Penelope Poirot fa la cosa giusta

Archivio rassegna stampa

  • 10Nov2016

    Lavinia Capritti - blog.oggi.it

    “Vi racconto Penelope Poirot, sono io la scrittrice. E voglio rimanere sconosciuta”

    Era estate (ancora) quando ho incontrato l’autrice di Penelope Poirot, un incontro su una terrazza: fragole e gelato come accompagnamento. Non so se sia stato l’ottimo gelato oppure il glamour (sì, è una persona glamour) della scrittrice, fatto sta che ricordo ancora quell’incontro e finalmente riesco anche a scriverne.
    Per chi non la conoscesse Penelope Poirot, parente stretta del celebre Hercule, è una critica gastronomica con la passione della scrittura e ha come assistente-segretaria la quieta e ironica Velma, votata fermamente allo zitellaggio. Ovviamente inciampano in un delitto ma non è questo il cuore del romanzo che si trova nei ritratti delle due irresistibili protagoniste. Ecco chi è l’autrice.

    In realtà questo: “Ecco chi è l’autrice” è una mezza truffa. Nel senso che l’autrice è la la persona nella foto sopra, ma lei non ci pensa neppure a far conoscere il suo nome e cognome e preferisce firmarsi Becky Sharp, come l’eroina della Fiera della vanità. Ovviamente, il nome gli addetti ai lavori lo sanno e anche io l’ho saputo. Ma mi credere se vi dico che l’ho davvero dimenticato? Un nome alla fine è solo un nome. Chiamiamola allora Becky.

    Incontro Becky su una terrazza (con l’uffcio stampa della casa editrice Marcos y Marcos), naturalmente elegante, unghie cortissime smaltate di grigio, braccialetto giallo, collana importante giallo e rossa, stile etno – chic, voce modulata. Becky è molto diversa da come me l’immaginavo, ovvero una via di mezzo tra Penelope e Velma. Sia chiaro il primo impatto è stato perfino negativo per colpa della sua naturale eleganza (no, no, no, l’intellettuale no grazie), poi però ha aperto bocca come era previso che facesse e ho cambiato idea. Decidendo che Becky ha in sé tutta l’ironia di Velma e che in aggiunta ha un certo modo di guardare curioso le persone e di ascoltarle che la rendono una persona intrigante. E meno male.
    Becky ci fa sapere che Penelope avrà (quasi sicuramente) un seguito con nostro gaudio, e che si è messa alla prova con la scrittura dopo molte esitazioni: “Al momento però mi sto molto divertendo”, dice. E si vede benissimo che c’è amore e divertimento mentre scrive delle disavventure di Penelope Sotutto, tenuta a freno da Velma. Becky, conclude poi, con un certo orgoglio: “Ho usato anche gli uomini come cavie e a loro il mio libro è piaciuto. Ma se qualcuno viene a dire che sono una scrittrice femminile… beh, va benissimo. Penso che molti scrittori oggi si prendono troppo sul serio”. E vai, Becky!

  • 07Ott2016

    Manuel Figliolini - labottegadelgiallo.com

    Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp

    “Hamilton, si vede che lei è vissuta nella bambagia: non conosce il mondo, non conosce l’ulcera, non sa cos’è lo stress”. Seduta alla toilette della sua suite, tra broccati rosa antico e mobili tardo Ottocento, Penelope si aggiustava l’ardito chignon e mi studiava dallo specchio. Dietro le lenti, i miei occhi restarono inespressivi. Non sono un’ipocrita, ma quando l’ipocrisia diventa questione di sopravvivenza, due lenti da miope possono rivelarsi una risorsa preziosa.

     

    Il peso del titolo. Appena ho letto il titolo “Penelope Poirot fa la cosa giusta”, non ho potuto evitare di pensare subito al grande Hercule Poirot di Agatha Christie. Alza molto l’asticella delle aspettative l’autrice e l’atteggiamento scettico all’inizio della lettura, è un po’ prevedibile per uno come me che adora i classici di inizio secolo e sopratutto Agatha Christie.

    Ma Becky Sharp non fa solo l’occhiolino alla grande scrittrice utilizzando il cognome di uno dei suoi personaggi. Becky Sharp fa di più e lo fa con stile. Chi ha conosciuto l’edizione dei libri di Agatha Christie pubblicati da Mondadori ricorderá come in quell’edizione si usava inserire all’inizio del libro, l’elenco dei personaggi che poi avremmo incontrato nelle pagine del romanzo. Ed ecco che Becky Sharp fa lo stesso. La protagonista, Penelope Poirot, discendente del grande Poirot, ha un’assistente e come si chiama? Chi si ricorda l’assistente del grande investigatore belga? Hastings, ed ecco che Becky Sharp rifá l’occhiolino alla Christie chiamando l’assistente Hamilton (che è anche il cognome del regista di un film tratto dai libri di Agatha).

    E quando così sono le premesse di conseguenza si alzano anche le aspettative che Becky Sharp non delude. La storia comincia a Londra per poi spostarsi in una clinica salutista sulle colline del Chianti, che promette di depurare mente e corpo. La location ha un sapore gotico avvolta da rampicanti. E in quel lussuosissimo ritrovo, tra cene, gite fuori porta, scambi tra ospiti e servitù, si compie l’inaspettato, un efferato omicidio che sconvolge gli ospiti. Sarà Penelope Poirot che, dato “il sangue che le scorre nelle vene”, cercherà di riportare l’ordine.

    Ambientato nel 1995, il romanzo richiama ad una contemporaneità che non c’è nella scrittura di Becky Sharp. La scrittura è sinonimo di conoscenza, Becky Sharp non solo utilizza il cognome di un grande personaggio, ma padroneggia anche lo stile che alterna a quello dei classici a quello ironico di Patrick Dennis (autore di Zia Mame).

    Come la Christie anche Becky Sharp mantiene la suspense grazie alle reazioni psicologiche dei suoi personaggi ed anche grazie ai pettegolezzi che gli ospiti della clinica si scambiano svelando altarini sconosciuti. L’alta borghesia che si rinchiude in un paradiso per riposarsi fa sognare il lettore, ed era di quell’ambiente che Agatha Christie parlava, ci mostrava il lato oscuro. E così fa anche Becky Sharp, mostrandoci la corruzione di un ambiente che all’apparenza vuole sembrare immacolata e giudicante.

    Per quelli come me, che amano Agatha Christie, è davvero difficile leggere un libro che “strizza l’occhio” così tanto all’autrice inglese. Ma devo dire che Becky Sharp ha saputo tenere testa alla scrittrice inglese aggiungendovi un’ironia che arricchisce e alleggerisce la lettura. La Sharp ha attualizzato il linguaggio, rendendolo moderno. Ha mantenuto i capisaldi della Christie e “le cellule grigie” di Hercule diventano “il sangue che scorre nelle vene” di Penelope.

    Un libro che ha risvegliato il genere che ho sempre amato, togliendoci i serial killer, i detective complessati e le procedure investigative lunghe e inutili. Adesso so che cosa fare quest’inverno, aspettare che esca il secondo romanzo di Becky Sharp.

    Musica consigliata: La fiera delle vanità di Mondo Marcio, in onore del titolo del romanzo di William Makepeace Thackeray che ha scelto come protagonista Becky Sharp, lo pseudonimo dell’autrice.

     

    TRAMA: 100

    SUSPENSE: 90

    SCRITTURA: 80

    IL NOSTRO VOTO: 90

  • 19Set2016

    Stefania Massari - glistatigenerali

    Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo esilarante firmato da Becky Sharp

    l romanzo d’esordio di Becky Sharp, pseudonimo dell’autrice, è esilarante, ironico ed alquanto sagace. Protagoniste di questo giallo ambientato in Italia sono: la critica gastronomica ed artista Penelope Poirot, pronipote del famosissimo Hercule Poirot, e Velma Hamilton, sua segreteria un po’ atipica le quali saranno circondate da una serie di personaggi secondari che insceneranno la loro farsa a Villa Onestà nella quale un mistero da risolvere verrà presto svelato grazie all’arguzia di Penelope Poirot.

     

    In “Penelope Poirot fa la cosa giusta”, libro edito dalla casa editrice Marcos y Marcos, sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano il genere letterario del giallo e, sin dal prologo, l’ambientazione londinese nella quale dimorano sia Penelope che Velma non appare per nulla scontata dato che quel grigiore tipico della città, abbinato al clima umido, introducono un’atmosfera suggestiva e tenebrosa che farà inizialmente da cornice alla storia che si sta per introdurre.

    Le due protagoniste femminili sono letteralmente opposte e questa visione dicotomica aiuterà il lettore ad immaginare come potrebbero essere descritte all’interno della storia. Ognuna mostra dei lati singolari non solo per il carattere che le contraddistingue, ma anche per l’abbigliamento selezionato con cura che fa assomigliare Penelope ad una donna in carne, estrosa, variopinta, alquanto altezzosa, con un fiuto infallibile e con delle curve che vengono risaltate dall’abito mandarino giallo oro e dai capelli fiammeggianti che la rendono un personaggio unico. Invece per quanto riguarda la signorina Hamilton la mise composta da una camicetta di seta, una gonna di tweed e degli occhiali da miope la fanno assomigliare ad una perfetta zitella inglese timida e a modo.

    Data la profonda stanchezza di Penelope Poirot, le due partono alla volta dell’Italia per recarsi presso una clinica tra le colline del Chianti all’interno della quale ella dovrebbe nel frattempo dettare le sue memorie alla segretaria, ma alcuni elementi incominciano a non quadrare e certi personaggi che popolano la villa si comportano in maniera ambigua destando dei sospetti.

    Il linguaggio della stessa autrice appare fluido, scorrevole ed amichevole, fattore estremamente positivo che permetterà al lettore di sentirsi il protagonista della storia e magari questo lo indurrà a provare a svelare il giallo che attanaglia la villa facendo ipotesi che potrebbero portare alla risoluzione del caso.

    La suspance è mantenuta sino alla fine della narrazione e l’abilità della scrittura di Becky Sharp consiste proprio nel tenere i lettori incollati fino all’ultima pagina mentre la furbizia, unita alle capacità formidabili della Poirot, ci coccolano letteralmente e ci conducono alla risoluzione del mistero.

    Amarlo è davvero semplice perché questo romanzo di stampo tutto italiano ci fa sentire come a casa e il calore che si respira fra le pagine di questo libro ci fa provare quella tenera nostalgia che non vorremmo mai ci appartenesse perché la stravaganza di Miss Poirot, unita alla timidezza fugace di Velma Hamilton, ci coinvolgono come se le avessimo da sempre conosciute e da ciò si evince il notevole talento di Becky Sharp che magari potrà specializzarsi nello scrivere il seguito tanto da farne una collana per gli appassionati del genere giallo e non solo.

  • 08Set2016

    Giuditta - giudittalegge.it

    Chiacchierando con… Becky Sharp

    Sospettavo che dietro la passione per il Chianti di Penelope Poirot si nascondesse un’ammirazione sincera per il nettare di Bacco. E infatti Becky Sharp ha ordinato anche per me un calice, dai mille riflessi paglierini, di Vermentino ligure.

    Ti darei appuntamento a Genova, – mi dice – davanti alla cattedrale di San Lorenzo: un bicchiere veloce, e poi su e giù per carruggi, chiacchierando a ruota libera (che narcisista!) senza trascurare, però, i negozi di parrucche, i fruttivendoli e le bancarelle dei libri usati!

    Questo sarebbe stato il suo invito, se la nostra chiacchierata si fosse svolta non in maniera virtuale. A voi tocca immaginarci così, per i carruggi genovesi, mentre leggete la frizzante chiacchierata su Penelope Poirot fa la cosa giusta (Marcos y Marcos).

    Potremmo darci del tu? Come la prenderebbe male Penelope Poirot questa proposta!

    Alla faccia di Penelope sarà bene darsi del tu.

    Non mi toccare Penelope, però, siamo grandi amiche io e lei: entrambe vissute nel mito di Botticelli ed entrambe tornite. Che bella definizione. A nome di tutte le donne tornite, non smetterò di ringraziare di questo riscatto! 
Ovviamente come Penelope anche io non mangio…

    Partiamo con lo pseudonimo. La fiera delle vanità e l’ottocento mi sembrano due elementi presenti con raffinatezza nel romanzo.
 Inoltre leggendo “Penelope Poirot fa la cosa giusta” mi è venuto in mente Baldassar Castiglione e i consigli del “Cortigiano”: buon giudizio, grazia e “sprezzatura”, la capacità di nascondere l’artificio e di renderlo naturale.
 Come ogni giallo la trama del romanzo, giocata in maniera ottocentesca, secondo la tradizione letteraria più illustre del genere, su un sistema di incastri, è artificiosa, ma Becky Sharp, con un’ironia sorniona e intrigante, e la leggerezza di una scrittura fluida, dimostra di possedere in pieno la dote cinquecentesca della “sprezzatura”. Villa Onestà in Toscana, poi, sembra una vera e propria corte, con un sovrano, il dottore Alex Cosser, le cui attenzioni sono riconoscimento di prestigio, e una serie vistosa e accurata di tipi che rendono la vita in Villa briosa e coinvolgente.
 Qual è il significato non solo di scrivere un’opera d’esordio così brillante e vivace con uno pseudonimo in un’età come la nostra che è quella dell’apparire, ma soprattutto perché il romanzo avrebbe potuto scriverlo la figura ottocentesca di Becky Sharp?

    Beccata: la letteratura ottocentesca (Francesi, Russi, Inglesi) ha modellato e deformato la mia immaginazione fin dalla più tenera (si fa per dire) età. Sicuramente agisce in me a più livelli: consapevoli e inconsapevoli.

    A  proposito di inconsapevolezza è interessante quello che dici di Villa Onestà: in effetti è una Corte, ma io non l’avevo realizzato; mi diverte molto pensare che sia un lettore o un critico (nel tuo caso entrambe le cose) a stanare l’immaginario di chi scrive e a restituirglielo. E il mio immaginario è pieno sia di fiabe classiche che di racconti medioevali: quindi di corti e di sovrani.

    Passando allo pseudonimo e alla tua domanda: perché il romanzo avrebbe potuto scriverlo Becky Sharp.

    Be’, se vero quello che dici in merito alla “sprezzatura” – e se è vero ne sono molto molto lusingata – si deve ammettere che di quest’arte Becky è una vera maestra. Essendo l’unica figura della ‘Fiera delle Vanità’ che indossa maschere con la consapevolezza di indossarle, riesce a dissimulare l’artificio, il calcolo e l’intrigo con una disinvoltura sbalorditiva!

    Becky è l’eroina più francese di tutta la letteratura inglese! (Non a caso Thackeray le attribuisce una madre francese.)

    Tornando all’argomento maschere: se non appaio (o preferisco non apparire, perché in definitiva alle presentazioni, va da sé, sono presente) è proprio per non aderire alla maschera dell’ “Autrice”, non mi troverei a mio agio. Credo che uno scrittore possa avere più voci e più maschere, o perlomeno io mi sento così. E dunque ti confesserò che questo non è propriamente un esordio: ho già pubblicato (un libro solo a dire il vero). Naturalmente sotto pseudonimo. 

    Grande curiosità di conoscere libro e pseudonimo. Si può rivelare o non vuoi far scattare la congiunzione tra i due?

    Per il momento preferirei restasse nell’anonimato. Non me ne vergogno affatto, ma sono felice che sia in giro libero e non vincolato alla sua autrice.

    E dopo Becky Sharp, veniamo a Penelope Poirot. Raccontaci tutto di lei: come è arrivata a te, dove l’hai conosciuta, chi te l’ha presentata?

    Si sarà capito che per me è un’idea geniale: la nipote di Hercule Poirot, (sapore di giovinezza!), da giallista a critica culinaria. Sempre questione di fiuto, no? Eccentrica, lunatica, egotica, ma irresistibile perché manchevole. Coppia perfetta con la neoassunta segretaria Velma Hamilton: ingenua, timida, protetta dai nonni e quindi poco avvezza alle cose del mondo.

    Sono loro le due voci del libro, in cui la narrazione in prima persona (nella prima parte Velma, e nella seconda Penelope) rende ancora più stringente ed effervescente la loro simbiosi. Perché sotto sotto Velma e Penelope un po’ si somigliano, no? Anche solo per gli uomini che stuzzicano la loro curiosità: intellettuali e con un alone di mistero (e di più non possiamo approfondire).

    Penelope. Prima era solo un girino che vagava nell’iperuranio dell’immaginazione – una pronipote dell’eccelso Hercule: uhmm… L’agente potenziale di un’affettuosa parodia del mystery: mah…

    Poi un’amica mi ha suggerito il nome, Penelope. Allora l’ho vista: doveva essere felicemente tonda come un Krapfen, avere andatura da criceto (ma esagitato o solenne a seconda dell’occasione) e una torre di capelli rossi (più o meno naturali). Contemporaneamente ho avvertito l’esigenza di un’altra voce, una voce che la ridimensionasse e fosse in grado di presentarla al lettore. E così, ecco saltar fuori la timida catto-anarchica Velma.

    Quelle due si assomigliano?

    Sì: come lo yin e lo yang; ovvero sono obbligate dal destino (e dalla sottoscritta!) a convivere: completandosi e a compenetrandosi. E infine a scambiarsi la voce.

