Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano

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  • 19Giu2017

    Grazia Calanna - l'estroverso.it

    XIII Quaderno di poesia italiana contemporanea.

    L’intervista al poeta Antonio Lanza autore di “Suite Etnapolis”, capolavoro che immortala la contemporaneità.

    La parola, la madre del pensiero, direbbe Kraus. La parola corporea, dialogica, inesauribile, luminosa, impudica, evocativa, inoppugnabile, assertiva. La parola principale interprete del pensiero contemporaneo serbato nel “XIII Quaderno di poesia italiana contemporanea”, edito da “Marcos y Marcos”, animato dal verbo di sette autori (Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini, Jacopo Ramonda) scelti dallo storico curatore Franco Buffoni, ciascuno presente con una propria originale produzione (“Camera dei confini”, “Il libro dei volti”, “Suite Etnapolis”, “Tasche finte”, “Muri portanti”, “Sentimentale Jugend”, “L’inappetenza”). «Etnapolis di etnapolis, tutto / è etnapolis, dalla terrazza da cui solo mi sporgo / lamento, finito il turno, la prova. / (C’è buio fitto adesso – e dorme distesa / tutta sotto le stelle la colossale / Babilonia.) Balena spiaggiata, Etnapolis, / colonia penale, Etnapolis, / pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia – / piàcciati entrare intera nel mio canto, / le luci come l’immondo». Quelli scelti sono versi di Antonio Lanza (nella foto), unico siciliano presente nell’antologia, tratti da “Suite Etnapolis”, opera prima di «straordinaria potenza drammatica che – scrive Fabio Pusterla nella nota introduttiva -, rappresenta un bel segnale circa la vitalità espressiva della giovane poesia italiana e la sua capacità di affrontare con forza la realtà più concreta e meno ‘poetica’, allontanandosi dai territori più tradizionalmente ‘lirici’». Un capolavoro ricco di attinenze, una poesia colta e ineccepibile (sia sul piano stilistico che linguistico), una lente d’ingrandimento per guardare all’uomo contemporaneo, alla contemporaneità, all’individualismo sfrenato (e inappagabile) da un non-luogo che tutti li rappresenta (un “campo di concentramento commerciale”, per usare la calzante definizione di Alessio Annino) dal quale, sommando le singolarità dei numerosi personaggi (attori/spettatori inconsci alla stregua di “Manichini”), si erge – tagliente – l’idea chiara della totalità. Rinvenuta nel baratro del mondo; la poesia è uno strumento di conoscenza dichiara Lanza al quale abbiamo rivolto qualche domanda.

    Qual è il ricordo legato alla tua prima poesia?

    Scrivere era un bisogno ineludibile. I miei primi tentativi assumevano forma di imitazioni. Per poter dire di me, non disponendo ancora delle parole esatte, prendevo in prestito i versi degli altri. Natale di Ungaretti, per esempio, mi forniva, con qualche insignificante modifica, le parole per dire la mia solitudine. Seguì poi una lunga fase di vera e propria grafomania: scrivevo le poesie e gli appunti ovunque capitasse, anche sui libri di testo liceali.

    Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

    Devo a una telefonata della poetessa calatina Maria Attanasio alla quale, circa dieci anni fa, avevo inviato alcuni miei testi, se le mie letture, fino ad allora bulimiche ma disordinate, si sono aperte alla contemporaneità. Lessi allora, tra gli altri, Milo De Angelis: il suo Tema dell’addio era di una bellezza insostenibile. Vennero poi Gli strumenti umani di Sereni, un libro imprescindibile per la mia formazione, e gli stessi libri di Maria Attanasio, sempre più un faro per la nostra generazione poetica. Fino a qui, quelli che amo chiamare “maestri verticali”. Ma nel lungo apprendistato di poeta è determinante anche il confronto con i poeti tuoi coetanei. Per cui ritengo “maestri orizzontali” poeti come Vincenzo Galvagno (il suo Ablativi assoluti fu per me determinante), Maurizio Giudice, Fernando Lena, Patrizia Sardisco, Maria Grazia Insinga, Pietro Russo. Ci sono poi influssi inaspettati ma non meno determinanti, come quello dei Pink Floyd, dai cui concept album ho imparato il respiro lungo e la progettualità del lavoro creativo.

    Qual è – nell’arco della giornata – il momento ideale per dedicarsi alla poesia?

    Tentando di svincolarmi dalla tirannia e dai capricci della cosiddetta ispirazione, configurandosi la mia poesia come il “frutto del lavoro quotidiano”, espressione cara a Baudelaire, direi che il momento più adatto per scrivere poesia è qualsiasi ora del giorno, quando si è sciolti da ogni obbligo lavorativo e familiare. Suite Etnapolis, incluso adesso nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea appena pubblicato da Marcos y Marcos, è stato scritto nell’arco di due anni grazie a sedute giornaliere di parecchie ore, talvolta mattutine a volte pomeridiane.

    In che misura una poesia ‘somiglia’ al poeta che l’ha scritta?

    Se è vero che la poesia è conoscenza, capacità cioè di presa di possesso e interpretazione del mondo, essa, per assolvere questo compito, deve farsi plurale, deve quindi assomigliare il meno possibile al poeta che l’ha scritta. Se vi si riconosce troppo, può darsi che quel che il poeta ha scritto sia solo espressione di sé e quello, a mio parere, non interessa a nessuno.

    Quando una poesia può dirsi compiuta?

    Può dirsi compiuta quando anche solo spostare una virgola può far cadere l’intera impalcatura, ed è un processo lungo, perché quasi mai la prima stesura restituisce un testo perfetto.

    La poesia può (e se può, in che modo) restituire ‘purezza’ alla parola?

    Il concetto di ‘purezza’ della parola è paralizzante per un poeta, che deve poter annettere alla sfera del ‘poetico’ tutto ciò che prima non sembrava ammetterlo. Per far questo, occorre la massima libertà espressiva. Tendere a una parola ‘pura’ rischierebbe di inficiare al poeta la possibilità di restituirci il mondo, che per definizione puro non è. Non alla purezza punta la parola poetica, ma alla complessità.

    Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

    Alla poesia non è consegnato nessun tipo di incarico. La gente comune, per lo più, non sa neanche che esistano oggi i poeti. Tuttavia non mi rassegno a credere che quella che facciamo sia la più interlocutoria e onanistica delle arti. Mi piacerebbe che tra cent’anni chi avrà voglia di sapere cos’erano il mondo e l’uomo agli inizi del XXI secolo possa leggere Suite Etnapolis per trovare qualche risposta.

    Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo nel quale all’occorrenza trova rifugio/conforto?

    Vado a insabbiarmi a dannarmi per anni, un endecasillabo di Vittorio Sereni che sento in questi mesi particolarmente vicino.

    Per concludere, ti invito a scegliere una tua poesia per salutare i nostri lettori.

    Scelgo i versi di apertura del mio poemetto, Suite Etnapolis: “Vergine e pubica la domenica di Etnapolis / dieci minuti prima dell’apertura / al pubblico, ma già la percorrono / i primi polpacci pelosi e carrelli / Iperfamila che sferragliano vuoti. / Saracinesche aperte a altezze variabili / come palpebre offese al sole / con fiamme di logo al sommo delle porte.”

    *

    (la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA di giorno 11.06.2017, pag. 14, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”, Cultura).

  • 13Mag2017

    Andrea Inglese - nazioneindiana.com

    Agostino Cornali

    È il respiro del drago Tarantasio                                                                                                 Chieve

    che fa tremare le persiane

    nelle notti di febbraio

    e sulle barche che solcano il lago

    i nostri antenati longobardi

    si alzano in piedi, tremanti sulle prue,

    le spade e gli scramasax in mano

    guardano la testa crestata del mostro

    che emerge lentamente dalle acque,

    i suoi occhi accesi nella nebbia

    le fauci spalancate

    e allora divampa

    il fuoco sulle torri

    dei castelli di pianura

    e il pianto dei bambini risuona sulle coste

    da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

    Di quel lago maledetto

    che dà il nome alla tua via

    è rimasta una piccola pozza

    che non riesce ad asciugare

    in un campo di frumento.

    Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

    *

    Ogni venerdì pomeriggio di vent’anni fa                                                                              Mozzanica

    mio padre guidava sul fondo del lago,

    attraversava questi luoghi prosciugati

    in ogni paese scendeva dall’auto

    ed entrava nei bar

    nelle farmacie, negli uffici postali

    fermava persino i passanti in bicicletta

    chiedeva a tutti del mostro,

    voleva la certezza

    che il drago fosse morto

    un giorno incontrò quest’uomo

    mezzo addormentato sotto il campanile

    che adesso a ogni ora del giorno

    con gli occhi semichiusi

    osserva le auto che risalgono la strada

    forse gli parlò anche di me

    perché quando rallento per fare la curva

    quest’uomo che mi aspetta da vent’anni

    mi fissa, mi riconosce

    un sussulto scuote

    il suo torpore d’annegato.

    * *

    Claudia Crocco

    ad A. e a M.

    «Ma così uscirà solo il prossimo anno».

    Non ci prenderanno. Lo sappiamo

    mentre cerchiamo coraggio mentendo

    sulle scale bianche della cattedrale –  gli occhi di lei

    verso la fontana maggiore, la tua sigaretta

    aspirata con l’ansia prima di un derby.

    Ci guardiamo, e non serve

    chiedercelo ancora: qui nessuno di noi

    non abbiamo voglia noi di tornare

    nei corridoi sporchi, i bagni senza lavandino,

    gli altri candidati, i loro dossier in carta lucida.

    L’attesa del colloquio ha molti segni

    sui pori della pelle e nella saliva acida

    sprecata davanti ai distributori del caffè

    a parlare di luoghi e libri

    che non ci riguardano, ma che ci misurano.

    Eppure una tregua armata di tre anni

    va difesa con graffi e morsi di righe

    sul curriculum.

    Cosa farai tu.

    Aspetterò i nuovi bandi, il prossimo anno

    cercherò di andar via, servono

    un certificato di lingua e –

    non ha ancora un piano lei, mi chiede

    dove vivrò io.

    «Dai miei non ci torno».

    Non è l’assenza di un destino

    non ci preoccupa realmente –

    ma è non poter difendere

    neanche i pochi attimi di ora, gli incontri

    e le vite separate scanditi dai giorni

    le offerte Ryanair.

    «No, non è questo. È il nome di mio padre sul display

    il ventisette di ogni mese. Si è fatto tardi»- schiacci la sigaretta

    sul gradino plumbeo dove siamo sedute noi

    quasi con violenza. A lungo evitiamo di guardarci.

    III.

    Sapevamo che non avremmo scelto, ma

    ora non sappiamo muoverci, ci manca

    un’idea di spazio –

    galleggiamo in questa piazza lattea, le strade strette

    su ogni lato, senza cartelli e senza

    una geografia nota. Non ci sono mappe

    né leggi sul quadrato – le caselle impazzite.

    Non ci conosciamo mai. Ma resiste

    qualcosa nella tua mano tra i miei capelli,

    con lenti gesti sgombri le spalle – o nei suoi

    piccoli sorsi alla bottiglia di the verde,

    me ne lascia metà.

    Siamo pedoni impazziti

    e per un caso vicini per un attimo.

    «Lo so. Voglio soltanto – volevo essere più brava».

    «Non cambia niente».

    Calpesto una formica, guardo le altre intorno salve

    per oggi. Ci muoviamo anche noi,

    cerchiamo a lungo un’edicola, poi torniamo indietro,

    prendo un altro caffè, raggiungiamo le stanze del colloquio.

    Poi il treno, che di nuovo

    rende tutto più decente e, allontanandosi, ci allontana.

    ***

    Antonio Lanza

    Si diffonde più tardi la notizia

    di due rumeni sorpresi a rubare

    portati via in manette dai carabinieri

    della compagnia di Paternò.

    Si passano il racconto gli avventori

    al bar, ne discutono a braccia strette

    al petto, con gravità, le commesse

    davanti ai negozi:

    sembrano incresparsi

    le acque, irrancidire gli umori, sembra

    disperdere Etnapolis l’allegria

    nello scolo – ma non insiste più di

    tanto la memoria, dura i minuti

    esatti di permanenza, e neanche

    quelli: poi le pieghe si appianano,

    nuovi apporti disperdono i vecchi,

    e torna uniforme la tavoletta.

    ***

    Franca Mancinelli

    da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)

    un colpo di fucile

    e torni a respirare. Muso a terra,

    senza sangue sparso.

    Cose guardate con la coda

    di un occhio che frana

    mentre l’altro è già sommerso, e tutto

    si allontana. Gli alberi

    si piegano su un fianco

    perdono la voce in ogni foglia

    che impara dagli uccelli

    e per pochi istanti vola.

    *

    cucchiaio nel sonno, il corpo

    raccoglie la notte. Si alzano sciami

    sepolti nel petto, stendono

    ali. Quanti animali migrano in noi

    passandoci il cuore, sostando

    nella piega dell’anca, tra i rami

    delle costole, quanti

    vorrebbero non essere noi,

    non restare impigliati tra i nostri

    contorni di umani.

    *

    padre e madre caduti

    frutti che non potevano

    marcirmi attaccati

    mentre nudo imparavo

    a reggere il cielo

    come un uccello sul dorso, lasciando

    campi e case affondare.

    L’azzurro torna

    a coprire la terra. Trattengo

    nel becco il ricordo,

    il seme che sono stati.

    ***

    Daniele Orso

    Sessant’anni e son sessant’anni di morte

    Sulle spalle. Più morte che vita

    Addosso. Pensieri impastati alle

    Figure di morte portate con orgoglio.

    Queste case e questa più di altre

    Queste stanze che risuonano di morte

    Queste pietre già calpestate in altre

    Messe passate, vite, vie, acque spante.

    Una frattura, dentro, dentro la casa

    Limite alle ombre, linea che percorre

    I vetri, i muri, il legno, le ossa, la carne

    Si screpola lentamente e crolla la casa

    Crollano i muri, le tegole, la gronda che corre

    Attorno si decompone, così come ai morti

    Si decompone sulle ossa la carne.

    I ROMANZI

    Rosso è il cuore e in basso

    Sta a sinistra, scriveva Saba.

    La letteratura è sempre di destra,

    Chiosava Pier Paolo.

    La verità è che i romanzi

    Sono sempre così pietosamente

    Ostili alla ragione:

    Che succedeva a Dachau, Dachau-paese,

    Mentre poco distante l’Essere

    Scompariva nei forni del campo

    E l’Agnese andava pedalando,

    Come fosse niente, a morire?

    ***

    Stefano Pini

    Premono i pesi sul petto,

    le ore sulla sera e noi a frugare

    lavori che non esistono più,

    un tempo del tempo per cui siamo

    qui tra le cime e i fontanili. Ci sono

    camicie e anelli e denti a ciascuna finestra

    i ritorni di chi ha stretto un patto

    con i corpi e le fabbriche.

    Quello per cui restiamo

    e rimane dopo di noi.

     ***

    Jacopo Ramonda

    Cut-up n. 9

    Quando mi hai invitato a passare da te per prendere un caffè e parlare di quello che è successo, ho tirato un sospiro di sollievo, ma ora che siamo seduti al tavolo non riesco a raggiungerti, a scavalcare la tua indifferenza. È una barriera trasparente, velata da un sottile strato di condensa e intuizioni a cui non ho accesso. C’è una calamita che attira la tua attenzione. Per tutta la sera i miei alibi rimbalzano su di te, come se fossi fatta di gomma, e cadono a terra, formando un mucchietto sul pavimento.

    Mentre mi accompagni alla porta, alzo lo sguardo: il soffitto è una nuvola nera, carica di pioggia e presagi. Dopo averti salutata con un abbraccio, mi volto e scendo la prima rampa di scale lentamente, sentendo la porta che si richiude alle mie spalle; poi mi siedo su un gradino e ti spio dalla mia immaginazione. Sei tornata in cucina, hai aperto l’anta sotto il lavandino per prendere una paletta. Con la scopa raccogli il mucchietto che si è formato sulle piastrelle e lo versi nella stufa. Poi fai un passo indietro e ti appoggi al tavolo, soffermandoti con lo sguardo su un punto imprecisato davanti a te, prima di spegnere la luce uscendo dalla stanza.

