Piazza dell’unità

Archivio rassegna stampa

  • 10Nov2011

    Paola Grizi - lettera.com

    Mohammad è un affascinante quanto immorale ragazzo marocchino che, trapiantato in Italia, ha perso completamente i principi religiosi della sua famiglia di origine. Shen Li è la altrettanto splendida e disinvolta cinese di cui pare innamorato, salvo tradirla in diversi modi e maniere, fino ad arrivare a rischiare la propria vita.

    A questi protagonisti se ne affiancano e intersecano molti altri: da Michel del Burkina Faso, al rumeno Nikolaj, dalla nomade Elena, fino ad arrivare ad un piccolo cinese, che salva se stesso e la sua mamma trovando un rotolo di banconote, che cambieranno per sempre il loro destino.

    Piazza dell’Unità: Per chi finge di non vedere…
    Forse è la polizia. Sente gridare. Urla rapide, nette, taglienti come lame. Non sono grida italiane, le voci gli sembrano mature, ma con un accento quasi stridulo. Le voci continuano a parlare e lui non riesce a capirci niente.
    Tutto ciò che è osceno, nel senso latino di “fuori scena”, ottiene le luci della ribalta in questo romanzo in cui sesso, droga e violenza, caratterizzano la vita difficile, ma anche coraggiosa e talvolta eroica degli immigrati a Bologna.
    Il disincanto con cui l’autore affronta queste vite ai margini della società sgomenta, ma ci rende partecipi di una realtà di fronte alla quale la società italiana del benessere, tende a voltare lo sguardo, lasciando probabilmente alle nuove generazioni il compito di affrontarla, tralasciando colpevolmente di fornire gli strumenti culturali necessari per conoscerla fino in fondo. Un romanzo crudo e interessante, talvolta troppo slegato nelle storie che si susseguono con ritmo incalzante, che invita ad approfondire una realtà ancora troppo sconosciuta.

  • 17Ott2011

    Marilù Oliva - carmillaonline.com

    Dai disturbi patologici a quelli più leggeri – non per questo meno seri, se non fosse che la narrazione ci trascina con ironia, verve e una prosa sciolta, in una zona adiacente ai viali di Bologna e a ridosso della stazione, piazza dell’Unità, grande protagonista del libro citata nel titolo, epicentro di una zona più ampia che comprende parte del quartiere in questione, la Bolognina, miscela etnica multiforme apparentemente tranquilla ma dai sottofondi esplosivi.

    “Piazza dell’Unità” (Marco y Marcos, 2011) è una storia corale composta da diversi elementi − crimine, droga, sopravvivenza allo stato brado, sesso ma anche amore − e diversi personaggi, tutti riuscitissimi − italiani e cinesi, poliziotti e delinquenti, zingari, russe, marocchini col fascino di Scamarcio. L’autore li mescola sapientemente con imprevisti, traversie, un malloppone da migliaia di euro, e la lettura scorre veloce mentre si imbandisce – incanto dopo disincanto –questa favola metropolitana in cui il gioco alla sopravvivenza si alterna all’avidità per tutto ciò che più fa gola, in primis soldi e sesso. C’è perfino posto per l’amore e per l’onestà, perché così va il mondo, ogni tanto spunta pure qualche fiore nel deserto.
Maurizio Matrone, ex- poliziotto ed ora autore a tutto tondo – romanziere, sceneggiatore, saggista – ha scelto per molti dei suoi succosi protagonisti disturbi diversi: Mohammad, ancora sbarbo, spaccone cocainomane bello da far innamorare le fanciulle della scuola, Nikolaj, quindici anni compiuti, rumeno senza documenti, ex sniffatore di benzina alle prese con una piccolezza non solo morale, a tratti intenerisce, con la sua capanna fatta di rami, cartone, faesite e teli cerati, nella boscaglia suburbana a ridosso della stazione Due Madonne, e con la sua grama esistenza: «A Bucarest ha lasciato tanti fratelli e genitori poveri e ignoranti che ha visto veramente poco. Non sa leggere bene, ma capisce l’italiano. E lo sa pure parlare. Ruba. Vestiti da Giacomelli, da mangiare alla Coop, le Nike le prende al Decathlon. […] In Romania non sapeva neanche dell’esistenza di Bologna, non sapeva niente di niente, non sapeva nemmeno di appartenere a un genere sessuale. Per lui darlo o prenderlo sono esattamente la stessa cosa. […] Quasi tutte le sere se ne va al Parcheggio. Un po’ va a guardare e un po’ va a offrirsi. Se lo fa mettere dietro dagli omosessuali, lo succhia ai vecchi, masturba gli uomini più sensibili alle sue mani che a quelle della donna che li accompagna. Non gli danno molto. E non sempre lavora. È troppo piccolo e la gente ha paura. Ma la sua vera passione è guardare».

  • 30Set2011

    Alessandro Beretta - Corriere della Sera

    Niente di meglio, in un anno di celebrazioni per l’unificazione, che ascoltare una voce intelligente come quella di Maurizio Matrone in “Piazza dell’Unità”.

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  • 28Set2011

    Simone Camassa - vorrei.org

     

    Gianni Biondillo e a Maurizio Matrone, entrambi classe ’66, protagonisti dell’ultimo appuntamento di Brugherio per Bruma 2011
    Oltre che la scrittura, li accomuna una forte passione per la musica.

    Ex chitarrista l’architetto milanese Biondillo, cantante mancato (o meglio non pervenuto, come dice lui) l’ex poliziotto Matrone, residente a Piacenza ma una vita intera trascorsa a Bologna. Altro tratto comune, tutti e due sono stati catalogati in un genere che non rende completamente giustizia alle loro esigenze letterarie. Con loro abbiamo parlato di scrittura, influenze e del ruolo dello scrittore (ma non solo) nella società moderna.

    Un poliziotto pedagogo: sarebbe una società migliore se fossero così tutti i poliziotti, o sono due funzioni difficilmente compatibili, al di là dei casi individuali come il suo?
    Sono due percorsi completamente diversi. Sarebbe auspicabile che ogni poliziotto avesse una preparazione professionale, ma a trecentosessanta gradi, non che per forza siano pedagogisti, psicologi, o sociologi. Dovrebbero avere tutte le competenze e le capacità necessarie per comprendere ciò che li circonda. So che purtroppo non è sempre così. La professionalità è importante per qualsiasi lavoratore, intendiamoci. È poi vero che lo è a maggior ragione per una professione come il poliziotto, che svolge, o dovrebbe svolgere, una funzione d’aiuto, e non di repressione. Si ha a che fare con vittime, persone con dei problemi, che hanno bisogno di supporto. Avere tutte queste competenze però non è facile: dovremmo avere non un poliziotto, ma un super-poliziotto.