    Quanto agli uomini intellettuali, be’: sono entrambe donne di buone letture (anche se Penelope non è sempre disposta a riconoscere questo merito alla sua segretaria); e, fatalmente, le donne di buone letture sono portate a sopravvalutare il fascino degli intellettuali. Attenzione, quindi!

    Velma Hamilton. Se Penelope appare un personaggio pienamente dichiarato, Velma conserva delle zone oscure, e lasci trapelare che nella sua vita, pur così ovattata e monotona, ci sia un segreto nascosto, una zona d’ombra e che il personaggio possa essere ancora scandagliato con curiosità.

    Mi sembrano pronte per una nuova avventura le due signore. Gli ingredienti caratteriali ci sono tutti. Penelope a rappresentare se stessa, e confermare il lettore della sua spassosa eccentricità; Velma a essere scoperta lentamente, a poco a poco, e a sorprendere il lettore o a commuoverlo. Ci hai pensato?

    Olà Judith! Posso chiamarti Judith?
 Il binomio JudithBecky mi pare molto in sintonia con le nostre conversazioni!

    Judith, mi piace! e il binomio con Becky mi sta piacendo moltissimo, quanto leggere “Penelope Poirot fa la cosa giusta”.

    Sono felice della domanda.
 Trovare la voce di Penelope non è stato facilissimo: ma una volta imbroccata (spero), non è stato necessario lavorare di chiaroscuri. Come tu sottolinei, è un personaggio completamente dichiarato: parla per iperboli, non ha debolezze (e quando ne ha, le trasforma immediatamente, e in totale buona fede, a proprio favore).

    La amo molto, ma trovo che sia una magnifica cialtrona!

    Quello di Velma è un carattere più sfumato, a tratti incerto. La sua voce è più affidabile, ma la sua personalità più celata; come se, nascondendosi dietro il ‘genere’, dicesse: “ehi, non è questo l’ambito in cui parlare di me, siamo in un mistery, in definitiva!”.
Eppure qualcosa trapela. Qualcosa  fa capolino bucando l’ironia della narrazione e sovvertendo le consuetudini del genere.
 Velma è il lato umano, emotivamente più vicino al lettore: può permettersi qualche nota di poesia e una malinconia di fondo, dovuta alla sua oscura storia famigliare.

    Anche a me sembrano pronte per una nuova avventura: ci sto lavorando e mi pare che Velma stia crescendo, mentre Penelope, be’: resta Penelope. Non può crescere lei: solo espandersi!
 Quel che cresce è il rapporto tra le due (ma grazie a Velma, direi).

    Che grande gioia sapere che ci sarà una nuova avventura.

    Magnifica cialtrona, sì certo, è proprio questo che entusiasma di Penelope, ma è pur vero che è con Velma che si istaura l’empatia del lettore, anche e soprattutto quando è costretta ad affrontare le angherie della sua “padrona”.

    Il romanzo è bipartito e affidato nella prima parte alla voce narrante di Velma, nella seconda a Penelope. A questo proposito devo spendere un nuovo complimento per Becky Sharp, perché nel variare della voce, da Velma a Penelope, cambia anche il tipo di ironia, sia nel tono, più mordace quello di Penelope più acuto quello di Velma, sia nei contenuti, o nello sguardo che è lo strumento principe dell’ironia, più attento quello di Velma più superficiale quello di Penelope.

    Oltre questa bipartizione, però, per tutto il romanzo sono presenti delle parti in corsivo, in cui si abbandona l’ironia e si inspessisce l’introspezione, pur conservando una focalizzazione soggettiva, ma più varia e complessa di quella palleggiata tra Velma e Penelope.

    Si può dire che nelle parti in corsivo intervengono in prima persona, con la propria interiorità, alternativamente tutti i personaggi del romanzo? è questo lo scopo che volevi affidare alle inserzioni in corsivo?

    Spesso si crede che scrivere un mistery sia una via ‘facile’. Per me non è stato così. Soprattutto non è stato semplice costruire un dispositivo che omaggiasse con ironia il canone ‘classico’ e, contemporaneamente,  restituisse un po’ di rotondità ai personaggi.

    Nel giallo ‘classico’  protagonisti e comprimari devono rinunciare alla  ‘profondità’ a favore dell’intreccio.
 Pensiamo alla Christie: anche quando sceglie di affidare la narrazione a una voce in prima persona, non può disperdersi troppo in divagazioni psicologiche o in descrizioni di ambienti. Ha rinnovato il genere con grande efficacia proprio perché lavora egregiamente in economia: il meccanismo è il centro, personaggi e ambienti (anche se mirabilmente tratteggiati) sono funzioni del meccanismo. Lo stesso vale per la commedia mistery giocata solo sull’iperbole e sulla parodia (un genere più cinematografico che letterario).

    Tutta questa pappardella per dire che, pur con grande rispetto, i miei personaggi si sono variamente ribellati alla funzione che il genere (e il contro genere) assegna. Ecco così le voci speculari di Velma e Penelope.
 A Velma la prima parte: perché lei è un’osservatrice, dotata dell’ironia timida ma precisa di chi non ama stare al centro della scena. 
A Penelope la seconda, perché lei invece, per quanto a modo suo, è una donna d’azione! con il tipo di ironia che ne consegue e che tu hai acutamente identificato. 
L’attrito tra una voce ‘vera’ e una voce ‘da commedia’… questo mi interessava esplorare: vedere come riverberavano l’una sull’altra – col rischio di creare un ircocervo (e forse è così).

     I corsivi che si alternano hanno una doppia funzione: da un lato servono ad  approfondire ‘emotivamente’ i comprimari; dall’altro a muovere narrativamente il plot.
 Il  lettore non avrebbe altrimenti modo di capire cosa accade a Villa Onestà. Grazie al punto di vista dei comprimari si acquisiscono indizi che le protagoniste, legate all’osservazione in prima persona, non possono conoscere. 

    Sono sempre più ammirata dalla brillantezza del tuo ingegno, cara Becky.

    Leggendo il romanzo ho avuto la netta sensazione che fosse intriso e impastato di letteratura con grande consapevolezza e dedizione, e non per mero sfoggio erudito. Anzi, che Becky Sharp giocasse a nascondere la maturità letteraria e il composito gioco narrativo. Con questa risposta me lo confermi. Il romanzo nasce da una chiara, lucida, raffinata volontà letteraria, e la felicità di Becky Sharp è di rendere questo disegno brillante, giocoso, piacevolissimo.

    Veniamo alla domanda spinosa, lasciata per ultima: il mondo editoriale. La coppia Elizabeth e Achille Gauli rappresenta il microcosmo e in un certo senso il ribaltamento (lei famosa scrittrice, lui scrittore misconosciuto) dell’universo libresco di oggi, con i suoi tic, i suoi idoli, le sue civetterie, i suoi trucchi e i suoi inganni. Rappresenta anche una certa stereotipia: lo scrittore colto e la scrittrice sdolcinata. La vera letteratura al maschile, e la letteratura di consumo al femminile.

    Velata polemica, o semplicemente realtà conosciuta?

    Non è che avessi un progetto: così e così; scrivendo però mi sono accorta che la faccenda prendeva quella piega: è difficile annientare la propria storia: quella prende sempre il sopravvento! e allora mi sono detta: giochiamocela con consapevolezza.

    Rispondendo alla domanda spinosa. 
E’ spinosa: sono rimasta volutamente nell’ambiguità. Se c’è velata polemica è verso certo vezzo intellettuale (molto italico in realtà) di ritenere stucchevole la letteratura di consumo tout court, senza saper distinguere tra subcultura (e ce n’è molta in giro, magari pure ben impacchettata!) e quella robusta cultura popolare che nei paesi anglosassoni vanta una tradizione valida e consolidata … anche se non priva  di stereotipie e scivoloni stilistici  (ma quelli si trovano pure in Dickens e in Wilkie Collins!)

    Diciamo che, prendendo in prestito le definizioni di Dwight MacDonald, Elizabeth interpreta il Masscult, Achille il Midcult. 
L’una, il solido prodotto di consumo, l’altro il prodotto medio con ambizioni intellettuali.

    Ormai, in Italia, non si sfugge al midcult: a volte si trovano ottimi prodotti; a volte prodotti pretenziosi e ammiccanti: che vogliono “per forza dire qualcosa”.
 Questo il senso dell’omaggio a Palazzeschi, in esergo al libro.
 La poesia “E lasciatemi divertire” non è un invito all’oblio, ma a liberarsi dai vincoli didascalici. Purtroppo in Italia il didascalismo, gattopardescamente, si trasfigura, ma rimane una zavorra.

    E allora: lasciatevi divertire alla maniera di Palazzeschi, voi che ancora dovete leggere “Penelope Poirot fa la cosa giusta”!

  • 30Ago2016

    Becky Sharp - giudittalegge.it

    Dieci buoni Motivi per NON leggere “Penelope Poirot fa la cosa giusta”

    1) Perché mi si descrive come una Donna Krapfen, quando è noto ai più che le mie grazie sono di fattura squisitamente botticelliana.

    2) Perché questa Becky Sharp (che idea appropriarsi del nome di quell’indegna parvenu!). Quella Sharp, si diceva, non è certo in grado di restituire le innumerevoli nuance che la mia personalità riflette. Dispone di una tavolozza inadeguata: se ne faccia una ragione!

    3) Perché si lascia la parola alla mia segretaria, Velma Hamilton, che non fa mistero di nutrire insensati dubbi sul mio talento investigativo, nonché sul mio stile in generale: la parola di una zitella anarchica contro il sangue che mi corre nelle vene. E che sangue!

    4) Perché – la faccenda è francamente incomprensibile – si è scelto di dare alla mia avventura un taglio Mystery, o Giallo come dicono in questo paese, quando sarebbe stato assai più appropriato infondervi un ritmo epico o, perlomeno un respiro drammatico. Mystery: a me!

    5) Perché si adombra l’ipotesi che io sia vittima del vizio del tabagismo. Figurarsi! Magari altri vizi, ma quello mai. Mai.

    6) Perché il titolo allude a una ‘Cosa Giusta’… come a insinuare che, in generale, è raro che io la imbrocchi. Il che, va da sé, è pura maldicenza.

    7) Perché, in spregio alla privacy che si deve a una Signora, si sono sbandierati ai quattro venti i miei problemi giovanili con le applicazioni geometriche.

    8) Perché è un libro in cui la casa è dotata di pensieri. Dico: La casa! Si è mai sentita una simile corbelleria? E’ noto ai più che le case parlano senza pensare!

    9) Perché se è un mystery o un giallo (cielo: un giallo!) la copertina è verde acido? Già perché? E’ del tutto evidente che si tratta di un colore poco portabile: se non in estate e con una carnagione adeguata. Per esempio: alla mia segretaria, che è smorta da non credere, sta davvero malissimo.

    10) Perché… Insomma: non vi pare abbastanza?

    Fonte: giudittalegge.it

  • 28Ago2016

    Alessandro Beretta - La Lettura - Corriere della Sera

    La pronipote di Poirot indaga: lasciatela divertire

    Silvia Arzola s’è data uno pseudonimo e rende un omaggio sorridente ad Agatha Christie.

    Leggi l’articolo completo

  • 26Ago2016

    Francesca Marson - lenuvoledinchiostro.it

    Tale zio, tale nipote. (O quasi). Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp 

    Che lo si ammetta o no, abbiamo tutti dei guilty pleasures letterari. Una serie di letture che segretamente divoriamo nella penombra della sera, sdraiati a letto o raggomitolati sul divano. Se dovessi confessarvi il mio avrebbe un nome preciso. Di più. Si configurerebbe come un ometto tondeggiante, dai baffi neri, lunghi e sottili, la forma della testa vagamente somigliante a quella di un uovo e un buffo accento belga. Sì, è proprio di Hercule Poirot che sto parlando.

    Da piccola – per essere più precisa daterei il cosiddetto «periodo giallo» dagli otto agli undici anni – non facevo altro che comprare, leggere, collezionare e disporre in ordine cronologico tutte le opere della scrittrice inglese. Da Tommy e Tuppence, coppia di strampalati detective innamorati, all’arzilla ficcanaso di Miss Marple – passando per il dimenticatissimo Parker Pyne e il fantasmatico duo formato da Quin e Satterthwaite – non c’era libro della cara zia Agatha che non divorassi. L’avverbio esatto con cui li maneggiavo, in netto contrasto con la mia naturale propensione al disordine, era religiosamente. Avevo una lista – aNobii era ancora un miraggio lontano – che divideva in tre blocchi l’intera produzione della Regina del Giallo. Nella libreria della mia città di mare custodisco ancora oggi tutti i volumi pubblicati tra il 1920 e il 1940 e la maggior parte di quelli tra il ’40 e il ’60.

    Potete capire il groviglio di sentimenti una volta avuto tra le mani Penelope Poirot fa la cosa giusta (Marcos y Marcos, pp. 332, 17 euro) scritto da Becky Sharp, pseudonimo che nasconde un’autrice italiana. Penelope è la pronipote dell’adorato Hercule Poirot. Dallo zio non ha certo ereditato l’intuito nel risolvere i misteri, bensì un altro tipo di fiuto: quello gastronomico.

    Ma si sa, tutti i lavori comportano fatiche e sacrifici; anche una lunga carriera di degustazioni e assaggi. Ed è proprio per rimettersi in forma, depurarsi e perdere i chili di troppo, che questa signora inglese di mezza età abbandona la grigia Londra per recarsi nel cuore della soleggiata Toscana, tra le colline del Chianti, a Villa Onestà. Non prima però di essersi scelta una segretaria impeccabile, zitella di origini italiane, con una spiccata indole al pensiero astratto: Velma Hamilton.

    Penelope è la nipote dell’adorato Hercule Poirot. Dallo zio non ha certo ereditato l’intuito nel risolvere i misteri, bensì un altro tipo di fiuto: quello gastronomico.

    Sarà lì, all’interno della villa (una clinica della salute new age), tra intrallazzi amorosi e immancabili intrighi, che il fiuto della protagonista verrà messo alla prova, portandola erroneamente a ipotizzare la morte di un ospite, quando un delitto si sta concretizzando – qui è proprio il caso dirlo – sotto il suo naso.

    Chissà se Penelope riuscirà a fare la cosa giusta, svelando ogni mistero. Per voi è decisamente più semplice: andate in libreria e regalatevi questa storia sospesa tra la raffinata parodia del mistery più classico e la commedia degli equivoci. Da leggere al mare o in montagna. O in città, una volta tornati dalle vacanze. In ogni caso alla luce del sole: al diavolo i guilty pleasures.

  • 21Ago2016

    Armando Massarenti - Il Sole 24 ore

    Sherlock Holmes e Penelope Poirot: chi fa la cosa giusta?

    «È proprio nei momenti di abbandono che la capacità di ragionare dà le sue prove migliori, assurgendo al livello di intuizione».

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  • 19Ago2016

    Marina Morassut - librodopolibro.com

    Becky Sharp: Penelope Poirot fa la cosa giusta

    Mistery britannico e romanzo umoristico sul quale sembrerebbe di dover spendere solo poche parole. Ed invece, tra la copertina accattivante, la trama, il genere e la scrittrice, enigma ella stessa …

    Intrigata da una recensione a 2 mani tra Lea del blog Due Lettrici Quasi Perfette e Laura La Libridinosa, ho deciso di suddividere la recensione in due parti: la prima per il lettore che eventualmente volesse solo curiosare e farsi un’idea del delizioso romanzo – la seconda riguardante la scrittrice che, Ve l’assicuro, vale la pena conoscere un po’ meglio… anche perché questa fantomatica Becky Sharp non la racconta proprio giusta!
 Ambientato negli anni Novanta, anche se sembra di essere nel 1800, impressione data dall’insieme di sensazioni che scaturiscono dalla lettura e dai personaggi, non già dalla dinamica, dalla scrittura o da un singolo componente estrapolato dal romanzo. Diviso in due blocchi e scritto in prima persona dall’assistente Velma nella prima parte, che ci introduce alla storia e ai protagonisti (a partire dalla sua assunzione) e da Penelope Poirot nella seconda, quando il romanzo è in pieno mistery. Questi 2 blocchi sono inframmezzati da diversi capitoli, a loro volta presentati da ciascuno dei personaggi minori con piccole divagazioni e/o accadimenti.
 Personaggi tutti che ci vengono presentati all’inizio del romanzo in uno stile simil-teatrale quasi da apertura di sipario. Ed allora, che inizi la rappresentazione! Il sipario si apre brevemente su Londra, quando la miope Velma Hamilton, zitella trentacinquenne oramai di professione, esemplare tipico della categoria con tanto di impermeabile, ombrello e scarpe comode ed adatte alla stagione – incontra per la prima volta Penelope Poirot, nipote di cotanto prozio, il famoso Hercule – che ha pubblicato un’insolita inserzione per assumere un’assistente che conosca bene l’italiano e che trascriva le sue memorie.

