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Poesie scelte 1953–2010

Archivio rassegna stampa

  • 01Lug2019

    Eraldo Affinati - RomaSette

    Luigi Di Ruscio, versi di un cristianesimo scarnificato

    La raccolta di “Poesie scelte” curata da Massimo Gezzi, con la prefazione di Massimo Raffaeli. Il ruolo del ritmo e degli ambienti emotivi, tra le quinte di un’ordinarietà estrema

    Guardo i miei studenti immigrati, Mohamed alle prese col verbo essere, Rashid impegnato a sillabare, Lucinda mentre copia i verbi irregolari, e penso a Luigi Di Ruscio, nato a Fermo, in vicolo Borgia, nel 1930 e morto a Oslo, in Aasengata 4/c, nel 2011. Una vita come cento poesie. Un’opera scritta col corpo. Pare fosse un alunno difficile: i docenti dell’epoca fascista non erano certo attrezzati contro quella che oggi noi chiamiamo la dispersione scolastica. E così lui prese soltanto la quinta elementare. Il che non gli impedì di leggere e studiare per conto proprio: Pavese, Croce, Joyce, Hegel e quant’altro. Nel 1953 esordì con una raccolta di poesie che recava la prestigiosa prefazione di Franco Fortini: “Non possiamo abituarci a morire”.

     

    «Ho scoperto i libri nel mucchio dello stracciaio»: basta questo verso per capire tutto. A ventisette anni Di Ruscio emigrò in Norvegia trovando lavoro come operaio metalmeccanico. Sposato con Mary, padre di quattro figli, coltivò la sua vena poetica e anche narrativa con grande tenacia e coerenza. Per decenni visse e pensò in due lingue: il norvegese di tutti i giorni e l’italiano che in casa nessuno, tranne lui, conosceva: né moglie, né figli. Oggi abbiamo la possibilità di scoprire questo autore di radicale umanità, che veniva veramente dal basso, grazie a un testo prezioso: “Poesie scelte. 1953–2010” (Marcos y Marcos, pp. 305, 20 euro) curato con lucida passione e sintonia intellettuale da Massimo Gezzi, anch’egli poeta marchigiano, il quale ha operato la sua scelta da un’antologia essenziale che lo stesso autore approntò un anno prima di morire.

    Nell’importante prefazione Massimo Raffaeli spiega il nesso fondamentale in Di Ruscio fra il pensare e l’esprimere: chi cercasse in questo autore chissà quali illuminazioni liriche sarebbe messo sotto scacco. A contare sono il ritmo e gli ambienti emotivi: «La prima lettura è difficile / ma se riesci a leggerla una volta la leggerai anche per una terza». Lentamente, oppure d’improvviso, emergono le quinte di un’esistenza estrema nella sua dimensione ordinaria: «Non ho fatto altro che saldare fili di ferro di sei / millimetri di diametro», prima alla catena di montaggio, poi nella stanza all’ottavo piano del palazzone non distante dai treni coperti di neve.

    C’è in quest’opera un cristianesimo a testa in giù, scarnificato, ossuto, intransigente, tutto dalla parte dei poveri, degli sconfitti, degli esclusi: «È la menzogna che tiene ben saldi i cardini del mondo / non certo la verità che è quasi sempre sovversiva». Una poesia prosastica, fatta di frasi prive di risonanze, franche e dirette con una forza propria: «L’urlo può essere bello / ma non ha nulla a che fare con l’arte / poi quando uno alza la voce è difficile capirlo», senza descrizioni paesaggistiche ma coi fondali che spuntano di sbieco: «La luce verso l’orizzonte era di una straziante bellezza»; e ti fanno immaginare ogni cosa. L’esistenza di un migrante italiano in Norvegia, picchiato dalla polizia, il cui figlio frequenta una scuola multietnica. Lo stesso che quando a tre anni gli veniva incontro lo incantava: «Ed è tutto prima del linguaggio / più chiara e precisa è la sensazione / più incerto e balbettante il verso / il compito è impossibile / come descrivere la propria agonia». E adesso restiamo in attesa della biografia che Angelo Ferraguti dedicherà al nostro atavico proletario piceno

     

    https://www.romasette.it/luigi-di-ruscio-versi-di-un-cristianesimo-scarnificato/

  • 18Giu2019

    Gaetano de Virgilio - Il Foglio

    Se si parla di Luigi Di Ruscio bisogna iniziare dicendo sempre che questo signore, prima ancora di essere un poeta, ha lavorato per quarant’anni nella catena di montaggio di una fabbrica metallurgica. E allora questa volta tentiamo una capriola al contrario […]

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  • 27Mag2019

    Daniele Bernardi - Azione

    Un clandestino della poesia

    Con la curatela di Massimo Gezzi, una selezione delle poesie di Luigi Di Ruscio

    Quando la radio annunciò la morte di Luigi Di Ruscio era il 2011, e io non ne sapevo nulla. Qualcuno mi disse: «dovresti interessartene: è roba per te». Mi diedi da fare; come un segugio, setacciai gli scaffali di più librerie: quasi niente. Insistendo, saltò fuori un libro delle edizioni Ediesse: Poesie operaie. Scelta antologica. Lo lessi: fu l’equivalente dell’essere messo sotto una pressa. I versi di Di Ruscio avevano l’energia di una macina, di un tritacarne, di un macchinario che non cessava, pagina dopo pagina, di azzannare il mondo, masticarlo e risputarlo sul foglio; la loro folle verve poteva essere paragonata unicamente alla snervante insistenza di Céline.