    Ha proposto al Ministero degli Interni di dipingere le auto della polizia con dei graffiti: le forze dell’ordine devono riannodare un contatto perduto con la società?
    È una cosa vecchia, di quando ero poliziotto. Si trattava semplicemente di una boutade, come a dire: facciamo qualcosa di spiritoso siamo troppo seri. Ci fu un vicequestore che mi chiese: perché vuoi graffiare le auto della polizia? Si chiuse lì. La polizia non dovrebbe avere bisogno di riannodare contatti, perché situazioni drammatiche come G8 di Genova o Uno Bianca non possono determinare una totale mancanza di fiducia. Se non ti fidi delle istituzioni vuol dire che non siamo in un paese democratico. Bisognerebbe che tutti ci fidassimo della polizia, nonostante alcuni “cattivi” che minacciano, vessano, picchiano o ammazzano.

    Un giallista è lo scrittore più adatto a raccontare l’Italia di oggi?
    Il giallista è certamente adatto a farlo, perché grazie alla finzione letteraria può rappresentare la realtà meglio degli altri, meglio anche di un giornalista. Dovrebbero avere questo privilegio tutti gli scrittori, però il Giallo è quell’occasione narrativa che ti permette di raccontare cose che altri non hanno il coraggio o non vogliono raccontare.

    Ha scritto per la televisione: quest’esperienza ha influenzato la sua scrittura letteraria?
    Forse ha rafforzato in me la capacità di sintesi. La televisione appiattisce molto la dimensione narrativa, spesso per paletti esterni, dovuti a disponibilità economica: scene che dovrebbero essere girate in esterni vengono poi riconvertite in interni, e lì si deve spesso cambiare tutto. Insomma, bisogna mediare, è una scrittura diversa.

    Le sue storie hanno origine da fatti veri: il lavoro più grosso è di inventiva o di ricerca?
    Tutte e due le cose. Un conto è l’esperienza vissuta da me e che io posso raccontare, un altro invece è la finzione che devo aggiungere su quei pezzi di realtà. Io non racconto la verità, ma solo qualcosa di verosimile, e questo accade a tutti gli scrittori, di qualsiasi genere.

    Come lavora sui personaggi? C’è una “riscrittura”, o arrivano sulla pagina così come sono?
    I miei personaggi li ho conosciuti tutti. Sono persone reali che subiscono poi una trasposizione sulla carta. La riscrittura c’è, nei libri queste persone cambiano leggermente, per ragioni narrative e non: tendo a non renderle immediatamente riconoscibili, soprattutto per evitare eventuali querele.

    Qual è il criterio che usa per distinguere una storia che merita di essere trasposta in letteratura da una che non lo merita?
    Tutte le storie meritano di essere raccontate. Bisogna poi vedere in che lingua e come le racconti. Tutte le storie sono straordinarie, in qualche modo. È come le racconti che dà loro valore. Anche ognuno di noi ha una sua storia, che magari giudichiamo banale, ma non lo è, dipende solo da come scegli di narrarla.

    Oltre che Pedagogia, ha frequentato anche Belle Arti: la pittura è un’attività a parte o le dedica lo stesso tempo della scrittura? Influenza il suo stile narrativo?
    In realtà mi piacerebbe dedicarci più tempo, ma in questo momento la scrittura mi occupa di più. È un arte che aggiunge sicuramente qualcosa alla mia scrittura letteraria, perché le due tecniche, anche se diverse, possono contaminarsi, sovrapporsi l’un l’altra.

  • 28Set2011

    Simone Camassa - vorrei.org

    Il Giallo: genere o letteratura?
Terzo e ultimo incontro per la quinta edizione del ciclo condotto da Camilla Corsellini, con Gianni Biondillo e Maurizio Matrone: il Giallo può e deve raccontare la diversità nel mondo moderno.

    Cosa avranno mai in comune un (ex)poliziotto e un architetto? Trattandosi di due scrittori, la risposta potrebbe essere ovvia. Effettivamente Maurizio Matrone e Gianni Biondillo, intervenuti ieri sera a Bruma 2011, la rassegna letteraria di Brugherio che propone al pubblico brianzolo i protagonisti di quella ben più famosa di Mantova, hanno in comune l’appartenenza al genere poliziesco. La comunanza, però, non si ferma qui. Entrambi infatti presentano nei loro romanzi la stessa attenzione per il luogo, per l’ambientazione delle proprie storie. Mentre il milanese Biondillo (autore di Per cosa si uccide, edito da Guanda) radica le sue nella realtà di Quarto Oggiaro, quartiere in cui ha sempre vissuto, l’ex poliziotto Matrone attinge da casi di cronaca bolognese, come quello famosissimo della “uno bianca”, da lui trasposto nel 2003 in Erba alta (edito da Guanda).
In questi romanzieri l’ambiente viene ad assumere la stessa importanza e dignità di un vero e proprio personaggio, al punto che la Quarto Oggiaro di Biondillo e la Bologna di Matrone, più che semplice sfondo alle vicende, ne diventano la condizione essenziale. Caratteristica che li porta ad essere interessati alla rappresentazione della realtà piuttosto che all’artificio e all’intrattenimento letterario. Questa visione “militante” del ruolo dello scrittore è ben espressa da Gianni Biondillo: «Per scelta, nei miei libri ho dato le spalle al Duomo. Per qualsiasi amministrazione – afferma – dopo la cerchia dei navigli non c’è più nulla. Io invece voglio raccontare la quotidianità di un luogo che per tutti gli altri è selvaggio e pericoloso, ma in realtà non è diverso da qualsiasi altro. A me interessa – conclude – raccontare ciò che il romanzo borghese non racconterà mai, cioè le storie di un umanità al limite, come quella di Quarto Oggiaro e via Padova (dove risiede al momento, ndr), ma che conserva sempre la sua dignità». Il suo Metropoli per principianti, sempre edito da Guanda, è proprio un omaggio alla protagonista di altri suoi libri, Milano.
    Il tema della diversità e della necessità di raccontarla è molto sentito anche da Matrone, proprio in virtù del suo passato da poliziotto e della sua storia personale di figlio di immigrati meridionali nella provincia emiliano-romagnola: «Un caso eclatante è quello degli immigrati di seconda generazione – dice – che vivono in una condizione alienante: sono italiani, per cultura e nascita, che non possono esserlo per legge». Prendendo spunto da storie di cronaca, per Matrone la rappresentazione fedele della realtà diventa un tratto imprescindibile della sua scrittura.
Ci si chiederà: ma non sono solo dei giallisti? La realtà è che il contenitore del Giallo va un po’ stretto ai due autori. «I miei romanzi – dice Matrone – sono catalogati come gialli, ma io semplicemente uso come personaggi i poliziotti, con le loro storie. (il suo esordio, nel 1988, è Fiato di sbirro, edito da Hobby&Work) Più che gialle – conclude – le mie storie sono nere, e non solo in senso letterario». Entrambi gli scrittori, insomma, vedono la necessità di raccontare un’Italia che «non sta cambiando, è già cambiata», per usare parole di Biondillo, e presenta realtà nuove che in letteratura ancora faticano a trovare cittadinanza. Perché allora non tentare con gli strumenti del Giallo? Magari proprio per ritrovare realtà invece perdute, come quella, sempre ricordata da Biondillo, di una Milano che agli immigrati non chiedeva “di dove sei?”, ma “cosa sai fare?”.

