Questa terra è la mia terra

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  • 25Gen2012

    Filippo Infante - 24 letture - Il Sole 24 Ore

    È l’America dei vagabondi in viaggio, delle grandi metropoli, dei salti da un vagone all’altro per raggiungere una meta che forse neanche esiste. E’ l’America che non c’è. O che forse esiste ancora, ma solo nel cuore della gente più umile.

    E’ tutto quello di cui ci parla Woody Guthrie, uno dei più grandi poeti e cantautori americani, punto di riferimento di molti artisti; tanto per citarne uno, Bob Dylan, il quale ebbe la fortuna di conoscerlo qualche anno prima che morisse su un letto d’ospedale, ormai sfinito dal morbo di Huntigton, nell’ottobre del 1967.
Dimenticato tra i tanti altri nomi, per il suo spirito anticonformista e rivoluzionario, Woody Guthrie prese la decisione di vivere “in viaggio”, armato solo di una chitarra, sperduto in una società – quella americana di fine anni ’40 – borghese, conformista, capace di giudicare spietatamente coloro ritenuti diversi o reietti, così da emarginarli definitivamente. Ebbene, Woody Guthrie decise con fermezza di dar voce a tutti loro: gli sconfitti, i perdenti, i diseredati, i vagabondi, vittime del loro stesso destino, voci impercettibili nella società. Forse perché in fondo si sentiva come loro, semplicemente diverso. Lo ha fatto con canzoni e poesie da dedicare loro; e lo ha fatto anche con la propria autobiografia che prende il nome di una sua famosa canzone, “This land is my land” ovvero “Questa terra è la mia terra” (traduzione di “Bound for Glory”).
Il giovane Woody ben presto abbandona la città natale di Okemah, nello stato dell’Oklahoma, a seguito di una serie di tragedie familiari che lo segneranno per tutta la vita: il crac finanziario del padre, la sorella morta in un incidente domestico, la madre ricoverata per una strana malattia, ecc… Così il ragazzo intraprende un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può facendo qualsiasi genere di lavoro oppure suonando pezzi folk con band di strada. Il resto è Storia.
Oltre a essere la sua vita su carta, l’opera è una sorta di reportage dell’America a lui contemporanea, figlia della grande crisi economica, che mette in luce, con estrema lucidità, gli aspetti più degradanti della povertà ai bordi delle strade di periferia o lungo i binari sui cui scorrono vagoni merci e di miseria umana. Nel romanzo di Guthrie, l’America dalla faccia sporca non perde mai la propria dignità, nonostante le difficoltà e la voglia di ribellarsi contro un sistema senza scrupoli. Per mezzo della chitarra, usata come una macchina da scrivere, l’autore racconta la realtà che naturalmente gli si presenta davanti, per poi proseguire sempre più a fondo nella sua personale odissea:
Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame.
Guthrie si mette alla ricerca dello “spirito americano” con l’umiltà di chi è incapace di scendere a patti se in gioco ci sono libertà individuali e rispetto sociale; anche a costo di protestare e impegnarsi in prima persona contro i nemici dei diritti fondamentali: Devo confessare che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. E’ il suo modo di scrivere onestamente che rende questo libro una delle più interessanti e credibili testimonianze americane. Attraverso il coraggio delle proprie opinioni portate avanti fino alle ultime pagine del romanzo.
I numerosi slanci poetici, nascosti tra una descrizione e l’altra del viaggio, impreziosiscono il racconto come piccoli gioielli di vita, riportando alla mente lo stesso sguardo poetico di Walt Withman posato sul mondo, assieme a quello di tanti altri testimoni-scrittori della grande letteratura americana di metà Ottocento. Stavolta tocca alle sue parole e al suo sguardo musicale, il compito di svelare l’America profonda degli anni ‘40, intollerante, razzista, povera, ma anche solidale e fraterna con tutte le sue contraddizioni, pronta ancora a credere nei valori da cui è nata e in un sogno che, col passare degli anni, diverrà sempre più lontano.
Lo stile è secco, immediato, a metà tra il resoconto di un viaggio e un romanzo vero e proprio; il tono gergale e fantasioso – tipico del folk singer che Woody Guthrie era – anticipa i ritmi irrefrenabili della Beat Generation. Il lettore ha come l’impressione di viaggiare con lui in quella terra che è sua ma anche nostra, fatta di muratori, falegnami, carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e sgangheratissimi carri di girovaghi. Ma soprattutto intrisa di uno spirito che Guthrie ha cercato di interpretare con un sincero orgoglio critico restando perennemente in movimento, mutevole.

