Quando l’automobile uccise la cavalleria

Archivio rassegna stampa

  • 23Feb2017

    Antonello Saiz - giudittalegge.it

    Nello Zaino di Antonello: Librai Sconosciutissimi

    Un romanzo storico, così definisce Giorgio Caponetti il suo libro edito da Marcos y Marcos “Quando l’automobile uccise la cavalleria”. Il torinese Giorgio Caponetti per molti anni ha fatto il pubblicitario firmando la regia di campagne importanti fin quando si è ritirato a vivere nella campagna del Monferrato. Ha impiegato trent’anni a scrivere questo romanzo.

    Un lungo periodo durante il quale ha dovuto ordinare fatti consequenziali e raccontare così questa bella storia italiana che ha per protagonisti quattro cavalieri, e una città, Torino, da poco non più capitale del nuovo Regno, ma pronta a divenire la capitale della nascente industria automobilistica, abbandonando il ruolo di capitale dell’aristocrazia che vedeva nell’arma della cavalleria la più perfetta incarnazione dei propri ideali. Il mondo del cavallo, ai primi del Novecento rappresentava ancora uno status sociale. Un mondo che nel giro di soli vent’anni viene travolto da quello moderno dell’automobile. All’interno di questo cambiamento epocale agiscono i quattro cavalieri: il nonno dell’autore e Giovanni Agnelli, Federigo Caprilli, e Emanuele Cacherano di Brichesio. Federigo Caprilli è il cavaliere volante, play boy bello, affascinante e sensuale, eroe ribelle ed innovatore della Cavalleria sabauda, che rivoluziona addirittura il modo di andare a cavallo e con la sua cavalcata leggera capace di saltare più in alto di chiunque altro prima. Emanuele Cacherano di Bricherasio è il conte rosso, nobile sognatore illuminista che ama l’arte, la musica e i motori: si innamora dell’automobile come simbolo del progresso in grado di concorrere a migliorare le condizioni delle classi lavoratrici. Amico di personaggi scomodi come Edmondo De Amicis e Pelizza da Volpedo, finanzia una piccola fabbrica di automobili e ne sogna una più grande. Il sogno sembra realizzarsi quando l’11 luglio 1899, insieme ad altri fonda la Fiat nel suo palazzo torinese. Agnelli è il capitale, il potere forte, l’uomo pragmatico e il più bravo a gestire gli altri. L’imprenditore e il finanziere che in quanto tale non guarda in faccia nessuno. Caprilli e Bricherasio sono amici per la pelle. Si confidano progetti e segreti. Come quando Caprilli diventa maestro e campione internazionale, ma tardano ad arrivare i riconoscimenti che merita. Come quando Giovanni Agnelli assume il predominio in Fiat e Bricherasio si sente messo da parte, nutre strani timori. I tre sono ufficiali quasi coetanei, nati nella seconda metà dell’Ottocento, che si sono conosciuti alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, poco distante dal paese di Villar Perosa, dove Agnelli è Sindaco.
    Queste tre figure potrebbero quasi avere valore di metafora di un secolo che cambia il destino del Paese, ma i fatti narrati sono veri, anche se tutto oscuro, mai indagato. Perchè Bricherasio viene trovato morto ad Agliè, nel castello dello zio del Re, il Duca di Genova, con un buco nella nuca, a soli 34 anni? Un suicidio improbabile, ma trattandosi della residenza del cugino del re, non viene aperta nessuna inchiesta. La sorella Sofia, disperata, si appoggia all’amico Caprilli, gli affida le carte del fratello. Tre anni dopo anche Caprilli, che sta indagando sulla morte dell’amico, muore all’improvviso in un modo assurdo, cadendo da cavallo per le vie di Torino, una sera d’inverno all’imbrunire. Ha solo trentanove anni. Così afferma l’unico testimone oculare, Enea Gallina, noto commerciante di cavalli sull’orlo del fallimento dovuto proprio all’avvento dell’automobile, che sta gradualmente soppiantando i cavalli, e che dice d’averlo visto avanzare verso Piazza d’Armi e poi cadere improvvisamente. Caprilli e Bricherasio condivideranno lo stesso crudele destino e saranno sepolti giovanissimi nella stessa tomba. Di inquietante c’è che una settimana dopo la scomparsa di Bricherasio dal consiglio di amministrazione, la F.I.A.T. viene rivoluzionata. L’azienda fallisce, i capitali iniziali vanno in fumo e Agnelli rifonda FIAT senza puntini. Una operazione che porterà all’apertura di un processo per truffa e aggiotaggio nei confronti di Giovanni Agnelli e di un altro paio di soci. Un processo che iniziò, guarda caso, quattro mesi dopo la misteriosa morte di Caprilli. E che terminò dopo quattro anni con l’assoluzione, ma con l’intervento di poteri fortissimi: Vittorio Emanuele Orlando, ministro di Grazia e Giustizia, diede le dimissioni, divenne presidente del Collegio di difesa di Agnelli, lo vide assolto e poi si rimise a fare il politico. Combinazioni, strane combinazioni, secondo Caponetti, che mettono curiosità e richiedevano almeno una risposta emotiva, se non si può avere, dopo tanto tempo, quella razionale. “Così è la vita…” avrebbe detto il quarto Cavaliere, nonno dell’autore.

  • 04Mag2015

    Elisabetta Bolondi - SoloLibri.net

    Un romanzo storico, così definisce Giorgio Caponetti Quando l’automobile uccise la cavalleria, bella storia italiana che ha per protagonisti quattro cavalieri, e una città, Torino, da poco non più capitale del nuovo Regno, ma pronta a divenire la capitale della nascente industria automobilistica, abbandonando il ruolo di capitale dell’aristocrazia che vedeva nell’arma della cavalleria la più perfetta incarnazione dei propri ideali.

    Federigo Caprilli, il più grande campione di equitazione che il nostro paese abbia annoverato, Emanuele Cacherano di Bricherasio, aristocratico piemontese di larghe vedute e pronto a lanciarsi nel nuovo secolo e nelle sue invenzioni, Giovanni Agnelli, che tutti crediamo di conoscere: a queste tre storie esemplari si aggiunge quella del meno noto Benedetto, attivo nei servizi segreti durante gli anni del fascismo, nonno del narratore bambino, a cui racconta fatti, molti inediti, contenuti nel romanzo: partiamo dal 1871 per giungere attraverso le vicende complesse che ha attraversato il nostro paese fino agli anni Cinquanta del secolo scorso.

    La trama è fitta di episodi, alcuni notissimi, molti sconosciuti, che hanno coinvolto i personaggi che campeggiano nel racconto. Federigo Caprilli sembra fare la parte del leone e improntare di sé e del suo fascino magnetico molta parte delle vicende narrate: figlio di primo letto di una dama romana, è costretto a lasciare la casa di famiglia per un collegio e poi per la invidiata Accademia militare di Modena. Siamo nel 1886 e lì incontra l’aristocratico piemontese Emanuele di Bricherasio e lo sconosciuto Giovanni Agnelli. Nasce la profonda amicizia fra i due giovani, che prosegue alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, mentre il sottotenente Giovanni Agnelli lascia la vita militare e rientra nella sua casa di Villar Perosa, che dista però pochi chilometri da Pinerolo: i tre sono destinati a condividere un gran pezzo della loro vita.

    Presto Caprilli diventa intimo della casa Bricherasio, ospite fisso della contessa Teresa e della sorella Sofia, promettente pittrice: infatti nella loro dimora si incontrano pittori e musicisti e il giovane Emanuele, pur attento al patrimonio familiare, è incuriosito e affascinato dalle nuove idee socialiste: si lega ad Edmondo De Amicis, che, oltre al celebre Cuore, scrive di politica e di società molto inviso alla cerchia aristocratica dei Bricherasio, come pure un nuovo pittore che si sta affermando, Giuseppe Pellizza: nel suo povero studio a Volpedo sta dipingendo un’enorme tela che sarà destinata al successo ed Emanuele Bricherasio per primo ne intuisce la grande potenza comunicativa, commosso dal fatto che la donna con il piccolo in primo piano è la moglie poverissima dell’artista.