    Da Londra ci spostiamo velocemente nella spa dove Penelope intende rigenerarsi dalle fatiche di critica gastronomica e nel contempo iniziare le sue memorie. Ed eccoci quindi nella lussuosa Villa Onestà (mai nome fu più azzeccato, date le vicende che ivi hanno luogo), nelle campagne della Toscana, vicino a Siena: una villa che respira e che “sente” gli ospiti. Qui un insieme di Vip, industrialotti italiani, gemelle svizzere e scrittori anglo-italiani si sottopone a trattamenti salutistici per riprendere forma fisica e per rigenerarsi dalle fatiche dell’intelletto.

    Come detto, oltre ad essere un mistery è sicuramente romanzo umoristico: Poirot & Hastings – Penelope Poirot e Velma Hamilton. In entrambi i casi, Hastings & Hamilton fanno da cassa di risonanza ai pomposi Poirot senior e nipote Penelope nelle loro elucubrazioni. Solo che nel caso delle due donne, Velma la zitella, in odor di recessione da tale carica, non apprezza molto Penelope e le rivolge, anche quando non è direttamente interpellata, sarcastiche battute. Alle quali la vanitosa Penelope, donna di fattezze un po’ pingui, un po’ alla krapfen (perché lei “non mangia… attività così comune e volgare. Lei degusta e gode sottilmente, purchè il cibo sia di qualità, pare ovvio.” … pare ovvio!) e le cui celluline grigie più che lavorare in sinergia e produrre grandiosi risultati, si incrociano in un tremendo andirivieni che produce… caos! E sicuramente non la risoluzione del caso, quando una delle ospiti viene trovata morta. Ecco allora che la nipote del celebre investigatore belga fraintende il movente dell’omicidio – ed inizia a credere colpevole ciascuno degli ospiti della Villa, oltre al personale che ivi lavora. Ospiti e lavoranti che, uno alla volta, sveleranno i segreti più o meno colpevoli che tentano di nascondere. E non ci si può proprio credere quando Penelope concerta con lo scrittore suo amico il verso della civetta, per controllare a partire dalla mezzanotte se sono ancora vivi oppure sotto attacco omicida. Irresistibilmente divertente.

    Non siamo sicuramente in presenza di Dieci Piccoli indiani – della Christie, sia per l’epilogo che per il numero di possibili colpevoli. E per l’intenzione dell’autrice di farne una parodia ironica. Ma – diamo tempo al tempo – e soprattutto godiamoci la promessa di una trilogia e non già di una saga. Inoltre la trama è ben congegnata, l’ambientazione soprattutto in Italia è ottima e le atmosfere che si respirano non hanno nulla da invidiare ai più celebri romanzi cui questo fa il verso, in modo garbato, ironico appunto ed umoristico – come un ossequioso omaggio e non mera copia. Un’idea, uno spunto geniale che si ancora al celebrato genere e ne fa, grazie al carattere di Penelope Poirot, incredibile donna pingue in tacco dodici e pelliccia, oltrechè coacervo di stili, pensieri ed azioni – e soprattutto alle conversazioni mordaci con l’assistente Velma, un joie de vivre imperdibile, sia per gli appassionati del genere che per i lettori alla ricerca di un bel libro italiano da regalarsi. E non solo: in questo periodo sempre più nero per le donne, incontriamo un’autrice che con lievi pennellate dà di gomito ad un argomento che ultimamente è sempre più agli onori della cronaca: “…Villa Onestà mi parve all’improvviso il frammento di uno specchio universale, fatto di maschi bugiardi e di donne da ingannare…”. Perché a ben cercare, ogni libro ha in sé anche aspetti che riguardano la realtà e che ad essa strizzano l’occhio. E a ben vedere l’arte in generale – letteratura, musica ed ogni altra espressione artistica – è sempre a braccetto con la Società del suo tempo ed in molti casi, semplicemente, svela a chi sa vedere ed ascoltare la trama che serve per far riflettere.

    PICCOLI INCONTRI CON L’AUTRICE

    Becky Sharp, ovvero… Rebecca de La Fiera della Vanità di William Thackeray. Quando la biografia dell’autore regala un di più al libro stesso, per prolungare il piacere di assaporarlo come un buon vino. Ovvero… Silvia Arzola: ottime letture, traduttrice, critica letteraria, cinematografica e gastronomica. Non trovavo la traduttrice di questo romanzo, figura sempre importante per un libro. Dato il nome, mi credevo in presenza di una scrittrice inglese, e invece… come Penelope Poirot, ho fatto lavorare le celluline grigie ed ecco qui: Vi presento la scrittrice Silvia Arzola.

    • Breve stralcio da una sua intervista con Paola Maraone di Gioia. Nonostante il mistery sia stato snobbato perché poco realistico e sia stato poi abbandonato per i gialli e i noir, lei vi ritrova sempre un che di consolatorio. Ma perché, in un’epoca in cui la maggior parte delle persone fa a gara per etichettare qualcosa come ‘proprio’ e utilizzarlo per ottenere la fama agognata, utilizzare uno pseudonimo? “Per timidezza. Non mi sembrava giusto che il mio nome comparisse su questo libro, io, in realtà, sono più una ventriloqua che una scrittrice. La scelta iniziale era tra Katie Morland (Jane Austen, Northanger Abbey) e Becky Sharp (William Thackeray, La fiera della vanità) e alla fine ha vinto quest’ultima: sia perché anche Thackeray era un grande parodista, sia perché Rebecca, per quanto manipolatrice e meschina, è l’unica consapevole di se stessa in un contesto in cui tutti gli altri indossano continuamente maschere.” D’altronde Becky ha letto molto per lavoro e ancor di più ha fatto da bambina, con i mistery della Christie e di Nancy Drew, scritti da un gruppo d’autori che si celava dietro lo pseudonimo (un altro, quanti!) di Carolyn Keene.

    • Stralcio di una sua intervista con Tania di Lagunadellesirene.com

    1. Durante la stesura di “Penelope Poirot fa la cosa giusta’’, hanno preso vita prima i personaggi o la storia?
 “I personaggi, sicuramente. Penelope è stata una visione: una donnina rotonda con una torre di capelli rosso fuoco. Una donna krapfen! Quasi contemporaneamente, come in un parto gemellare, ho visto spuntare la sua assistente Velma Hamilton.
”

    2. Ha un rituale, dei punti precisi durante la stesura del romanzo o scrive istintivamente finché storia e personaggi non prendono forma da soli?
 “Non saprei descrive puntualmente il processo: i personaggi all’inizio sono solo visioni, ombre: prendono corpo attraverso la voce. Mi sento un po’ una ventriloqua: la voce dei personaggi, usurpa la mia voce.
Nella fase di progettazione è la voce dei personaggi principali a guidarmi e a gettare le fondamenta della storia. Anche la ‘visione’ della location è molto importante: devo poter padroneggiare il teatro dell’azione: luci, profumi, oggetti (gli oggetti dicono moltissimo!). Infine, in un intreccio di istinto e tecnica, emergono i comprimari: il disegno si definisce. Un disegno ‘aperto’, suscettibile di variazioni.
”

    3. Dare vita a Penelope Poirot: mossa vincente grazie al sangue che scorre nelle sue vene o arma a doppio taglio col rischio di cadere in un déjà vu sulle orme del suo famoso avo?
 “Non so se sia una mossa vincente, ma non temo l’effetto déjà vu: Penelope del famoso avo possiede solo la siluette tondeggiante e la proverbiale tracotanza. Quanto al resto, non è una moralista e, soprattutto, è del tutto sprovvista del famoso fiuto del celebre prozio – anche se è certa di averlo ereditato.
”

    4. Perché Penelope Poirot e non Penelope Holmes o Marple?
”Perché il romanzo vuole essere un omaggio al mystery e insieme una sua parodia; Holmes tra i detective celebri è sicuramente quello più parodiato: l’effetto déjà vu, allora sì, sarebbe stato vero rischio.
 Miss Marple e i suoi (potenziali) discendenti non si prestano a un’operazione di questo genere.
Poirot invece nasce già con un innegabile potenziale umoristico che la Christie tiene sotto controllo. Enfatizzare quel potenziale sottraendo al personaggio ‘il genio investigativo’: ecco, quello mi divertiva. In generale, tuttavia, questi sono ragionamenti sorti a posteriori. L’immagine che mi si è imposta era quella di una cicciottella narcisista, logorroica, svenevole e insieme autoritaria: ovvero Penelope Poirot.”

    5. Velma Hamilton braccio destro di Penelope, è la trasposizione femminile del fedele Arthur Hastings?
 “Sempre in una logica sottilmente parodica, Velma Hamilton, è l’opposto di Hastings. Non stima particolarmente la sua ‘Padrona’, anzi dubita di continuo del suo presunto genio. E’ grazie alla sua voce che si realizza l’effetto parodico: Velma, soprattutto all’inizio, è in grado di registrare le follie di Penelope; è il suo istintivo buonsenso a mostraci Penelope per quello che è davvero.
”

    6. Ci saranno nuove tragicomiche avventure per la coppia Penelope–Velma?
 “Penso a una trilogia, più che a un seriale. La serialità non permette ai personaggi di crescere per bene: rischia di cristallizzarli. Non voglio imprigionarli: poverini!
”

    7. L’ironica Agatha Christie, con il suo impomatato Poirot, ricerca il massimo dell’imprevedibilità: l’assassino era il narratore, l’assassino era il poliziotto, assassini sono tutti i sospettati, assassini e vittime s’identificano. Camilleri è magistrale nell’uso del paradosso. Qual è il suo rapporto con l’ironia e come si riflette nel personaggio di Penelope?
 “Credo che il romanzo sia sì un mystery, ma anche un romanzo umoristico. Personalmente sono una cultrice della letteratura umoristica inglese. E non mi riferisco solo alle perle dell’umorismo puro: Wodehouse e JK Jerome, per citare solo i più noti, ma a quell’attitudine tutta inglese che tende a infondere l’elemento umoristico nei generi più disparati: Defoe, Austen, Thackeray a Dickens, Von Armin, Chesterton, Vaughn… persino nell’impegnatissimo Orwell si trovano tracce di humor. E nella Christie, naturalmente.
”

    8. Cosa legge Becky Sharp nella vita privata, ha un autore preferito?
 “Leggo per lavoro e leggo per diletto. Leggo di tutto, ma non sono onnivora: la discriminante è una buona scrittura (o una buona traduzione). Gli autori che amo sono molti. Temo di essere una vera politeista. Credo inoltre che le gerarchie mutino a secondo dell’età e dello stato d’animo. A vent’anni leggevo solo classici russi (li amo ancora, sia chiaro) ed esistenzialisti francesi (quelli oggi li amo meno, fatta eccezione per Camus); avevo bisogno di drammaticità! Poi ho frequentato di tutto: fumetti, fantascienza, noir, gialli e, sempre, i cosiddetti classici. Oggi non ho paura di divertirmi, di cercare libri godibili, di farmi sorprendere da quelli che saranno i classici di domani (in questo momento penso a Roberto Bolaño e a Ricardo Menendéz Salmon).
”

    9. Prima di lasciarci ci consiglia, oltre al suo, un romanzo per l’estate 2016?
 ” ‘L’ultimo Bicchiere di Klingsor’ di Torgny Lindgren: un romanzo sorretto da un’ironia tragica e paradossale.”

  • 06Ago2016

    Paola Maraone - gioia

    Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp, Marcos y Marcos, pp.194, 17.

    Mistery anglofilo pubblicato con pseudonimo da scrittrice italiana (Silvia Arzola): Penelope Poirot, nipote di quel Poirot e come lui detective, cerca relax in una spa senese assieme a un’amica, ma un omicidio la costringe a tornare al lavoro.

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  • 03Ago2016

    Paola Babich - Intimità

    Libri per l’estate

    Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp, Marcos y Marcos, pagg.331, 17

    Dal West End di Londra a Villa Onestà, nelle colline del Chianti, Penelope aspira a una vacanza rigenerante, che si rivela ben presto davvero poco rilassante.

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  • 01Ago2016

    Thebookcaseofmymind - thebookcaseofmymind.com

    Penelope Poirot fa la cosa giusta, di Becky Sharp

    Per una patita di gialli che si è letta una bella fetta della produzione di Agatha Christie, farsi sfuggire un libro che ha per protagonista la nipote (di zio o di nonno non si sa) del celebre investigatore belga era praticamente impossibile.

    Trama:

    Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.

    La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria. 
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
 Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
 A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
 Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
 Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
 C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
 Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
 Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca. 
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.

    Cosa ne penso:

    Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo di stampo “classico”, à la Agatha Christie, con una manciata di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa, e questo già di per sé è una buona cosa. Almeno per me.

    In più (e questa è la parte migliore) su questo giallo è stata spruzzata un’abbondante dose di Zia Mame, e così la vicenda criminosa passa un po’ in secondo piano, mentre emergono le personalità, le debolezze e le stranezze dei personaggi.

    Su tutti spicca ovviamente lei, la Penelope del titolo: eccentrica, ostentatamente elegante, sempre sui tacchi seppur traballante in mezzo alla neve, piena di autostima, assolutamente convinta che per dire di essere un’artista basti vivere come un’artista, certa di essere una critica culinaria sopraffina nonché di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre parente.

    Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton, italo-inglese, dicotomia ambulante, zitella di professione (“così tipica!” dice Penelope appena la vede. Invece io ho pensato ”ecco la versione più giovane di Miss Marple”) che nella sua zitellaggine è piuttosto girl power (o un marito o un lavoro, si dice a un certo punto, e decide per il lavoro). Velma fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e tramite il suo sguardo più pacato – o semplicemente nuovo all’ambiente lussuoso della Spa e alla fauna di ricchi che la abita e quindi più obiettivo, ma in fondo chi lo sa – il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e di ridicolezza che ricopre gli ospiti della grande villa dove lei e Penelope alloggiano.

    Ma c’è anche dell’altro. Ci sono scrittori senza talento che vivono solo d’immagine, donne disoneste, segreti provenienti dal passato, pregiudizi, rancori, invidie, gelosie. Una commedia umana desolante, ma pur sempre una commedia.

    Su tutto, c’è lo stile dell’autrice, ricco e vivace, proprio come piace a me: un’ottima commistione di humor e prosa sapiente.

    A chi lo consiglio:

    Ovviamente a tutti gli amanti dei romanzi di Agatha Christie, a chi ha amato Zia Mame, a chi ama i romanzi intrisi di humor, inglese o meno inglese.

  • 31Lug2016

    omnimilanolibri - omnimilanolibri.com

    Una milanese racconta la nipote di Poirot

    Profuma di violetta e di valium. È un mistery vintage che non si offende se definito libro “al femminile” e “da ombrellone”. È il romanzo della scrittrice milanese che ha scelto Becky Sharp come pseudonimo per timidezza.

    Forse per evitare quell’effetto scrittore “so tutto io” che non ama, come non ama, anche se ne è vittima, il mondo del benessere a tutti i costi, ispirato da filosofie alte, quello di certe cliniche salutistiche tipo Villa Onestà, dove si trasferisce con i suoi personaggi per ucciderne uno, e psicanalizzarne un paio di altri.

    Becky Sharp si presenta con il nome vero accompagnato al Becky che ha scelto per scrivere più serenamente, si presenta in carne e ossa ed è una persona interessante quanto i personaggi che costellano il suo libro, tra cui quelli femminili brillano notevolmente offuscando gli altri. 
“Penelope fa la cosa giusta” è la proposta con cui Marcos y Marcos vuole divertirci e catturarci, strapparci dalle incombenze cittadine e dai “sospesi” del “ne riparliamo a settembre”. La protagonista istrionica e tondeggiante è una donna inglese dal cognome importante – Poirot – che le attribuisce la vocazione del saper risolvere misteri. A torto o a ragione? Lo si scopre leggendo, lasciandosi trasportare assieme alla sua assistente Velma Hamilton, giovane zitella anarchica, in una clinica della salute truccata da beauty farm ispirazionale, nelle colline del Chianti.

    Se la musicalità scorrevole della lettura rendono questo libro perfetto per la pausa estiva, il clima che bussa alle finestre del gruppo dei protagonisti è del tutto invernale. Una tempesta di neve isola la clinica in modo funzionale, per un mistery che per essere mistery davvero ha bisogno che non ci sia troppa tecnologia. Come conciliare una trama alla Agatha Christie, mito dell’autrice, con le infinite e invadenti funzioni anti privacy di smartphone, gps, telecamere di sorveglianza e quanto altro? Infatti siamo a fine secolo scorso, negli anni ’90, quando Penelope Poirot fa la cosa giusta.

    La fa più volte, ma se se ne svela una, si rischia l’effetto domino bruciando la bellezza di un libro che cattura, per il mistero che abbraccia e si rigira in bocca come una caramella alla violetta, ma non solo. Già dalla cortina verde, non da giallo, e dall’andatura curiosa della coppia Penelope/Velma, si comprende che le indagini attorno al cadavere non sono che uno dei tanti motivi per cui vale la pena di conoscere il libro di Becky Sharp e la donna che dietro sbuca intrecciando sé stessa alle sue protagoniste.

  • 28Lug2016

    Paola Maraone - GIOIA!

    In valigia non dimenticare…

     

    Mistery anglofilo pubblicato con pseudonimo da scrittrice italiana (Silvia Arzola): Penelope Poirot, nipote di quel Poirot e come lui detective, cerca relax in una spa senese assieme a un’amica, ma un omicidio la costringe a tornare al lavoro. Puntuto, originale e lieve: mix quasi perfetto di intrigo e ironia, per chi cerca un giallo fuori dagli schemi.