    Una distanza relativamente breve (cut-up n. 134)

    Nonostante la distanza che la separa da quel periodo sia ancora relativamente breve, i grandi cambiamenti affrontati da L. dilatano il tempo trascorso, dandole l’impressione che quegli eventi appartengano ad un passato remoto, totalmente superato. In quel periodo sentirsi sopraffatta era diventata un’abitudine; il silenzio era l’unica reazione di cui si sentiva capace. Sostanzialmente si stava esercitando a scomparire, in una sorta di prova generale della sua morte. La consapevolezza di indugiare troppo a lungo sulle occasioni sfumate serviva solo ad abbatterla di più, facendogliene sprecare di nuove, e rendendo l’impasse sempre più difficile da superare. Quando ci ripensa, L. si sente davvero grata di essere riuscita a chiudere quel capitolo. Il sollievo non è tuttavia sufficiente a renderla immune alla nostalgia, una nostalgia appena accennata, ma comunque percettibile, nei confronti di quelli che considera gli anni peggiori della sua vita. Di tanto in tanto le manca quel senso di mancanza, e ha il sospetto di essere diventata indifferente. A volte teme che il suo ritrovato benessere provenga da una perdita di sensibilità, come quando ci si addormenta su un braccio.

    *

    Testi tratti di Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Marcos Y Marcos, Milano, 2017.

  • 10Mag2017

    Cristiano Poletti - poetarumsilva.com

    XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

    di Cristiano Poletti

    Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
    L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”.

    Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

    Chieve

    È il respiro del drago Tarantasio
    che fa tremare le persiane
    nelle notti di febbraio

    e sulle barche che solcano il lago
    i nostri antenati longobardi
    si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
    le spade e gli scramasax in mano

    guardano la testa crestata del mostro
    che emerge lentamente dalle acque,
    i suoi occhi accesi nella nebbia
    le fauci spalancate

    e allora divampa
    il fuoco sulle torri
    dei castelli di pianura
    e il pianto dei bambini risuona sulle coste
    da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

    Di quel lago maledetto
    che dà il nome alla tua via
    è rimasta una piccola pozza
    che non riesce ad asciugare
    in un campo di frumento.

    Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

     

    Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

    Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

    Claudia Crocco (1987) è la più giovane protagonista di questo Quaderno. Massimo Gezzi, nella sua presentazione, sottolinea quanto Il libro dei volti sia «un libro di poesia integrale e post-lirico». Cosa vuol dire? Che c’è sperimentazione (capace tuttavia di non dimenticare la tradizione, che Crocco, da studiosa, conosce bene); che entrano in gioco i materiali e le forme della nostra contemporaneità; che identità e personalità dell’autrice sono in grado d’infiltrarsi tra i frammenti di questa nostra realtà odierna. Per arrivare infine a farne, in forma di poesia, un «mosaico tutto suo». Colpisce, soprattutto, la schiettezza dell’enunciato. Spesso la sfrontatezza. Basti leggere le due poesie iniziali, Skype night e Hotel Luna. Al centro di questi testi ci sono le nostre esistenze sempre più in bilico tra vita vera e virtuale. Dove finzione, solitudine e nulla, rischiano di diventare dimensioni sovrane. Ma l’acqua che ci sta conducendo all’interno di questo Quaderno mi porta a scegliere altri due testi, in parte diversi da quanto detto, ma ugualmente bellissimi e dolenti, tratti dalla sezione intitolata Lutto:

    II

    Lascio l’acqua scorrere e farsi calda
    provo piacere per il rumore martellante, per lo spreco,
    vorrei che qualcuno mi vedesse ora non c’è nessuno.
    La guardo così mentre continua a scorrere
    penso che se non la chiudo il tempo si ferma
    e non ci sarà più nessun dolore e allora avrò fermato il dolore.
    .

    IV

    Ma non volevo allagare tutto, e non volevo
    fermare il tempo. Io volevo solo
    volevo scegliere io come morire.
    Adesso credo che il mondo non si fermerà più.

     

    Flavio Santi, nella sua originale e ispirata introduzione, sottolinea quanto nel retroterra della poesia di Daniele Orso (1982) si senta, eccome, la presenza di Fortini. Aggiunge, Santi, che nel “sottobosco” della sua poesia c’è anche la presenza della canzone d’autore, e le altre voci, importanti, da cui Orso ha scelto di provenire: soprattutto Giudici (citato con Fortini in esergo a Muri portanti) e Saba. Si consideri poi che Orso si dichiara «Quasi lombardo nell’animo, come quei nomi / Solenni che scrivono di laghi e di campagne». Siamo al cospetto di un lavoro in cui ritmo, suono, struttura sono molto marcati. E mentre il corridoio d’acqua che stiamo percorrendo porterebbe a proporre la poesia intitolata L’estate in piscina, con i versi: «Lasciarsi affondare, toccare / Il fondo e risalire / In superficie ciclicamente», una poesia in cui l’elemento dell’acqua c’è meno, appare solo nella figura dei fossi, appare troppo importante per non essere evidenziata qui, tanto è centrale a mio avviso nella silloge. Una poesia splendida, intitolata L’educazione cattolica, in cui sono avvertibili credo, almeno in parte, echi del conterraneo Mario Benedetti:

    Boh, non so. Non tiene, non tiene niente.
    Questo sole, quest’aria, e non è questo sole, non è quest’aria.

    Le piante, quante sono, non sono mai state.
    Il rosso ai fossi è questo rosso,

    Non conosce altri rossi. Le mosche
    Che s’alzano dai fossi in nugoli neri,

    Sono nate oggi, false mosche di ieri.
    La luce è questo esser felici, queste

    Campane e i suoni riflessi
    Che sbattono contro ai gridi

    Dei gelsi che nascondono bene
    Bambini che tremano al fresco dei campi.

    Ma non è che i preti mi fecero felice
    Non è che i preti mi aiutarono a salire

    Sui muri della chiesa a spiare le partite
    Non fecero per me fionde e catapulte.

    Non fui un solo giorno felice grazie ad altri.
    Né io fui mai agente di grazia altrui.

     

    Nell’opera di Stefano Pini (1983) ritroviamo l’acqua subito, a inizio silloge, sotto forma di pioggia, con la pianura e i campi. Treviglio, la Gera d’Adda, la giovinezza compongono il terreno della sua poesia. Poi molti altri elementi, certo, prendono vita nella sua Sentimentale Jugend, e le città soprattutto emergono nelle altre intense sezioni, intitolate Nomi, Stagioni, Diserzioni. Come in Cornali, anche in quest’opera la nominazione dei luoghi assume un ruolo essenziale; la loro precisazione va infatti a comporre una serie di indizi-chiave per muoversi nel labirinto esistenziale, nell’idea di labirinto anzi, che è matrice dell’uomo e della sua esistenza. Lo stile è affilato, nel voler raggiungere un ritmo proprio. Compaiono endecasillabi mirabili, come «dove poggiavo e adesso guardo: il giorno»; e mirabili, perché taglienti e assolute, sono tutte le chiusure delle poesie. Appaiono al fondo, per nulla negate, ma felicemente ricondotte al proprio respiro, le figure di due maestri per Pini imprescindibili: De Angelis, che è anche prefatore della silloge, e Benedetti.

    Treviglio, via Milano

    Era da queste parti
    dove dicevi che sono nato,
    la piega dei fogli che ho letto e gli steli
    del grano d’estate, la terra
    dove poggiavo e adesso guardo: il giorno
    era a più distanze, ricordo
    la luce rotta di chi adesso, labirinto
    tra i campi è uomo.
    Le mura sono cresciute senza germogli
    attorno la pioggia che porta per mano
    fino alla carta, dove s’impara il seme
    e che questa è una casa so scriverlo,
    un amore dove la radice arrampica.
    una pianura, quanta fatica per tornare qui.

