati nascondono nell’erba la puntura mortale, dell’insetto mortale, che è lì; per me, creato apposta per me, per finire, per rendere una buona volta concluse nello stabile equilibrio le antinomie, i dubbi, i tentennamenti, i punti oscuri dell’essere mio. Mi alzo, cammino ancora in direzione della Chevrolet, che non vedo.

    Nota

    di Dario Borso

    Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, svoltosi tra il 20 marzo e il 25 aprile 1961, Goffredo Parise scrisse un mazzetto di lettere all’amico Vittorio Bonicelli, allora in forze come sceneggiatore presso la casa di produzione cinematografica Dino De Laurentiis. Scopo non secondario delle lettere, che sarebbero uscite postume trent’anni dopo per la Mondadori nella raccolta Odore d’America, era di suggerire spunti per un film americano di cui non si fece nulla. Parise coltivò invece l’idea di farne un libro di viaggio a sé, come testimoniano due frammenti conservati all’Archivio Parise di Ponte di Piave, che rielaborano due lettere, rispettivamente da NY del 20 marzo e da Las Vegas del 12 aprile: il primo segue abbastanza fedelmente l’originale, inserendo però all’inizio un episodio nuovo di zecca che riporto qui sopra; il secondo riguarda lo stesso episodio della lettera, variandone però radicalmente gli ingredienti, e perciò lo riporto per intero.

       Quanto alla data del rifacimento, posso avanzare solo un’ipotesi: poco dopo il rientro in Italia, basandomi su due elementi: Suor Bertilla Boscardin di Brendola (VI), cui s’accenna nel primo frammento, fu santificata l’11 maggio 1961 con gran risalto locale, e il momento topico dell’episodio nuovo lì inserito ricorda platealmente l’ultimo capitoletto degli Americani a Vicenza, scritto da Parise pochi anni prima.

  • 31Ago2016

    Ernesto Ferrero - lastampa.it

    Inquieto, pop e stendhaliano: è ora di scoprire il vero Parise

    A 30 anni dalla morte dello scrittore, la rivista Riga gli dedica un numero monografico con romanzi inediti, diari e reportage

    «Per scrivere bisogna trovare lo stile come si trovano senza difficoltà le note in un pianoforte, in un particolare stato animo, che non è la felicità, ma nemmeno l’infelicità. Un limbo, di lieve e soffusa esaltazione, in cui, nel suo complesso, ti piace la vita e ne hai al tempo stesso nostalgia».

     

    Così Goffredo Parise in una lettera del 1976. Sono trent’anni (oggi) che se ne è andato troppo presto e la sua musica non ha perso nulla del suo incanto, ma quella semplicità che va diritta al cuore è frutto di una laboriosa, tormentata complessità, come spesso accade nella vera arte.

     

    Lo si capisce bene dal corposo numero monografico che gli dedica la rivista Riga, per la competente regia di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa, e con l’amorevole assistenza di Giosetta Fioroni, compagna di una vita, che ha aperto i suoi preziosi archivi (Marcos y Marcos, pp. 540, € 28).

     

    Il numero raccoglie un inedito romanzo autobiografico degli Anni 70 La politica (Trotto leggero), narrazione ironico-parodistica di vent’anni di vita di provincia a cavallo della guerra; quattro frammenti di un romanzo incompiuto, La neve, di poco successivo; diari e lettere (con la stessa Giosetta, Calvino, la giovane Omaira Rorato), vari scritti di viaggio dispersi o introvabili (su Parigi, l’America, la Cina, gli Emirati Arabi, Venezia, Capri, Milano); una corposa antologia della critica più avvertita, da Montale e Comisso (suo padre letterario) a Pasolini, la Ginzburg, Zanzotto, Perrella, Berardinelli e l’amico La Capria. Più altri 17 contributi originali di critici d’oggi e i poetici disegni di Giosetta.

     

    Osservano i curatori che il Parise oggi più frequentato è quello dei Sillabari, «miracoloso dizionario dei sentimenti», ed è una rivincita postuma dopo le incomprensioni all’atto della pubblicazione nel 1972. Però così si perde il Parise reale, con i suoi ingorghi psichici, le ombre, le inquietudini, l’ossessione della deformità e della malattia. E tante altre cose: il precoce talento dello spavaldo ventenne che scrive Il ragazzo morto e le comete procedendo per associazioni d’immagini di gusto chagalliano; il romanziere realista e grottesco del Prete bello; quello pop, post-swiftiana e post-kafkiano e postmoderno del Padrone; l’inviato speciale affamato di mondi radicalmente altri (Biafra, Vietnam, Laos, Cina, Giappone), lo sguardo infallibile nel cogliere miserie e grandezze dell’umano in un dettaglio, nel rivelare l’uomo attraverso il confronto con animali dignitosi e sapienti (topi, pappagalli, insetti, scimmie, cavalli). Le sue note sulla Cina – fra i suoi compagni di viaggio anche Dacia Maraini – sono di fulminante intuitività.

     

    C’è anche lo scrittore politico, che certo detesta la retorica fasulla delle ideologie e la politica mafiosa della corruzione generalizzata, ma ha ben chiara l’idea di una società possibile, fondata su una diversa interpretazione del dato biologico e in accordo con esso. Uno scrittore, concludono i curatori, felicemente incompiuto perché mutante, liquido, sempre teso, come scrisse Montale, a «rinchiudere il tutto in qualche niente».

     

    Parise resta il più stendhaliano dei narratori italiani del ‘900, un Fabrizio del Dongo che attraversa di corsa la vita di cui è affamato, cacciatore di intermittenze del cuore, di epifanie della bellezza preservate dal loro stesso sfiorire, immagini colte a volo che assumono la perentorietà delle cose che restano dentro. Gli hanno rimproverato di parlare di sentimenti, dando per scontato che fossero buoni, cioè falsi, ma il rosa è assente dalla sua tavolozza. Con il darwinismo tenero e spietato di chi non crede alle magnifiche sorti e progressive della Storia, Parise si è sempre interrogato sulla vera natura dell’uomo e sull’angosciosa preminenza che il male vi riveste. Forse la Storia come noi la immaginiamo è condannata a regredire in storia naturale, a suo modo molto più etica. Nel rustico rifugio sul Piave, a Salgareda, il poeta degli addii, come è stato definito, ritrovava la serenità nella solitudine, in compagnia dei merli e dei passeri, di un cuculo e di un picchio.

  • 31Ago2016

    redazione - doppiozero.com

    Due voci escluse dai Sillabari

    Esce oggi, a trent’anni dalla morte dello scrittore, il volume di Riga dedicato a Goffredo Parise, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa: 540 pagine, testi e saggi inediti (Marcos y Marcos, Milano 2016). Pubblichiamo in anteprima due voci escluse dai Sillabari.

    Benessere Borghesia

    Un giorno Mr. and Mrs. Trupìa, proprietari di una distilleria, partirono con la famiglia verso Portofino dove Mr. Trupìa voleva comprare una “barca” per l’estate. Mr. Trupìa, di origine meridionale, diceva di essere trentino e aveva imparato un po’ di dialetto trentino e un po’ di lombardo vergognandosi della sua origine. Si vergognava anche di essere italiano e avrebbe voluto nascere, come molti suoi parenti, in America. Per questa ragione lui e la moglie si chia­mavano scherzosamente Mr. and Mrs. ma solo la moglie conosceva un poco l’inglese: apparteneva alla media borghesia di provincia lombarda e venti anni prima era stata due mesi in Inghilterra per “imparare la lingua”: qualcosa sapeva, leggeva «Vogue» nell’edizione americana e aveva illuminato il marito sul significato molto famigliare di Mr. and Mrs.

    Partirono su una Jaguar M.K. 10 color “amaranto”, intestata alla ditta. Mr. Trupìa non avrebbe potuto permettersi una Jaguar M.K. 10, che fosse o no “amaranto”, tanto meno una “barca”, e ancora meno di intestarle entrambe alla ditta. Questa era un capan­none dall’aspetto sinistro di crematorio ai bordi di un fiumiciattolo d’acqua sorgiva che scorreva dentro il paese e sboccava nel Po. Gli operai erano dai venti ai trenta tra assunzioni e licenziamenti continui per evitare le paghe sindacali e il lavoro durava otto o nove mesi l’anno. Gli affari andavano e non andava­no, la produzione di grappa in Italia era molta, quasi tutta di cattiva qualità e in forte concorrenza. Ma Mr. Trupìa riteneva di avere “il senso degli affari” e procedeva secondo il suo senso degli affari che lo portava molto spesso in Pretura e in Tribunale. Dice­va alla moglie: «L’importante è dare sempre ragione a tutti, prendere tempo e fare quello che si vuole. Al resto ci pensano gli avvocati».