    Caprilli invece colleziona cavalli e donne, sa scegliere gli uni e le altre con grande competenza: sotto di lui i più riottosi purosangue vengono domati e le nobildonne più in vista restano vittime del suo fascino prorompente. Mentre Caprilli, indisciplinato militare ma valentissimo cavaliere inventa il moderno concorso ippico e spopola in tutte le gare, non solo nazionali (nel 1900 partecipa alla grande Expo parigina sgominando gli avversari sotto falso nome), Bricherasio segue l’arte ma anche la grande novità di fine secolo: l’avvento dell’automobile.
    Lunghe pagine del libro ricostruiscono minuziosamente gli eventi che portarono un gruppetto di nobili torinesi a fondare un Automobil Club, e successivamente una fabbrica di automobili. Qui ovviamente entra in gioco il Cavaliere Giovanni Agnelli, che presto diventerà l’ago della bilancia della nuova fabbrica F.I.A.T., con stabilimento in corso Dante a Torino.

    Le vicende che porteranno il gruppo dei primi azionisti del gruppo a perdere tutto, mentre Giovanni Agnelli riesce a rilevare la fabbrica potenziandola grazie ad appoggi molto in alto, lo stesso Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando lo sostiene con forza, è la vera storia della Fiat, che perde i puntini per divenire “fabbrica italiana automobili e trasporti”. Siamo nel 1906, e al caffè Burello, dove si radunano quelli che contano in città, si sente un avventore urlare:

    “La fabbrica italiana automobili Torino non-e-si-ste-più! Adesso esiste la Fiat Spa, che non è più un acronimo di niente. La ragione sociale è solo Fiat. Senza puntini.”


    Giovanni Agnelli è l’amministratore delegato, gli altri sono fuori e hanno perso tutto. Emanuele Bricherasio ne morirà, dicono, suicida, ma resta il mistero. Anche Caprilli, deciso ad aiutare Sofia a scoprire la verità sulla morte del fratello, custode delle carte capaci di inchiodare alle proprie responsabilità il gruppo di potere politico ed economico che aveva favorito l’ascesa di Agnelli, morirà in un misterioso e mai chiarito incidente di cavallo.

    L’automobile dunque è la vera causa della morte della cavalleria, come afferma il titolo del romanzo, una metafora estremamente realistica capace di sintetizzare la storia di un trentennio della storia italiana, a cavallo di due secoli, quelli che videro la Belle Epoque trascolorare nel mattatoio della Prima Guerra mondiale e subito dopo precipitare nella dittatura fascista. I camion Fiat, i carri armati Fiat, gli aerei Fiat, i sommergibili Fiat, decreteranno inevitabilmente l’inutilità dei cavalli, pur se in sella sedevano campioni di un tempo ormai finito per sempre.

    Giorgio Caponetti ci racconta questa storia affascinante dove in ogni pagina incontriamo pezzi del nostro immaginario, piloti d’auto, cavalieri, meccanici, poeti, aviatori, gran dame, corridori, regnanti, artisti, in un caleidoscopio dove ognuno ha il suo posto, la sua ragion d’essere, il suo ruolo nella narrazione di una Europa, di un’Italia, di una città industriale, Torino, del tutto scomparse.

  • 01Mag2014

    Elena e Michela Martignoni - Storia in rete

    L’assassino è l’autista…

    Fra storia e romanzo, la vicenda (tinta di giallo) della nascita della FIAT e della morte della Cavalleria.

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  • 12Dic2013

    Angela Antonini - mangialibri.com

    Dalla Toscana Federigo Caprilli, il “cavalieri volante”, il più grande campione di tutti i tempi, vissuto nemmeno quarant’anni a cavallo tra Otto e Novecento. Dal Piemonte Emanuele Cacherano di Bricherasio, conte: miglior amico di Caprilli, a sua volta prematuramente scomparso. Ancora dal Piemonte, precisamente da Villar Perosa, Giovanni Agnelli, rampollo di una agiata famiglia di imprenditori della seta.

    A completare il quartetto, dal Lazio nonno Benedetto, che intreccia nell’operoso Piemonte la sua storia personale con quella degli altri tre cavalieri. 1884, Esposizione generale Internazionale di Torino: il diciottenne Giovanni annusa la potenza dell’idea, un motore abbastanza piccolo da poter essere montato su un mezzo di trasporto individuale. Intanto, Caprilli e Bricherasio danno inizio, all’Accademia di Cavalleria di Modena, alla loro straordinaria amicizia. Nel mondo della Cavalleria, il Tenente Agnelli si becca tre giorni di arresto per essersi mostrato in divisa in sella ad un macinino a tre ruote con un motore a quattro tempi da 954 cc di cilindrata. Caprilli, dal canto suo, scopre una vocazione, una empatia istintiva col cavallo “è così facile. Basta lasciarlo fare senza dargli noia”. È pronto a sovvertire le rigide prescrizioni tecniche degli istruttori militari. E arrivano i concorsi ippici, in cui suscita scandalo cavalcando “con il culo per aria” ma volando come il vento e saltando ostacoli paurosi. Scrive, così, il suo nome nella leggenda dell’ippica. E Bricherasio? Lascia la Cavalleria, basta con la vita militare. Pieno di cultura e di riflessiva lungimiranza, vuole dedicarsi alle cose del mondo: lavoratori e capitalisti non sono più concetti lontani. Migliorare le condizioni di vita delle classi sociali inferiori è possibile e perfino necessario. La Francia del secolo precedente insegna. Poi arriva la F.I.A.T., e tutto cambia …
    Trent’anni a cavallo tra XIX e XX secolo, un momento di trapasso in cui la storia è tutta da fare, l’Italia si è da poco unita, il Risorgimento è ancora attualità, tradizione e modernità si alternano come luci ed ombre. È il fermento delle età di mezzo, in cui si deve scegliere se fermarsi a guardare indietro o buttarsi avanti con fiducia, come un cavallo guidato con saggezza dal suo cavaliere. I quattro cavalieri incarnano in modi diversi questo passaggio. Da una parte la rivoluzione della tecnologia, Giovanni, con il motore, l’azienda, i lavoratori, gli scioperi, gli intrighi finanziari. Dall’altra l’istinto, l’intuizione, Federigo, che sovverte le norme più avite dell’arte della Cavalleria, vive la vita con passione, crede nell’amicizia. Dall’altra ancora Emanuele, nobile illuminato, che si prende del “socialista” dall’amico Caprilli perché intravede, dietro le nebbie di un confuso presente, la possibilità di un ordine sociale più equo, e non è disposto ad accettare l’intrigo ed il sotterfugio. Questo romanzo passa veloce, grazie al linguaggio sciolto e moderno che svecchia l’immagine del romanzo storico pesante e pedante. I personaggi sono completi e ben delineati, si svelano man mano e non mancano dolorosi colpi di scena; lo scenario storico è ben definito e compone con i protagonisti un quadro vivo ed equilibrato, in cui i rimandi alla contemporaneità sono frequenti ed evidenti. A volte è una morale amara, quella della Storia; anzi, come dice Caponetti nella sua Avvertenza, di questa storia, perché “in un romanzo storico, è la Storia che si adatta alla fantasia, e non la fantasia alla Storia”.

  • 05Nov2012

    Bruno Gambarotta - In libreria

    Ambientato in gran parte fra Torino e Pinerolo, negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo del Novecento, frutto di decenni di ricerche storiche, racconta dall’interno la nascita e lo sviluppo dell’industria automobilistica italiana, cioè della Fiat…

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  • 17Lug2012

    Astrit Dakli - Il Manifesto

    «Quando l’automobile uccise la cavalleria» di Giorgio Caponetti
    Una scia di sangue agli albori della Fiat: La rapida scalata di Giovanni Agnelli, i disinvolti «do ut des» con i Savoia, la morte dei testimoni scomodi…

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  • 03Lug2012

    Alfonso Rago - LaStampa.it

    Si parla di auto, è vero, ma è uno sconfinamento interessante: tra romanzo storico e sociale, narra le vicende di due cavalieri, realmente esistiti, che volevano cambiare il mondo.

    Sono il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio – socio fondatore della FIAT – e il suo amico inseparabile, il capitano di cavalleria Federigo Caprilli, che muoiono a breve distanza l’uno dall’altro in circostanze poco chiare.

  • 17Giu2012

    Redazione - La Lettura

    Sono le ore 18.50 del 24 maggio 1902 quando, per la prima volta nella storia umana da che mondo è mondo, un cavallo si stacca da terra per volare a più di due metri d’altezza. Due metri e zero otto per la precisione…


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  • 07Mag2012

    Guglielmo Paradiso - L'Altrapagina.it

    Fa tornare alla mente Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, Quando l’automobile uccise la Cavalleria di Giorgio Caponetti, edito da Marcos y Marcos, non solo per le rubriche introduttive ad ogni capitolo, per il tono talvolta ironico, per la morte in circostanze sospette che accomuna i due protagonisti di questo miracolo narrativo – realmente esistiti –  e lo scrittore garibaldino, ma soprattutto per quel camminare sul filo del rasoio tra il romanzo storico e quello sociale.

