Riga 35 – Michel Serres

Archivio rassegna stampa

  • 15Nov2015

    Remo Bodei - Il Sole 24 ore

    Da Prometeo ad Ermes

    Un libro a più voci sul filosofo francese che nel 1967 intuì il senso della svolta dalla produzione alla comunicazione.

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  • 16Set2015

    Paolo Calabrò - Mangialibri.com

    Dopo Hiroshima e Nagasaki, non si può più pensare la scienza indipendentemente dall’etica; similmente, nel nostro terzo millennio non ha senso dedicarsi alle modalità del pensiero dell’uomo senza prima aver guardato quello che fanno i ragazzi con i loro telefonini. È finita, da un lato, l’illusione di poter indagare la realtà in maniera compartimentata (“qui finisce l’ambito della fisica, qui comincia quello della biologia…”), ed è finita dall’altro la pretesa di poter fare un pensiero “alto” che non si “contamini”, fin dalla radice, con ciò che il mondo mette sotto gli occhi a ogni momento.

    Quando si guardino le cose sufficientemente da vicino – e non con l’atteggiamento di chi già cosa intende ricavare da una certa osservazione, e a cosa vorrà invece risolutamente rinunciare – molte delle separazioni che siamo abituati a concepire, spariscono: e, all’orizzonte, si intravede una conoscenza sfaccettata, multiforme, che si nutre del confronto e dello scambio…

    Michel Serres è un maestro del nostro tempo: così lo si definisce nella motivazione del Premio Nonino consegnatogli nel 2013. La lezione che ci porta è quella di una vita che precede tanto il soggetto quanto il sapere, e che è insofferente alle delimitazioni intellettuali, soprattutto quando siano arbitrarie: se per comodità, in passato, la conoscenza ha avuto bisogno di seguire il metodo cartesiano per progredire (scomponendo i problemi grandi in parti via via più piccole e semplici da affrontare), ebbene, ora è tempo di ricomporre i pezzi. Né questo è compito della sola filosofia: gli intellettuali devono cominciare a prendere consapevolezza dell’importanza e dell’irrinunciabilità del passaggio di idee da una disciplina all’altra. Questo libro corposo – e a sua volta sfaccettato e multiforme – presenta un’antologia di scritti di e su Serres di varia provenienza, atti a fornire un quadro non esaustivo (si può forse averne l’ardire, di fronte a un autore che ha pubblicato 60 opere?) ma, al contrario di orientare il lettore verso lo sguardo e il respiro di un pensiero che ha molto da dire all’uomo contemporaneo. Prezioso soprattutto in Italia, dove le opere in catalogo non arrivano a una decina.

  • 09Ago2015

    Michel Serres, Gaspare Polizzi - L'Unità

    Il tempo sgretolerà anche i monti

    Due testi del filosofo Serres sul destino di ogni cosa, “Il grande racconto”, e sulla fase del genere umano che chiama “Ominescenza”

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  • 19Giu2015

    Massimo Donà - L'Espresso

    Preziosissimo questo volume della collana “Riga” dedicato a Michel Serres. Finalmente un’antologia di testi capace di restituire la particolarità di un pensatore che sarebbe difficile ricondurre a una particolare scuola o tradizione filosofica, se non altro perché da sempre impegnato a mettere in questione proprio questa ossessiva attitudine all’etichettatura e all’incasellamento.

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  • 27Mag2015

    Marco Dotti - Il manifesto

    “Dov’è l’arte?” la domanda risuona con preoccupata insistenza nelle ultime pagine del chef-d’oeuvre inconnu di Honoré de Balzac, pubblicato per la prima volta in rivista nel 1831. L’arte non c’è mai stata se c’era è ormai scomparsa, soffocata da una massa di colore informe. Resta il rumore, sfondo a quelle uniche tracce di forme che probabilmente non appartengono nemmeno più all’orizzonte della pittura o dell’uomo.

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  • 29Apr2015

    Riccardo Venturi - Alfabeta2.it

    Il numero di Riga su Michel Serres, curato da Gaspare Polizzi e Mario Porro – che a Serres ha consacrato diversi contributi precisi che scandiscono l’antologia – è uno strumento indispensabile per navigare nell’opera del filosofo francese. Della sessantina di opere da lui pubblicate, infatti, solo una quindicina sono disponibili in italiano.

    Ripercorrere l’intero arco della sua carriera non è agevole: Serres non è un intellettuale-cinghiale, che scava incessantemente la stessa buca ma, per sua ammissione, un intellettuale-volpe, che non smette di errare e annusare il terreno: alla ricerca, fuor di metafora, di una visione globale sintetica del reale. Per questo non ha smesso di spaziare dalla geometria – con la quale comincia, come consigliava Platone – per poi passare alla fisica, alla biologia, alle scienze umane, all’antropologia, alle scienze delle religioni, alle arti visive.

     

    Tutto comincia durante la guerra di Spagna del 1936, quando alla famiglia di Serres capita di ospitare, nella loro casa nel Sud-est della Francia, i militanti feriti delle due fazioni. La violenza e la morte (che Serres ritroverà nel mito di fondazione di Roma) causata da due ideologie rivali lo portano a immaginare un sapere non agonico, un sapere con un oggetto e non una posta in gioco, un metodo e non una strategia, una conoscenza e non un rapporto di forze.