    Il capannone della ditta, costruito di notte e senza alcun permesso, crollò, provocando un morto e due feriti. In quell’occasione, all’orlo della galera, Mr. Trupìa disse agli operai (tutti in camice bianco): «Mi vogliono mettere in galera, io che ho costruito questa fabbrica con le mie mani, che do da mangiare a tante famiglie, che rappresento il progresso in questo pic­colo paese di invidiosi e di morti di fame».

    Gli operai dimostrarono in suo favore e, non si sa come, Mr. Trupìa non andò in galera. Comprò invece da un dentista novantenne una villetta vicina alla fabbrica, il dentista morì, egli smise di pagare le rate ai successori e cominciò i restauri secondo un suo progetto di ampliamento: otto stanze per ospiti e otto bagni, moquette in nylon lavabile, rubinetterie in barocco dorato, terrazza-giardino con barbecue, pi­scina e un altissimo muro fornito di cocci di bottiglia alla sommità, innalzato su terreno comunale. Il sin­daco ordinò di abbatterlo ma alle ordinanze del sindaco Mr. Trupìa rispondeva così: «In risposta alla pregiata sua del 24 u.s. …». Passarono mesi durante i quali Mr. Trupìa assicurava di aver già provveduto, il muro fu abbattuto a spese del comune in presenza dei carabinieri ma tornò a sorgere lentamente qualche giorno dopo.

    Mr. Trupìa diceva alla moglie: «L’importante nella vita è fare, costruire, la legge è la consolazione dei meschini, di chi non ce la fa. Per questo ci sono gli avvocati». Questo modo di pensare non sarebbe stato condiviso dal suocero, onesto fabbricante di grappa, che fallì nel 1929, pagò fino all’ultimo i suoi debiti e grazie a questa condotta si risollevò, prosperò e morì lasciando tutto alla figlia che dovette sposarsi in fretta diventando così Mrs. Trupìa.

    Mr. Trupìa aveva un fratello molto robusto che si interessava quasi esclusivamente di calcio, avrebbe voluto essere pugile, aveva e non aveva un bar ma soprattutto aveva moglie e tre figli. Fu assunto senza particolari incombenze, spesso serviva da prestano­me nei vari passaggi di proprietà della ditta ma Mr. Trupìa pensava a lui in segreto come al suo “gorilla”. Un giorno Mr. Trupìa attraversò un paese ad altissi­ma velocità e fu fermato da un vigile urbano che si pose in mezzo alla strada. Mr. Trupìa disse: «Prenda il numero della targa, ho fretta» e stava per ripartire ma il vigile non lo permise. Mr. Trupìa fece un cenno al fratello che scese e picchiò molto forte il vigile urbano. In quel momento Mr. Trupìa pensò: «L’im­portante è fare, sono i fatti che contano, io riparto, in galera andrà Salvatore». Salvatore, il “gorilla” scon­tò sei mesi di carcere e tornò a fare il “gorilla” da Mr. Trupìa.

    Mrs. Trupìa amava molto il marito, lo considera­va un “uomo nuovo” in confronto al padre a cui aveva voluto bene durante l’infanzia e l’adolescenza, di cui rispettava la memoria ma che aveva sempre conside­rato un “uomo vecchio”. Il padre non viaggiava, non andava mai in villeggiatura (solo a Montecatini, per cure), aveva baffetti e barbetta a punta, faceva i conti col pennino per controllare quelli fatti con la calcola­trice dall’impiegata, era dolce (spesso gli si inumidi­vano gli occhi, anche a tavola), noioso e inesorabil­mente “vecchio”. Col marito invece andava al Casino i Campione, a Tokyo (un tentativo infruttuoso di vendere grappa ai giapponesi), a Porto Rotondo, a New York. Nemmeno gli americani comprarono grappa ma si trattava di renderla famosa nel mondo con una forte campagna pubblicitaria e il resto sareb­be venuto da sé.

    Mr. Trupìa parlava anche di economia e trovava che il sistema del risparmio, proprio della vecchia borghesia, era passato, e che la nuova borghesia, a cui era certo di appartenere, si basava invece sull’inizia­tiva personale e sul credito. Al tempo stesso, pure dichiarandosi socialista, pensava che era necessario difendersi da sé contro i nemici e a tale scopo aveva comprato tre fucili mitragliatori del tipo in dotazione alle forze armate americane in Vietnam. Mr. Trupìa subiva naturalmente molti processi, ai quali spesso non si presentava esibendo certificato medico, per questa ragione due carabinieri sostavano spesso da­vanti alla villa o vi penetravano per constatare se era veramente ammalato. Mr. Trupìa non era in casa, né ammalato e per non comparizione subiva altri pro­cessi. Il pretore attendeva sempre il momento di poter accumulare un numero sufficiente di capi d’accusa per ordinare l’arresto ma, o i capi d’accusa non erano in numero sufficiente e Mr. Trupìa era condannato a pagare soltanto multe (che non pagava), o la condan­na cadeva in prescrizione o giungeva un’amnistia.

    La lavorazione della grappa, fatta mischiando vari tipi di vinacce che arrivavano per lo più dalla Sicilia o dalle Puglie, produceva scorie che venivano gettate nel fiumiciattolo accanto alla fabbrica. In quel corso d’acqua sorgiva gli abitanti da molti anni pescavano anguille, tinche, trote e perfino gamberi. Ora l’acqua si era fatta rossastra e limacciosa, emana­va un terribile odore di decomposizione e gli abitanti del paese dovevano tenere le finestre sempre chiuse. Ci furono molte petizioni, sopralluoghi dell’ufficiale sanitario, ordinanze del sindaco e Mr. Trupìa si dichiarò disposto ad installare degli impianti di depurazione, ma passarono gli anni e questo non avvenne mai; al contrario gli operai ricevettero l’or­dine di gettare nel fiumiciattolo anche i sacchi di plastica. Alla presenza dei carabinieri furono chiusi gli scarichi della fabbrica ma durante la notte esplo­sero.

    Uno zoofilo abitava accanto alla fabbrica e tene­va in casa e nel giardino molti animali tra cui un merlo indiano parlante che interrogava con insistenza un pappagallo. Diceva: Loreto dimmi ciao. Loreto bello dimmi ciao, dimmi ciao Loreto. E Loreto, ogni tanto rispondeva: ciao. Durante la lavorazione della grap­pa né il merlo né il pappagallo parlavano più, il pappagallo era restìo di natura ma il merlo sarebbe stato molto chiacchierone.

    La famiglia di Mr. e Mrs. Trupìa era composta di tre figli, due maschi e una femmina di nome rispetti­vamente Gianluigi, Gianluca e Fabrizia. Viveva in casa, in una stanza al pianterreno con finestrelle a inferriate che davano sulla strada, una zia della Calabria con occhiali molto spessi. La zia passava tutte le ore del giorno in piedi accanto alle sbarre della finestra a guardare la strada giocando con le palline clic-clac che, con un sorriso, faceva schioccare a pochi centimetri dagli occhi. Molti bambini la guar­davano ammirati perché era molto abile nel gioco.

