Penelope Poirot e l’ora blu

Archivio rassegna stampa

  • 10Lug2018

    Alessandra Buccheri - theblogaroundthecorner.it

    La Debicke e… Penelope Poirot e l’ora blu

    Fate, fatine deluse, streghe impenitenti, orchi-mandrilli di provincia, ninfe che cantano nell’ora blu: il nuovo mystery con Penelope Poirot e Velma Hamilton è fatato. Una favola nera da brivido che rischia di ripiombare Velma Hamilton in uno strano mondo irreale denso di timori e angosce puerili.

    Mai tornare nei luoghi dell’infanzia a troppo tempo di distanza: amari ricordi, rivalse, rancori e sopraffazione rischiano sempre di falsare il giudizio. Oppure?
    Becky Sharp sceglie, come palcoscenico per la terza avventura della sua eroina, un tranquillo borgo dominato da un castello, in bilico tra Liguria e Piemonte. Là la dama locale, Edelweiss Gastaldi, potente e rinomato personaggio universitario, organizza nella sua villa un convegno sulle fiabe. Per Penelope Poirot è un piacevole diversivo rallegrato anche dalla presenza di Francis Trevers, accademico in esilio e suo cavalier servente. Per Velma Hamilton, la sua fida segretaria, invece rischia di trasformarsi in uno sgradito tuffo nel passato: la villa è a Corterossa, paese di origine dei suoi nonni italiani, che ha rappresentato la meta di tutte le estati della sua infanzia. Velma non vuole tornare là, dove allora attendeva e sperava nelle fate. Ciò nondimeno andranno per trovare un’ospitalità molto sui generis e un’atmosfera ben poco idilliaca. Prima del convegno però ci sarà una grande festa dedicata al paese, con tutti gli ospiti della padrona di casa, organizzata vicino al lago, quasi con i piedi nell’acqua tra gli intensi profumi di carni arrostite sulle griglie, piatti sopraffini e spari dal bosco che accolgono il crepuscolo, facendo levare un volo di colombe. Ma proprio sul più bello, quando finalmente si vorrebbe mangiare la torta e brindare, c’è una testa che cade…
    Con il sangue dell’antenato detective che le scalpita nelle vene, Penelope Poirot scoprirà alla svelta che tanti, troppi, detestavano la vittima. Il cavalier servente, la dottoranda mascolina, la servitù, il Cristo boscaiolo… Insomma, tutti coloro che bene o male gravitano intorno alla villa; ma anche Velma? Sì, anche Velma.
    Sola contro tutto e tutti, Penelope Poirot percorrerà caparbiamente ogni pista, scartando quelle false e ingannatrici, fino alla rivelazione, un vero gran finale, in riva al lago, nell’ora blu, in quel momento della giornata dove la luce cede il passo alla notte e dove forse il tempo non esiste più.
    Dopo esserci godute le due precedenti italianissime avventure di Penelope Poirot e della sua assistente Velma Hamilton, la prima sulle colline toscane, la seconda approfittando del sole e del mare di Portofino, aspettavamo la terza che finalmente è arrivata. È arrivata e, come ci aspettavamo, ci ha piacevolmente colpiti, ma in un certo senso anche messi sottosopra. Stavolta infatti la nostra Becky Sharp, britannico pseudonimo di Silvia Arzola, italiana puro sangue, traduttrice e brava scrittrice per i più piccoli, servendosi maliziosamente di continui cambi di punti di vista, pur lasciando spazio ai canoni del giallo classico (affidando a Penelope Poirot l’arduo compito di sostenere la fiamma dell’indagine), dà più corposità e risalto al colto fluire della narrativa, travolgendoci in un turbine di fantasia. Fantasia che non le impedisce però di far salire sul suo nuovo magico palcoscenico le sue classiche eroine, di dedicare largo spazio alla costruzione di una ricca serie di personaggi e di approfondire con intensa e pericolosa voluttà i loro profili psicologici. Tutti, e dico tutti, condividono a tratti elementi fatati e di stregoneria che inquietano.
    Le protagoniste, come nelle precedenti storie, sono loro, la “poliedrica” Penelope Poirot (che, dopo esser stata valente critica enogastronomica e affermata scrittrice, ora si è ritagliata il ruolo di creatrice di aforismi) e la sua assistente Velma, italo-inglese e anarchica da parte di nonno. Ma in questo romanzo la scrittrice ci regala un nuovo sconosciuto ed esoterico aspetto di Velma. La trama del terzo capitolo infatti è basato sul passato dell’assistente di Penelope, l’“inglese” (come la chiamavano e la chiamano tuttora gli abitanti di Corterossa) e proprio nel passato di Velma troveremo certe risposte al suo futuro. Penelope Poirot, invece, è sempre lei, la protagonista per eccellenza, boriosa, sarcastica, superiore e sempre pronta a criticare. Però stavolta è costretta a lasciare molto spazio a Velma e ai suoi ricordi di vita. Gli altri, i tanti co-protagonisti, servono soprattutto a far risaltare la vera star di questo romanzo: Edelweiss Gastaldi, una donna ricca e potente che riesce a dominare con prepotenza la popolazione di Corterossa. Un personaggio indovinato, l’unico in grado di fronteggiare Penelope Poirot, in uno scontro alla pari, tra titaniche forze quasi uguali.