  • 01Set2011

    Gianluca Veltri - Il Mucchio Selvaggio

    Il nuovo romanzo dell’ex poliziotto Maurizio Matrone racconta un fitto reticolo di storie che hanno per protagonisti immigrati italiani di seconda generazione.

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  • 01Set2011

    Luca Artioli - ildivanomuccato.com

    Leggere Piazza dell’Unità è come ritrovarsi calati dentro a una matrioska o, meglio ancora, a un imbuto rovesciato, dove ogni racconto è in grado di generare per osmosi altre storie, rendendo il tutto qualcosa di avvincente e di accattivante.

    Il nuovo libro di Maurizio Matrone edito dalla Marco y Marcos, infatti, ripresenta in maniera assai ben orchestrata, un classico esempio del romanzo polifonico, un impianto di scrittura senza tempo, sperimentato – tra i tanti – negli anni ’30 da William Faulkner in “Mentre morivo”, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nick Hornby e il suo spassoso “Non buttiamoci giù”.

    Trama e personaggi dell’opera di Matrone risultano essere tenuti saldamente nella stessa matassa, per poi essere offerti al lettore attraverso un uso sapiente delle metonimie narrative.
    Così, nella Bologna giovane e cosmopolita di Piazza dell’Unità, nulla è lasciato al caso. Ogni riferimento a cose, luoghi o persone ritornerà irrimediabilmente a farsi vivo durante lo scorrere delle pagine. È come se l’autore accendesse ogni tanto una miccia, che però farà esplodere più tardi, come un segnale che promette uno sviluppo. Un piccolo episodio che sembra esaurirsi nel momento, ma che in seguito darà origine a un risvolto della narrazione.
    Ed ecco allora che le vite apparentemente slegate degli studenti innamorati Schen Li e Mohammad si intrecceranno con quelle di Michel, un medico gigolò proveniente dal Burkina Faso. O i sogni di Elena, che abita in un campo nomadi, si uniranno in qualche modo a un bambino cinese che lavora per un laboratorio clandestino, nei sotterranei di un palazzo.
    La scrittura è fluida e incalzante, mai un calo di tensione. Mai un passaggio a vuoto.
    La parte del leone la fanno soprattutto i dialoghi, ai quali l’autore delega anche un compito storico e antropologico, attraverso i simpatici camei che hanno come protagonisti due anziani bolognesi seduti su una panchina. Gino e Adolfo vedono scorrere come in un drive-in il “nuovo mondo” davanti a loro; parlano in dialetto e incarnano la città, la sua memoria storica, che fatica ad accettare l’incedere generazionale di un processo integrativo e multirazziale tanto avviato quanto inarrestabile.
    Insomma, c’è davvero tutto in questo libro: amore, violenza, nostalgia, disperazione, l’epica del sogno e della vita futuribile migliore. Forse, si potrebbe discutere sul linguaggio spesso crudo utilizzato da Matrone, ma tutto trova una propria spiegazione nella precisa scelta del suo stesso autore, che lascia volutamente alla mercé dei suoi personaggi e alla loro complessità emotiva il registo lessicale che più si adatta a loro. Che più li rende veri, senza filtri o compromessi d’etichetta linguistica.
    Piazza dell’Unità, in conclusione, sa convincere e divertire, soddisfando le aspettative di chi cerca in un romanzo non soltanto un motivo personale di svago, ma anche di acuta riflessione sulla trasformazione dell’attuale società in questo scorcio di inizio millennio.

  • 22Lug2011

    Orietta Possanza - Left

    Nel melting pot di una città ricca di immigrati, studenti, anziani. Con sensibilità e fiuto Maurizio Matrone racconta la vita all’ombra delle Due Torri. Sovvertendo molti pregiudizi.

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  • 06Lug2011

    Stefano Giovinazzo - ilrecensore.com

    Due libri, il romanzo “Piazza dell’Unità” (Marcos y Marcos, 2011) di Maurizio Matrone e la raccolta di racconti “Amori al singolare” (Effigie edizioni) di Teo Lorini, sull’odierno paesaggio sociale della penisola, narrato attraverso storie minime, amare e sentimentali.

    La terra delle vicende contenute nel romanzo di Maurizio Matrone si chiama Italia, la lingua che sembrerebbero usare i suoi personaggi l’italiano e, ma solo fino a un certo punto, potrebbe nella sua relativa libertà sintattica far intuire ciò che è poi portato sulla scena: cinesi, marocchini, albanesi, rumeni, rom.