     

    Allora scoprii che Di Ruscio non aveva che la licenza elementare; che, benché nato a Fermo nel 1930, aveva vissuto la maggior parte della sua vita in Norvegia, dove per quarant’anni era stato operaio in una fabbrica metallurgica – trascorreva i suoi giorni seduto a una macchina che produceva chiodi – e che la sera, tornato a casa dalla moglie e dai quattro figli, si barricava in uno stanzino (il suo «stalletto») per picchiare come un forsennato sui tasti di una vecchia Olivetti fino a tarda notte. Aveva scritto anche dei romanzi: Palmiro, Cristi polverizzati, La neve nera di Oslo; successivamente, nel 2014, Feltrinelli li avrebbe riuniti in un unico volume.

    Se si esclude la considerazione di alcuni intellettuali d’eccezione – Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino e Antonio Porta – non è improprio affermare, come ha fatto Massimo Raffaeli nella sua prefazione al recente volume a cura di Massimo Gezzi Poesie scelte, 1953-2010 (Marcos y Marcos, 2019), che la sua opera è stata relegata, per un’intera esistenza, a uno stato di «semiclandestinità». Ma va detto, anche, che è proprio questa dimensione di esilio – non solo editoriale – quella che meglio distingue la fisionomia e la forza dell’operazione di Di Ruscio.

    Alla collana Le ali della nota casa editrice milanese e al lavoro di Gezzi va quindi il merito, oggi, di consegnare finalmente a un pubblico più vasto la produzione di un poeta che sembra davvero non trovare corrispettivi nel panorama letterario italofono del Novecento. Il volume, basato su un progetto antologico dell’autore stesso, ne percorre le sette principali raccolte: da Non possiamo abituarci a morire, del 1953, a L’Iddio ridente del 2008; cioè dalle poesie dell’esordio, scritte quando Di Ruscio era ancora immerso nella lingua materna, fino alle ultime, composte, come la maggior parte, nel totale isolamento idiomatico (anche nella sua famiglia, il poeta era il solo a parlare l’italiano: nessuno dei suoi cari sapeva cosa stesse scrivendo).

    La poesia di Di Ruscio e la sua lingua ricca di licenze e invenzioni si presentano come una sorta di fiammeggiante laboratorio in cui si forgia una voce che è, in primo luogo, un atto di resistenza dell’oppresso nei confronti di ogni forma di potere. Riassemblando resti, scarti quotidiani, frammenti in un unico magma ribollente, il poeta elabora un’espressione che è arma e viatico, scudo e linfa che gli permette di sopravvivere, di respirare l’irrespirabile e di non cedere. Saldo nelle sue posizioni di reietto, di outsider, afferma la sua totale idiosincrasia nei confronti di qualsivoglia élite, poiché ogni verso «è un gesto gratuito e disinteressato / a disposizione di tutti gli uomini».

    Difficile, in questa sede, citare estratti che rendano la dimensione eruttiva, debordante, da colata continua, di una scrittura la cui forma è, innanzitutto, massa; ma proviamoci ugualmente: «uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra / dove si esce vivi solo per caso / tutto quell’unto polvere della trafilatrice / i saponi bruciati lo stridio dei ferri / il sudore che scendeva sino agli occhi / bruciava entrava nelle labbra / quest’urlo non potrà essere sentito / neppure gli urli di tutti noi messi insieme / chi non resiste verrà scaraventato / nel massimo dell’atroce / la fabbrica è l’ultima stazione / se ti licenziano è come se venissi sputato fuori nell’ignoto / in una caduta che non verrà attutita».

    Solo nella sua ultima silloge, L’Iddio ridente, Di Ruscio abbandona lo stile «mitragliatore» per darsi alla composizione di testi brevi, fulminanti, la cui intensità è quella di una scheggia di ordigno: «negli ultimi anni», scrive, «sono / stato preso dalle poesie cortissime / a comunicazione rapida / poesie violentissime / a presa diretta senza sotterfugi». Una scelta, questa, capace di dare nuovo respiro al lettore che, dopo essere passato attraverso lo sferragliare di una scrittura tanto travolgente, assapora appieno l’intensità racchiusa in un intreccio di pochi versi.

    C’è da augurarsi che con questo bel volume, nel quale è possibile scorrere le fragorose metamorfosi di una poesia che, nonostante l’isolamento, non ha mai cessato di farsi sentire, di raccontare la miseria e  la fatica, la rabbia e il metallo, la passione e lo sporco, l’opera del grande Luigi Di Ruscio raggiunga ora più lettori possibile con la forza che gli è propria: quella della bomba.

     

    https://www.azione.ch/cultura/dettaglio/articolo/un-clandestino-della-poesia.html

     

  • 05Mag2019

    Paolo Romano - 12mesi.it

    La fabbrica di parole di Luigi Di Ruscio, un italiano in Norvegia

    In uno spasmodico pullulare di romanzi e gialli scandinavi, segnaliamo questo singolare e “ibrido” libro di poesie. Ibrido perché a scriverlo è un italiano trapiantato in Norvegia e scomparso di recente, Luigi Di Ruscio; singolare perché l’autore era un operaio di fabbrica e non ha mai “reso completamente al mondo” la sua instancabile attività poetica. Sono versi mondo, pur nella semplicità della vita quotidiana che svelano, sono versi operosi nell’indagine sul mondo, sono poesie di un minimalismo esistenziale che porta al lettore i grandi temi di sempre, indagando quella parentesi tra il tutto e il nulla che si chiama vita. Di Ruscio scriveva le sue poesie di sera, al ritorno dal lavoro, con un vecchia Olivetti nel suo appartamento alla periferia di Oslo.

     

    Nel leggere i suoi versi sembra di sentire tanto l’eco della macchina da scrivere quanto i rumori della fabbrica dove lavorava. Nel silenzio della sua stanza, mentre i 4 figli e la moglie svedese dormono – Di Ruscio occulta la sua grande cultura in versi di limpida verità e semplicità. Conosce le lingue, traduce le liriche di Ibsen dal norvegese, ha letto tantissimi volumi di filosofia e letteratura, ma non ostenta il suo sapere. La sua indagine lirica è un viaggio nel cuore dell’uomo e delle sue domande, tanto quelle universali quanto quelle banali, della vita di tutti i giorni. E’ un canzoniere ad uso degli abitanti delle nostre città, una bussola per trovare ancora ragioni estetiche nelle nostre metropoli. Per questo, scrive nell’introduzione Massimo Raffaeli: “in ogni poesia di Di Ruscio c’è potenzialmente tutta la sua poesia e la sua intera produzione ha la circolarità di un autentico poema”.