  • 01Ott2011

    Piero Ferrante - Stato Quotidiano - Macondo

    Il canto di Guthrie per il popolo 
Ci sono voluti tre decenni prima che l’Italia potesse rileggere, finalmente e definitivamente, la versione completa di “Questa terra è la mia terra”, formidabile romanzone del cantautore militante statunitense Woody Guthrie. Nel 1977, c’aveva provato la Savelli che, però, dovette fare i conti con la Dc ed il perbenismo.

    Il ritorno sugli scaffali datato 2011 è merito della casa editrice Marcos Y Marcos, che ne ha fatto un volume contenuto nel prezzo e nel formato senza censure e senza tagli. Un lavoro di una valenza storico-culturale con pochi precendenti in Italia. “Questa terra è la mia terra”, d’altronde, non è un libro come tanti. Non è un libro come gli altri. Non dice ciò che gli altri dicono con le parole con cui gli altri lo dicono. Certo, in un qualche modo trova riscontro nel country e nel folk a stelle e strisce, nei testi di Dylan e di Springsteen, finanche nelle pagine di Kerouac e di Rogers e di Whitman. Ma “Bound for Glory”, questo il titolo originale, ha un sentire in più. Ha una portata emotiva che nasce dalla sostanziale incapacità di Guthrie ad immedesimarsi nelle vesti dello scrittore.

“Questa terra è la mia terra”, in realtà, è solo una biografia romanzata. Un testo di narrativa spuria, un portolano esistenziale, in cui gli approdi sono i vari stadi della vita di un bambino che si fa ragazzo e di un ragazzo che si fa uomo. Un lungo viaggio, che inizia su un treno e si conclude su un altro treno. E quando, in un romanzo così lungo, ambientazione iniziale ed ambientazione finale si toccano fino a coincidere, ci sono due soli casi in cui si finisca per goderne la bellezza: o in quanto classico, adagiato sul suo letto di costrizioni letterarie sottili, talmente raffinate da doverne per necessità osannare l’essenza; oppure in quanto suo opposto, dunque conato di sensazioni forti e di poesia sporca. Questo secondo, è il caso del testo dell’eccelso Guthrie.

Un lavoro militante, un manifesto degli sfruttati, buono per manifestazioni sindacali di quelle potenti ed affollate, la pietra miliare di un’epopea popolare degno del miglior “Germinal”. Come di fronte all’ultimo respiro, Guthrie descrive senza controllo tutta la sua vita di sofferenze. Dall’infanzia agiata alle vicissitudini familiari, il fallimento del padre, la follia autolesionistica della madre, la morte della sorella. Soprattutto, la povertà, la pioggia, il carbone, il petrolio, la crisi e tanto tanto freddo nelle ossa. Freddo scolpito nell’anima dai vagoni frigo di treni merci che, nei Venti, nei Trenta e nei Quaranta scarrozzavano uomini e robaccia da una parte all’altra dell’America. Eppure, è nella miseria che Guthrie il vagabondo conosce l’arte della dignità e la cifra della condivisione. E’ nelle puttane, negli avventori dei saloon, negli imbroglioni, nei rissosi ubriaconi di quartiere, nei ruffiani e nei giocatori d’azzardo, negli affaristi e negli imbonitori che le sue dita si prolungano nelle corde di una chitarra. Per loro e di loro canta. Rende musica le loro parole, armonia le loro infime azioni.

Con lo scorrere delle pagine, Guthrie cambia spesso registro. Una volta umile ed un’altra rabbioso, una volta delicato (specie nella parti in cui parla della madre, quasi intorpidito da un dolore che non si rassegna alla sue fine), ed ancora rancoroso e poi ironico. Guthrie è come un fiume in piena. Non conosce le regole, non ha argini. E se le conosce le frantuma, per tracimare, dalla letteratura, nella sua personale interpretazione della letteratura. Il risultato è un lunghissimo canto di libertà, pagine fitte di fame, sature di filosofeggiamenti da pochi spiccioli, di riflessioni a buon mercato regalate con discreto incedere fra uno sputo di tabacco ed una bestemmia a voce roca. Sono memorabili le descrizioni delle risse, schiaffi e pugni e calci da orbi prima di una tregua che chissà quanto durerà. Restano impresse, come fotografie indelebili, anche le polaroid che scatta dei paesaggi: Texas, California, Illinois, Oklahoma.