    La figlia Fabrizia, di sedici anni, non mangiava mai pesce, questo era un problema non semplice per la famiglia perché Fabrizia se vedeva altri mangiare pesce aveva conati di vomito. Il figlio Gianluigi di diciotto anni amava il motocross e Che Guevara. Aveva anche una maglietta raffigurante Che Guevara. Trovava suo padre borghese, si era drogato a Londra dove era stato quattro giorni al posto di tre mesi ed era tornato per nostalgia. Gianluca aveva vent’anni, ave­va frequentato una scuola per periti chimici, tra poche settimane si sarebbe sposato con la figlia di un mediatore di terreni già incinta, ma la sua passione nella vita era di fare il regista, il giornalista, o il fotoreporter «ad alto livello». Leggeva solo «saggistica», aveva girato due brevi film a 16 milli­metri, uno su un manicomio, e uno intitolato Poppy, su un festival di musica pop a Roma. Ma, per il momento, il problema di Gianluca era se sposarsi in tight o hippie oppure tutti gli invitati in tight e lui hippie. Il problema di Gianluca non fu mai risolto, né la famiglia mangiò a Portofino il pesce tanto inviso a Fabrizia perché morirono sull’autostrada nei pressi di Pavia, contro un camion rimorchio. Non la zia miope, quella delle palline, lasciata a casa per man­canza di spazio.

    Obbedienza

    Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapo­lo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto del­l’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.

    Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre delu­denti: del resto era ricco.

    Gastone invece non era ricco, viveva di una pensione e aveva, come si dice, l’hobby delle cose d’arte e di tutto ciò che riguardava in qualche modo il mondo della cultura. Ma, anche se lui non lo considerava soltanto un hobby ma una «approfondita conoscenza», la qualità della conoscenza era per forza dilettantesca, provinciale e inesorabilmente volgare. Tuttavia mostrava sempre, in più campi, che andavano dalla politica alla letteratura, dalla pittura alla filosofia, un’aria di intellettuale saputo, di uomo che aveva conosciuto più o meno di persona i prota­gonisti della scena politica e culturale italiana, dai maestri d’orchestra ai deputati, dagli imprenditori agli “artisti” in generale.

    Gino era il contrario dell’intellettuale, vero o falso: era un figlio della campagna, ma inquieto, e per questa inquietudine e solitudine a volte fanciullesco, a volte credulone, ingenuo e soggiogato dall’altro. Con la famiglia non andava d’accordo, per balzane idee padronali e autoritarie; la moglie, una donnina allegra e spiritosa, di grande buon senso, gli sembra­va una palla al piede, i figli sempre disobbedienti. Le terre, che del resto aveva affidate ad un fattore, anche quelle una palla al piede.

    E anche il paesotto dove abitava gli pesava ma d’altra parte, che fare? Fosse stato più giovane, ora che si metteva male per l’Italia, avrebbe venduto ogni cosa, sarebbe emigrato negli Stati Uniti a condurre una vita più adatta al suo carattere, pionieristica e affaristica, certamente avventurosa. Ora era troppo tardi e beveva.

    Alla sera, sistematicamente, non cenava mai in casa, ma in un vasto giro di ristoranti e trattorie con Gastone. Con il quale sempre, ogni giorno litigava, su moltissimi, quasi infiniti argomenti. Il suo carattere impetuoso ma anche realista cozzava con quello dell’altro che era invece meschino e moralista.

    Esempio: Gino, durante i lunghi anni di assenza di Gastone aveva frequentato altri amici della zona, agricoltori come lui, alcuni ricchissimi e di grande proprietà terriera, ma modesti e colti, perfettamente educati, insomma grande e abile borghesia un po’ ottocentesca patriarcale, cattolica ed elegantemente cinica.

    Gastone era gelosissimo di questo passato. Ac­cettava, in modo sornione, la prepotenza dell’amico che lo trascinava con sé a pranzi e incontri con questi vecchi amici e parlava poco, con prudenza e rispetto, mostrando solo di striscio la parte «intellettuale», quella dell’uomo colto che aveva fatto tanta presa su Gino; e mostrava invece di faccia quella modestia impiegatizia che era stata la sua vita reale per trent’an­ni.

    Gli altri, i borghesi, lo “fiutavano” subito ma fingevano di non fiutarlo per riguardo a Gino. Gastone, che aveva il terrore di essere “fiutato” e in qualche modo scoperto agli occhi di Gino, friggeva ma sorri­deva, come un’amante di bassa e irredimibile estra­zione sociale. Subito dopo, appena soli, appunto come un’amante ma sempre prudente cominciava il suo lento lagno, astuto e sottile lavoro di demolizio­ne, con giudizi sull’uno e sull’altro: sempre indiretti, così da lasciare a Gino se non le conclusioni imme­diate, il dubbio, che avrebbe portato alle conclusioni più tardi, giorni, mesi più tardi.

    In realtà il rapporto tra i due amici, condotto e amministrato da Gastone, andava facendosi ogni giorno più coniugale; Gastone, faceva la parte della moglie, apparentemente sottomessa, ma diffidente verso tutto e tutti; e Gino la parte del marito, aggres­sivo, audace, violento ma obbediente. Senonché dei due, l’uno, Gastone, voleva e sapeva di fare la parte della moglie pure essendo uno scapolo e Gino invece non sapeva né voleva fare la parte del marito, creden­dosi libero e maschio. Ma come marito e moglie facevano però qualche viaggetto, discutevano di af­fari e dell’amministrazione del patrimonio di Gino.

    Passavano gli anni e Gino, con immenso stupore e costernazione di Gastone, fece amicizia con una donna, una nubile di cinquant’anni impiegata, di fortissimo carattere ma sempre sola. La frequentava durante le brevi assenze di Gastone a Milano, per compagnia, per non passare le sere da solo al ristoran­te, per nessun’altra ragione. Anche qui, come per gli amici borghesi, Gastone sentì il pericolo di essere scoperto, se non addirittura soppiantato, specialmen­te nel gioco degli investimenti di capitale, negli affarucci, nei consigli.

    La lotta fu meno dura di quanto supponeva perché Amelia, seppure fortissima, nemmeno lei pensava ad altro che alla compagnia. Si formò così un terzetto, anzi un duetto intorno a Gino, e tutti e tre cenavano insieme, perdendosi per giorni sui particolari del cibo. Gastone aveva però un vantaggio su Amelia: quello di non lavorare come lei, di essere a disposi­zione dell’amico tutto il tempo che questi voleva. Per il resto usò la sua naturale perizia basata su un solo fatto: mai contraddire l’amico, né Amelia: assentire, addirittura incoraggiare quando erano tutti e tre insie­me e rialzare il capo quando erano da soli, sia con l’uno che con l’altra.

    Passavano gli anni: la madre di Gastone morì e tutte le faccende del funerale furono sbrigate, con affettuosa generosità da Gino. Come un parente, appunto un marito, seguì il funerale, sostenendo Gastone per un braccio mentre Amelia lo sosteneva dall’altro.

    La morte della madre fu un colpo di vecchiaia per Gastone ma insieme alla tristissima debolezza della vecchiaia sorse in lui la forza prepotente della vec­chiaia: l’egoismo. A rafforzare questo nuovo senti­mento di proprietà sull’amico sopraggiunse una ma­lattia che tenne all’ospedale Gastone per tre mesi. La dedizione di Gino, spontanea, diventò obbligatoria. Gastone non chiedeva nulla, non chiamò mai l’amico ma proprio per questo, perché non chiedeva e non chiamava, abbandonato da tutti come era giusto e come egli stesso diceva, Gino si sentiva in maggior dovere di essere sempre lì, al capezzale, pronto alle incombenze più umili.

    Gastone, non si sa se più per modestia o per calcolo, incitava l’amico ad andarsene, a passare le serate con Amelia, al ristorante, alle trattorie, e si informava: se il pesce era più fresco lì o là, se era il caso di continuare a frequentare quel locale o abban­donarlo a favore di un altro, quali altri locali aveva scoperto, li avrebbe giudicati anche lui una volta guarito.

    Ma Gino non lo abbandonava, quando guarì si fece più assiduo di prima. Non avevano nella vita, tutti e due, altro scopo che quello di trovarsi, per l’aperitivo di mezzogiorno, per acquisti di opere d’arte suggeriti da Gastone (che conosceva certi rivenduglioli, mezzi antiquari, mezzi contrabbandie­ri), di percorrere molti chilometri in automobile per questo, Gino come sempre entusiasta dell’affare che poi si rivelava il contrario di un affare. Allora Gastone ne inventava un altro dando la colpa al mercato.