     

    http://theblogaroundthecorner.it/2018/07/la-debicke-e-penelope-poirot-e-lora-blu/

  • 10Lug2018

    Maria Anna Patti - Repubblica.it/robinson

    “Piccoletta, svenevole e prepotente: ecco la mia Penelope Poirot, investigatrice e nipote d’arte”

    L’eroina protagonista di una fortunata trilogia nata dalla fantasia della giallista Becky Sharp. Che così racconta il suo personaggio: “È un incrocio tra Nero Wolf e Zia Mame, sospesa tra fantastico e reale”.

    Originale giallista, Becky Sharp, scegliendo un nome d’arte che è omaggio a Trackeray, crea una trilogia, pubblicata da Marcos y Marcos, dedicata a Penelope Poirot, nipote del celebre investigatore.
    Come nasce Penelope e a quali eroine si avvicina?
    “Nasce per gioco, dopo una chiacchierata con un’amica. Il personaggio si è delineato subito con una certa chiarezza: doveva essere piccoletta, rotonda e con una torre di capelli rosso fuoco. Un po’ boriosa, un po’ svenevole. Narcisista, prepotente, ma capace di insospettate tenerezze. Quanto alle eroine di riferimento, beh, direi che Penelope è un incrocio tra Nero Wolf e Zia Mame! Del primo ha ereditato la mole e l’eccentricità (ma non il fiuto), della seconda la propensione a identificarsi con le situazioni che vive: l’attitudine a rimodellarsi a seconda del décor”.

    Quanto ha influito la letteratura ottocentesca nella creazione della trilogia?
    “La narrativa ottocentesca non smette di rispondere al mio ‘bisogno di consolazione’. E di comprensione del mondo. Vi ritrovo tipi umani, inclinazioni, posture che presagiscono l’oggi con più chiarezza di quanta ne esprima tanta narrativa contemporanea. In Thackeray o in Flaubert, in Dostoevskij o in Stendhal, riconosco la fondazione di  nuclei problematici che non hanno mai abbandonato la letteratura e la società europea. Quel che scrivo io è davvero poca cosa in confronto. Ma sospetto che qualcosa sia filtrato dal setaccio delle mie passioni: forse un pessimismo di fondo, l’attenzione al gioco delle maschere sociali, la propensione a indagare le forme della  subalternità”.

    Penelope non può definirsi una donna d’altri tempi. Quanto si è divertita a dare voce ad una donna tanto eclettica?
    “Devo ammettere che Penelope è una che tiene compagnia. E sì: mi sono divertita molto”.

    Pur sviluppando il metodo deduttivo nella sua scrittura ci sono evidenti tracce di un percorso analitico psicologico.
    “Ritorno alla risposta sui classici dell’Ottocento: resto legata, me ne rendo conto, al taglio psicologico appreso da quelle letture. Certo, il tutto commisurato al genere della commedia-gialla”.

    In Penelope fa la cosa giusta la protagonista dice: “Questo luogo mi placa, mi consola, mi ispira, mi rappresenta, mi riassume”. La cura dei dettagli negli scenari dei suoi romanzi è un tassello importante. Perché?
    “Quando scrivo avverto il bisogno di vedere gli scenari in cui si muovono i personaggi: c’è sempre un riflesso reciproco, almeno per me. In questo sono, come molti miei colleghi, una figlia del cinema”.