    Luigi Di Ruscio
    Poesie scelte, 1953-2010”
    Marcos y Marcos editore

     

  • 09Mar2019

    Nicola Vacca - lottavo.it

    Luigi Di Ruscio. Moderno Don Chisciotte

    Luigi Di Ruscio è stato un moderno e stralunato Don Chisciotte che con la sua poesia non ha mai avuto paura di schierarsi apertamente contro le e ingiustizie e i soprusi di ogni forma di potere e di lottare per cancellare le umiliazioni che subiscono i più deboli, gli invisibili e gli ultimi.

    Ma sappiamo benissimo cosa accade ai poeti che fanno della loro opera un’adesione stretta tra vita e scrittura e che non si preoccupano di incidere con la penna nella carne viva dell’esistere mostrando un coraggio corsaro che scompiglia le carte in tavola. Il loro destino è l’oblio e l’ostracismo.

    La poesia del Di Ruscio prima di essere offesa e denigrata dal mondo culturale italiano ha ricevuto la stima di critici letterari e poeti, come Quasimodo, Fortini e Porta.

    Luigi Di Ruscio non aveva un carattere facile, ma riconosceva di aver sbagliato. Quando sbagliava, sapeva chiedere scusa. Lui era così, prendere o lasciare: non amava i compromessi   e   attraverso la poesia esprimeva tutte le pensate, anche le più oscene.

    La forza spaventosa e irreverente dei suoi versi fa di Luigi uno scrittore di razza, una inesauribile fonte di ispirazione, ma soprattutto un modello di coerenza, integrità e verità di scrittura.

    È proprio per questo motivo, dopo essere diventato autore di culto, riconosciuto e amato da diverse generazioni di poeti, scrittori e critici letterari (Quasimodo, Fortini, Volponi, Porta, Vassalli, Ferracuti, uno dei pochi che in vita gli fu vicino), che successivamente gli sarà riservato un destino non molto felice.

    Luigi Di Ruscio ha sofferto molto la sua condizione di talento appartato a cui non è stato concesso, quando era in vita, l’approdo a un editore importante.

    Persino Italo Calvino gli scrisse una lettera di rifiuto di pubblicazione quando ancora lavorava per Einaudi.

    Quando poi la stessa Einaudi propose a Di Ruscio la pubblicazione di un’antologia delle sue poesie e non lasciò a lui la facoltà di scegliere i testi da inserire, il poeta stesso rifiutò e inveì ferocemente contro i cosiddetti intellettuali, scrivendo alcune delle sue più belle pagine di denuncia.

    Questo era Luigi Di Ruscio. Un uomo che aveva a cuore più di ogni cosa l’amore per gli uomini e soprattutto la grande passione per un mondo migliore in cui finalmente poter vedere l’alba di un’umanità non brutalizzata.

    Finalmente la sua poesia torna a essere pubblicata.   È appena uscito Poesie scelte. 1953 -2010 (Marcos Y Marcos, a cura di Massima Raffaeli, prefazione di Massimo Gezzi, pagine 305, 20 euro). Un volume che rende giustizia a questo grande uomo e alla sua poesia, per molti anni ingiustamente vissuta in uno stato di  marginalità e di semiclandestinità editoriale.

    Luigi Di Ruscio scrive dal cuore dilaniato del nostro mondo offeso e ce lo racconta da uomini liberi con umanità e poesia. Fino alla fine dei suoi giorni, Di Ruscio è stato un vero comunista, ha incarnato la tensione ideale per la giustizia sociale, la fratellanza e la solidarietà verso gli ultimi.

    Di Ruscio scrive versi senza fare cerimonie. Ripudiando le metafore e ogni tipo di gioco affabulatorio, il poeta quando batte sulla sua Olivetti pensa a una poesia come a un improvviso lampo che scopre improvvisamente la lordura che siamo costretti a vivere.

    «La poesia è l’anima nostra davanti alla morte», scrive il poeta quando si cala nell’inferno quotidiano della fabbrica e della vita.

    Per Luigi Di Ruscio la poesia è stata una delle tante maniere di vedere il mondo, una delle tante maniere di sopportarlo.

    Gli ultimi anni di vita del poeta sono stati duri. Luigi molto malato, ha vissuto male e in gravi condizioni economiche ma non ha mai rinunciato a essere un’anima libera e fino alla fine ha preferito l’umanità degli ultimi alle convenienze, alle ipocrisie e alle maschere.

    «Il sottoscritto poeta totale /avendo adoperato l’intelligenza solo per scrivere le poesie / per vivere tra voi è bastato tutto il suo cretinismo /una forza muscolare messa in vendita / il cervello è rimasto esclusivamente proprietà privata / al servizio di un sogno».

    Con questi versi, tratti da L’Iddio ridente, il poeta di Fermo si congeda dalla vita senza arretrare di un millimetro e stringendo tra le mani callose la sua dignità di uomo libero.

    Luigi Di Ruscio è un poeta singolare e unico che nei suoi versi si è preso sempre cura del mondo offeso stando sempre dalla parte della libertà in difesa dei suoi Cristi polverizzati  e senza alzare mai barriere tra quello che scriveva e quello che pensava.