    Caponetti, intenzionato a risolvere gli intrighi celati dietro le morti del conte Emanuele Cacherano di Bricherasio – socio fondatore della F.I.A.T. – e del suo inseparabile amico, il capitano di Cavalleria Federigo Caprilli – deceduti, a tre anni di distanza l’uno dall’altro – evoca le loro vite, facendole scorrere parallele a quella di Giovanni Agnelli, il fondatore della dinastia industriale, e ai propri ricordi di bambino, nella Torino degli anni Cinquanta in compagnia del nonno, ex graduato dell’intelligence sabauda, che già allora aveva fornito al nipotino la chiave, rimasta sepolta per anni nella memoria del narratore, per risolvere questo mistero.
    Le vite di quattro orfani, divenuti poi cavalieri, si dipanano nel romanzo fino ad intrecciarsi nell’Italia sabauda di Umberto I e di Vittorio Emanuele III tra amori impossibili, intrighi di corte, lotta di classe, logge massoniche, truffe finanziarie e servizi segreti.
    Federigo Caprilli, proveniente dall’alta borghesia livornese, è intrepido e beffardo ma di buon cuore: quando accede nel 1886 all’Accademia allievi ufficiali di Cavalleria di Modena, non ha neanche idea di come si cavalchi e, quindi, non può neanche lontanamente immaginare che è destinato a rivoluzionare le teorie dell’equitazione militare fino a divenire una leggenda dei tornei ippici internazionali, guadagnandosi la fama di “cavaliere volante”; per ora, ad affascinarlo di quell’arma elegante è quel rapporto ambiguo, fatto di complicità e sfida, tra cavallerizzo e cavallo, un essere che al momento non gli è affatto familiare.
    Per fortuna, la sorte lo assiste assegnandogli come compagno d’arme il blasonato Emanuele Cacherano di Bricherasio: i due – affini per «la generosità di carattere, la curiosità inesauribile per le novità» – diventano subito inseparabili, supportandosi a vicenda: è l’inizio di un fraterno sodalizio destinato a durare per sempre, fino a condividere il tragico destino e il medesimo luogo di sepoltura.
    Ma è a Pinerolo, alla Regia Scuola militare di Cavalleria, che i due scoprono la propria vocazione: Caprilli getta le basi del proprio metodo per il salto ostacoli che per anni verrà osteggiato dalle alte autorità militari, forse a causa dei nemici che il tenentino livornese si è creato in Casa Savoia, divenendo l’amante di coronate dame appartenenti al casato regnante; Bricherasio, divenuto anch’egli tenente, lascia per sempre la Cavalleria per acquistare la fama di “conte rosso”, assecondando quella sua innata propensione a guardare ad un progresso che riesca a migliorare le condizioni di vita dell’umanità intera. Il Novecento, secolo nuovo, è affascinato dai progressi scientifici così come è atterrito dal diffondersi delle teorie socialiste e dall’inizio delle rivendicazioni sociali; Emanuele «è il primo che collega motori e principi democratici, velocità di spostamento e progresso sociale, industria e classi lavoratrici» e, d’altronde, la nobile e antica stirpe dei Bricherasio ha sempre patrocinato l’arte e la cultura.
    Quando Bricherasio decide di unire il suo nome alla nascente industria delle automobili, fondando la F.I.A.T. ignora di aver mosso un passo verso la fine. Quel commilitone, legato agli ambienti massonici, da sempre appassionato di meccanica e adesso socio in affari, tal Giovanni Agnelli, divenuto amministatore delegato della società da buon arrivista senza scrupoli qual è, sta per portare a compimento un’abile truffa ai danni di tutti gli azionisti, uno scandalo e un crack finanziario in cui sarebbe coinvolta anche Sua Maestà.
    Il possesso dei documenti che provano le irregolarità amministrative decretano, nel 1904, la condanna a morte di Bricherasio e, tre anni dopo, dell’amico fraterno Caprilli: assassinii, mascherati da tragiche fatalità, architettati da “professionisti” incaricati dalle alte sfere di cambiare il corso della storia.
    Ancora una volta, un altro “Io so” di uno scrittore prova ad immaginare tutto ciò che in Italia non si sa o si tace, e leggendo il romanzo di Caponetti non sembra esserci bisogno di prove ed indizi – come scrisse Pasolini – per mettere «insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico» così da ristabilire «la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia ed il mistero», proprio come nel duraturo e imperituro rapporto tra Stato e F.I.A.T. rafforzatosi “inspiegabilmente” ancor di più dopo quel processo del 1908 – conclusosi con l’assoluzione degli imputati – in cui Giovanni Agnelli dovette rispondere dei reati di «illecita coalizione, aggiotaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali».

  • 03Mar2012

    Marilù Oliva - thrillermagazine.it

    Una vicenda di amicizia, di vita, cavalli e motori, una storia romanzata che tocca la grande Storia — sociale, industriale — quella epocale di passaggio secolo e non solo: svolta tecnologica, svolta di mentalità. In questo bel romanzo ambientato soprattutto in una Torino all’inizio densa di atmosfere ottocentesche, troverete personaggi realmente esistiti in cui la fantasia, come capita nei romanzi storici, si è permessa qualche licenza, come conferma l’autore stesso:

    «Molte delle cose che vi accadono sono capitate davvero, ma non è detto che siano capitate tutte e proprio in certi momenti. Molte delle persone che sono vissute nel romanzo, sono vissute davvero, ma non è detto che abbiano fatto quel che fanno o pensano nel romanzo». Quattro i personaggi principali, ma i riflettori vengono puntati soprattutto su due di loro: Federigo Caprilli, insigne cavallerizzo, e il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, fondatore della Fiat. Il primo lascia il segno nell’arte dell’equitazione, il secondo sogna un’industria più democratica, in grado di migliorare la qualità di vita delle persone: l’amicizia segnerà le loro vite che il destino tingerà di cupo su vie parallele: i due moriranno in circostanze strane, mai del tutto chiarite.
    Quando l’automobile uccise la cavalleria è raccontato in prima persona — una prima persona mai invadente, molto discreta — dal nipote cui il nonno — quarto dei personaggi chiamati in causa — racconta i fatti. La voce narrante è limpida, piacevole, con momenti quasi lirici, da cui trapela inequivocabilmente la grande passione dell’autore per quegli anni.
    Un romanzo d’esordio che ha avuto una lunga gestazione trentennale, da cui trapela anche un ricco supporto documentale. L’autore, Giorgio Caponetti, torinese, ha lavorato per anni nella pubblicità. Poi, essendo appassionato di equitazione, ha trovato il modo di dedicarsi a questa a tutto tondo e con esiti sempre artistici: tra le varie attività conduce anche spettacoli equestri. Vive con la famiglia a Tuscania in una verdissima tenuta dove, ovviamente, non manca un  allevamento di cavalli.

  • 12Feb2012

    Carlotta Vissani - Rolling Stone

    Il titolo racchiude un momento topico della storia: il giorno in cui l’auto scalzò il mezzo cavallo. Torino fu fulcro di creatività e produzione; è ai primi del ‘900 che l’industria del motore si prepara a cambiare i connotati di un’epoca…

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  • 02Feb2012

    Alessandro Perini - lindro.it

    La Belle Époque, a distanza di un secolo dal suo dissolvimento nella Prima guerra mondiale, conserva intatto il fascino dello champagne e delle sciantose di Touluose Lautrec. Smodata voglia di vivere, un ceto elitario dedito al lusso, musiche da cabaret che accompagnano il cinema “muto”. Sulla scena si affacciano l’automobile e l’aeroplano, ma anche uno stile di vita improntato agli eccessi, alla sensualità dannunziana.