“Questa terra è la mia terra” è un libro che trasuda popolo, tracima del bagliore degli ultimi. Un libro volutamente schierato a difesa dello slum e contro il capitale. Un tentativo di dar forma alla liberazione attraverso una sperimentazione letteraria che anticipa e supera la Beat generation. Un canto di libertà contro l’oppressione. Comunista, certo. Come Comunista era Guthrie. Un libro politico che politicamente va letto. D’altronde, che siate di destra o di sinistra, guthriani o non guthriani, pallidi o negri, silenziosi o rumorosi, cavalli o bulloni, “Bound for Glory” non potrà non rivoltarvi i sensi come calzini sporchi. Già, perché, come la mano di una massaia impertinente, è invasivo, oltre che contagioso. E’ sufficiente sfiorarne le pagine, goderne l’odore, abbagliarsi della copertina per ammalarsene irrimediabilmente. Non è un libro che piace, è un libro che prende. E, alla fine, o lo si ama, o lo si odia.

  • 11Set2011

    Marco Denti - BooksHighway

    All’inizio Woody Guthrie è stato prima “un ragazzo in cerca di qualcosa” poi è diventato una voce che si sente in modo nitido, forte e distinto ancora oggi. Non tanto perché, in effetti, Woody Guthrie è stato uno storyteller e un cantante eccezionale, ma perché il suo “non posso parlare senza dire” si percepisce in modo vibrante anche sulla pagina scritta.

    Anche gli scampoli autobiografici riportano in modo diretto alla forza dei suoi valori come spiega lo stesso Woody Guthrie all’inizio di che compongono Questa terra è la mia terra: “Così la nostra famiglia era come divisa in due partiti. Mamma ci insegnava le vecchie canzoni, le leggende e le ballate, cercando a modo suo di abituarci a guardare la realtà dal punto di vista del prossimo. Papà ci comprava ogni genere di attrezzi e molle per fare ginnastica, lasciando che il giardino davanti a casa fosse sempre pieno di ragazzini che facevano la lotta; ci insegnava a non lasciarci impaurire, minacciare e sopraffare da nessun altro essere umano”. L’educazione è tutto ed è da quella formazione che Woody Guthrie ha cominciato a distinguere con precisione cosa vale la pena raccontare e quello che si può perdere per strada: “Avevo la testa piena di figure, come in un film, ma era un film diverso da tutti quelli che avevo visto al cinema. Non si trattava delle solite storie fasulle di fuorilegge, ragazze ricche, playboy, cow-boy e indiani, di sparatorie e uccisioni e di bei ragazzi che baciano belle ragazze stagliandosi contro scenari meravigliosi sotto cieli meravigliosi. Rimanevo molto più affascinato dal coraggio di quella gente che sputava l’anima a lavorare nei campi di petrolio, spaccandosi la schiena, smoccolando, ridendo, chiacchierando. Digrignavano tutti i denti che avevano in bocca e tendevano tutti i muscoli che avevano in corpo, senza illudersi certo di diventare ricchi e potersi mettere in panciolle”. Più che un (grande) songwriter o uno scrittore, come si evince da Questa terra è la mia terra, Woody Guthrie è stato un testimone del nostro tempo, un bardo con l’umiltà dell’ultimo hobo capace di raccontare gli estremi della vita e di una nazione usando la scrittura e la voce in modo “pubblico”, “politico” nella più alta accezione del termine. Succede perché “all’inizio erano canzoni buffe su storie che prima andavano male e poi finivano per andare meglio o magari peggio. Poi incominciai a prendere coraggio e a scrivere canzoni su quello che veramente pensavo ci fosse di storto, e a come aggiustarle; insomma canzoni che dicevano quello che tutti pensavano in questo nostro paese”. Magnetico e avvincente, Questa terra è la mia terra è il diario di un viaggio nell’oscurità e nella polvere, una discesa tra gli ultimi e gli emarginati, un poema in forma di prosa che risponde alla necessità di dare una voce a chi una voce non l’avrà mai. Il fatto che la terra in questionee risponde al nome di America alla fine è persino relativo. E’ l’unicità della sua missione ciò che resterà indelebile per sempre.

  • 29Mar2011

    Luca Crovi - Tutti i colori del giallo

    Torna in libreria da Marcos Y Marcos, in occasione del trentennale della casa editrice un volume che farà la gioia di tutti i folk-rockers e di tutti gli appassionati del mito americano, si tratta di “Questa terra è la mia terra”, l’autobiografia del celeberrimo folk singer americano Woody Guthrie capace di emozionare nel tempo musicisti come Bob Dylan, Pete Seeger, Bruce Springsteen, Tom Waits.

