Quello che non c’è scritto

Archivio rassegna stampa

  • 16Set2013

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Lo scrittore madrileno Rafael Reig ambienta ai nostri giorni il suo noir, romanzo ambizioso e pieno di risvolti letterari, anche se, giova dirlo, le sua ambizioni non sono del tutto riuscite.

    Si tratta di un romanzo nel romanzo, cioè il racconto in terza persona che ha per protagonista Carmen, una quarantenne separata da anni da Carlos, padre di suo figlio Jorge, un ragazzo di quattordici anni goffo e introverso, a cui il contrasto forte dei genitori ha lasciato insicurezze e aggressività. E’ l’inizio del week end e Carlos sta per venire a prendere il figlio con il quale passerà qualche ora in montagna, per ricreare un rapporto che le circostanze complesse del divorzio non hanno permesso. Nel momento in cui padre e figlio escono di casa, Carmen, che lavora in una casa editrice e ha fatto carriera, grazie anche alla relazione con il suo capo, trova abbandonato sul tavolo un dattiloscritto. Si tratta di un romanzo, dal titolo “Sulla donna morta” e non manca una dedica, “A C.M., in memoriam”. L’autore è il suo ex marito Carlos, già poeta fallito, che nel lasciare quel testo ha voluto certamente lasciare proprio a lei, Carmen Maldonado, C.M., un messaggio piuttosto esplicito. Le ore seguenti sono un crescendo di angoscia; man mano che Carmen si addentra nella lettura, si rende conto sempre più chiaramente che quel romanzo, brutto e mal scritto, è un tentativo di identificazione con le loro vicende passate e nel complesso un’oscura minaccia contro di lei e forse anche contro il figlio. Le due parti del libro sono distinte anche graficamente: il racconto di Carmen a casa in ansia, e di Jorge, Carlos e la fidanzata Yolanda che stanno vivendo un’esperienza sempre più drammatica è scritta con la normale grafica, il manoscritto invece riproduce i caratteri della macchina da scrivere e ha le caratteristiche di incompiutezza e di provvisorietà di un testo ancora non pubblicato, ma che indulge in risvolti volutamente violenti quando non francamente disgustosi. L’idea dell’architettura articolata del romanzo è dunque originale e ben costruita, come lo sono alcuni personaggi. Carmen Maldonado, ad esempio, la tipica borghese madrilena, vista nella sua quotidianità di single con un figlio difficile, un lavoro interessante, ma una storia troppo dolorosa alle spalle, è un personaggio ben costruito e pieno di sfaccettature; meno definito il personaggio maschile, Carlos, ondivago e velleitario. Quello che mi ha convinto di meno nel libro è proprio la parte del manoscritto, troppo scontato e in alcuni punti di un’inutile crudezza. Il romanzo, tuttavia, col suo finale a sorpresa, si legge con la voglia di andare in fondo, attraverso una storia dei nostri giorni in cui la violenza sulle donne, l’infelicità degli adolescenti, i matrimoni falliti, le differenze sociali, le frustrazioni professionali che conducono all’instabilità e alla depressione fanno da sfondo al noir, che diventa quasi un pretesto e niente di più. Le pagine più riuscite dell’intero romanzo sono quelle in cui Reig ragiona di lettori e scrittori:“Perché non è l’autore che crea il libro, al contrario: è il libro che, per essere letto, esige un autore e pertanto lo crea a sua immagine e somiglianza”. “L’autore sta dentro il libro, non fuori. Inventiamo l’autore come inventiamo la divinità”. In una parte centrale del romanzo Rafael Reig si interroga sul rapporto fra gli scrittori e le donne, sul piacere che questi traggono nell’infierire sui corpi femminili: “Se la sarà goduta tanto, Fernando de Rojas, nascosto nella torre, a spingere Melibea nel vuoto? Si sarà divertito tanto, Flaubert, mentre pagina dopo pagina accerchiava Madame Bovary senza pietà, crudelmente, chiudendole ogni via d’uscita, coprendola di debiti e di amanti, fino a vederla agonizzare strisciando le mani sul lenzuolo, e chiedere uno specchio, e piangere nel vedere sua figlia?” Il femminicidio, vera emergenza nel nostro paese, sembra esserlo altrettanto nella letteratura ma soprattutto nella cultura contemporanea europea, in questo caso nella moderna Spagna.