    A leggere questo libro – non privo di una sua vena divertente – la trasformazione in atto del nostro territorio parrebbe dirompente. E acquisita in via definitiva: colpisce che gli unici italiani presenti a fare da contraltare alle storie di giovani immigrati, più o meno acclimatati, più o meno sbandati, siano forze dell’ordine e insegnanti. Come in un estremo tentativo di marcare lo spazio attraverso simboli istituzionali, i quali non possono granché rispetto al disordine – lo dico in senso neutro, ovvio – implicato da uno smottamento storico, oggettivo delle forme culturali che lo abitano. Che non hanno da fare solo o tanto con gli indigeni, ma con altri migranti, diversi in tutto, se non in una cosa, forse: il sesso.
    Ecco, il sesso, fatto per gioco, per amore, per piacere e anche per soldi. Il sesso tiene insieme queste storie ma soprattutto sembra l’unica lingua a disposizione di persone diversissime per accoglierle dentro un unico precario tessuto che si disfa nello stesso momento in cui  prova a costruirsi. Il marocchino Mohammed, la cinese Schen Li, e poi Roman, Elena, ognuno in queste periferie urbane che pure appaiono le sole vive delle nostre città scollate, spavaldi o timidi, nel sesso riconoscono un mezzo e un fine attraverso un continuo passaggio di scene, una pulsione irrefrenabile e uno strumento per far soldi, o per guadagnarsi quel prestigio che aiuta a vivere specie chi non ha molto altro. Sesso e droga, va da sé. E gelosia, una grammatica dei sentimenti riconoscibilissima oltre il colore della pelle. Una lingua svelta, accattivante che lascia entrare una storia nell’altra, un personaggio accanto all’altro. Una scrittura agile, quella di Matrone, non di rado oscena ma mai volgare.
    A una lingua estremamente comunicativa sembra puntare anche Teo Lorini nei racconti tenuti insieme in Amori al singolare (Effigie Edizioni). Il che non vuol dire (in questo caso) intendere la scrittura come un semplice lasciapassare di “fatti” o peggio “messaggi”, né indulgere a espressioni corrive e puramente funzionali alle storie ma un tentativo di farle scorrere nei loro tratti essenziali, mimetici dei passaggi che rappresentano. Come nel primo dei racconti “Donne che non” nel quale assistiamo alla precaria evoluzione (non fosse quella dell’inevitabile trascorrere degli anni) di un fanciullo poi adolescente, poi giovane, la cui vita successiva all’università cerca una traccia verosimile di se stessa attraverso il rapporto che il narratore ha avuto con l’universo femminile. Spesso le vite dei personaggi di Lorini vorrebbero essere elementari, vorrebbero pascersi di illusioni amorose, seguire il flusso degli impulsi e delle passioni – laddove si scontrano invece con una serie di ostacoli che fanno dell’amore e della vita tutta un campo di complicazioni indesiderate quanto inevitabili.
    L’inclinazione ironica di queste voci narranti dovendo fare i conti con le amarezze quotidiane, i piccoli e grandi fallimenti personali, disavventure a volte divertenti altre meno, l’osservazione obbligata di una realtà disturbante, ambigua, non di rado ipocrita, spesso prende una piega caustica e amara. Il segno, anch’esso, di una maturità di cui a volte si farebbe a meno.
    Maurizio Matrone, quando faceva il poliziotto, scriveva un sacco di relazioni di servizio, ma anche saggi, romanzi, racconti, sceneggiature, fumetti, storie per ragazzi, format, progetti, didascalie, pièce, canzoni, presentazioni, prefazioni e postfazioni. Adesso che ha quarantacinque anni e fa lo scrittore, ha smesso di scrivere le relazioni di servizio.

  • 07Giu2011

    Marilù Oliva - thrillermagazine.it

    “Piazza dell’Unità” (Marco y Marcos, 2011) è una storia corale composta da diversi elementi − crimine, droga, sopravvivenza allo stato brado, sesso ma anche amore − e diversi personaggi, tutti riuscitissimi − italiani e cinesi, poliziotti e delinquenti, zingari, russe, marocchini col fascino di Scamarcio.

    L’autore li mescola sapientemente con imprevisti, traversie, un malloppone da migliaia di euro, e la lettura scorre veloce su una prosa sciolta. Ma grande protagonista del libro è la piazza citata nel titolo, epicentro di una zona più ampia che comprende parte del quartiere in questione, la Bolognina, miscela etnica multiforme apparentemente tranquilla ma dai sottofondi esplosivi. Proprio da lì ho deciso di partire con la prima domanda a Maurizio Matrone, ex- poliziotto ed ora autore a tutto tondo: romanziere, sceneggiatore, saggista.

    Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo “Piazza dell’Unità” in questa zona circoscritta di Bologna, microcosmo di un melting pot non riuscito, luogo di contaminazioni fugaci, di preponderanti presenze straniere, di comunicazioni mancate?
    Questa zona è la Bolognina, famosa più per la svolta del Partito comunista italiano che per la sua vocazione multiculturale. Io l’ho scelta perché la conosco, o meglio: l’ho conosciuta da poliziotto, nel bene e nel male. E tante di quelle situazioni che racconto le ho in qualche modo vissute, o esperite, come si usa scrivere nei verbali di polizia.
    La genesi di un romanzo: com’è nata questa storia?
    Da una riflessione sul mio ex lavoro e sulla volontà di raccontare storie poco conosciute che si preferiscono ignorare. Storie di pregiudizi, follie, disastri e problemi che, finché verranno considerati tali, non ci porteranno da nessuna parte. Volevo parlare degli unici giovani che vedo in giro, gli stranieri di seconda generazione. Arrabbiati, disadattati, volenterosi, cinici, bastardi, innamorati, fiduciosi, ladri, onesti, sessuomani…

Hai trattato anche la realtà cinese trapiantata in Italia: come ti sei documentato?
    Sempre per il mio lavoro, ma i nomi sono assolutamente inventati.

Nel romanzo aleggia una mancata integrazione. In generale, cosa ne pensi dell’integrazione oggi, nel nostro Paese? Siamo a buon punto o no?
    Finché, appunto, consideriamo l’immigrazione un problema e non una risorsa, non ne veniamo fuori. La seconda generazione di stranieri mi sembra più avanti della cosiddetta nostra. Mi sembra che mostrino più voglia di cambiamento, ma soffrono il fatto di non sentirsi né carne né pesce. Sono spiazzati, sradicati e spesso prendono il peggio dei nostri esempi. I poliziotti li osservano, li contengono, li sorvegliano e con loro si incontrano e si scontrano nel bene e nel male. Sembrano gli unici a occuparsi in qualche modo di loro.
    L’amore e gli istinti più bassi. Come sei riuscito a combinarli mantenendoti sullo stesso binario?
    La sessuomania caratterizza insospettabili e non, autorità e diseredati, chi più e chi meno. Il corpo è merce di scambio, ma l’amore resta: è l’unico sentimento che porta alla speranza e a una vita migliore. Anche se è un innamoramento pazzo e impossibile come quello che Roman nutre per Tsa Li, la cinese cinica e spietata.
    Per la descrizione di alcuni — memorabili — personaggi reietti (penso, ad esempio, a Nicolaj), parti dalla vita o ti basi esclusivamente sulla fantasia?
Uno come Nicolaj l’ho conosciuto. Viveva solo e abbandonato da tutti in una casetta come quella che racconto.
    Veniva da Bucarest, dalle fogne e non aveva né parenti né amici. Non vedeva l’ora di essere menato da qualcuno perché così si sentiva vivo. Meglio picchiato che ignorato, ci faceva capire a noi poliziotti.