     

    Antonio Lanza (1981) presenta un poemetto narrativo, intitolato Etnapolis. Etnapolis, la città del tempo ritrovato, recita la denominazione che, offendendo terribilmente Proust, è stata assegnata a un tempio commerciale, un mostruoso complesso multifunzionale progettato nel Catanese da Massimiliano Fuksas. Il poemetto è potente, ha ragione Pusterla nell’introdurlo. E ha ragione nel dire che «mescidazioni, ibridismi, riduzione al minimo di lirismo ed egolalia» sono caratteristiche evidenti. Il poeta passa (ci fa passare) alcuni giorni in questo “contenitore”, in questa Babilonia, enorme e innaturale tanto che è «Più irreale l’Etna una tonalità di blu / più scura del cielo alle spalle / che Etnapolis ancora illuminata». I giorni diventano sezioni dell’opera, da Domenica a Mercoledì, alla luce di una poesia in cui tutto può e deve entrare. Tra brani rubati, pezzi di discorsi, annunci, notizie, la prosa del mondo fluisce nel mare dei giorni e ci consegna questa «Balena spiaggiata» che è Etnapolis:

    Etnapolis di etnapolis, tutto
    è etnapolis, dalla terrazza da cui solo mi sporgo
    lamento, finito il turno, la prova.
    (C’è buio fitto adesso – e dorme distesa
    tutta sotto le stelle la colossale
    Babilonia.) Balena spiaggiata, Etnapolis,
    colonia penale, Etnapolis,
    pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia –
    piàcciati entrare intera nel mio canto,
    le luci come l’immondo.

     

    Quelle di Jacopo Ramonda (1983) sono prose brevi da ricondurre alla poesia per quanto sanno offrire nel loro esito e per il taglio dello sguardo da cui prendono vita. Sul confine tra prosa e poesia, quella di Ramonda è poesia potremmo dire per origine e destinazione. Oltre l’idea del racconto e la volontà del raccontare, che pure ci sono, si tratta di una popolazione di nomi e di situazioni che via via si rivelano più che altro in qualità di cartoline, biglietti, piccole finestre sulla vita di molti. E sono vite senz’altro rappresentative di ognuno. La finestra non è mai spalancata, la griglia è giusto accostata, entra poca luce e solo un po’ d’aria: quello che serve per lasciare fluire di queste vite le annotazioni salienti. Particolarmente importante l’utilizzo dell’idea di cut-up nella sezione Noi significativamente dedicata ad Andrea Inglese. Buffoni fa riferimento, nella premessa, a Giampiero Neri quale ascendente possibile per Ramonda. C’è molta differenza tra i due, ma credo la stessa vocazione alla tessitura, lo stesso movente:

    Nina (#2)

    Dopo quarantacinque minuti spesi inutilmente tentando di addormentarsi, Nina si alza dal letto e si dirige verso il bagno. Appena entrata, prende una sigaretta dal pacchetto che ha lasciato sulla lavatrice e l’accende. Mentre fuma, regola il miscelatore e osserva il livello dell’acqua salire. Controlla un paio di volte la temperatura con la mano libera, poi lascia scivolare il pigiama sulle piastrelle fredde e immerge il suo corpo nella vasca. Con la nuca appoggiata al bordo, socchiude gli occhi, aspettando un segnale di resa. Appena lo sente arrivare, rilassa i muscoli della schiena e si abbassa leggermente, lasciando che l’acqua sommerga le spalle e il collo. Il calore che l’avvolge contribuisce a ricostruire la condizione d’isolamento fetale di cui ha bisogno. Una simulazione, per certi versi simile alle esercitazioni in assenza di gravità con cui gli astronauti allenano il fisico alla permanenza in orbita, ma in previsione di un viaggio con caratteristiche opposte, fondato sull’immobilità. Il sonno.

     

  • 08Mag2017

    Lorenzo Barberis - unionemonregalese.it

    Jacopo Ramonda: prosa d’arte nel terzo millennio.

    Un giovane poeta del monregalese, Jacopo Ramonda, è giunto a una prestigiosa pubblicazione. Un’occasione per rivedere il concetto di “prosa d’arte”, genere ultimamente un po’ negletto della nostra tradizione letteraria.

    Jacopo Ramonda, classe 1983, è uno dei nuovi poeti delle nostre zone. Nato a Genola, cresciuto a Carrù, vive attualmente a Vicoforte; ed è stato selezionato di recente per il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos, una tradizione che ha ormai ventisei anni e che costituisce uno dei più interessanti ed autorevoli sguardi sulla poesia italiana contemporanea. Sette libri di sette giovani poeti, tutti generazionalmente dal 1980 in giù come anno di nascita. Il criterio è anche in parte geografico, e  Ramonda diviene così il rappresentante di un “remoto angolo di Piemonte non lontano dal confine francese”, una “poesia di confine”, come chiarisce Franco Buffoni nell’acuta prefazione alle sue opere, anche se un confine con una “terra incognita” sotto il profilo generazionale e storico, più che sotto quello geografico.

    Ramonda ha già alle spalle un curriculum letterario di tutto rispetto, a partire da “Una lunghissima rincorsa. Prose brevi” (Bel-Ami Edizioni, 2014), e numerosissime altre presenze e collaborazioni. La cosa più interessante è sicuramente la scelta di una forma poetica avvicinabile alla rara tradizione della “prosa d’arte”, solitamente difficilmente percepita nella sua stessa esistenza da un largo pubblico, per la sua liminalità tra prosa e poesia. Le prose d’arte di Ramonda, poi, sono apparentemente non prive di elementi narrativi. Umberto Fiori le vede come il procedimento ad asciugare “dove Fabio Volo ricamerebbe interi romanzi”; a me viene in mente Borges e le sue Finzioni, dove la acutissima pigrizia di non voler scrivere un romanzo lo portò a recensirne molteplici, immaginari. A un primo impatto l’opera di Ramonda sembra davvero restituirci dei mini-racconti essenziali, scavi di psicologie leggeri e minuziosi, accorti: siamo giustamente agli antipodi della prosa d’arte primonovecentesca, in vari modi ricca, spesso dannunziana, ostentatamente comunque anti-narrativa.

    Vengono in mente certi testi, ugualmente brevi ma all’opposto fortemente narratologici, di un Buzzati, di un Giulio Mozzi. Quest’ultimo spesso consigliava tali condensazioni come esercizio nel suo ricettario di scrittura creativa (in Ramonda siamo, ovviamente, non all’esercizio ma alla tecnica sopraffina). Verrebbe voglia di un confronto che potrebbe risultare illuminante sulla differenza tra racconto e prosa d’arte oggi, ma la soluzione forse ci viene già dal rifiuto di Mozzi del concetto di “personaggio” come fil rouge (a favore invece della Narrazione), mentre qui in Ramonda abbiamo un possibile “io prosastico” (nelle due possibili accezioni del termine: la forma della scrittura e la quotidianità antipoetica in cui esiste, ad esempio, la dermatologia) indagato a distanza, in una sezione anche tramite la terza persona, dall’autore. Il personaggio è comunque indagato, nella sua duplice veste di personaggio/comparsa; e questo offre un’altra possibile, intrigante riflessione su questa dicotomia fragilissima, griglia d’analisi escheriana di un testo narrativo: dove il personaggio si sfuma in comparsa, e viceversa?

    Uno studio che diviene interessante filosofia sul testo per chiunque provi ad assegnare una analisi testuale standard a una classe del biennio delle superiori, e che sa come eccessi di zelo facciano assurgere folle di camerieri, passanti, autisti anche invisibili al testo al ruolo di comparse, o come – in allievi più sciatti –  personaggi all’apparenza irrinunciabile vengano degradati ignominiosamente al rango inferiore (anche al fine, pensa il docente malevolo, di evitare la descrizione dettagliata: “Don Abbondio: comparsa”). Ecco, forse queste “prose d’arte” sarebbero perfette per il lavoro didattico in classe, per la loro natura di meccanismo letterario breve e però complesso, un primo approccio – tra i molti possibili – alla ineffabile molteplicità dei testi.

  • 03Apr2017

    Alberto Cellotto - librobreve.blogspot.it

    “Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano” di Marcos y Marcos. Intervista agli autori

    Come nel caso dei precedenti due “Quaderni”, l’undicesimo nel 2012 e il dodicesimo nel 2015, di seguito potete leggere un’intervista collettiva agli autori antologizzati in “Quaderni italiani di poesia contemporanea”, pubblicazione periodica curata da Franco Buffoni e da diversi anni edita da Marcos y Marcos. Le domande rivolte agli autori di questo “Tredicesimo quaderno italiano” sono le medesime delle passate interviste apparse sulle pagine di cui poco sopra in Libro breve.

    Ringrazio gli autori Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini e Jacopo Ramonda. Le prefazioni alle loro raccolte autonome sono di Antonella Anedda, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Flavio Santi e Niccolò Scaffai.

    Per quanto riguarda le presentazioni del volume, ricordo che la prossima sarà a Bergamo alla Fiera dei Librai il 15 aprile (con un’introduzione di Mario Santagostini). Si segnala già ora la presentazione del 24 maggio a Milano presso “Spazio Poesia” nella quale interverranno Franco Buffoni e Massimo Gezzi.