  • 22Lug2013

    Andrea Fabiani - retrospettive.com

    Quello che c’è scritto in Quello che non c’è scritto di Rafael Reig

    “Le coppie non si separano quando uno dei due scopre la verità dell’altro e si rende conto che non è come si aspettava; si sfaldano quando si finisce per conoscere se stessi e si scopre quello che segretamente si temeva che venisse fuori.”

    Chi ha il controllo, quando leggiamo un libro, noi lettori o l’autore? O siamo tutti e due semplicemente in balia della storia?
È una delle tante domande poste da Quello che non c’è scritto dello scrittore spagnolo Rafael Reig, recentemente pubblicato in Italia nella solita bella (in questo caso è il termine tecnico più appropriato) edizione da Marcos y Marcos.
Un libro particolare, questo di Reig, com’è particolare il suo autore che, citando la quarta di copertina, “vede con favore un whisky a metà mattina e, come consigliano gli assistenti di volo, in ogni luogo chiuso individua prontamente l’uscita d’emergenza più vicina, per poter scappare a fumare alla prima occasione”. La vicenda narrata di per sé è semplice e ruota intorno al complicato rapporto tra Carlos e Carmen, un tempo marito e moglie, ora separati. Dal loro matrimonio è nato Jorge, quattordicenne al tempo in cui si narrano i fatti, il cui affidamento è stato causa di uno scontro durissimo tra i genitori, risolto a favore della madre. Ora le acque si sono calmate, Carlos e Carmen sono giunti ad una sorta di patto di non belligeranza e finalmente il padre può, per la prima volta, passare un weekend col figlio senza necessità di supervisione.
Carlos passa, quindi, da Carmen a prendere Jorge, per portarlo con sé fuori Madrid, in campeggio in montagna, sul Guadarrama. Una volta salutati figlio ed ex-marito e chiusa la porta di casa, Carmen trova abbandonato su una sedia un dattiloscritto: è un torbido noir scritto da Carlos, una storia dai toni cupi e violenti, quasi pulp, incentrata sul rapimento di una ragazza a opera di tre balordi di un quartiere povero di Madrid. Sulla copertina un biglietto con scritto: “voglio solo che tu lo legga”.
La storia a questo punto si divide praticamente in tre diversi filoni narrativi.
Uno è incentrato sul viaggio di Carlos e Jorge, sul loro rapporto teso e conflittuale, un altro consistente molto semplicemente nell’evolversi del romanzo di Carlos e il terzo è giocato tutto sulle ansie di Carmen, rimasta sola a casa a leggere, in preda ad un’angoscia crescente.
Ma perché Carlos ha lasciato lì quel dattiloscritto? Perché vuole che Carmen lo legga? Per punirla, per comunicarle qualcosa? Chi sono in realtà i personaggi del romanzo, chi rappresentano? Lei? Jorge? Carlos?
E qual è il vero rapporto tra autore e lettore? Chi deve scoprire chi?
Un libro che ci offre molti quesiti e quasi nessuna risposta, perché in fondo sembra dirci Reig non è questo il compito di uno scrittore, le risposte spettano solo a noi. Nel frattempo, man mano che la vicenda si dipana, i personaggi evolvono, finendo per immagazzinare uno i vizi o le virtù dell’altro. Così Carlos passa da padre insensibile a genitore altruista. Carmen si concede qualche bicchiere di troppo, Jorge compie un percorso da sottomesso ad individualità capace di gesti risoluti.
Tutti, personaggi e lettore, finiscono con lo scoprire qualcosa di loro stessi che prima non sapevano.
Perché nulla resta immutato, in questa storia descritta con uno stile secco, crudo e potente, sorretta da un’impalcatura sapientemente architettata, in cui come in un gioco di scatole cinesi, un romanzo ne contiene un altro, una storia ne racconta un’altra.
Niente di rivoluzionario, niente di sorprendente, eppure è un libro che costringe chi legge a divorarlo, quasi senza sapere perché.
Alla fine probabilmente quello che tiene agganciati, che ci spinge a voltare nervosamente le pagine è, più d’ogni altra cosa, proprio quello che non c’è scritto e che cerchiamo di indovinare.
E che forse nemmeno c’è.
Un’opera di illusionismo che, comunque la si voglia prendere, può essere propria solo di un grande autore.
    -Titolo: Quello che non c’è scritto
-Autore: Rafael Reig
-Editore: Marcos y Marcos
-Pagine: 316