    Un libro riproposto per la prima volta nella sua versione integrale, con l’aggiunta di alcuni capitoli mancanti alla prima edizione italiana del 1977. Woody Guthrie diede voce nelle sue canzoni a quegli americani che sembrano non aver mai realizzato il celeberrimo “American Dream”: agli sconfitti, i diseredati, ai vagabondi, alle vittime del destino e della società. E così i lettori seguendo, passo a passo, la sua vita in “Questa è la mia terra” (dal quale è stato tratto nel 1976 anche l’omonimo film di Hal Hasby con David Carradine) viaggiano in treno (su vagoni merci sporchi e strapieni) e a piedi assieme a “muratori, falegnami, carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e sgangheratissimi carri di girovaghi. Giocatori d’azzardo, ruffiani, prostitute, spacciatori di droga e venditori di cianfrusaglie, suonatori ambulanti e cantanti di strada, predicatori che sbraitavano invocando l’amore fra gli uomini e chiedevano l’elemosina agli angoli delle strade, indiani in abiti variopinti e luridi che salmodiavano sui marciapiedi mentre i loro bambini accanto giocavano nella sporcizia e nella polvere di carbone”. Non c’è niente di epico nelle vicende raccontata da Guthrie lui che abbandonò presto la sua città natale di Okemah, nello stato dell’Oklahoma  a causa di una serie di tragedie familiari che lo segneranno in maniera definitiva per tutta la vita: il fallimento finanziario del padre, la morte in un incidente domestico della sorella, il ricovero ospedaliero per malattia della madre. Il giovane Guthrie intraprende da solo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può, facendo qualsiasi genere di lavoro spesso adattandosi a suonare pezzi folk con band di strada per sbarcare il lunario ma anche per potersi esprimere in compagnia. La sua chitarra diventa nel tempo la sua macchina da scrivere attraverso la quale cercare di esprimere e raccontare lo spirito americano: “Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Ho il cervello pieno di idee per chissà quante canzoni, e mi sento come un albero carico di fiori e di colori. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame“. Erede di scrittori come Mark Twain e di  Walt Whitman il nostro Woody anticipa nella sua autobiografia tematiche che la beat generation farà proprie e mette in luce una disperata voglia di vivere raccontando l’America della grande depressione, la stessa descritta da John Steinbeck nel suo “Furore”: “Devo confessare – racconta Guthrie nel suo libro – che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale”.

  • 01Gen2011

    Boris Borgato - Mangialibri

    Viaggiando a settanta miglia orarie, e forse anche di più, non deve’essere facile tenersi in equilibrio all’interno di uno di quei vagoni dei treni merce soprannominato – nel gergo dei vagabondi – “spaccaculo” per via della loro scomodità. Eppure per Woody, perennemente squattrinato, le soluzioni non sono poi molte, e così queste rotaie che corrono veloci rappresentano l’unica alternativa possibile per lasciarsi alle spalle Montana, Dakota, Minnesota, Oklahoma e raggiungere il mattatoio di Chicago, le strade ricche di occasioni di New York oppure gli immensi frutteti della California.

    E come Woody sono molti i senzatetto che chiedono un passaggio a questo treno diretto verso la gloria, per poter continuare a sperare in un domani migliore di oggi, passando di città in città, in cerca di un lavoro o qualche pezzo di pane raffermo, fuggendo dalla polizia, dai posti di blocco ferroviari, dal gelo e dalla pioggia. Questi sono, in fondo, gli anni ’30 in America, segnati da povertà e speculazione, dall’avvento – e la contemporaneità è tutto meno che un caso – della moderna e ricca upper class e della disperata e squattrinata working class. E dire che vent’anni prima a Okemah, in Oklahoma, le cose non andavano poi tanto storte, e la famiglia Guthrie riusciva persino a permettersi una splendida casa in stile coloniale, grazie alle entrate del padre Charley, abile speculatore terriero. Ma il boom del petrolio e la conseguente speculazione, la malattia della madre Nora, la morte della sorella Clara e i continui – e piuttosto sospetti – incendi che non smettono di tormentare la famiglia Guthrie segneranno la vita di Woody, rendendolo un perfetto vagabondo… 
Menestrello della working class americana, nato a Okemah il 14 luglio 1912, Woody Guthrie lascia un segno piuttosto evidente negli USA grazie al suo Questa terra è la mia terra – in originale Bound for Glory – recensito in breve da Bob Dylan con l’elogio: “è stato per anni la mia bibbia”. Non è un caso quindi che nel film “Io non sono qui”, che ripercorre la biografia di Dylan, uno dei sei personaggi che re-interpretano le diverse fasi della carriera e della vita di Bob sia Marcus Carl Franklin nei panni Woody Guthrie, vera e propria ossessione giovanile di Dylan. Ma ottime critiche a Bound for Glory arrivano anche dal versante letterario americano, per bocca di Steinbeck che parlando del libro dice: “in questo romanzo c’è la forza prepotente della gente che si ribella all’oppressione”. E così, passando forse per luoghi comuni maggiormente noti al pubblico rispetto alle opere di Woody, il libro Questa terra è la mia terra può essere definito come un mix tra le disavventure di Furore, immerse nel piano lessicale di Le avventure di Huckleberry Finn e accompagnate dalle note folk blues del primo Bob Dylan. Al di là del successo letterario negli USA – il pubblico italiano è ancora piuttosto freddino nei confronti della pubblicazione – Bound for Glory  nel 1976 è diventato anche un film diretto da William Hal Ashby che ha visto nei panni di Woody il celebre David Carradine – i più giovani lo ricorderanno sicuramente per la parte di Bill in “Kill Bill”. “Bound for Glory” è stata una delle prime pellicole ad essere girata con l’utilizzo della Steadicam e nel 1977 incassò ben due premi Oscar. Di tutto questo però Woody è rimasto all’oscuro, dopo averci lasciato il 3 ottobre 1967 a distanza di oltre dieci anni di ricoveri in vari ospedali americani, a causa della Malattia di Huntington, morbo ereditario che segnò anche la vita della madre Nora – e vuoi vedere che i numerosi incendi in casa Guthrie, allora, non erano del tutto casuali.