     

    Agostino Cornali

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    AC: L’idea del bene di Mario Santagostini, un libro che ho faticato molto a procurarmi.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    Ho iniziato a leggere poesia quand’ero abbastanza piccolo, ben prima di studiarla a scuola, e grazie ad alcune antologie del Novecento che mi sono capitate per caso tra le mani. Perciò le prime letture sono quelle di alcuni “classici” italiani del secolo scorso, Montale e Luzi in particolare. Per quel periodo tra gli stranieri devo citare almeno Borges, Pessoa e qualcosa di Rimbaud. Ma il più importante di tutti penso sia stato, fin dall’inizio, Leopardi. Poi ho conosciuto Sereni, Fortini e tra i viventi Pusterla, Santagostini, De Angelis, Magrelli. Un autore straniero che oggi leggo spesso è Charles Simic.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    AC: Poiché è stata la lingua che per tanti anni ho prima studiato e poi insegnato, sarei curioso di leggere un mio testo tradotto in latino. Tra le lingue moderne, visto il prestigio della letteratura che in quella lingua si è espressa, direi il francese.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    AC: Sceglierò un riferimento cinematografico: la corsa verso il mare del ribelle Antoine Doinel nella scena finale de I quattrocento colpi di Truffaut.

    “Un tempo qui era tutto un bosco,                                                Gazzaniga

    erano selve spaventose e scure”

    recita una voce smarrita di cantore,

    di custode delle ombre

    che a quest’ora s’affollano nei corridoi.

    “Adesso attraversiamo gallerie, sottopassaggi, tunnel

    il fiume con denti d’acciaio

    scava ancora il suo letto,

    non trova pace

    i nostri figli scendono da corriere azzurre

    s’accalcano davanti

    alle porte ancora chiuse

    non dicono nulla, sono senza fiato

    ma con gli occhi cercano qualcuno,

    cercano te”

     

    Claudia Crocco

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    CC: Carlo Bordini, I costruttori di vulcani. È un libro del 2010, ma per motivi personali ho avuto una sorta di blocco verso quel libro, e l’ho letto solo da poco.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    CC: In prosa o in poesia? In prosa, la prima cosa seria che ho letto è stata I malavoglia di Verga, in quarta ginnasio; la prima cosa seria che mi ha lasciato il segno è stataScuola di nudo di Walter Siti, all’università; il romanzo che ha avuto più importanza per quello che poi ho scritto nel XIII Quaderno è I detective selvaggi di Roberto Bolaño. In poesia è più facile. Il primo libro serio, al liceo: i Canti di Leopardi; i libri che hanno lasciato il segno, tutti all’università: gliStrumenti umani di Vittorio Sereni, Somiglianze di Milo De Angelis e Umana gloriadi Mario Benedetti. Nel periodo in cui stavo scrivendo Il libro dei volti, però, per me stavano diventando importanti anche le prose di Alessandro Broggi (Avventure minime) e la raccolta The Complete Poems di Philip Larkin; ah, e poi rileggevo per la prima volta da persona adulta I mondi di Guido Mazzoni.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    CC: In inglese, perché è quella che conosco meglio.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    È come riguardare, da trentenni, le puntate di Dawsons’ Creek o di Piccoli problemi di cuore.

    Ma sono anche una studiosa (il mio lavoro sulla poesia è per me più importante di quello per il quale mi intervistate qui), dunque devo conoscere bene la metrica. Io non ho mai avuto un buon orecchio metrico, non sono di quelli che riconoscono endecasillabi e settenari al primo ascolto: al contrario, a un certo punto mi è servito migliorare le mie conoscenze metriche e farle passare da decenti e molto buone. Ci ho lavorato moltissimo, e, alla fine di un dottorato, credo di essere in grado di prevedere cose tipo che Joey e Pacey finiranno insieme. Ma non dureranno.

    VETRINA

    Il vetro rivela in fretta passando

    due persone ferme una gelateria

    affollata anche d’inverno soli

    l’uno di fronte all’altra, per caso.

    La paletta azzurra lui la avvicina

    piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe

    del rossetto sfumato. Gli sorride,

    ha meno freddo, per caso incrociano gli occhi.

    Non si conoscono ancora non sanno

    di essere meno estranei ora in uno sguardo.

     

    Antonio Lanza

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    AL: Mi perdonerà, ma ne intendo citare tre: un libro ancora inedito, ma di cui sentirete parlareKrankenhaus di Luigi Carotenuto; uno di una delle migliori poetesse italiane, Maria Attanasio, Blu della cancellazione; e un libro di uno dei più significativi poeti europei, Zbigniew Herbert,L’epilogo della tempesta.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    AL: Le primissime letture, quelle del Liceo e dei primi anni dell’Università, non posso che definirle superficiali, scolastiche, disordinate, ma bulimiche. Una telefonata della poetessa calatina Maria Attanasio, generosa di consigli e suggerimenti, cambiò le cose, e la direzione stessa delle mie letture: Milo De Angelis, Maurizio Cucchi: mi aprì insomma alla contemporaneità. Tema dell’addio su un autobus a Catania, tornando a casa; e poi, curiosamente, il Sereni di Stella variabile, prima ancora che Gli strumenti umani mi costringesse a letture continue, innamorate. E ancora il Ripellino diSinfonietta letto ad alta voce sotto un cipresso a Etnapolis, i dialoghi di Nel magma di Luzi, il Larkin metropolitano di Finestre alte, il Bertolucci arioso di Viaggio d’inverno, il Pusterla di Argéman. E inoltre, il dialogo incessante con i miei conterranei, i vivi e i morti: Nino De Vita di Fosse Chiti, l’impervio e vulcanico Angelo Scandurra; il dimenticato ma robusto Fiore Torrisi, e i classici Stefano D’Arrigo, Lucio Piccolo, Bartolo Cattafi. Tra i miei coetanei infine (anche loro, attraverso il farsi dei loro versi e la loro presenza, “lasciano il segno”): Vincenzo Galvagno, Fernando Lena, Maria Grazia Insinga, Pietro Russo, Patrizia Sardisco. Ma nell’educazione di un poeta non ci sono solo gli altri poeti, così mi piacerebbe almeno citare le corpose suite e i concept album dei Pink Floyd, che mi hanno insegnato il respiro lungo e la progettualità dell’ispirazione.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    AL: In inglese.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    AL: L’annegata a cui il poeta pratica un’assistenza respiratoria d’urgenza. E tenta di salvarla, salvandosi.

    Voci dagli altoparlanti

    III

    E il divieto, cifra

    del padre, parla a Etnapolis con voce

    maschile: vietato entrare negli ascensori

    con il carrello, vietato fumare,

    vietato parcheggiare in un posto

    riservato ai disabili.

    Ma al di qua di questi

    deboli steccati, la messe di auguri

    di piacevole permanenza, di buoni

    acquisti, di felice anno nuovo è

    voce accogliente di donna perché alla donna

    compete la sfera degli affetti,

    i doveri di casa, le calde

    mani sul viso.

     

    Franca Mancinelli

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    FM: Un libro di prose scoperto qualche anno fa, che ha una forza di irradiazione molto intesa,Autoritratto al radiatore di Cristian Bobin (Gallimard 1997; AnimaMundi edizioni 2012). Un potente condensato di poesia, di capacità di esporsi nudi a ciò che ogni giorno porta, tra finestre di vuoto, raggi di luce, piccole presenze che abitano lo spazio come fiori recisi. È un libro che affronta una perdita, celebrando la vita, i suoi gesti quotidiani, il suo splendente mistero.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    FM: Sul mio corpo-tavoletta di argilla sono incise parole. Mi piace sentirle affondare nel petto, a bocca cucita, sigillata in quel silenzio da cui affiorano voci, scie di altre bocche. Questo accadeva nella mia  prima adolescenza, quando il mio corpo era immerso per metà nell’acqua come quello di un anfibio. L’acqua è la possibilità di un’altra vita nella vita di ogni giorno. Questa stessa valenza ha per me la parola, quando puoi immergerti, sprofondare nella sua materia. È forse impossibile riconoscerne i segni, sembra di portarli da sempre, come un’impronta avvolta attorno a un punto invisibile. A ogni modo i miei primi torrenti e pozze d’acqua sono stati i libri di Cesare Pavese, Fernando Pessoa, Rainer Maria Rilke, Dostoevkij.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    FM: L’anno scorso, in questo stesso mese, per un progetto di scrittura ho frequentato un reparto di pediatria  dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Mi sono trovata a giocare con un bambino che non sapeva ancora leggere. Quando ha visto il mio taccuino, ha iniziato a tracciare nelle pagine bianche linee seghettate e taglienti. Io ne leggevo ad alta voce il suono, decretandone alla fine la lingua: è giapponese! Una linea più dolce, come dune mosse dal vento, era l’arabo. Una linea ondulata il mare. Una linea che si avvolgeva e tornava su stessa, un uccellino che saltella. Forse in quest’unica aperta lingua dell’infanzia mi piacerebbe tornare, immergere la forma della mie parole, riplasmarla come in un fango primordiale.