  • 03Giu2013

    Carlotta Vissani - Rolling Stone

    Un paesaggio montuoso, un padre e un figlio in gita nel weekend mentre la moglie è a casa a leggere le bozze di un libro che, forse, è più vero del vero. Una trama suspence per raccontare fantasmi interiori.

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  • 27Mag2013

    Donato Bevilacqua - labottegadihamlin.it

    Tutti gli uomini che ancora non siamo. Conversazione con Rafael Reig

    Abbiamo scoperto Rafael Reig leggendo il suo ultimo romanzo, Quello che non c’è scritto, una storia di una potenza unica, che arriva alle viscere del lettore attraverso un procedimento di scoperta faticoso, che non risparmia il dolore, il ritorno del passato, la sofferenza.

    Tra le righe del libro, le figure dello scrittore e del lettore si mescolano, si confondono, camminano assieme e poi si scontrano, esplodono, segnano un sentiero fatto di dubbi e paure, per arrivare ad un finale quanto mai aperto. In questa chiacchierata abbiamo cercato di entrare a gamba tesa nella sua opera, capire quale idea Reig abbia della scrittura e della letteratura, e portare alla luce la parte più buia di noi: come in un bellissimo “gioco del doppio”.
    Rafael Reig, leggevo tra le sue note personali che, negli ambienti chiusi, cerca sempre un’uscita di emergenza, una via di fuga. Proprio come in Quello che non c’è scritto, che sembra una rincorsa lontano da se stessi e verso se stessi. Quando è nata l’idea di scrivere un romanzo così?
    Negli autobus spagnoli, come racconto nel romanzo, c’è un finestrino con scritto “uscita d’emergenza”. Un giorno mi resi conto che c’era la stessa insegna ai due lati del vetro. Quello mi fece pensare molto: stiamo dentro o fuori? Da dove usciamo? Verso l’esterno o più a fondo di noi stessi? Alla fine credo che, come il pianeta, la nostra traiettoria è curva: l’orizzonte verso il quale ci dirigiamo, non solo è sempre alla stessa distanza, ma segnala la curvatura che ci porterà a descrivere un cerchio.
    Un libro che diventa proiezione di paure, dolori, minacce. Una proiezione della vita insomma. Quanto c’è di lei in questo libro?
    Mi piacerebbe dire, come Flaubert, che l’autore è come Dio: è presente da tutte le parti, ma non è visibile in nessuna. Il bambino accantonato, indifeso e anche egoista sono io. La donna indulgente anche con se stessa, interessata e calcolatrice, ma anche vittima sono io. Anche il padre dispotico, instabile e contemporaneamente abbandonato sono io. Scrivere è trasformarsi in una moltitudine. Per me è stato un romanzo scomodo, difficile da scrivere, perché ho affrontato le peggiori possibilità di me stesso.
    Tra le pagine vivono insieme due storie che sembrano indipendenti l’una dall’altra: quella della famiglia e un noir violentissimo contenuto nel dattiloscritto di Carlos. Quanto è stato difficile far convivere e convergere due storie così?
    Difficile no, perché entrambe sorgono dalla stessa radice e nelle due utilizzo elementi paralleli: rancore sociale, la vita familiare (dato che la banda di sequestratori è, in un certo modo, una piccola famiglia), la volontà di potere che si trova rannicchiata dietro l’amore, la necessità di essere amato e l’impossibilità di amare. Tuttavia, è stato complicato, faticoso, in senso tecnico, nel nascondere le cuciture affinché non si vedano, lavorare le simmetrie e i contrasti e conseguire un ritmo narrativo che cerca di catturare il lettore come se l’avesse rapito.
    Per Carmen leggere diventa una droga, e anche il lettore, ad un certo punto, non può fare a meno di separarsi da questo libro. Quello che non c’è scritto è anche una dimostrazione del potere della lettura e della sua importanza come mezzo di ricerca?
    Esattamente: leggendo, come scrivendo, noi ci denunciamo. Sequestrati dal libro, impariamo qualcosa su noi stessi e spesso qualcosa che avremmo preferito ignorare. La lettura è sempre sbiecata, tutti leggiamo in prima persona. Io leggo Cervantes, Dante e Flaubert come se il Don Chisciotte, la Divina Commedia e Madame Bovary parlassero di me. E in realtà è cosi: parlano di me. Come scrittore non mi interessa la letteratura espressiva, io non scrivo per parlare di me, voglio che i miei romanzi parlino di chi li legge.