    Determinante fu, in questo senso, lo scarto operato nel 1967 e che determinò il resto della sua carriera: mettere al centro del pensiero filosofico non più la produzione e l’industrialismo ma la comunicazione, non più Prometeo ma Ermes. È la genesi dei cinque volumi di Hermès, un tentativo enciclopedico di rifondare il sapere e forgiare i propri strumenti analitici. E di farlo passando per il mito, la letteratura (Zola, Balzac, Verne ma anche Diderot, Musil, Thomas Mann) o la pittura (San Giorgio alle prese col drago di Carpaccio) – «Rileggo la tradizione con i mezzi della cultura che vedo apparire».

    In questo modo Serres decentra il pensiero, lo libera dai punti fissi e dalla sostanza, configurandolo come uno schema a rete in cui la comunicazione ha libera circolazione in una pluralità di spazi, «dove gli pseudo-centri non sono più che commutatori». Quanto vale per il pensiero vale anche per la costruzione della soggettività e del collettivo: «L’“io” mi appartiene, poi è tuo, poi suo, dell’altro, di ciascuno. È un gettone di presenza indefinitamente scambiato»; «Il “tu” è mio, in seguito lo prendi tu; se l’altro lo coglie, mi rivolgo a lui, ognuno al suo turno». Sembra che Serres parli, più che dei pronomi personali, di una palla da rugby: che gl’ispirerà, non a caso, la teoria del quasi-oggetto. Il concetto è comunque chiaro: l’ego non è un punto fisso, una struttura invariante, ma un essere di circolazione. L’unico pronome invariante è il noi, che «appartiene in proprio a tutti ed in comune a ciascuno, designa la rete multicentrata».

    Ora, come mettere in pratica un programma così ambizioso? Serres – uno dei rari intellettuali francesi della sua generazione a non esser passato per il marxismo, indifferente al monopolio delle «multinazionali del pensiero» – pratica quello che chiama «passaggio a nord-ovest». Si tratta di quello spazio ben conosciuto dai marinai che mette in comunicazione l’Atlantico e il Pacifico. Le due parti dell’oceano enciclopedico non sono qui altro che le scienze esatte e le scienze umane, poiché «non si passa dalle scienze della natura alle scienze umane accontentandosi di aprire una porta e di attraversare la strada». Il tentativo è reso più impervio dalla scena francese degli anni Sessanta, dominata da due campi che Serres trova sterili: l’epistemologia e la storia della scienza («mi annoia: decifrare manoscritti di Galileo, non è forse lo stesso gesto di chi scava i resti di Troia o la vita di Shakespeare?»). Senza considerare la tendenza accademica a parcellizzare la scienza, a farne un mestiere.

    Pensiero non euclideo, mondo non newtoniano, riflessione non cartesiana, fisica quantistica, relatività, teoria dell’informazione: come renderne conto? Come scrive Serres a proposito di Leibniz – uno dei modelli filosofici che annuncia tra l’altro «la topologia, l’algebra combinatoria, la teoria dell’informazione» – a interessargli non è la matematica nel suo funzionamento logico-formale ma in quanto «logica dell’immaginazione». «Contrariamente a quanto si crede, la scienza non annulla la non scienza… Il mito conserva un ruolo considerevole nel sapere scientifico e viceversa». Come ribadisce René Girard, «il modello scientifico non è meno mitico (anzi, in verità lo è di più) di molti miti».

    Serres è convinto che questo approccio antropologico e non positivista permetta di evitare una schizofrenia del nostro sapere con, da una parte, coloro che hanno una conoscenza esatta del mondo ma ignorano la cultura (gli scienziati che leggono solo fumetti) e, dall’altra, coloro che, immersi nelle scienze umane, trascurano i cambiamenti della realtà che li circonda («Sartre non ha capito nulla del mondo in cui viveva»).

    È possibile parlare del mondo con esattezza senza rinunciare alla metafora? conciliare poesia e rigore, come Platone o Descartes, primo filosofo a utilizzare la lingua francese? A leggere questo reader si direbbe di sì: il pensiero di Serres prende corpo in una scrittura sperimentale coltivata nel corso dei decenni lontano dall’università – «che mi ha sempre insegnato a scrivere male». Il piano metaforico è essenziale per evitare che il linguaggio si esprima solo per concetti, che sia ovvero «fatto per ferire». Ma lo è anche per recuperare un mondo che la scienza ha perso, presa a trasformare i fenomeni del mondo in codici e le sensazioni in linguaggio. Eppure, scrive Serres che col tempo non ha mai perso l’ironia, «Quando bevo del vino di Bordeaux, non bevo parole».

  • 18Apr2015

    Fabio Gambaro - R2 Cultura - La Repubblica

    In questo nostro mondo dominato dall’ipertrofia digitale, i filosofi possono contribuire a trasformare l’eccesso d’informazione in conoscenza. Lo ricorda Michel Serres, il filosofo francese a cui oggi Riga – la rivista diretta da Marco Belpoliti e Elio Grazioli – dedica un ricco numero a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro (Marcos y Marcos), ricostruendo accuratamente il percorso transdisciplinare di uno studioso che da oltre mezzo secolo si confronta con la complessità di una realtà in mutazione.

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