Lo stile: il romanzo si caratterizza per uno stile asciutto e ad impatto, frasi veloci e trafiggenti, uno stile essenziale, efficace, mai superfluo. Cosa pretendi e da cosa rifuggi, nella tua scrittura?
Credo che ogni storia voglia la sua voce.
    Il tuo ex— lavoro di poliziotto: quanto di questo è confluito nella tua passione per la scrittura noir?
    Molto. Il lavoro sulla strada è una miniera di storie nere (e non solo) che viene proprio voglia di raccontare.
    C’è qualcosa del tuo ex-lavoro che ti manca? E c’è qualcosa che invece non ti manca affatto?
    Non mi manca niente. Ho dato e ricevuto. Restano le amicizie e le storie.

Progetti?
    Un romanzo ambientato a Bologna nei giorni della morte di Lo russo. Ce l’ho in mente da tanto tempo… arriverà.
    Ci saluti con una citazione dal romanzo?
    “…tieni le mani in vista stronzo pezzo di merda!” No, va là, questa: “L’amore è la cosa più potente del mondo” parola di Roman.

  • 19Mag2011

    Massimo Marino - Il Corriere di Bologna

    Tra un serial killer e una periferia nera, due autori (bravi) raccontano la città.

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  • 02Mag2011

    Andrea Brancolini - lankelot.eu

    Una scrittura veloce, che non lascia quasi spazio al respiro, un romanzo colmo di personaggi e di azione, che riesce a prenderti e trascinare la lettura pagina dopo pagina.

    Sono storie che si intrecciano, quelle narrate in Piazza dell’Unità, che ruotano attorno ad immigrati, di prima e seconda generazione, ai loro sogni, le loro aspettative, e gli italiani che li osservano, come vicini di casa, poliziotti, insegnanti. Mentre però i protagonisti tra gli stranieri, diciamo così, rimangono gli stessi, gli italiani che ruotano al loro fianco sono quasi sempre diversi. Lo scrittore, Maurizio Matrone, è un ex-poliziotto con all’attivo vari romanzi, sceneggiature tv, saggi, e certo queste esperienze si riflettono nelle pagine che scorrono forti sotto gli occhi. O comunque, il fatto di avere tali informazioni dà alle storie un qualcosa che, magari, te le fa sentire in modo diverso. Almeno, a me è successo così. Soprattutto per quanto riguarda, quasi inutile dirlo, i comportamenti delle forze di polizia, che sono quelli che mi hanno fatto più riflettere. Perché vi si sente un’insofferenza nei confronti degli atti burocratici che, spesso, non portano a niente se non ad un mucchio di carte riempite, ed è un’insofferenza che si riflette anche negli atteggiamenti nei confronti delle persone incontrate. Così ecco il breve episodio di violenza in cui un poliziotto, con molta esperienza, si fa prendere dall’atteggiamento irrisorio nei suoi confronti di Mohammad, ragazzo marocchino attraente e sbruffone, e finisce con l’assestargli un bel cazzotto quando questi si rifiuta di dare i suoi documenti (per altro in regola). E il compagno di pattuglia, eccolo, preoccupato che nessuno abbia ripreso la scena per mandarla ad una qualche trasmissione tv. Per dire. Non è una cosa spaventosa? Voglio dire, nell’episodio ti sposti nella parte del poliziotto che non ne può più di questi che fanno i ganzi, ma nel loro comportamento non c’è qualcosa che giustifichi una reazione violenta. Sì, provocazione, ma non è quello il punto. Perché chi la riceve sa che non deve fare ciò che sta per fare, ma non riesce a trattenersi perché, semplicemente, quella è la goccia che fa traboccare il vaso. Allora a me lettore tornano in mente tutti gli episodi in cui, ahimé, forze di polizia non si comportano come dovrebbero, ma questa non è una giustificazione. E la paura di essere ripresi? La tv che aleggia sui personaggi del romanzo, sempre. Ma non è solo questo. C’è chi, tra i poliziotti, incontra delle puttane, e non ci va. Sembra che la normalità sia il contrario. Spunti interessanti, non c’è che dire, mi pare.
    È un romanzo, oh sì, quindi sono storie inventate, come si suol dire, ma hanno, almeno al mio gusto, così tanto sapore di realtà, che mi fa immaginare che i fatti narrati non siano poi improbabili. Sarà poi che con le forze di polizia del nostro paese ho un rapporto corretto ma in somma, questa insofferenza la si nota alle volte quando vieni fermato (digressione personale: quando ho i capelli lunghi vengo controllato molto più spesso di quando li ho corti, tenuta come punto fermo un po’ di barba. Come mai? Una volta, a piedi con un amico, si sono fermate addirittura tre volanti per chiederci i documenti, e in somma, con tutto il rispetto, non è carino vedersi un tot di agenti scendere e trattarti in modo corretto ma come se fossi colpevole di qualcosa, a prescindere). Quindi, ecco, le parti che riguardano gli agenti le ho trovate piene di spunti di riflessione, vuoi per l’intreccio ed il confronto con le mie esperienze personali.
    Ora dovrei parlare in modo più approfondito delle varie storie che si trovano in questo romanzo e che si susseguono come fuochi d’artificio, ma davvero non vorrei togliere il gusto di scoprire ciò che avviene. Così dirò che Mohammad è bellissimo, e uno dei suoi due compari lo ama, ma lui è innamorato di Schen Li (a proposito, Schen o Shen? Uno dei due è un refuso..), cinese compagna di scuola e di video girati col telefonino, anche se c’è Tatiana che gli fa proprio girare la testa. C’è Tsa Li, sorella di Schen, che è una dura, tutta lavoro e potere. C’è loro padre, che le supervisiona e che sembra tanto gentile, ma l’essere un buon padre (o sembrarlo) non vuol dire non avere persone schiave rinchiuse nel sottosuolo a lavorare per lui. C’è Michel, che essendo di colore è anche eccezionalmente dotato e sfrutta la sua dote per guadagnare con gli italiani che, oh sì, il sesso, oh sì. Per altro il sesso è oh sì per tutti, oh sì. C’è Roman fissato con Innamorato pazzo, con Adriano Celentano, che ama Tsa Li. C’è Nicolaj e c’è Elena, c’è Edoardo, e ci sono una madre e un bambino cinesi, rinchiusi là sotto, che prima o poi forse. Tutti lì, intorno Piazza dell’Unità. Ci sono anche 5000 euro, guadagnati rubati rubati persi trovati. (e questi 5000 euro, secondo me, sono un piccolo difetto narrativo, a pensarci bene, o ho letto troppo velocemente? Chi sa)
    Ci sono immigrati che vogliono essere come gli italiani, e italiani che non sanno come comportarsi con loro. Che poi uno si chiede come mai chi nasce nel nostro paese non sia italiano…voglio dire, immigrato si riferisce ad una persona che viene da un altro posto, un altro paese, così come straniero, ma chi è nato, nasce qui, non è l’uno né l’altro. Va beh.
    Mentre leggevo, dopo un po’, ho anche pensato che i personaggi dei ragazzi (che poi sono i principali protagonisti) sarebbero potuti essere tutti italiani, fancendo un confronto nella mia testa tra le storie sotto gli occhi e quelle lette in articoli di giornali che riguardavano, appunto, giovani italiani. Viviamo nello stesso paese, nasciamo nello stesso paese. Anche i loro genitori, in fondo, non ci sono così distanti. C’è chi schiavizza i propri connazionali in un magazzino, e chi lo fa con lavori in nero alla luce del sole, o con contratti che, via. Ci sono giovani che fanno i bulli nello stesso identico modo. Ci sono. Ci sono.
    Ci sono, nel libro, un tot di stereotipi con cui fare i conti, ricordandosi che, essendo tali (gli stereotipi) non sono tutta la realtà, ma certo ne fotografano una parte, quella probabilmente che più ha a che vedere con i nostri pre-giudizi.
    Si vuole, credo, offrire una visione della nostra società senza, almeno apparentemente, giudicarla, ma riportandola per come è, le contraddizioni che offre.
    Un romanzo, quello di Matrone, che, data la stagione alle porte (e dato pure il caldo afoso di questi giorni) immagino sarebbe perfetto sotto il famigerato solleone marino, magari al riparo di un appropriato ombrellone, per una lettura facile tra virgolette, ma che come il mare sulla costa, batte e ribatte sul nostro cranio facendo pensare.
    p.s. In effetti, io l’ho letto perlopiù in ore notturne, ogni volta dicendomi ma sì, cinque minuti e poi nanna, e ogni volta finendo col dirmi, ah, sì, ancora tre pagine e poi smetto, e dopo, uh, via, ormai leggo quest’altro pezzo e. Niente di più lontano dal mare, ecco. Probabilmente non sono neppure la persona migliore per consigliare letture marine, dati certi libri che ho affrontato in quelle situazioni. Va beh.