  • 01Feb2007

    Marco Denti - Buscadero

    Vigilante Man
La sottile linea rossa di Woody Guthrie 
Testimone del suo tempo, più che un cantante, un musicista, un songwriter o uno storyteller, Woody Guthrie era un reporter che usava la chitarra invece dell’obiettivo fotografico (come Walker Evans) o della macchina da scrivere (come John Steinbeck) o del blocco degli appunti (come James Agee).

    Tutta la sua vita è stata un’odissea nella scrittura che vista per intero forma una mappatura dell’America rinnegata e ribelle, ma anche di un mondo eternamente relegato ai margini della storia, spesso condannato a perdere la propria identità. Essere la voce di qualcuno, non il portavoce o il portaborse, ma interpretare la voce di chi non ha voce, degli sconfitti e dei diseredati, ecco quello che è stato il divenire un poeta per Woody Guthrie: “Forse vi hanno insegnato a chiamarmi poeta, ma io non sono poeta più di voi. Non sono più di voi un autore di canzoni, né un cantante migliore. La sola storia che ho cercato di scrivere siete voi. Non ho mai scritto una ballata e nemmeno una storia che dicesse tutto quello che c’è da scrivere su di voi. Voi siete il poeta e il vostro parlare di ogni giorno è la nostra poesia migliore scritta dal nostro migliore poeta. Io non sono che una specie di notaio e di meteorologo, e il mio laboratorio è il marciapiedi, la vostra via e il vostro campo, la vostra strada e il vostro palazzo. Non sono niente di più o di meno che un fotografo senza macchina fotografica. Perciò voglio chiamare voi il poeta e voi il cantante, perché voi leggerete queste righe con una voce che ha più musica della mia”. Qualcosa in più di un profeta.
Per Woody Guthrie da che parte stare non è stata soltanto una decisione politica (che comunque gli ha guadagnato il suo bel dossier dell’FBI, documentatissimo, per quanto inutile), ma una scelta a tutto campo: esistenziale, geografica, artistica, umanissima e non c’è dubbio che la sua autobiografia, HYPERLINK “guthrie.htm” Questa Terra E’ La Mia Terra (ovvero la traduzione di Bound For Glory, Marcos Y Marcos, 390 pagine, 16 euro), sia lo strumento più adatto per comprenderla al meglio e senz’altra mediazione. Dentro quella “tempesta di parole”, però, ci sono anche gli elementi per andare a scovare le radici di un’America iconoclasta, combattiva, coraggiosa e orgogliosa, che, per quanto povera o marginale, non ha mai svenduto la propria dignità.
Bisogna trovarla nelle parole che Woody Guthrie ha disseminato lungo le massicciate delle ferrovie, attorno a miseri falò, nelle strade delle ghost town e che sono diventate i primi semi ribelli di un’altra America o, tout court, di un’altra visione della vita e del mondo, (che poi, non a caso, avrebbero avuto un seguito più colorito nei grandi vagabondaggi della Beat Generation): “Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Ho il cervello pieno di idee per chissà quante canzoni, e mi sento come un albero carico di fiori e di colori. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame”. Se Woody Guthrie era è resta “un ragazzo in cerca di qualcosa”, senza sapere cosa, è ben precisa la sua collocazione, non solo per l’iconografia dell’epopea delle strade ferrate e delle lunghe teorie di freight trains e di boxcars (che sarebbe diventato il titolo di una bellissima canzone di Butch Hancock, poi resa famosa da uno dei più grandi fan di Woody Guthrie, Joe Ely) ovvero i treni merci, condivisa del resto con Tom Kromer con Vagabondi Nella Notte e Bertha Thompson con Boxcar Berta o sul versante del reportage James Agee e Walker Evans (con il sempre indispensabile Sia Lode Ora A Uomini Di Fama). E’ proprio per il punto di vista storico che condividevano: pur in forme e con toni differenti, tutti loro raccontavano il mondo dopo la sua prima (vera) grande crisi economica, riflesso delle speculazioni e dei fallimenti. Ecco qual’è stato il viaggio verso la gloria di Woody Guthrie, la gloria di una dignità che nessuno può rubare, e che nessuno ha come mandato divino. Una dignità conquistata, canzone per canzone, un pezzo dopo l’altro, sulla strada, nella polvere, nel sangue delle lotte e degli scioperi, nella clamorosa ingiustizia di Sacco e Vanzetti, nel raccontare l’epopea delle migrazioni, delle frontiere (interne ed esterne) di chi non ha più casa e ha messo la speranza in un angolo perché prima viene la sopravvivenza. La sua era una convinzione fortissima: “Sono ormai tanti anni che viaggio su questi treni e viaggiando ho avuto modo di riflettere, così ho scoperto che in qualcosa ci credo anch’io. Non so cosa sia, ma so che è in me, in voi, e in tutta la gente, per la miseria!”