    Tutto questo non fa perdere di vista l’intimità di ogni personaggio. Nel descrivere il passato lei sembra lucido, preciso, nostalgico pur nella violenza. Quanto conta il passato in questo libro?
    Come direbbe Faulkner, il passato neanche è passato: continua a succedere adesso stesso. Dietro il finanziere di successo continua ad essere presente il bambino grasso della scuola. Credo che l’ultima frase de Il grande Gatsby sia esatta: siamo barche che remano in avanti, ma la corrente ci trascina indietro verso il passato. La cosa terribile è che, come si dice a Cuba, uno non sa mai quale passato lo aspetta.
    La dinamica familiare è un punto centrale di questo suo lavoro. Jorge sembra essere quello che soffre maggiormente la disgregazione della famiglia. Ma alla fine sembra non vincere nessuno…
    E’ che nessuno vince mai. La famiglia è l’esperienza più intensa della vita, quella che ci procura il più grande dolore e il più grande benessere. Ma mai nessuno vince, tutti siamo sconfitti in quel combattimento contro l’egoismo. E se ci pensiamo bene, è possibile vincere? Come si chiedeva il poeta Claudio Rodríguez: che vittorie cerca colui che ama?
    Mi piace pensare che questo libro funzioni come un gioco, in cui ognuno ricerca se stesso mentre sta ricercando un senso in qualcos’altro. Questo è il vero significato di quel cruciverba nascosto tra le pagine? Siamo invitati anche noi a giocare con noi stessi?
    Ovviamente, quello è un romanzo: una proposta, (non sempre onesta). Il gioco non è inteso solo come divertimento, il gioco è soprattutto un invito alla complicità, a partecipare, a leggere costruendo il senso e non solo accettando ciò che l’autore ci offre. A volte credo che ogni lettura creativa e vera deve necessariamente essere una “misreading”, una lettura interessata che fraintende, una lettura che sospetta.
    C’è un bellissimo passo, nel suo libro, in cui si dice che l’autore di ogni romanzo si nasconde tra le pagine, e spetta al lettore scovarlo in qualche modo, dargli un senso. Il potere della scrittura sta proprio in questo concetto? Il libro è ancora uno specchio per autore e lettore?
    In qualche modo, la pagina è come un vetro: da un lato c’è l’autore, dall’altro il lettore. Il vetro non è trasparente, vediamo solo sagome nell’altro lato, ombre, bozze confuse, forme in movimento. Il lettore inventa l’autore, del quale vede solo il contorno; e l’autore inventa allo stesso modo il lettore. Durante il processo, i due imparano qualcosa su se stessi, perché, come nell’autobus, non è chiaro chi sta dentro e chi sta fuori, da quale lato del vetro sta ognuno, in quale direzione si esce o si entra.
    Quello che non c’è scritto è un libro a due facce, un ‘gioco del doppio’, del nascosto. Davvero in ognuno di noi esiste una parte buia? E come possiamo farla venire a galla?
    Io spero di si, perché devi essere veramente poco e aver vissuto davvero poco per non avere neanche uno spigolo, un angolo buio. Non so se dobbiamo farlo uscire alla luce; credo che basti cartografarlo o metterlo su una mappa, o almeno indovinarlo, per tenerlo sotto controllo. Attraverso quello che qualcuno ci racconta, tentiamo di conoscere ciò che tace, ciò che non ci sta dicendo. Allo stesso modo, attraverso la persona visibile che siamo, possiamo indovinare l’ombra di quell’altra persona oscura che potremmo essere. Bisogna andare d’accordo e riconciliarsi con quell’estraneo che portiamo dentro.
    E lei, scrivendo questo racconto sul filo dell’equilibrio, che cosa ha scoperto di se stesso?
    Ah ah ah… quello è un segreto professionale! Ho imparato a diffidare di me stesso e mi sembra un insegnamento importante. Non siamo mai quello che crediamo, piuttosto siamo come un caleidoscopio: ogni volta che un’altra persona gira il tubo, formiamo una figura diversa (benché formata con le stesse pietre brillanti e colorate). Cosicché ho imparato a fidarmi degli altri, affinché girino il caleidoscopio che sono e mi moltiplichino, mi facciano essere tutti gli uomini che ancora non sono stato.