  • 25Lug2016

    Giuseppe Porrovecchio - Cultweek

    Merenda con Penelope Poirot

    Sediamo nella verdeggiante terrazza della casa editrice Marcos Y Marcos accompagnati da gelato, frutti rossi e succo di melagrana, mentre S. (che chiameremo Becky – o è Becky che chiamiamo S?) ci prega (in un tono un po’ perentorio) di non scattarle foto. “Solo ai dettagli, il mistero deve restare tale”.

    Becky Sharp è Becky Sharp, inutile cercare di scoprire chi vi si celi dietro. Indossa una collana geometrica rossa e verde, un paio di anelli, una blusa bianca e la consapevolezza di cosa significhi davvero scrivere bene. Non che le manchi l’umiltà, ma con il suo background è quasi impossibile non saperlo: ottime letture, traduttrice, critica letteraria, cinematografica, gastronomica… Ah no, quest’ultima no, è un compito che lascia assolvere egregiamente – così dicono – alla sua eroina: Penelope Poirot. Nonostante il nome possa rimandare a più personaggi letterari quel cognome è inconfondibile, unico nella storia: è la pronipote del mitico Hercule Poirot, nato dalla penna di Agatha Christie, con cui condivide sì un certo fiuto investigativo ma sicuramente non la stessa infallibilità. D’altronde Becky ha letto molto per lavoro e ancor di più ha fatto da bambina, con i mistery della già citata Christie e di Nancy Drew, scritti da un gruppo d’autori che si celava dietro lo pseudonimo (un altro, quanti!) di Carolyn Keene.

    Nonostante il mistery sia stato snobbato perché poco realistico e sia stato poi abbandonato per i gialli e i noir, lei vi ritrova sempre un che di consolatorio. Ma perché, in un’epoca in cui la maggior parte delle persone fa a gara per etichettare qualcosa come ‘proprio’ e utilizzarlo per ottenere la fama agognata, utilizzare uno pseudonimo? “Per timidezza. Non mi sembrava giusto che il mio nome comparisse su questo libro, io, in realtà, sono più una ventriloqua che una scrittrice. La scelta iniziale era tra Katie Morland (Jane Austen, Northanger Abbey) e Becky Sharp (William Thackeray, La fiera della vanità) e alla fine ha vinto quest’ultima: sia perché anche Thackeray era un grande parodista, sia perché Rebecca, per quanto manipolatrice e meschina, è l’unica consapevole di se stessa in un contesto in cui tutti gli altri indossano continuamente maschere’.

    Il libro, Penelope Poirot fa la cosa giusta (edito da Marcos y Marcos) è nato per scommessa, con il tentativo di far scrivere un’amica. Poi, nominandola – prima Priscilla e infine Penelope – se l’è vista comparire davanti in carne (soprattutto) e ossa e la storia è diventata sua. Da lì poi è nata Velma, pronta ad unirsi e a formare questa coppia autosufficiente, quasi autodeterminatasi, con un aspetto decisamente parodico.
    Penelope Poirot, per fare le presentazioni, è una critica gastronomica dal palato sopraffino, una donna krapfen, pronta a immischiarsi in cose che non la riguardano e a svelare ogni singolo mistero le si palesi davanti: buon sangue non mente. Velma incarna invece lo stereotipo bonario inglese, cresciuta coi nonni senza aver mai alzato un dito, ligia ai propri costumi, si accorge che l’unico pretendente intenzionato a toglierle il titolo di zitella proprio non le va giù e quindi si trova costretta a rispondere ad un annuncio di lavoro trovato sul giornale che sembra rispecchiarla alla perfezione. “Il rapporto tra queste due donne è l’elemento che preferisco del romanzo. So quanto possa esser difficile, non a caso nasce da quella solita diffidenza dovuta alla diversità d’atteggiamento, ma sono destinate a evolversi, a creare una consuetudine che sfumi nell’affetto”.

    A esse si aggiungono molti altri personaggi: Anita Dall’Orso, attrice tenebrosa; il dottor Alex Cosser, medico curante di Villa Onestà – luogo in cui si svolge la storia, una sorta di clinica per disintossicarsi attraverso metodi alternativi, per prendere in giro quelle pratiche reali (e a cui Becky, per ammissione, non riesce a resistere) per cui, da un certo punto in poi, a tutto dovesse essere collegato e analizzato attraverso l’aspetto spirituale; Elizabeth Foster Gauli, famosa scrittrice impegnata di romanzi rosa e il marito Achille Gauli, meno famoso scrittore intellettuale; Primo Baldan, giardiniere e autista della tenuta; e poi Gaia, Marco, Rita, David, l’ex editore, le gemelle concave, la doppia coppia industriale, insomma, un mix di figure che ai dieci piccoli indiani non ha nulla da invidiare. “I personaggi maschili sono quelli che sento riusciti meno, ai quali io stessa mi sento meno legata. Sì, è vero che è un romanzo al femminile: ci sono quelle scrittrici che scrivono romanzi femminili, stereotipati, quasi fiabeschi. Un romanzo al femminile è invece un romanzo in cui i personaggi assumono quel determinato aspetto. D’altronde la mia idea non è quella di rappresentare delle donne fragili: la cronaca parla del rapporto uomo/donna in una direzione sicuramente non piacevole ma è una via che non voglio intraprendere. L’umorismo offre mille altre modi per parlarne e come direbbe il mio compagno, in verità sono le donne a turlupinare gli uomini”.

    Il romanzo è ambientato negli anni Novanta perché con le nuove tecnologie, se ambientato ai giorni nostri, il mistery non avrebbe più senso, perderebbe di cittadinanza. “E poi, mi sento davvero una donna del secolo scorso”. Scritto in prima persona, è diviso in due parti: la prima raccontata da Velma, partendo dall’assunzione come segretaria; la seconda dal punto di vista di Penelope, quando la storia assume definitivamente le sembianze del mistery. Far muovere quest’ultima non è stata però impresa facile, tanto che, prima della riscrittura, viveva attraverso la narrazione in terza persona: come contenere un impeto simile! Talmente forte da fluire in una trilogia e se il terzo volume è ancora lontano, del secondo, in fase di stesura, sappiamo che sarà ambientato a Portofino, terra di yatch e personaggi famosi. Se Penelope Poirot (non sempre) fa la cosa giusta, Becky Sharp ne ha fatta sicuramente una ottima: scrivere una storia divertente, avvincente, permeata dal classico humor britannico e da personaggi indimenticabili. Che siate sotto l’ombrellone o meno, fatene una buona anche voi, correte a comprarlo!

  • 20Lug2016

    Stefania - duelettriciquasiperfette.blogspot.it

    Penelope Poirot fa la cosa giusta – Becky Sharp

    Qualche giorno fa scorrendo la pagina Fb del gruppo delle partecipanti alla challenge LGS ho visto questa copertina verde acido con una casa che ammiccava e ne sono rimasta folgorata. Ho letto la sinossi e non ho resistito, l’ho acquistato.

    E sono felice di averlo fatto, perchè Penelope Poirot e la sua assistente Velma Hamilton mi hanno conquistata.

    TRAMA

    Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.

    La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.

    È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.

    Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.

    A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.

    Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.

    Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.

    C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.

    Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.

    Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.

    In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.

    RECENSIONE

    Il libro si apre con un elenco dei personaggi che appariranno nel racconto e questa è una cosa che apprezzo molto perchè spesso, soprattutto se i personaggi sono molti, mi capita di non ricordare chi sia chi e di dover andare a ritroso per cercare di focalizzare. In realtà in questo caso non ce ne sarebbe reale necessità perchè i personaggi non sono tantissimi e sono ben caratterizzati quindi riconoscibili già dopo i primi capitoli, però l’ho apprezzato comunque.

    Prosegue poi con un prologo nel quale viene raccontato l’incontro tra le due protagoniste e vengono tratteggiate le loro caratteristiche principali: Penelope Poirot, pronipote del celeberrimo Hercule, aristocratica che usa indossare pelliccia di volpe bianca e tacco dodici e Velma Hamilton, zitella per scelta e aspirante assistente per necessità, abbigliata con impermeabile classico, gonna di tweed e cappello a frittella, che ben poco ha conservato delle sue origini italiane. Due personaggi veramente godibili.

    “Lei mangia miss Hamilton?”

    “Devo dire che mi capita, madam”

    “Peccato! Mangiare è un’attività così comune, così volgare. Vede, Velma cara, io non mangio,”

    Miss Hamilton squadrò di sottecchi la sua interlocutrice: volendo essere benevoli, la si poteva definire un po’ pingue. Certamente non un’asceta.

    “Io” affermò Penelope “degusto, assaporo, godo sottilmente, ma profondamente, del cibo, Purché sia di qualità, mi pare ovvio”

    “Pare ovvio…”

    Motivo del loro incontro è un soggiorno che Penelope ha deciso di trascorrere in una clinica salutistica sulle colline del Chianti, durante il quale intende scrivere le sue memorie, pertanto necessita di un’assistente che la aiuti in questa impresa e che conosca bene la lingua italiana.

    Il libro prosegue poi diviso in due parti: la prima raccontata dal punto di vista di Velma nella quale faremo la conoscenza dei luoghi, dei personaggi, delle loro peculiarità, dei loro vezzi e dei loro vizi, dei vari intrecci personali possibili e probabili e si conclude, ovviamente, con il ritrovamento di un cadavere.

    La seconda parte ci mostra gli avvenimenti da quel momento in poi per come li vive Penelope, vengono tirati tutti i fili sparsi nella prima parte fino ad arrivare al loro giusto posizionamento e alla conclusione del giallo.

    In entrambe le parti si alternano capitoli in cui a parlarci è la protagonista a capitoli in cui saranno gli altri personaggi (e talvolta la stessa casa che li ospita) a raccontarci ciò che accade.

    Un giallo nella più classica delle accezioni, alla Agatha Christie, dove gli indizi si svelano pian piano, dove tutti sono sospettabili ma nessuno accusabile e dove si ritroveranno nel più classico dei modi, tutti insieme a dipanare il mistero.

    Una lettura briosa e molto piacevole, assolutamente consigliabile in questa calda estate.

    “Si doveva pur ammettere, si doveva” che non poteva essere altrimenti “con il sangue che mi scorre nelle vene” 

    Parola di Penelope Poirot…

    …e di Stefi

  • 20Lug2016

    Valeria Parrella - Grazia

    Perdetevi in queste storie

    Penelope Poirot fa la cosa giusta, Becky Sharp, Marcos y Marcos, pag.331, 17

    Dopo la lettura tutti mangeranno pasticche alla violetta: è ciò che la scaltra Penelope Poirot e la sua nuova segretaria Velma masticano quando hanno a che fare con i casi difficili.

    Leggi tutto l’articolo

  • 18Lug2016

    Rossella Lo Faro - Retablo di parole

    A merenda con Becky Sharp

     

    È un pomeriggio milanese di luglio e al centro di una terrazza ventilata e circondata dal verde si erge una tavolata imbandita di leccornie e un gruppo di blogger pronti a immortalare l’essenza di Becky Sharp, pseudonimo di chi ha appena dato alle stampe per i tipi di marcos y marcos il gustoso Penelope Poirot fa la cosa giusta, un giallo intelligente e dalle tinte rosa.

     

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  • 17Lug2016

    Diana D'Ambrosio - Non riesco a saziarmi di libri

    Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp

    Immaginate di calarvi per un pomeriggio in una Londra di fine secolo scorso.

    Ad accogliervi ci saranno Velma, zitella per vocazione, e Penelope Poirot, eccentrica e vulcanica critica culinaria dagli illustri natali.
  • 15Lug2016

    Valeria Parrella - Grazia

    PENELOPE POIROT FA LA COSA GIUSTA, Becky Sharp, Marcos y Marcos, pag. 331,€ 17

    Dopo la lettura tutti mangeranno pasticche alla violetta: è ciò che la scaltra Penelope Poirot e la sua nuova segretaria Velma masticano quando hanno a che fare con i casi difficili.

     

    Leggi l’articolo completo

  • 14Lug2016

    Tania - lagunadellesirene.com

    Penelope Poirot fa la cosa giusta

    ”Pen, la gente non lo crederebbe mai, ma tu hai un dono. In certi momenti, in certi casi particolari, tu sola sai qual è la cosa giusta.”

    ”Grazie papà.”

     

    TRAMA

    Penelope Poirot, sangue importante scorre nelle sue vene, importante come il cognome che porta. Penelope, un fiuto innato nel risolvere i misteri, un palato fine ma spietato come le sue critiche gastronomiche. Morbida donna inglese, di classica e sobria eleganza, critica gastronomica di professione, altri non è che la pronipote del famoso e impeccabile investigatore dalle “piccole cellule grigie’’ Hercule Poirot. Ma le blasonate discendenze sembrano non interessare a Scotland Yard e Penelope potrà dar prova di essere alla pari del suo avo quando, un po’ per vezzo, un po’ per dovere, si ritira in un gotico maniero salutistico incastonato tra le dolci colline del Chianti della campagna senese, in Toscana.

    Dopo aver finalmente scoperto in Velma Hamilton una segretaria che parla fluentemente italiano ( poco importa, al momento, se non sa guidare ), miss Poirot con  le sue pellicce di volpe, il tacco dodici, l’immancabile mise di raso per la notte e una scorta di pastiglie alla violetta per coprire innocenti evasioni, parte alla volta di Villa Onestà, seguita da Velma, per disintossicare mente e corpo.

    Tra la bruma che sale dai campi, la neve che scende copiosa e un regime alimentare mesto, Penelope Poirot e la fedele Velma, vengono coinvolte nelle complicate vicende di una giostra di pittoreschi e affascinanti personaggi traboccanti ambiguità e segreti malcelati.

    Isolata  nel maniero a causa di una tempesta di neve Penelope si getta a capofitto nelle indagini che riguardano il misterioso ritrovamento del cadavere di una delle ospiti del maniero. Il candore della neve che avvolge il cadavere sembra voler confondere le carte.

    Tra colpi di scena e segreti traditi, col sangue che scorre nelle sue vene, Penelope Poirot non si lascia abbagliare dal riverbero della neve. In questo caso lei sa qual è la cosa giusta da fare …

    La Casa editrice Marcos y Marcos ci mandò la pubblicità dell’imminente uscita del giallo di Becky Sharp “Penelope Poirot fa la cosa giusta’’ e mi colpì subito l’accattivante copertina verde acido raffigurante un’eccentrica villa gotica, un po’ grottesca, che mi proiettò in un mondo retrò, dal tenue profumo cipriato di talco e antichi merletti, pur non avendone ancora letto la trama. La presentazione del romanzo appagò le mie aspettative tanto da richiedere alle gentilissime Erica e Roberta Solari di poterne ricevere il testo per recensirlo. Che emozione riceverlo, scartare il plico e trovare un bel cartaceo, colori brillanti, copertina flessibile con risvolto e caratteri della giusta dimensione per non affaticare la vista. Grazie anche al mistero che avvolge Becky Sharp, la curiosità mi ha spinta ad aprire subito  le sue pagine e a divorarle.

    Il romanzo è diviso in due parti raccontate dalla voce di Velma nella prima parte, di Penelope nella seconda. Ogni parte è suddivisa in capitoli, intervallati da “sottocapitoli’’ in corsivo dove prendono vita voci e racconti di ospiti e dipendenti di Villa Onestà, tra i quali le stesse Velma e Penelope.

    Immersa nella lettura, mi sono ritrovata in un mondo caleidoscopico, tra le dolci colline senesi, avvolta dall’aspro profumo della terra umida novembrina, del mosto che fermenta nei tini e del chianti messo a decantare.

    Mistero, humor inglese, scenari accattivanti, atmosfera e pathos di un’Italia che fu, Becky Sharp, con la sua scrittura raffinata e curata, piacevolmente scorrevole, ha saputo miscelare e dosare gli ingredienti giusti per un giallo geniale e intrigante. I personaggi sembrano prendere vita tra le pagine del romanzo, sembra di vederli raccolti in un salone, ad accusarsi reciprocamente mentre Penelope, col suo tacco dodici e la sua volpe bianca è pronta a far luce sul mistero, perché l’assassinio non avviene sempre in biblioteca per mano del maggiordomo armato di candelabro… E questo Penelope Poirot lo sa, perché solo lei fa la cosa giusta.

    Se il giallo è la vostra passione, se amate Agatha Christie o semplicemente volete avvicinarvi al genere, questo è il romanzo giusto. Perfetto anche sotto l’ombrellone, su un’amaca tra le fronde degli ulivi o comodamente in poltrona avvolti in un plaid durante un rigenerante temporale estivo…

     

  • 14Lug2016

    Tania - lagunadellesirene.com

    Intervista a Becky Sharp

    1.  Durante la stesura di ‘’ Penelope Poirot fa la cosa giusta’’, hanno preso vita prima i personaggi o la storia?

    I personaggi, sicuramente. Penelope è stata una visione: una donnina rotonda con una torre di capelli rosso fuoco. Una donna kraphen! Quasi contemporaneamente, come in un parto gemellare, ho visto spuntare la sua assistente Velma Hamilton.