    E come tutti i poeti che decidono di fare della poesia una cosa onesta ha pagato sulla sua pelle con l’oblio e l’ostracismo delle consorterie italiche culturali e benpensanti sempre in servizio permanente effettivo.

    https://www.lottavo.it/2019/03/luigi-di-ruscio-moderno-don-chisciotte/

  • 07Mar2019

    Fabrizio Bajec - lestroverso.it

    Luigi Di Ruscio e la sua prosa-poesia “onnivora”

    Aprendo e richiudendo quest’antologia definitiva dell’autore fermano scomparso nel 2011 ˗ frutto di un lavoro di riscrittura ad opera dello stesso, ma anche di assemblaggio, coraggiosamente intrapreso da Massimo Gezzi ˗ l’interrogativo che si pone è se uno sia di fronte a una grande esperienza poetica del secolo scorso, ingiustamente negletta, oppure no. Di Ruscio, di certo non è solo un poeta-operaio, come lo si è voluto far passare negli anni ‘70, alla stregua di altri che incollavano le loro poesie sui cancelli delle fabbriche, testimonianze utili a dare coraggio ai colleghi sfruttati e intossicati dal lavoro.

    Con Di Ruscio, la prima cosa che uno sente (superando le apparenze) non è la dimensione collettiva, bensì individualistica, sebbene lui fosse cosciente delle congiunture mondiali in atto. Non si tratta neanche di un autore rimosso, essendo antologizzato sin dagli anni ‘50 e stimato da nomi di un certo peso nell’ambiente letterario del secondo Novecento. Esiliato in Norvegia, poco più che ventenne, in cerca di fortuna, Di Ruscio ha potuto così sentirsi libero di crearsi una lingua letteraria bassa e ruvida, senza complessi rispetto alla tradizione italiana (la lettura di Antonio Porta è comunque evidente). Ma che questa lingua proletaria, incondizionata da quella del potere (e della società delle belle lettere), questa lingua che dice pane al pane e vino al vino sia la condizione necessaria e sufficiente per fare ottima poesia, non è affatto sicuro. Di Ruscio godeva di una libertà estrema, nonostante le sue otto ore di lavoro in fabbrica, e di un totale isolamento linguistico (dovendo parlare ogni giorno il norvegese e mai l’italiano). Quindi si affida principalmente ad un forte istinto ritmico. Un lettore sprovveduto direbbe che ha guardato alla poesia beat americana, ed è pur vero che le cose migliori le ha scritte negli anni ‘60, ma è facilmente immaginabile che operi allo stesso modo in prosa, perché gli interessa sì l’energia della corrente, ma molto meno la ripetizione e la percussività musicale. Egli mira a riprodurre una pressione lavica, magmatica, senza punteggiatura né metrica. Questa prosa-poesia non guarda in faccia nessuno, nessun lettore-tipo, non è né realistica, né simboleggiante. È orgogliosa della sua impurità, della sua pasta linguistica, ma non gioca molto (come facevano le avanguardie), è onnivora, post Trasumanar e organizzar. Eppure non sappiamo un gran che di quel che succede fuori, in mezzo al paesaggio norvegese. Il privato è sì politico, ma ritorna intimo, dunque le scene più nitide sono quelle domestiche. Se è in primis l’originalità del registro ad interessare Di Ruscio (i colori, i timbri, i lapsus, le smagliature) e in secondo luogo la protesta, non importa che quanto scritto rientri nel piccolo o grande canone poetico. Da questa nuova riscrittura, fatta con le forbici, non uscirà illesa la prima raccolta, in cui ogni verso è solo, ma troppo slegato dal suo precedente per far risultare il singolo componimento davvero compiuto. Dopo Le streghe si arrotano le dentiere (secondo e più ricco libro, ben rappresentato nel volume), gli anni ‘90 sembrano segnare l’estrema punta dell’ispirazione del nostro. Perché il nuovo secolo non pare più adatto per incidere su ciò che l’autore produce, chiuso nel suo studio. Ciò che rimane è una monotona serie di referti inanellati, appunti sparsi e persi, non a caso sempre più allusivi all’attività poetica. Infine, va detto che la lettura di questa selezione può essere al contempo utile, affascinante e pericolosa per un giovane poeta italiano. Se da una parte offre una buona lezione per uscire dal politicamente corretto e dalla medietà di una lingua troppo spesso appiattita e insapore nella poesia conformista degli ultimi anni, dall’altra, lo sbraco formale che tende alla cronaca disorganizzata dei fatti (enunciati, apprendistati) è la via maestra per accontentarsi di qualche pensierino. Ci viene sempre in mente, a tal proposito, il taccuino del vecchio Ungaretti. Riteniamo tuttavia un’esperienza di un certo interesse percorrere queste pagine e imbattersi in testi che nel migliore dei casi sono un sapiente impasto tra l’espressione di un’azione, una riflessione critica e un’immagine incendiaria. Quando tale fusione a freddo si compie, è un’occasione per rievocare il bel titolo di Carlo Levi: Le parole sono pietre.

    c’è un rapporto preciso tra il clamore delle figure retoriche
    e il livello dell’imbestialimento
    mi dirigo verso la fabbrica sopportando
    tutta l’irrisione del mondo che ancora dorme
    per superare l’orrore del modello è necessaria
    una terribile resistenza alla sofferenza
    un realismo ridotto alla pura speculazione
    realismo del tutto improbabile
    di realtà ve ne è anche troppo e devo viverla tutta
    scrivere esopismi oppure dada
    è nella pura casualità che la cosa si esprime
    ogni segno è diventato un drago

    Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2018

    https://www.lestroverso.it/luigi-di-ruscio-e-la-sua-prosa-poesia-onnivora/?fbclid=IwAR162tsv1_Oe-IbW3SSvdXs_NFs6IkGu_-1gsBg5b-agsb5jiSF_U95dR00

  • 24Feb2019

    Andrea Cortellessa - domenica / Il Sole 24 Ore

    L’ultima antologia del poeta con la quinta elementare

    Sempre nel posto sbagliato, Luigi Di Ruscio: come l’esule che sull’esilio più abbia più riflettuto, Edward Said. Alieno in Norvegia (vi era emigrato nel 1957 provenendo da Fermo, dove era nato nel ’30; vi morirà nel 2011), ma ancor di più coi suoi conterranei.