    Amo la possibilità di sostare in questa soglia dove siamo finalmente liberi dalla necessità di comprendere. Per questo mi piace immergermi nel suono di lingue sconosciute, di cui non posso intuire il significato. È la possibilità di arretrare, di defilarsi da ogni vincolo di comunicazione, in quello spazio muto, di pura percezione, dove le parole trascorrono sospese, nel loro mistero, come grandi nuvole.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    FM: Per i versi del mio primo libro, Mala kruna, la metrica è stata una di quelle sottili reti metalliche che avvolgono i crinali dei monti soggetti a frane. Conteneva e arginava la mia incertezza. Dopo avere avvolto e riavvolto a lungo i versi in me, finivo per ricorrere a una istintiva e alquanto approssimata verifica del conto delle sillabe, picchiettando nell’aria con i polpastrelli, come su una tastiera invisibile. Se risultava un endecasillabo, o anche un novenario o un settenario, finivo per affidare le parole al foglio e riconoscerle. Questo è stato soprattutto per i primi testi. Poi, già dalle ultime sezioni di Mala kruna, è sempre stato il ritmo, più della metrica, che ho cercato. Il ritmo è una legge che precede ogni forma e significato. È un cordone che ci riconnette al primo pulsare del mondo. Con Pasta madre l’ho sentito all’interno di quella stessa lingua che ricevevo in dono e a mia volta donavo, perché si compisse nell’altro, in uno spazio di accoglienza e di ascolto. Con i frammenti che sono nati dopo, Tasche finte, l’ho lasciato sciogliere oltre la fine del verso. La lingua, come un muscolo che si era istintivamente contratto, ora mi chiedeva di distendersi.

    da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)

    darò semplici baci di sutura

    verserò saliva a ogni giuntura

    sarò sbucciata e dolce ai denti.

    Ogni mattino ti coglierò un pugno

    di fiori dal selciato.

    Per te avrò aghi sempreverdi

    e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

     

    Daniele Orso

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    DO: Dall’interno della specie di Andrea de Alberti. Non proprio tra gli ultimi ma sicuramente hanno lasciato il segno anche Simon Armitage, Paul Durcan, Yari Bernasconi.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    DO: Domanda difficile… Del novecento italiano direi il gruppo di Officina (Fortini e Pasolini sono ovvi, ma anche Roversi e Leonetti), corretto in qualche modo dalla scuola milanese (Sereni l’ho amato molto, e poi Raboni). Come tutti gli anti-novecentisti ho una sterminata ammirazione per Caproni… Infine Giudici che sento sempre più vicino… Ma tanti altri: D’Elia, secondo me ingiustamente un po’ trascurato, Benedetti… Tra i dialettali, Giacomini… E non cito i maestri riconosciuti (Auden, Heaney, Mandelstam, Brecht…). Ma l’alfabeto l’ho imparato su Saba e Montale. Come tutti. E poi taccio per ritegno alcuni che hanno a che fare in qualche modo coi Quaderni… Se però devo proprio dirne uno tra i primi libri di poesia letti, direi l’antologia del ‘900 di Mengaldo.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    DO: In tedesco. Non lo parlo ma mi affascina. La lingua che nel bene e nel male ha segnato il ‘900. E poi di Brecht, di Enzensberger, di Bernhard…

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    DO: Un bel paio di scarponi. Per quanto vecchi e usurati, sai che se vuoi affrontare le montagne, anche se possono sembrare scomodi o pesanti, sono uno strumento che ti aiuta a superare le asperità. Puoi anche sperimentare nuovi modi per salire le montagne, lasciar perdere qualsiasi sentiero, o tracciarne di nuovi, ma i riferimenti sono sempre quegli scarponi e i sentieri già segnati.

    *

    Tu che godi delle spighe già mature

    Ricorda che per farle così gialle

    C’è fatica e sudore sulla schiena

    E la linfa si è seccata al calore

    Dell’estate e alle ore ferme sotto

    Al sole e al tremore dell’aria che bolle.

    Talvolta molto scarso è il grano.

    Talvolta bruciato è il raccolto.

    Non puoi dire quanto saranno

    I tuoi sforzi compensati. Non questo

    È il punto. Non c’è merito né danno.

    C’è solo un atto da fare. Fallo.

    Niente bravo o applauso finale.

    Fieno per le bestie, nel fienile strame.
    Stefano Pini

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    SP: La pietra di OsipMandel’stam, nell’edizione del Saggiatore: una steppa che non lascia scampo, una scoperta tardiva ma importante.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    SP: Tra le prime: Le illuminazioni di Rimbaud, incontrate per caso quando ancora ero troppo piccolo per capirci qualcosa, e il Leopardi scolastico, forse il primo ricordo di lettura poetica consapevole. A lasciare continuamente il segno, sempre, sono invece Vittorio Sereni, Milo De Angelis e Mario Benedetti.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    SP: Innanzitutto in inglese: per affezione, conoscenza diretta della lingua e un certo immaginario condiviso. Poi in portoghese, di cui mi piacciono il suono e la malcelata malinconia.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    SP: La descriverei come una marea, con il suo ritmo, le sue noie, il suo fascino, la sua scientificità. La si può assecondare, ci si può adattare e anche proteggere dalla marea, ma non la si può ignorare.

    Treviglio, via Deledda

    L’età mette ordine nei cassetti

    le primavere ancora rosa, come le scale

    del santuario che sta lì da secoli

    e nessuno più teme, nell’orbita del paese.

    Si crede in una specie, un conforto

    per le ossa azzimate e il suono di un figlio,

    le ore contate che fanno un padre.

    Si prova qualcosa, a dire che non è la fine.

     

    Jacopo Ramonda

    LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?

    JR: Via provinciale di Giampiero Neri.

    LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?

    JR: I primissimi a colpirmi, durante il liceo, sono stati Lee Masters, Bukowski ed Eliot. Ma i poeti che hanno veramente lasciato il segno li ho letti più tardi, quando ho deciso di mollare con la musica per provare a scrivere seriamente (per seriamente intendo quotidianamente). Si tratta per lo più di contemporanei: Giampiero Neri, Tiziano Rossi, Umberto Fiori, Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Guido Mazzoni, Alessandra Carnaroli, Francesca Genti, Raymond Carver, Russell Edson, Charles Simic, Mark Strand, Simon Armitage, Billy Collins e altri ancora che mi piacerebbe citare, ma direi che si tratta di un elenco già troppo lungo.

    LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?

    JR: In inglese, la lingua di molti miei miti musicali e letterari.

    LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?

    JR: Non so se posso rispondere a questa domanda, dato che scrivo prose brevi.

    Istintivamente, mi viene in mente l’immagine di una città lontana, lasciata alle spalle, per trasferirsi in un’altra nazione, con varie affinità e aspetti in comune con la precedente, ma anche con regole, usi e costumi differenti.

    Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)

    Mentre ti aspetto seduto su una panchina, mi lascio catturare dal modo in cui uno sciame d’api si spinge avanti, contorcendosi e aggrovigliandosi in un intreccio di orbite ellittiche. L’avanzata del sistema è una conseguenza delle derive dei suoi componenti, che sembrano rincorrersi tra loro.