    2.    Ha un rituale, dei punti precisi durante la stesura del romanzo o scrive istintivamente finché storia e personaggi non prendono forma da soli?

    Non saprei descrive puntualmente il processo: i personaggi all’inizio sono solo visioni, ombre: prendono corpo attraverso la voce. Mi sento un po’ una ventriloqua: la voce dei personaggi, usurpa la mia voce.

    Nella fase di progettazione è la voce dei personaggi principali a guidarmi e a gettare le fondamenta della storia. Anche la ‘visione’ della location è molto importante: devo poter padroneggiare il teatro dell’azione: luci, profumi, oggetti (gli oggetti dicono moltissimo!). Infine, in un intreccio di istinto e tecnica, emergono i comprimari: il disegno si definisce. Un disegno ‘aperto’, suscettibile di variazioni.

    3.    Dare vita a Penelope Poirot: mossa vincente grazie al sangue che scorre nelle sue vene o arma a doppio taglio col rischio di cadere in un déjà vu sulle orme del suo famoso avo?

    Non so se sia una mossa vincente, ma non temo l’effetto déjà vu: Penelope del famoso avo possiede solo la siluette tondeggiante e la proverbiale tracotanza. Quanto al resto, non è una moralista e, soprattutto, è del tutto sprovvista del famoso fiuto del celebre prozio – anche se è certa di averlo ereditato.

    4.    Villa Onestà, la Spa new age dal sapore gotico, sita nella quiete della campagna senese, un nome volutamente ironico che ben la descrive?

    Infatti!

    5.   Perché Penelope Poirot e non Penelope Holmes o Marple?

    Perché il romanzo vuole essere un omaggio al mystery e insieme una sua parodia; Holmes tra i detective celebri è sicuramente quello più parodiato: l’effetto déjà vu, allora sì, sarebbe stato vero rischio.

    Miss Marple e i suoi (potenziali) discendenti non si prestano a un’operazione di questo genere.

    Poirot invece nasce già con un innegabile potenziale umoristico che la Christie tiene sotto controllo. Enfatizzare quel potenziale sottraendo al personaggio ‘il genio investigativo': ecco, quello mi divertiva. In generale, tuttavia, questi sono ragionamenti sorti a posteriori. L’immagine che mi si è imposta era quella di una cicciottella narcisista, logorroica, svenevole e insieme autoritaria: ovvero Penelope Poirot.

    6.    Velma Hamilton braccio destro di Penelope, è la trasposizione femminile del fedele Arthur Hastings?

    Sempre in una logica sottilmente parodica, Velma Hamilton, è l’opposto di Hastings. Non stima particolarmente la sua ‘Padrona’, anzi dubita di continuo del suo presunto genio. E’ grazie alla sua voce che si realizza l’effetto parodico: Velma, soprattutto all’inizio, è in grado di registrare le follie di Penelope; è il suo istintivo buonsenso a mostraci Penelope per quello che è davvero.

    7.    Come è nata l’idea di ambientare una storia drammatica, seppur ironica, nella tranquillità delle colline toscane?

    Avrei potuto ambientarla in Trentino… ma che dire? La location è nata intuitivamente, non in seguito a un calcolo particolare.

    8.    Ci saranno nuove tragicomiche avventure per la coppia Penelope – Velma?

    Penso a una trilogia, più che a un seriale. La serialità non permette ai personaggi di crescere per bene: rischia di cristallizzarli. Non voglio imprigionarli: poverini!

    9.    Quale dei personaggi i presenti nel romanzo le assomiglia di più o si ispira a persone che fanno parte della sua vita?

    Tutti e nessuno. La scrittura per me è esperienza distillata. Ricorrendo a una metafora alcolica: chi direbbe che la vodka arriva dritta dritta dalle patate?

    10.   L’ironica Agatha Christie, con il suo impomatato Poirot, ricerca il massimo dell’imprevedibilità: l’assassino era il narratore, l’assassino era il poliziotto, assassini sono tutti i sospettati, assassini e vittime s’identificano. Camilleri è magistrale nell’uso del paradosso. Qual è il suo rapporto con l’ironia e come si riflette nel personaggio di Penelope?

         Credo che il romanzo sia sì un mystery, ma anche un romanzo umoristico. Personalmente sono una cultrice della letteratura umoristica inglese. E non mi riferisco solo alle perle dell’umorismo puro: Wodehouse e JK Jerome, per citare solo i più noti, ma a quell’attitudine tutta inglese che tende a infondere l’elemento umoristico nei generi più disparati: Defoe, Austen, Thackeray a Dickens, Von Armin, Chesterton, Vaughn… persino nell’impegnatissimo Orwell si tovano tracce di humor. E nella Christie, naturalmente.

         11.    Cosa legge Becky Sharp nella vita privata, ha un autore preferito?

         Leggo per lavoro e leggo per diletto. Leggo di tutto, ma non sono onnivora: la discriminante è una buona scrittura (o una buona traduzione). Gli autori che amo sono molti. Temo di essere una vera politeista. Credo inoltre che le gerarchie mutino a secondo dell’età e dello stato d’animo. A vent’anni leggevo solo classici russi (li amo ancora, sia chiaro) ed esistenzialisti francesi (quelli oggi li amo meno, fatta eccezione per Camus); avevo bisogno di drammaticità! Poi ho frequentato di tutto: fumetti, fantascienza, noir, gialli e, sempre, i cosiddetti classici. Oggi non ho paura di divertirmi, di cercare libri godibili, di farmi sorprendere da quelli che saranno i classici di domani (in questo momento penso a Roberto Bolaño e a Ricardo Menendéz Salmon).

    12. Prima di lasciarci ci consiglia, oltre al suo, un romanzo per l’estate 2016?

    “L’ultimo Bicchiere di Klingsor” di Torgny Lindgren: un romanzo sorretto da un’ironia tragica e paradossale.

    Grazie per la disponibilità che ci ha accordato. Aspettiamo nuove ed avvincenti avventure.

    Grazie a te per la gentilezza e la disponibilità.

  • 12Lug2016

    Gabriella Grasso - cosmopolitan.it

    Libri da leggere assolutamente in luglio

     

    E finalmente ci siamo. Mare, montagna, lago… in una sola parola: vacanze!

    Sdraiata all’ombra o al sole, goditi le tue meritate letture. Qui qualche suggerimento.

    1. L’amore è eterno finché non risponde di Esther Viola (Einaudi, € 8,99).

    Avventure molto realistiche di una trentenne che di mestiere fa l’avvocato divorzista e, di conseguenza, assiste al peggio del repertorio della commedia umana: la resa dei conti tra persone che un giorno (un bel po’ di tempo fa) si giurarono amore eterno. Anche Olivia è stata lasciata, ma non ha perso la speranza nell’amore. D’altra parte, il detto “finché c’è vita c’è speranza” fu probabilmente inventato per le donne single.

     

    2. Se bella vuoi apparire di Silvia Menini (ebook € 2,99, Rizzoli/Youfeel).

    Avventure e disavventure di Serena, una single che si sente “zitella” (nonostante sia un termine che non usano più nemmeno le zie ottantenni che vivono in campagna) e che mangia e beve (e ingrassa) per consolarsi della mancanza d’amore. Il suo confidente è un migliore amico bello, palestrato e pure simpatico. Si ride, soprattutto per sdrammatizzare.

    3. L’intelligenza è un disturbo mentale di Paolo Bianchi (Cairo, € 13).

    Un libro coraggioso perché racconta, a partire da un’esperienza autobiografica, cosa si prova e come si vive quando si soffre nell’anima, quando l’umore ti porta su e giù come se fossi sulle montagne russe, quando non puoi fare programmi perché non puoi contare sulla stabilità del tuo umore e non sai se sarai in grado di uscire di casa. Il protagonista Emilio, infatti, soffre di disturbo bipolare di tipo due e qui racconta il suo percorso, tra crolli, risalite, ricadute, momenti di disperazione ed euforia. Un racconto sincero e, per certi versi, necessario.

    4. La valle delle bambole di Jacqueline Susann (Sonzogno, € 19, traduzione di M. Dèttore).

    Ben prima di Sex and the City, a raccontare il sogno newyorchese di un gruppo di giovani ragazze ci aveva pensato la Susann. Nel 1966 aveva sconvolto gli Stati Uniti pubblicando questo libro (appena riproposto in libreria) in cui racconta le vicende di Anne, Neely e Jennifer che nel secondo dopoguerra arrivano a NY: tra sogni di gloria, carriera e sesso (sì, sesso: e negli anni 60 non se ne parlava così apertamente!). Alle tre ragazze sembra andare tutto bene, ma quando poi il destino le abbandona, l’unico rifugio che riescono a trovare è nelle “bambole”: ovvero le pasticche di tranquillanti. Un romanzo per capire quanta strada le donne occidentali abbiano (e non abbiano) fatto da allora.

    5. Cercando Grace Kelly di Michael Callahan (Piemme, € 17,90, traduzione di L. Prandino).

    Questo romanzo richiama il precedente: anche qui siamo a NY negli anni 50 e anche qui ci sono tre ragazze di provincia che arrivano in cerca di fortuna. Laura, Dolly e Vivian vanno a vivere al Barbizon Hotel per sole ragazze, come tante altre prima di loro, tra cui la mitica Grace Kelly, l’attrice che nel 1956 diventa principessa. Ma al contrario del libro della Susann, che vuole anche denunciare una situazione di disagio e mettere in evidenza il sapore dolceamaro della ricerca della felicità, qui invece principalmente si sogna. Come in quelle meravigliose commedie hollywoodiane degli Anni 50.

    6. Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp (Marcos y Marcos, € 17).

    Un’ipotetica pronipote del detective Hercule Poirot parte, insieme alla sua assistente Velma, per il Chianti. Destinazione: una Spa dove ritrovare l’armonia e la linea. Ma Villa Onestà si rivela un posto molto più complicato delle apparenze e quando spunta pure il morto, Penelope non ha altra scelta che mettersi a indagare. Un giallo originale da un’autrice italianissima, nonostante il nome.

    7. Il sentiero e l’altrove di Roberta Ferraris (Ediciclo, € 14).

    Cosa succede quando una donna si mette in cammino, non metaforicamente ma proprio fisicamente, per andare a fare trekking o girare il mondo? Succede che sì, va bene la comodità, va bene la fatica, va bene l’avventura, ma allo stile non si può rinunciare. Il viaggio al femminile, insomma, è molto diverso da quello dei maschi. E ce lo racconta l’autrice, grande escursionista e camminatrice.

    8. Il salone dell’amore di Anna Jansson (Salani, € 16,90, traduzione di A, Storti e A.G. Calabrese).

    Dall’estremo nord, oltre ai gialli, arriva anche qualche commedia: questa per esempio sbarca dalla Svezia. A Visby (sull’isola di Gotland, da dove viene l’autrice) c’è un Salone che non è solo un parrucchiere. La proprietaria Angelika e il suo assistente Ricky non si limitano a sistemare acconciature e tagliare capelli, ma – fissando gli appuntamenti ad arte – riescono a far incontrare le persone e creare nuove coppie. Ma se Angelika è così brava a combinare incontri, chi potrà aiutare lei a fare quello giusto?

    9. Amalia di Giorgia Garberoglio (Feltrinelli, € 10).

    Emma è cresciuta ascoltando le storie della nonna Amalia e indossando i vestiti cuciti da lei. Quando l’anziana donna muore, la nipote si trova tra le mani il suo diario: scopre così che nel passato di Amalia c’è molto di più di quello che lei abbia mai raccontato. Ci sono gli anni della guerra, quando faceva la modista e viveva sfidando le convenzioni. Ci sono determinazione, coraggio, amore. E c’è un grande segreto, che Amalia è riuscita a conservare per tutta la vita.

    10. La vita dorata di Matilda Duplaine di Alex Brunkhorst (HarperColllins, € 14,90, traduzione di M. Faimali).

    Il giovane giornalista Thomas viene incaricato dal «Los Angeles Times» di scrivere un articolo su un famoso produttore cinematografico da poco scomparso. La figlia di lui, Lily, lo invita a una festa e così Thomas si trova proiettato nel bel mezzo del jet set californiano, tra miliardari e divi di Hollywood. Per il cronista è un’esperienza nuova e straniante, ma anche un’occasione di “studio antropologico”: se non fosse che si innamora. Lei si chiama Matilde Duplaine, è ricchissima e misteriosa e il rapporto clandestino che nasce tra i due non è che l’inizio di una lunga serie di guai.

    11. Tempo d’estate di Vanessa Lafaye (Neri Pozza, € 18, traduzione di C. Brovelli).

    Florida, Usa, 1935. Missy lavora come domestica presso una famiglia di bianchi, spera di poter costruirsi un futuro con il suo grande amore Henry e aspetta con ansia i festeggiamenti per il 4 luglio. Ma sono anni difficili negli Stati Uniti: c’è appena stata la Grande Depressione, la segregazione razziale funziona a pieno regime, i linciaggi dei neri sono frequenti e sulla Florida sta per abbattersi un violento uragano. Missy ce la dovrà mettere tutta per resistere alle difficoltà e continuare a credere nella vita e nell’amore.

     

  • 07Lug2016

    Lavina Capritti - oggi.it

    Ninfee nere” e “Penelope Poirot fa la cosa giusta”, due gialli (molto diversi) da leggere sotto l’ombrellone

    Ninfee nere di Michel Bussi (E|O) e Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp (Marcos y Marcos) sono due gialli. E questo è tutto quello che li unisce. Ovvero in entrambi c’è un mistero da risolvere, ma per il resto non potrebbero essere più diversi: dalla trama fino allo stile di scrittura. Ah dimenticavo: la seconda cosa che li lega è che entrambi sono perfetti sotto l’ombrellone.

     

    Ninfee nere arriva carico di premi: il romanzo ha ottenuto il Prix Polar Michel Lebrun, il Grand Prix Gustave Flaubert, il Prix polar méditerranéen, il Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, il Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. L’autore, Bussi, è tradotto in 30 lingue. Diciamo che ha le credenziali giuste per attirare un lettore. Sicuramente la storia è accattivante: un medico famoso muore in un ruscello a Giverny, il regno di Monet. Chi l’ha ucciso? Arriva un poliziotto che sembra Giampaolo Morelli in trasferta, bello e con moto, che si innamora della maestra della scuola. Splendido l’incipit, simile a una favola dark che recita più o meno così: “A Giverny abitano tre donne, una è una bambina intelligente e buona; l’altra una donna molto bella che è sul punto di tradire il marito, la terza e una vecchia che odia tutti e sta per commettere un omicidio. Tutte e tre vogliono fuggire da Giverny, una sola ci riuscirà, le altre due moriranno prima di diventare vecchie. E la donna che ci riuscirà sono io, la vecchia”. Alla fine c’è un autentico colpo di scena (che prende assai). Nel mezzo uno stile piano, ma non piatto naturalmente, a cui non manca l’ironia.

    Penelope Poirot è una vera scoperta. Scritto da Becky Sharp (nome d’arte che si ispira alla Becky della Fiera della Vanità e chissà poi perché), il romanzo ha momenti di pura delizia. Questo avviene grazie al personaggio di Penelope Poirot, parente stretta del leggendario Hercule, che ha ereditato da lui solo la presunzione (con effetti esilaranti). Ma Penelope non è l’unica protagonista di questo divertente giallo: lavora in coppia con la sua segretaria, Velma Hamilton. La riservata e timida Velma per anni ha coltivato con determinazione l’ambizione a diventare una zitella, ma nel corso del romanzo inciampa in un giardiniere fascinosissimo. Le due neo detective si ritrovano ad indagare in una villa, insomma in un luogo chiuso, classico giallo alla Agatha Christie dove avviene di tutto. Gradevolissimo e Penelope e Velma sono attese alla prossima inchiesta…

  • 07Lug2016

    Lavinia Capritti - blog.oggi.it

    “Ninfee nere” e “Penelope Poirot fa la cosa giusta”, due gialli (molto diversi) da leggere sotto l’ombrellone


    Ninfee nere di Michel Bussi (E|O) e Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp (Marcos y Marcos) sono due gialli. E questo è tutto quello che li unisce. Ovvero in entrambi c’è un mistero da risolvere, ma per il resto non potrebbero essere più diversi: dalla trama fino allo stile di scrittura. Ah dimenticavo: la seconda cosa che li lega è che entrambi sono perfetti sotto l’ombrellone.


    Ninfee nere arriva carico di premi: il romanzo ha ottenuto il Prix Polar Michel Lebrun, il Grand Prix Gustave Flaubert, il Prix polar méditerranéen, il Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, il Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. L’autore, Bussi, è tradotto in 30 lingue. Diciamo che ha le credenziali giuste per attirare un lettore. Sicuramente la storia è accattivante: un medico famoso muore in un ruscello a Giverny, il regno di Monet. Chi l’ha ucciso? Arriva un poliziotto che sembra Giampaolo Morelli in trasferta, bello e con moto, che si innamora della maestra della scuola. Splendido l’incipit, simile a una favola dark che recita più o meno così: “A Giverny abitano tre donne, una è una bambina intelligente e buona; l’altra una donna molto bella che è sul punto di tradire il marito, la terza è una vecchia che odia tutti e sta per commettere un omicidio. Tutte e tre vogliono fuggire da Giverny, una sola ci riuscirà, le altre due moriranno prima di diventare vecchie. E la donna che ci riuscirà sono io, la vecchia”. Alla fine c’è un autentico colpo di scena (che prende assai). Nel mezzo uno stile piano, ma non piatto naturalmente, a cui non manca l’ironia.


