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Rabbia a Harlem

Archivio rassegna stampa

  • 10Dic2011

    Redazione - Il Foglio

    Chester Himes (1909-1984), il padre ne- ro dell’hard boiled che, come Hammett, Cain, Chandler, Thompson, Goodis, seppe trasformare il genere in una rabbiosa cri- tica sociale, tiene il passo della sua corsa con il ritmo irrefrenabile di una danza farsesca o di una canzone blues.

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  • 01Dic2011

    Loris Tassi - Blowup

    Pubblicato per la prima volta nel 1957 con il titolo di For Love of Imabelle, Rabbia a Harlem rappresenta una tappa fondamentale nel percorso creativo di Chester Himes, poiché è il primo di una lunga serie di romanzi polizieschi ambientati in una Harlem da incubo.

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  • 21Ott2011

    Giuseppe Ortolano - Venerdì di Repubblica

    E’ la Harlem di Himes, “un maestro equiparabile a Hammett, Chandler o Simenon” secondo Manuel Vàsquez Montalban.

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  • 01Ott2011

    Serena Maioli - Mantova chiama Garda

    A Harlem sono tutti pistoleri fuorilegge. Dagli solo dei cavalli e delle vacche e diventano tutti ladri di bestiame.

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  • 02Set2011

    Valerio Calzolaio - Salvagente

    New York. Cinquanta. Iniziano nel ghetto le ironiche avventure di due brutali bravi poliziotti, il possente Grave Digger Jones e lo sfigurato Coffin Ed Johnson (“Bara e Becchino”), amici d’infanzia, sulle tracce di malloppi e truffe e della furba maliziosa Imabelle, scoprendo “La rabbia di Harlem”.

    L’ottima casa editrice lo ripubblicò saggiamente nel 1991 (con introduzione di Montalban) inaugurando una collana e altri volumi di Chester Himes, venti anni dopo ripete l’esperimento (con postfazione di Zucchella) per il formato pocket (esce pure Durrenmatt, “Romolo il grande”). Il libro vale, l’autore (1909-1984) è un mito, osannato in Francia, adottato in Spagna, molto amato anche dal cinema e da noi.

  • 01Set2011

    Daniele Gabutti - Italia Oggi

    «A Harlem sono tutti pistoleri fuorilegge. Dagli solo dei cavalli e delle vacche e diventeranno anche ladri di bestiame», commenta una voce anonima persa nella folla dei curiosi dopo una sparatoria tra poliziotti e malavitosi in un palazzo pulcioso della «strada più pericolosa di Harlem» (dove tutte le strade sono notoriamente pericolosissime).