    Gastone stava a lato di Gino che guidava, quando i vetri si appannavano li puliva con la pelle di daino. Il resto del tempo dissertava, sulle enciclopedie che aveva consultato, sulle letture, su perizie e periti da cui andavano, sul denaro, sulla conduzione della società italiana, europea, comunista e capitalista. Gino pensava: «Quanto sono ignorante, e quante cose sa Gastone!», e questo pensiero suggellava ogni giorno di più quell’ obbedienza che nessuno sospetta­va ma che in realtà durava da anni.

    La moglie di Gino lo sospettava, anzi lo sapeva, non essendo riuscita mai a farsi obbedire in nulla, ma ormai non c’era più niente da fare: i figli erano cresciuti, laureati, sposati, a lei non restava che pren­dere atto: ma era spiritosa e vivace, aveva le sue amiche, la sua amministrazione. Però pensava: «Quan­ti capricci ha avuto Gino e sempre ha comandato e io obbedito: il campo da tennis, che ora è un bosco di ortiche, le automobili da corsa, che ora sono in pezzi dentro le stalle vecchie, i cavalli che hanno fatto a tempo a morire di inerzia, i quadri attribuiti al Canaletto che son sempre qua, e gli amici, quanti amici!, tutti geni e poi tutti stupidi. E io ho sempre obbedito… Adesso è lui che obbedisce alla volpe» e dava in una risatina altissima, fatta di molti “i” sempre più acuti, e si fregava le mani come per vendetta.

    Poiché passavano gli anni Gastone si ammalò, Gino lo portò dai «migliori specialisti d’Italia», ma morì, inaspettatamente morì. E morendo disse a Gino: «Io ti aspetto, sono sicuro che ci rivedremo». La vita, per tutti e due, era passata in un secondo.

    Gino pensava ogni giorno alle parole di Gastone e beveva come per mettere un po’ di pace alla sua disperazione: Amelia gli fece compagnia per breve tempo alle trattorie, aveva davanti a sé, sempre e solo un ubriaco. Gino non tentava nemmeno più di parla­re, di attaccare bottone con i clienti delle trattorie.

    «Io ti aspetto, sono sicuro che ci rivedremo»: Gino parlava a voce alta, ripeteva queste parole nelle notti nebbiose e solitarie. Non era un ordine, un appuntamento preciso, ma lo era, e Gino obbedì: morì pochi mesi dopo.

  • 31Ago2016

    redazione - leparoleelecose.it

    Allah ci guarda dalla torre Eiffel

    [Trent’anni fa, il 31 agosto 1986, moriva Goffredo Parise. Tra le diverse iniziative per ricordarlo (anche editoriali, come la riproposta da Neri Pozza del Ragazzo morto e le comete o quella, prossima da Adelphi per le cure di Domenico Scarpa, degli Americani a Vicenza) si segnala, appena uscito da Marcos y Marcos (pp. 544, € 28), il numero monografico di «Riga» curato da Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa.

    Come d’abitudine la rivista presenta numerosi scritti dell’autore, inediti (come il romanzo incompiuto La politica (Trotto leggero), l’intero carteggio con Italo Calvino, o un frammento dal viaggio negli Stati Uniti del 1961) e dispersi (come i tre «sillabari» della rubrica del «Corriere della Sera» restati esclusi dalle sillogi del 1972 e del 1982, e una serie di reportage mai raccolti in volume), un’ampia antologia della critica (impressionante la serie degli scrittori, amici o rivali: da Montale a Zanzotto, da Piovene a Pasolini, da Moravia alla Ginzburg, da Sanguineti ad Arbasino, da Ceronetti a Cordelli, da La Capria a Magrelli), e diciassette saggi scritti per l’occasione e disposti – com’è abitudine, per «Riga» – in forma di “sillabario”: da Capote a Spettri. Completano il numero gli omaggi di Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan, e una galleria dei ritratti fatti negli anni, al compagno di vita, da Giosetta Fioroni (in occasione del festival di Mantova, il prossimo 7 settembre, s’inaugura alla galleria Corraini la mostra Fioroni-Parise, Lettere d’amore). Da «Riga» estraiamo due frammenti significativi dai reportage parigini, con una nota scritta appositamente per Le parole e le cose da Andrea Cortellessa]

    Allah ci guarda dalla torre Eiffel

    Parigi 7 aprile [1955]

    Mi sono preso tempo fa la briga di fare una piccola inchiesta sui nord-africani a Parigi (algerini, marocchini) e mi son reso conto immediatamente quale gatta da pelare si sian presi i francesi con questa specie di importazione coloniale; e in quali legittime preoccupazioni si trovino questi disgraziati datori di lavoro parigini, trovandosi davanti ogni giorno uno di questi curiosi tipi, con un grosso fagotto sotto il braccio e magari qualche moglie alle calcagna.

    Una sera ho voluto visitare io stesso il quartiere arabo: visitare, è una parola, sarebbe molto meglio dire penetrare. Erano le nove, c’era buio, pioveva, lo chauffeur del tassì mi conduceva di pessima voglia, verso quella estrema banlieue di Parigi che si chiama Genevilliers, sbagliando più volte strada e brontolando contro la pioggia che cadeva fitta.

    Genevilliers è una specie di grande paese, per lo più costituito di enormi fabbriche di prodotti chimici, fantomatiche costruzioni che si alzano oltre gli argini della Senna in un groviglio di gru, argani e fumaioli. Inoltratomi da solo in questo labirinto, limitato da altissimi muri ciechi, dove la pioggia scendeva insieme con le scorie degli sfiatatoi e gli acidi dei comignoli, son riuscito, credo grazie a un mio fiuto particolare, a trovare la rue Paul-Vaillant-Couturier. È una di quelle vie strette e sudicie della banlieue parigina, segnata da muri di mattoni o da steccati. Dall’alto, come filtranti dal cielo carico di pioggia, spiragli di luce azzurrina illuminavano appena la strada; la fabbrica da cui uscivano quelle luci era avvolta nel buio, ma doveva essere altissima. Si vedevano solo i bagliori del neon, e questi, ad un certo momento, con mio immenso stupore, illuminarono la facciata di uno strano palazzo moresco, bianchissimo, dalle cui finestre a trifora, ornate di colonnine a tortiglione, filtrava una luce rosso-viola.

    Un silenzio profondo, tetro, regnava tutto intorno, appena solcato da una voce tremula e lentissima che si snodava in una nenia interminabile. Mi trovavo in pieno quartiere arabo, e scendendo dal tassì (che volò via senza perder tempo) mi diressi verso quella nenia. Un portone di fattezze orientali mi si parò dinanzi: in alto, sulla facciata, stava scritto in francese e in arabo: Foyer musulman.

    Bussai alla porta più volte, ma nessuno venne ad aprirmi: intanto la pioggia seguitava a cadere, e curioso era quel fatalismo che mi spingeva a starmene passivamente sotto quel portone, ad attendere come in un sogno ch’esso si aprisse; come se, per virtù stessa dell’atmosfera di là da quel portone si spalancasse la via dell’Oriente, e mi attendessero un bel caldo e una notte stellata.

    Bussai ancora e alla fine vennero ad aprirmi. Era un francese, ringraziando Iddio, con il quale potei spiegarmi. Sapevo che questi arabi parlano il francese assai male; molti di essi, dopo anni di permanenza a Parigi, non sanno una parola della lingua del paese. Il francese, ch’era, venuto ad aprirmi e che risultò essere il guardiano di questo foyer musulman, mi fece entrare e mi accompagnò a vedere i locali. Intorno giravano, guardandomi in silenzio coi lunghi occhi oleosi colmi di curiosità e di diffidenza, alcuni di questi arabi, infagottati nei luridi burnus; chi scalzo, chi provvisto di quelle ciabatte marocchine appuntite e a colori vivaci. Uno di essi mi si avvicinò rivolgendomi la parola in una lingua che non credo fosse né araba né di questo mondo… e infatti era muto. Il guardiano mi spiegò ch’era un tale a cui, nel suo paese, avevano tagliato la lingua.

    La nenia che avevo udito da fuori intanto si avvicinava, la si poteva udire sempre più chiaramente finché scoprii il cantore. Un gruppo di arabi gli stava attorno e al nostro arrivo, dopo un attimo di silenzio carico di curiosità e di domande inespresse, essi attaccarono l’accompagnamento con un battere di mani sommesso ed estremamente ritmico.

    «Stanno recitando le loro preghiere» mi spiegò il guardiano «quelli che non trovano da lavorare non fanno altro».