    Leggendo Penelope Poirot e il male inglese mi è venuta in mente la frase tratta da I fratelli Karamazov: ciascuno di noi è colpevole di tutto e di tutti sulla Terra”. Il giallo che ruolo ha nella redenzione dalla colpa?
    “Senza poter generalizzare all’interno di un universo così variegato, penso che lo scrittore e il lettore di certi gialli realizzino un ancestrale bisogno sacrificale. La vittima funziona da capro espiatorio, non perché innocente, ma perché riassume, in un certo senso, le colpe di tutti”.

    “I ricordi sono come i cani. Meglio non svegliarli, se non si vuole essere morsi”. Le parole di Hamilton sono il filo conduttore di “Penelope Poirot e l’ora blu”?
    “Riflettendoci, è vero. Molti dei personaggi del libro sono stregati dai propri ricordi e vivono in uno stato di stordimento costante dovuto alle promesse condensate in quelle ‘perle di ghiaccio’, mai realizzate”.

    “Nessuna fiaba è solo una fiaba”. Con questa affermazione vuole svelare le insidie del fantastico?
    “Le meravigliose insidie del fantastico. Un genere che in Italia stenta ad affermarsi come tradizione, purtroppo. Il fantastico cela metafisiche possibili (e quindi rischiose), può avere un’incisività simbolica molto elevata. Così le fiabe”.

    Nella caratterizzazione dei personaggi gioca un ruolo fondamentale l’aspetto fisico.
    “Eh, sì. Non sono lombrosiama, ma devo ammettere che carattere e aspetto fisico si modellano vicendevolmente nella mia immaginazione”.

    I suoi romanzi possono essere definiti occasioni per “dirigere lo sguardo nei luoghi dell’ambiguità”?
    “Mi piacerebbe”.

    Con Penelope Poirot e l’ora blu si conclude la trilogia. Ci mancherà la sua eroina, e a lei? Cosa le ha lasciato?
    “Vediamo un po’ cosa direbbe Penelope…’Sharp! Non si sogni neppure di non rispondere. Con tutto il tempo che ho speso ad istruirla vorrebbe forse infilarmi in un baule come un abito da cerimonia? Sa cosa intendo: un capo pretenzioso (almeno per lei, che ammettiamolo, non sa cos’è lo stile) di quelli che si indossano una volta sola e adieu!   No Becky cara: Penelope Poirot non è tipo da farsi ripiegare in naftalina, non le sarà facile liberarsi di me’”.

    I prossimi progetti letterari?
    “Per il momento prendo appunti un po’ incoerenti, aspetto che mi indichino un disegno, di cosa ancora non lo so”.

    Un sogno nel cassetto?
    “Non me lo ricordo più. Forse è finito tra i calzini spaiati. Giuro che domani farò ordine!”.

    https://www.repubblica.it/robinson/2018/07/10/news/intervista_becky_sharp_scritttrice_gialli_penelope_poirot-201399290/

  • 27Giu2018

    Stefania Baccichetto - Duelettriciquasiperfette.com

    Penelope Poirot è tornata, ed è più in forma che mai!

    RECENSIONE

    Puntuale ormai da tre anni in questo periodo, si rinnova per me l’appuntamento con l’illustre nipote del più famoso (ma non di molto, eh) Hercule Poirot, Penelope con il suo chignon rosso, il suo sorriso parigino, le sue mise tutt’altro che discrete e, soprattutto, con “la sagacia che mi viene dal cognome”, e con il suo arrivo si rinnova la ventata di ironia e di mistero che pervadono tutti i romanzi di Becky Sharp.

    Dopo aver pasteggiato sulle colline del Chianti in “Penelope Poirot fa la cosa giusta” ed essersi rigenerata sulla costa ligure in “Penelope Poirot e il male inglese” la nostra novella Jessica Fletcher (sì, perché dove arriva Penelope, prima o poi il morto ci scappa) viene invitata dal suo “amico sentimentale”, Francis Travers, ad una convegno sulle fiabe nel castello di una  nota esperta di studi folklorici, con particolare attenzione al mondo delle fate, situato a Corterossa, un borgo a cavallo tra Liguria e Toscana, “un buco di mondo dove tutto nasceva già vecchio, dove tutto sapeva di noto”, accompagnata dalla sua seriosissima assistente Velma Hamilton, la quale stavolta ha fondati motivi per non gioire della vacanza che le si prospetta. Corterossa è infatti il luogo dove risiedevano i nonni di Velma e dove lei ha trascorso tutte le vacanze estive della sua infanzia, in compagnia di una ragazzina di nome Sveva, biondissima ed eterea, con la quale giocavano ad essere fate, Melusina lei e  Morgana l’altra, sulle rive del lago che lambisce i territori del castello.