    Sono gli anni cinquanta, Harlem è ancora un ghetto nero, mentre oggi è un quartiere residenziale o poco ci manca, e siamo in pieno happening antropologico, come in una tela di Salvador Dalí o in una poesia simbolista. È il centro esatto d’un grande romanzo di Chester Himes, Rabbia a Harlem (Marcos y Marcos). Prima rapinatore e galeotto, poi giallista nero e bohémien nella Parigi livida della beat generation, amico d’Allen Ginsberg e di William Burroughs, che per primo gli consigliò di mettere la sua esperienza di criminale al servizio della letteratura, Chester Himes fu scoperto da Marcel Duhamel, che all’epoca dirigeva la Série Noire di Gallimard e che ne fece dall’oggi al domani un autore di culto, prima in Francia e poi in tutto il mondo. Classe 1909, morto nel 1984 a settantacinque anni, venti dei quali trascorsi dietro le sbarre, Himes dipinse l’America nera degli anni che precedettero le lotte per i diritti civili con pennellate cubiste: bidonisti e papponi con abiti dai colori squillanti, prostitute e dark ladies con movenze da bambola meccanica e parrucche arcobaleno, giocatori di dadi, barboni, poveracci, assassini, predicatori, ancora bidonisti (ma quelli religiosi, i più pericolosi di tutti) e infine due poliziotti, i suoi eroi seriali, detti il Bara e il Beccamorto per la facilità con cui mettevano mano ai loro enormi revolver fuori ordinanza, uno per mano. Raccontata da Himes, Harlem si trasformò così in una Praga popolata di Golem e d’incubi kafkiani, ma come se al posto di Franz Kafka e Gustav Meyrink l’avesse raccontata Damon Runyon (quello di Bulli e pupe) e Sergio Stefano, o Sto, quello del Signor Bonaventura, di Barbaricci, del Bassotto e del Bellissimo Cecé.
Ecco l’Harlem di Chester Himes, qui di seguito: «Guardando a est dalle torri della chiesa di Riverside, appollaiata tra gli edifici universitari sulla riva alta del fiume Hudson, in una valle molto più in basso, le onde di tetti grigi distorcono la prospettiva come la superficie di un mare. E sotto la superficie, nelle acque scure di luridi casamenti, una città di gente nera convulsa in un vivere disperato, come l’insaziabile ribollire di milioni di pesci cannibali affamati. Bocche cieche che divorano le proprie stesse viscere. Ci infili una mano e tiri fuori un moncherino. Questa è Harlem. Più ci si sposta a est e più diventa nera. A est della Seventh Avenue, fino al fiume Harlem, viene chiamata The Valley. Case brulicanti di vita si stendono nel tetro squallore. Ratti e scarafaggi, contendono a cani e gatti rognosi ossa già rosicchiate dagli uomini».
È qui, in questo angolo dell’inferno, che il «povero negro» Jackson cade nella truffa della macchina che trasforma le banconote da dieci dollari in pezzi da cento rimettendoci in un colpo solo tutti i risparmi e la sua donna (lui, almeno, la crede tale). Tenterà di recuperare il malloppo con l’aiuto del fratello gemello Goldy, un tossicomane che si aggira nel ghetto travestito da suora e che si guadagna da vivere passando informazioni alla polizia, rubacchiando qua e là e raccogliendo elemosine. Inseguito dal Bara e dal Beccamorto, sulla pista di tre bidonisti la cui scia è seminata di cadaveri, Jackson andrà incontro al proprio destino, fuggendo a razzo su taxi e carri funebri rubati, scampando a risse nei saloon, entrando e uscendo dai bordelli, mentre la lista dei morti ammazzati e dei conti da saldare s’allunga fino al gran finale: un happy end da disperati che sarebbe piaciuto a William burroughs e André Breton.

  • 01Set2011

    Guglielmo Paradiso - Laltrapagina.it

    Jackson è un afroamericano grassoccio, devoto a Dio e alla sua donna; d’altronde, chi non impazzirebbe per Imabelle, mulatta «dalle labbra a cuscino, il corpo bollente, la pelle color banana con gli occhi castani striati di una-che-arrapa e i fianchi alti e tondeggianti montati su cuscinetti a sfera di un’amante nata».

