Pietra sangue

Archivio rassegna stampa

  • 01Mar2012

    Gian Paolo Grattarola - Mangialibri.com

    Folgoranti e corrusche sequenze descrittive di rottami e detriti, oggetti dismessi e arnesi inutili: ”Poi macerie o depositi,/ assi divelte, latrati./ Muri d’alberi neri, cespugli e rare case/ illuminate? Una distesa/ di freddo guarda immobile/ il tuo asfalto bagnato.” Elementi di una natura che soggiace alle tonalità agghiacciate e spettrali: “Betulla impietrita dal gelo, catasta nera/ di legna gravata di neve e dentro il cielo/ come una strozzatura,/ vento o ghiaccio.” Quelle di uno scenario dietro il quale s’intravvede il bagliore cupo e sinistro di un’impossibile armonia tra l’uomo e il mondo: “Due avversari/ che non si parlano ma. Dove guardare, ti chiedi,/ di quale occhio fidarsi, a chi concedersi./ Se la nebbia si apre, per un attimo,/ se il vento delle altezze alza il sipario in un turbine,/ proprio là dove il caso indirizza lo sguardo,/ appare, chiaro, un lembo di montagna, ma staccata/ da terra, quasi in volo: aquila immensa/ di roccia nera e neve, artiglio ed ala”. In un inconcluso tenersi della disperazione con la tenacia della vita: “Che sia inutile,/ questo viaggio./Inutile ed essenziale./ Nessun trasporto, o luogo dove andare./ Solo l’acqua da attraversare,/ la luce da anticipare,/ il giorno da separare/ dalla notte”…  
Fabio Pusterla – poeta, traduttore e critico letterario nella Svizzera di lingua italiana, dove è nato nel 1957 e vive tutt’ora – vanta al suo attivo raccolte poetiche con cui dal 1985 a oggi ha riscosso un ampio riconoscimento di critica e prestigiosi premi internazionali. La sua ultima opera, Pietra sangue, è una silloge in cui l’autore si conferma maniacale forgiatore di una poesia insieme  realista e visionaria, in cui l’essenziale e il sublime convivono e contendono in una drammatica tensione tra forze divergenti: “Sono venuti due fiumi/ uno a sinistra bianchissimo, vasto/ fiume di luce bianca/ e l’altro rapido/ e magro,/ uno era una donna vestita di chiaro/ l’altro un’arma da taglio,/ uno mi accarezzava i capelli/ l’altro tagliava la gola”. Due anime che definiscono un rapporto a un tempo di vicinanza e di assenza tra ciò che si presenta dinanzi allo sguardo angosciato e tragico del poeta e il tono disincantato di un linguaggio chiaro e oscuro, poetico e discorsivo, ardito e comprensibile, che trova lettori non solo nell’angusta cerchia dei cultori della materia. Ponendo il libro tra le riuscite più ferme dell’attuale momento poetico.

  • 09Dic2011

    Gianfranco Colombo - La Provincia di Como

    Pusterla e la vita «Siamo in trappola, ci salvano le parole»

    Si intitola “Pietra sangue” ed è edita da Marcos y Marcos la raccolta di Fabio Pusterla, uno dei poeti contemporanei più sensibili e profondi. Insegnante e traduttore, oltre che poeta, Fabio Pusterla è nato a Medrisio nel 1957 e vive ad Albogasio, in Valsolsa, a due passi dalla Svizzera, sul lago di Lugano.
“Pietra sangue” raccoglie poesie scritte tra il 1994 e il 1999 ed è facile cogliere in alcune di loro il senso ultimo di un secolo arrivato alla sua fine. «In questa vasta desolazione di inverni» – si legge in “Tremolio” – «mentre la terra rannicchiata, si torce/ e qualcosa declina, che certi chiamano secolo/ o con fierezza immotivata millennio… mia nonna Idelma Formenti Bussolini/ di anni novantanove, sorda a tutto, anche alla vanagloria di un secolo che celebrava se stesso». “In effetti – ci dice Fabio Pusterla – questa mia nonna, che nel ’99 aveva quasi cento anni, è la cartina tornasole di tutta la retorica legata alla fine del secolo. Lei che incarnava con tutti i suoi anni il Novecento, era nello stesso tempo una persona fuori dal tempo, un elemento spiazzante nei confronti di tante autocelebrazioni”.

    Veniamo al titolo della raccolta, perché “Pietra sangue”?


    Con questo titolo ci si riferisce alla lavorazione artigianale della scagliola o “marmo dei poveri”. Questi artigiani usavano lucidare la lastra con sette diverse pietre l’ultima della quali era detta, in dialetto, “piétra saanch” ed era verosimilmente l’ematite. La sua caratteristica era strana perché si diceva che “fa venir fuori il bello ma lascia il brutto”.

    Cinque sue liriche sono dedicata al poeta Armand Robin, un altro personaggio “ai margini”, tanto sconosciuto quanto incredibile, come mai?


    Ho scoperto Robin da un suo libro, forse l’unico tradotto in italiano, ed ho conosciuto un uomo fuori dal comune. Poeta e traduttore, durante la guerra si era inventato un lavoro singolare: di notte ascoltava le varie radio e poi stilava bollettini che vendeva ai servizi segreti. Dopo la guerra, solo contro tutti, visse in una sorta di emarginazione che lo portò a condizioni economiche veramente precarie. Nel 1961 gli pignorarono mobili e libri. Lui, per tutta risposta, scomparve per due giorni; fu ritrovato, morto, nell’infermeria di un carcere.
    Vista anche questa incredibile figura di poeta, cosa significa oggi per lei scrivere poesie?
    Nel mondo globalizzato contemporaneo siamo come in una trappola, tutto è mercificato; lavorare sulle parole ci consente di aprire qualche finestra, ci aiuta a vedere un orizzonte, a scorgere un barlume di luce al termine del tunnel; è un modo per farci forza e riprendere il cammino.

    La poesia allora è anche uno strumento per conoscersi meglio?


    In questo nostro mondo accadono fenomeni curiosi. Le scritture poetiche, per esempio, sono diffusissime. Se poi il 98% di queste valgono poco, non importa, significa lo stesso che tantissima gente ha trascorso delle ore a scrivere, quasi fosse cosciente che il lavoro sulla parola ci può salvare dalla solitudine. Tutto questo avviene in un contesto in cui la poesia praticamente non esiste: i giornali non ne parlano, la televisione men che meno e i poeti sono visti come dei sopravvissuti. Eppure tanta gente continua ancora a scrivere poesie e a leggerle. Tutto ancora non è perduto.

    Lei vive in un paesino al confine con la Svizzera. Ha ancora senso parlare di “terra di confine”?


    Certamente vivere in un piccolo paese non è più come una volta. Il concetto di “centro” è molto cambiato questo è uno dei lati positivi della tecnologia imperante: possiamo lavorare nello stesso modo ad Albogasio o a Milano. Quanto al confine, anche questa condizione è molto diversa da un tempo. Forse, anche oggi, è uno dei luoghi in cui si possono cogliere maggiormente le contraddizioni di questo mondo e, da parte mia, cerco di dar loro voce attraverso le parole.