. Anche la sua scomparsa, a differenza dei tragici e oscuri capolinea raggiunti da Robert Johnson e Hank Williams, sembra “normale” (rigorosamente tra virgolette): in un letto d’ospedale, quasi un accettare una condizione banale, in fondo. Come racconta Bob Dylan in No Direction Home: “Riuscii a vedere Woody. Andai a trovarlo ed ebbi l’impressione di essere una delle poche persone, se non l’unica, che lo andava a trovare. Gli feci visita al Morristown Hospital. Fondamentalmente, credo che si trattasse di un manicomio. Forse avevano sbagliato la diagnosi. Non so. Ma Woody era in possesso delle sue facoltà mentali, cioè, a me sembrava evidente. Mi chiese di portargli alcune cose e, non so, ero giovane e impressionabile, credo che per me sia stato una specie di shock vederlo così”. L’America raccontata da Woody Guthrie, “between two wars” (direbbe Billy Bragg), sempre tra due guerre (perché appena ne finisce una, ne comincia un’altra) è una proiezione del mondo del ventesimo secolo ed è più facile e qualunquista dire “right or wrong is my country”, che “this land is my land”. Basterebbe la distinzione tra “country” e “land”, ma il polo magnetico di Woody Guthrie non è stato soltanto il racconto di un preciso momento storico, ma la ricostruzione di tutta un’umanità dolente che lo rende attuale oggi, domani e per sempre. Soprattutto, la scelta di narrare quell’umanità, e non un’altra che poi, come dovrebbe essere, si è tradottta in una scelta di stile. Ecco perché, già a partire da Woody Guthrie, bisogna avere il coraggio anche di distinguere tra musica e musica, come lui stesso fece: “Io però so quello che cerco, e già molto tempo fa ho giurato che non avrei mai mollato la chitarra e la mia musica. Ma in molte radio non mi lasceranno cantare le canzoni autentiche, loro vorrebbero sentire merda di mucca allo stato puro e nient’altro. Per questo non potrò mai avere tutto quel denaro e quella roba per mantenere una casa e una famiglia, ma è vero, finora non ho fatto che mentire a me stesso quando dicevo che non la volevo, la casetta e tutto il resto”. Anche se poi il lato battagliero era il più esposto, l’identikit di Woody Guthrie così come Pete Seeger l’ha descritto a Paul Zollo era più complesso: “Era un tipo ottimista, positivo. Era in cerca del lato positivo delle cose, però nello stesso tempo non voleva ignorare quello negativo. Non era il tipo che vedeva sempre tutto nero. Ma Woody era un realista e non voleva far finta che non esistesse un lato triste. La grandezza dei suoi testi, credo, sta nel fatto che spesso nelle canzoni riusciva a unire queste due cose insieme”. Per lui le canzoni non sono state soltanto il mezzo più immediato e anche meno controllabile, uno strumento che sfugge ad ogni censura. Nell’articolare il suo songwriting, attento ad aggrapparsi con entrambi alle mani alle radici della cultura popolare, Woody Guthrie ha creato un linguaggio comune e condivisibile, la cui semplicità è quel cardine che lo rende inattaccabile anche un secolo dopo. Se l’attualità di Woody Guthrie non è mai venuta meno non è solo per Bob Dylan e Bruce Springsteen e per la Freedom’s Road di John Mellencamp, per l’ammirevole dedizione di Ramblin’ Jack Elliott o per l’intelligente rivisitazione di Billy Bragg e Wilco per Mermaid Avenue, entrambi i volumi, il primo più del secondo (ma anche la splendida rivisitazione di James Talley in Woody Guthrie And Songs Of My Oklahoma Home, molto utile per comprendere gli schemi e le connessioni, le tracce e gli agganci della vita di Woody Guthrie e dei territori narrati nelle sue canzoni), ma è perché la disarmante semplicità armonica della sua musica ed insieme la profondità delle sue canzoni sono diventate una “voce”. Profondamente americana nelle sue radici, nella forma e nel carattere, ma i cui temi hanno un valore universale. Basta lasciarsi scivolare nell’ultimo (e fantastico) disco di Ry Cooder, My Name Is Buddy per rendersi conto come Woody Guthrie, la sua semplificazione, mai banale, della costruzione delle canzoni, il suo tatto abbiamo permeato la cultura musicale. Ad uno raffinatissimo e colto ricercatore come Ry Cooder, capace (come è noto) di cogliere l’essenza musicale di frammenti dai più disparati angoli del mondo, non poteva sfuggire la dimensione strettamente musicale del songwriting di Woody Guthrie, la sua capacità di essere nello stesso tempo cardine verso la musica popolare e tradizionale e nello stesso tempo una sua ulteriore evoluzione. Anche We Shall Overcome di Bruce Springsteen, andava in quella direzione, ma soprattutto dal punto di vista di un grande performer, capace di trasformare in una festa degna del Mardi Gras anche il repertorio più lugubre ed efferato (come del resto sono molte canzoni popolari). Ry Cooder è andato invece di cesello, svelando minuscoli dettagli di canzoni la cui struttura scheletrica è, sì, sempre la stessa, ma che proprio su quello giocano la loro magia. A suo modo e a suo tempo già svelata dallo stesso Woody Guthrie: “Non spreco mai il mio tempo prezioso a interrogarmi o a chiedermi sia pure lontanamente se quella musica l’ho già sentita prima, interamente o in parte. Ci sono dieci milioni di modi per modificare un motivo e trasformarlo in qualcosa di mio. Posso cantare una nota alta invece di una bassa, o una nota dell’armonia al posto di una della melodia, o inserire una nota lunga al posto di tante brevi, o metterne tante brevi al posto di