  • 02Mag2011

    Mario De Santis - Soulfood Radio Capital

    Un romanzo è come una piazza, a volte, tutti personaggi sono legati da fili invisibili, anche a loro insaputa. In “Piazza dell’Unità” (Marcos y Marcos) Maurizio Matrone usa questo luogo, reale a Bologna, ma anche simbolico, per tenere assieme una storia di destini incrociati.

    Mohammad ama Schen Li e tutti e due amano il sesso e la cocaina. Roman ama Schen LI, ma lui è solo un gran lavoratore rumeno, ma è innamorato pazzo. Michael è nero e studente, ma per le coppie trasgressive bolognesi che frequenta è solo un pezzo di carne, un gran bel pezzo. Almeno arrotola banconote, che Nikolaj vede per caso ed invidia fino allo spasmo violento. Ma non è così dritto, Nikolaj; Elena è una rom, abita in baracche come lui ma è più furba di lui e lo frega. Ma lo zio di Elena è violento e furbo, per fregarla, ma non tanto quanto…e così via…la trama ad incastro e ragnatela la lasciamo ai lettori, quel che conta è lo sguardo, osceno scorretto ma in presa di diretta di questo scrittore che la città la conosce bene, dato che l’ha battuta a bordo di una volante per anni. Ritratto di una città che non è più la capitale della tolleranza e del civismo, è un guazzabuglio di intolleranze e degrado, di odio tra bolognesi e immigrati e più feroci ancora tra gruppi di immigrati. Ma anche ritratto di qualsiasi città italiana e forse non solo.

    Tra loro, tra questi immigrati di seconda e terza generazione che vivono per certi aspetti inquietudini e disagi di eguale intensità a quelli che provano quelli appena sbarcati, ci sono solo i poliziotti, non lupi, non agnelli, ma di certo gli unici che li seguono sempre, come angeli o come mastini, ma li seguono, li osservano da vicino. Perché nonostante vadano a scuola con i nostri figli, lavorino con noi, vivano con noi, loro, sono sempre extra, extraterrestri che per qualcuno devo essere portati via, più lontano possibile dalle nostre strade… Nella tradizione di un neo-neorealismo orizzontale, con scrittura veloce e fame di raccontare, Matrone costruisce una catena di storie di vita avvolte in una meccanismo giallo legato a sfruttamenti di cinesi e un pacchetto di 5mila euro che gira come una trottola. Un realismo crudo senza pulsioni pedagogiche, ma come un sensore tellurico di tutte le scosse umane che ogni giorno e ogni notte agitano la città in ombra, la città che è sotto i nostri occhi e non vediamo. I romanzi servono anche a questo. Buon divertimento (un romanzo diverte anche quando inquieta).

  • 29Apr2011

    Andrea Broggi - lettereegiorni.blogspot.com

    Prima personale apparizione alla sala degli incontri allestita dalla Feltrinelli, chi l’avrebbe detto che si sarebbe trattato di un bunker, non mi ero mai accorto che la sede libraria avesse anche delle scale.

    “Bella scheggia” direte voi di fronte al mio far spallucce!