  • 08Mag2013

    Donato Bevilacqua - labottegadihamlin.it

    Prendere in mano questo libro, vuol dire perdersi in qualcosa che non vedi ma percepisci senza saperlo, qualcosa che leggi anche se non c’è scritto.

    La proiezione di paure e desideri, si trasforma in una storia, in cui l’autore è tra le righe e, creato dal lettore, nasconde tra le pagine messaggi in codice, minacce, vendette, riscatti e ricatti. Quello che non c’è scritto è l’esempio del potere della scrittura, della forza che Rafael Reig ha su ognuno di noi.
    Un fine settimana qualsiasi, un ex marito, Carlos, che passa a prendere il figlio, Jorge, per portarlo in montagna. E poi Carmen, ex moglie delusa, madre premurosa e incuriosita da un dattiloscritto che Carlos le ha lasciato, con la speranza che lei lo legga. Poche pagine e la donna è immersa in un noir violento, che riapre vecchie ferite e sa di minacce. Carmen si perde tra le paure e quello che non c’è scritto, mentre Carlos e Jorge fanno i conti col gelo delle cose non dette. L’esperienza della lettura, in e con questo libro, diventa una droga, un vortice senza fine in cui vincono le sensazioni, in cui si rimane appesi al filo dell’equilibrio, e ai risvolti indesiderati dell’amore, delle domande senza risposta, dei sentimenti annullati di chi credeva d’essere eroe.

    Con violenza, Reig ci svela un passato di fallimenti portandoci nell’intimità di ogni personaggio (percorrendo un sentiero di nostalgia e dolore); un’intimità nuda, cruda, perfino sessuale. Quel cammino è segnato da parole che si intrecciano come in un cruciverba: sgomento, collisione, perplesso, perduti, insonne, carogna, turbato, destino, incomprensione, separati, ostracismo, equivoco, ruffaraffa, fine. Un viaggio nella solitudine dei tre, che diventa conflitto, angoscia e paura. Proprio quella paura che a volte è meglio non conoscere, rimpiazzarla con rabbia e desiderio, dolore e rimorso. In questo perfido gioco Carmen sta leggendo i suoi timori o quelli di Carlos? E il padre avverte i tremori di suo figlio o di sua moglie?

    Sono queste ossessioni che bloccano i protagonisti, sospesi tra le ragioni e i sentimenti. Le parole d’ordine sono rincorsa e lotta. Per non toccare il fondo, per contendersi l’amore di un figlio, per ritrovare il proprio. Una guerra tra realtà e intelligenza. Questo di Reig è un capolavoro a due facce, un libro dentro un altro libro, un gioco del doppio, in cui di ogni storia personale viene a galla un “nascosto”, il lato buio delle cose. La scrittura serve a guardarsi dentro, a nascondere un senso tra le righe. Leggere è una ricerca, perfino di colpevolezza. Il romanzo si fa animale rabbioso da nascondere al mondo, da proteggere dalle verità.

    Siamo accerchiati anche noi; tutto si muove lentamente come acqua in una diga, e aggrediti da ciò che non c’è scritto si aprono minacce e ferite. Carlos, Jorge e Carmen, leggendo di se stessi stanno leggendo gli uni degli altri. E noi, alla fine di tutto questo, cosa scopriremo?

  • 08Mag2013

    Michele del Vecchio - diariodiunadipendenza.it

    Buonasera, amici! Per chiudere la giornata, la recensione di un libro che ho terminato ieri, sul tardi. Un libro sul quale non so dirvi di preciso cosa penso e per cui è stato complicato anche mettere un semplice voto.