una lunga, e distribuire le pause e i fiati un po’ qui un po’ là, insomma con questo sistema sono capace di adattare alla mia ballata l’idea base di qualsiasi motivo. Devo confessare che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale. Non ci avrei tenuto tanto a scrivere un numero così grande di canzoni, comunque, se non fossi stato in grado di dirvi quello che secondo me non va in questo mondo in cui viviamo”. Una specie di ultimo testimone e primo giudice della realtà che, tassello dopo tassello, ovvero canzone per canzone, ha archiviato la non facile geografia di una nazione piuttosto che di tutta un’umanità. In questo, Woody Guthrie stato un poeta nel senso più alto del termine: un tramite, un cardine, un traduttore della realtà e del mistero della fantasia in canzoni, parole, scrittura, lingua. Fondamentale e decisivo per la cultura popolare, e qui il suo non è stato tanto uno schieramento laterale, destra o sinistra (anche se sappiamo benissimo da che parte stava), ma piuttosto in verticale, sopra e sotto, sopratutto sotto, nel mondo degli oppressi e dei diseredati, un luogo sempre affollatissimo che però nessuno se la sente di conoscere e ancor meno di raccontare. Non a caso per e con le sue battaglie, Woody Guthrie alla fine ha assunto un’aura persino mitica. Lo scriveva il compianto e mai dimenticato (scomparso proprio dieci anni fa) Claudio Galuzzi nella postfazione della prima edizione di Questa Terra E’ La Mia Terra: “E allora questa terra è tua/mia/nostra, quindi un bene da condividere, come nella migliore tradizione libertaria e comuni(sta)taria americana, quella di lotta e poco incline alla rassegnazione”. Meglio ancora John Steinbeck che diceva che in questo libro, come a dire nella stessa vita di Woody Guthrie, “c’è la forza prepotente della gente che si ribella all’oppressione”. E se ancora esiste e resiste uno “spirito americano” bisogna cercarlo qui dentro, tra queste pagine e in queste canzoni perché Woody Guthrie è indispensabile, oggi più che mai.
I cerchi concentrici che la vita e la musica di Woody Guthrie emanano a scansioni più o meno regolari negli anni hanno trovato, negli ultimi tempi, alcuni spunti piuttosto interessanti. Il libro di Jim Longhi, Woody, Cisco & Me, che narra il periodo in cui erano imbarcati per la marina mercantile ha riaperto un interessante capitolo della sua storia (anche se Woody Guthrie: A Life di Joe Klein è, come diceva Bruce Springsteen “veramente, veramente un grande libro”, e senza dubbio la fonte primaria riguardo la sua biografia). Rispetto alla musica è molto interessante Some Folk cofanetto di quattro dischi (cento canzoni in tutto) pubblicato sul finire dello scorso anno. Non si tratta di niente di radicalmente nuovo, ma una sorta di retrospettiva (con un rapporto tra qualità e prezzo veramente d’occasione) suddivisa in termini cronologici con incisioni comprese tra il 1940 e il 1945. A distanza ravvicinata però la suddivisione, ha anche un profilo vagamente tematico: i vagabondaggi e la (ri)scoperta dell’America in Worried Man Blues, le dust bowl ballads e le working songs in The Great Dust Storm, la parte più lirica ed elegiaca in Grand Coulee Dam (con gli Almanac Singers, Cisco Houston, Pete Seeger e Sonny Terry) e infine un capitolo quasi noir con Stackolee, Billy The Kid, Jesse James e altri fuorilegge americani nel quarto finale chiamato Ramblin’ Round. La suddivisione non è così precisa, anche perché non lo è nella realtà, però c’è un filo logico piuttosto evidente che offre a Some Folk un soffio di identità che altre antologie non hanno. Impossibile chiedere che sia esaustiva (anche perché Woody Guthrie avrà scritto un migliaio di canzoni) e si può sorvolare sul fatto che non comprenda This Land Is Your Land, (che comunque la conosciamo a memoria) o altri classici (The Ballad Of Sacco And Vanzetti, magari) però ha una sua logica. In un certo senso sembra costruita seguendo le tracce del suo pensiero, così meglio espresso: “In questo periodo il mio lavoro consiste soprattutto nello scrivere. Scrivo canzoni, ballate, storie in musica e racconti senza melodia, e versi scatenati con battute libere e ritmi ancora più liberi. Questi ritmi da soli sono belli come la vernice del vostro trattore, come l’olio della vostra ruota, ma sono io che ho verniciato il vostro trattore, e ho zappato filari e filari di terra piena di erbacce nei vostri campi di cotone e di granturco. Non ho mai avuto tempo di imparare tutto quello che bisogna sapere sul verso sciolto e sul ritmo.
Non sono mai stato molto brillante a leggere le note musicali, e neppure a scriverle. Non ho mai imparato le leggi superiori della matematica, e neppure il parlare ricercato. Però vi ho sempre osservato attentamente, e ho tenuto le orecchie ben aperte quando mi passavate vicino”. Una confessione più chiara di così: “questo periodo” in realtà è stata tutta la sua vita, che Some Folk, titolo quanto mai appropriato, ripercorre rispettando, anche nel prezzo che bisogna pagare, la coerenza della storia di Woody Guthrie.