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  • 24Feb2019

    Roberto Galaverni - La Lettura / Corriere della Sera

    Vi canto la formula della mia persona

    La vicenda esistenziale e poetica di Luigi di Ruscio è senza dubbio tra le più singolari della poesia italiana degli ultimi decenni. «La mia patria ridotta alla lingua italiana / a quello che riesce a rivivere in questi versi», come afferma in una tarda poesia.

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  • 22Feb2019

    Marco Filoni - il venerdì di Repubblica

    IL FILO TORTUOSO DELLA POESIA

    Il segno dello scarabocchio.

    Un arricciarsi del tratto, ripetuto, come uno svolazzo sinuoso e capriccioso da bambini, come un arzigogolo disegnato. Ed ecco che questi apparenti ghirigori, che si replicano uno dopo l’altro, magicamente si trasformano disegnando una figura, il profilo di una persona.

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  • 14Feb2019

    Stefano Miliani - culture.globalist.it

    Di Ruscio, quando il poeta in fabbrica “è straniero e puzza”

    Esce un’antologia di un autore che dalla condizione operaia raccontava la condizione umana. Il critico Raffaeli: “Un antidoto al pensiero unico”

    Ovunque lʼultimo
    per questa razza orribile di primi
    ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
    ultimo in questa nuova terra
    per la sua voce italiana
    ultimo ad odiare
    e lʼodio di questʼuomo vi marca tutti
    schiodato e crocifisso in ogni ora
    dannato per un mondo di dannati.

    Avete appena letto la poesia “Ovunque l’ultimo”: è tratta dal volume Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010 (Marcosy y Marcos, a cura di Massimo Gezzi, pp. 376, € 20,00). Come recita il titolo, è una selezione di un autore fluviale che ha scritto per tutta la vita ed è rimasto nell’ombra: nato a Fermo nel 1930 e morto a Oslo nel 2011, si è formato come un autodidatta e nel 1957 emigrò in Norvegia dove visse lavorando alla catena di montaggio in una fabbrica metallurgica.

    Raffaeli: una poesia emersa nella crisi economico-politica
    Il volume è un’antologia sulle tracce che indicò a suo tempo Di Ruscio stesso al  giornalista-scrittore originario della città marchigiana di Fermo Angelo Ferracuti e comprende selezioni dalle varie raccolte a partire dallʼesordio, Non possiamo abituarci a morire del 1953. «Per decenni rimasta in uno stato di marginalità geografica e di semiclandestinità editoriale (a parte il consenso di alcuni mallevadori dʼeccezione, quali Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino, Antonio Porta) la poesia di Luigi Di Ruscio è emersa allʼimprovviso come un iceberg al passaggio del millennio e dunque nel contesto di una grave crisi sistemica, innanzi tutto economico-politica, che ne ha svelata finalmente lʼessenzialità, in senso stretto e perfino etimologico». Massimo Raffaeli sintetizza così, nellʼincipit della sua prefazione al volume, chi è questo autore conosciuto e amato da lettori esigenti.

    «Luigi Di Ruscio non è stato né un poeta operaio né un operaio poeta ma, più semplicemente, qualcuno che ha saputo tradurre con i mezzi della poesia la condizione operaia nella condizione umana tout court», – puntualizza Raffaeli onde evitare etichette di comodo e fraintendimenti. «La sua scrittura – scrive inoltre nel brano pubblicato dallʼeditore sul suo sito web – si produce al crepuscolo in un appartamento della periferia di Oslo, nella stanza piena di carte in cui domina una vecchia Olivetti. Nessuno in casa parla lʼitaliano, né sua moglie Mary né i quattro figli, così come nessuno immagina in fabbrica la sua attività di scrittore, ma è proprio questa doppia condizione di parzialità a garantire alla sua poesia il segno della totalità compiuta. Essere ʼsottoʼ e nel frattempo essere ʼfuoriʼ significa per lui non poter essere che lì, eternamente, sulla pagina. Egli non deve nemmeno liberarsi di zavorra eccessiva e, pure se in realtà ha letto tutti i libri, proclama la propria ignoranza menzionando pochissimi riferimenti dʼavvio come i sillabati di Ungaretti e Lavorare stanca di Pavese. Benché parli volentieri neanche in italiano ma in dialetto fermano, in realtà conosce le lingue, traduce le liriche di Ibsen dal norvegese, legge di continuo i filosofi, ed è dalle lezioni di estetica di Hegel che deduce una volta per tutte lʼidea secondo cui la poesia corrisponde a una coscienza disgregata che nella sua inversione si esprime in un linguaggio scintillante capace di verità. Per questo in ogni poesia di Di Ruscio cʼè potenzialmente tutta la sua poesia e la sua intera produzione (dalla plaquette dʼesordio, passando fra lʼaltro per Apprendistati, ʼ78, Istruzioni per lʼuso della repressione, ʼ80, fino alle clausole sapienziali de Lʼiddio ridente, 2008) ha la circolarità di un autentico poema».

