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Residenza Fittizia

Archivio rassegna stampa

  • 10Set2019

    Umberto Brunetti - succedeoggi

    A proposito di “Residenza fittizia”

    Stile rasoterra

    La nuova raccolta poetica di Alessandro Niero è frutto di una raffinatissima ricerca stilistica che sovente si applica a una realtà prosaica indagata con la prospettiva di una «vita rasoterra»

    C’è lo sforzo di imprimere un equilibrio alla realtà scombiccherata con la misura dei versi, di sopperire alla fuggevolezza delle emozioni con agganci di vocaboli massicci nel nuovo libro di Alessandro Niero, Residenza fittizia (Marcos y Marcos, Milano 2019, pp. 121, euro 20). I testi qui raccolti si contraddistinguono subito per una finissima cura metrica, impronta di un poeta traduttore avvezzo a ritmi e sonorità della poesia russa. E il collegamento appare più che mai lecito con un altro grande poeta e traduttore, nonché slavista, Angelo Maria Ripellino, che farciva i suoi versi di misure ternarie e anapestiche al limite della cantilena. Meno stravagante e più raccolta nell’alveo della tradizione è, invece, la metrica di Niero, che tuttavia fa disinvolto utilizzo accanto all’endecasillabo di un verso più sperimentale, ovvero il tredecasillabo (non tanto quello anapestico, che ci rimanda alle scandite liriche pavesiane di Lavorare stanca, quanto piuttosto un tredecasillabo con accenti di 4a, 8a e 12a: «Il segno meno ha qualche cosa di sornione / perché è dimesso, quasi zoppica e tartaglia»). Questo bisogno di regolarità nel dettato porta l’autore a non rifuggire nemmeno da un espediente raro come la tmesi, ovvero la divisione in sillabe di una parola in fine di verso, per evitare l’eccedenza metrica: «e femmina nel nostro idioma, adorna / di mezzi per la mie- / titura, semina passando impasse» (la scansione è endecasillabo, settenario tronco, endecasillabo).

    La politezza formale si associa in Niero all’attenzione per l’aspetto fonico del verso. Abbondante è l’uso della rima (senza però che i versi siano disposti in strutture strofiche tradizionali), specialmente in chiusa di componimento. E non si tratta affatto di rime «miserrime», come autoironicamente scrive il poeta in La vita assestata. La responsione dei suoni è varia e imprevedibile, con una certa predilezione per le rime ricercate, piane («timbro» : «cimbro») o sdrucciole («mingere» : «spingere»), e talora imperfette («pericolo» : «vincolo»). Non mancano rime per l’occhio («I-Carly» : «parli»), o interne, come nell’elegante esito in chiusa del testo incipitario di Ghèl: «il senso più remoto / […] che segue il proprio azzardo cartografico – / più netto quando sopra, come oggi, / risplende un cielo inedito, nizzardo». Ad accrescere la trama acustica dei componimenti contribuiscono le paronomasie («vorrei munto / ogni minuto»; «manca il pane malcotto, manca manna»; «Sapeste quale spessa spesa psichica»), i bisticci («togli tagli trinci»; «stringe d’assedio / stinge e s’insedia») e le allitterazioni ricche («la contrada del contrario»).

    A una siffatta ricercatezza stilistica, a tratti giocosa, fa da contrappunto la realtà prosaica indagata con la prospettiva di una «vita rasoterra» (è Brodskij, ci ricorda l’autore in un’epigrafe, ad asserire che «la metafisica è sempre terra terra»), in un contrasto tra alto e basso di ascendenza gozzaniana. La ‘vita che dà barlumi’ si esplica per Niero proprio nello «spaccato di ordine / quotidianissimo», come recita la lirica Rigovernare, in cui il poeta si autodescrive nell’umile mansione di lavare i piatti: «Eppure qui si addensa un sentimento / di sintonia, una volta tanto, con la rete / del mondo intorno fitto di rintocchi / domestici». È il caso anche di poesie quali Pulizie d’autunno e la molto bella Filosofia spicciola sulla differenziata: «C’è l’umido, signori, a ricordarci / che siamo liquidi – la melma pavida / della carne e del corpo. / C’è il secco a dirci grumo di cascami / irriducibili, irriciclabili. / E quella, s’il vous plaît, è l’anima».

    Un fil rouge di Residenza fittizia è il tema della fugacità, «il sentimento del tempo che passa», nominato nell’incipit di una lirica che parafrasa Ungaretti. Forse come antidoto laico al «senso lurido di finitezza», il poeta ripete tante volte il sostantivo «vita», divertendosi a sottrarre e addizionare gli epiteti dell’esistenza: «vita sfusa», «vita assestata», «vita scondita», «vita semiretta». E agli incantesimi verbali Niero mescola l’arte dell’ironia, come nel componimento sui suoi quarantaquattro anni «con / resto di due a guastare il diviso». La rapina perpetrata giorno per giorno dal tempo è allegorizzata nel «segno meno», a cui è dedicata un’intera sezione e il cui simbolo grafico ha risalto nel titolo di una poesia serio-comica di sapore trilussiano (si pensi a Nummeri).

    Il tempo «meschino» che «fa ciao ciao col palmo grigio» si affaccia anche in mezzo al tenero lirismo dei nove componimenti dedicati alla figlia (Nove pensieri per Bea), in cui i giochi linguistici sono sublimati dalla soavità del sentimento, dal candore della fanciullezza, dello stesso bianco della neve carissima a Niero:

    Voglio pensare che al pari di me
    non ti potrà guardare nessun altro
    né riconoscerti erba in un sole
    di sabbia, dì nell’antro
    del tempo che ci mastica mutandoci
    in tetro bianco: mèstica.
    Tu calda rabbia. Tu indocile crescita.
    In questo clima di pil seppellito
    tu, accelerata ad arte come al cinema,
    fai l’alba che, del buio, fende il limo.