     

    Intanto la cronaca glissa su misteriosi fatti in cui la morte, forse, non giunge con la cieca ineluttabilità registrata dai rapporti di polizia. Le cacce alla volpe, le riunioni di corse al galoppo, i concorsi ippici hanno un protagonista che il mondo dell’equitazione c’invidia ancora oggi. È un giovane ufficiale che attuerà una vera rivoluzione dell’arte equestre. Il suo credo è che il cavaliere debba assecondare l’equilibrio del cavallo guidandolo con mano leggera. Un metodo naturale di monta agli antipodi di quanto fin lì praticato. Sto parlando di Federigo Caprilli.
    La sua fama di ’uomo di cavalli’ conquista l’Europa. Non è solo un campione, tutt’altro, perché si spende con generosità quotidiana nell’addestramento dei militari, conducendoli fuori dai maneggi, in aperta campagna, per fare affrontare loro le situazioni che potrebbero incontrare in battaglia. Dirige con autorevolezza le riprese per gli ufficiali-allievi dei corsi di specializzazione. Molte le resistenze che incontra tra i vecchi ufficiali legati alla tradizione ma anche tanti riconoscimenti da parte di superiori lungimiranti che se lo contendono come istruttore dei propri reggimenti.
    La vita del Nostro, livornese, classe 1868, di famiglia benestante, ha due poli geografici ricorrenti: Pinerolo e Roma. La Scuola di cavalleria e l’ippodromo di Tor di Quinto, per la cui intitolazione, ahimé, nel 2005 l’Esercito gli ha preferito un generale collaboratore dell’allora Ministro della Difesa Antonio Martino. È in sella prima dell’alba e monta cinque, sei cavalli al giorno. Istruisce i militari, si prepara ai concorsi ippici ed alle corse ad ostacoli, prima delle quali osserva drastiche diete per rientrare nel peso.
    Gli inevitabili, numerosi incidenti ne hanno provato il fisico, seppur robusto; il dolore ai reni lo tormenterà per tutta la vita. Nonostante ciò Caprillone, come lo chiamano gli amici, coltiva un’altra grande passione: le signore del bel mondo. Lui, borghese ma con il ’passepartout’ dell’ufficiale di cavalleria, è introdotto nell’ambiente aristocratico più esclusivo da un compagno d’armi con cui condividerà una fraterna amicizia e la tragica, prematura fine: Emanuele Cacherano di Bricherasio.
    Il carnet sentimentale di Federigo registra una prima relazione impegnativa con Maria Letizia Bonaparte, nipote e sposa in seconde nozze dell’anziano Amedeo Duca d’Aosta. La ragazza ha 21 anni meno dello sposo che passa a miglior vita nel 1890, appena un anno e mezzo dopo le nozze. Maria Letizia è quasi coetanea di Federigo; basta qualche sguardo e i loro destini s’intrecciano fatalmente. Siamo nel 1896 e la relazione crea un certo fastidio a corte tanto che Caprilli si ritrova trasferito in quattro e quattr’otto a Nola.
    Passa qualche tempo e si sussurra di un’altra conquista che mette il tenente sotto i riflettori. Si tratterebbe nientemeno che di Elena d’Orleans, moglie di Emanuele Filiberto, II° Duca d’Aosta, figlio di Amedeo. La duchessa, infatti, al di là del cerimoniale e alla stregua del marito, conduce vita indipendente; nel 1936, vedova sessantacinquenne, convola a nozze con il colonnello Otto Campini, un gentiluomo di quattro lustri più giovane cui è da tempo legata sentimentalmente.
    Altri amori del Nostro sono la contessina di San Martino d’Agliè di San Germano, che sposerà il conte Costa della Trinità, la contessa Giacobazzi, Sofia, sorella dell’amico Emanuele Cacherano, Cleo de Merode, amante del re Leopoldo del Belgio e ballerina di nobili ascendenze. Questo il sangue blu al femminile di cui Federigo subisce, tranne che per Cleo, più il fascino che la bellezza. Egli, però, intraprende storie anche con donne splendide, di origini plebee. La più amata è la ciociara Vittoria Clementina Proietti, in arte Vittoria Lepanto che, giovanissima attrice di teatro, passa al “muto” sponsorizzata da d’Annunzio, divenendo poi amante di Edoardo Scarfoglio.
    È lei la donna che il 5 dicembre 1907 non si presenta all’appuntamento con Federigo a Torino? Nessuno potrà mai dirlo. È certo che quel pomeriggio, all’imbrunire, Caprilli, deluso dal mancato incontro galante si consola dando uno sguardo ai cavalli di un noto commerciante, certo Gallina. Mentre si avvia per provare un bel morello, barcolla e cade malamente di sella. Prontamente soccorso muore al mattino seguente senza aver ripreso conoscenza. Misteriosa rimane la dinamica dell’incidente.
    Chi monta a cavallo sa che procurarsi la frattura della base cranica con fuoriuscita di sangue – questo il referto – è possibile ma improbabile. A conforto di questa mia opinione è la versione dei fatti resa dal Gallina, testimone oculare: “… improvvisamente vidi il capitano barcollare sulla sella, poi precipitare collo e testa all’ingiù.” Una dinamica che mal si concilia con il fracassamento di una zona anatomica protetta come la nuca. Alcuni passanti dissero di aver sentito degli spari, i familiari di Caprilli sembra azzardassero l’ipotesi di una sassata. Nulla comunque fu appurato.
    La cremazione del cadavere, disposta per testamento, impedì ogni ulteriore, possibile indagine. La volontà del defunto che tutte le carte ed i documenti custoditi in casa sua fossero bruciati fu rispettata ma sicuramente con essi andò in fumo qualche indizio importante. Qualora non si fosse trattato d’incidente, mai i tenenti Ricci e Ubertalli, che assistettero Caprilli fino alla morte, avrebbero denunciato un crimine nato da invidia o ,peggio, da questioni di donne. Il senso d’appartenenza non avrebbe consentito che divenissero di pubblico dominio verità scomode per il loro stesso ambiente.
    Le strane circostanze di questa morte si saldano con quella del più caro amico di Caprilli, Emanuele Cacherano di Bricherasio, avvenuta tre anni prima. C’è qui di mezzo un ramo cadetto dei Savoia. Emanuele, infatti, si suicida nel castello di Agliè, ospite dei Duchi di Genova. Questa la versione ufficiale su cui nessuno osò mettere il naso. Chi, d’altra parte, avrebbe potuto turbare la ’privacy’ del fratello di Margherita, regina d’Italia, nonché cugino di Umberto I? Qualcuno mise in giro la voce, mai confermata, di un suicidio ’pilotato’ a seguito di una relazione di Emanuele con una Savoia. Ma questa è un’altra storia.
    Lo strano incidente di Caprilli e l’improbabile suicidio del nobile Bricherasio, fondatore della FIAT. ed estromesso dall’azienda dal rampante Giovanni Agnelli, sono magistralmente narrate nel romanzo-verità di Giorgio Caponetti ’Quando l’automobile uccise la cavalleria’. La passione dell’autore per l’ippica e la sua familiarità col vecchio Piemonte hanno consentito che cronaca e fantasia si fondessero in un piacevole contesto letterario.

  • 19Gen2012

    Redazione - Repubblica Sera

    Anno 1891. Torino, Caffè Burello.
    “E faccia attenzione no? Per la miseria, che modo è di andare? A momenti mi mette sotto!”
    “Ma faccia attenzione lei: non lo vede che a momenti mi fa cadere? Si guardi intorno prima di attraversare, no?”

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  • 12Gen2012

    Sofia D'Agostino - L'Eco del Chisone

    Era gremita, sabato scorso, la bella sala consiliare del Comune di Bricherasio per l’incontro con Giorgio Caponetti, autore del fortunato “Quando l’automobile uccise la Cavalleria” (ed. Marcos Y Marcos). Un incontro nato non per caso, ma voluto dall’Amministrazione come occasione per ripensare alla propria storia, al passato di quel luogo così ricco di nobiltà…

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  • 01Gen2012

    Redazione - Quattroruote

    Romanzo storico? Docu-fiction? Realtà romanzata? Mera cronaca? Difficile inserire questo libro di Giorgio Caponetti – già pubblicitario ora dedito quasi esclusivamente alla propria passione per i cavalli – in un genere letterario definito…

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  • 27Dic2011

    Redazione - Corriere di Viterbo

    “Il Gattopardo, scene da un Risorgimento” (Lettura concerto in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia) oggi pomeriggio alle ore 18.00 presso l’Auditorium di Santa Maria in Gradi per la stagione concertistica 2011 – 2012 dell’Università della Tuscia diretta da Franco Carlo Ricci. Il concerto sarà preceduto dalla presentazione del libro “Quando l’automobile uccise la cavalleria” di Giorgio Caponetti.

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  • 21Dic2011

    Leonardo Franchini - L'Adige

    In Trentino ci sono 19 (diciannove) ippovie, cioè percorsi che si possono compiere montando a cavallo, e diciotto circoli ippici. Un bel record, se rapportato alla superficie e alla popolazione. Molti sono quelli destinati ad un pubblico giovane, perché si ritiene che la «ippoterapia» sia particolarmente benefica nella prima parte della vita. Si veda la pianta dei percorsi, facilmente consultabile.