    “Italiano straniero che puzza ed esiste”
    Il critico annota più oltre: «Leggere Di Ruscio, che dai bassi della condizione proletaria amava ripetere con Joyce che noi abbiamo meno speranze di una palla di neve allʼinferno, è comunque un antidoto a quanto oggi si chiama, crisma di una egemonia proterva e planetaria, il Pensiero Unico». E dal «testo rubricato al numero CCCXIV del poema complessivo» Raffaeli riporta questi versi che echeggiano con chiarezza anche nei nostri giorni: “[…] la fabbrica è lʼultima stazione / se ti licenziano è come se venissi sputato nellʼignoto / in una caduta che non verrà attutita / lʼoperaio metalmeccanico è attaccato a qualcosa di diabolico / il paesaggio dice che lavorare / per lʼavvenire sotto i comunisti era ancora peggio / qualche macchina ferma sembra una cassa da morto / per chi sta veramente male / mettersi sotto cassa malattia è difficile / di questo italiano straniero non sappiamo niente / si sa solo che puzza ed esiste”».

    https://culture.globalist.it/letture/2019/02/14/di-ruscio-quando-il-poeta-in-fabbrica-e-straniero-e-puzza-2037447.html

  • 04Feb2019

    Massimo Raffaeli - leparoleelecose.it

    [La settimana scorsa Marcos y Marcos – nella collana Le Ali, diretta da Fabio Pusterla – ha mandato in libreria le Poesie scelte (1953-2010) di Luigi Di Ruscio (1930-2011), a cura di Massimo Gezzi. Si tratta di un’autoantologia e al contempo di una sorta di nuovo libro, perché Di Ruscio ha riscritto e riorganizzato i suoi testi, lavorando a questo progetto. Pubblichiamo la Prefazione di Massimo Raffaeli e alcune poesie dello scrittore di Fermo, emigrato in Norvegia nel 1957].

    Prefazione

    di Massimo Raffaeli

    Per decenni rimasta in uno stato di marginalità geografica e di semiclandestinità editoriale (a parte il consenso di alcuni mallevadori d’eccezione, quali Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino, Antonio Porta) la poesia di Luigi Di Ruscio è emersa all’improvviso come un iceberg al passaggio del millennio e dunque nel contesto di una grave crisi sistemica, innanzitutto economico-politica, che ne ha svelata finalmente l’essenzialità, in senso stretto e persino etimologico. Il poeta del resto aveva sempre affermato, fino ad averne rauca la voce, che mentre la lingua del potere è sempre una lingua ricercata, contraffatta e intransitiva, quella di chi sta in basso viceversa è frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza. Una lingua, quest’ultima, che può essere variata ma non abiurata, semmai replicata con la necessaria ossessione e fedeltà al nucleo di percezione primordiale che intanto la legittima.

    Quanto a ciò Di Ruscio è un poeta umanista in senso classico e già all’esordio, appena ventitreenne, sceglie un titolo, Non possiamo abituarci a morire (’53), che vale non tanto una dichiarazione di poetica quanto un progetto di resistenza o volontà di non accettare come ‘naturale’ quel che invece si determina nelle di namiche sociali e di classe. Venuto al mondo a Fermo in vicolo Borgia, al tempo della dominazione fascista e in un ghetto di sottoproletari, alunno indocile e ripetente che non andrà oltre la quinta elementare, monello sbandato, comunista con evidenti venature anarchiche, poi ragazzo di mille mestieri, infine nel ’57 migrante a Oslo dove per quarant’anni lavorerà da operaio alla catena di montaggio di una fabbrica metallurgica: tale è il suo cursus honorum, dove il tempo della poesia è un residuo sottratto con tenacia al tempo dell’asservimento ed è il solo privilegio concessogli da quello che chiama, alternando sarcasmo e ironia, il paradiso socialdemocratico. L’autore ne ha raccontata la vicenda nelle sue tarde partiture in prosa, da Palmiro (’86) a La neve nera di Oslo (2010), veri e propri romanzi picareschi, verbali autobiografici ai limitidella docufiction, insomma una prolungata diversione nel comico e nel grottesco laddove, tuttavia, la parabola del personale romanzo di formazione si duplica nella genetica di una dirompente vocazione alla poesia. Per lui, chiedersi come un uomo diventi un uomo equivale a chiedersi come e perché un uomo diventi un poeta. E infatti Luigi Di Ruscio, al di là delle ovvie etichette, non è stato né un poeta operaio né un operaio poeta ma, più semplicemente, qualcuno che ha saputo tradurre con i mezzi della poesia la condizione operaia nella condizione umana tout court.

    Limiti incoercibili perimetrano da sempre la sua scrittura, che di regola si produce al crepuscolo in un appartamento all’ottavo piano della prima periferia di Oslo, in Aasengata 4/c, nella stanza adibita (sono parole che gli presta l’amatissimo Giordano Bruno) a ‘stalletto’ pieno di carte in cui domina, percussiva e fragorosa, una vecchia Olivetti. Nessuno in casa parla o intende l’italiano, né sua moglie Mary né i quattro figli, così come nessuno immagina in fabbrica la sua attività di scrittore, ma è proprio questa doppia condizione di parzialità (subordinazione sociale, alienazione geolinguistica) a garantire alla sua poesia il segno della totalità compiuta. Essere ‘sotto’ e nel frattempo essere ‘fuori’ significa per lui non poter essere che lì, eternamente, sulla pagina. Egli non deve nemmeno liberarsi di zavorra eccessiva e, pure se in realtà ha letto tutti i libri, continua a proclamare la propria ignoranza menzionando pochissimi riferimenti d’avvio come i sillabati di Ungaretti e Lavorare stanca di Pavese. Benché parli volentieri neanche in italiano ma in dialetto fermano, in realtà conosce le lingue, traduce le liriche di Ibsen dal norvegese, legge di continuo i filosofi, specie i classici del pensiero dialettico, ed è dalle lezioni di estetica di Hegel che deduce una volta per tutte l’idea secondo cui la poesia corrisponde a una coscienza disgregata che nella sua inversione si esprime in un linguaggio scintillante capace di verità e, pertanto, si esprime molto meglio della buona coscienza che le si contrappone. Per questo in ogni poesia di Di Ruscio c’è potenzialmente tutta la sua poesia e per questo la sua intera produzione (dalla plaquette d’esordio, passando fra l’altro per Apprendistati, ’78, Istruzioni per l’uso della repressione, ’80, fino alle clausole sapienziali de L’Iddio ridente, 2008) ha la circolarità di un autentico poema. Il poeta stesso ha detto più di una volta che la sua opera ha la forma del cosmo immaginato da Bruno e Spinoza, vale a dire un universo dove il centro si trovi dappertutto e i confini non si scorgano da nessuna parte. Non basta. Il cosmo poetico di Di Ruscio è una totalità dinamica, in perpetuo movimento, dove nulla è certo se non l’incalzare del ritmo, dentro uno stillicidio di varianti, correzioni, amputazioni che principiano da una particolare ortografia (morfologie distorte, metaplasmi, neologismi, dialettismi, lapsus d’autore) la quale deve rimanere allo stato incandescente, liquido, fino a rendere sinonimi lo scrivere e l’‘iscrivere’, massima capienza di un dire implacabile che neanche trova requie (tanto meno una rigidezza ne varietur) nella auto-antologia terminale delle Poesie scelte su cui, e con acribia, ha lavorato per la presente edizione Massimo Gezzi, uno studioso che è anche poeta conterraneo del grande fermano.