    Effettivamente due stelline e un po’ sono giuste per uno young adult mediocre, ma non per un romanzo come Quello che non c’è scritto. Purtroppo, non saprei come altro giudicarlo, quindi prometto di rileggerlo, un giorno o l’altro, e di passare ad aggiornare il post con nuove impressioni. Sensazione strana! Ringraziando il gentile ufficio stampa, vi auguro buona lettura e una piacevole serata, M.

    Le coincidenze lasciale ai romanzi. Nella vita non esistono.

    “Le coppie non si separano quando uno dei due scopre la verità dell’altro e si rende conto che non è come si aspettava; si sfaldano quando si finisce per conoscere se stessi e si scopre quello che segretamente si temeva che venisse fuori.” Jorge, quattordici anni, è un ragazzino che conosce la sofferenza più profonda. Figlio di genitori separati, da bambino, è stato conteso in una lotta per l’affidamento senza esclusione di colpi. Lo scontro tra sua madre, Carmen, e suo padre, Carlos, doveva essere mosso semplicemente dall’amore nei suoi confronti, ma alla fine, su tutto, è prevalsa la distruzione. Sull’amore, l’odio. Ma ogni cosa è destinata a passare, anche una faida di egoismo e sdegno combattuta nel cuore di un’unica famiglia. Le cose sono migliorate. Tra Carmen e Carlos si è aperto un civile dialogo e, ormai adolescente, Jorge, anche se affidato alla madre, ha modo di passare un paio di weekend al mese anche con suo padre: un uomo che non conosce, che teme, che vuole positivamente impressionare a tutti i costi. In un sabato temporalesco, gravido di pioggia e tragedie, padre e figlio vanno in montagna, nella baita di Yolanda, la nuova compagna di Carlos. Carmen è da sola, nel suo appartamento al centro di Madrid. Sola e con un manoscritto senza titolo che le ha lasciato il suo ex marito. Sulla prima pagina, un appunto: leggilo. Carlos, da sempre scrittore frustrato e senza talento, ha dato vita a un racconto crudo, squallido, cattivo, che parla della legge degli uomini, del crimine, della violenza della strada. E’ una storia alla Tarantino, grottesca e sanguinosa; quella di quattro zotici di provincia ossessionati dalle parole crociate e del rapimento di una giovane snob, ricca e viziata. In palio c’è un ambito riscatto, ma per il protagonista del romanzo di Carlos, Toni, in palio c’è molto di più: lui vuole che la ragazza in ostaggio lo tema, lo guardi con una paura mista a rispetto, lo prenda in considerazione, lo ami.
    Carmen legge quella storia che odora di ruggine, fumo e sangue, e pensa. Cosa starà cercando di dirle il suo ex? Cos’è quello che legge tra le righe, quello che non c’è scritto? Parlare del romanzo di Rafael Reig è estremamente difficile e strano. Non saprei valutarlo utilizzando i soliti criteri, non saprei come esprimere quello che penso. Ecco, è un romanzo oggettivamente buono – ben scritto e ben congegnato – ma che a me, purtroppo, non è piaciuto. All’inizio, abituato alla raffinatezza e alla sottile sensualità dei thriller spagnoli, sono rimasto un po’ disorientato. Risuonava di rabbia repressa, rancore: era pulp, livido, esageratamente esasperato, quasi carnivoro. E’ un romanzo nel romanzo, la cui apparente rozzezza è studiata nel dettaglio; rozzezza che perfino un bravo scrittore, mettendoci anima e corpo, non riuscirebbe mai a raggiungere. Significherebbe distruggere tutto, fare tabula rasa di quello che gli hanno insegnato in anni di scrittura. Lo stile, per quanto particolare, è bello. La trama è bella. Ma ci sono cose che cozzano tra loro, stridendo e sbraitando, rendendo immensamente disarmonici i tratti generali del libro. La storia madre è quella dei due maturi – per età, ma non per indole – protagonisti, persone che si sono tanto amate, ma che, finita la passione, hanno preso a distruggersi a vicenda, in un duello di rabbia e dolore che deforma i loro tratti; li rende orribili e affilati; li porta a lottare per il destino di un bambino sospeso. Un bambino sfortunato. Per una sorta di osmosi, il romanzo di Rafael Reig, quello vero, acquisisce i toni del manoscritto del protagonista.
    La lettura del primo risulta, ad un certo punto, meno appassionante di quella del secondo. Presentato come un thriller, un hard boiled degli anni ’70, Quello che non c’è scritto non ha, però, misteri. Solo odio che cozza mortalmente contro odio. La caratterizzazione dei personaggi è eccellente, ma questi ultimi appaiono incurvati dalle troppe sofferenze, dai troppi dettagli superflui. Nel corso dell’intreccio, tuttavia, trovano spazio riflessioni di grande interesse, degne di attenzione e di un’accurata meditazione. Perché scrivere, afferma l’autore, è un atto di potenza. Lo scrittore, nell’arco di un romanzo, è il Dio del suo lettore. Lo manipola… O è il lettore a manipolare lo scrittore, a leggere nel romanzo ciò che lui stesso vuole vedere? Ciò che riflette le sue paure inconsce, i suoi desideri, il suo vissuto, ma che, infondo, non è presente sulla pagina stampata? Dà più domande sulle cui pensare che risposte concrete. Non è un enigma, ma è un cruciverba da risolvere. Armati di estrema razionalità, di voglia di pensarci sopra, di pazienza. Probabilmente l’ho letto semplicemente nel momento sbagliato, quando ero del tutto privo dei tre preziosi prerequisiti. Ma mi ha fatto pensare. Ricordo, anni e anni fa, poco più che bambino, di aver letto un’edizione supereconomica di La casa di sabbia e nebbia, di Andre Dubus III – per inciso, uno dei pochi casi in cui la trasposizione cinematografica è palesemente superiore al libro stesso. Ritornando dal mare, in macchina, dal finestrino del sedile posteriore, guardavo ossessivamente una villetta affacciata sulla spiaggia. Mi sembrava che fosse uscita dalle pagine del romanzo. Come se lì si stesse per compiere una tragedia immane, la stessa raccontata nella storia che stavo leggendo, e io solo potessi fermarla… Perché ci sono quei libri particolari, infatti, che riempiono di suggestione, di insensata inquietudine. Purtroppo Quello che non c’è scritto, per me, non è stato uno di quelli.
    Il mio voto: ★★ ½