    Perciò non è fuori luogo parlare di un libro che è un piccolo monumento ad un personaggio che ha reso illustre la cavalleria, o meglio la Cavalleria italiana in Europa e altrove: Federigo Caprilli. Un nome che ai più è ignoto, ma che chiunque abbia indossato l’uniforme dell’Arma conosce benissimo. Caprilli infatti, modificò profondamente lo stile e le regole dell’andare a cavallo, conquistando primati su primati e portando l’esercito dell’equitazione al suo massimo splendore.
    Il libro è «Quando l’automobile uccise al cavalleria» (Marcos y Marcos editore, 18 euro), scritto in maniera vivace e catturante da Giorgio Caponetti. È la storia di questo ufficiale che non fece carriera – non riuscì mai a vestire le spalline di maggiore, che pure gli erano state assegnate – e che trasformò la cavalleria, ferma da almeno un secolo, ma solo dieci o quindici anni prima che il motore a scoppio la rendesse obsoleta. Tra i suoi compagni d’arme, dei quali si narra nel medesimo libro, c’erano anche il conte Emanuele di Bricherasio – ricchissimo, discendente di una famiglia che aveva ricevuto la nomina di viceré di Piemonte e vero fondatore della Fiat e appunto Giovanni Agnelli, nonno di quello che ha riempito le cronache fino a qualche anno fa. Giovanni, il nonno, seppe manovrare in modo da riuscire ad impadronirsi di quella che sarebbe diventata, indubbiamente anche per la sua abilità, la più grande impresa italiana.
    A far da legante c’era appunto Caprilli, brillantissimo cavaliere e cultore della tradizione di rubacuori della sua categoria, che non disprezzò l’auto, anzi, ma amò solo i cavalli e le donne, nell’ordine.
    Il libro si divora, letteralmente. Una scrittura semplice, tuttavia mai banale, che mette in luce con limpida e ironica scorrevolezza gli episodi principali di queste vite che, ciascuna a suo modo, hanno cambiato l’Italia. E guarda caso, erano legate tutte, al Savoia Cavalleria, una unità che ebbe sede per molto tempo a Merano (adesso è a Grosseto) anche se i suoi compiti sono naturalmente cambiati. Dopo la carica di Isbucevskj, ultimo episodio di un eroismo quasi assurdo (cavalli contro mitragliatrici e carri armati russi, nel 1942), i cavalli furono riservati solo alle parate, alle commemorazioni storiche, alla festa dell’Arma, che è appunto il 24 agosto, in ricordo del giorno di quella disperata ultima carica.
    Il libro è anche un giallo: alle presentazioni avvenute nei dintorni di Torino ci sono stati commenti circa la «vecchia storia», molto chiacchierata, del passaggio di proprietà della Fiat fra Bricherasio (con alcuni soci) e Agnelli (e altri soci). Un famoso quadro ritrae il conte piemontese mentre firma gli atti di fondazione. Ma alla sede dell’azienda torinese scrollano le spalle, dando per scontato che si tratti di favole; altri, secondo la bella tradizione italiana della dietrologia, vedono misteri nelle morti – molto premature – di Bricherasio e Caprilli, i grandi amici che ora riposano vicini nella cripta del palazzo di Fubine, in provincia di Alessandria. Particolare non secondario, leggendo il libro sorge veramente il desiderio di visitare quei luoghi, per rivivere un momento di storia poco noto, ma fondamentale per il nostro Paese.

  • 21Dic2011

    Redazione - Corriere di Viterbo

    È appena uscito in libreria il romanzo di Giorgio Caponetti, ce da molti anni ha scelto di vivere a Tuscania, “Quando l’automobile uccise la cavalleria”.
    È un romanzo storico ambientato nell’Italia di fine Ottocento inizio Novecento con sullo sfondo la creazione del primo vero impero industriale italiano, la Fiat.

    Il romanzo sarà presentato a Tuscania e Viterbo rispettivamente sabato e domenica prossimi. Sabato alle 18 a Tuscania Giorgio Caponetti dialogherà con Ennio Cavalli nella sala delle conferenze dell’ex chiesa di Santa Croce, in piazza Basile, nel corso di un incontro organizzato da Assotuscania. Domenica, invece alle 17 a Viterbo Caponetti dialogherà con il giornalista Giuseppe Rescifina nell’auditorium dell’università della Tuscia, in via Santa Maria in Gradi. Introdurrà Franco Carlo Ricci, docente universitario e direttore della stagione concertistica dell’ateneo viterbese.
    “C’erano una volta quattro cavalieri. Il primo cavaliere si chiamava Federigo Caprilli, ufficiale di Cavalleria, sarebbe diventato il più grande campione di equitazione di tutti i tempi. Il secondo cavaliere si chiamava Emanuele di Bricherasio, ex ufficiale di Cavalleria, avrebbe fondato la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo cavaliere si chiamava Giovanni Agnelli, ex ufficiale di Cavalleria, sarebbe diventato il più grande industriale e finanziere italiano. Il quarto cavaliere era mio nonno”, scrive Caponetti nella presentazione del libro. Sono giovani, ci credono. Vogliono cambiare il mondo. Caprilli è il cavaliere volante. Bello, imprudente, sensuale: fa girare la testa alle principesse. Con il sorriso sulle labbra cavalca leggero, libera la potenza del cabvallo, lo guida con una carezza sul collo. E salta più in alto di chiunque altro prima. Emanuele Cacherano di Bricherasio ama il bello nell’arte, nella musica, nei motori. Sogna un progresso tecnologico che sfami il popolo, un’industria alleata delle classi lavoratrici. Finanzia una piccola fabbrica di automobili, ne sogna una più grande. E i suoi sogni sembrano realizzarsi l’11 luglio 1899, quando insieme ad altre menti e capitali fonda la Fiat nel suo palazzo torinese. Caprilli e Bricherasio sono amici per la pelle. Si confidano progetti e segreti. Come quando Caprilli diventa maestro e campione internazionale, ma tardano ad arrivare i riconoscimenti che merita. Come quando Giovanni Agnelli assume il predominio in Fiat e Bricherasio si sente messo da parte, nutre strani timori. Poi Bricherasio muore all’improvviso, in circostanze oscure, mentre è ospite del duca di Genova nel castello di Agliè. Ha solo trentacinque anni. La sorella Sofia, disperata, si appoggia all’amico Caprilli, gli affida le carte del fratello. E tre anni dopi anche Caprilli muore all’improvviso, cadendo da cavallo per le vie di Torino, una sera d’inverno all’imbrunire. Ha solo trentanove anni. Erano giovani, guardavano lontano. Il mistero delle loro morti non è mai stato svelato.
    Nato a Torino nel 1945, Giorgio Caponetti esordisce in pubblicità. Firma campagne importanti, cura sceneggiatura e regia di molti spot. Ma il richiamo della natura è irresistibile: il primo passo è trasferirsi in campagna, nel Monferrato. Il secondo passo è lasciare del tutto la pubblicità per dedicarsi a tempo pieno alle passioni della vita: i cavalli, la musica e la comunicazione in tutte le sue forme. Come “cavaliere di campagna”, studia e percorre itinerari in tutta Italia; come “voce del cavallo italiano”, realizza il video del Manuale di equitazione Federazione italiana sport equestri, organizza e conduce spettacoli equestri di ogni sorta. A coronamento di un sogno, Giorgio Caponetti vive ora con la famiglia in un vero paradiso terrestre: una verdissima tenuta a Tuscania, con tanto di azienda agricola, allevamento di cavalli e necropoli etrusca. Un’attività che segue con grande passione, come con grande passione, insieme ad altri appassionati, ha ideato e condotto la manifestazione “Nitriti di primavera”, con protagonisti proprio i cavalli. “Quando l’automobile uccise la cavalleria” è il suo primo romanzo.

  • 08Dic2011

    Redazione - L'Adige

    In Trentino ci sono 19 (diciannove) ippovie, cioè percorsi che si possono compiere montando un cavallo, e diciotto circoli ippici. Un bel record, se rapportato alla superficie e alla popolazione. Molti sono quelli destinati a un pubblico giovane…

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  • 07Dic2011

    Redazione - L'Adige

    La cavalleria è morta? Difficile dirlo, sebbene non se ne veda molta in giro. Sia in senso militare che… cortese. Ormai i mitici dragoni con le scibole sguainate si vedono solo nelle rievocazioni storiche. I loro eredi cavalcano dei carri armati e altri mezzi meccanici, oppure sono passati all’aviazione.