    Erano tutti musulmani, naturalmente non appartenenti alla setta religiosa dei Foukaras, che è la setta capeggiata, in Marocco, dal pascià Ben Yussef. In ogni caso gli appartenenti a questa setta non sarebbero ammessi né in Francia né al foyer musulman con i tempi che corrono. Cercai di fare alcune domande ad uno di costoro che mi stavano accanto guardandomi attentamente, ma egli non rispose. «Alcuni, rari, sanno parlare benissimo il francese ma non vogliono compromettersi» mi disse il portiere. «Devono pure in qualche modo, assicurando o fingendo fedeltà alla Francia, conservare il letto al foyer, almeno per quel mese che spetta loro di diritto».

    Qui, come in tutti gli altri centri di raccolta per emigrati nordafricani, organizzati dalla Prefettura della Senna, a Boulogne, a Nanterre e a Parigi, non sono ammessi che dei lavoratori regolarmente iscritti alle liste; per settanta franchi al giorno essi hanno diritto a un letto, in uno dei dormitori del foyer, a due o tre coperte, possono usufruire inoltre del gas e dell’elettricità.

    Ma il tragico è che vi possono restare soltanto un mese. Se allo scadere dei trenta giorni non hanno trovato un lavoro vengono messi sulla strada, con il loro burnus e i loro tamburelli. E dal momento che voglia di lavorare questa gente ne ha piuttosto poca, un enorme numero di essi si trova sulla strada o comunque costretto al rimpatrio, ad ogni mese. A sentir loro sono operai specializzati; hanno uno straordinario senso della dignità e, quando vien loro proposto qualche lavoro, stanno a pensarci sopra, un poco anche per via della lingua, scuotono il capo e impiegano molto tempo a decidere.

    Mi si racconta che a Montreuil, presso uno dei tanti uffici di collocamento per personale arabo, Monsieur Solbès, che è il direttore, ha la pazienza, quando ci sono richieste, non solo di annunciarle, ma addirittura di spiegare nella sua sostanza che cosa è un determinato lavoro.

    Ad esempio egli annuncia: cercasi un falegname, un aggiustatore, un montatore, tornitore… e poi spiega: falegname è quello che lavora il legno, lo taglia con la sega, lo pialla… tornitore è quello… e giù la spiegazione. Naturalmente M. Solbès è perfino costretto a dare questi ragguagli con molto tatto, per non offendere la suscettibilità degli arabi che si definiscono “operai specializzati”.

    Uno di questi con cui mi son trovato a parlare mi disse che tra qualche giorno sarebbe scaduta la sua permanenza a uno dei foyers. Se non avesse trovato lavoro, se ne sarebbe dovuto andare. Era stranamente tranquillo; come sorretto da un fatalismo fanatico egli mi disse: «Tant’ pis, tanto peggio, se non trovo lavoro questa settimana, mi metterò ad offendere un poliziotto. Ciò mi permetterà di passare qualche giorno tranquillo in prigione…»

    Il Consiglio Generale delle innumerevoli associazioni per l’amicizia nord-africana accorda 114 milioni all’anno per assistenza agli emigrati. Occorrerebbero miliardi. E intanto Parigi si trova sotto l’assedio di un muto esercito di gente che non può non essere nemica finché trova l’ospitalità ridotta a trenta giorni: presso di loro l’ospitalità è sacra.

    Il problema di questi emigrati è di un’importanza fondamentale, stando come le cose stanno in Marocco. I ferri vanno arroventandosi e Parigi cova in seno i futuri ribelli senza accorgersene. Ma Parigi crede di conquistare questa gente dallo sguardo impenetrabile costruendo per loro dei foyers musulmans, con tanto di sovrastrutture moresche, in mezzo alle fabbriche e agli sfiatatoi degli acidi. Mi domando fino a che punto Parigi è convinta del fascino e della gloire che sbandiera ai quattro venti nel mondo, per commettere questa sorta di ingenuità.

    Una notte per Parigi con i “blousons noirs”

     Parigi 27 novembre [1959]

    La prima impressione è di cani San Bernardo, di quelli ammaestrati per i selvaggi, con la fiaschetta di Arquebuse legata al collo: gli stessi occhi buoni e umili, il pelo folto, riccio, unto; cani con basette o con una vaga ombra di morbidissimi baffetti appena nati sopra il grosso labbro superiore, gonfio, nerastro, tutto screpolato come dai geloni. E la divisa che dà loro il nome è una giubba di pelle nera come se ne trovano a migliaia sotto le tende dei mercati di Clignancourt. Non si riesce a immaginare come questi cagnoni timidissimi, quasi senza parole (ogni tanto, raramente, parlano tra loro con una sorta di mugugno, si urtano, oppure assaliti da smanie disperate ed improvvise si danno a rapidissime prove di forza con colpi di judo o saltelli e finte da boxeurs) possano aver terrorizzato Parigi e tutta la Francia al punto che, questa estate, i giornali non parlavano quasi d’altro. Eppure al nome di blousons noirs, vecchiette inermi e fidanzati impiegatizi (le vittime) si sentono rizzare i capelli, muoiono di paura e solo a vedere una giubba nera in un bar, corrono a chiudersi nelle toilettes.

    Per conto mio, ripeto che la impressione è di cani buonissimi; randagi, sporchi, ma dolci cani. Compaiono nelle ore notturne sui boulevards sbucando, due tre per volta, da vie laterali, dai caffè appena chiusi: come quei cagnetti bianchi e neri o bianchi a macchie rosse, o bianchi e marron, chi col cimurro, chi con la coda mozza, chi con un orecchio smangiucchiato da una brutta avventura con lupi e boxer borghesi che scivolano fuori dagli angoli delle contrade alla domenica pomeriggio, quando tutti sono al cinema e c’è mezza pioggia in giro, mezza nebbia e un brutto freddo umido; sbucano dagli angoli, si incontrano, annusano qua e là, fanno gli indifferenti ma la solitudine è tanta, il padrone non c’è o non esiste, giocano un po’ con un barattolo, poi annusano un’altra volta e alzano la gambetta contro una colonna sempre con l’aria indifferente di chi sta bene anche da solo; ma poiché la strada è deserta, è domenica, non c’è un ragazzaccio che li faccia ammattire con sassi e pedate, non sanno cosa fare e allora si mettono insieme.

    Passano le ore, rincorrono altri barattoli e presi da interessi improvvisi e sempre nuovi, con entusiasmo inaudito percorrono angoli e angoli per chilometri. Il gruppo diventa una muta, ai cagnetti si aggiungono i cagnoni e i cani disgraziati da Dio e dalla sventura, come quelli a tre zampe, i monchi, gli storpi, i ciechi, i vecchissimi con gli occhi coperti dalle cateratte, altri cani reduci da brutte avventure in campagna, con tre barattoli appesi dietro, ma non importa niente, sempre avanti verso una vita migliore, il miraggio di glorie, di un harem di cagnette borghesi, barboncine, volpine profumatissime…

    Viene la sera, arriva la notte, qualcuno fa a tempo a finir sotto una automobile, nel gran silenzio di tutti gli altri che guardano da dietro gli angoli, con occhi da requiem æternam, la muta epico-domenicale si sperde di nuovo in gruppetti, poi anche i gruppi si assottigliano e i cagnetti uno alla volta, si separano, col loro barattolino, facendo finta di niente, annusando, pieni di fame: al primo bidone di immondizie si cacciano dentro, raspano, mangiucchiano quello che trovano, sbadigliano con un fischietto e un poco alla volta, tutti arrotolati, si addormentano.

    Così, come i cani, questi ragazzi, teppisti, teddy–boys, blousons noirs. Hanno tutti un nomignolo, come Bibi, Cou-cou, Bebert, Lapin i più giovani; Lupo, Canaille, Moroco, quelli di poco più anziani, più grossi con i baffi.

    Molti sono nord-africani, o misti. Abitano dappertutto, alla periferia di Parigi, a Lilas, a Balard, a Genevilliers e nel quartiere arabo del centro, a Barbes. Ma dove abitano, come abitano e con chi abitano è difficile saperlo; quando riescono a racimolare un po’ di soldi si rintanano in tre o quattro in una stanzuccia di albergo a cinquecento franchi per notte nei pressi dell’Odeon. Non hanno ritrovi particolari, punti della città dove si riuniscono, perché le riunioni sono occasionali e canine come ho già spiegato.