    Nell’illusione che il numero dei passi sia proporzionale alla distanza coperta, procediamo lungo un percorso a spirale, in cui scopriamo quello che vogliamo dire nell’atto di dirlo, tra errori, dimostrazioni di coraggio e ripensamenti. La capacità di coordinare i movimenti, e avanzare in posizione eretta, è un meccanismo che pare studiato apposta per permetterci di affrontare la lunghissima rincorsa che ci aspetta. Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. Un’illusione ottica, originata da uno sciame di meteore che si rincorrono invano lungo orbite parallele, sulla traiettoria della Terra, finendo per esserne travolte e sgretolandosi nel contatto con l’atmosfera.

  • 31Mar2017

    Redazione di biancavillaoggi.it - biancavillaoggi.it

    I versi poetici di Antonio Lanza nella prestigiosa raccolta Marcos y Marcos

    C’è anche un biancavillese, Antonio Lanza, tra i sette giovani poeti inclusi nel prestigioso “Quaderno italiano di poesia contemporanea” giunto ora alla tredicesima edizione, pubblicato dalla milanese Marcos y Marcos e curato da Franco Buffoni.

     

    Ciascun autore (insieme a Lanza: Agostino Cornali, Claudia Crocco, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini e Jacopo Ramonda) presenta una raccolta autonoma preceduta dalla prefazione di alcuni dei migliori e già affermati poeti italiani. Sette libri di poesia, quindi, racchiusi in un unico volume.

    Uscito in tutte le librerie d’Italia il 30 marzo, il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea verrà presentato – prima tappa di un lungo tour promozionale – questo pomeriggio, alle ore 18, presso la libreria Feltrinelli di via Etnea, a Catania.

    Con Antonio Lanza e il cuneese Jacopo Ramonda, interverranno Maria Attanasio, poeta e scrittrice calatina, e Vincenzo Galvagno, avvocato e poeta.

    Modererà l’incontro il giornalista Nicola Savoca.

    Tema di fondo della raccolta di Antonio Lanza, un poema narrativo dal titolo “Suite Etnapolis” impreziosito dalla prefazione di Fabio Pusterla, è la dittatura delle merci all’interno di un centro commerciale.

  • 30Mar2017

    Redazione di Nuovi argomenti - nuoviargomenti.net

    XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea

    Da poco uscito il XIII Quaderno di poesia italiana contemporanea, a cura di Franco Buffoni (MarcosyMarcos, 2017). Di seguito una selezione di testi.

     

    Agostino Cornali

    Premolo

    Non so niente di un paese
    circondato dai torrenti
    e sospeso sopra un fondovalle
    di fabbriche tessili, ponti e scolari
    che aspettano l’autobus

    niente delle sue cripte, degli anfratti
    dei tagli nella roccia che nascondono
    sepolture preistoriche

    so che a quest’ora
    l’oscurità rifluisce sul fondo delle strade
    e tu come una naiade
    indomita l’attraversi.

    *

    Claudia Crocco

    a CP, per ogni tragica impossibile condivisione

    «Capisco tutto. Ma non siamo sole».

    Se sono ancora vividi qui
    gli schermi a distanza in sala grande
    l’inizio le nostre diffidenze reciproche,
    il distacco premuroso di lui le incertezze
    di ogni progetto sui prossimi anni
    nel bagno dell’università
    piangendo, a volte, il tuo stupore
    e i silenzi crudelissimi le attese successive
    prima di tornare a fingere
    lo scialo di vita nel nostro
    bianco e blu orizzonte condiviso
    dolorosamente; se il ricordo
    della provincia di notte davanti al chiosco con l’insegna
    – i nostri commenti sulle differenze regionali
    dal rito notturno dei panini –
    è già più sfocato ora,
    non sono i chilometri, saremo lontane
    per una distanza di polveri digitali
    già nell’aria ora
    di cinguettii isterici,
    desideri che più non si toccano –
    confini dilatati esplosi.

    Forse ci riconosceremo ancora
    fissando un’immagine stampata
    nelle pupille

    (Quando hai preso la rotonda,
    ancora credevamo era possibile
    tornare indietro, appartenere a un luogo,
    trovare un centro.
    In quel momento della notte
    il traffico non era intenso. Due macchine a destra,
    le corsie interrotte della Siena-Firenze
    chiudevano lo sguardo.
    Quegli anni alle nostre spalle un parcheggio deserto,
    un nulla così pieno davanti a noi.)

    Se due solitudini s’incontrano, non è detto
    che abbiano una lingua per comprendersi.
    Non voltarti più.

    *

    Antonio Lanza

    Vergine e pubica la domenica di Etnapolis
    dieci minuti prima dell’apertura
    al pubblico, ma già la percorrono
    i primi polpacci pelosi e carrelli
    Iperfamila che sferragliano vuoti.
    Saracinesche aperte ad altezze variabili
    come palpebre offese al sole
    con fiamme di logo al sommo delle porte.
    Al mattino le commesse hanno il volto
    tagliato di sghimbescio da un tratto
    rosso di uniposca, e bevono tazzine di caffè
    ricostituente al bar di Prestipino.

    *

    Franca Mancinelli

    da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)

    darò semplici baci di sutura
    verserò saliva a ogni giuntura
    sarò sbucciata e dolce ai denti.
    Ogni mattino ti coglierò un pugno
    di fiori dal selciato.
    Per te avrò aghi sempreverdi
    e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

    *

    Daniele Orso

    SCRIVO DA UNA REGIONE

    a G. R. (1988 – 2016)

    Scrivo da una regione tutta cablata
    Da fili sotterranei di vetro e rame
    Chiusa da catene interrotte di monti
    A nord e a sud il mare. A ovest le piane.

    Cominciano le piogge sulle foglie nelle strade
    Legano le nebbie le case ad una ad una
    Mentre avvolgono i comignoli le nuvole
    Ai paesi delle fabbriche sparute.

    Scenderò il viale silenzioso d’alberi ed ortiche
    Che porta verso il fiume nella sera novembrina
    Ammirerò le trebbiatrici che falciano tenaci

    Tane di topi nidi di pernici ciuffi di gramigna
    Ed erba medica. Lepri volpi e nutrie.
    Mi sentirò parte d’un sottobosco sanguinoso.

    *

    Stefano Pini

    Treviglio, via Milano

    Era da queste parti
    dove dicevi che sono nato,
    la piega dei fogli che ho letto e gli steli
    del grano d’estate, la terra
    dove poggiavo e adesso guardo: il giorno
    era a più distanze, ricordo
    la luce rotta di chi adesso, labirinto
    tra i campi è uomo.
    Le mura sono cresciute senza germogli
    attorno la pioggia che porta per mano
    fino alla carta, dove s’impara il seme
    e che questa è una casa so scriverlo,
    un amore dove la radice arrampica.
    Una pianura, quanta fatica per tornare qui.

    *

    Jacopo Ramonda

    La stasi (cut-up n. 104)

    Come un cane addestrato espleto tutti i doveri necessari a garantire il mio sostentamento, e mi destreggio con efficienza tra gli impegni della giornata. Mi sono abituato a sorridere per risultati minimi, o per sventate minacce; mi siedo comodo, a subire la vita, consapevole del fatto che certi cibi richiedono una maggiore masticazione rispetto ad altri. A volte, prima di dormire, ripenso a tutti gli errori che ho commesso d’istinto, alle intuizioni rimaste intrappolate nelle ragnatele, alle mie migliori intenzioni contaminate dalle necessità, da ristrettezze che non sono stato in grado di preventivare. Mi rendo conto che il mio passato recente è stato pesantemente condizionato da scelte invisibili, da scambi mancati che mi hanno arenato su binari morti e dalle conseguenti reazioni a catena che quelle sviste hanno innescato. Nel dormiveglia ritorno sui luoghi dei miei incidenti, mi rivedo seduto sul bordo di un cambiamento radicale che allora non mostrava ancora alcun sintomo, ma che di lì a poco mi avrebbe travolto. Ripercorro le deviazioni che ho imboccato senza rendermene conto, forse per mancanza di intuito o di esperienza, e che mi hanno portato qui, a questa vita che non mi somiglia, che sembra essere frutto di un equivoco.
    Durante il giorno tutto ha un sapore completamente diverso e raramente cedo a pensieri di questo tipo. Le settimane trascorrono velocemente, rincorrendosi tra loro, ed io mi lascio trasportare dalla corrente, dalla routine che dirige le mie giornate, avanzando lungo il percorso di tappe obbligate con il pilota automatico. Seguo il corso del fiume, facendo attenzione a non esondare, fino a quando mi accorgo di alcune inezie che mi schiacciano al suolo. Non so perché, ma a volte il minimo inconveniente è sufficiente per scoraggiarmi, per indurmi a desistere; ogni ostacolo sembra essere la conferma di un errore a monte, di un progetto fondato su uno sbaglio. Queste riflessioni troncate sul nascere mi portano quasi sempre alla stessa conclusione, ad una conclusione di comodo: mi dico che, in fondo, rientra tutto nella media di incidenti ordinari e trascurabili morti quotidiane, infinitesimali parti di me che muoiono nelle mie apnee, speranze perse e poi dimenticate, piccole ischemie. Arriverà il giorno in cui mi basterò, in cui qualunque cosa sarà abbastanza, pienamente sufficiente. Alcune specie animali cambiano sesso spontaneamente quando si trovano in un ambiente monosessuale. Basterà pazientare ancora un po’ e presto, anche per me, arriverà il giorno in cui il sollievo sarà permanente, il compromesso diventerà un’abitudine, un meccanismo mentale perfettamente efficiente, un automatismo, come il battito cardiaco.