    L’arma aerea italiana, la prima per costituzione al mondo, è nata dagli spavaldi cavalieri che non ebbero paura a farsi portare in giro da apparecchi nei quali il tessile prevaleva sul meccanico, solo lo scheletro era di legno, o, più tardi di metallo. Insomma a uccidere la cavalleria è stata l’automobile. Giorgio Caponetti, per l’editore Marcos y Marcos, ha intitolato il suo primo libro proprio così «Quando l’automobile uccise la cavalleria». Volume che sarà presentato dalla Compagnia dell’Attimo nel salone del Palazzo Madernini-Marzani di Villa Lagarina, che di cavalleria deve averne vista molta. La presentazione è a invito – per ritrovare quello stile che caratterizzava l’Arma e la maggior parte dei suoi membri, per oggi alle 18:45. Si potrà partecipare a una conversazione sulle avventure del Capitano Caprilli, del nobile Bricherasio e sulle manovre di Giovanni Agnelli (nonno dell’altro Giovanni, morto anni fa), per impadronirsi della Fiat, anche se non ne aveva la proprietà.

  • 07Dic2011

    Redazione - L'Adige

    La cavalleria è morta? Difficile dirlo, sebbene non se ne veda molta in giro. Sia nel senso militare che… cortese. Ormai i mitici dragoni che vanno a cavallo con le loro sciabole sguainate si vedono solo nelle rievocazioni storiche.

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  • 06Dic2011

    Redazione - Corriere del Trentino

    Nelle sale di Palazzo Madernini a Villa, la Compagnia dell’attimo, domani alle 18.45, presenta il libro di Giorgio Caponetti Quando l’automobile uccise la cavalleria

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  • 01Dic2011

    Redazione - Autosport

    “Venticinque all’ora di media su millesettecento e passa chilometri? Pazzesco…”.
    “Proprio” dice Agnelli. “Nessun cavallo avrebbe mai potuto farlo”.
    “E senza neanche un giorno di riposo”.

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  • 29Nov2011

    Mario De Santis - Radio Capital, Soulfood

    Questo è un romanzo, ma i fatti della storia e dei protagonisti noti sono veri. E forse molte altre cose sono vere, anche le romanzesche.
“Quando l’automobile uccise la cavalleria” è una storia di amicizia, di fine d’epoca e d’industria. Federico Caprilli e il conte Bricherasio.

    La Torino di fin de siecle, la cavalleria sabauda ancora fascinosa e in grande stile. Ma la modernità galoppava, anzi rombava. Nella Torino del Re ma anche dell’industria nascente e degli operai, un’amicizia forte, nata nel segno dell’ amore per i cavalli. Quattro personaggi, ma in particolare tra due fu amicizia vera e salda.
Uno, Caprilli, è l’uomo che ha insegnato a tutti gli altri a cavalcare e a saltare gli ostacoli; l’altro, Conte di Bricherasio, è il nobile che sogna un’industria che migliori la qualità della vita delle persone. Il cavaliere volante rivoluziona l’equitazione, il conte rosso fonda con altri soci la Fiat. E qui comincia la crepa.
Per il conte e per il capitano campione dell’ippica sarà amicizia e condivisione di un destino bello e tragico: pieni di talento, generosi, il capitano e campione faticherà ad ottenere i riconoscimenti che gli spettano, complice il suo atteggiamento guascone e la passione per le femmine – una Torino molto più disinibita di come la sui immagina. l’altro, il Conte filantropo e intelligente, sarà messo da parte da Giovanni Agnelli, suo socio, ma forse non amico, che apparirà spietato come oggi certi falchi di Wall Street. Questa è la storia della loro vita e della loro amicizia, ma è anche il racconto di un mistero, narrato anche in parallelo da un bambino e da suo nonno, carabiniere e molto più: prima Bricherasio, poi Caprilli, moriranno: suicidio per uno, incidente per l’altro. Ma in nessuno dei due casi fu chiaro perché e furono molto opache le circostanze. Il nonno che racconta, sa molto. Suo nipote, il narratore, ha molti dubbi. Per chi ama riannodare i fili con il passato e cercando di vederci più chiaro un bel romanzo per scoprire storie poco note, ma anche l’affresco dettagliato e vivo di un mondo – l’Italia e la Torino a cavallo tra 800 e 900 – complesso e affascinante. Ed è anche una storia dell’automobile italiana, ma dal punto di vista di chi ama i cavalli.

  • 23Nov2011

    Redazione - Cavallomagazine.net

    È uscito l’ultimo libro di Giorgio Caponetti, ex pubblicitario che da tempo si dedica a tempo pieno alla propria passione: i cavalli. Insieme alla musica e alla comunicazione nelle sue variegate forme. 
Il libro ‘Quando l’automobile uccise la cavalleria’ (edito da Marcos y Marcos, euro 18,00) narra la storia di due uomini che credevano nella bellezza:

    il conte Emanuele di Bricherasio, un aristocratico che guarda avanti e protegge amici socialisti come De Amicis e Pellizza da Volpedo sognando un mondo più giusto, e Federigo Caprilli, suo amico fraterno bello e sensuale, che rivoluziona il modo di montare a cavallo e colleziona trionfi.
    Due uomini che avevano coraggio: Emanuele di Bricherasio scommette sul futuro dell’automobile, si fa in quattro per fondare la Fiat. Federigo Caprilli sfida tutto e tutti per difendere le sue idee innovative, i suoi amori proibiti. Due uomini morti troppo presto, in circostanze misteriose: Emanuele di Bricherasio con un colpo alla nuca, a 35 anni, durante un fine settimana in campagna, con l’amarezza di aver visto la Fiat prendere strade non chiare. Federigo Caprilli solo tre anni dopo, con un colpo alla nuca, a 39 anni, in un’improbabile caduta da cavallo (lui, campione di equitazione!) per le vie di Torino. Questa è la storia di un mistero che non è mai stato chiarito.

  • 20Nov2011

    Stefania Vitulli - Il Giornale

    A una delle prime presentazioni in una libreria di Pinerolo, le esclamazioni del pubblico sono unanimi: “Meno male che è stata ritirata fuori questa storia, perché sotto sotto di queste strane morti e dello strano modo in cui Agnelli conquistò il controllo totale della Fiat a Torino e dintorni si è sempre parlato”…

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  • 09Nov2011

    Silvio Marvisi - Polis

    Quando la fondazione della Fiat passò per Parma e nessuno se ne accorse. Sull’argomento Giorgio Caponetti ha scritto un libro edito da Marcos y Marcos che verrà presentato venerdì alla libreria Fiaccadori.
    Dopo aver firmato campagne pubblicitarie di grande livello va a vivere nel suo Monferrato in campagna dove si appassiona ai cavalli

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  • 07Nov2011

    Silvio Marvisi - Polis Quotidiano

    Quando la fondazione della Fiat passò per Parma e nessuno se ne accorse. Sull’argomento Giorgio Caponetti ha scritto un libro edito da Marcos y Marcos che verrà presentato venerdì alla libreria Fiaccadori. Dopo aver firmato campagne pubblicitarie di grande livello va a vivere nel suo Monferrato, in campagna dove si appassiona di cavalli.