    Il pomeriggio di oggi ha visto protagonista Maurizio Matrone e il suo libro Piazza dell’Unità edito dalla Marcos Y Marcos, presentato da un Alberto Sebastiani in una veste molto più istrionica del nostro primo incontro al Modo.
    Il libro, che nasce dall’esperienza diretta sulla strada degli anni passati in polizia dall’autore, è ambientato a Bologna e trae il suo titolo dalla famosa piazza della torrita città emiliana, che nella trama resta il centro focale, snodo dei suoi intrecci amorosi, sociali e interrazziali. Ma se la piazza è il luogo, sono i personaggi a reggere la struttura di questo romanzo che, posato sul grottesco, alterna il suo registro oscillando sapientemente dal drammatico al sardonicamente comico.
    Non è questione di buoni o cattivi, ma comunque i personaggi si dividono in due parti: i protagonisti extracomunitari di seconda generazione, che pur con i loro allucinati giri di vite vorrebbero solo non sentirsi così diversi, come il mondo intorno sembra fargli credere, e le “comparse” italiane (poliziotti, voci cittadine, umarell bolognesi), che non perdono occasione per sciorinare luoghi comuni e bassezze di ogni tipo. Tra questi due gruppi i contatti sono contati (se mi consentite il gioco di parole), e si fondano sulla fisicità o spinta dalla natura sessuale, matrice che regola un po’ tutta la trama di quest’opera, o violenta, come quella con i poliziotti; i quali sembrano a loro volta, pur nelle esacerbate dinamiche, gli unici che davvero mostrano una qualche considerazione verso questa dimenticata umanità, non foss’altro per il ruolo contenitivo/punitivo che costantemente ricoprono.
    Come ha più volte sottolineato brillantemente l’autore, quello che andrete a leggere è un romanzo spiazzante. E’ spiazzante nel registro caustico e insieme troppo coinvolgentemente comico per lasciare seri; è spiazzante per il linguaggio ricercato, senza dare troppo ascolto al politically correct, che non fa sconti a nessuno e men che mai alla città di Bologna; infine è spiazzante per il suo voler riconoscere la diversità come una risorsa, pur raccontandola anche attraverso il pregiudizio.
    “… è la mancanza di volontà civile a creare i presupposti che impediscono il cambiamento dello status quo”
    Ci sarebbero due modi per poter chiudere questa presentazione: la maniera pessimista, oppure quella ottimista.
    Nel primo caso potrei porre l’accento sul fatto che sì, per qualcuno nel finale butta bene, ma chi davvero prova ad alterare lo status quo confrontadocisi con tutto se stesso, non solo non ottiene il cambiamento, ma ci lascia anche le fatidiche penne.
    Oppure potrei porre l’accento sulle digressioni narrative, ricchezza di questo già vivace romanzo, e sulla forza esilarantemente disarmante dei due umarell , anime delle letture a due voci interpretate da Sebastiani e Matrone, che tra un’ossessiva osservazione del quotidiano e un’audace trombata a suon di viagra, trovano una possibilità per migliorare il futuro, o almeno lasciano che sia guardato con un sorriso sornione.
    La scelta sia ai lettori, io mi terrò entrambe, spiriti contraddittorii di un romanzo che è un occhio di bue proiettato sulle ombre.
    A presto e buona lettura!

  • 28Apr2011

    Sergio Rotino - L'Informazione

    Detto senza piaggeria, con Piazza dell’Unità Maurizio Matrone ha scritto un bel romanzo sugli immigrati di seconda generazione, ragazzetti magrebini, cinesi, esteuropei che nascono e vivono qui da noi, ma che sottostanno a pressioni contrapposte di ordine culturale e religioso.

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  • 27Apr2011

    Betty Paraboschi - Libertà

    Dalle stalle alle stelle. Anche se, in questo caso, sarebbe il caso di dire: da una mansarda al Baciccia.

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  • 27Apr2011

    Lorella Bolelli - Il Resto del Carlino

    Certe volte le idee nascono per l’evidente stridore tra l’immagine e l’immaginario suscitato da un luogo e il suo nome.

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  • 26Apr2011

    Lorella Bolelli - Il Resto del Carlino

    «Il mio Bronx è la Bolognina»

    Certe volte le idee nascono per l’evidente stridore tra l’immagine e l’immaginario suscitato da un luogo e il suo nome.

    Piazza dell’Unità a Bologna è uno di questi posti e nella testa di Maurizio Matrone che gli ha intitolato l’ultimo romanzo, uscito il 21 per Marcos y Marcos (arrivato alla boa dei trent’anni) e giovedì 18 in presentazione alla Feltrinelli di piazza Ravegnana, ha sempre indicato, fin da quando era in servizio come poliziotto al commissariato della Bolognina, una sorta di porta d’ingresso verso il quartiere più meticcio della città, dove l’immigrazione di ogni colore pare irridere totalmente al concetto di italianità e nazionalità biancorossaverde.
    Proprio nell’anno del 150° sembra palesare un intento ironico…
    «In realtà quando l’ho scritto avevo ben presente che si trattava dell’inizio di un’altra Bologna ma non ho pensato all’anniversario. In ogni caso mi sentivo affascinato dall’idea di raccontare un’immigrazione poco conosciuta ed esplorata dagli stessi bolognesi. E poi la Bolognina è ed è stata il laboratorio di tutto, anche dell’addio di Occhetto al vecchio Pci».
    Dalla descrizione sembra il Bronx. La fantasia supera sempre la realtà o la favola è verosimile?
    «Alla prima ondata di arrivi dei cinesi, si sono sovrapposte etnie di ogni provenienza, dai maghrebini, agli slavi, fino ai romeni che oggi sono la maggioranza. Molti sono giovani di seconda generazione che, magari non raggiungono le vette di devianza della finzione, però certo hanno una pazza voglia di tagliare con le loro radici».
    Sguazzeranno i leghisti che li vogliono föra da i ball…
    «La finzione è sempre esagerata ma la trama è credibile. In fondo sesso, droga e rock’n’roll non li disdegna nessuno. In realtà la storia è complessissima e ho voluto attraverso gli scontri-incontri con i poliziotti descrivere anche la città che pulsa intorno a questa enclave».
    Che cosa la sdegna di più di questo rapporto?
    «Il peggio in assoluto è l’indifferenza, far finta che non esista, è sciocco e controproducente. Soprattutto i giovani hanno bisogno di attenzione. Ricordo che quando arrivarono i primi romeni, pur di essere considerati, cercavano perfino le botte di noi poliziotti. Perché anche quello era un contatto e rappresentava comunque un veicolo d’affetto».
    Nel narrare l’intreccio d’amore, rancore, invidia che sfocia nel lieto fine ha prevalso lo sguardo del narratore, del poliziotto, del pedagogista?
    «Il poliziotto è sempre un osservatore privilegiato perché vede le situazioni dal vivo, sia che si tratti di un delinquente come di una vittima. Il dolore è sempre uguale per tutti. Ma qui entrano anche lo scrittore e pure il pedagogista perché vorrei far capire come certe cose che a prima vista possono apparire ineducative in realtà forniscono grandi conoscenze. Mi scoccia che vengano stigmatizzati certi quartieri solo perché ci abitano troppi extracomunitari, vuol dire fare di tutte le erbe un fascio».
    Dopo essere stata dotta, grassa e rossa, a Bologna quale aggettivo si addice adesso?
    «Metropolitana con tutto ciò che questo significa in ogni parte del mondo».
    I rimpianti sono giustificati?
    «Negli ani Settanta fa paura erano le bombe eppure tutti ricordano quegli anni come grandi anni. Ma hanno tutti dimenticato che il Pilastro era off limits in quanto succursale di Palermo. In fondo cos’è cambiato? I ghetti sono sempre andati di moda, e allora lo si faceva con i compatrioti. Il timore costante è quello di perdere la propria identità, ma il mondo cambia, in meglio o in peggio non so, ma fermarsi è sbagliato, porta scontri».
    Perché una città all’apparenza così bonacciona ha sviluppato negli anni un’anima così nera?
    «Non credo abbia un ventre marcio ma tante pance perché è una città dove le idee circolano in maniera più forte che altrove, dove la gente s’incontra e si scontra più facilmente, dove c’è sempre stata una forte spinta creativa alle arti e alla musica, dove le passioni si sono sempre sviluppate virulente. E ciò è molto stimolante per un giallista. In più c’è la contraddizione tra un’immagine di buon governo e una realtà che trasmette ben altro. Insomma una contraddizione dentro l’altra: New York al confronto ci fa un baffo».
    Più divertente fare il poliziotto o lo scrittore?
    «Quando facevo il poliziotto volevo fare lo scrittore, adesso che faccio lo scrittore non voglio più fare il poliziotto».