    Ne conobbi uno al Café Bonaparte, un certo Bitz; sedici anni, figlio di una francese e di un marocchino. Conosciuto lui ne conobbi cento. Non ci fu molto da fare: si offre una birra e, come quando si getta un osso a un cane, ne arrivano altri tre che ciondolavano fuori del bar. Chissà perché Bitz pareva attirarli tutti, coi suoi gesti da “dritto”, i capelli tinti malamente di biondo (gli chiesi perché si era tinto i capelli ed egli mi rispose seccato che no, non erano tinti, che sua madre, francese, era bionda), le mani in tasca, lo sguardo sempre in movimento, preso da frenetici e istancabili interessi per tutto.

    I suoi occhi, come del resto quelli dei suoi amici esprimevano una avidità costante e mai sazia: il mio vestito, il mio pullover, le mie scarpe, la mia cravatta in pochi minuti non ebbero per loro più segreti. Bitz insistette per avere il mio pullover in regalo; immediata gelosia degli altri tre che attaccarono subito a ringhiare in arabo. Per farli finire io promisi a tutti e quattro per il giorno seguente: lo avrei dato al primo che avrei trovato al Bonaparte. Con questa promessa li conquistai ed essi vollero portarmi con loro per tutta la notte, per non perdermi d’occhio.

    Fu un tour inaudito.

    Cominciarono col trascinarmi in un caffè dove si entusiasmarono subito per le esibizione di un giovane negro del Sudan che si divertiva a sollevare sedie e tavoli coi denti. Ma il gioco durò pochissimo e l’entusiasmo si spense nel giro di pochi minuti. Disperato per la brevità del successo, Alì prese subito a litigare con un ragazzo altissimo e biondo dal viso foruncoloso che non aveva abbastanza apprezzato giochi di forza. Brevissimo scontro in cui Alì ebbe la meglio; non contento e sollecitato dagli sguardi di richiesta degli altri fece del giovane biondo ciò che aveva fatto, di tavole e sedie: cominciò a sollevarlo su due mani, su una mano, portandolo a spasso per il bar e fuori. Il biondo non soltanto subiva, ma si prestava, per quel che gli era possibile, a rendere più emozionanti le esibizioni di Alì.

    Lo spettacolo richiamò una diecina di altri ragazzi che applaudirono rendendo Alì così felice da rimettere al suolo il biondino, e compensarlo con un lungo e languido cha-cha-cha danzato strettissimo al suono del juke-box. Finito il ballo Alì, entusiasta del suo numero, pagò da bere a tutti i presenti e propose di andare alle Halles.

    A questo punto cominciò la camminata. Il gruppo era già di quindici o venti, Alì e il biondino in testa (un capo arabo ribelle e il suo scudiero) gli altri dietro. Tutti alla Senna: Alì proponeva una gara di nuoto. Altri si aggiunsero per la strada; un piccolo francese un poco rosso, minuscolo e tutto nero, con due lunghe basette a punta, ciondolante e solitario, si unì al gruppo, ma stando in disparte. Arrivati al Pont des Arts, silenzioso e immusonito come quando s’era attaccato, si spogliò rapidamente e si gettò in acqua prima che cominciassero le discussioni e le scommesse.

    Non si vedeva nulla, nuotava lento e quasi sommerso nelle buie acque della Senna, pensando a chissà che cosa, sempre immusonito, con lo stesso cipiglio tornò a riva e si rivestì senza parlare. Pausa di silenzio e rumore di una folla di suole sul Pont des Arts, pensieri di vaga ammirazione nei cervelli e improvvisa fame che diede fiato alla voce di Alì per una sequela di imprecazioni.

    Cammina e cammina il gruppo ingigantiva: si vedevano sbucare da certe viuzze, tre o quattro magre figure dalle giacche e i capelli lucidi si profilavano nella prima nebbia notturna in fondo a un viale deserto. Si avvicinavano, curiosavano, trovavano amici di altre serate come questa, qualche finta di pugilato, strette di mano da uomini d’affari, si attaccavano. Alle Halles il bar stava chiudendo ma riaprì per quieto vivere e il grosso patron col grembiule nero fino ai piedi si precipitò a preparare panini per tutti, aiutato da un garzone pieno di sonno.

    Tutti mangiarono, poi rimangiarono, poi mangiarono un’altra volta finché Bitz, che fino a quel momento era rimasto nell’anonimo, oscurato prima da Alì, poi dal moretto nuotatore, uscì annunciando che lui andava a Pigalle. Doveva essere una grande trovata piena di imprevisti perché lo abbracciarono e portando con sé ognuno il proprio bicchiere lo seguirono. Alì e altri due rimasero per pagare, si udì un gran fracasso di saracinesche e vetri rotti, tutti si misero a correre; poi, un poco alla volta, visto che non capitava nessuno, la marcia riprese regolare, in silenzio. I bicchieri furono allineati in mezzo alla strada, a beneficio della prima automobile.

    Ci vollero due ore di marcia per arrivare a Pigalle, i bar erano già chiusi, ma fu invaso un localino di spogliarello affondato in una cantina. L’annunciatore, un vecchio grasso e cascante con tondi occhiali che si definì professore di musica intimando rispetto, fu costretto a uno spettacolo di streap-tease mentre la porta d’entrata e il telefono erano sorvegliati. Il professore di musica rivelò una pinguedine tale da far impazzire dalle risa anche due delle ragazze dello spettacolo fermate da Bitz proprio sull’uscita. Fu portato in trionfo seminudo fin sulla piazza e lì abbandonato sussultante e con gli occhiali rotti.

    Altre tre ore e mezzo di marcia fino ai sobborghi, in vista di Genevilliers. Era calata una nebbia leggera e un chiarore che non era quello dell’alba ma che sorgeva dalle acciaierie e dalle ferriere di là dalla Senna, illuminava di riverberi rossastri una vasta zona di campi gibbosi con pozze d’acqua e cosparsi di detriti di ferro, oltre gli argini fino al limitare del quartiere di Genevilliers.

    Il cielo era cupo, infuocato e pesante per il fumo delle ciminiere e in fondo, all’orizzonte, all’altra estremità del villaggio, la guglia bianca d’una moschea lo trafiggeva simile a un miraggio di missile in partenza. Nell’oscurità, vicinissima alle ferriere, e simile a un muro di cinta si allungava tutta una fascia di baracche costruite con lamiere e detriti di ferro. Alcune dovevano essere abitate, molte altre vuote e cadenti.

    Bitz e gli altri ragazzi s’erano disseminati tra le gobbe della vasta landa e sorgevano appena da quella fascia di nebbia solforosa che camminava lenta in direzione dell’argine per traboccare poi nel fiume: si vedevano le loro teste muoversi rapide, le braccia far segnali, voci rauche e lo sciacquio dei piedi nelle pozze. Non riuscivo a immaginare dove mi avessero condotto, né cosa stessero facendo. Giravo a caso e lentamente, attento a dove mettevo i piedi, tra le baracche vuote e senza tetto, nell’interno, dove scovavo al lume dei riverberi una vecchia stufa fatta con un bidone, sedie di ferro, catini, tutti corrosi dall’ossido che scendeva come nebbia dal cielo.

    A un certo punto udii la voce bassa e rauca del moretto nuotatore che mi chiamava da vicino: Italien, italien… e lo vidi avvicinarsi, zoppetto, con la testa bassa ciondolante, le mani in tasca. Stavo per chiedere perché si era finiti in quella melma di polvere di ferro, ma non lo chiesi vedendo che avevano preparato un grande falò con stracci, pezzi di legno, arbusti e nafta. Lo accesero soffregandosi le mani, dandosi spintoni, con mossette di lotta, e i loro occhi di cagnetti, anche quelli si accesero a mano a mano che la fiamma si innalzava come un grande spettacolo mai visto. Cavarono dalle tasche i resti dei panini, mangiucchiarono, il moretto nuotatore si rosicchiava le unghie scrupolosamente.