    Penelope Poirot è una vera scoperta. Scritto da Becky Sharp (nome d’arte che si ispira alla Becky della Fiera della Vanità e chissà poi perché), il romanzo ha momenti di pura delizia. Questo avviene grazie al personaggio di Penelope Poirot, parente stretta del leggendario Hercule, che ha ereditato da lui solo la presunzione (con effetti esilaranti). Ma Penelope non è l’unica protagonista di questo divertente giallo: lavora in coppia con la sua segretaria, Velma Hamilton. La riservata e timida Velma per anni ha coltivato con determinazione l’ambizione a diventare una zitella, ma nel corso del romanzo inciampa in un giardiniere fascinosissimo. Le due neo detective si ritrovano ad indagare in una villa, insomma in un luogo chiuso, classico giallo alla Agatha Christie dove avviene di tutto. Gradevolissimo e Penelope e Velma sono attese alla prossima inchiesta…

  • 04Lug2016

    Mauro Castelli - economiaitaliana.it

    E se a indagare sul delitto ci si mette Penelope Poirot, pronipote di Hercule?

    Una storia ironica raccontata dall’intrigante penna di Becky Sharp, alias… A seguire note su Paul Cleave, Dolores Redondo e Michele Macagnino

    Un mistery all’inglese, ricco di ironia ma con robuste differenze; una sfida a distanza con Agatha Christie per ridisegnare il passato in chiave moderna e più giocherellona; una protagonista che cattura all’insegna della leggerezza; un giallo piacevolmente intrigante che lascia il lettore con la bocca buona. Ma anche un romanzo dedicato a chi intende lasciarsi convincere a perdere «sette chili in sette giorni» in una clinica specializzata, oltre a proporsi come il romanzo giusto per chi si diverte a indovinare il colpevole. A fronte di un canovaccio dove niente è quel che sembra, a partire dal nome dell’autrice, Becky Sharp, pseudonimo della brava scrittrice italiana Silvia Arzola. In effetti, visto che il gioco è bello sin che è corto, non ci è voluto molto a scovare chi si nasconde dietro a questa «avventuriera della parola scritta, abile redattrice, copy e traduttrice». Pronta a millantare anche «nobili natali nel regno della filosofia e della critica letteraria». Di certo, se vogliamo stare al gioco, una penna che piacevolmente attizza il lettore quella della Sharp, con il sostegno di una buona dose di intrigante leggerezza come già lascia intendere il titolo. Ovvero Penelope Poirot fa la cosa giusta (Marcos Y Marcos, pagg. 332, euro 17,00), dove Penelope, critica gastronomica e artista in generale (palato fine e penna feroce), è la pronipote anglo-belga del famosissimo e baffuto Hercule, pronta a giocare, si fa per dire, carte importanti. Nel senso che – condizionata dai troppi assaggi nei migliori ristoranti di Londra che ama tiranneggiare – ha deciso di ritirarsi con l’assistente-dama di compagnia Velma Hamilton (33 anni e mai un giorno speso in un luogo di lavoro) in una Spa nei pressi di Siena per smaltire i chili di troppo. Già, Velma, la timida quanto educata donna scovata grazie a un annuncio sul Times. Una quasi-zitella nata e vissuta in Inghilterra, ma allevata dai nonni materni italiani (di origine ligure). Colei che, pur non potendolo dire, si sente però mentalmente idonea a poter giudicare Penelope, in altre parole ritenendola una specie di krapfen (e non una donna, come sostiene invece l’interessata, troppo ammorbidita nel corpo, stile Botticelli). In ogni caso per la nostra protagonista è necessaria una remise en forme presso Villa Onestà, uno di quei luoghi dove dimagrisci facendo la fame e dove incontriamo lo stravagante medico altoatesino Alex Cosser nonché proprietario della maison (un vecchio maniero di dimensioni modeste rimodellato nel corso dei secoli a seconda dei bisogni dei vari proprietari), il massaggiatore albino David, la minuscola insegnante di yoga Rita e l’affascinante giardiniere-autista Primo Baldan. Presente una strana fauna di clienti: due coppie di industriali veneti, due gemelle fotocopia, una strana attrice, ma anche una vecchia conoscenza di Penelope, Elizabeth Foster Gauli, scrittrice di successo (con i suoi libracci rosa guadagna uno sproposito), sposata con un bel piacione italiano. E in questo luogo di quiete e di tranquillità, terreno ideale per pettegolezzi e amorazzi, ben presto ci scapperà il morto, anzi la morta, nel corso di una precoce nevicata novembrina. A questo punto la nostra eroina (visto che le linee telefoniche sono interrotte e non si può chiamare la polizia) si troverà costretta ad abbandonare massaggi e passati di zucchine per indagare su questo complicato caso, che si sarebbe potuto ulteriormente aggravare per via di un fortuito scambio di borse… D’altra parte, con un cognome così importante, per Penelope sarà facile farsi accettare e trasformarsi in una nuova primadonna del mistery. Lei che non rinuncia al tacco dodici e alla volpe argentata nemmeno quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, in quanto «un buon goccio, certe volte, è l’unica medicina». Lei che non si lascia condizionare, buon sangue non mente, dalle trappole dell’assassino, ben coscia che certi segreti, se portati allo scoperto, possono esplodere. Ma lei sembra sempre sapere qual è la cosa giusta da fare. Insomma, una storia fuori dagli schemi, di facile quanto gradevole lettura e in ogni caso, narrativamente parlando, ben gestita attraverso lo scambio delle voci narranti, inframmezzate da brevi corsivi studiati apposta per dare corposità ai personaggi e introdurne di nuovi.

    Voltiamo libro e soprattutto tematica narrativa con un autore giramondo di caratura internazionale, il neozelandese Paul Cleave, che divide il suo tempo fra Christchurch – la città dove è nato il 10 dicembre 1974 e dove hanno tenuto banco le trame di quasi tutti i suoi nove romanzi («Una città che se da un lato mostra un volto accattivante dall’altro nasconde la sua parte più oscura, quella dove si annida il delitto») – e l’Europa. E anche se «sino a qualche tempo fa passavo gran parte del mio tempo a Londra, oggi riesco a scrivere soltanto quando sono a casa mia, anche se continuo a viaggiare…». Comunque sia nel Vecchio Continente, ma anche negli Stati Uniti, i suoi lavori hanno trovato un’accoglienza importante da parte di diverse case editrici. L’ultima delle quali, in Italia, la Bookme (una costola della De Agostini), che ha dato alle stampe Non ci credere (pagg. 438, euro 16,90, traduzione di Davide Luca Musso). Tradotto in 15 lingue, premiato in patria e in Francia, candidato sia all’Edgar che al Barry negli Stati Uniti, ma anche finito nella rosa dei candidati per il Ned Kelly in Australia, Cleave – che aveva esordito nel 2006 con The Cleaner (finito sui nostri scaffali per i tipi della Elliot, che in seguito avrebbe pubblicato anche lo psicothriller Il vendicatore) – sa come maneggiare la penna. E sono in molti a riconoscerglielo. Ma cos’hanno di particolare questi romanzi per conquistare tanta popolarità? Intanto la nebbia che avvolge le sue trame su ciò che è vero e su ciò che potrebbe non esserlo (in altre parole mischiando, con sapienti bordate di fantasia, la realtà con l’illusione); poi la robusta leggibilità (basta una frase per dare il colpo di grazia al lettore: «Lo ricordo come se fosse ora», sussurra. «Voglio dire, nessuno dimentica la prima volta che uccide»); quindi la capacità di infarcire la trama di un sapiente gioco a incastri, dal quale risulta difficile uscirne, sostenuto da un susseguirsi di fatti, situazioni ed eventi – duri quanto spigolosi – sempre ritmati e tali da non concedere tregua. Il tutto a fronte di una trama semplice e complessa al tempo stesso, dove incontriamo uno scrittore di successo, Jerry Grey (meglio noto come Henry Cutter), che «non può fidarsi di nessuno. Nemmeno di se stesso». Un autore che, a un certo punto della sua vita, mentre sta lavorando alla stesura del suo nuovo, atteso romanzo, scopre – durante una festa fra amici – di non ricordare più il nome della moglie. Questo dopo piccoli segnali cui non aveva dato importanza: come lo smarrimento delle chiavi di casa o una parola d’un tratto impossibile da ricordare. Banalità, ma ora… Così, per esorcizzare un destino già scritto, Jerry non trova di meglio che affidare la cronaca del suo declino a un ironico e amaro Diario della follia. Ma adesso che dalla diagnosi di Alzheimer precoce sono passati dei mesi, lui non sa più se Suzan con la z, la dolce e bellissima Suzan, è davvero morta per mano sua o per effetto della penna tagliente di Henry The Cutting Man, geniale creatore di tanti best-seller da brivido. E dopo Suzan tutte le altre. Perché le vittime, su questo punto Jerry e la polizia concordano, sono più d’una. Così, confinato in una casa di cura senza più il diario a fargli da specchio e da guida, Jerry lotterà ogni giorno per ritrovare brandelli di memoria. E mentre gli episodi di violenza si moltiplicano intorno a lui (ad esempio quando la moglie scompare e l’amata figlia sembra voltargli le spalle) si trova a fare i conti con la domanda più scomoda per uno scrittore: chi può sostenere con certezza dove si trovi il confine tra immaginazione e realtà? Che dire. Una storia che coinvolge (Jerry è un personaggio intelligente e spiritoso. Inoltre, pagina dopo pagina, il lettore si renderà conto di cosa si prova ad avere l’Alzheimer), che lascia con il fiato sospeso. Una storia che ha anche divertito l’autore a scriverla. Per quale motivo? «Forse perché la vita di Jerry per molti aspetti è simile alla mia, anche se per molti altri non lo è. Io sono infatti più giovane di lui e un giorno forse non lo sarò più e, nonostante l’Alzheimer, è più in forma di me. Lui è andato all’università e io no. Lui ha una moglie e una figlia, e io no. Ma la sua casa e il suo studio assomigliano molto ai miei. E poi entrambi siamo appassionati di Star Trek, di musica e di Gin tonic». Inoltre, a parte il fatto di «condividere le stesse frustrazioni sul lavoro, mi ha molto appassionato sviluppare contemporaneamente due diverse linee temporali, ben sapendo che quello che succedeva nella prima avrebbe determinato l’andamento della seconda». Leggere per rendersene conto.

    Dalla Spagna con… successo arriva invece il secondo romanzo di Dolores Redondo, Inciso nelle ossa (Salani, pagg. 474, euro 16,90, traduzione di Claudia Marseguerra). Ovvero un ulteriore colpo vincente dopo che il thriller d’esordio, Il guardiano invisibile (primo lavoro della trilogia del Baztán, la cui terza parte, già uscita in Spagna, è intitolata Ofrenda a la tormenta), aveva proiettato questa autrice – nata a Donostia-San Sebastián nel 1969 – sulla ribalta internazionale. A fronte di traduzioni in 29 lingue, in abbinata all’opzione per il grande schermo da parte del tedesco Peter Nadermann, produttore della serie Millennium di Stieg Larsson, che avrebbe deciso di affidarne la regia a Fernando González Molina. Di sicuro una scrittura che incide e che conquista quella della Redondo, una signora dai tratti ancora sbarazzini che ha studiato Legge (ma senza laurearsi), facoltà rimpiazzata da quella del Restauro prima di lasciarsi attrarre dalle luci dell’alta cucina: così, dopo essersi diplomata chef, ha aperto un ristorante di cucina basca. Lei che aveva debuttato nella narrativa scrivendo racconti e storie per bambini, per poi proporsi come penna talentuosa, «capace di coinvolgere il lettore in una storia originale e mozzafiato, fino allo sconvolgente colpo di scena finale». Giocando su personaggi ben costruiti (come quello della “ritrovata” Amaia Salazar, capo della squadra omicidi della Policía Foral de Navarra, al nono mese di gravidanza), su una trama segnata da una sottile venatura di paura, su un contesto dove nulla è quello che sembra, su indagini che costringono a mettere in gioco gli affetti più cari. Fermo restando il richiamo a una celebre quanto agghiacciante frase di Alphonse de Lamartine: «Spesso il sepolcro racchiude senza saperlo due cuori nello stesso feretro». Perché ci sono «assassini che ti costringono ad affrontare il tuo lato oscuro, a fare i conti con gli spettri e i segreti del passato, a rivivere ricordi che nemmeno sapevi di avere». E questo lo sa bene Amaia, brillante investigatrice, ma soprattutto donna felice, che vorrebbe dedicare il cuore e la mente solo all’imminente nascita del suo primo figlio; colei che con le sue intuizioni aveva permesso di risolvere il caso degli omicidi che avevano seminato il terrore nella vallata del Baztán, erroneamente attribuiti a una figura leggendaria del Basajaun. Succede infatti che Jasón Medina, il patrigno che ha violentato e ucciso la giovane Johana Márquez, in aula (per il processo) non ci arrivi nemmeno: l’imputato si suicida infatti nei bagni del Palazzo di Giustizia. Ma si tratta di un suicidio anomalo. Non a caso qualcuno ha nascosto sotto al lavandino l’affilato taglierino con il quale Medina si sarebbe tagliato la gola. In più a tenere banco c’è un messaggio inquietante indirizzato ad Amaia trovato nelle tasche dei pantaloni del morto. Non bastasse «ben presto questi strani suicidi di assassini, accompagnati dalla misteriosa firma Tarttalo, cominceranno a diventare troppi per essere dettati solo dal caso. E Amaia non può tirarsi indietro. Deve saperne di più, deve indagare. Muovendosi in una valle a volte magica, a volte infernale, tra incubi che forse sono qualcosa di più nonché rivelazioni che la metteranno a dura prova. Confrontandosi ancora una volta con la propria famiglia e le proprie radici, affrontando i ricordi tormentati di bambina e le angosce e le incertezze del presente di madre». Per dirla alla Isabel Allende, ci troviamo di fronte a «un poliziesco di alto livello, ambientato nella Navarra, con una protagonista affascinante e un bellissimo sguardo sulla mitologia basca».

    In chiusura di rubrica quello che non ti aspetti. Ovvero Il volto del male (Golem, pagg. 270, euro 16,50), romanzo d’esordio di un personaggio fuori dalle righe, Michele Macagnino, nato a Torino l’8 giugno 1971. Perché fuori dalle righe? Non certo per il suo presente, quanto per il suo passato. Come da note editoriali, a soli 13 anni abbandona infatti la scuola, trovandosi ben presto alle prese con la malavita della periferia cittadina, pur «senza prenderne parte, ma senza nemmeno contrastarla». Sta di fatto che a 17 anni finirà per tre giorni in un carcere minorile: la qual cosa lo porterà a riflettere su ciò che è bene e ciò che non lo è. Risultato? La decisione di «risalire la china», di rimettersi a studiare frequentando una scuola serale, portandosi a casa con il massimo dei voti il diploma magistrale. E ora, con una famiglia alle spalle e «dopo aver lottato per non sprofondare», si propone come «un uomo determinato, dai princìpi saldi. Valori che non manca di inculcare ai figli Emilio e Luce, con la chiara intenzione di far loro evitare le sue sbandate giovanili». Detto dell’autore, spazio a Il volto del male (un titolo efficace, ma non certo nuovo: in libreria lo troviamo infatti pari pari nel romanzo scritto dal romano Valerio Marra per le edizioni Alter Ego), un lavoro – annota lo stesso Macagnino – «nato dalla partecipazione, intensa e reale, alla mia vita quotidiana, alle mie esperienze, alle conoscenze». Forse perché «per conoscere le correnti del fiume si deve entrare in acqua». Un giallo che inizialmente si nutre dell’omicidio di una prostituta bionda sui trent’anni, trovata morta nella sua stanza da letto, legata con corde di canapa: «Una posizione che ricorda quella dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: le gambe divaricate, le braccia a croce». In più sul viso un sacchetto di plastica e in bocca una di quelle palline di gomma che si usano nei giochi sadomaso. Mentre a tenere banco sul corpo sono tagli profondi e precisi, oltre a uno squarcio orrendo. Schizzi di sangue ovunque e un unico indizio: un biglietto sul comodino. A indagare su questo macabro caso è il commissario Raiteri, appassionato di film, di libri e di musica. «Tre hobby solitari, solitari come lui». Ma far luce su questo omicidio dalle forti caratterizzazioni simboliche non sarà impresa facile. Che si tratti di una resa dei conti? Di un magnaccia (la donna uccisa è originaria di Minsk) che ha voluto vendicare uno sgarro? Di certo questo è un delitto diverso dal solito. E purtroppo sarà il primo di una serie che scuoterà Torino mettendo a nudo vizi e perversioni di personaggi insospettabili. Sarà così che il nostro poliziotto – coadiuvato da una giovane giornalista, Sara Scotti, e dall’attraente sostituto procuratore Patrizia Rondano, alle prese con il suo primo caso importante – si metterà a indagare tra i meandri di un portale di annunci erotici e negli strani traffici di una libreria esoterica. Ma sarà soltanto con il fondamentale contributo di un ambiguo personaggio, una specie di alter ego dell’autore, che gli investigatori riusciranno a trovare il bandolo della matassa sino a confrontarsi con una sconvolgente verità. Che dire: pur a fronte di qualche ingenuità narrativa, questo poliziesco si nutre di personaggi ben tratteggiati, di una trama che avvince, dove il bene e il male giocano a rimpiattino, dove nulla può essere dato per scontato.