  • 26Apr2011

    Redazione - Flanerì

    Flanerí incontra Maurizio Matrone, autore di Piazza dell’Unità (Marcos y Marcos, 2011), un romanzo-affresco di una Bologna multiculturale, sovreccitata, spinta dagli eccessi in un vorticoso turbinio di sesso, denaro e sentimenti contrastanti.

    Una favola variopinta e amara che solo nel finale trova una luce tanto flebile quanto forte di speranza. Uno dei romanzi più interessanti della stagione che fotografa perfettamente, nonostante qualche intelligente esagerazione, un’Italia incapace di reggersi su quel filo invisibile che divide il passato e il futuro.

    Ciao Maurizio, grazie dell’intervista. Piazza dell’Unità è l’epicentro della tua storia (anzi delle tue storie), tutti i personaggi in un modo o nell’altro passano da lì. Soldi, droga e soprattutto sesso. Il sottobosco di Bologna e delle nostre metropoli è davvero in preda di questa schizofrenia?

    Be’, non proprio, forse non così, ma credo che fingere la realtà aiuti a costruire un pensiero attorno a problematiche che spesso non si vogliono affrontare come, appunto, l’immigrazione minorile.

    Da poliziotto a scrittore. Come è stato possibile questo salto? Perché c’è questo distacco tra le forze armate e la società civile? Il problema viene dall’alto o dal basso? Questa esperienza ti ha aiutato nella conoscenza di questo mondo solo apparentemente nascosto?

    Caspita, quante domande!
    Prima ero poliziotto e scrittore adesso solo scrittore: non è stato un passaggio così drastico, ma significativo considerando i ventuno anni con la divisa.
    In realtà il distacco tra le forze dell’ordine e i cittadini non dovrebbe esserci e nemmeno percepito. Delle Istituzioni, in un paese democratico, bisogna fidarsi al di là dei comportamenti violenti e criminali di qualcuno. Se non ci fidiamo delle polizie non saremmo in un paese democratico. Però le forze di polizia tentano di attrezzarsi ad affrontare la complessità: a volte in maniera “empirica” e approssimativa, certo, ma più spesso di un tempo con professionalità.
    Serpico, il famoso poliziotto italoamericano, sosteneva che il pesce puzza dalla testa, tuttavia ritengo che i problemi riguardano le persone in genere, dall’alto al basso.
    L’esperienza poliziesca mi ha insegnato a valorizzare il punto di vista, mi ha permesso di guardare nel dolore e nei deliri di tutti: poveri e ricchi, belli e brutti.

    A parte il bambino, simbolo di speranza, c’è un personaggio per cui hai nutrito più simpatia? A me sono piaciute molto le figure di Mohammed e di Edoardo, ho provato tenerezza per Elena e per Roman.

    Adesso che mi ci fai pensare trovo simpatia per tutti, ma per Roman e Elena, forse un po’ di più.

    Ho insegnato a Roma e nelle classi non ci sono ancora queste percentuali di stranieri di cui parli nel libro. Al nord la situazione è ancora di più al limite? La mia impressione è che né il governo né la scuola sembrano aver voglia di affrontare il problema. Non accettare una società multietnica è anacronistico, antistorico. Mi sbaglio?

    Non ti sbagli. Nel Nord, le percentuali sono più alte, ma non così alte come le “fingo” io. Ma il problema resta tale finché non verrà considerato risorsa, punto di forza, opportunità. La multiculturalità multietnica è un fatto: se ci pensiamo, noi italiani siamo particolarmente mescolati, forse un po’ agitati.

    Perché tutto i processi del libro sono innescati dal sesso? Sembra quasi di tornare alle teorie di Pasolini dei suoi romanzi maggiori, con un sottoproletariato molto diverso geograficamente da allora ma anche così vicino.

    Ritornando all’alto non ci mancano gli esempi, ma in relatà il sesso rappresenta, dal mio punto di vista, la più forte pulsione vitale (essere, vivere e sopravvivere) a “prescindere”, ma poi, nel mezzo della “carneficina sessuale (dall’onanismo alla necrofilia)” c’è anche l’amore, come ne il finale di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” …come si chiama la tua ragazza? Margherita.

    Hai rimpianto per la vecchia Bologna? Quella dai “fianchi un po’ molli”, dei “portici cosce”, dei “salami in vetrina”, dei “vecchi imbariaghi che sembravano la letteratura”?

    No, ma ne serbo un buon ricordo. Consiglio a tutti una rosetta con la mortadella da consumarsi con un pignoletto all’osteria del sole, una mezza mattina.

    Può esserci una rinascita? Questa società multiculturale in fondo non può essere l’input per “migliorarci”?

    Certamente sì.

    Perché leggere Piazza dell’Unità?
    Perché c’è da divertirsi e commuoversi (e un po’ anche incazzarsi).

    Grazie mille per l’intervista.
    Grazie mille a te.

  • 26Apr2011

    Simona Mammano - la Repubblica Bologna

    Maurizio Matrone, veronese di nascita, vissuto molti anni a Bologna e piacentino di adozione, ha appena pubblicato da Marcos y Marcos Piazza dell’Unità…

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