     

  • 29Mar2017

    Redazione di Le parole e le cose - leparoleelecose.it

    XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea

    [Esce in questi giorni il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos), a cura di Franco Buffoni. Ne fanno parte Agostino Cornali (1983), Claudia Crocco (1987), Antonio Lanza (1981), Franca Mancinelli (1981), Daniele Orso (1982), Stefano Pini (1983), Jacopo Ramonda (1983). Pubblichiamo una poesia per ogni autore. Ringraziamo l’editore per averci concesso i testi in anteprima].

     

    Agostino Cornali

    Gli inverni sempre più caldi, ………………………………..Temù
    i ghiacciai ritirandosi
    scoprono elmi chiodati
    baionette, barattoli di latta
    appesi al filo spinato

    nei giorni di disgelo si ingrossano i torrenti
    e sulle rive erbose, al limitare dei boschi
    giovani fantasmi di fantaccini
    si sfidano lanciando
    sassi piatti e sottili
    che rimbalzano sull’acqua

    “Abbiamo sconfitto gli imperi centrali”
    mi dici raggiante
    prima di riaddormentarti
    mentre l’autobus discende
    in una nenia di tornanti
    dal passo del Tonale.

    *

    Claudia Crocco

    Io voglio essere guardata

    I.

    Guardiamo: la schiena il vestito
    come si piega
    sulla pancia, controlli ora le
    cosce se si vedono, i collant tesi
    i capelli se reggono sulla
    te di questo mese; poi le labbra
    serrate mentre passi il rossetto
    con gli occhi sgranati,
    prima chiaro e poi più intenso –
    inutile nascondersi, non voglio
    io voglio essere guardata.

    II.

    La faccia la faccia come portarla
    di notte, tornando, e non potere
    cambiare anche quella al mattino –
    scolorirne i tratti per
    cancellarne il ricordo, bluffare con
    il tempo e le foto,

    (il grumo di rimmel sulle ciglia che
    sbattono contro il vetro, le iridi
    capovolte, vedermi
    vederci noi la lingua le viscere
    riflesse
    usurate nel tempo senza
    distanza. Noi non vedevamo
    – la miopia del mio nulla
    intatto, riflesso
    in ogni angolo del vetro sporco,
    nel diario pubblico –
    mentre sui tasti succedeva tutto
    negli occhi e la faccia registrava già)

    III.

    Guardiamo noi ora ancora – io vedo
    la distanza, non è
    non è quella dall’inizio: ora è fra
    la mia faccia di ieri e lo status
    di oggi, nel vetro che la restituisce
    a scaglie, s’è rotto ieri – tutta
    la solitudine è egoismo,
    ognuna è una faccia riflessa
    sul vetro sporco, un gioco
    di abitudini e tagli senza sangue,
    noia e crudele eccitazione.

    Io voglio essere guardata.

    *

    Antonio Lanza

    Le silenziose

    in camice giallo presto
    al mattino adempiono alle pulizie
    ordinarie: pulire dai residui
    di escrementi i cessi, sostituire
    la carta igienica dove manca,
    aggiungere il sapone liquido
    per le mani, lavare a dovere
    i pavimenti. Lasciano andandosene l’odore
    delle pulizie comandate, guasti
    o intermittenti alcuni dei faretti, strisce
    di sporco agli specchi, grumi sparsi
    di unto di anni alle piastrelle, velate
    di calcare le fontane. Sono donne minute
    o corpulente, e le immagini poco
    istruite ma piene di forza, puledre
    resistenti alle fatiche, indurite
    madonne. I forti guasti del vivere
    tracciati su visi ormai corazzati,
    sembrano
    aver fatto di se stesse una collezione
    a imbuto di sbagli: da ragazze, giovanotti
    e buona sorte si alternarono in ginocchio,
    i gradini delle scuole sembrando
    un trampolino di tre metri da cui
    staccarsi fiduciose per il tuffo; e poi,
    come fu che poi l’aria a tradimento
    si assottigliò, come fu che al salto
    mancò velocità e rotazione, che l’atteso
    ingresso in acqua avvenne di pancia,
    con incresciosi schizzi dappertutto.

    *

    Franca Mancinelli

    da Tasche finte

    Nel giardino, vicino al pozzo di mattoni, un gomito di acciaio emerge dalla terra. Lì si congiunge un tubo di plastica che striscia sull’erba fino a raggiungere l’orto. La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Frutti sempre più piccoli di quelli che si aspetta riempiono ogni tanto le sue mani e un canestro sporco sulla credenza. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso dell’acqua si perde, crescono erbe dure da estirpare, infestanti dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso, cibo per gli uccelli. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

    *

    Daniele Orso

    da Muri portanti

    L’edera aderì rasente al muro.
    L’anta dello scuro inaridì a febbraio
    Dall’infisso staccatasi d’un tratto
    Mentre distratte vagavano le ore.

    L’erba crebbe in fretta. In fretta
    Si seccò. Scomparvero le voci
    Una sera che più lenta la luce
    Riposò. Il tempo passò in fretta.

    L’edera rimase verde su quel muro.
    Il muro si crepò. La crepa
    Su quel muro creò un nome

    Al tempo. E il tempo fece il resto.
    Nominò le cose, diede un nome
    A quell’edera, a quell’anta e al muro.

     

    *

    Stefano Pini

    Milano, via Bovisasca

    C’è una linea dove la città cade
    un ponte a croce sui binari verso sud:
    se penso a via Bovisasca la sera
    fatico a dormire, a ricucire le voci
    spezzate dalle ringhiere
    ad agosto, la pioggia nuda che batte
    i piedi sul cemento e gli zigomi
    dritti verso dove scivola la fuga.
    Il fianco scoperto, la spesa in mano
    il riso di Curzio rimandato
    per non avere mai sempre vent’anni.

     

    *

    Jacopo Ramonda

    Torpore (cut-up n. 147)

    V. non praticava alcun tipo di sport dalla fine delle scuole superiori, e cioè da circa vent’anni. Uscendo dalla banca in cui lavorava, con una sigaretta ancora spenta tra le dita e la valigetta di pelle nella mano libera, sentì come un richiamo. Un impulso improvviso e incontenibile di mettersi a correre, a cui cedette senza esitare, vestito così com’era, in camicia e completo classico, mettendo un piede davanti all’altro sempre più rapidamente, con l’impressione di poter accelerare all’infinito. Un groviglio quasi inestricabile di passanti affollava i portici, ma V. riuscì a farsi largo con agilità, scartando a destra e a sinistra, e urtando con una spalla alcuni pendolari del tutto simili a lui, ma che procedevano molto più lentamente o nella direzione opposta. Superò la fermata del suo autobus e, con essa, gli anni di esilio spontaneo, la difficoltà a parlare in pubblico, la sua timidezza cronica con le donne; lo stress che prima o poi trovava una via d’uscita inappropriata, sotto forma di disturbi psicosomatici, cali di concentrazione, abitudini maniacali e varie paranoie ricorrenti, tra cui un’ostinata ipocondria. Il suo corpo sembrava uscito da un torpore decennale, e V. aveva finalmente riacquistato percezione del suo respiro e del suo battito cardiaco. Mano a mano che lo sentiva accelerare, cresceva proporzionalmente in lui la convinzione che tutto si sarebbe risolto, non soltanto durante, ma per mezzo della corsa.