  • 01Mag2013

    Benedetta Marietti - La Repubblica

    “Quelli che non c’è scritto” dello spagnolo Rafael Reig non è solo un noir psicologico abilmente costruito, un autentico page turner da ritmo serrato.

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  • 01Mag2013
  • 01Mag2013

    Yolanda Barambio Checa - Internazionale

    Un romanzo pieno di indizi, di misteri, di vita reale, di relazioni familiari poco edificanti e di difficile apprendistato.

    Il lato oscuro delle persone si riflette in questo libro splendidamente raccontato, che si fa leggere con facilità anche se mantiene uno sfondo di dura ingegneria architettonica. Un romanzo fantastico, che offre la chiave per farci accedere a un’esperienza piena di buona letteratura. La paura è presente nelle sue pagine in molti modi, a partire dall’ansia. Ci tiene inchiodati alla poltrona mentre assistiamo all’evoluzione di una trama complessa, dove le vite dei personaggi si incrociano senza vedersi, senza ascoltarsi, senza capirsi. A poco a poco entriamo in un mondo pieno di lacune, sentimenti e perplessità non scritte, inesprimibili, che tuttavia ci colpiscono come se fossero espresse. Un libro che ci spinge a meditare sulle nostre cose, sulla nostra vita, sulle nostre famiglie, e che consente di definire l’autore uno dei grandi della letteratura spagnola contemporanea. Come ha spiegato lo stesso Reig, Quello che non c’è scritto è “un libro sull’incapacità che abbiamo di comprenderci gli uni con gli altri, e anche un libro sul sospetto: una volta che sorge, diventa irrefrenabile e nessuno sa che cosa può scatenare”.

  • 24Apr2013

    Rafael Reig - Il Giornale

    Se il padre è un orco che terrorizza il figlio. Nel romanzo dello scrittore spagnolo, una scampagnata in montagna diventa un’inquietante sfida in famiglia. Con risultati imprevedibili…

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