    A turno, quando il fuoco accennava a calare, si perdevano nella nebbia ferruginosa alla ricerca di stracci e legni, uno arrivò con un cane. E così, senza far caso al tempo e al freddo perché si era tutti attorno al gran fuoco avventuroso, si addormentarono seduti su sassi, le guance rosse dal calore del fuoco appoggiate alle manone infantili: nessuno si accorse che non era più notte, le nubi rosse delle acciaierie svaporavano nel primo chiarore, il tremebondo cane (che era anche strabico) diede segni di ottimismo e di joie de vivre e corse incontro alla prima bicicletta.

    Goffredo Parise inviato nelle banlieues di Parigi

     Andrea Cortellessa

    Nelle sue diverse vite, per Parise, Parigi rimase sempre una stella polare. (Non è un caso che a questo rapporto privilegiato Ilaria Crotti abbia potuto dedicare un’intera monografia, Goffredo Parise reporter a Parigi, Padova, Il Poligrafo, 2002; sua pure la voce Parigi nel “sillabario” saggistico che mette capo al fascicolo 36 di «Riga», alla quale rinvio.) Com’è tipico in fondo dei provinciali, e degli sradicati, Parigi era (e forse resta) un polo d’attrazione per il mito della civilisation: in quanto tale, sede ideale di quello che Soffici, nella generazione precedente, aveva chiamato il Salto vitale che, di un giovane senz’arte né parte, può fare un uomo. Sintomatico però che l’attenzione più acuminata Parise la riservi, viceversa, a quelle che Crotti definisce le «ombre» proiettate dalla «città della luce». In particolare – col senno di poi – non si può mancare di notare, fra i ben tredici pezzi del primo dei tre reportage parigini, quello pubblicato il 7-8 aprile 1955 sul «Corriere d’informazione», Allah ci guarda dalla torre Eiffel; e, fra i tre del primo “ritorno” parigino, quello pubblicato sullo stesso giornale diretto da Mario Missiroli, il 27-28 marzo 1959, col titolo Una notte per Parigi con i “blousons noir” (carattere molto diverso avrà il secondo “ritorno” pubblico, il viaggio fatto in compagnia di Giosetta Fioroni e Omaira Rorato nell’autunno-inverno 1984, e testimoniato da sette articoli pubblicati sul «Corriere della Sera»).

                I primi passi del Parise reporter, ancora novizio della professione cui l’aveva istradato il padre adottivo Osvaldo, direttore del «Giornale di Vicenza», sono abbondantemente “protetti”: in questo parigino del ’55, che si può considerare il suo primo grande “viaggio”, così come nelle visite in Israele nel 1959 o in Russia nel ’60. Ben lontani insomma, a quest’altezza, gli affanni, e gli estri, delle pagine di Guerre politiche e dintorni (quando Parise rivelerà una persino nichilistica attitudine «da “inviato” e anche da chiamato in causa», per dirla con una folgorante pagina di Zanzotto, consapevolmente mettendo a rischio la propria esistenza nelle «piste nere» della realtà, con le sue «continue incursioni nei luoghi eruttivi, nei punti di emergenza dell’orrore nel mondo», ogni volta abbagliando per l’intensità della sua «sensazione-laser nel vero»). Eppure non si può mancare di notare l’indulgere divertito e quasi morboso, di questo Parise – ad ogni buon conto installatosi in un osservatorio laterale, un albergo fatiscente dalle parti di St. Lazare dal nome “salgariano”, il Grand Hôtel des Iles su Sud –, sulle pieghe più periferiche, in tutti i sensi, della Città. Periferie in senso geografico, intanto (ancor oggi il porto fluviale di Gennevilliers, o come scrive Parise «Genevilliers», si trova al margine nord-occidentale della Città); ma più in generale socialmente “periferici” sono, in questi due pezzi in particolare, gli ambienti e i personaggi che tanto attraggono Parise. È il tratto “picaresco” che riscontrava nella sua scrittura, fra i suoi primi critici, Giuseppe Prezzolini (il quale, senza averlo conosciuto di persona, intrattiene in questi anni un fitto carteggio col giovane scrittore): in quel notevole Scoperta di Parise, pubblicato all’indomani del successo del Prete bello, che figura ora fra i primi lemmi dell’antologia della critica di «Riga». Il picaro, scriveva Prezzolini, «non conosce che i lati più poveri e più tristi della società; senza educazione se non quella a sue spese dal contatto con la dura realtà quotidiana», e «trascorre la sua esistenza in margine alla legge e alla morale».

                Di sicuro in questa inclinazione parisiana c’è molta memoria personale: dei primi anni a Vicenza quando – fallita la fabbrica di biciclette di famiglia, e prima del matrimonio con Osvaldo Parise, nel ’37 –, colla madre Ida Bertoli e il nonno Antonio Marchetti, Parise aveva vissuto nel sottoportico di un vecchio palazzo patrizio. Un ambiente realmente povero (che nelle sue prime uscite da scrittore Parise tenderà a descrivere anche in forme estremizzate), guardato però dall’esterno, da ragazzo «solo e custoditissimo» qual era (e si definirà a posteriori, in un’intervista del ’66) il piccolo Edo: con una certa dose di quel voyeurismo, insieme divertito e orripilato, che ritroveremo appunto nello sguardo del reporter a venire. Nel secondo pezzo, quello del ’59 sollecitato s’immagina anche da allarmistiche notizie di cronaca, si nota il gusto provocatorio col quale – al pubblico borghese del quotidiano – Parise riporta “in minore”, e con esibito divertimento, la piccola epopea della traversata nottambula della Città after hours: riducendo i temuti “marginali” con cagnone al seguito – schietti predecessori dei punkabbestia contemporanei – a umorose figurine da varietà.

                Ma, sempre ragionando col senno di poi, non si può mancare di notare l’acutezza dell’osservazione in coda al primo pezzo, quello del ’55: quando, a proposito del foyer musulman di Gennevilliers, Parise osserva che «Parigi cova in seno i futuri ribelli senza accorgersene». È una profezia, a quell’altezza davvero straordinaria, di quanto si verificherà nelle banlieues – previa radicalizzazione identitario-religiosa, all’indomani dei fatti iraniani e afghani – a partire dal 1981 e, clamorosamente, nel 2005 (per non parlare della situazione attuale). In questo pezzo circola infatti assai meno divertimento che nel successivo e, al di là del “colore” giornalistico, si avverte un senso di allarme, e insieme di accorata partecipazione, per le condizioni di degrado e di abbandono nelle quali versano gli immigrati maghrebini. Siamo ben al di qua del politically correct, si capisce, ma se Parise avesse fatto in tempo a conoscerlo c’è da scommettere che sarebbe stato anche più sprezzante, nei confronti della scarsa «voglia di lavorare» di «questa gente», e più sarcastico sulla loro ricorrente qualifica come «operai specializzati».

                L’attenzione per il mondo arabo, in ogni caso, non verrà mai meno. Del 1977 è il viaggio in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, in compagnia di Alberto Moravia e del regista Gianni Barcelloni, che fruttò un documentario per la Rai e quattro articoli usciti sul «Corriere della Sera» (ora ripresi a loro volta su «Riga»): nei quali Parise descrive la commistione affascinante (e in qualche caso, di nuovo, respingente) di un sostrato atemporale, fiabesco, e di un’iperaccessoriata modernità, maldigerita e vulnerante. Un «miraggio moderno», capace di «affascinare non meno di un miraggio classico»: dove l’emiro di Dubai può dire, nell’ambito della stessa frase, che «la nostra cultura è la fede in Dio» ma anche che «noi faremo nel deserto e con la nostra ricchezza un piccolo Paese sul modello dell’America». Tipico esempio di quella globalizzazione della quale (senza ovviamente chiamarla così) nei suoi articoli di quegli anni Parise è stato nella nostra cultura, subito dopo Pasolini ma di lui assai più analiticamente, il primo interprete critico. La «grazia naturale» degli arabi, in ogni caso osservata da Parise nel ’77 (peculiare, e antitetico a quello occidentale, il loro senso del tempo – sostiene, anticipando certe considerazioni di Celati sulla vita quotidiana in Africa), e l’ammirazione da lui confessata per la religiosità, da loro osservata con obbligo che definisce «igienico» (in contrasto colla società secolarizzata da cui proviene, e della quale è in tal senso un perfetto rappresentante), sono però solo un ricordo quando, di lì a pochi mesi, le notizie dall’Oriente cominciano a mutare di segno. (In questi casi – è bene ricordare – così come nei “ritorni” in Vietnam e nel Sud Est asiatico successivi al 1970 – sui quali mi soffermo nel saggio Guerre, pubblicato su «Riga» – Parise non torna fisicamente sui luoghi di cui parla, commentando sulle pagine del quotidiano le notizie d’agenzia: ancorché sulla base delle forti impronte lasciate nella sua memoria dai viaggi precedenti.)