    Tanti sono i segreti che Velma vorrebbe rimanessero nell’oblio dei ricordi, ma riaffiorano non appena  rivede Sveva, ormai diventata serva della Signora del borgo, Edelweiss Gastaldi, colei che da piccole chiamavano Strega. Con Sveva lavora anche sua figlia Viviana, che a Velma ricorda tanto Sveva, gli stessi capelli quasi bianchi, gli stessi occhi sognanti, con l’unica differenza che Viviana sembra essere sotto il giogo della Strega e che da due anni non proferisce parola.

    Gli eventi precipitano durante la festa clou dell’evento, quella per festeggiare i 70 anni di Edelweiss, e il suo ritiro dalla scena pubblica, organizzata sulle rive del lago durante l’ora blu, il crepuscolo, l’ora magica nella quale il giorno si congeda salutando la notte che arriva, quando il di lei marito cade a terra, morto stecchito apparentemente a causa di un infarto (e qui io ribadisco il ruolo di portajella dell’ingrombrante Penelope).

    Come per le precedenti storie, il romanzo si struttura in due parti, la prima a voce di Velma che ha il compito di introdurre personaggi e vicende e che termina con la dipartita del malcapitato di turno, e la seconda a voce (molto più impertinente) di Penelope che ha il compito di investigare sulle circostanze che hanno condotto alla morte, in questo caso dell’odiatissimo Principe Consorte, Bebe Massone. Già, perché come nei precedenti romanzi, anche in questo, nella più classica delle accezioni gialle, tutti i convenuti hanno un movente per volere la morte di Bebe, e non mancano l’occasione e l’opportunità di reperire l’eventuale arma; e per tutti intendo tutti, stavolta inclusa Velma, la sua assistente.

    Spetta a Penelope vagliare tutte le ipotesi e smascherare il colpevole e con il sangue che le scorre nelle vene la soluzione non tarderà ad arrivare.

    Anche in questo romanzo la narrazione è intervallata da brani scritti in corsivo, nei quali a parlare questa volta sono le acque del lago, le uniche a conoscenza dei segreti di ogni convenuto, del passato tragico e sofferto degli abitanti del luogo e dei pensieri più reconditi degli invitati alla festa.

    Un romanzo che consiglio a tutti gli amanti del giallo in stile Agatha Christie, con la presenza degli elementi cari all’autrice: la decadenza di nobili e parvenue alla quale non vogliono arrendersi, lo humor e il rigore prettamente inglesi in contrapposizione all’ironia sagace e, naturalmente, il cibo, vero, grande ed insostituibile amore della mia amica Penelope (sarà per questo che la adoro?).

    Leggetelo, vi regalerà qualche ora di piacevole intrattenimento, intrigandovi e facendovi affezionare alle sue protagoniste e poi anche voi segnerete sul calendario il mese di giugno come “il mese di  Penelope Poirot” in attesa di una sua nuova avventura.

    Ringrazio la Casa Editrice per la copia cartacea del libro.

     

    http://www.duelettriciquasiperfette.com/2018/06/penelope-poirot-e-lora-blu-becky-sharp.html

  • 22Giu2018

    Gloria M. Ghioni - criticaletteraria.org

    «Mi creda, miss Poirot: il colpevole non resterà impunito! Mio marito era un individuo ripugnante, ma era mio!» (p. 156).

    Non c’è estate senza Penelope Poirot: potrebbe diventare un simpatico vizio, quello di salutare il solstizio con un nuovo caso per l’estrosa, permalosa e snob parente di quel Poirot.

    Proprio ieri infatti è uscito il terzo romanzo di Becky Sharp, pari in acume e divertimento al primo Penelope Poirot fa la cosa giusta e al secondo Penelope Poirot e il male inglese.