    Caso più unico che raro per chi abbia esordito in pieno Novecento, la poesia di Di Ruscio ignora la metafora alla stregua di una ambigua o bugiarda contraffazione mentre predilige a oltranza la postura metonimica. Sospetta gli aggettivi e vive più che altro di nomi e di verbi, il suo centro è la frase di senso compiuto o, meglio ancora, la connessione di frasi coordinate all’interno di un periodo. Ciò probabilmente vuol dire che, per il poeta, il pensare contiene l’esprimere e che la poesia o è pensiero in atto o non è. Quasi indenne da punteggiatura, essa è poverissima di figure retoriche che non siano quelle, le più schematiche (ma si potrebbe anche dire le più dialettiche), della ripetizione e della inversione. Il verso è lungo, la misura è libera e rilanciata dal ritmo, il che significa, a sua volta, che sulla metrica prevale in ultima istanza la pulsazione prosodica. Il suo pronome è l’‘io’ convenuto dei lirici ma si propaga nel ‘noi’ dei poeti epici, non certo per la retorica surriscaldata di un engagement ma per il senso di prossimità e anzi di condivisione e letterale commensalità che il poeta prova nei confronti dei suoi simili, gli immolati nelle guerre volute dal potere, gli spatriati, i migranti, i subalterni alla catena di montaggio, chiunque patisca umiliazione e oblio nel micidiale meccanismo di inclusione/esclusione delle cosiddette società opulente o neocapitaliste. La sua materia prima è un costante andirivieni, trattenuto nel crogiuolo del presente insonorizzato, fra l’altrove assoluto di vicolo Borgia (flash della vita offesa, immagini antiche di asfissia, di anonimato) e la prossimità che il tempo ha reso indecente, normale o del tutto ‘naturale’, di uno sfruttamento per cui l’uomo diviene il lupo dell’altro uomo. (Quasimodo mezzo secolo fa aveva visto in Hobbes, nelle fauci di un moderno Leviatano, il contesto appropriato a quel giovane poeta, noi diremmo invece la società ordoliberale, non meno famelica.) Perché leggere Di Ruscio, che dai bassi della condizione proletaria amava ripetere con Joyce che noi abbiamo meno speranze di una palla di neve all’inferno, è comunque un antidoto a quanto oggi si chiama, crisma di una egemonia proterva e planetaria, il Pensiero Unico. Qui valga per tutti il testo rubricato al numero CCCXIV del poema complessivo, dove il particolare e l’universale, per cortocircuito di storia e geografia, si danno ormai come una cosa sola: “[…] la fabbrica è l’ultima stazione / se ti licenziano è come se venissi sputato fuori nell’ignoto / in una caduta che non verrà attutita / l’operaio metalmeccanico è attaccato a qualcosa di diabolico / il polacco dice che lavorare / per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio / qualche macchina ferma sembra una cassa da morto / per chi sta veramente male / mettersi sotto cassa malattia è difficile / di questo italiano straniero non sappiamo niente / si sa solo che puzza ed esiste”. Perciò è bene che un poeta troppo a lungo appannaggio di autori e studiosi happy few (circa la generazione più recente, da Eugenio De Signoribus a Enrico Capodaglio e Biagio Cepollaro, da Francesco Scarabicchi a Emanuele Zinato e Andrea Cortellessa) incontri finalmente un pubblico senza ulteriori aggettivi ed è bene che divenga di senso comune la parola potente, penetrante, di questo “proletario preistorico” come lo definì una volta, e con totale affetto, lo scrittore che in vita gli fu più vicino, Angelo Ferracuti. Dentro un paesaggio sociale che sembra di immutabile devastazione e poi di sopravvenuta glaciazione, splende infatti nei versi di Di Ruscio, del tutto isolata (sta nell’intercapedine di Enunciati, rubrica 2), una immagine dove la storia sembra contraddirsi, ovvero smentirsi, in natura rediviva, “quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo / improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo” che brilla come “poca materia viva circondata di morte”. Quel mandorlo perso nel gelo al fondo dell’inverno è certamente un riflesso della esistenza che tuttora si propaga oltre gli interdetti storici e di classe, è un “debolissimo vessillo” ma è, come scrive, il vessillo medesimo della poesia, una fioritura in anticipo o in controtempo, nuda e inerme nella sua necessità.