  • 01Giu2006

    Alessandro Bertante - Pulp

    L’America profonda degli spazi sterminati scoperta seguendo le vie dei braccianti occasionali, dei vagabondi, dei cenciosi di tutte le razze, durante la tremenda crisi economica degli anni Trenta.

    L’America profonda e liberatoria, certo barbara, violenta e intollerante ma capace anche di prove di solidarietà e fratellanza, almeno secondo il mito, ormai sbiadito, della “frontiera”, luogo immaginifico di occasione e speranza. Questo racconta il leggendario cantautore e poeta folk americano Woody Guthrie in HYPERLINK “guthrie.htm” Questa terra è la mia terra ( Bound of Glory il titolo originale), romanzo edito per la prima volta nel 1943 e pubblicato circa dieci anni fa da Marcos y Marcos che ora finalmente ha dato alle stampe la seconda edizione. Scritto con stile immediato e trascinante, seguendo i toni, le gergalità, la fantasia linguistica e gli incontrollabili ritmi della tradizione orale tanto cara al cantautore, il romanzo descrive l’infanzia e l’adolescenza di Guthrie nei primi decenni del secolo per poi accompagnarlo in un lungo viaggio a piedi dall’Oklahoma all’Alta California, in fuga da quella Grande Depressione responsabile di avere bruscamente interrotto il processo d’industrializzazione, riportando il paese a una condizione quasi rurale. E in questo suo percorso nel cuore pulsante dell’America, Guthrie incontra personaggi di tutti i tipi, figli illegittimi di un popolo in perenne movimento, inquieto come la terra che lo ospita, una terra del quale Guthrie ha raccolto le perdute tradizioni, cercandone di interpretarne l’autentico spirito. Seguendo il solco già tracciato da Steinbeck e Twain, Guthrie dà vita a una significativa epopea popolare che diventa il complemento narrativo della sua importantissima ricerca musicale, un lascito artistico oramai considerato come l’archetipo della cultura folk del Sud degli Stati Uniti.