    L’idea di Becky Sharp è decisamente efficace e, al tempo stesso, rassicurante perché gioca con la tradizione del giallo: un’investigatrice improvvisata, che si trova coinvolta suo malgrado in un omicidio perché conosce la vittima; un luogo chiuso, di solito una villa lussuosa ma al tempo stesso decadente, dove i sospetti rimbalzano tra le pareti di un passato torbido; una segretaria un po’ goffa e smagata che in realtà spesso fa il Watson della situazione. A questi elementi, bisogna sempre aggiungere però la marca fondamentale dei romanzi di Becky Sharp: l’ironia, graffiante, acuta, divertita, travestita da humour inglese, coerente con le origini dell’ipercritica e irresistibile Penelope, che non lesina perle di saggezza tutte sue («Una riflessione astemia partorisce aforismi esangui! Prenda nota», p. 51):

    «Io voglio attraversare la vita e da essa farmi attraversare: sarò un buon setaccio, ne sono certa. Ma ho bisogno di stimoli: gocce di rugiada capaci di ridestare le mie esangui sinapsi» (p. 15).

    Sono i dialoghi brillanti, con ardite metafore e divertenti similitudini, a rendere riconoscibilissima la scrittura di Becky Sharp: le parole connotano i personaggi, insieme a descrizioni graffianti che colgono gli aspetti più caricaturali dei sospettati. Non è il bello ad attirare particolarmente la scrittrice: tanti suoi personaggi sono brutti rispetto ai canoni estetici, hanno qualche caratteristica fisica che però li rende unici.

    In questo nuovo Penelope Poirot e l’ora blu, la padrona di casa è la temutissima Edelweiss Gastaldi, dal corpo pachidermico e dalla lingua tagliente, in grado di far tremare e al tempo stesso sfilare come soldatini i suoi assistenti. Edelweiss, studiosa di folklore e fiabe ormai alle soglie della pensione, intende organizzare nella sua casa – o meglio, “regno” – di Corterossa un convegno dedicato al mondo delle fiabe. Lì, si riuniscono i maggiori studiosi del genere, tra cui il filologo Francis Travers, il caro “amico sentimentale” di Penelope Poirot; Ireneo Mestre, figlio di Edelweiss, da tempo in Francia per sfuggire dai tentacoli materni; vari accademici, più o meno legati a Edelweiss: il pupillo Dario Guerra, la dottoranda bistrattata Chiara Gennai, il ricercatore Alvise Cavallero. Penelope Poirot capita lì come ospite su invito di Francis Travers, e Miss Velma Hamilton, da brava segretaria, la segue, anche se a Corterossa ci sono antichi ricordi… Infatti Velma ha trascorso lì la sua infanzia, con un nonno anarchico ben conosciuto in paese. E lì ha lasciato un’amica: Sveva Delfino, adesso governante di Edelweiss, insieme alla sua bella ma silenziosissima figlia Viviana.

    Tanti sono gli intrighi presenti nel convegno e, più in generale, a casa Gastaldi: Becky Sharp confeziona un godibilissimo e ripetuto scambio di angherie e di frecciate tra i vari accademici, che fomentano gli odi e i favoritismi.

    Ma qualcosa rompe l’atmosfera che si pregustavano gli ospiti, di noia accademica e formalità: all’ora blu, quell’ora che segna il passaggio dal tramonto alla sera, il pic nic di apertura del convegno viene segnato da una disgrazia. Bebe Massone, l’orribile e viscido marito di Edelweiss, cade con la testa sul tavolo: avvelenamento?

    Ecco che il giorno successivo con estrema freddezza Edelweiss incarica Penelope Poirot di indagare: non perché stia realmente soffrendo per il marito defunto, ma perché qualcuno ha osato uccidere suo marito che, per quanto detestabile, era suo:

    “Certo, un’indagine; cos’altro dovrei affidarle? Non è il suo mestiere?”
    “Uno tra gli altri”.
    “Spero sia quello che le riesce meglio. Si guardi intorno, faccia domande: si muova! Ricorra pure ai mezzi che ritiene opportuni, ma mi porti quel che voglio”.
    Portarle quel che voleva: come se Penelope Poirot fosse un volgare fattorino di criminali a domicilio! (p. 155)

    Così la nostra protagonista si trova a cercare di fare chiarezza in un’intricata catena di rapporti, che deve provare a sciogliere, un po’ come in una fiaba in cui, raggiunto il punto di massima tensione, i fili si devono districare verso lo scioglimento finale. Niente è come sembra, anche la fidata Velma Hamilton ha degli scheletri nell’armadio a Corterossa: Penelope deve addirittura sospettare di lei!