  • 28Giu2016

    Mauro Cereda - jobnotizie.it

    Nonno, figlio, nipote e il ritorno alle origini

    Con “L’ultimo arrivato”, la storia di un ragazzino partito dal sud negli anni ’50 per andare a vivere a Milano, ha vinto il Premio Campiello. Marco Balzano, scrittore e insegnante, è ora in libreria con “il figlio del figlio”, edito da Sellerio

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  • 21Giu2016

    Giusy Cascio - Donna Moderna

    Il libro che da bambina mi ha fatto amare la lettura è stato Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (Oscar Mondadori). Un giallo inglese classico, di quelli indimenticabili. Di quelli che arrivi alla fine e no: non è stato il maggiordomo. Era la storia di 10 persone ospiti di una villa misteriosa. Morivano a uno a uno… «e poi non ne rimase nessuno».

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  • 20Giu2016

    Serena Adesso - mangialibri.com

    Penelope Poirot fa la cosa giusta

    Londra, ottobre 1995. Velma Hamilton suona il campanello dell’appartamento – al secondo piano di un palazzo tipicamente edoardiano – della sua futura datrice di lavoro: la signora Penelope Poirot.

    Il cognome non è un inganno: è realmente la nipote del famoso Hercule Poirot. Penelope ha tanto in comune con il suo nobile parente: dal fisico all’intelligenza, dall’eccentricità alla capacità di comprendere l’animo umano in ogni sua sfumatura. Velma è qui per sostenere un colloquio e diventare la sua segretaria personale. Penelope, che si occupa di critica gastronomica, ha deciso che scriverà le sue memorie ma non è in grado di maneggiare un pc e ha deliberatamente deciso di continuare a utilizzare la macchina da scrivere. Le due donne sono subito pronte alla partenza: direzione Toscana. Sarà lì, a Villa Onestà, nel bel mezzo della campagna senese, che Penelope si dedicherà alla cura del suo fisico e della sua anima. Velma l’accompagnerà e l’aiuterà a redigere le sue memorie. All’interno della Villa, in cui Penelope si reca almeno una volta l’anno, non mancheranno intrecci amorosi tra gli ospiti, sordide menzogne, passioni sopite e rancori malcelati che culmineranno nel più classico dei delitti. E toccherà a Velma e a Penelope prendere in mano le redini della situazione, investigare in sordina, risolvere il “caso” come nei più classici dei romanzi gialli…

    Penelope Poirot fa la cosa giusta è un romanzo riuscitissimo, uno di quelli che il lettore appassionato dei noir più “classici” non deve perdersi. Becky Sharp, pseudonimo letterario di Silvia Arzola, scrive in maniera godibilissima: stile quasi “gotico”, ironico e divertente. Ogni pagina “esplode” letteralmente di vitalità e creatività. La sua Penelope è un personaggio tra i più riusciti nel mondo dei noir: una donna dalle grandi capacità intellettive, intuitiva, estroversa e istrionica. A farle da spalla la sua segretaria Velma: una donna di mezz’età tipicamente inglese, una donna che è la parte più razionale e concreta di Penelope. Assieme sono una coppia formidabile. Villa Onestà è la tenuta scelta dalla classe ricca di tutta l’Europa per far sì che mente e corpo si rilassino e che ci si possa prendere cura di se. La venatura ironica sulla moda new age è sempre presente in ogni passaggio del romanzo. Il plot narrativo segue i canoni del tipico giallo: una villa nel cuore della Toscana, ospiti che tra loro si conoscono molto più di quello che appaia di primo impatto, una improvvisa nevicata che li isola da tutto, un delitto. Il giallo è servito su un piatto d’argento. Il lettore resterà incollato alle pagine, immerso in una atmosfera incantata e ovattata, in una Toscana perfettamente descritta. Tra un colloquio ed un altro, tra una sigaretta e un brandy, il colpevole avrà le ore contate. A Penelope Poirot toccherà fare la mossa giusta per incastrarlo.

  • 19Giu2016

    Laura Pezzino - Vanity Fair.it

    Trenta libri da leggere quest’estate

    Abbiamo selezionato i migliori titoli che vi potranno fare compagnia durante le vacanze 2016. Prendete nota!

    
1/30
EUFORIA
Euforia di Lily King (Adelphi, pagg. 242, 19 euro; traduzione di Mariagrazia Gini) Un secolo fa, gli antropologi partivano con quaderni e casse di cianfrusaglie da regalare per raggiungere i posti sconosciuti della Terra e vedere le cose prima degli altri. Tra di loro c’era anche una donna-mito, Margaret Mead. Lily King, prendendo spunto dalla sua figura e da quella di Leo Fortune e Gregory Bateson, ha costruito un romanzo pieno di avventura e scoperte (esiste un albero chiamato eucalipsto arcobaleno) e di frasi come «per me il senso sono gli altri, ma possono scomparire». C’è anche una storia d’amore.

    
2/30
IL CINGHIALE CHE UCCISE LIBERTY VALANCE
Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax, pagg. 452, 16 euro) È uno dei cinque libri finalista del Premio Strega 2016, che verrà assegnato l’8 luglio a Roma. L’autore è anche uno dei bravissimi sceneggiatori del bel film Non essere cattivo di Claudio Caligari. La storia del romanzo si svolge nel paesino di Carsignano, dove tutto scorre lento accanto a una comunità di cinghiali di quelle che abitano gli Appennini. Che poi uno di questi prenda la parola e formuli pensieri umani è una trovata bellissima di Meacci, che riesci, attraverso un animale, a raccontare quello che c’è nel cuore degli uomini.

    3/30
CHE FIGURA!
Che figura! di Cecilia Campironi (Quodlibet, pagg. 64, 14,50 euro)

Ecco a voi il Signor Litote, Zio Cacofemismo, la Signorina Iperbole e il Cavalier Tatutologia. Altro che libro per bambini, questo Che figura! spiega in modo chiaro, indimenticabile e con splendide illustrazioni, le più importanti figure retoriche. Utile a quegli adulti che confondono «sineddoche» e «metonimia» e a tutti i ragazzi in cerca di letture estive furbe e per niente noiose.

    4/30
L’ALTRA FIGLIA
L’altra figlia di Annie Ernaux (L’Orma, pagg. 88, 8,50 euro; trad. di Lorenzo Flabbi)

Ernaux è tra le più brave e apprezzate scrittrici francesi del momento. Anch ein Italia, i suoi romanzi-memoir Il posto e Gli anni hanno avuto un successo inaspettato. Ma questo libretto è, secondo chi scrive, il suo capolavoro. Una gemma che racchiude la storia della sorella dell’autrice morta, bambina, prima della sua nascita. Di come, a sua volta bambina, lei stessa ne venne a conoscenza da un discorso (ascoltato di nascosto, perché i piccoli ci ascoltano di continuo) della madre a una vicina. E di quanto la sua vita di scrittrice sia stata determinata da questa esistenza, doppia e segreta.

    5/30
Piccola grande isola
Piccola grande isola di Bill Bryson (Guanda, pagg. 380, 22 euro; trad. di Isabella C. Blum) Che programmi avete per questa estate? Se la vostra bussola punta verso Nord, potreste seguire la Bryson Line «la linea retta più lunga che si possa tracciare tra due località britanniche», dalla Manica fino alla Scozia. A 20 anni da Notizie da un’isoletta, lo scrittore Bill Bryson si è rimesso in viaggio nell’isola più chiacchierata del momento costruendo la «guida perfetta», quella che si legge come un romanzo avventuroso.

    6/30
Il GGG
Il GGG di Roald Dahl (Salani, pagg. 221, 12 euro; trad. di Donatella Ziliotto) Questo bellissimo libro è uscito nel 1982, ma a fine anno uscirà il grandioso film di Spielberg. Quale momento migliore per ripassarlo? È la storia di Sofia e del Grande Gigante Gentile, il GGG, un gigante molto particolare (è vegetariano e non si sogna nemmeno di manguare gli umani).

    7/30
AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO
Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera (Ponte alle Grazie, pagg. 224, 15 euro) È raro trovare un libro che parla della fine con parole così piene di vita. La scrittrice Pia Pera racconta dei giorni nel suo buen retiro toscano assieme al cane Macchia e alla rete degli amici, mentre la malattia si fa strada lenta dentro di lei. Eppure il suo sguardo rimane lucido come quello di Emily Dickinson, poetessa che cita più volte, e rivolto con amore a tutte le cose, soprattutto le più piccole.

    8/30
CREPUSCOLO
Crepuscolo di Kent Haruf (NN, pagg. 320, 18 euro; trad. di Fabio Cremonesi) La trilogia di Holt, Colorado, che con Crepuscolo si chiude, è stata la geniale scoperta della non-più-così-nuova casa editrice NN, una delle migliori in circolazione (molto più di certe grandi). Ne avrete sentito parlare: siamo in un west duro e secco ma pieno di umanità, dove le persone sono davvero pronte a rincominciare tutto da capo. Approfittate dell’estate per recuperarla tutta (qui si racconta di quando la giovane Victoria Roubideaux decide di andare all’università). Come Cormac McCarthy, ma con meno spigoli, Haruf, morto nel 2014, è riuscito a inventare un Paese.

    9/30
LE COSE CHE NON FACCIAMO
Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (Sur, pagg. 152, 15 euro; traduzione di S. Sichel) «Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre, come quelle scarpe nere in un sacchetto di plastica, come il secchio d’acqua in cui si tuffava e rituffava lo spazzolone che strofinava il corridoio dell’ospedale, avevo vent’anni. Ero giovane, vecchissimo». Neuman, questi sono i suoi racconti brevi, scrive come un dio terreno. È tra i migliori della sua generazione, perché riesce a vedere dove gli altri non vedono.

    
10/30
SANTA MAZIE
Santa Mazie di Jami Attenberg (Giuntina, pagg. 300, 16,50 euro; traduzione di Paola Buscaglione Candela) Da quando abbiamo pubblicato l’intervista all’autrice su Vanity Fair, è successa una cosa bellissima: l’attrice Helena Bonham Carter (ex signora Tim Burton) ha dichiarato che produrrà e interpreterà la mini serie sulla storia di Mazie Gordon-Phillips. Chi era Mazie? Una ragazza libera e controcorrente che lavorava nel chiosco dei biglietti di un cinema e che, negli anni Trenta e Quaranta del ‘900, veniva chiamata dalla gente di strada «la regina della Bowery», perché non negava soldi e aiuto a nessuno. Leggete il libro prima che arrivi in tv.

    

11/30
RONDINI PER FORMICHE
Rondini per formiche di Giorgio Ghiotti (Nottetempo, pagg. 146, 12 euro) Il titolo del romanzo del giovane Ghiotti, bravo da togliere il fiato e poeta pieno di promesse, arriva da una poesia di Amelia Rosselli: «Forse tu eri magnifico, incendiato, di un vero caso, magnifico nel tuo barattare rondini per formiche». i protagonisti si chiamano Tommaso e Nicole e sono bambini a cui, presto, è stato insegnato a essere grandi.

    

12/30
BUCHI
Buchi di Ugo Cornia (Feltrinelli, pagg. 96, 10 euro) Pare il comò dei ricordi della nonna, questo ficcato in cento pagine del modenese Ugo Cornia. Da qui escono cose, oggetti. Da questi escono ricordi. Da questi partono frecce che arrivano fino all’altra sponda, che è quella del presente. I libri di Cornia (per Feltrinelli ne sono usciti quattro) sono sempre un viaggio di ritorno verso casa.

    13/30
ISOLE MINORI
Isole minori di Lorenza Pieri (e/o, pagg. 224, 17 euro) Due sorelle, Caterina e Teresa (che è la voce narrante). Un’isola, il Giglio, che è continente fondativo al quale si ritorna sempre come sotto una specie di incantesimo. Una scrittura intensa e dedicata alla ricerca della parola essenziale. Questo di Lorenza Piero è un bellissimo esordio al romanzo e l’autrice sta già scrivendo il seguito.

    14/30
MI CHIAMO LUCY BARTON
Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (Einaudi, pagg. 168, 17,50 euro; traduzione di Susanna Basso) È il capolavoro dell’autrice americana che già aveva partorito il Pulitzer Olive Kitteridge. Qui si parla di una figlia, che fa la scrittrice a New York, e di una madre, che vive nella provincia. Le due non si vedono mai, ma un breve periodo in ospedale le rimette di fronte. È una delle cose più vere che si possano leggere in questo periodo. Si resta in uno stato di commozione e intimità fino all’ultima riga.

    
15/30
PENELOPE POIROT FA LA COSA GIUSTA
Penelope Poirot fa la cosa giusta di Becky Sharp (marcos y marcos, pagg. 336, 17 euro) Penelope Poirot, pronipote di, è uno dei più begli incontri che potete fare questa estate. Esuberante e piena di talenti, ha la vocazione per risolvere i misteri. Come quello di questo libro (il primo di una serie?), ambientato in un centro salutistico perso tra le colline del Chianti. L’autrice ha preso nome straniero, ma è italianissima. Per chi cerca un bel giallo classico.

    16/30
LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE
La libreria delle storie sospese di Cristina Di Canio (Rizzoli, pagg. 234, 17 euro) Cristina è una delle persone che dovete conoscere. Da sola ha messo in piedi una minuscola libreria vicino alla fermata di Lodi, a Milano, e l’ha dipinta di lilla. L’ha poi riempita di libri, e poi sono arrivate le persone, e poi sono arrivate le storie. Una se l’è inventata lei: è quella del «libro sospeso», che prende spunto dalla tradizione del caffè sospeso napoletano. Poteva non raccontarla in un romanzo tutto suo? No, eccolo, è questo. Per chi è in cerca di speranza.

    17/30
LEZIONI DI NUOTO
Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry (Racconti Edizioni, pagg. 340, 15 euro; traduzione di C. Vatteroni) Questa neonata casa editrice ha un coraggio da leoni: per scelta, pubblica solo racconti. Ma di qualità sopraffina, come quelli di questo Lezioni di nuoto, dell’indiano Mistry, tre volte finalista del Man Booker Prize. Le storie si svolgono a bordo di una piscina di un complesso residenziale ai margini di Bombay, dove un microcosmo di personaggi si agitano tra funambolismi e odori piccanti.

    18/30
NEL NOME DI MIA FIGLIA
Nel nome di mia figlia di Louise Doughty (Bollati Borghieri, pagg. 348, 18 euro; traduzione di Manuela Faimali) Provincia costiera inglese: una bambina di nove anni muore in un incidente stradale. La madre, Laura, perde comprensibilmente la testa, anche perché questa tragedia arriva dopo che il marito l’ha lasciata per sposarsi con un’altra. Allora la donna inizia a perseguitare l’assassino della figlia e la nuova moglie dell’ex, alla ricerca di una vendetta folle. Thriller psicologico molto ben scritto, dove i ruoli di vittima e colpevole vengono continuamente invertiti.

    19/30
IL PAESE DEI SEGRETI ADDII
Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (Hacca, pagg. 184, 15 euro) In questo libro, che sa di neve e Natale, l’Appennino è un microcosmo popolato di anime erranti, di santi sbagliati: beoni, profeti, aggiustaossa, disertori, zingari e visionari. Romanzo corale e poetico (Pavese, «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via») ha sapore di camino delle ballate dei cantastorie di una volta.

    

20/30
LA VALLE DELLE BAMBOLE
La valle delle bambole di Jacqueline Susann (Sonzogno, pagg. 528, 19 euro; trad. di Mariapaola Dèttore) A 50 anni dalla prima uscita in libreria, torna ritradotto il bestseller-scandalo (poi anche film e serie tv) della scrittrice-attrice Jacqueline Susann, la «donna più elegante della televisione». È la storia di tre ragazze, Anne, Neely e Jennifer, che dalla provincia si trasferiscono a New York per realizzare i propri sogni: una recita nei musical di Broadway, un’altra lavora nella pubblicità, la terza riesce a sposare un uomo dello spettacolo. Tutto bene finché le cose si mettono male. Allora le tre ex ragazze ricorrono alle «bambole», ovvero le pillole.

    

21/30
L’AMORE E’ ETERNO FINCHE’ NON RISPONDE
L’amore è eterno finché non risponde di Ester Viola (Einaudi, pagg. 180, 17 euro) «Si lasciano i ricchi, si lasciano quelli che non avrebbero i soldi per lasciarsi, si lasciano gli innamorati, si lasciano persino quelli che si erano messi insieme per non lasciarsi soli. Si lasciano tutti, è solo questione di quando». Questo libro di esordio di una penna brillantissima (scrive, per IL, bellissime recensioni televisive) parla dell’amore eterno (che è quello non corrisposto) ed è una sorta di Darwin applicato alla sciagura sentimentale (non vince il piú forte, ma il piú veloce a dimenticare). Sembra fatto per l’estate.