    *

    Poesie

    di Luigi Di Ruscio

    da Non possiamo abituarci a morire (1953)

    Sono senza lavoro da anni
    e mi diverto a leggere tutti i manifesti
    forse sono l’unico che li ragiona tutti
    per perdere il tempo che non mi costa nulla
    e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
    neppure dio lo ricorda.
    Gioco alla sisal
    e ragiono sulla famosa catena
    ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
    sarebbe meglio berli
    i soldi che gioco per sperare un poco.
    Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
    ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
    ma le hanno consolate
    gli hanno detto che per loro è più facile
    potranno sempre trovare un posto da serve.
    Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
    una coppia si baciava
    anch’io su quel sedile ho avuto una donna
    ora ho lo sguardo di una che vorresti
    che scivola dai capelli alle scarpe
    per scoprirti che sei uno straccione.
    Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta, pieno d’entusiasmo
    dormivo di un sonno profondo
    e alle feste con la donna
    che ho lasciato per farla sempre aspettare
    ora l’insonnia sino all’alba
    poi un sonno pieno d’incubi.
    Avevo pensato di farla finita
    se resisto è per la speranza che cambierà
    ma ormai ho qualche filo bianco
    senza una sposa e un figlio
    solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

    *

    da Le streghe s’arrotano le dentiere (1966)

    Ovunque l’ultimo
    per questa razza orribile di primi
    ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
    ultimo in questa nuova terra
    per la sua voce italiana
    ultimo ad odiare
    e l’odio di quest’uomo vi marca tutti
    schiodato e crocifisso in ogni ora
    dannato per un mondo di dannati.

    *

    Otto ore moltiplicate per tutta la vita
    che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
    uomini intercambiabili e danzanti
    la macchina è l’anima nostra
    nel cartellino delle timbrate
    sono le date della nostra storia
    la produzione è il diario nostro
    che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
    tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
    dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente
    e perpetuamente rinasce
    ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
    il Dio che è nelle nostre mani
    il Dio fresato e saldato ogni giorno
    e non vi è nulla di più incantato
    di quando questo furore s’arresta
    colta da paralisi mortale
    la macchina ferma mammut scannato
    lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
    s’è arrestato l’Iddio
    e il suo manovratore e la terra trema
    la fabbrica ferma
    butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
    e se oggi timbrare è il verbo
    è sospeso il giorno della vittoria nostra
    per questo giorno viventi
    viventi per questa attesa.

    *

    da Enunciati (1993)

    2
    quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
    improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
    la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
    la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
    la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
    tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
    poca materia viva circondata di morte
    i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
    i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
    con la gola serrata dalla morte

    *

    da Apprendistati (1978)

    XVII
    battere su questa macchina da scrivere sino ad ammattirli battendo scrivendo
    approfondire una poesia significa voler bucare la carta
    scartare le velleità e non rimanere neppure il buco sulla carta
    non c’è nulla da rimpiangere l’unica dignità è essere fuori e contro
    ecco la pietra seminarci sopra anche quando le pietre germoglieranno
    tutto provocava sbalordimenti bagliori
    caricato in mondi di estrema lucidità e ottimismo
    battendo sul cuneo sino a far schizzare la creaturina
    vetri metalli plastiche alzo un braccio alzo una gamba
    ma mentre scrivo posso solo scrivere le provo tutte
    piombano i diti sulla tastiera troppa precipitazione nell’inseguire l’ispirazione
    le levette dell’olivetti lettera ventidue s’intrecciano
    su tale carta scrivere e ripetermi tutto mentre mi faccio la barba
    quando preparo la faccia per uscire in queste strade
    finita una produzione ne inizia un’altra il sottoscritto scritto anche sopra
    con le fedi quasi sempre perse c’è una ultima fede
    in qualcosa di vegetale e vacuo fede nel non poter morire arrotato
    dondolare tra le due fedi opposte e le salto tutte e due
    sono certo che esisto anche se le prove sono vacue e se preciso scompaio
    per essere un sopravvissuto bisogna essere esistiti prima e anche dopo
    fede vacua che mia moglie esiste mi ci metto in contatto e rimane incinta
    cercare l’invenzione che casualmente centri un personaggio reale
    che casualmente centri me stesso
    non esiste un centro ogni colpo mi colpisce in pieno
    sono capovolto non voglio raddrizzarmi

    *

    da Istruzioni per l’uso della repressione (1980)

    chiudere un porco vero nel reparto
    non un porco normale
    un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore
    vediamo come reagisce l’associazione protezione animali
    vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale
    schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile
    vediamo se il sistema nervoso non gli si è spezzato
    vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
    se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
    portiamolo nelle tante terre abbandonate
    e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
    sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
    sgambetta liberato respira arie pure saziati
    però la proposta dimostrativa non può essere accettata
    il maiale è stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale
    sottilissime fette di prosciutto
    e ingrassi un grassissimo cervello
    per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
    ti aspetta un lungo coltello
    chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa
    resisti allo schianto per tutta una stagione
    sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
    devi resistere intero
    (sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi)
    metti un uomo nel reparto
    chiudili dentro per otto ore consecutive
    vedi come reagisce
    prendi un uomo dell’umanesimo staccalo
    dai quadri affreschi dei grandi umanisti
    prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
    fare moltissime prove vediamo cosa succede
    vedi se diventa pericoloso
    (può diventare pericoloso
    chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
    può diventare molto pericoloso
    controllate tutti i telefoni
    apri il suo cervello vedi cosa medita
    misura la sua rabbia
    aspettati che scoppi)

    *

    da L’ultima raccolta (2002)

    CLXXV
    non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
    non sarà per noi l’insulto di essere vivi senza coscienza
    i clinici più rinomati
    non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
    la nostra miseria ci salva
    dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
    ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
    è già tanto se il miracolo della mia esistenza ci sia stato
    riuscivo perfino a testimoniarvi tutti

    *

    da L’iddio ridente (2008)

    108
    mio padre era muratore
    e quando vedo i muri delle chiese
    non penso a Dio
    ma ai muratori e a mio padre
    ed ora tocca a me diventare un padre
    dopo essere stato figlio per troppo tempo
    con una identità irrepetibile
    come i piccoli segnali luminosi
    pronti a sparire per sempre

    225
    le partite contro me stesso le perdo tutte
    e mary continua ad urlarmi
    che devo diventare normale
    dovrei smettere di scrivere le poesie
    e prendere la cittadinanza norvegese
    ed io intestardito
    persisto nell’orrore

    http://www.leparoleelecose.it/?p=34814