    Lo fa così tanto che ne studia la storia, l’utilizzo in battaglia e il loro significato simbolico. Proprio su questo si basa il romanzo storico, cavalli e cavalieri fra cui Federigo Caprilli che rivoluzionò il modo di andare a cavallo e, addirittura, il regolamento della cavalleria, e, il conte di Bricherasio, detto il conte rosso, l’aristocratico che puntò tutto sul futuro, sull’automobile: sulla Fiat.
    “Quando l’automobile uccise la cavalleria” racconta di quell’amicizia e del mistero che avvolge le loro morti, in giovane età, a pochi anni di distanza l’una dall’altra. Un mistero mai chiarito in cui l’autore scava riuscendo a rendere particolarmente attraente l’argomento. Un thriller storico assolutamente coinvolgente e moderno al cui riguardo l’autore Giorgio Caponetti ha risposto ad alcune domande:
    Che uomini sono i suoi personaggi?
    «È la belle epoque, Bricherasio e Caprilli sono due omoni alti più di un metro e ottanta, belli e forti. Quest’ultimo è un tomberu de femme incredibile per questo viene fatto rimbalzare più volte dalla scuola di cavalleria di Pinerolo a Parma dove viene assegnato al reggimento di Zappatori, attorno al 1889. è un uomo assolutamente magnetico, un leader, intreccia importanti rapporti e per questo fa incavolare molte persone. Quando è a Parma fa addirittura preparare un campo a ostacoli per cavalli in caserma, abusivo. È travolgente».
    Come funziona il rapporto fra i personaggi principali?
    «Emanuele Cacherano di Bricherasio e Federigo Caprilli si conoscono sotto le armi, coetanei e con la stessa iniziale di cognome quindi finiscono nello stesso corso, nella stessa camerata. Vivono insieme e moriranno inseme tanto che vengono seppelliti uno vicino all’altro. Con loro c’è anche Gianni Agnelli. Il conte rosso non è certo un socialista, è progressista e vede la possibilità dell’industria di migliorare la vita delle classi lavoratrici. Fonda la Fiat, ci mette il capitale e chiama molti altri a partecipare. Agnelli è un co-fondatore. Hanno idee contrastanti fra loro, ma restano amici tanto che la sorella, Sofia Bricherasio vorrebbe rifare la facciata del palazzo omonimo a Torino con 2 nicchie in cui mettere questi due grandi uomini dei primi Novecento. L’artista Bistolfi aveva fatto il calco dopo la morte ed era stato il primo a dire che Caprilli aveva un buco in testa. Si diceva invece che si fosse suicidato».
    È un romanzo il suo o è un libro storico?
    «È un thriller storico, è storia ma allo stesso tempo ci sono questi particolari inquietanti. È un caso irrisolto vero, un pezzo della nostra storia, quella importante di inizio secolo. Proprio per la sua natura devo dire che se non ci fosse stato Marcos y Marcos, specie l’editrice Claudia Tarolo che mi ha fatto da editor e mi ha convinto a rivederne delle parti, questo libro non si sarebbe mai fatto».

  • 04Nov2011

    Massimo Novelli - Il Venerdì

    Erano più o meno quattro amici al caffè, tra rampolli della nobiltà piemontese, ufficiali di cavalleria e appassionati della velocità: piloti, meccanici, progettisti di macchine volanti. Pensavano di cambiare il mondo attraverso l’automobile, che stava per cominciare la sua corsa inarrestabile sul declinare dell’Ottocento, ai primi del nuovo secolo.

    Però c’era chi, come il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, credeva anche in altre cose: il progresso sociale, per esempio, e l’uguaglianza, l’amicizia, i valori incarnati nell’arma di Cavalleria. Il futuro senatore Giovanni Agnelli, invece, obbediva al dio del profitto. La Fiat nacque da loro, nel 1899, e da qualche altro fondatore. Ma la posta in palio, vale a dire il controllo dell’azienda, se la prese tutta il capostipite della famiglia regnante dell’auto, mentre il nobiluomo sognatore, ormai estromesso al pari di altri soci, morì nel 1940 in circostanze misteriose. Tre anni dopo, per una caduta da cavallo altrettanto oscura, se ne andò Federigo Caprilli, il campione di equitazione, l’amico più caro di Bricherasio. Non poteva che essere un torinese a raccontare in «un romanzo storico, cioè un’opera di pura fantasia», la storia della nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino e della irresistibile, non troppo ortodossa, scalata al potere degli Agnelli. Già pubblicitario di successo che, nel 1980, ha fatto il gran rifiuto andando a vivere in campagna, a Tuscania, fra cavalli, ovviamente, e necropoli etrusche, Giorgio Caponetti ha «scritto e riscritto» Quando l’automobile uccise la cavalleria, il suo primo romanzo, pubblicato da Marcos y Marcos (pp. 496, euro 18), in cui ricostruisce con mano felice quelle vicende. Attratto dalla figura di Caprilli, fattogli conoscere da un ex colonnello, negli anni Settanta ebbe modo di frequentare Enri No, uno schivo «piemontese di campagna». Che gli fece visitre Fubrine, nel Monferrato, la cappella di famiglia dei Bricherasio, dove Emanuele e Federigo sono sepolti uno acconto all’altro. Così, spiega Caponetti, «mi è nata la voglia di saperne di più su di loro, sulla nascita della Fiat, sulle lotte tra i fondatori e sulla Torino di quel periodo», che stava diventando una grande capitale industriale dove, come avrebbe sottolineato Piero Gobetti, sarebbero sorti il capitalismo e la classe operaia più moderni d’Italia. A perdere la partita, in ogni caso, fu Bricherasio, detto «il conte rosso» per le sue idee in odore di socialismo, e la sua morte, forse un suicidio, potrebbe avere avuto molto a che fare con l’uscita di scena dalla fabbrica di corso Dante. Nel romanzo, una sorta di controstoria se si vuole, si muovono tanti personaggi dell’epoca. Si va da una principessa di Savoia a Edmondo De Amicis, a Giuseppe Pellizza da Volpedo, fino agli altri pionieri dell’auto, come Aristide Faccioli, sui quali Agnelli fece calare il sipario.

  • 04Nov2011

    Massimo Novelli - Il Venerdì

    Erano più o meno quattro amici al caffè, tra rampolli della nobiltà piemontese, ufficiali di cavalleria e appassionati della velocità: piloti, meccanici, progettisti di macchine volanti. Pensavano di cambiare il mondo attraverso l’automobile, che stava per cominciare la sua corsa inarrestabile…

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  • 04Nov2011

    Redazione - Paginadodici.com

    Se si cerca “Caprilli” in internet, si trovano tante indicazioni: la doma gentile, il Sistema naturale di equitazione da lui ideato, una voce di Wikipedia, un ippodromo (quello di Livorno), aziende varie, riviste di equitazione, un museo, vie a lui intitolate… Non si trova ancora il romanzo di Giorgio Caponetti, ora in uscita per Marcos y Marcos, Quando l’automobile uccise la cavalleria.

    Con Caponetti sono entrata in un mondo che mi era ancora in parte ignoto: di equitazione non so granché. Con Caponetti mi sono ritrovata a fine Ottocento, in sella ad un cavallo, al trotto o al galoppo nelle campagne di mezza Italia.
    Caponetti narra una storia, che sia vera in toto o solo in parte, poco importa. Per come racconta i fatti, dalla prima all’ultima pagina, tiene desta l’attenzione, affascinando il lettore con storie di cavalleria (vere), di nobiltà (pure vere), di amori (forse veri, forse no), di amicizie, e della più grande industria italiana di automobili (la Fiat). Proprio sulla Fiat, su come viene l’idea di pensare una macchina mobile in senso moderno, sulle persone coinvolte, sugli investimenti e sulla struttura aziendale, Caponetti insinua una serie di dubbi: una nota gialla prende spazio fra le pagine e segna indelebilmente la vita dei personaggi e forse la vita dell’Italia tutta. Il passaggio da cavallo e carrozza all’automobile, fra euforia e perplessità, nasconde pure qualcosa di torbido.
    Pagina dopo pagina, la storia si dipana senza quasi che il lettore si accorga degli anni che passano. E quando ormai si accorge che le pagine che mancano alla fine sono poche… è troppo tardi: si avrebbe voglia che la storia continuasse, che Caponetti la facesse durare ancora. Ce la si prende anche un po’ con lui, proprio perchè smette di raccontare. Giorgio Caponetti conosce i cavalli, conosce la storia e, soprattutto, la sa scrivere dosando serietà ed ironia, ambienti di “lavoro” e scene familiari, tradimenti e amicizie profonde.
    Quando l’automobile uccise la cavalleria viene presentato dall’autore alla libreria Pagina dodici venerdì 4 novembre alle 17,00.

  • 04Nov2011

    Redazione - tusciamedia.com

    Non è uno storico ma scrive un romanzo di storia, non è un giallo ma parla di misteri mai chiariti, insomma per essere il suo primo libro è veramente intrigante. L’autore ha cominciato a buttar giù questo libro trent’anni fa quando, casualmente, ha scoperto la figura del conte Emanuele di Bricherasio.

    La sua curiosità lo porta, da quel momento, a saperne di più. Indaga. Cerca documenti, scrive tanti appunti che oggi, finalmente, sono racchiusi in un volume.