    Ora, come ben sa tutta Harlem: «una ragazza nera fa deragliare un treno. Ma per una ragazza meticcia anche un prete potrebbe giocarsi tutto». Ed è proprio la conturbante Imabelle a far “deragliare” la tranquilla vita di Jackson, tutta chiesa e lavoro, in un binario che, fino all’ultima pagina, corre all’impazzata verso un mare di guai. La donna, infatti, ha trascinato quel credulone del suo uomo in un imbroglio organizzato da un farabutto che, tramite un processo chimico, riesce ad aumentare il valore delle banconote. Jackson, abbagliato dalla bellezza della sua amata Imabelle e accecato dall’avidità, non esita a mettere in gioco non solo tutto quello che possiede, ma anche tutto ciò che è riuscito a raccimolare in prestito.
    Ecco, però, che nel bel mezzo del trucco di magia, mentre i soldi cucinano nel forno e stanno per lievitare di numero, scatta puntuale la retata dei federali; tutti riescono a scappare, tutti tranne il povero Jackson che solo grazie ad una sostanziosa mazzetta riesce a convincere lo sbirro a lasciarlo fuggire. Ritrovatosi senza soldi e soprattutto senza donna, scomparsa senza lasciare traccia, a Jackson non resta che riuscire a colmare i debiti, ma più ci prova più quella voragine in cui Imabelle l’ha fatto precipitare sembra inghiottirlo.
    Non resta al poverino che chiedere aiuto alla pia suor Gabriel alias suo fratello gemello Goldy, un tossico che, come Jackson imparerà, ha più di una mano in pasta in torbidi giri.
    Sarà proprio Goldy ad aprire gli occhi al fratello: la moltiplicazione dei soldi è un vecchio trucco utilizzato per spillare soldi ai poveri polli di provincia, proprio la razza alla quale Jackson appartiene. Quella vecchia volpe drogata, sempre in giro per il ghetto travestita da suorina di carità, ha fiutato che dietro le disgrazie capitate all’ingenuo consanguineo si cela un grosso affare: la ricerca di quei truffatori forestieri, infatti, potrebbe fruttargli un bel baule pieno d’oro.
    Mentre tutta Harlem viene scossa dall’ira di Bara e Beccamorto, due violenti piedipiatti decisi a riportare l’ordine nel quartiere, Jackson ha solo uno scopo da portare a termine: ritrovare Imabelle.
    Se siete stati rapiti da film come La stangata, I soliti ignoti, The snatch, Lock & Stock, o il ciclo di Ocean, se non vi perdete neanche una puntata della serie-tv White collar, Rabbia ad Harlem di Chester Himes è il libro che fa per voi.
    Rabbia ad Harlem, un classico senza tempo riproposto da Marcos y Marcos in un piccolo ed elegante formato.

  • 01Ago2011

    Francesca Castellano - Libri.postificio

    Irruento e dinamico come il suo autore, il romanzo di Chester Himes, Rabbia a Harlem, è in arrivo nelle librerie ad agosto 2011, nella sua seconda edizione per Marcos y Marcos. Un giallo sporco e irriverente, che porta con sé l’odore dei bassifondi di New York e che si tinge di sfumature nere: “Un maestro equiparabile a Hammett, Chandler, Poe o Simenon” dice Manuel Vázquez Montalbán riguardo all’autore: premesse interessanti e una lettura che conquisterà tutti gli amanti dei libri “fuori dagli schemi”.

    Una vita travagliata, al limite dell’illegalità, sfociata poi nell’arresto di Chester Himes all’età di vent’anni: tutte queste vicissitudini e problemi con le autorità diventano materiale narrativo nel romanzo, intrecciando momenti di grande ilarità ad altri caratterizzati da suspance e violenza. Una sorta di “pulp fiction” con materiale autobiografico, alternato a sketch di pura e geniale invenzione.
    Imabelle è una bomba di sesso e malizia, e ha per le mani un malloppo che scotta. Jackson è cotto marcio di lei: se la prende in casa e la aiuta a occultare il bottino. Nero, credente, credulone, Jackson ha ripulito le casse della parrocchia per partecipare a un singolare esperimento di ‘moltiplicazione’ del denaro: ovviamente, una truffa organizzata alle sue spalle da una gang di ceffi sanguinari. Quando Imabelle scompare nel nulla, Jackson chiede una mano al fratello Goldy – un tossico travestito da suora che semina improbabili premonizioni – ma è peggio che andar di notte.
    A mettere un po’ d’ordine, dal profondo nero di Harlem sbucano Bara e Beccamorto, una coppia di poliziotti violenti e implacabili simili a ‘due allevatori di maiali a caccia di divertimento nella Grande Mela’. Rabbia a Harlem è un viaggio crudo, esilarante nella giungla di una metropoli spietata: un affresco imperdibile, un capolavoro citato e imitato da grandi scrittori e registi celebri.