    22/30
KOBANE CALLING
Kobane Calling di Zerocalcare (Bao Publishing, pagg. 272, 20 euro) Siria, Turchia, Kurdistan: il fumettista Zerocalcare li ha visitati e, al ritorno, ha raccontato questi viaggi con la matita. È forse il suo libro più bello, quello che è necessario leggere. E non solo per capire meglio quello che sta succedendo in quelle zone, ma perché Zerocalcare è uno die migliori intrattenitori in circolazione.

    23/30
IL POLLICE DEL VIOLINISTA 
Il pollice del violinista di Sam Kean (Adelphi, pagg. 456, 30 euro, traduzione di G. Muro)

Il sottotitolo è: «E altre storie perdute d’amore, di guerra e di genialità narrate dal nostro codice genetico». Questo è un libro sul DNA, il che vuol dire che l’autore cerca di spiegarci, anche con aneddoti e ricordi personali, il perché ci sono persone «nate per» (qualsiasi cosa vi venga in mente, da suonare uno strumento ad avere la coda). E, cosa più stupefacente ancora, riesce a raccontarci le storie vecchie di milioni di anni che gli scienziati sono riusciti a leggere nelle doppie eliche dell’acido desossiribonucleico.

    24/30
SECONDA GENERAZIONE
Seconda generazione di Howard Fast (e/o, pagg. 534, 18 euro; traduzione di A. Mattioli) Un anno dopo, puntuale, arriva la seconda puntata della saga dei Lavette-Seldon, iniziata con Il vento di San Francisco (uscito nel 2015). L’autore è uno degli americani più prolifici del secolo scorso, un abilissimo affabulatore dalla fantasia sconfinata che, tra le altre cose, scrisse anche Spartacus (da uci il film di Kubrick. La dinastia continua con una donna: Barbara Lavette, e siamo nel 1934. Recuperate il primo volume e continuate con questo. Vi terranno compagnia per tutta l’estate.

    
25/30
LA SCUOLA CATTOLICA
La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli, pagg. 1296, 22 euro) Altro tomone da recuperare approfittando del tempo extra che regala l’estate. Altro finalista al Premio Strega 2016 (possibile vincitore?), è stato un fenomeno della primavera appena trascorsa. Racconta, sotto forma di memoir, gli anni romani che ruotano attorno al massacro del Circeo (1975) e chi l’ha letto assicura che, nonostante il numero delle pagine, crea dipendenza.

    26/30
TI DARO’ IL SOLE
Ti darò il sole di Jandy Nelson (Rizzoli, pagg. 486, 17,50 euro; traduzione di L. Celi) Unico young adult di questa selezione. Protagonisti sono due gemelli, Noah e Jude, che non potrebbero essere più diversi: il primo è solitario, la seconda è sfrontata e a proprio agio con tutti. Si iscrivono a una prestigiosa accademia d’arte. Salto in avanti di tre anni: è Jude ad avercela fatta, i due fratelli non si parlano più, Noah ha smesso di dipingere. Che cosa è successo? Tutto un libro per conoscere il segreto tra di loro.

    
27/30
CITTA’ IN FIAMME
Città in fiamme di Garth Risk Hallberg (Mondadori, pagg. 1024, 25 euro; traduzione di Massimo Bocchiola) Assieme alla «Scuola cattolica» di Albinati, è uno dei tomoni da recuperare durante l’estet. Qui, si racconta di un omicidio commesso a Central Park durante l’ultimo giorno dell’anno del 1976. La storia prosegue fino al famoso black out che paralizzò la città nell’estet del 1977. Lo sfondo è la New York dei Settanta, pozzo inestinguibile di racocnti e mitologie. Hallberg, super pagato ed elogiato, ma anche criticato (ma sono i meno), è considerato una delle voci più promettenti tra gli scrittori americani contemporanei.

    28/30
LA VEDOVA
La vedova di Fiona Barton (Einaudi, pagg. 384, 18,50 euro; traduzione di Carla Palmieri) Lo consiglia addirittura Stephen King. La «vedova» del titolo è quella del mostro, sbattuto sulle prime pagine dei giornali e ora morto, assieme ai suoi segreti. A meno che Jean, la moglie, non decida di parlare e di raccontare la verità. Intrigante thriller da spiaggia. Per chi ha amato La ragazza dle treno.

    
29/30
THE SICK BAG SONG
The Sick Bag Song di Nick Cave (Bompiani, pagg. 192, 17 euro; traduzione di C. Spaziani)
  È il diario di un viaggio, quello che ha portato Nick Cave e i Bad Seeds in tour (22 città) del Nordamerica. Ricordi, anche personali, poesi, testi di canzoni, e anche cronaca di vita, in un’opera che è anche una ricerca epica sulla creatività, l’ispirazione el’amore. Per chi ha amato Just Kids di Patti Smith.

    

30/30
96 LEZIONI DI FELICITA’
96 lezioni di felicità di Marie Kondo (Vallardi, pagg. 304, 14,90 euro, traduzione di M. Togliani) Dal ripiegare tutto a forma di rettangolo a liberarsi di tutto quello che non ci serve veramente: il nuovo libro della consulente guru giapponese Marie Kondo, autrice del bastseller Il magico potere del riordino, non è solo un manuale per ridare un aspetto «umano» alle vostre case ma un breviario tascabile e veloce di filosofia.

    Trenta titoli, per ogni tipo di vacanza. Per i più avventurosi, amanti delle mete esotiche, è perfetto Euforia (Adelphi), che racconta i viaggi-esplorativi in Papua Nuova Guinea di una delle donne-mito dell’antropologia di tutti i tempi, Margaret Mead, oppure Kobane Calling (Bao Publishing), con cui Zerocalcare ci porta nei difficili territori tra Siria, Iraq e Turchia. 

Per chi viaggia, ma non si spinge troppo lontano, meglio restare sulle Isole minori (e/o), nostrane, famigliari, oppure nel paese-mondo di Haruf e la sua Trilogia di Holt, di cui è appena uscito l’ultimo capitolo Crepuscolo (NN).

    
La libreria delle storie sospese (Rizzoli) e L’amore è eterno finché non risponde (Einaudi) sono tra i titoli più vacanzieri, assieme al giallo toscano Penelope Poirot fa la cosa giusta (marcos y marcos), ambientato in un resort salutista e pervaso dalla verve ironica dell’investigatore belga pù famoso di tutti i tempi (che è anche il bisnonno della protagonista). 

Per i lettori più esigenti, ci sono i racconti di Lezioni di nuoto (Racconti) e il capolavoro della francese Annie Ernaux, L’altra figlia (L’Orma), senza contare Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi) di Elizabeth Strout, vero must di questa prima metà dell’anno.

  • 17Giu2016

    Elisa Conigliaro - galeottofuillibro.wordpress.com

    Dall’alto dei suoi tacchi vertiginosi “Penelope Poirot fa la cosa giusta”. Si vede che alla fine buon sangue non mente.

    Ciao a tutti amici. Oggi vi parlerò di un libro, scelto tra i tanti della libreria personale della Marcos y Marcos, che avevo voglia di leggere già da un po’: Penelope Poirot fa la cosa giusta.

    Penelope Poirot, nipote del celebre investigatore Hercule e rinomata critica gastronomica (più o meno), è una donna snob, cocciuta, presuntuosa e dal dubbio gusto estetico. Velma Hamilton invece, segretaria personale assunta appositamente per trascrivere le memorie di miss Poirot, nonostante sottolinei spesso di avere una “vocazione alla zitellaggine irrevocabile”, è una donna romantica e sognatrice, un po’ inesperta per ciò che riguarda le cose della vita, ma molto intelligente, sveglia e curiosa.

    Una coppia perfetta e ben assortita, anche se inizialmente non si direbbe.

    Ad ogni modo, al di là della trama e dei colpi di scena davvero ben costruiti (ed è un complimento sincero visto che generalmente non vengo mai sorpresa), è proprio la struttura del libro che mi ha fatta innamorare. Innanzitutto la divisione in due parti che sposta il punto di vista da Velma a Penelope, a mio avviso, permette al lettore sia di avere una visione degli eventi molto più completa e chiara, sia di conoscere più intimamente i due personaggi principali. Inoltre, contraddistinto dalla scrittura in corsivo, troviamo anche un punto di vista esterno, a tratti dell’autore e a tratti della casa in cui si svolgono gli eventi. Quest’ultima esprime il proprio malessere in quanto impossibilitata a godersi il meritato letargo per via del trambusto creato dai signori ospiti. Quest’ultimo aspetto l’ho trovato perfetto, un tocco da maestro non comune che mi ha fatto apprezzare moltissimo lo stile dell’autrice, Becky Sharp (pseudonimo dell’autrice Silvia Arzola).

    Dunque tra risate, pettegolezzi, misteri e qualche batticuore, posso garantirvi che il tempo insieme a Penelope e Velma volerà senza che ve ne rendiate conto. Ma non voglio trattenervi oltre, uscite di casa e correte a comprarlo, sono proprio curiosa di sapere che ne pensate.

    Buona lettura a tutti!

  • 10Giu2016

    Gloria Maria Ghioni - criticaletteraria.org

    Un fiuto investigativo profumato di mentine alla violetta

    Non è un caso se Penelope Poirot fa la cosa giusta si apre con il Palazzeschi del “lasciatemi divertire” in epigrafe: quando si inizia a leggere il romanzo, calano le preoccupazioni della giornata, rifiorisce la fiducia nel divertimento e nel sorriso.

    Sarà che Penelope Poirot – sì, imparentata con quel suo famoso avo – è una signora vagamente intrattabile, e subito sevizia verbalmente la sua nuova segretaria-dama di compagnia, Velma Hamilton, ingenua, tutta casa e nonni. Ma miss Hamilton non è stata assunta per svolgere chissà quali compiti, ma per seguire Penelope in Italia, in una paradisiaca villa toscana dove si riuniscono artisti, scrittori e altri personaggi agiati che vogliono dimagrire, disintossicarsi e altro. L’obiettivo di Penelope è ritrovare la serenità perduta e soprattutto scrivere le sue memorie, grazie anche alla sua segretaria.

    Passano così oltre cento pagine, sorridendo dei battibecchi tra le due donne, tra humour inglese ben dosato e dialoghi svelti. Poi si arriva alla villa, che ha subito qualcosa di sinistro: sarà la sua apparente perfezione? O per il dottor Cosser, che sembra pilotare le emozioni dei suoi ospiti? Di certo, la presenza di Elizabeth Gauli, da sempre scrittrice avversa a Penelope Poirot, non promette niente di buono; soprattutto se invece il marito, Achille Gauli, è così dannatamente gentile con miss Poirot e miss Hamilton. Ma quest’ultima è attratta dal giardiniere-autista, Primo Baldan, che smuove istinti che Velma non sapeva quasi di possedere. Se aggiungiamo alcuni lavoranti alla villa piuttosto misteriosi, con probabili tresche sotterranee, e una ex attrice che vuole essere sempre alla ribalta, ecco che la questione si complica.

    Soprattutto se in una fredda mattina d’inverno alla villa verrà trovato un cadavere, riverso nella neve fresca. Chi sono i possibili indiziati? Penelope Poirot si trova ad indagare, ma a suo modo: tenendo una borsetta di raso ben stretta, con dentro le sue immancabili mentine alla violetta, e la sua salacità sempre pronta a rispondere.

    Il risultato è un giallo piacevole, fuori dal tempo, divertente più che avvincente, perché l’ironia e il gusto per il pettegolezzo spezzano continuamente la tensione. Tutta da ritrovare Penelope, con i suoi vizi, le sue idiosincrasie mai taciute, la sua faccia tosta e il sovrappeso contro cui lotta (o finge di lottare), ma che non le toglie affatto charme. Lo charme di una protagonista che aspettiamo di ritrovare in una prossima indagine.

  • 03Giu2016

    Alessandra - theblogaroundthecorner.it

    Di cosa parla un mystery alla moda anglosassone, anzi proprio un giallo scritto sulla falsariga di Agatha Christie pubblicato con lo pseudonimo di Becky Sharp? Se qualcuno chiede a Becky Sharp chi è e cosa fa di altro nella vita, lei ti spiegherà di essere un’avventuriera della parola scritta e una diligente redattrice e traduttrice. Magari arriverà anche a citare nobili natali in campo filosofico e della critica letteraria. Non ancora soddisfatta asserirà di essere una misteriosa scrittrice, tradotta oltralpe. In realtà c’è chi sospetta che si dedichi ad altre attività pantofolaie e voci sussurrate giurano che dietro il britannico pseudonimo Becky Sharp, si nasconda Silvia Arzola, italianissima traduttrice e scrittrice.

    Giallo classico, ultratradizionale questo Penelope Poirot fa la cosa giusta. E che altro potrebbe essere un romanzo giallo che vede come protagonista nientepopodimeno che Penelope Poirot, pronipote anglo belga del famosissimo e baffuto Hercule?
Ma vediamo di introdurvi nella trama.
Con un cognome come il suo, per Penelope Poirot è facile cavalcare l’onda di meritata fama del prozio e trasformarsi nella madre spirituale del mystery, nella protettrice delle arti e infine perché no in assaggiatrice e critica gastronomica. Tiranneggiare i migliori ristoranti di Londra, però, obbliga a mangiare troppo, e Penelope comincia ad accusare il colpo. Ha avuto troppo di tutto: cibo, vino e chiacchiere. Niente di meglio dunque, per rigenerare corpo e anima, che trasferirsi per qualche tempo a Villa Onestà, una bella clinica new age, uno splendido e signorile maniero riciclato in Spa di gran lusso nei pressi di Siena, ma in piena campagna, tra le colline del Chianti. Uno di quei posti dove giurano di risanarti fisicamente e spiritualmente e di farti smaltire “7 chili in 7 giorni”. Ma una donna sempre impegnata come Penelope Poirot, che non può mai stare senza far niente, ha deciso di occupare il tempo libero del suo soggiorno tardo autunnale nella quiete della campagna toscana per scrivere le sue memorie. Però, visto che per lei il computer è un oggetto misterioso, ha bisogno di una dama di compagnia segretaria che sappia usarlo e soprattutto che parli l’italiano. Un annuncio sul Times le regala la timida, educata e quasi zitella trentacinquenne – ma perfetta per lei – Velma Hamilton, nata e vissuta in Inghilterra ma cresciuta e coccolata dai nonni materni italiani.
Pochi giorni dopo la strana coppia scende da un taxi davanti a  Villa Onestà, accolta dallo stravagante medico patron altoatesino Alex Cosser, da David il massaggiatore albino, da Rita la minuscola insegnante di yoga e da Primo Baldan, affascinante giardiniere e autista della struttura. Tra gli ospiti ci sono due coppie di industriali veneti in sovrappeso, un ex editore grassoccio, due gemelle svizzere tedesche a fotocopia, Anita Dall’Orso strana attrice, legata misteriosamente al Cosser e che ama il bicchiere… e, a sorpresa, una vecchia conoscenza di Penelope: Elizabeth Foster Gauli, scrittrice di gran successo di libri rosa, con marito italiano, molto piacente ma meno famoso di lei. Le attende una serie di massaggi tonificanti, sedute libido dinamiche – un mixer di psicanalisi reichiana, techniche ipnotiche e gusto della manipolazione – una sfilza di passati di zucchine e peggio, ma per fortuna anche degli strappi clandestini durante le corse a Roccamara, ridente paese della zona. Un terreno ideale dove allignano solo pettegolezzi e amorosi intrighi miscelati tra gli ospiti, fino a quando non salta fuori il morto… anzi la morta, Anita Dall’Orso, riversa nella coltre nivea di una precoce e copiosissima nevicata novembrina mentre la linea telefonica interrotta rende impossibile far intervenire la polizia. E un fortuito scambio di borse sta per fare un’altra vittima…
Villa Onestà si sta rivelando un covo di vipere pronte a mordere velenosamente. La nostra eroina è costretta ad abbandonare i suoi massaggi e i passati di zucchine per indagare su questo caso, e se possibile, deve fare la cosa giusta.
Uno scambio di voci narranti, tra Velma Hamilton e Penelope Poirot, divide le due parti, inframmezzate da pause di riflessione in corsivo che portano misteriosamente in scena tutti gli altri personaggi.

  • 01Giu2016

    Marta Cervino - Marie Claire

    Penelope Poirot -pronipote di Hercule- è un’eccentrica critica gastronomica che necessita di remise en forme e pace per redigere le sue memorie.

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  • 27Mag2016

    Brunella Schisa - il Venerdì

    Penelope Poirot ha diverse abilità: è una critica gastronomica, padrona delle arti, e, grazie al prozio Hercule si è fatta incoronare madrina del mistery e tiene a battesimo tutti i promettenti autori di polizieschi. Peccato che Scotland Yard non le chieda mai aiuto. Avrà la possibilità di dare prova del suo scarso fiuto quando, con la sua segretaria Velma Hamilton, si ritirerà in una villa nel Chianti per disintossicarsi e inciamperà in un omicidio.

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Penelope Poirot fa la cosa giusta