    Ma dove sta la verità? Come in un giallo tradizionale, Becky Sharp non lascia scontenti i suoi lettori; e tuttavia riserva delle sorprese anche nelle ultime pagine. E come le scritture più moderne, il punto di vista e l’io narrante cambiano nel corso del romanzo: prima è Velma a condurre la narrazione; poi Penelope e infine Edelweiss. Pronti a scoprire chi ha ucciso Bebe Massone? La risposta, tutt’altro che prevedibile, è in libreria!

    https://www.criticaletteraria.org/2018/06/Becky-Sharp-penelope-poirot-e-l-ora-blu.html

  • 21Giu2018

    Manuel Figliolini - labottegadelgiallo.com

    L’ORA BLU DI PENELOPE POIROT TRA ASSASSINI E FATE

    Non so voi, ma noi l’abbiamo attesa con ansia la terza avventura di Penelope Poirot e la sua assistente Velma Hamilton e finalmente è arrivata. E’ arrivata e come ci aspettavamo ci ha piacevolmente sconvolti e travolti.

    Sconvolti perché Becky Sharp mantiene i canoni “gialli” dando molto più risalto alla narrativa che all’indagine travolgendoci in un turbinio di personaggi e profili psicologici molto approfondito.

    Le protagoniste, come nei precedenti, sono loro la “poliedrica” Penelope Poirot (che dopo esser stata critica enogastronomica, scrittrice affermata, ora è creatrice di aforismi) e la sua assistente Velma. Ma in questo romanzo la scrittrice ci regala un nuovo aspetto di Velma, ci regala una sua nuova luce. Innanzitutto perché la trama del 3° capitolo è fondata sul passato dell’assistente “inglese” (come la chiamano gli abitanti di Corterossa) e poi perchè è nel passato di Velma che ci sono le risposte del suo futuro. Penelope invece, dal canto suo, viene dipinta come ce la ricordavano nei romanzi precedenti, ironica, superiore e critica. Ma in questo capitolo anche la protagonista sembra lasciar un po’ la scena a Velma e al suo passato, mantenendo il suo tipico smalto borioso della discedenza Poirot.

    Protagoniste a parte, i co-protagonisti, sempre ben disegnati dalla scrittrice, puntano il faro sulla vera star di questo romanzo Edelweiss Gastaldi, un’accademica ricca e potente che tiene sotto scacco l’intera popolazione di Corterossa. Edelweiss per noi è il personaggio nuovo più riuscito, quello che veramente riesce a tenere testa a Penelope, un’eroina ed un’anti-eroina uguali. Una sfida tra due pesi massimi (in tutti i sensi).

    L’ambientazione è il cuscino di Becky Sharp, la scrittrice restringe il campo ad una villa, un paesino per evitare di perdere il lettore ma anche evitare di scivolare fuori dalla narrazione per doversi soffermare sui contorni. I colori sono i veri protagonisti dell’ambientazione di Becky Sharp e di colori ce ne sono tanti, anche tra le cesellate parole.

    E parlando di parole non si può citare la scrittura di Becky Sharp che raggiunge veramente dei livelli di ricercatezza e musicalità da sollevarla dal genere, inserendola a pieno titolo nella narrativa. Senza panegirici inutili, è scritto benissimo e ci sono molte cose da imparare da una scrittrice così. La scrittura ricercata ti obbliga, o meglio t’invoglia, ad una lettura lenta e attenta, non è un romanzo mordi e fuggi o che devi leggere per scoprire chi è l’assassino. Lo devi leggere per farti portare dalle parole fino alla fine, e per noi è stato un viaggio stupendo. Una parola che è suspense nella scrittura, nei dialoghi e nei pensieri.

    Seduta sulla panca che correva lungo il bovindo, Penelope Poirot sfogliava le bozze del suo ultimo articolo. Un fascio di luce naturale tagliava il suo ardito chignon allargandosi come un occhio di bue al centro della stanza. Velma Hamilton ringraziò la pace di quell’istante e si perse a osservare i crepuscoli di polvere che si trastullavano nel raggio solare. Così pigramente assorta colse troppo tardi lo scatto con cui Penelope Poirot balzava in piedi spalancando la finestra.

    Come nel precedente romanzo anche questo è caratterizzato da protagonisti esterni agli uomini, qui sono due: le fate (Morgana e Melusina) e l’ora blu, quel momento della giornata dove la luce cede il passo alla notte e dove tempo non c’è. Ma il tempo bisogna trovarlo per gustarsi quest’opera di Becky Sharp, voci di corridoio angusti narrano che sia l’ultima, ma noi speriamo il contrario.

    http://www.labottegadelgiallo.com/penelope-poirot-e-lora-blu/