“Quando l’automobile uccise la cavalleria” (Marcos y Marcos editore) è il suo libro e l’ha presentato ieri pomeriggio presso l’Auditorium di Santa Maria in Gradi con l’ausilio del M. Franco Carlo Ricci e del giornalista Giuseppe Rescifina. Era il mio sogno nel cassetto – dice Giorgio Caponetti – casualmente tre anni fa ho conosciuto i due editori (Marcos) e abbiamo parlato del racconto; a loro è piaciuto e mi hanno proposto di scriverlo. Ci sono voluti due anni per sistemare appunti e ricordi, ora il romanzo è pubblicato.
E’ una storia di cavalli, cavalieri, principesse e automobili Fiat. Siamo alla fine dell’Ottocento con Federigo Caprilli, grande cavallerizzo; il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, un aristocratico che scommette sul futuro dell’automobile e fonda la Fiat. Entrambi morti in giovane età a pochi anni di distanza. Questo mistero che non è stato mai chiarito. Protagonista del racconto è anche il cavallo, non più usato per i lavori dei campi e nelle battaglie, ma sempre vicino all’uomo per ricordare quello che è stato e quello che ancora potrà essere.
    Nota. Giorgio Caponetti, torinese trapiantato a Tuscania, dove vive in una splendida tenuta con azienda agricola e allevamento di cavalli, dopo essersi dedicato alle passioni della vita: i cavalli, la musica e la comunicazione in ogni sua forma, approda, con successo, alla letteratura.

  • 03Nov2011

    Paola Azzolini - L'Arena di Verona

    Era un anno buio anche quel 1898 per l’Italia nella morsa di una crisi tremenda, con le masse di disoccupati in piazza e i cannoni di Bava Beccaris che sparano sulla folla, ma a Verona si apre la prima fiera dei cavalli con un enorme successo. Sono gli anni in cui la passione equestre è intatta: montare bene è una dote molto apprezzata della nobiltà e degli alti ufficiali…

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  • 03Nov2011

    Paola Azzolini - L'Arena di Verona

    Era un anno buoi anche quel 1898 per l’Italia nella morsa di una crisi tremenda, con le masse di disoccupati in piazza e i cannoni di Bava Beccaris che sparano sulla folla, ma a Verona si apre la prima fiera dei cavalli con un enorme successo. Sono gli anni in cui la passione equestre è intatta: montare bene è una dote molto apprezzata della nobiltà e degli alti ufficiali.

    D’Annunzio, già poeta di grido, si presenta come abile cavaliere (ma i maligni insinuano che si tratti una bufala), avere una scuderia è segno di ricchezza e di prestigio. Solo pochi se lo possono permettere, come oggi una Ferrari che del cavallino non a caso ha ereditato il simbolo. Ma il cavallo è anche animale da lavoro: le città sono attraversate dalle carrozze, dai carretti tirati da robuste rozze. I viaggi si fanno in carrozza. Eppure alla nascita della fiera veronese questo mondo è già alla fine: l’anno prima, nel 1897, Giovanni Agnelli, già ufficiale di cavalleria proprio a Verona, fondatore della Fiat, e il conte torinese Bricherasio creano l’Automobile Club d’Italia, che organizzerà il primo congresso automobilistico proprio alla fiera dei cavalli. Giovanni Agnelli arriva a bordo di un quadriciclo a due posti.
    Nei due decenni successivi il cavallo-motore continua la sua corsa: nel 1921 l’avvenimento è una gara automobilistica e il vincitore della Coppa Verona è Tazio Nuvolari. Dal 1922 ecco il cavallo-motore di macchine agricole, trattori, trebbiatrici. Nel 1927 alla fiera accanto alle scuderie dei cavalli c’è il salone dedicato all’automobile, ormai indiscussa padrona delle strade. Ma il cavallo si prende la rivincita, passando simbologia e mito all’automobile e restando segno di prestigio con moltissimi appassionati, come continua a dimostrare l’affollatissima fiera di Verona.
    Quando l’automobile uccise la cavalleria: così sintetizza il passaggio tra Ottocento e Novecento nel titolo del suo romanzo Giorgio Caponetti. È la storia arguta e vera del tramonto del cavallo, soprattutto in uno dei campi dove era a lungo vissuto come mezzo principale di offesa e di difesa, la cavalleria militare, e le sue propaggini nelle gare di corsa. I protagonisti dell’avventura sono tre personaggi storici: Federigo Caprilli, maestro dell’equitazione moderna, Emanuele Bricherasio e Giovanni Agnelli senior. I primi due muoiono misteriosamente: Emanuele di Bricherasio con un colpo alla nuca, a 35 anni, durante un fine settimana in campagna; Federigo Caprilli solo tre anni dopo, a 39 anni, cadendo da cavallo – lui, campione d’equitazione – per le vie di Torino; il terzo inizia la dinastia automobilistica dei nuovi cavalieri dell’industria.
    C’è un bel po’ di suspance, la storia dell’impresa che si mescola alla politica (Bricherasio è il Conte Rosso, un aristocratico che guarda avanti e protegge amici socialisti come De Amicis e Pellizza da Volpedo) e un piacevole raccontare che culmina nella sopravvivenza del cavallo come marchio di fabbrica dell’automobile. Infatti un capitano di cavalleria, Enzo Baracca, diventò un asso dell’aviazione nella Grande guerra con un aereo Fiat, su cui aveva fatto dipingere un cavallino rampante. La madre, dopo la sua morte in battaglia sui cieli del Monte Grappa, regalò il marchio del cavallino a Enzo Ferrari che lo adottò prima per la scuderia da corsa dell’Alfa Romeo e poi per le auto da corsa della fabbrica di Maranello.
    Dal dopoguerra fino a oggi il cavallo è tornato in fiera non solo come simbolo di nobilissime tradizioni, ma a guidare la riscoperta della natura: non solo i cavalli da corsa, gli splendidi purosangue, ma anche il trekking, l’ippoterapia, la nobile arte della mascalcia ossia l’arte di ferrare il cavallo. Insomma la fiera cavalli veronese nel suo sviluppo, nella sua evoluzione documenta e attraversa tutta la nostra storia recente.
    Dell’armata di cavalleria italiana che fece la sua ultima, epica carica nella campagna di Russia al grido di «Savoia!» oggi sopravvive un bel museo a Pinerolo, dove un tempo era la scuola che sfornava i migliori cavalieri al mondo con il metodo Caprilli, e lo squadrone montato dei carabinieri, che tornano a sfilare con tanto di fanfara proprio alla fiera di Verona.

  • 03Nov2011

    Redazione - heos.it

    L’autore ha cominciato a buttar giù questo libro trent’anni fa quando, casualmente, ha scoperto la figura del conte Emanuele di Bricherasio. La sua curiosità lo porta, da quel momento, a saperne di più. Indaga. Cerca documenti, scrive tanti appunti che oggi, finalmente, sono racchiusi in un volume.

    E’ una storia di cavalli, cavalieri, principesse e automobili Fiat. Siamo alla fine ell’Ottocento con Federigo Caprilli, grande cavallerizzo; il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, un aristocratico che scommette sul futuro dell’automobile e fonda la Fiat. Entrambi morti in giovane età a pochi anni di distanza. Questo mistero che non è stato mai chiarito.
    Protagonista del racconto è anche il cavallo, non più usato per i lavori dei campi e nelle battaglie, ma sempre vicino all’uomo. “C’erano una volta quattro cavalieri. Il primo cavaliere si chiamava Federigo Caprilli. Sarebbe diventato il più grande campione di equitazione di tutti i tempi. Il secondo cavaliere si chiamava Emanuele di Bricherasio. Avrebbe fondato la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo cavaliere si chiamava Giovanni Agnelli. Sarebbe diventato il più grande industriale e finanziere italiano. Il quarto cavaliere era mio nonno”. “E come sono andate le F.I.A.T.?» «Un trionfo: nove partite e nove arrivate. Con Agnelli sempre in testa (ma a guidare era un ragazzo giovanissimo, collaudatore della F.I.A.T., un certo Nazzaro). No, anzi, spesso in testa c’era Vincenzo Lancia. Be’, insomma, meglio di così… Non fosse stato per i problemi di benzina, che non si trovava mai… Ma abbiamo superato anche quello. Mai divertito tanto”.
    “La bicicletta è una vera rivoluzione sociale, al punto di dare fastidio a qualcuno. I preti condannano l’uso della bicicletta da parte delle donne, che “perdono la compostezza femminile”, e da parte dei giovani, che disertano gli oratori e le funzioni religiose, soprattutto la domenica mattina, per andare a fare “un giro in bici”.
    Giorgio Caponetti, torinese trapiantato a Tuscania, dove vive in una splendida tenuta con azienda agricola e allevamento di cavalli, dopo essersi dedicato alle passioni della vita: i cavalli, la musica e la comunicazione in ogni sua forma, approda, con successo, alla letteratura.

Quando l’automobile uccise la cavalleria