    Il 23 gennaio 1978 per esempio, nell’articolo Giulietta e Romeo giustiziati su una piazza araba, commenta sul «Corriere della Sera» un atroce fait divers: una principessa saudita e il marito giustiziati a Gedda perché la giovane aveva sposato un uomo estraneo alla famiglia reale: fucilata lei, decapitato con un colpo di scimitarra lui. Una notizia che pare uscire dritta dalle Mille e una notte, edulcora Parise: che si mostra però turbato dal senso di «proprietà assoluta e totale», nei confronti della donna, denotato dall’episodio da un punto di vista antropologico. È lo stesso aspetto che sottolinea in un altro articolo, sulla stessa sede il 10 marzo 1979, Appartengono all’uomo come vuole il Corano, nel quale fa esplicito ricorso ai suoi ricordi personali (tuttavia rivelando, rispetto ai quattro pezzi di due anni prima, aspetti in precedenza trascurati: con quella stessa attitudine auto-revisionistica, diciamo, che mostra l’accidentato percorso ideologico riguardo al «mito del Vietnam»): «agli occhi di un viaggiatore europeo» le donne appaiono «come lunghi o corti sacchi neri, avvolti in se stessi e semoventi mediante scarpe nere che spuntano dal fagotto. Quei sacchi o involti che lo scultore Christo ha, con così grande successo, esposto o allestito nel mondo intero in veste d’opera d’arte». Segno icastico, «quegli spettacolari fagotti deambulanti», dell’«oggetto di proprietà, un pacco, di cui era impossibile scorgere qualunque fattezza o volto o occhi o espressione individuale sotto quel cumulo di stracci neri e muti». Eppure, riflette Parise, al di là di questa esibizione quasi spettacolare, quanto è simile questo «comportamento suggerito dalla degenerazione delle regole religiose» a certi aspetti dell’antropologia italiana, specie meridionale? «Quei paesi nonostante abbiano molto forte il senso della società maschile (una società nepotista al massimo, dunque mafiosa) vivono, come noi, nella famiglia. La famiglia è il centro di tutto. Dalla famiglia si irradiano, appunto per mafia e nepotismo, tutti i possibili poteri e i nemici sono i nemici non dello stato, non della società ma i nemici della famiglia. Esattamente come in Italia. È chiaro che, in una struttura di tipo tribale come questa, e come quella italiana, non c’è né società, né stato». Non credo che Parise fosse a giorno del concetto di familismo amorale, introdotto dal sociologo Edward C. Banfield alla fine degli anni Cinquanta, ma è significativo del suo approccio alla storicità dei fenomeni che egli esplicitamente tenda a mettere in secondo piano la matrice religiosa, del dato osservato, per sottolinearne il sostrato antropologico: quello che gli consente, appunto, un’analogia abbastanza azzardata come questa.

    Persino di fronte alla massima spettacolarità, del cambiamento di paradigma storico – quando in Iran, cioè, trionfa la rivoluzione fondamentalista guidata dall’ayatollah Khomeini –, nell’articolo Perché sventola la bandiera dell’Islam, sempre sul «Corriere» il 4 febbraio dello stesso ’79, insiste Parise che le impressionanti scene di massa riprese in video a Teheran, che parrebbero segni certi di una «caduta visione laica della vita», vanno lette piuttosto cogli strumenti degli «antropologi» (e magari, aggiunge provocatorio, degli «zoologi»: è il Parise “darwiniano militante” a parlare, si capisce). Il farnetico fondamentalista, la sospensione di milioni di iraniani in un’attesa che noi diremmo messianica – sostiene – non è che la conseguenza di quella che non è propriamente una società, bensì una «massa», sempre condizionata dai mezzi di comunicazione. E in questo senso, conclude, «tutto sommato facciamo parte anche noi di quelle masse e partecipiamo di quella “sospensione” attonita, di quella attesa di non più di pochi secondi così lontana, nella sua essenza, dai progetti e dagli strumenti della democrazia. E intanto il branco sta fermo, o si agita, non perché sa e partecipa ma perché un puntino rosso lo attrae in contemplazione o commozione, o un vecchio barbuto dagli occhi neri e forti lo agita. E tutto ciò è fuori, completamente fuori, non soltanto dai progetti ma anche dalla conoscenza di quelle élites politiche che si danno da fare e suppongono poter condurre il branco secondo programmi, leggi, piani di sviluppo eccetera».

    Non è più il degrado economico e sociale, non è nemmeno il fondamentalismo religioso a contare. Sono queste, per Parise, ancora astrazioni – come quelle che, per lui, sempre guidano le illusioni dirigistiche e ideologiche delle «élites politiche». È l’animale uomo, solo e spaventato in mezzo al branco che lo trascina, ad affascinarlo – e a spaventarlo. Come quella strana bestia che guarda allo specchio, la mattina.

  • 28Ago2016

    Daniele Abbiati - ilgiornale.it

    L’educazione apolitica del giovane Parise

    Peccato sia un avverbio, avendo quindi interdetto l’accesso ai Sillabari. Però, ammettiamolo, leggendo la fenomenologia che ne dà Goffredo Parise, l’avverbio «spontaneamente» sarebbe stato un ottimo soggetto-oggetto da… sillabare, da collocare nell’enciclopedia diffusa e sfuggente dello scrittore. «Spontaneamente» è, infatti, il vero protagonista di un romanzo che l’autore di Il prete bello, Il padrone, L’assoluto naturale abbozzò dall’inizio dei Settanta al 1977 circa. S’intitola La politica (trotto leggero) e appare ora per la prima volta sulla rivista Riga, interamente dedicato allo scrittore.

     

    «Quello spontaneamente che Giacomo avrebbe tradotto molto più tardi nella parola demagogia». Giacomo (o Giorgio, com’è chiamato nel primo dei sedici brevi capitoli) è l’alter ego di Parise e ne seguiamo le vicende, insieme a quelle dell’Italia, lungo il cruciale periodo 1937 – 1947, cioè dalla prima elementare frequentata (poco «spontaneamente») in una scuola di preti fino a quando il Nostro assiste alle già «ridicole» «commemorazioni della Resistenza» con i partigiani «in costume dell’epoca». Appunto, dallo «spontaneamente» elargire qualche lira per l’edificanda chiesa limitrofa all’istituto allo «spontaneamente» accettare la retorica antifascista che vede sfilare migliaia di ex fascisti.

    Ma non è, quella di Parise, facile anti-politica, al contrario, come nota Marco Belpoliti nella postfazione: «Se è dall’essersi sottratto alla politica degli anni Sessanta e Settanta che, sostiene Parise, nascono le favole dei Sillabari», questo excursus con al centro il disilluso e logico e adulto fin da bambino personaggio «contiene invece a suo modo, in negativo, l’aspirazione a un paese diverso». Un prete (pedofilo), un nonno (socialista), un maestro (pre-democristiano), alcuni compagni (conformisticamente fascisti), un padrino (conformista), un sodale (repubblicano) tentano tutti di arruolare questa «sorta di Candide», come lo interpreta Belpoliti. Ma lui, forte di una forma mentale apartitica, a tutti oppone il rifiuto dell’uomo libero.

    «Era quasi appena nato quando cominciarono a rompergli le scatole con la politica» è l’incipit. Spontaneamente, questa volta per davvero, Parise non gradì.

  • 21Ago2016

    Andrea Cortellessa - Il Sole 24 ore

    «Nessuno fa niente per niente»

    La politica secondo Parise. Un nuovo «Principe».

    A 30 anni dalla morte esce per la prima volta su «Riga» un romanzo incompiuto di cui anticipiamo un brano.

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